Lorenza Pieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lorenza-pieri/ un blog di approfondimento culturale Thu, 03 Dec 2020 17:37:37 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lorenza Pieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lorenza-pieri/ 32 32 Washington, la capitale in cui è pericoloso partorire https://minimaetmoralia.it/interventi/washington-la-capitale-in-cui-e-pericoloso-partorire/ https://minimaetmoralia.it/interventi/washington-la-capitale-in-cui-e-pericoloso-partorire/#respond Thu, 03 Dec 2020 17:36:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47217 di Carola Mamberto e Lorenza Pieri Attraversiamo la città nel pomeriggio, è una giornata fredda e limpida, percorrendo il ponte sull’Anacostia river che ci porta nei quartieri di sud-est, ci lasciamo alle spalle la Casa Bianca, l’obelisco e la cupola lucida del Campidoglio che si staglia tra rapide nuvole rosate. Il traffico è intenso. Dall’altro […]

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di Carola Mamberto e Lorenza Pieri

Attraversiamo la città nel pomeriggio, è una giornata fredda e limpida, percorrendo il ponte sull’Anacostia river che ci porta nei quartieri di sud-est, ci lasciamo alle spalle la Casa Bianca, l’obelisco e la cupola lucida del Campidoglio che si staglia tra rapide nuvole rosate. Il traffico è intenso. Dall’altro lato del ponte c’è un’altra città, una città estremamente più povera, più pericolosa. I negozi si fanno più radi, i palazzi più fatiscenti, per le strade, solo afroamericani e quasi a ogni incrocio, c’è una macchina della polizia con i lampeggianti accesi.

Andiamo a incontrare Nandi, una giovane madre di quella zona di Washington, uno dei posti più rischiosi al mondo in cui partorire.

Sono mesi che approfondiamo il tema della salute materna, ormai anche al centro delle campagne dei candidati democratici alle prossime presidenziali: le statistiche parlano degli Stati Uniti come del Paese sviluppato con le percentuali più alte di mortalità materna e neonatale, con numeri sempre in crescita dall’inizio del millennio (secondo l’Unicef 19 madri morte ogni 100.000 nascite, contro le 2 in Italia[1] e 6 neonati morti ogni 1000 nascite contro i 3 in Italia[2]). Fra tutte le metropoli americane, Washington ha i numeri più allarmanti (39 morti materne ogni 100.000 nascite e 7,6 neonati morti ogni 1000 nascite) che si sommano a una evidente disparità razziale: il 75% delle madri e dei bambini morti per complicazioni sanitarie sono di colore.

Nandi ci dà appuntamento a Martha’s Table, una struttura di volontari dove sua figlia più grande, Madison, che ha 7 anni, fa un doposcuola. Siamo a Barry Farm, un quartiere dove lo scorso anno sono stati commessi più di venti omicidi. A parlarci di Nandi è stata Patricia Quinn, direttrice dell’Associazione di Primo Soccorso del District of Columbia (DCPCA) che ha attivato il Women’s Health Improvement Project a cui la ragazza si è prima rivolta per chiedere aiuto e con cui adesso collabora attivamente come consulente. “La storia di Nandi è una tra migliaia e non riguarda soltanto la questione della salute della donna in gravidanza” spiega Quinn, “l’iniquità vergognosa del sistema sanitario di Washington è un problema endemico, basti pensare che tra i diversi distretti, tra nord-ovest e sud-est c’è una differenza di vent’anni nell’aspettativa di vita. È chiaro che questa disparità abissale riguarda anche la qualità della vita che si ha fino quando si muore.”

È Nandi a riconoscerci e venirci incontro. È una ragazza di 28 anni alta e di naturale eleganza, tutta vestita di nero. Ha nel viso una dolcezza malinconica e nei modi una sicurezza inaspettata. La sua è una storia che potremmo definire a lieto fine, visto che lei e le sue bambine (oltre a Madison, c’è Eva Rose, di 18 mesi) sono sane e hanno al momento una sistemazione stabile, ma quello che ha dovuto affrontare – povertà, abusi, mancanza di casa, assenza di infrastrutture sanitarie, disoccupazione, pregiudizi, dipendenze – è l’eco di un grido disperato che risuona nei quartieri neri attraverso tutti gli Stati Uniti.

Ci sediamo in un angolo appartato e Nandi comincia a raccontare con voce bassa ma sicura:

“Quando sono rimasta incinta per la seconda volta stavo attraversando un periodo molto buio, di depressione, un mio collega una sera in cui avevo bevuto troppo si è approfittato di me, non lo considero uno stupro, ma non tutti la pensano così perché in effetti non ero lucida… Ho pensato di abortire ma credo in Dio e poi quando mi sono rivolta al Capitol Hill Pregnancy Center – che, non lo sapevo ma alla fine è un’organizzazione di credenti – mi hanno aiutato a desistere, ricordandomi Dio e le sue promesse… alla fine li ringrazio…”. Durante l’incontro viene fuori  anche che sua madre è sacerdotessa in una chiesa del quartiere e non avrebbe accettato l’imbarazzo di un aborto in famiglia di fronte alla sua comunità di fedeli. Nandi continua: “Ma non ero preparata a una seconda gravidanza, né mentalmente né fisicamente. Soffro di un problema addominale e provavo un dolore costante, ero sempre più depressa, continuavo a prendere peso.”

Quando le chiediamo su che tipo di assistenza abbia potuto contare ci rendiamo conto della paradossale situazione per cui in certi contesti più sei in difficoltà e più è difficile ricevere aiuto:

“Con la mia prima gravidanza era andato tutto bene, avevo un compagno, un’assicurazione, venivo seguita e visitata regolarmente. Con la seconda ero sola, senza supporto, uscivo da una relazione abusiva con il mio primo partner, ma ogni volta che cercavo aiuto mi sentivo sbattere le porte in faccia, cercavo una casa, un posto sicuro per me e le mie figlie, ma ogni volta mi trattavano come un’altra donna di colore incinta che cerca di approfittare del sistema…”.

Mentre la vita di Nandi è cambiata in peggio tra una gravidanza e l’altra, lo sono anche le infrastrutture stesse del quartiere: nel 2017, a seguito di gravi episodi di malasanità (la morte di una donna incinta obesa non monitorata, bambini nati contraendo l’Hiv da madri sieropositive per mancanza di precauzioni) il reparto di ostetricia e ginecologia dell’United Medical Center, l’ospedale pubblico del quartiere, ha chiuso. E nell’aprile 2019, nonostante l’opposizione dei cittadini e del personale, ha chiuso anche il Providence Hospital, che serviva un’altra grossa area della Washington a est del fiume Anacostia. Non che il problema non sia sotto gli occhi di tutti. Markus Batchelor, vice presidente del DC Board of Education, ha scritto in un editoriale sul Washington Post: “Come è possibile che qualcuno pensi che sia stata una buona idea chiudere l’unico reparto di ostetricia che serviva la parte più povera della città? Questa città è piena di risorse, c’è la sede dell’American college of Obstetricians and Gynecologists, ci sono le migliori scuole mediche, centri di ricerca… Se alla città importasse davvero delle famiglie che vivono a est del fiume avrebbe fatto tutto il possibile per risolvere il problema invece di mettere le madri nelle condizioni di doversi muovere per miglia, attraversare il fiume, autostrade, tunnel, il traffico su un paio di arterie principali per trovare un ospedale in cui partorire”.

