Lola Montez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lola-montez/ un blog di approfondimento culturale Wed, 03 Jun 2015 12:12:50 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lola Montez Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lola-montez/ 32 32 Grand Ludwig Hotel https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/grand-ludwig-hotel/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/grand-ludwig-hotel/#comments Wed, 03 Jun 2015 13:00:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27151 Questo pezzo è uscito sul Foglio.

Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall'Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un'Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d'elezione, "Fratelli d'Italia" di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all'aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l'Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l'itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta.

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castellobaviera

 

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Je suis Charlie? Mah. Piuttosto, Ich bin Ludwig, dunque via, via dall’Europa reale sanguinolenta delle islamofobie e islamofilie, e invece ecco innocenti evasioni in un’Europa regale e felix, sulle tracce del monarca più scapricciato e keynesiano che il vecchio continente abbia mai prodotto, Ludwig II di Baviera. Si parte col nostro Corano d’elezione, “Fratelli d’Italia” di Alberto Arbasino, in ultima edizione Adelphi con peso da bagaglio a mano, manuale di successo per ragazzi anni Sessanta, e fondamentale Baedeker e Tripadvisor per gite fuori porta.

Eccoci dunque all’aeroporto Strauss di Monaco, dove accoglie un alcolico Riesling Bar intitolato al principe cancelliere Metternich; e poi in autostrada, superando a sinistra l’Allianz Arena, il nuovo stadio della coppia Herzog-De Meuron che sembra un borsone Chanel capottato oppure un copertone di camion rovesciato, come se ne trovano tra i guard rail: seguendo scrupolosamente l’itinerario arbasiniano tra questi famosi castelli di Ludwig (1845-1886), si parte da Herrenchiemsee, una Versailles neanche tanto in miniatura su un lago nerissimo, mai abitata dal re amante del cemento e del laterizio al chiaro di luna; qui, si sale al piccolo villaggio di Prien su un battello Josef con poltroncine e tappezzerie verde tabacco dello stesso colore delle campagne tedesche che si sono attraversate; attraverso vetratine lucidissime del piroscafo, con effetto Hopper, si vedono dentro coppie di anziani con canetti che mangiano piccoli bratwurst e pretzl, seduti su divanetti di chintz rossi decorati a piccole casine e ancorette, tipo Naj Oleari negli anni Ottanta. Il vecchio battello Luitpold a vapore, quello del film di Visconti, è invece fermo in secca, e verrà usato solo per occasioni speciali; e da Luitpold, lo zio che prende la reggenza quando a Ludwig fanno il tso col famoso colpo di Stato (altro che troike e governi Monti) discendono poi tutti i Wittelsbach attuali, adorati dalla popolazione, che a ogni rumor di referendum sarebbe pronta a riavere indietro la sua dinastia artistica e imaginifica.

La bandiera dei Wittelsbach, regnanti sulla Baviera dal dodicesimo secolo fino alla prima guerra mondiale, sventola sul natante, così come su ogni casa e ogni ristorante e konditorei, e ha generato poi il bianco e azzurro di tante birre, della bandiera ellenica, essendo Ottone primo re di Grecia un altro zio del povero Ludovico, e naturalmente della Bmw (Bayerische Motoren Werke, fabbrica automobili bavarese), anche se su queste autostrade girano soprattutto Audi, costruite sempre in Baviera ma più su, a Ingolstadt. Eccoci dunque a Herrenchiemsee, e tra i palazzi di Ludwig, questo insulare è il più stralunato: una reggia deserta perpendicolare a due grandi giardini all’italiana, che guardano il lago nerissimo, tra ali di alberi scuri, in un disboscamento che apre una specie di galleria del vento, con “uuuhhh” fortissimi che si son sentiti e visti solo nei film dell’orrore, e una guida che dice in inglese come il maestro delle cerimonie di Cabaret: “outside isvindy”, con accento molto germanico. Dighe minacciose tipo Mose portano il nero delle acque fino alle grandi vasche invece prosciugate per la stagione invernale, dove come dei bigné su una bavarese emergono sei putti su altrettanti delfini, e una grande dea Fortuna al centro.

La reggia ha porte dorate, ma di una doratura che sembra un alluminio anodizzato di fascia alta, con le L incrociate e coroncine reali; pare un grande stabilimento termale o un Grand Budapest Hotel o anche la zecca di Piazza Verdi, ai Parioli; oggi, in visita, anche un folto gruppo di islamici, con signore dai grandi burka anti-vento molto invidiati da tutti noi, perché dentro fa freddissimo: i grandi riscaldamenti centralizzati che il re faceva mettere in ogni suo castello full optional sono infatti spenti. Il gelo entra dalle grandi persiane stondate come nei villini-bene di Santa Marinella, e pervade i pavimenti tutti in marmo, sotto un cortile coperto un po’ da centro commerciale, sembra Euroma 2 o un mall degli Emirati, e viene da cercare il negozio Hollister. Saloni e scaloni con parquet lucidissimi e gigli borbonici ovunque, e quadri raffiguranti la meglio gioventù di Luigi XIV e tutta l’ossessione borbonica di Ludwig, tormentato ed eccitato dalla lontana parentela con la Casa di Francia.

La sala da ballo è lunga cento metri (“one hundred meters”, dice la guida, e gli islamici che non capiscono molto bene l’inglese son molto contenti quando sentono le cifre precise e nette) e nel frattempo si è aggiunta anche una famiglia più secolarizzata, moglie inglese, di Bath, marito tedesco, col codino, bambini bilingue molto curiosi. Il clash of civilization arriva alla fine del momento poetico: siamo appunto nello stanzone al primo piano, il salone da ballo tutto oro e stucchi e specchi in cui Sissi-Romy Schneider si fa grasse ma tenere risate della pazzia edificatrice del cugino; abbiamo appena visto scatoloni accatastati di Swiffer in un angolo sotto qualche ritratto del Re Sole (per mantenere lucido e profumato il parquet); siamo appena entrati nella sala da letto, che come in tutte le residenze di Ludwig è fuoriscala e al centro dell’edificio. E qui, una sala del trono dove al posto del trono, sotto un gran baldacchino dorato a piume di struzzo, c’è il letto (con una confusione sempre freudiana nell’interior decoration del sovrano), e tra pendole e la corona reale di Baviera, un islamico chiede moderatamente se il re era sposato. Al ché la guida risponde che ehm, no, forse era addirittura omosessuale. La signora di Bath dice “beh, dall’arredamento si capisce”, come se fossimo in casa di qualche parrucchiere o stylist di Füssen, ma gli islamici velocemente, dopo aver confabulato tra loro, chiedono da che parte è l’uscita, e, forse per il freddo, scompaiono. Noi si prosegue la visita al freddo, arrivando nella parte del castello non finita, che come le varie divisioni “downstairs” è quella più interessante: stessa struttura, ma mattoni a vista da bar e niente stucchi né controsoffitti, un’ala della reggia uguale alle altre ma scarnificata, oggi perfetto loftone newyorchese con travi a vista; è che nel 1884 il re aveva finito i soldi e stava portando al tracollo le finanze dello Stato; aveva già edificato Neuschwanstein e Linderhof, dilapidando le finanze oltre ogni possibile rapporto debito/pil, disinteressandosi sommamente del suo governo, disprezzando i suoi ministri, vivendo tipo una Gloria Swanson abbonata a Case da Abitare. Generando però inconsapevolmente un indotto turistico che rende la Baviera uno dei land più ricchi della Germania: come il Salone del Mobile per Milano, praticamente.

