Loie Fuller Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/loie-fuller/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 Nov 2021 23:36:45 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Loie Fuller Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/loie-fuller/ 32 32 La farfalla elettrica – Loie Fuller, Luce e movimento, storia di un’autodidatta luminosa https://minimaetmoralia.it/teatro/la-farfalla-elettrica-loie-fuller-luce-e-movimento-storia-di-unautodidatta-luminosa/ https://minimaetmoralia.it/teatro/la-farfalla-elettrica-loie-fuller-luce-e-movimento-storia-di-unautodidatta-luminosa/#respond Sat, 20 Nov 2021 12:19:04 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49581 Si è concluso Alla fine della città, il festival romano ideato dall’associazione Ti con Zero, che interpreta il contemporaneo ed esplora percorsi urbani ed extraurbani attraverso passeggiate e appuntamenti culturali. A chiudere la rassegna La farfalla elettrica, un itinerario tra danza e letteratura curato da Rossella Battisti, redattrice de l’Unità, critica di danza e teatro, […]

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Si è concluso Alla fine della città, il festival romano ideato dall’associazione Ti con Zero, che interpreta il contemporaneo ed esplora percorsi urbani ed extraurbani attraverso passeggiate e appuntamenti culturali.

A chiudere la rassegna La farfalla elettrica, un itinerario tra danza e letteratura curato da Rossella Battisti, redattrice de l’Unità, critica di danza e teatro, che insieme all’autrice Patrizia Hartman e alla danzatrice Eva Paciulli, hanno portato “in scena”, nei giardini di Villa Mazzanti, la storia di Loïe Fuller.

Statunitense di nascita e formazione, Loïe, al tempo Marie Louise Fuller, si trasferì in Europa, dove perfezionò, in assoluta disciplina da autodidatta, una danza personalissima, la Serpentine Dance, che la rese un’icona della belle époque, nonché pioniera dell’illuminotecnica.

Artista multiforme ed energica, Loïe Fuller è stata fiore, farfalla e ogni possibile essere di cui ha preso le fattezze con i suoi sinuosi giochi di movimento e di luci.

La nascita stessa della sua danza, avvenuta guardandosi allo specchio muovere stoffe sotto i reverberi della luce del sole, è la metafora della scoperta e della nascita di se stessa: una donna che si guarda riflessa e inventa l’arte che la accompagnerà per il resto della sua vita.

Dimenticata per oltre un secolo, la sua storia è stata riportata alla luce dalla ripubblicazione dell’autobiografia Una vita da danzatrice cento anni dopo l’edizione americana (1913) e, più recentemente, dal film La Danseuse di Stephaniè Di Giusto.

Cos’è La farfalla elettrica?

Ho ideato questa sorta di format con la collaborazione di Patrizia Hartman ed Eva Paciulli, immaginandolo proprio per il festival Alla fine della città. Il lavoro, infatti, comprende una prima parte che è una viandanza, in cui si parte dalle pendici di monte Mario per arrivare fino a Villa Mazzanti, che è un posto tanto bello quanto sconosciuto: una piccola meraviglia nel cuore di Prati, un camminamento lungo un viottolo serpeggiante che giunge nel cuore pulsante di Roma fino ad un punto panoramico molto suggestivo. La seconda parte dell’incontro ha inizio da Villa Mazzanti, dove in varie postazioni  evoco Loïe Fuller, donna straordinaria, magnetica danzatrice, autodidatta geniale. Non si tratta di una conferenza, ma piuttosto di un’evocazione, dal momento che provo a raccontare e restituire ciò che era l’atmosfera dell’epoca: suggestioni che vengono riverberate dalla voce di Patrizia Hartman, che in prima persona cita gli estratti dell’autobiografia di Fuller. Su questi racconto si innestano delle apparizioni fantasmatiche della danzatrice Eva Paciulli.

Com’è nato questo progetto?

Questo progetto nasce dal fatto che avevo curato per Radio 3 dei ritratti di danzatrici, all’interno della serie Vite che non sono la tua. Si tratta di testi che tratteggiano un profilo dell’artista in questione che non è solo una biografia artistica. Con Patrizia Hartman abbiamo voluto approfondire alcuni personaggi meno celebri ma con delle storie estremamente interessanti. Nel caso di Fuller si tratta di una vera e propria precorritrice dell’illuminotecnica, un’artista che aveva una percezione intensa del rapporto con la luce con i colori e con la neonata arte del cinema. Un modo di vivere e produrre l’arte molto contemporaneo, se pensiamo come oggi grazie alle ricerche delle neuroscienze conosciamo tutta una serie di reazioni che si scatenano in noi rispetto a ciò che vediamo. In questo senso, Loïe Fuller è una figura molto futurista, con una vita personale altrettanto complessa. Per trent’anni ho lavorato all’Unità come critica di danza e di teatro, ma ho sempre sentito che c’era una mia parte creativa rimasta in ombra. Così ho voluto sperimentare qualcosa di diverso e questo format rivisitato delle biografie curate per la radio, un lavoro che si modella anche attraverso l’incontro con il pubblico dal vivo, è l’occasione per mettere in scena una vita che credo meriti “luce”.

Loïe Fuller non studiò mai danza. Viene dunque da chiedersi cos’è la danza?

Loïe non possedeva grandi nozioni di danza, sicuramente il grande apporto che ha dato al mondo della danza e della performance è sulla scenotecnica. Si potrebbe parlare di una prima e di una seconda vita di Loïe. La prima è relativa ai primi trent’anni, vissuti in America dove lavorava come attrice di discreto successo. Poi, durante una tournée in Inghilterra, è entrata in contatto con la Skirt Dance, una forma di danza popolare in cui le ballerine manipolavano gonne lunghe e stratificate con le braccia per creare un movimento fluido, e da quel momento inizia la sperimentazione, tutta autodidatta, di questo tipo di lavoro.

Quando viene ingaggiata per una commedia dove avrebbe dovuto interpretare una donna ipnotizzata da un illusionista cialtrone, Loïe prova davanti ad uno specchio il gioco di intrecci con gli chiffon, quel movimento tanto apprezzato dal pubblico che la rendeva ora un’orchidea, ora una farfalla. Nasce così la danza serpentina, una danza fatta di illusione scenica. La tecnica di danza di Fuller, infatti, è soprattutto nel gioco di braccia, basti pensare che nel tempo la danzatrice applicherà dei bastoni molto grandi affinché i veli che adopera diventino delle ali e creino dei vortici. Ciò che fa è un’acrobazia di spostamento. Nel suo caso, la danza è movimento ma anche illusione e virtualità, un teatro dell’illusionismo e di immagini.

Coreografa, insegnante, imprenditrice, pioniera in molte arti. Loïe Fuller è sicuramente un esempio di vitalità femminile e una illustre antesignana di molte femministe degli anni a venire.

Credo che l’aspetto più dirompente del femminismo incarnato da Loïe Fuller sia il suo essere stata un’impresaria di grande successo, scopritrice di nuovi talenti (tra gli altri, Sada Yakko, Maud Allen e Isadora Duncan), una donna capace di gestire le tournée di grandi compagnie internazionali, ma anche una lavoratrice alla cui dipendenze stavano ben sedici tecnici, tutti uomini, una tecnica lei stessa, perfezionista e sempre dedita alla propria passione.

 

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