È quello che è successo a Nandi, insieme a una serie di violenze ostetriche. “Ho partorito al Washington Hospital Center che è a trenta minuti di macchina da casa mia, senza traffico. Se hai un’emorragia o qualcosa di grave non c’è nessun altro ospedale nel quartiere. Quando è nata Eva Rose è stata la settimana più difficile della mia vita. Già dall’epidurale, volevano farmela fare da uno studente, io non volevo essere una cavia, ma non mi hanno ascoltata…”. Essendo l’unico ospedale con un reparto di ostetricia nel raggio di chilometri, il Washington Hospital è sempre sovraffollato.  “Quando la bambina è nata aveva dei problemi respiratori” continua Nandi “Non se n’è accorto nessuno, le infermiere mi dicevano va tutto bene, l’ostetrica aveva appena finito un turno lunghissimo e se n’è andata e poi non è più passato nessuno. Mia figlia è rimasta per due ore nella culla senza essere visitata, avrebbe potuto morire…” Quando si sono accorti che Eva Rose non respirava l’hanno intubata e portata in terapia intensiva mentre Nandi è stata dimessa in fretta il giorno dopo il parto. “Ho chiesto di poter restare in ospedale con la bambina ma mi hanno mandata via dicendo che non c’era posto neanche per le partorienti. Sono stata trattata malissimo per il solo fatto di voler stare vicino a mia figlia.” Intanto la neonata aveva bisogno di latte. I sanitari hanno spinto Nandi a ricorrere a quello artificiale e lei ha dovuto combattere per poterla allattare. “Sono andata a comprare un tiralatte e poi sono subito tornata indietro. È stata la settimana più orribile della mia vita, mia nonna doveva riaccompagnarmi due volte al giorno all’ospedale che era così lontano da casa. Io avevo ancora dei dolori addominali tremendi, non riuscivo a camminare. Nessuno rispondeva mai alle mie richieste di aiuto.” Nandi ha le lacrime agli occhi. Tutto quello che ci racconta rivela una ulteriore difficoltà, dovuta ai pregiudizi anche all’interno della sua stessa comunità, come se a una donna afroamericana far valere i suoi diritti non fosse permesso, se non con lo stigma del vittimismo. Nandi lo racconta, “le storie delle donne di Washington sono come quelle delle donne del terzo mondo. Una cosa difficile da mandar giù… ma la comunità spesso invece di aiutare ti condanna: perché sei senza un lavoro, senza una casa, senza un compagno, e magari sei rimasta incinta in queste condizioni, perché eri disperata e cercavi un po’ d’amore o sei caduta in una dipendenza. Ma se tieni il bambino sei una pessima madre, se abortisci sei una cattiva persona… Persino all’interno della mia famiglia se esternavo il mio dolore nessuno mi prendeva sul serio, dicevano che esageravo, e che comunque le nostre bisnonne erano schiave, partorivano e poi tornavano nei campi di cotone a lavorare…”. Eppure Nandi, sorretta dalla sua forza e dalla lucida consapevolezza delle ingiustizie subite, ha potuto mettere la sua esperienza a frutto per altre donne in difficoltà attraverso il lavoro con DCPCA: “Con loro è stata la prima volta che mi sono sentita ascoltata, supportata e forte, in grado di raggiungere degli obiettivi.” Con il suo team di altre donne che hanno avuto percorsi simili, Nandi gestisce una linea virtuale diretta di supporto alle madri, che include indicazioni sulle strutture sanitarie più adeguate e un progetto per sensibilizzare medici e sanitari sul trattamento delle donne di colore. “Cerco di battermi anche per il diritto delle donne di restare a casa per più di due settimane dopo il parto” aggiunge Nandi, “è assurdo che si sentano costrette a tornare subito al lavoro, il corpo della mamma ha bisogno di riposo, il bambino ha bisogno di lei… Ho sentito così tante donne che non credono più neanche che la loro voce sia importante. Non hanno tempo di lottare. In tante sono arrese. Quello che cerco di dire loro è quello che avrei voluto sentirmi dire io: sono qui per aiutarti, sono qui per incoraggiarti a realizzarti, siccome sei una madre single non significa che non riuscirai mai a ottenere niente. Sei forte, hai dato la vita. Sei una grande donna, ci sarà un giorno in cui riuscirai anche ad essere felice”.

Per tutto il viaggio di ritorno non riusciamo a parlare di niente, il racconto delle ingiustizie appesantisce il passaggio dalla parte “giusta” della città, e tra le luci di Capitol Hill, le ultime parole di Nandi risuonano in testa, più come una speranza che una profezia.

 

 

 

 

[1] Dati Unicef aggiornati al 2017

[2] Dati World Bank aggiornati al 2018

 

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Tutti al mare, a sognare la montagna. Uno sguardo geografico sull’attualità letteraria https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/tutti-al-mare-sognare-la-montagna-uno-sguardo-geografico-sullattualita-letteraria/#respond Tue, 20 Feb 2018 06:00:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36269 L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

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L’ultima estate italiana, afosa e da record per quanto riguarda gli incassi delle strutture balneari e degli esercizi commerciali delle località marittime, è sembrata dilatarsi oltre ogni limite e proseguire oltre i propri confini naturali, ma che cosa ne resta, nel bel mezzo di quest’inverno? Ricordi sfocati, nell’attesa della bella stagione che il 2018 vorrà offrirci, e la certezza che la preferenza degli italiani per il mare sia definitivamente consolidata: non che fosse necessaria un’ulteriore conferma, poiché le immagini e le canzoni della nostra mitologia vacanziera, sin dagli anni del boom economico, hanno in larghissima parte come sfondo le spiagge della nostra penisola e delle nostre isole. La lunghissima estate del 2017, però, coi suoi sconfinamenti, coi fine settimana al mare da tutto esaurito anche ad autunno inoltrato – almeno finché le temperature sono state clementi –, ha significato l’accentuazione di una tendenza: nel turismo costiero sembra ormai radunarsi ogni possibilità di distrazione, tanto che l’assalto ai lidi è stato messo in atto non appena gli obblighi della città lo abbiano permesso, e non è stata d’ostacolo l’alzataccia causa partenza (e coda autostradale) del sabato mattina, per i più sfortunati che non siano riusciti ad anticipare alla sera prima e per chi non sia stato abbastanza spudorato da darsi alla fuga addirittura attorno all’ora di pranzo del venerdì, riuscendo a farsi sostituire sul posto di lavoro, insistendo un po’.

Nonostante questa manìa marina, però, o come sua diretta e logica conseguenza, è la montagna, oggi, a conservare un alone mitico,è la vacanza in altitudine a denotare l’originalità di chi la scelga: le vette, innevate o verdi a seconda della stagione e della quota, sono la destinazione alternativa per i più coraggiosi, per coloro che osino disdegnare la rilassante monotonia delle giornate in spiaggia e continuino ad aspirare, segretamente o meno, a stili di vita meno massificati, a gusti più elitari, alle emozioni estreme di cui, a volte, abbiamo bisogno per mettere alla prova la nostra individualità.

Continuiamo a incolonnarci verso le coste, verso l’ombrellone tanto atteso: ci sdraiamo, ci dedichiamo allo smanettamento compulsivo che ci è richiesto dalle varie incombenze social, e càpita di pensare all’altrove, càpita di immaginarsi da tutt’altra parte, di desiderare anche soltanto a un livello non del tutto cosciente una meta più esotica e più rischiosa.

E l’altrove, incontrovertibilmente, è la montagna: la spiaggia è domestica, facilmente raggiungibile (traffico permettendo), familiare, ed era inevitabile che perdesse sempre più e del tutto il proprio mistero, quello che aveva potuto conservare fino agli esordi del turismo di massa, anche in ragione del fatto che il pubblico degli spiaggianti, negli ultimi decenni, si è allargato a dismisura, con l’afflusso di consistenti fette della popolazione mondiale che, fino a poco tempo fa, erano economicamente escluse dalle possibilità vacanziere.

Stare al mare, leggendo di montagna: già, la letteratura può essere un buon punto d’osservazione su ciò che sta succedendo, in relazione all’immaginario italiano. Infatti, nell’anno dei numeri da primato del mare, abbiamo assistito a un serie senza precedenti di successi letterari delle storie d’alta quota: a partire da Einaudi, dal Premio Strega a Le otto montagne di Paolo Cognetti e dai thriller che si muovono tra i masi sudtirolesi (o altoatesini) del bolzanino Luca D’Andrea, di nuovo in libreria con Lissy dopo l’affermazione internazionale del suo La sostanza del male, passando per il caso del piccolo editore romano Exòrma, che è riuscito a proiettare nella top ten dei più venduti il romanzo Neve, cane, piede, vero e proprio long seller pubblicato nel 2015 e ambientato in quella Valle d’Aosta dove è stato esiliato anche il vicequestore Rocco Schiavone dei polizieschi di Antonio Manzini, trasportati sullo schermo con esiti felici nella passata stagione televisiva, arriviamo alla Val di Susa del recentissimo La manutenzione dei sensi di Franco Faggiani, pubblicato da Fazi. Scendendo di latitudine e fermandoci su rilievi montuosi meno impegnativi, sono stati Sandro Campani e Matteo Caccia, rispettivamente con Il giro del miele e Il silenzio coprì le sue tracce, affiancati dall’ennesimo romanzo degli affidabili Francesco Guccini e Loriano Macchiavelli, a mettersi nella nobile scia appenninica di Silvio D’Arzo e Raffaele Crovi, a tentare di rinverdire una tradizione artistica e narrativa che, nel suo côté mistico, conta anche le litanie, i canti e le opere equestri di Giovanni Lindo Ferretti: siamo dalle parti dell’Appennino ligure, nel caso di Caccia, e di quello tosco-emiliano, per Campani, territori esclusi dai grandi giri (cosiddetti) e dal racconto contemporaneo del nostro Paese, anche in virtù dell’oggettivo (e preoccupante) spopolamento che quei territori stanno subendo. Una condizione, questa, che contribuisce però a renderli più affascinanti e più appetibili, anche se forse non realmente appetiti: l’Appennino sembra una dorsale dimenticata, nient’altro che un impedimento alla modernità presente e ventura, un tunnel percorso da un treno ad alta velocità, il campo dello smartphone che va e viene, qualche minuto di buio.