Arredamenti fantasiosi, non proprio “less is more” o Bauhaus, ma funzionali, anche. Dunque, segni particolari di tutte queste residenze, le migliori specifiche hi-tech dell’epoca, elettricità (qui a Herrenchiemsee solo esterna, per illuminare la facciata tipo pubblicità Paghera anni Ottanta, mentre dentro solo candele), riscaldamenti, addirittura telefoni. E scherzi e servomeccanismi per stupire gli ospiti: jacuzzi ovunque (ma quella in cui viene buttata Adriana Asti-Lila von Bulioski, incaricata di testare la virilità del sovrano e riferire al consiglio dei ministri non è qui, il palazzo non era ancora stato costruito) e, qui, una delle famose tavole magiche dei castelli di Ludwig, che come in un film di Tati si spostano con argani e carrucole al piano di sotto, con apparecchiature e sparecchiature dei servi per cenare senza il fastidio dell’essere guardati, e dopo via tutte le briciole e le seccature.

Il cibo, dice la guida, arrivava poi in carrozza, perché in questo castello non c’era cucina; “mangiava tanto!” dice poi il bambino di Bath che fa tante domande. E “tanti dolcetti” dice sempre la guida, “ecco perché aveva i denti così rovinati”; e lì però si temono altri tipi di sostanze per la rovina dentale e gengivale; però in effetti, giù nel museo del castello, ecco una famosa foto di Ludwig con cappotto bordato d’astrakan, che sarà almeno una 56, identico poi a uno stesso modello Schneider che si ritroverà in un negozio grandi taglie a Marienplatz a Monaco, tipo quelli a Roma sulla via Merulana. Anche, in una teca, tutto l’outfit di Gran Maestro dell’ordine di San Giorgio, con marsina XXXL di shantung argento e fascia di raso ton sur ton e maniche con sbuffi di pizzo, e scarpini di raso.

La trasformazione in cinghialone comincia con l’incoronazione ansiogena del 1864, e da lì in poi anche baffi a manubrio e look sempre più trucidi, e un continuo aumentare e diminuire di peso, come tutte le principesse e regine tristi. Da giovane, invece, magrissimo, occhi azzurri e ricci neri, belloccio come tutti i Wittelsbach, con uno sguardo anche sognante e speranzoso per l’avvenire. Tante foto in bianco e nero col fratello Otto, internato già a vent’anni, e tanto merchandising in vista del farlocco matrimonio che Sissi aveva orchestrato a Ludwig con la di lei sorella Sophie: dunque, come per i royal wedding moderni, tutta una filiera di monete commemorative, vasi vasellame urne centrotavola e pergamene con l’effigie della coppia reale, tutti già pronti, poi evidentemente ritirati dal mercato.

E in una grande foto di famiglia con tutti i Wittelsbach, a sinistra il ramo regale e principesco con il papà Massimiliano II e la mamma Maria di Prussia, e Ottone di Grecia, mentre a destra il ramo poraccio dei “duchi in Baviera”, i cugini un po’ di campagna con la duchessa e mamma di Sissi, Ludovica, con scucchia, a cui non riesce il colpo gobbo di piazzare un’altra figlia sul trono, dopo averne già installata una a Vienna, inopinatamente. Questa Sophie, invece, abbandonata sull’altare, sempre più depressa man mano che passano gli anni: qui c’è tutto il suo fotoromanzo, tipo Chi: faccia lugubre in una foto ancora zitella, poi invece raggiante nella foto ufficiale del fidanzamento del 1867 con espressione Kate Middleton (“amo svortato”), ma poi invece lui la accanna e già nel 1868 fa una festa per la Zarina di Russia, un’altra che Sissi gli vuole piazzare per ammogliarlo controllandolo, tipo Camilla Parker Bowles con Diana (ma la zarina non è mica scema, gli fa mandare in regalo due tavolini di malachite che si vedono a Linderhof, e tanti saluti, forse nessuna voglia di trasferirsi in Tirolo, forse ha mangiato subito la foglia).

Poi, sempre nel museo, altri arredi e suppellettili non minimaliste: uno scrittoio con cigni argentei al posto delle gambe e tanto mobilio barocco e barocchetto, e drappi neri e blu, da scenografia di Gomorra o da design Casamonica; bicchieri e calicini di cristallo con la corona chiusa dei Wittelsbach e posatine con cucchiai con la data 1867, tutto scampato alle razzie dei servi e scompagnato; piatti blu e oro col re sole e il motto “l’état c’est moi” e ‘le roi gouverne par soi même” e un servizio da dodici con riprodotti sul manico i diversi castelli. Cigni ancora pochi, solo su certi spiedini argentei per arrosti succulenti; ma il trionfo della mania del volatile avviene naturalmente a Neuschwanstein (letteralmente, “nuova contrada del Cigno”), tutto dedicato all’amico Wagner e alla sua opera a partire dal Lohengrin, appunto il cavaliere del Cigno figlio di Parsifal; per ora, qui nel museo, bozzetti e maquette originali del Lohengrin, dell’Olandese volante, del Tannhauser, di Tristano e Isotta, e il capanno del primo atto della Valchiria poi fatto costruire a Neuschwanstein e bombardato nel ’45 dagli alleati, che nel film di Visconti è teatro di briefing e brainstorming tra il re e i suoi servi più palestrati.