Difficile, però, immaginare un eremita appenninico, perfino della razza di eremiti da talk show cui appartiene Mauro Corona, attentissimo a mostrarsi fuori-dal-mondo-ma-non-troppo, a posizionare sullo scaffale in favore di camera l’ultimo caso editoriale della settimana, durante il quotidiano collegamento all’arena televisiva più chiacchierona e più chiacchierata; altrettanto difficile immaginare un eremita di mare, a meno che non si tratti di un milionario per il quale non costituisca un problema il costo per altri proibitivo di un atollo, e sembra tramontata per sempre l’età d’oro delle imprese eccezionali, quella della generazione eroica di marinai e scrittori nati a cavallo di due secoli e di due Paesi, il Regno Unito e la Francia. Dei transalpini è doveroso nominare il velista, pilota d’aerei da caccia e campione di tennis Alain Gerbault, colui che compì nel 1923 la prima traversata dell’Atlantico in solitario da Est a Ovest, da Cannes a New York, oltre che la prima grande navigatrice della storia, Virginie Hériot, olimpionica e regatante: morti entrambi in giovane età, prima del secondo conflitto mondiale, i loro giornali di bordo sono reperibili in Italia per i tipi all’editore vicentino Mare Verticale.

I nomi dei britannici passati alla storia, invece, sono quelli di Peter Pye, Eric Hiscock, Francis Chichester, viaggiatore d’aria e d’acqua, e quello del leggendario H. W. “Bill” Tilman, uomo tanto di mare quanto di montagna: assieme almeno allo statunitense Carleton Mitchell, vanno a comporre il pantheon degli appassionati di vela e sono tutti nati sul finire dell’Ottocento e nel primo decennio del secolo successivo, mentre i rappresentanti più illustri delle generazioni più giovani sono di nuovo francesi, come nel caso di Bernard Moitessier ed Eric Tabarly, e britannici, ma per loro sarà sufficiente citare Sir William Robert Patrick “Robin” Knox-Johnston, il primo a compiere nel 1969 la circumnavigazione del globo in solitario non-stop, e tuttora vivente. Basta evadere dal perimetro esigente della vela, però, per incontrare altri nomi che hanno reso la Francia, se non la dominatrice moderna dei mari, quantomeno la patria delle figure che più hanno contato, per la conoscenza delle superfici acquee, così come dei fondali oceanici: le spedizioni del medico Jean-Baptiste Charcot rappresentarono qualcosa di simile alle molteplici attività che, nella seconda metà del Novecento, avrebbero ingigantito la fama di Jacques-Yves Cousteau, esploratore sottomarino, fotografo, oceanografo, militare e documentarista, ma non dobbiamo dimenticare altri nomi illustri, quelli dello svizzero Auguste Piccard, del californiano Don Walsh e, nel campo della divulgazione scientifica, del ferrarese Folco Quilici. A proposito di profondità, infine, un duello epico è stato quello che ha contrapposto il nostro Enzo Maiorca a Jacques Mayol, l’apneista francese che s’innamorò dell’Arcipelago Toscano tanto da trasferirvisi e da poter essere ritenuto un elbano acquisito.

Ecco, Maiorca: uno dei rari italiani che incontriamo, anche se storicamente non stiamo messi affatto male,almeno per quanto riguarda le immersioni. Prima del campione siracusano, infatti, fu Raimondo Bucher, ungherese soltanto di nascita, a primeggiare nella caccia subacquea e nella discesa a corpo libero e saranno, poi, il varesino Umberto Pelizzari, assieme al conterraneo Gianluca Genoni e alla riminese Angela Bandini, a raccogliere l’eredità di Maiorca, quella di una disciplina che, oggi, sembra in mano al viennese Herbert Nitsch, ma nella quale spicca anche la giovane romana Alessia Zecchini. Quanto ai nostri navigatori, il più noto è certamente il cinquantenne Giovanni Soldini, ma ben ottantacinque sono gli anni di Alex Carozzo, genovese di nascita e veneziano d’adozione, scrittore, traduttore e primo nostro connazionale ad attraversare in solitaria il Pacifico; resta memorabile, poi, in anni più recenti, ciò che è accaduto alla velista ligure Susanne Beyer durante una Mini Transat: costretta a timonare manualmente dopo la rottura dell’autopilota nel corso della traversata atlantica, ha raccontato la propria disavventura in un diario pubblicato dall’editore romano Nutrimenti. Quindi, se non è del tutto vero che la navigazione non sappia più offrire sfide ulteriori e sensazioni forti, è accertato che la letteratura di mare, almeno quella nostrana, stia languendo, e che si sia ben lontani dall’essere riusciti a trovare il Björn Larsson italiano, ovvero una figura paragonabile a quello dello scrittore svedese che è riuscito a conquistare, nel nostro come in altri Paesi, un ottimo seguito di pubblico.

A chi pensare? Al solo Fabio Genovesi, di nuovo nelle librerie con Il mare dove non si tocca? A Lorenza Pieri, il cui romanzo d’esordio Isole minori non smette di collezionare consensi e traduzioni, europee e non? Di certo, non ai pur leggibili resoconti pubblicati, per esempio, dall’editore nautico veronese il Frangente, ultimi quelli di Omero Moretti (Il mestiere del mare) e Fabio Mucchi (Amandla. La vita, la quasi morte e i miracoli del Capitano). Eppure, grazie a questo e agli editori già citati, così come a Mursia, De Ferrari, Edizioni Cinque Terre, Carocci e Tarka, prosperano le collane e le manifestazioni dedicate, delle quali sono da citare “Lerici legge il mare”, nata nel 2009 e che si svolge nel mese di settembre, ola più giovane “Carloforte racconta il mare”, in ottobre.

In realtà, non è detto che coloro che ambientano le proprie storie in località costiere debbano essere classificati sic et simpliciter come scrittori di mare: sarebbe più corretto, perciò, che molti di loro venissero definiti “scrittori di mare da terra”, dalla terraferma, a partire dal più eminente, il novantacinquenne Raffaele La Capria, il cui Ferito a morte lampeggia nella costellazione ancora in via di definizione dei migliori romanzi del secondo Novecento, e non soltanto di quello italiano. Se si vanno a cercare gli scrittori di mare veri e propri, gli scrittori “sul” mare perché “in” mare, gli estensori di oggetti narrativi che somiglino ai giornali di bordo, si scopre che anche il secolo passato non ne ha offerti molti, almeno per quanto riguarda la nostra letteratura: possiamo considerare tale il primo Giovanni Comisso, quello de Il porto dell’amore e di Gente di mare? Purissimi nomi marinari di cui si sono perdute le tracce, nelle nostre mappature novecentesche, sono quelli di Vittorio G. Rossi e Raffaello Brignetti, i libri dei quali aspettano di essere scovati e misericordiosamente prelevati dalle bancarelle dell’usato.

Rossi, nato nel 1898 a Santa Margherita Ligure, sconta un’adesione più di facciata che sostanziale al fascismo ed è stato giornalista, realizzatore di servizi per “Epoca”, corrispondente di guerra e scrittore intimamente hemingwayano di reportage per il “Corriere della Sera”, oltre che della migliore narrativa marinara del nostro Novecento, inviato speciale, anzi “autore specialissimo”, secondo il collega Dino Buzzati, che ne scrisse come di “uno straordinario artista naïf nel senso più onesto della parola, pur essendo un uomo nutrito di cultura”: il suo primo successo fu quello di Tropici, ribadito e ampliato da Oceano, che ricevette molte traduzioni, fu insignito del Premio Viareggio nel 1938 e ripubblicato per l’ultima volta, però, nella rara e sfortunata collana “I piccoli delfini” di Bompiani nel 1973.

Quella di Brignetti, più vicina a noi, è una storia rimossa, soprattutto in ragione di uno sperimentalismo espressivo che rendeva oltremodo ardua la lettura delle sue pagine: nato all’isola del Giglio da un padre guardiano di fari, ma vissuto all’Elba, narratore pervicacemente anti-realista e simbolista, collaboratore del “Corriere della Sera”, de “La Fiera Letteraria” e de “Il Popolo”, corrispondente per “Il Giornale d’Italia”, vero e proprio mistico del mare, egli collezionò tuttavia nel corso della carriera una serie di riconoscimenti di una certa entità, fino allo Strega 1971, ottenuto con largo distacco sul Cassola di Paura e tristezza, dopo essersi lasciato sfuggire il medesimo premio quattro anni prima, quando Il gabbiano azzurro fu scavalcato per un solo voto da Poveri e semplici di Anna Maria Ortese. Brignetti “non è uno scrittore immediato, cordiale, semplice”, secondo il critico Geno Pampaloni, perché nella sua prosa convivono “lo stupore di un lirico, la pazienza di un cronista, l’indugio di uno scrittore sentenzioso e in più il delirio ossessivo e inesorabile dello scrittore di avventura”.

Recentemente, è stato Raul Mordenti, nel capitolo “La letteratura senza mare (e senza lavoro)” de I sensi del testo. Saggi di critica della letteratura, pubblicato dall’editore romano Bordeaux, a scandagliare la nostra tradizione letteraria attraverso l’oblò delle scritture di mare e a decretarne una relativa insufficienza, tanto più singolare per un Paese che consiste in una sola, lunga e frastagliata costa: lo studioso approfondisce quella che è una manifesta “debolezza” degli scrittori italiani, “se non si vuol dire una loro assenza”,una loro lontananza dal tema marino che è connaturata all’intero sviluppo della nostra penisola e non limitata all’ultimo secolo. Il quadro che ne risulta fa emergere un’antropologia, più che una storia: “il nostro popolo volta le spalle al mare”, quasi impaurito da una sterminatezza che è difficile da dominare e dalla quale sono provenute, da sempre, “invasioni e scorrerie”, molto più che fortune e ricchezze.“Così l’assenza del mare è, al tempo stesso, segno e metafora di chiusura, di isolamento, di mancanza di libertà e insomma di italiana miseria”: entra in crisi, a questo punto, un’immagine che sembrava consolidata e che è servita a tanta retorica nazionale, quella del popolo di navigatori e giramondo, che resta valida soltanto fino a un certo punto, vale a dire rispetto a un certo tipo di navigatori, quelli ritratti dallo stesso Brignetti, nel corso di un’intervista uscita su “Il Mondo” nel luglio del 1971 e concessa a Manlio Cancogni: “Anche in questo secolo l’Italia ha avuto centinaia di migliaia di naviganti; ma il navigante italiano è un animale ben diverso dai suoi colleghi inglesi, americani, norvegesi. È un animale domestico. Il mare che eccita la fantasia di uno scrittore è avventura, è mistero; richiede uomini avventurosi che si abbandonano ad esso totalmente. Il marinaio italiano è un brav’uomo, un casalingo. Naviga, ma sempre col pensiero a casa, con la lacrima in pelle”.

In definitiva, a partire dalla prima uscita in mare, “il marinaio italiano già pensa a quando si ritirerà e passerà il suo tempo andando a pescare con la lenza in vista della casa e della moglie che stende la biancheria” e, se proprio dobbiamo individuare una popolazione italica che sia meno pantofolaia e più disposta ad affrontare i rischi e le incognite delle lunghe navigazioni, tale è quella dei liguri, e non le altre tirreniche dei napoletani, dei sardi e dei siciliani: non sarà un caso, allora, non soltanto l’origine di Vittorio G. Rossi, ma anche quella degli avi di Brignetti, che risultano di Camogli.

Così, se è vero che le profondità oceaniche, allo stato attuale delle tecnologie per la navigazione in immersione, restano le uniche zone largamente inesplorate del pianeta, è altrettanto vero, però, che è la montagna a rappresentare l’alternativa della vita mirabile e solitaria, in compagnia di sé stessi, dell’esistenza esemplare, e la letteratura segue, contribuendo a rafforzare una mitografia ormai copiosa, costantemente alimentata dalle imprese di alpinisti, esploratori e scrittori che, in Italia, non sono mai mancati: procedendo di generazione in generazione, il bergamasco Walter Bonatti, il sudtirolese (o altoatesino) Reinhold Messner e, ultimi, l’aostano Hervé Barmasse e Simone Moro, anch’egli bergamasco, offrono un eccezionale ideale di imprese e sport pericolosi che, al momento, non hanno un corrispettivo marino che possa realizzare l’unico antidoto alla noia dei nostri giorni, cioè che metta in contatto con la possibilità della morte. O, forse, tutta la differenza che sembra separare i successi della letteratura d’alta quota dallo scarso appeal di quella marinara sta nel fatto che, in montagna, si cammina e si scalano vette e che i montanari, a sera, davanti al caminetto, crollano esausti e non riescono nemmeno a sfogliare le prime pagine dei tanti romanzi italiani di mare che giacciono nell’anonimato, in attesa di essere scoperti.

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Su scrittori, soldi e privilegi https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/su-scrittori-soldi-e-privilegi/#comments Mon, 16 Mar 2015 06:56:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25584 di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

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di Lorenza Pieri

Qualche settimana fa è uscito su salon.com un articolo della scrittrice Ann Bauer, romanziera e saggista, che mi ha abbastanza stupito. Perché parla di un tema insolito per la cultura americana, cioè il pudore della ricchezza e dei privilegi. Se c’è una cosa di cui gli americani non si vergognano sono i soldi, se c’è un argomento che non è considerato tabù è essere ricchi di famiglia e men che meno avere uno stipendio molto alto. Nessuna remora riguardo ai finanziamenti privati per le cose pubbliche, gestiti da lobbisti di professione, e una certa forma di vanità nell’elargire; anche la beneficenza è tutt’altro che un’attività da tenere preferibilmente anonima.

(Esempio: asta di beneficenza annuale di raccolta fondi per la scuola pubblica dove vanno i nostri figli. Idea divertente, c’è un sito su cui si vendono all’asta piccoli oggetti e servizi e il ricavato sarà devoluto alla scuola. Genitori mettono a disposizione una settimana nella loro villa in Costa Rica che verrà battuta per duemila dollari offerti da altri munifici genitori. Quei soldi avrebbero potuto darli anche in forma anonima, ovviamente, ma vuoi mettere il gusto dello show off?)

Qui in America guadagnare tanto è una cosa di cui ci si può vantare perché è un merito che evidentemente parla di quanto sei bravo o quanto ti sei impegnato a fare qualcosa, qualcosa che ha prodotto dei risultati economici, se sei ricco di famiglia c’è qualcuno dei tuoi antenati di cui essere proud. Ma cosa succede se sei molto bravo o ti impegni molto a fare qualcosa e quel qualcosa non ha come obiettivo principale un risultato economico e anzi, solo in casi eccezionali è un’attività che produce grosso reddito come per esempio scrivere?

Non che negli Stati Uniti non si consideri l’attività artistica come degna di essere supportata, qua esistono dei grant, delle borse di studio, come quella del National Endowment for the Art, che sembra il terzo premio della nostra lotteria di capodanno. L’anno scorso George Saunders ha meritatamente vinto la borsa del MacArthur Fellows Program che gli riconosce 625.000$ (seicientoventicinquemila dollari) in cinque anni. (Avevo scritto “meritatamente guadagnato” e poi ho sostituito “guadagnato” con “vinto”. Perché? Ci sarebbe da interrogarsi su questo, sul perché inconsciamente si fa fatica a pensare che quello di scrivere sia un mestiere come gli altri. Qualche giorno fa è partito un dibattito su Facebook perché una mia amica ha scritto una cosa tipo, “spero che Elena Ferrante sia veramente una sconosciuta, una poveraccia, che finalmente grazie ai libri ha guadagnato qualcosa, mi dispiacerebbe sapere che invece dietro questo pseudonimo c’è qualcuno che non aveva bisogno di quei soldi” anche qui bisognerebbe chiedersi perché forse una riflessione del genere non ci verrebbe in mente di farla per uno che fa un altro lavoro, come se vendere tanti libri fosse solo una botta di culo che è meglio capiti a uno nato povero).

Il fatto è che quello di scrivere è difficile da considerare un lavoro tout court, dato che come tutte le attività artistiche non ha come fine ultimo – in teoria – quello di guadagnare uno stipendio, e quindi i soldi attaccati a queste attività puzzano sempre un po’, stranamente pure per gli americani, per i quali la pecunia che deriva da qualsiasi attività lecita in genere olezza di fiori. Ma anche qua, se non vinci una borsa di studio – e i casi sono rari quanto quelli degli scrittori che mantengono la famiglia con le loro royalties – fai una fatica mostruosa a pensare di vivere facendo lo scrittore.

Nell’articolo che segue il discorso più che sui soldi “non guadagnati” scrivendo, si concentra sui privilegi di chi già ce li ha o chi nasce in contesti socioeconomici che gli facilitano notevolmente l’ingresso tra gli scaffali più visibili delle librerie. E ovviamente parte con un vantaggio significativo. Sembra un ragionamento lapalissiano ma non lo è così tanto. Pensiamo per esempio alle conseguenze che questo ha sul nostro immaginario collettivo.

(Esempio facile facile dall’ormai famoso TED della bravissima scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie sui pericoli di una “storia unica”. Adichie racconta di essere stata lettrice precocissima e di aver letto tutti i libri per bambini che aveva trovato nella biblioteca locale, tutti romanzi americani e anglosassoni. Quando ha iniziato a scrivere, sempre prestissimo, verso i sette anni, le sue storie avevano come protagonisti solo personaggi bianchi, con gli occhi azzurri, bambini che giocavano nella neve, mangiavano mele e si rallegravano quando tornava il sole dopo la pioggia, quando nella vita di Chimamanda non c’erano né bianchi, né mele, né neve, né maltempo. Ma per lei quell’immaginario era l’unico che potesse stare nei romanzi. Anche se non siamo più bambini guardatevi il TED che lo spiega bene, non siamo per niente al riparo dai rischi della storia unica, del mondo raccontato solo da una prospettiva).