E poi i rendering e modello ligneo in scala 1;100 del teatro per il festival wagneriano mai realizzato sull’Isar, colossale, con gran ponte a cinque arcate sul fiume, in stile barocco piemontese con facciata convessa a doppia arcata, tipo Stupinigi o San Pietro rigirati.

Ma ecco lui, Richard Wagner, eccolo qui, in foto, veramente identico a Howard Trevor sempre nel Ludwig viscontiano, con la maîtresse e poi moglie Cosima von Bülow, figlia di Franz Liszt; ed ecco i famosi doni del monarca bavarese, un portalettere di velluto blu con un gran cigno tra girali d’acanto e d’alloro che conserva tutte le lettere dell’amato, e poi orologi d’oro e smalto con dediche del sovrano; e i due busti, del re e del compositore, uno accanto all’altro. E però anche con Wagner va malissimo: il popolo bavarese insorge contro le spese pazze per i teatri e per il mantenimento del Maestro, si rischia il precedente del nonno Ludwig primo, esiliato per la storia con l’avventuriera irlandese Lola Montez, dopo averla piazzata in una villa tipo Uber-Olgettina, facendola per di più contessa di Landsfeld.

Dunque le depressioni e le urbanizzazioni. Come tante personcine deluse dalla vita, Ludwig si rifugia nel rinnovo dell’arredo: ecco dunque i bozzetti e progetti instancabili di sempre nuove dimore; un ultimo castello, sempre più arroccato, sempre più in alto, di fronte a Neuschwanstein, un vero nido delle aquile, a Falkenstein… E qui, progetti e planimetrie già approvate e facciate e prospetti, che però cambiano in continuazione, da piccolo maniero minimalista e gotico a un delirante castellone Disney con interni bizantini e la camera da letto-cappella con letto sull’altare, facendosi prendere la mano dagli architetti, in un delirio accumulativo di aquile, pavoni, cortili e terrazze e pinnacoli e capitelli più che a Neuschwanstein (e lì, progetti e bozzetti che passeranno poi direttamente dall’archivio Wittelsbach alla Disney per il castello della bella addormentata).

Però non si capisce veramente perché Ludwig, giovane, re, anche molto liquido, non facesse un poco come tutti, sposando una contessa o duchessa o zarina per poi generare un erede e vivere da cattolico molto adulto con scudieri e palafrenieri e stylist: Visconti suggerisce l’influenza di un pessimo prete – padre Hoffmann, impersonato da Gert Frobe, il Goldfinger di 007 – che di fronte alle turbe del giovane sovrano invece che mondanamente assolverlo, gli dice: giura, giura, che le brutte cose non le hai mai fatte e mai le farai!, ingenerando nel re infelicità e confusioni, come quella tra il letto e il trono (riuscendo malissimo in entrambi i settori, forse).

Neuschwanstein, allora: lì, via dal Chiemsee, il più grande lago della Baviera, è esattamente come il lago d’Iseo, scuro, e inquietante, delle nostre infanzie tristi; e tutto a un tratto si capisce questo entusiasmo esagerato germanico per il nostro Gardasee, e mentre si teme d’aver perduto l’ultimo battello un signore della vicina Ratisbona si commuove quando gli si nominano nomi mitici come “Desenzano” e “Sirmione”; non si entusiasma invece quando gli si accenna al papa di Ratisbona; lì anzi fa degli “ehm, ehm, I’m protestant”, e per far conversazione sul molo deserto e terrifico, mentre un cartello indica una mostra sui Pipistrelli da qualche parte sull’isola, non rimane contento neanche quando gli si dice qualcosa per pura cortesia su Gloria Thurn und Taxis, della dinastia ratisbonese inventrice delle poste e delle macchine a tassametro, famosa “punk prinzessin” spesso a Roma; mentre completa damnatio memoriae è su Paul von Thurn und Taxis, aiutante da campo del re Ludovico, co-protagonista di storiche Brokeback Mountains tra queste alpi, poi fatto sposare d’imperio e allontanato da Corte, e bruciate tutte le lettere d’amore tra i due per volere della famiglia tassinara-principesca.

Basta. per salire a Neuschwanstein si fa la stessa strada ripida percorsa dai ministri di Stato quando vanno su ad arrestare Ludwig nel 1884: e forse è addirittura riscaldata, perché nonostante siamo sotto la neve non un fiocco si deposita su questa stradicciola dove con sovrapprezzo si può salire in carrozza. Ai lati della carreggiata, perfettamente inclinata per favorire i deflussi, canaline di scolo laterali ricoperte di sanpietrini, forse citazione romana del vecchio Ludwig I, amante dell’Italia, che abitò e possedette la villa Malta accanto alla Villa Medici al Pincio (oggi sede di Civiltà Cattolica, e il papa Benedetto XVI, quando seppe: ” mein König, mein König”, il mio Re!). E tombini perfettamente sgombri, senza intermediazioni di terre di mezzo e mafie capitali. Cinesi in maggioranza i visitatori, con nuovi ceti medi asiatici che vanno su o giù con Ludwig riprodotto sul loro tazzoni nell’offerta mug più vin brûlé o mug più caffè più fetta di torta, 5€, dove la tazza è certamente prodotta nelle loro Shanghai o Shenzen, e però sono soddisfattissimi, costa meno di un braccetto per il selfie.

Il torrione principale sembra un minareto, tutto ha l’aria nuova e plasticosa, sembra il castello dei Playmobil che si aveva da piccoli: è stato ristrutturato nel 2013, e dentro è puro Harry Potter: toni scuri e boiserie lignee e bifore; al primo piano, le stanzette della servitù con lettini e seggioloni intagliati, poi vestiboli con gran tende di broccato e affreschi di tutta l’epopea wagneriana, e un grande cigno di porcellana a grandezza naturale: poi la grande sala del trono bizantina col decoro dei dodici apostoli, e i sei Re Santi (però il trono manca anche qui, come nelle altre residenze; era stato ordinato ma non consegnato a tempo, prima della deposizione. E però ordinarlo per ultimo, un trono, dopo i catini e gli stuoini, per un re è un bel lapsus).

La camera da letto, qui piccolissima, una Westminster in miniatura, con un baldacchino di legno scuro su cui fioriscono siepi di pinnacoli neogotici, come fogliame impazzito di quell’insalatina riccia che da queste parti ti danno dappertutto con lo stinco o lo schnitzel. Si capisce però subito che, a differenza degli altri castelli, qui il re abitava volentieri: spessi tappeti a pavimento, il suo riscaldamento centralizzato funzionante, un telegrafo e addirittura un telefono per seguire gli affari di Stato (più plausibilmente, per chiamare su attori o provviste da Monaco); tante stufone di ceramica architettoniche che paiono Memphis o Alessandro Mendini; e però soprattutto questa vista, che pare Böcklin e il Nome della Rosa e Wes Anderson: cime altissime innevate, candide; e sotto laghi nero-inchiostro, e abeti bianchi e neri, col sole che illumina un ponticello vertiginoso e inquietante lontano, non a caso intitolato alla madre, l’odiata Maria di Prussia, e l’altro castello di Hohenschwangau, dove Ludwig passava le estati piccino, e tutt’oggi residenza privata dei Wittelsbach. Unico castello a non avere le bandiere a mezz’asta, in questi giorni di lutti. Invece qui il vessillo di Baviera sventola al sommo, i Wittelsbach son forse islamofobi o forse non guardano la televisione, magari non sono aggiornati sugli eventi.

Poi, in uscita, i meravigliosi locali della servitù, con soffitto a volta e cucinona già a isola e penisola con top in marmo e lavello colossale scavato e rubinettone da chef come nelle migliori Bulthaup costose d’oggi, perché la casa signorile si vede dai cessi e dalla cucina, si sa; poi soprattutto un office per il personale con vetrine e vetrinette per stampini d’argento a forma di pesce, di corona, ovviamente di cigno, per tortini e gelati e aspic e budini e pâté molto elaborati (e un cartello avverte: “a Neuschwanstein si riceveva ai massimi livelli”), e poi uno stupendo ufficetto del capocuoco con scrivania e menu d’epoca per cene e cenette, con corona Wittelsbach e menu stampato in francese, e libri di ricette tipo Escoffier, e lettino con copriletto originale con decoro a cigno; e insomma una meravigliosa Downton Abbey tirolese metrosexual, si potrebbe farci un film o una serie, forse.

Anche una filiera diffusa alimentare e a chilometri zero, qui intorno: con un hotel Schlosskrone a Füssen che espone foto in bianco e nero di antichi pasticceri di meringate a forma di castello di Neuschwanstein, tra Wittelsbach minori, Sissi, e la Regina Margherita, mentre non c’è Umberto I, forse in giro con un’amante Krupp come in “Divertimento 1899” di Guido Morselli, cinepanettone su reali italici su e giù per le Alpi, (ma allo shop di Neuschwanstein, soprattutto, altre agnizioni; tra cigni di peluche e pop-up e boccali e magneti, ecco un grande puzzle di quelli difficilissimi, è lo stesso Neuschwanstein dei terribili Ravensburger insolubili).

Cigni veri, e cattivi, invece, a Linderhof, il castello prediletto, e il più piccolo. Un villino del miglior barocchetto bavarese di metà ottocento in una vallata vicino Garmisch, che però sembra il rione Ludovisi o la ex Luiss sulla Nomentana. Attorno, il solito distretto turistico, con negozio di souvenir, bancomat, forneria di brezel e appfelstrudel e friggitoria di bratwurst, che qui offre però seggioline con copertina di pile tipo arena Nuovo Sacher. Una facciatina che sembra dell’architetto Brasini, con ricca balconata dorata e il monogramma reale sorretta da cariatidi, e le sue grandi portefinestre con le sue tende a pacchetto e sopra oblò tondi da casinò balneare. Anche qui, come negli altri castelli, manutenzioni implacabili, cancelli e cancelletti e tornelli efficienti per il pubblico, e un popolo bavarese fiero del suo re e soprattutto del pil generato sul lunghissimo periodo.

Qui, al pianterreno, un vestibolino con un soffitto di tre metri scarsi, col motto dorato “nec pluribus impar”, prima di una successione e infilata, al primo piano, di salottini rosa e lilla e oro, salette da pranzo coi soliti tavolini automatizzzati, una stanza della musica con pavoni di porcellana a grandezza naturale, da mettere fuori dalla porta a segnalare se il Sovrano è in sede, come lo stemma geometrico sul Quirinale inventato da Cossiga.

E poi la solita fantasmagorica camera, adesso di 100 metri quadri, con definitivo Letto di Stato, e dipinti alle pareti di vestizioni e risvegli del Re Sole. Ma, downstairs, una porta segreta di finto marmo interdetta al pubblico vede maestranze intente a restaurare un nuovo bookshop. E la audioguida è un piccolo stereo Grundig o Philips collocato nei camini finti e spenti di ogni stanza, e una frau corpulenta fa partire col telecomandino (tac!) una diversa traccia in ogni ambiente, che spiega non solo e non tanto tutti i ritratti della Pompadour e della Du Barry e della Montespan, ma soprattutto sparge notazioni deliziose e protettive registrate delle medesime frauen che presidiano il villino, con colpetti di tosse e tutto.

Messaggi materni ed essenziali da badanti affezionate: “essendo di grande statura, il letto del re ha una lunghezza di due virgola quaranta metri”; e “il re era molto di bell’aspetto, nonostante questo non si sposò mai” e “morì misteriosamente nel lago di Starnberg”; e poi il cd nel caminetto dice il numero esatto di tesserine dei mosaici, e tutte le lunghezze dei finti arazzi Gobelins, e poi i tessuti delle tende e i nomi e le provenienze di tutte le ricamatrici e le merlettaie e i vetrai e gli ebanisti che hanno reso possibile tutto ciò, e probabilmente sono i bisnonni e trisavoli di questi che lavorano qui adesso. E tutti insieme, tra bratwurst e finti arazzi e tazze made in China, gli vogliono ancora un gran bene, al loro re disfunzionale. E si capisce: e che Ludwig-nostalgia, e che voglia di rifugiarsi qui, subito, quando su un mesto volo di ritorno Lufthansa diretto a Fiumicino e dirottato poi a Ciampino, allarmi e isterismi-bomba riportano subito nell’Europa infelix delle recessioni e delle sottomissioni.