I privilegiati negano di essere privilegiati nascondendo così una verità che dà fastidio pure a loro: come in tutti gli altri mondi sporchi di soldi, anche la letteratura è dominata da uno squilibrio notevole tra chi detiene ricchezza e potere (che si traducono in possibilità di potersi concentrare totalmente sulla scrittura, sulla ricerca, sulla politura dello stile, con tutto il tempo che richiedono queste attività) e chi non ne ha per niente e quindi magari pur avendo qualcosa di importante da dire, ha per necessità una vita talmente assorbita da altro che, o fa una fatica improba e magari eccezionalmente riesce a scrivere e a farsi pubblicare e magari anche a avere successo, oppure molla il colpo, arrendendosi al fatto di essere un nano e che di qualunque argomento si parli, saranno sempre i più alti quelli che arrivano per primi (e meglio) a parlare al microfono. E diranno quello che vogliono loro, parleranno dal loro punto di vista, perpetuando perlopiù una visione del mondo che è quella, quella della classe dominante. Quella che guarda dall’alto verso il basso. Quindi speriamo che davvero Elena Ferrante, chiunque sia, venga dai quartieri di Napoli, dal più in basso possibile.

L’articolo comincia in un modo che più irritante non ce n’è, prosegue a tratti con un malcelato rosicamento, ma poi svela interessanti retroscena e un sacco di spunti di riflessione. (Perché in Italia forse siamo messi pure peggio).

“Sponsorizzata” da mio marito.

Perché è un problema che gli scrittori non parlino mai di dove arrivano i soldi

di Ann Bauer 

Ecco la mia vita. Io e mio marito ci svegliamo ogni mattina alle sette in punto, lui si fa la doccia e intanto io preparo il caffè. Nel tempo che lui ci mette per vestirsi io sono già seduta alla scrivania a scrivere. Mi dà un bacio per salutarmi e se ne va al lavoro. Lavoro con cui fa tanti soldi, ottiene eccellenti benefit e parecchi vantaggi, come viaggi, buoni pasto e il rimborso delle spese per la palestra dove io vado a fare yoga a mezzogiorno. La sua carriera mi ha permesso di lavorare solo sporadicamente – come consulente – in un settore che mi piace.

Questa rivelazione può sembrare volgare, lo so. Mi dispiace. Perché nel mondo in cui le donne si siedono a parlare dei diversi tipi di arte topiaria da applicare ai peli della zona bikini, le conversazioni sui soldi (o sui privilegi) sono quelle che non si affrontano mai. Perché? Credo che sia la sindrome di Maria Antonietta: i fortunati e i privilegiati non vogliono che la plebaglia venga a sapere i particolari. In effetti se “questa gente” conoscesse bene le differenze che ci sono tra le nostre e le loro vite si potrebbe ribellare. Oppure, Dio ci perdoni, non considerarci più come persone più speciali, più talentuose, più meritevoli di loro di questa bella vita.

Noi scrittori mettiamo in atto una versione speciale di questa pantomima. Due esempi.

Sono andata alla presentazione di un libro con molti partecipanti (sto parlando di più di 300 persone) circa un anno e mezzo fa. L’autore era un conosciutissimo meraviglioso saggista, che ha, meritatamente, vinto moltissimi premi. Gli è anche capitato in sorte di essere l’erede di una fortuna ciclopica. Stramiliardi. In altre parole è uno che non ha mai dovuto fare un lavoro, meno che mai due. Ha diversi figli; lo so perché erano alla presentazione con lui, in prima fila. Ho sentito qualcuno dire che viaggiavano tutti con lui, con due tate al seguito, per il suo tour promozionale mondiale.

Niente di tutto ciò intacca la sua grandezza. Comunque quando una del pubblico – giovane e un po’ ingenua, chiaramente non al corrente dei fatti – si è alzata per chiedere come ha fatto a dedicare dieci anni alla scrittura del suo ultimo capolavoro, come ha fatto per mantenersi e mantenere la sua famiglia in quel periodo, lui le ha risposto in maniera seria che era stata dura ma aveva anche scritto nel frattempo molti articoli per diverse riviste per tirare avanti. Ho sentito un mormorio attraversare metà della platea a conoscenza della verità. Ma l’autore, impassibile, è andato avanti e ha fatto credere a questa ragazza che ha mantenuto la sua vita a Manhattan grazie a una manciata di articoli scritti per the Nation o Salon.

Esempio due. Un reading in un’altra città, con una trentenne il cui romanzo d’esordio era appena comparso sulla copertina della New York Times Book Review. Non mi era piaciuto il libro (un romanzo di formazione tra adolescenti benestanti) ma molte persone che rispetto l’hanno trovato bello quindi sospendo il giudizio. L’autrice aveva frequentato una delle grandi scuole private per ricchi dell’East Coast, mentre i suoi genitori erano impegnati a consolidare le loro carriere sulla scena letteraria di New York. Gente – i genitori – che a Natale si scambiavano biglietti d’auguri con William Maxwell e invitavano a cena gli Styron. Lei, l’autrice, la loro unica figlia adorata. Dopo il liceo privato prestigioso aveva preso due lauree in scrittura creativa (Iowa e Ivy). Il suo primo libro era stato osannato in tutto il paese da editor e recensori, molti dei quali l’avevano vista crescere. Era un fenomeno ancora prima di arrivare sugli scaffali. È diventata immediatamente una star. E quando (di nuovo) una persona del pubblico, chiaramente una studentessa universitaria si è alzata per chiedere a questa affascinante scrittrice a cosa ascrivesse il suo successo, la donna ha fatto una pausa e poi ha detto che ha lavorato moltissimo e che ha avuto una buona formazione, ma guardandosi indietro ha capito che è stata la sua decisione di non avere mai figli che le ha permesso di diventare una vera artista. Se hai dei bambini, ha spiegato al gruppo di disperate scrittrici nubili, devi scegliere tra loro e la scrittura. “Mantenetela pura. Non fatevi distrarre dal pianto di un bambino”. Ero sconcertata. Volevo balzare in piedi e gridare “Ciao Alice Munro! Doris Lessing! Joan Didion!” Certo, ci sono migliaia di altre scrittrici che sono scrittrici straordinarie nonostante la maternità. Ma non è questo il punto, il punto era che, a parte le qualità intrinseche del libro, il vantaggio competitivo di questa autrice non aveva niente a che fare con le sue scelte riproduttive. Tutto dipendeva dalle sue relazioni. Semplice. Ce le aveva dalla nascita.

Secondo me con questo “lasciamogliela bere” facciamo un enorme disservizio alla nostra categoria, nascondendo le circostanze che ci aiutano a scrivere, pubblicare e in un certo senso ad avere successo. Non sono ricca come il primo autore (nemmeno mi ci avvicino) né ho la rete di relazioni della seconda. Non sono neanche famosa. Ma ho un grosso vantaggio rispetto allo scrittore che vive assegno dopo assegno, o solo e isolato o che combatte contro una malattia o che ha un lavoro a tempo pieno.

Come posso esserne così sicura? Perché sono stata povera, oberata di lavoro e schiacciata dagli eventi. E durante quel periodo non ho scritto neanche una riga. Ventenne, ero sposata con un drogato che tentava con tutte le forze di smettere (ma continuava a non riuscirci). Avevamo tre figli, di cui uno autistico e abbiamo vissuto in povertà per un periodo lungo e tremendo. A trent’anni ho divorziato perché era l’unico modo per uscire da quella situazione. Per i dieci anni successivi ho fatto due lavori e ho cresciuto i miei tre figli da sola, senza aiuti e senza nessun supporto dal padre.

Ho pubblicato il mio primo romanzo a 39 anni, ma solo dopo un lavoro serrato in una scuola di scrittura creativa dove ho incontrato alcuni scrittori influenti e dopo aver vissuto tre mesi a casa dei miei genitori dove ho potuto finire la prima bozza. Dopo aver consegnato il manoscritto, ho trovato un lavoro piuttosto piacevole come editor in una rivista. Un anno dopo ho incontrato il mio secondo marito. Per la prima volta avevo un vero compagno, qualcuno su cui poter contare e che c’era per me e i nostri bambini in ogni modo possibile. La vita è diventata più facile, ho scritto un saggio, un secondo romanzo e circa trenta lunghi articoli in un periodo relativamente breve.

Oggi sono fondamentalmente “sponsorizzata” da quest’uomo molto amorevole che arriva a casa a fine giornata, mi chiede com’è andata la scrittura, mi versa del vino e poi mi porta fuori a cena. Mi accompagna quando devo fare 500 miglia per fare un reading di 75 minuti, gestisce i miei soldi, e non si lamenta mai che i miei piccoli libri cupi e sfrontati hanno avuto anticipi bassi e vendite modeste.