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Denny Fouts, l’homme fatal https://minimaetmoralia.it/letteratura/denny-fouts/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/denny-fouts/#comments Wed, 21 Jan 2015 15:59:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25066 Questo pezzo è uscito sul Foglio. (Fonte immagine)

Il mantenuto più famoso del Novecento: è sepolto a Roma. Nel cimitero acattolico della Piramide Cestia, il più elegante della città, forse dell’occidente; alla vigilia di Natale, ragazze bionde con grandi sciarpe écru depositano roselline su piccole lapidi liberty con nomi di nonne tedesche circondate da basse siepi di bosso; qualcuno ha messo due bastoncini d’incenso su una lapide russa; il profumo si sparge nell’aria; un annuncio in tre lingue, sommesso, con sottofondo d’archi, indica che quasi è l’ora di chiusura: niente di vagamente comparabile con cimiteri popolari tipo Verano; ed è giusto così per Denham Fouts (1914-1948), che visse lussuosamente nel mondo e si spense a Roma, a trentaquattro anni, dopo aver fatto spasimare un paio di regnanti, tutti gli scrittori un po’ gay del mondo libero, e pure qualche ereditiera americana.

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Il mantenuto più famoso del Novecento: è sepolto a Roma. Nel cimitero acattolico della Piramide Cestia, il più elegante della città, forse dell’occidente; alla vigilia di Natale, ragazze bionde con grandi sciarpe écru depositano roselline su piccole lapidi liberty con nomi di nonne tedesche circondate da basse siepi di bosso; qualcuno ha messo due bastoncini d’incenso su una lapide russa; il profumo si sparge nell’aria; un annuncio in tre lingue, sommesso, con sottofondo d’archi, indica che quasi è l’ora di chiusura: niente di vagamente comparabile con cimiteri popolari tipo Verano; ed è giusto così per Denham Fouts (1914-1948), che visse lussuosamente nel mondo e si spense a Roma, a trentaquattro anni, dopo aver fatto spasimare un paio di regnanti, tutti gli scrittori un po’ gay del mondo libero, e pure qualche ereditiera americana.

La leggenda di Denny Fouts vorrebbe che fosse sepolto al Père Lachaise, ma lui è qui. Qui, tra i resti mortali di famosi massoni, principesse russe dai cognomi improbabili, il figlio di Goethe, aristocratici siciliani dai predicati sospetti, e tanti di quelli che si sono persi, e ritrovati non a San Francisco, come da celebre massima wildiana, ma a Roma. Oscar Wilde sosteneva che l’Acattolico è il vero luogo divino di Roma, non San Pietro; e qui riposa, oltre a Gramsci e a Yeats e a Shelley, anche Denny, una delle incarnazioni più plausibili del mito della giovinezza perenne e un po’ mortifera alla Dorian Gray. La lapide sobria recita solamente: “Louis Denham Fouts; 16 dicembre 1948”; nessuno dei visitatori sommessi natalizi potrebbe sospettare che l’adolescente più amato del Secolo Breve si nasconda sotto questa piccola pianticella di melagrana, tra i famosi gatti di Piramide.

Era stato “il prostituto più caro del mondo” secondo Christopher Isherwood; “il miglior mantenuto del mondo” e “la persona più affascinante che io abbia mai visto” per Truman Capote, che lo cristallizza tra i protagonisti del suo “Preghiere esaudite”; “l’homme fatal” per Gore Vidal, che lo mette nel suo “Giudizio di Paride” e in altri racconti. Neanche Lola Montez, la escort irlandese che aveva fatto perdere un regno a Ludwig I di Baviera, ha generato tanta narrativa. Lui non faceva perdere regni, ma rendeva più piacevoli le vite terrene di tanti signori ammogliati, con corona o senza: Truman Capote, Christopher Isherwood e Gore Vidal, appunto, ma anche Somerset Maugham, Paul Bowles, Cyril Connolly; e poi re Paolo di Grecia, lord Mountbatten, Paolo di Yugoslavia, Jean Marais, lo Scià di Persia. Addirittura Hitler – ma qui siamo forse alla leggenda: “Se Denny avesse ceduto alle sue avances, forse non ci sarebbe stata la Seconda guerra mondiale”, secondo Capote, che pure inventava parecchio.

“Sono stato una puttana omosessuale di spettacolare successo”, dice il protagonista della novella di Isherwood “Paul”, che poi è chiaramente Denny. E “avevo un talento: il sesso. Ero davvero bravo in quello. Ogni tipo di persona impazziva per me, e questo mi eccitava – anche quando li trovavo totalmente non attraenti, cosa che accadeva spesso”. L’autore di “Addio a Berlino” venne nel 1955 a omaggiare il suo vecchio amico a Piramide; e nei suoi diari descrive Fouts come “Dorian Gray che riemerge dalla tomba”. Casualmente c’è qualcosa di cimiteriale anche nella presentazione di Paul-Denny: “La prima volta che posai gli occhi su Paul, quando entrò al ristorante, notai la sua andatura stranamente eretta, pareva quasi paralizzato dalla tensione. È sempre stato snello, ma allora pareva magro e vestiva come un adolescente. Sapendo che si stava ormai avvicinando ai trent’anni, questa ostentata giovinezza aveva un effetto un tantino sinistro, come qualcosa di miracolosamente conservato”.

Oggi Denny all’Acattolico è anche in coabitazione: secondo gli angelici custodi del cimitero di Piramide, i suoi resti riposano ora nell’ossario comune, tra le membra di chissà quali expats, per quanto prestigiosi, non essendo stato pagato il rinnovo trentennale della concessione; il suo coinquilino forse inconsapevole si chiama Oddone Cappellino; accanto, un professore Antonio Martines, da Galatina, Puglia.

Louis Denham Fouts era nato il 9 maggio 1914 a Jacksonville, Florida, da una famiglia della buona borghesia del sud, e non, come nelle “Preghiere esaudite” di Capote, garzone nella panetteria del padre. Nell’opera capotiana il piccolo Fouts viene rimorchiato da un “grassoccio miliardario al volante di una Duisenberg decappottabile nuova di zecca e fabbricata su ordinazione”; è un magnate della crema abbronzante, che compra ciambelle nella bottega paterna e se lo porta via, verso l’Europa e i lussi. In realtà il Bildungsroman di Fouts è più manniano e meno pasoliniano: secondo una biografia che prende a titolo la definizione capotiana – “Best kept boy in the world”, di Arthur Vanderbilt (Riverdale Avenue Books), il miglior mantenuto del mondo ha un nonno presidente di una ferrovia locale, e l’altro fondatore di una Atlantic National Bank. Il padre, laureato a Yale, è funzionario nella banca del suocero. Il giovane Denny non fa ciambelle, ma viene spedito prima a Washington poi a New York a lavorare nel supermercato di un parente; qui però si accorge subito che il suo potenziale non sarà valorizzato abbastanza nella grande distribuzione organizzata.

Un aspetto angelico, in grado di ossessionare uomini e donne, che si girano per strada. Soprattutto un’aura da puer aeternus in grado di turbare uomini e donne.

Per Gore Vidal, che come al solito se la tira, e come al solito ha ragione, la bellezza di Fouts non era eccessiva, eppure c’era qualcosa: un carisma adolescenziale e un gattamortismo esistenziale ne spiegano il successo planetario; e Capote, molto più ossessionato (se avesse continuato a lavorare alle sue “Preghiere esaudite”, Denny avrebbe avuto un ruolo principale nella saga proustiana che poi uccise il suo autore): “Era l’Amato, questo il solo ruolo che poteva interpretare”.

Il puer aeternus, o twink, a New York tra gli scaffali del suo supermercato chiede informazioni sulle vocazioni: da Glenway Wescott, letterato allora molto in voga, vuol sapere “cosa bisogna fare per fare i mantenuti”; lo scrittore sorride di questa ingenuità e gli dice innanzitutto di evitare assolutamente quell’espressione, per cominciare. “Pensa piuttosto a qualche materia che vorresti studiare, e poi chiedi a qualcuno di finanziarti”. Non si sa se il giovane Fouts abbia seguito il consiglio, ma di sicuro da qui in poi comincia la sua ascesa; e da qui la versione capotiana e quella della biografia di Vanderbilt si ricongiungono: il primo sponsor è un barone tedesco, produttore di cosmetici, che viene rapidamente scaricato a Berlino, di dove il giovane Fouts parte in autostop per Venezia; lì, una provvidenziale limousine greca lo soccorrerà, fino a un porto e a uno yacht (ci sono molti yacht nella parabola di Denny). Il tycoon però dev’essere noioso, e Fouts scappa con un mozzo adolescente di bordo, dopo aver derubato il suo ospite, e col ricavato si stabiliranno in una suite al Quisisana di Capri.

Qui, abiti da sera e champagne, nella migliore oleografia caprese; ma i soldi finiscono in fretta e a un certo punto il direttore chiama i carabinieri; e proprio mentre è in corso l’arresto, si ode una voce: “Giù le mani da quel bel giovane. È mio!”. Secondo la leggenda e i biografi, dice proprio così lord Tredegar, figlio del primo visconte Tredegar e di una Carnegie, dunque immensa ricchezza, le migliori eccentricità britanniche e “il bambino più viziato d’Inghilterra” secondo Aldous Huxley, suo istitutore privato. Tredegar diventa il passe-partout per Fouts nel jet set (non ancora chiamato così, scarseggiando i velivoli) internazionale; alle sue feste a Tredegar Park, nel Galles, sono ospiti fissi la marchesa Casati, Yeats, G. K. Chesterton, lord Alfred Douglas, che aveva da poco fatto carcerare il povero Oscar Wilde; e George Bernard Shaw.

Denny viene incorporato nell’arredamento di Tredegar Park, tra i canguri ornamentali che il lord utilizza per intrattenere gli ospiti, e allevamenti di uccelli dei più strani; oltre all’immancabile pappagallo che il visconte tiene su una spalla. Tredegar era amico dei nazisti e nel Dopoguerra sarà poi una spia al servizio dell’MI-5; “aveva il passaporto del Vaticano e una grossa valigetta con uno stemma più elaborato di quello della regina d’Inghilterra”, testimonia Gore Vidal nel classico “Truman Capote” di George Plimpton appena pubblicato in italiano da Garzanti; secondo la biografia di Vanderbilt, Tredegar si era convertito al cattolicesimo soprattutto per poter indossare certe marsine elaborate: aveva fatto montare un piccolo altare sulla sua Rolls Royce ed era partito per il Vaticano, dove era riuscito a farsi nominare cameriere segreto di cappa e spada di Benedetto XV e poi di Pio XI. “Era un omino simile a un uccello; forse perché sua madre, lady Tredegar, aveva costruito il nido d’uccello più grande del mondo, è ancora visibile a Tredegar Park” (sempre Vidal).

A una serata a Tredegar Park, Fouts conosce quello che sarà poi il suo protettore più araldico, il principe (poi re) Paolo di Grecia. Papà di Costantino e di Sofia di Spagna (molto contestata infatti per certe sue uscite antigay, da manifestanti esperti sulla sua genealogia), era esiliato a Londra e non si era ancora sposato con Federica di Hannover; sotto falso nome lavorava in una fabbrica di motori di aerei nella City. I due partono subito per una famosa crociera nell’Egeo, e Paolo, una volta re, resterà in contatto tutta la vita con Denny. “Ci siamo molto divertiti, prima che dovesse sposare Federica. Vivevamo insieme” (dice Fouts a Vidal). Secondo Capote si fanno fare un tatuaggio uguale a Vienna (“un piccolo emblema azzurro sopra il cuore”). E Vidal, ancora: “Una sera leggiamo sul Paris Herald che re Paolo ha la polmonite”, e Denny dice: devo scrivergli un telegramma. L’indirizzo è Palazzo Reale, Atene, naturalmente, e subito arriva la risposta, il re dice che è tutta un’esagerazione, e che bellezza sentirlo, e perché non si è fatto sentire prima, e tanti baci.

Attorno a Denny girano poi una serie di personaggi diversamente altolocati; lord Mountbatten, ultimo viceré d’India, zio di Filippo di Edimburgo, padrino del principe Carlo, poi fatto brillare dall’Ira nel 1979; Paolo di Yugoslavia, e lo Scià di Persia. Si contendono e scambiano il giovane Fouts in un giro molto allegro e internazionale di signori ammogliatissimi e moderni.

“Una Bloomsbury ma con le corone”, secondo Gore Vidal: “tutti allegramente bisessuali”; e “tutti si sposavano”. Anche alcune ereditiere aspirazionali vogliono provare a tutti i costi il toy boy ormai status symbol che piace alla gente che piace: sono gli anni in cui Doris Duke e Barbara Hutton pagano un milione di dollari per verificare di persona quanto si dice attorno alla dotazione XXL di Sua Eccellenza Porfirio Rubirosa, ambasciatore della Repubblica Dominicana, e unico in grado di competere in dimensioni con lo Scià di Persia (però che politiche estere divertenti, allora).