Ho finito il mio terzo romanzo in otto mesi precisi. Ho iniziato il libro durante una bellissima vacanza. Poi ho scritto felice e abbastanza velocemente perché avevo tempo e soldi, e sono stata aiutata dal marito, dall’agente e da un amico editor molto talentuoso. Senza tutti questi privilegi, forse sarei a pagina 52. Ecco. Io sono questa. E voi come fate?

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Intervista a Susanne Bier https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-susanne-bier/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-susanne-bier/#comments Mon, 31 Dec 2012 09:26:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12195 Pubblichiamo un'intervista di Lorenza Pieri, uscita su Doppiozero, alla regista danese premio Oscar Susanne Bier.

di Lorenza Pieri

Quiz: quante registe donna riconosciute internazionalmente conoscete, di quelle che hanno vinto un Oscar con un loro film? Forse ai più verrà in mente un nome solo.

Ecco, l’altro è quello della danese Susanne Bier, una delle più importanti registe contemporanee, vincitrice nel 2011 con In un mondo migliore dell’Oscar come miglior film straniero, di un Golden Globe e dell’European film Award, più di un’altra sfilza di riconoscimenti per i suoi film precedenti.

Perché non sia famosa come merita verrà fuori in qualche modo anche dalla conversazione che ho avuto il piacere di fare con lei a Roma, per il lancio del suo nuovo film, Love is all you need, una commedia romantica originale e non priva di risvolti drammatici, con Pierce Brosnan come protagonista insieme alla bella Trine Dyrholm, eclettica musa della Bier.

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Pubblichiamo un’intervista di Lorenza Pieri, uscita su Doppiozero, alla regista danese premio Oscar Susanne Bier.

di Lorenza Pieri

Quiz: quante registe donna riconosciute internazionalmente conoscete, di quelle che hanno vinto un Oscar con un loro film? Forse ai più verrà in mente un nome solo.

Ecco, l’altro è quello della danese Susanne Bier, una delle più importanti registe contemporanee, vincitrice nel 2011 con In un mondo migliore dell’Oscar come miglior film straniero, di un Golden Globe e dell’European film Award, più di un’altra sfilza di riconoscimenti per i suoi film precedenti.

Perché non sia famosa come merita verrà fuori in qualche modo anche dalla conversazione che ho avuto il piacere di fare con lei a Roma, per il lancio del suo nuovo film, Love is all you need, una commedia romantica originale e non priva di risvolti drammatici, con Pierce Brosnan come protagonista insieme alla bella Trine Dyrholm, eclettica musa della Bier.

Susanne Bier arriva in una splendente camicia verde smeraldo e si capisce subito, dallo sguardo più brillante della seta che indossa, che è una persona fuori dal comune. Mentre ci presentiamo, proviamo il funzionamento del registratore e arriva il suo tè verde si toglie le scarpe e si accovaccia sul divanetto, al piede destro porta un tutore nero, perfettamente mimetizzato e non oso chiederle che cosa le sia successo. Inizio con un’affermazione che lei subito mi stronca. Le dico che un mio caro amico danese, quando ha saputo che l’avrei intervistata in occasione della presentazione della sua commedia mi ha detto: “Se è danese, non può essere una commedia”. In effetti quasi tutto il cinema danese che arriva a noi mi sembra caratterizzato da temi forti e tragici, con una particolare predilezione per violenza, depressione, calunnie, abusi, vendette, delitti e castighi. Sarà che quando si pensa al cinema danese è difficile scappare da Von Trier e da Vinterberg.

S.B. : “Non sono d’accordo”, mi dice, “anche in Danimarca siamo in grado di fare commedie pure. Nel mio caso effettivamente l’obiettivo non era una commedia, ma fare un film che avesse in qualche modo a che fare con il cancro. Sia io che Anders Thomas Jensen [il suo co-sceneggiatore] volevamo affrontare questo tema. Entrambe le nostre madri hanno avuto il cancro, sua madre è morta di cancro e la mia ha affrontato due volte un cancro al seno. È un tema con cui abbiamo avuto a che fare per molto tempo e da molto volevamo trattare. Ma ne abbiamo parlato e non volevamo fare un film cupo, troppo drammatico. Per questo abbiamo cominciato a scrivere questo film che effettivamente non inizia come una commedia, ma poi lo diventa.”

L.P. :“Penso che tu sia stata comunque coraggiosa. Voglio dire, dopo aver vinto un Oscar con un film intenso e drammatico come In a better world ti sei cimentata con una commedia, che è comunque un genere considerato molto commerciale. Non hai sentito le pressioni delle aspettative dopo l’Oscar? Avevi già in mente questo film quando è arrivato il premio?”

S.B. : “Sì ce l’avevo già in mente, anzi avevo già iniziato a scriverlo a Los Angeles all’inizio di febbraio. Poi alla fine del mese è arrivato l’Oscar. Quanto alle pressioni, è vero che dopo aver vinto un premio importante fa sempre paura chiederti cosa farai dopo. Ma credo che sia necessario andare avanti e trovare un obiettivo, non continuare a pensare a cos’ho fatto prima e perché ha funzionato e come replicare quel successo. Oltretutto non mi piace ripetermi o replicare me stessa.”

L.P. :“Torniamo al film. Mi è piaciuto molto il personaggio di Ida, una donna molto dolce e al tempo stesso fortissima. Ma ho trovato eccessivamente morbida la sua reazione nei confronti del comportamento del marito. Mi è sembrata troppo tollerante, troppo buona, sempre a giustificarlo agli occhi di tutti, al punto di risultare un po’ irritante nella sua ingenuità. Questa gentilezza totale faceva parte del suo personaggio oppure è stato un trucco della sceneggiatura per rendere più appagante la rivincita finale?”

S.B. : “No, il personaggio era così. Ci sono donne così. Lei è una che tende a vedere la vita da un punto di vista sempre positivo. Forse un po’ troppo rigida nel decidere cosa è bene per lei, ma pura. Il personaggio è costruito sulla figura di mia madre. I miei genitori non hanno avuto una storia come quella del film, ma mia madre è sempre stata una donna molto ottimista, che quando le cose non andavano bene diceva sempre ‘dai non preoccuparti che tutto andrà per il verso giusto’. Abbiamo pensato che fosse bello partire dall’idea di una persona così senza volerne fare un personaggio antiquato, ma solo molto positivo.”

L.P. :“Torniamo al senso di vendetta, perché io credo che sul finale Ida si prenda una sorta di meritata rivincita…”

S.B. : “Non parlerei tanto di vendetta quanto del ristabilirsi di una giustizia meritata.”

L.P. :“Giusto. Ma il tema della vendetta e della giustizia sono comunque centrali nei tuoi film. Penso a In un mondo migliore. Penso alla meravigliosa storia che sei riuscita a costruire, con un’architettura impeccabile intorno alla domanda “La vendetta è giusta o no?”. Senza la minima sbavatura narrativa il film riesce a non dare una risposta univoca mettendo sul piatto entrambe le alternative: non è giusta perché innesca spirali di violenza inutile e senza fine, ma in alcuni casi è l’unica via di uscita a quella stessa violenza oltre ad essere catartica e liberatoria. Ti piacciono le grandi domande senza una risposta?”

S.B. : “Sì. Penso che la vita sia così. Penso che la vita sia tutta fatta di grani domande che devi affrontare senza necessariamente darti una risposta, o comunque non una risposta unica. Questa cosa di fare delle domande e dare allo spettatore la libertà di trovare le risposte che preferisce è anche in Love is all you need, anche qui ci sono possibilità di amore, ma mai garanzie sulla sua eternità…”

L.P. :“Certo. Ma nel film il fallimento del matrimonio di Patrick e Astrid è meno drammatico di quello di Ida e Lief, o della vedovanza apparentemente inconsolabile di Phillip, a cui hai dato più spazio. Pensi di privilegiare le situazioni degli adulti? Quelle apparentemente senza grandi vie d’uscita?”

S.B. : “In effetti questo è anche un film sulle generazioni, sul rapporto tra genitori e figli. Penso che il fatto che il fallimento del matrimonio di Patrick e Astrid sia percepito come meno drammatico dipenda dal fatto che i giovani hanno un’intrinseca capacità di credere nella vita, che siano automaticamente in grado di venire fuori dalle situazioni difficili. Penso che Astrid sia comunque una ragazza sana, che sia sana la sua reazione, così come quella di Patrick. Il fatto che il loro fallimento non sia percepito come drammatico sta nel fatto che si tratta di un ostacolo in mezzo alla strada, non la fine della strada.”

L.P. :“Mi piace moltissimo l’idea che dai sempre ai tuoi personaggi l’opportunità di avere un’altra possibilità. Affrontano situazioni dolorose, affrontano vedovanza, solitudine, malattie, tradimenti, ma per loro c’è sempre una speranza. Ho come l’impressione che la speranza faccia parte della tua poetica.”

S.B. : “Sì, è vero. Credo che faccia veramente parte di me. Credo di essere molto fortunata nell’aver ereditato una parte dell’approccio positivo di mia madre alla vita, credo che in ogni situazione, anche la più difficile, anche se sembra di non vederla, sotto sotto ci sia sempre una speranza.”

L.P. :“Hai parlato diverse volte dell’influenza di tua madre nel tuo approccio alla vita e nel tuo lavoro. Cosa mi dici invece del tuo essere madre? La maternità ha inciso sul tuo modo di vedere le cose?”

S.B. : “Sì certamente, assolutamente. Credo che una volta che diventi genitore ti accorgi che la tua vita è cambiata per sempre. È veramente un momento cruciale dal punto di vista esistenziale. Ti rendi conto che sarai preoccupato per sempre. Per sempre vedrai delle cose dalle quali non potrai proteggere i tuoi figli, per sempre ci saranno cose che non potrai controllare. Sai che inevitabilmente soffriranno nella vita ma vuoi tenerli il più lontano possibile dal dolore. Fin da quando sono piccoli e vanno a scuola avresti la tentazione di andare con loro e proteggerli, magari da un bullo che li picchia, ma sai che devi rimanere adulto e che devono imparare a difendersi da soli. È una sfida continua contro la tua stessa impossibilità a difenderli dalla vita. E penso che Love is all you need parli anche di questo, per esempio Phillip, il personaggio di Pierce Brosnan, prova a proteggere il figlio Patrick, ma ovviamente non ci riesce.”

L.P. :“Mi dispiace molto farti questa domanda perché devia dalla discussione sul film ed è una domanda che non farei a un regista maschio. Ma dato che vivo in un paese tendenzialmente maschilista in cui una regista che vince un premio Oscar sembra ancora un’idea fantascientifica, te la faccio lo stesso: hai mai avuto la sensazione che essere un donna ti abbia ostacolato in qualche modo nel tuo lavoro?”

S.B. : “No. Ma devo dire che all’inizio della mia carriera mi sono ritrovata in certi Festival seduta in tavole rotonde accanto ad alcuni registi maschi molto più sicuri di loro stessi, molto più pretenziosi, che parlavano del loro lavoro tutti pieni di sé, in maniera molto pomposa. Poi vedevi i film e pensavi, “be’, tutto qui?”. Penso che le donne siano molto meno abili nel vendersi, nell’autopromozione. Penso che invece per i registi maschi sia una cosa che viene molto spontaneamente non stanno a programmarla o a pensarci tanto su. Si sanno vendere meglio, senza dubbio.”

L.P. :“Un’ultima domanda: quali sono le tue scene preferite del film? Sono sicura che ne hai. Personalmente ho apprezzato molto il pezzo in cui Phillip tiene a Ida la sua mini lezione di botanica nella limonaia, spiegando che il limone tecnicamente non è un frutto ma una bacca e tutta quella cosa sui parassiti maschi talmente inutili che non hanno nemmeno la bocca per mangiare e non servono neanche a riprodursi (mi ha stupito moltissimo questa totale inutilità biologica), ma soprattutto mi è piaciuta molto la scena in cui Ida nuota completamente nuda e calva nella baia di Sorrento, lei è bellissima e la scena totalmente liberatoria.”

S.B. : “Sì è un scena centrale del film. Anzi è la scena centrale. Se c’è un motivo per cui ho fatto il film è quello, se si può dire che una scena può essere il motivo per fare un film. Ed è anche il momento in cui viene fuori che lui la ama per quello che è davvero non per quello che pensa potrebbe o dovrebbe essere, che è la cosa essenziale. Poi mi piacciono altre scene divertenti, come ad esempio quando lei torna a casa e trova tutte le rose e il marito con i fiori in mano che le chiede “mi riprendi con te?”, e poi ci sono altre scene che mi piacciono, come quella di madre e figlia insieme che parlano a letto.”

L.P. : “È vero è molto bella. Puoi anticiparmi qualcosa sul tuo prossimo progetto?”

S.B. : “È un film americano. Una storia d’amore molto cupa. Un thriller con una storia d’amore molto molto sexy, molto dark.”

L.P. :“Me l’avevi detto che non ti piace ripeterti…”

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Quanto è difficile chiedere scusa https://minimaetmoralia.it/interventi/quanto-e-difficile-chiedere-scusa/ https://minimaetmoralia.it/interventi/quanto-e-difficile-chiedere-scusa/#comments Fri, 13 Jul 2012 10:00:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8652 Sono passati sei mesi dal naufragio della Costa Concordia. Pubblichiamo una riflessione di Lorenza Pieri.

di Lorenza Pieri

Sono sei mesi esatti che il panorama della mia infanzia è inquinato. Sei mesi che affacciandomi dalla finestra di casa (la casa dove non vivo stabilmente ma in cui sono cresciuta e abito d’estate), provo la stessa sensazione di sbalordito smarrimento che se vedessi un ufo atterrato in giardino. Sei mesi, che anche se il germe dell’assuefazione ha provato a fare il suo mestiere, ogni volta che alzo gli occhi, anche in questo preciso momento, proprio dalla scrivania a cui sto seduta adesso, prima impreco e poi mi faccio la stessa domanda “Com’è possibile?”

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Sono passati sei mesi dal naufragio della Costa Concordia. Pubblichiamo una riflessione di Lorenza Pieri.

di Lorenza Pieri

Sono sei mesi esatti che il panorama della mia infanzia è inquinato. Sei mesi che affacciandomi dalla finestra di casa (la casa dove non vivo stabilmente ma in cui sono cresciuta e abito d’estate), provo la stessa sensazione di sbalordito smarrimento che se vedessi un ufo atterrato in giardino. Sei mesi, che anche se il germe dell’assuefazione ha provato a fare il suo mestiere, ogni volta che alzo gli occhi, anche in questo preciso momento, proprio dalla scrivania a cui sto seduta adesso, prima impreco e poi mi faccio la stessa domanda “Com’è possibile?”

Il fatto è che da casa mia come ti giri ti giri vedi questo:

Il mammozzone della Costa Concordia ribaltato sul suo lunghissimo fianco ormai rugginoso. Sapere che lì sono morte 32 persone rende la vista ancora meno sopportabile.

Dato che con questo memento absurdi sempre davanti è inevitabile non pensare a quello che è successo la notte del 13 gennaio scorso e non essere preoccupati di come andrà a finire (ce la faranno i nostri eroi a rimuovere questa ex-città galleggiante con i suoi venticinque piani di cabine, negozi, discoteche, ristoranti, bar, piscine e centri benessere o ce li ritroveremo tutti sul fondale del nostro parco marino?), mi interessa molto sapere anche come andrà a finire il processo, se verranno riconosciute responsabilità e colpe oppure sarà incriminato lo scoglio delle Scole, che pur essendo fermo da cinque milioni di anni, si è inavvertitamente frapposto tra la nave e la sua rotta.

Quindi mi interessa cosa ha da dire il capitano Schettino, nonostante qui al Giglio si eviti accuratamente di parlare delle sue esternazioni e la linea preferita dal gigliese navigatore-e-santo sia stata quella di boicottare la trasmissione che ha mandato in onda l’intervista esclusiva (non c’è una sola riga di commento su giglionews.it, la testata on line ufficiale dell’isola del Giglio, né sui siti o blog dei gigliesi e poche cose sui giornali locali).

È da più di una settimana che Schettino ha cominciato a parlare. Il 5 luglio, il giorno in cui gli sono stati revocati gli arresti domiciliari è stata resa pubblica una lettera-memoriale in cui il capitano indirizzandosi al suo avvocato difendeva il suo operato. Il testo integrale si trova qui.

Nella lettera non sono contemplate scuse o ammissioni di responsabilità, ma Schettino fa due cose: difende le proprie scelte, scaglia generiche accuse su altri.

Per difendere il suo operato parla di scelte che autodefinisce “solenni”, di “una mano divina” che si è posata sulla sua testa nel momento in cui ha deciso di virare a dritta quando si è accorto che la nave era oltre il punto di accostata fissato dalla rotta, di “fiuto” e abilità marinare. Dice: “C’è chi, a verbale, ha dichiarato che l’impatto con la poppa è stato causato da una mia allucinazione (…) Altro che allucinazione! Piuttosto è stato il mio fiuto, il mestiere, il saper riconoscere il mare a farmi fare quella sterzata repentina a dritta”.