Ma per Fouts sta arrivando l’utilizzatore finale più amato, quello senza corona ma che gli sarà accanto, sebbene spesso in assenza, per tutta la vita. Peter Watson, figlio dell’inventore inglese della margarina moderna, “non era solo un ricco finocchio, ma – alla sua maniera sommessa, intellettuale e sardonica – uno dei più begli uomini d’Inghilterra” (sempre Capote). Collezionista e mecenate, per dissipare onorevolmente la fortuna paterna Watson aveva scelto una delle vie più tradizionali, quella di finanziare un giornale sofisticato; era nata così Horizon, la rivista letteraria più importante dell’epoca, diretta da Cyril Connolly, e con Stephen Spender come editor; nella cui breve vita (1940-1949) pubblicarono tra gli altri Henry Miller, George Orwell, Virginia Woolf.

“L’ambiente di Watson fu costernato quando il loro amico, di solito piuttosto rigoroso, che aveva sin qui mostrato un normale interesse per semplici marinai, si infatuò del famigerato Denny Fouts, un ‘playboy esibizionista’, un drogato, un americano che parlava come se stesse continuamente masticando una libbra di granoturco dell’Alabama”, sempre secondo Capote; ma probabilmente non c’è niente di vero in queste parole (Isherwood ricorda una più plausibile “parlata peculiare, un misto di accento del sud e di pseudo-inglese di Oxford parlato dalle élite europee, probabilmente la gente con cui era stato a contatto negli ultimi anni”). L’unica cosa assodata è la droga: cocainomane, oppiomane, eroinomane, Fouts aveva cominciato a drogarsi probabilmente tra i pappagalli di lord Tredegar, e negli ultimi anni di vita assomiglierà sempre più a un sontuoso adolescente vampiro, cercando continuamente un ago, un cucchiaio o una pipetta per l’oppio, uscendo di casa soltanto di notte, vivendo praticamente a letto.

In realtà, a essere costernato dall’arrivo del puer floridiano fu soltanto Cecil Beaton, il fotografo corteggiatore indefesso di Watson e da lui sempre tenuto a distanza e poi accannato definitivamente in favore del mangiatore di granturco. La storia d’amore tra Beaton e Watson è interamente raccontata in “Preghiere esaudite”, sebbene a chiave: lì Beaton, trasfigurato in un giovane aristocratico sospirante, viene imbarcato su una crociera di spasmi con Watson (quante crociere, all’epoca), che lo fa dormire con sé senza concedergli nessunissima prova d’amore, e da profumiera annoiata e perfida “non permettendogli mai né un bacio né una carezza”; il poveretto annota tutto nei suoi diari, e prima “lo amo”, e poi “è un bastardo! lo odio”, come su un Facebook o WhatsApp qualunque oggi. “Watson era innamorato della crudeltà di Denny, perché riconosceva l’operato di un artista superiore” per Capote, mentre per Vidal è “un uomo interessante, alto, perverso. Uno di quei complicati gay inglesi che di solito finiscono negli alti gradi dell’esercito, perché non aveva bisogno di fare nulla. In realtà non vedeva Denny molto spesso, perché non sopportava le droghe eccetera. Quella vita era troppo per lui. Però continuava a pagargli l’appartamento e a dargli una mano”.

Fouts e Watson si stabiliscono a Parigi in questo famoso appartamentone a rue du Bac (al civico 33 secondo Capote, al 44 secondo gli altri biografi); lì, stabile come si conviene di prestigio, sei persone di servizio, e una collezione anche imponente tra cui De Chirico, Klee, Miró, un’enorme “Ragazza che legge” di Picasso che finirà nelle mani di Denny. Quando sono in buone, i Watson-Fouts si vedono spesso con Paul Bowles. Lo scrittore di “Tè nel deserto” nelle sue memorie ricorda come Denny si divertisse a tirare con l’arco dalla finestra, con frecce-molotov intinte d’alcol, fiammeggianti sui passanti. Per il resto, un normale ménage come se ne conoscono tanti, del migliore Visconti-Berger: quando è arrabbiato Denny si butta con la Rolls Royce nella Senna, uscendone all’ultimo momento. Oppure parte per Atene, dove il monarca gli tiene prenotata una suite all’hotel Grande Bretagne, e Denny fa telefonare a palazzo reale, e si fa passare il re, e gli dice di mandargli giù “due valletti dei vostri, con quei famosi gonnellini, e portar giù della roba da fumare”.

Quando i nazisti arrivano a Parigi, Denny scappa in California, dove farà amicizia con Isherwood, che è lì a fare delle sceneggiature per Hollywood e a studiare buddismo. I due si conoscono a pranzo nel 1940, con Isherwood che dirà la famosa frase: sono a pranzo col prostituto più caro del mondo, e all’inizio lo odia, venendo disturbato dall’adolescente tossico nel suo tran tran di meditazione e verdure biologiche. Però poi naturalmente se ne innamora un po’, come in uno dei più classici plot – l’auto-segregato disturbato da un essere giovane portatore di casini e vitalità; per qualche mese sono inseparabili. Vivono insieme a Santa Monica, fanno yoga, mangiano verdurine, fanno lunghe passeggiate. Alla fine Isherwood ne tira fuori un racconto, e nei diari ammette che con il suo prostituto passa “uno dei periodi più belli della mia vita”: “Ho capito sempre più le sue qualità da geisha. Lui sa davvero come dare piacere, come rendere la vita di ogni giorno più decorativa, come godere delle piccole cose”.

Poi Denny si fa arrestare come obiettore di coscienza, finisce in un campo di prigionia per disertori americani; tornerà in Europa solo nel 1946. Torna a rue du Bac con un grande cane da pastore nero, Trotsky, preso in California, e Watson gli organizza una grande festa di bentornato, salvo poi sbroccare perché arrivano tutte le marchette di Parigi. Denny è ormai una specie di Ludwig nei giorni del disarmo: dorme tutto il giorno; sul suo letto, un ritratto del bonazzo mitologico Adone a grandezza reale del pittore russo Tchcelitchew; sul letto, le pagine dei quotidiani con le quotazioni di Borsa; vari telegrammi di Paolo di Grecia; al tramonto attacca la prima pipa di oppio e poi esce, va nei locali intorno alla Bastiglia; a volte in frac, altre, se non ha voglia di vestirsi, direttamente in pigiama. E ha sempre meno voglia di vestirsi. Spesso si addormenta nei locali. Comincia a circolare il soprannome: The Beautiful Sleeping Beauty. Una sera il gestore di un night, vedendolo in pigiama di seta al suo ristorante, lo crede artista e gli chiede come si chiama il suo spettacolo; risposta: “La vie”, la vita.

Questo lo racconta un altro amante del tempo, Michael Wishart, pittore all’epoca diciassettenne, un protetto (insieme a Lucian Freud) di Watson, che racconta tutto nel suo libro di memorie “High Diver” (1977). Wishart si innamora naturalmente subito, ma scopre presto di dover condividere Denny non solo con lo sponsor Watson, ma anche con Gérard, sedicenne marinaretto bretone. A Fouts del resto piacciono solo gli adolescenti: anche Watson lo conferma. “Sessualmente, è solo una cosa tecnica per lui. È fermo ai suoi sedici anni, e resiste a ogni tentativo di crescere”. E Vidal: “Con gli adolescenti dava il meglio di sé: ma del resto era uno di loro”. E Denny, tra reali e tycoon e produttori di margarina, alla fine vagheggiava solo mitologie narcisistiche in senso letterale, col rispecchiamento pubescente, e “quelle notti sotto le stelle in cui mi scopavo il mio bellissimo fratellino piccolo, a Jacksonville”.

Negli ultimi mesi parigini, nella discesa agli inferi oppiacea, arriva a Parigi Capote (ventiduenne). Nella finzione romanzesca di “Preghiere esaudite”, il narratore riceve da Denny un biglietto di prima classe sul Queen Elizabeth e una lettera: “Caro signor Jones, i suoi racconti sono splendidi. Come il ritratto di Cecil Beaton. La prego di venire qui come mio ospite”. Nella realtà, pare che Fouts avesse mandato una sola parola, “come”, “vieni”, e un assegno in bianco (dunque gli amici: appena andrà in banca, scoprirà che è scoperto, e se ne tornerà a New York). A colpire Denny era stata la quarta di copertina di “Altre voci, altre stanze”, l’opera prima di Capote, con una foto dell’autore in posa minorile-zozzetta, e non di Beaton. Nella finzione, Capote-Narratore e Denny diventano amanti, vivono insieme alcuni mesi a Parigi, e Denny accetta di sottoporsi a un rehab e avalla addirittura progetti di ripartenza coniugale per gli Stati Uniti, con lo strano proposito di acquistare una pompa di benzina, e l’autocandidatura a casalinga provetta in grado di preparare tanti mangiarini “mentre tu scriverai racconti” (mah). Nella realtà, Capote rimane solo alcuni giorni a intervistare Denny, sufficienti per far scattare fondamentali proiezioni: sono entrambi del sud, ma Denny oltre a essere nato ricco e senza complessi, vive della sua bellezza fisica, osannato da reali e scrittori, mentre Capote per farsi amare dallo stesso jet set deve fare l’istrione accaventiquattro, e “se non avessi fatto lo scrittore sarebbe piaciuto anche a me fare il mantenuto. Ma nessuno me l’ha mai concesso, se non per una settimana al massimo”.

Il finale è univoco, e appartiene più ai referti di polizia che alla letteratura. Denny viene trovato morto il 16 dicembre 1948 in una pensione Foggetti in via Marche, Roma. Gli ultimi mesi a Parigi erano stati insostenibili, con Watson impoverito dalla guerra e stufo degli sbrocchi dell’amato, che smette di pagare la pigione; inoltre c’erano stati problemi tra droga e minori e condòmini scontenti. Dunque, pare su consiglio di Gore Vidal, Denny era partito per Roma (la droga costa poco e sui pischelli la questura chiude un occhio). A dare la notizia della morte è Bernard Perlin, artista e illustratore, che abitava nella stessa pensione e nei giorni precedenti era stato a visitare Denny, trovandolo a letto, cadaverico, immobile, col suo amante dell’epoca, Tony Watson-Gandy, asso dell’aviazione britannica, che gli toglieva la sigaretta di bocca per gettare di volta in volta la cenere. La pensione Foggetti (nella biografia di Vanderbilt, “Foggette”, così come la Piramide è di “Caio Sestio”) era una modesta struttura su nel Quartiere Ludovisi, tra via Veneto e le mura Aureliane, oggi zona di ristoranti che si chiamano tutti per nome (Andrea, Giovanni), di vecchie macellerie e pasticcerie e signorilità internazionali mai più riprese dopo la cosiddetta Dolce Vita. Un palazzetto a cinque piani umbertino col suo bugnato color crema, un portone di legno ben tenuto, le sue maniglie d’ottone lucidate. Era una “casa di prim’ordine”, come indica una cartolina pubblicitaria d’epoca che si è fortunosamente reperita.

“Quartiere Ludovisi, posizione incantevole, con veduta sulla Villa Borghese, il più alto ed il migliore posto di Roma, aria saluberrima”, sempre secondo il marketing anni Quaranta. Si fa un sopralluogo, quella che era un tempo la pensione Foggetti è oggi un hotel “a gestione famigliare”, ben tenuto; nessuno ha memoria dell’adolescente che qui morì nel 1948. Il vecchio proprietario ricorda di aver rilevato l’albergo negli anni Settanta, e che anticamente, a cavallo della guerra, era luogo di prostituzione per ufficiali tedeschi, con cinque camere e una scritta, “Zimmer”. Dopo una vita di sfolgoranti lussi Denny verrà trovato riverso qui, nel bagno di una di queste cinque camere crepuscolari. L’autopsia scoprirà poi una malformazione cardiaca, che avrebbe potuto procurare la morte in qualunque momento. Capote sostiene beffardamente che sia stata l’improvvida disintossicazione a causare il collasso. Per Vidal, Denny “fu seppellito il giorno di Natale nel cimitero protestante di Roma. Vicino a Shelley; in buona compagnia, in definitiva”. Il giorno dopo il funerale, il 20 dicembre 1948, l’ultimo compagno, Tony Watson-Gandy, fa i bagagli e riparte per l’Inghilterra insieme al cane Trotsky. L’antico sponsor, Peter Watson, impoverito e amareggiato, scriveva mesi prima: “Quant’è terribile invecchiare: l’esperienza non dà nulla, perdi solo vecchi amici e non ne guadagni di nuovi. Non resta che essere giovani, e coltivare un elegante egotismo”.

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