Qui al Giglio sono tutti uomini di mare e parlando con loro è chiaro che l’errore non è stato la virata a dritta che ha determinato l’impatto della fiancata sinistra contro lo scoglio, l’errore è stato essersi avvicinati così tanto alla costa e alla velocità di 16 nodi, una modalità impensabile per qualsiasi “saluto” o accostamento (“inchino” qui è una parola che non usa nessuno). Non servono anni di navigazione o patenti speciali per capire che mentre stai guidando un mezzo a tutta velocità e ti si para davanti un ostacolo prima di schiantartici sopra devi fare di tutto per tentare di schivarlo e non prenderlo in fronte.

Non viene fatto cenno al perché e a come ci si sia trovati nella situazione in cui la rotta era impostata in modo tale che se Schettino non avesse fatto quella virata si sarebbero schiantati di prua a tutta velocità sugli scogli di Cala degli Alberi.

Tutti siamo consapevoli del fatto che le cose sarebbero potute andare molto peggio se la nave non fosse scarrocciata sul bassofondo della Gabbianara, a neanche venti metri dagli scogli e a cento dal Porto, e fosse affondata appena un po’ più in là, dove i fondali arrivano subito a cento metri di profondità. Ma lo “spiaggiamento” della Concordia è avvenuto quando i comandi della nave erano ormai completamente fuori uso (anche la posizione stessa delle àncore conferma che non è stato fatto nulla perché la nave finisse sugli scogli e l’atterraggio salvifico è avvenuto grazie alle correnti e più che per una mano divina qui propendiamo per una più prosaica botta di culo).

Ma passiamo al punto due: “scaricare il barile” e dichiararsi vittima del sistema.

Già dalle primissime intercettazioni nella prima telefonata che Schettino fa dopo l’impatto (alle 21.56) a Roberto Ferrarini dell’unità per le emergenze di Costa Crociere a Genova, dice: «Roberto ho fatto un casino! Senti una cosa: io sono passato sotto l’isola del Giglio, qua! È stato il comandante Palombo… mi ha detto “passa sotto passa sotto”. Sono passato sotto qua, ho preso con la poppa un basso fondale…” la telefonata si conclude con “Mi ha detto Palombo, mi ha detto: “Vieni!” ».

Ora c’è da dire che il Palombo in questione è un ex comandante della costa Crociere originario del Giglio. Palombo ha effettivamente ricevuto una telefonata di Schettino prima dell’impatto, ma in quel momento era a Grosseto non al Giglio e di certo non può aver dato ordine di avvicinarsi, di “venire” a più di mezzo miglio dalla costa, conoscendo la sua isola e soprattutto le regole base della navigazione sicura.

E dire “me l’ha detto lui di fare questo” è un trucchetto che usa mio figlio di sette anni per attenuare le sue colpe quando lo sgrido.

Ma nella lettera si fanno altre accuse, più generiche, quando è salito in plancia a quanto pare il comandante si è trovato di fronte a una situazione incomprensibile e ingovernabile, il memoriale riporta:

Nessuno, fino a quel momento, mi aveva avvisato che avevamo superato il punto di accostata fissato sulla rotta. Per fortuna ho visto della schiumetta bianca sulla mia sinistra.”

Perché nessuno lo avverte? Perché la strumentazione non avverte se nessun essere umano lo fa? Una nave di 112.000 tonnellate guidata grazie al fatto che si intravede una schiumetta bianca? Come minimo preoccupante.

Il memoriale prosegue con una serie di accuse indirette, Schettino nega di voler biasimare altri e negandolo, lo fa:

Non è mio costume biasimare gli altri, voglio solo precisare che fino all’ultimo – e anche dopo l’incidente – è stato negato che stavamo percorrendo una rotta che ci avrebbe portato direttamente sugli scogli. Subito dopo l’incidente, avrei potuto affermare:  “Ma dove mi avete fatto sbattere? Cosa mi avete fatto combinare?”… Ma non sono un codardo…

A chi sono rivolte quelle domande in seconda persona plurale? Chi sono esattamente le persone e le cose che lo hanno fatto sbattere e gli hanno fatto combinare un guaio?

Chi è il soggetto omesso di quell’è stato negato?

Potremmo fare anche noi qualche domanda generica? Chi dovrebbe essere al comando mentre si fa una manovra azzardata come quella di un accosto? Chi è il responsabile dell’impostazione di una rotta? Chi è il responsabile civile e penale più in alto in grado in una nave? A cosa è dovuto il suo stipendio più alto se non al carico di responsabilità che si deve assumere?

In ogni caso la lettera di autodifesa del 5 luglio era passata quasi inosservata, pubblicata solo da qualche giornale toscano, quindi si è passati all’artiglieria pesante: la televisione. Un’intervista mandata in onda due sere fa che ha suscitato molte polemiche, più che per il contenuto per la premessa, perché pare che Mediaset abbia pagato svariate decine di migliaia di euro a Schettino per avere l’esclusiva. Ma su questo non mi interessa dire niente. Mi interessa ancora una volta il tentativo che viene fatto di nascondere una autodifesa dietro al dovere morale, il vittimismo dietro una presunta verità, un’autoassoluzione dietro una richiesta di scuse.

Schettino viene intervistato sul divano di casa sua, con sfondo di modellino di veliero d’epoca e vaso di fiori, ha la solita pettinatura di ricci ingellati all’indietro con “fofata” lunga sul collo, un bel po’ di tic agli occhi e un eloquio non proprio impeccabile (che gli fa dire, alla domanda su cosa ci facesse con la moldava Domnica che era in plancia con lui “È una persona simpatica… ci sono persone che, ripeto, vale la pena farsi due risate”). Non l’ho vista neanche tutta l’intervista, ho cercato di guardarlo con occhio non prevenuto e non ce l’ho fatta. Ero prevenuta. Ma certe sue dichiarazioni hanno confermato i miei pregiudizi.

L’intervista è iniziata con una mano sul cuore del capitano che dice “Avrei preferito tacere ma è un mio preciso dovere morale… auguro sinceramente a nessuno di dover vivere un bivio, un dramma del genere”.

Ha ripetuto cose già dette nella lettera e varie altre tristi affermazioni, ma il clou è arrivato alla domanda “Si sente di dover chiedere scusa a qualcuno?”.

La risposta è stata: “Mah, sicuramente non posso essere felice per questo che è successo, cioè io le scuse… il mio cordoglio l’ho detto, il mio affetto più sincero va alle persone che purtroppo non ci sono più… Il danno economico c’è per le perdite e alla fine il comandante della nave è stato vittima di tutto questo sistema, di questa cosa che è successa…

Al che la giornalista lo incalza:

“Sì, va bene il cordoglio lo ha espresso, ma le scuse? Ritiene di dovere delle scuse a qualcuno?”

Certamente. Perché non pensavo mai che potesse avvenire qualche cosa del genere quindi va al di là di ogni intenzione di voler fare qualche cosa del genere. Nell’incidente viene… viene… viene… non solo identificata la nave, un’azienda, viene identificato il comandante, quindi è normale che io debba chiedere scusa come rappresentante di questo sistema, a tutti.”

Se non interpreto male i fumosi giri sintattici del comandante di Meta di Sorrento, prima fatica a profferire anche solo la parola scuse e parla di cordoglio, si autoproclama parlando si dsé in terza persona una vittima (a cui quindi delle scuse sono dovute) poi, sì ammette di sentirsi in dovere di scusarsi, ma ovviamente non è un chiedere scusa che implica l’ammissione di una colpa (non un “Ho sbagliato, chiedo scusa”) ma uno “Scusa è stato un incidente” in cui a chiedere scusa non è Francesco Schettino personalmente responsabile di una nave, del suo equipaggio e dei suoi passeggeri, ma il comandante-pedina di un sistema complesso di cui lui stesso è vittima.

Sono giorni questi in cui certi alti responsabili di fatti gravissimi in Italia si sentono in dovere di scusarsi (si veda l’articolo di Emiliano Sbaraglia qualche giorno fa sui fatti di Genova su questo stesso blog) in modo tardivo, monco e autoassolutorio.

Mi pare che ovviamente con le dovute differenze (sempre per citare Schettino questo è stato “un banale incidente, non un crimine”) ci troviamo anche qui di fronte a un caso simile, in cui si dimostra ancora una volta come in Italia più in alto si è in gerarchia più è difficile assumersi le proprie responsabilità, più responsabili si dovrebbe essere più è difficile ammettere di aver sbagliato, più gravi sono le colpe e più è difficile che la giustizia sia efficace.

Io comunque il capitano Schettino ora che è libero lo inviterei volentieri a passare un lungo soggiorno a casa mia, magari la mattina quando si sveglia e guarda dalla finestra si ricorda “cosa gli hanno fatto fare”.

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Lucio Dalla: Il futuro? Non c’è. Ma bisogna essere pronti a tutto https://minimaetmoralia.it/interviste/lucio-dalla-il-futuro-non-ce-ma-bisogna-essere-pronti-a-tutto/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lucio-dalla-il-futuro-non-ce-ma-bisogna-essere-pronti-a-tutto/#comments Thu, 01 Mar 2012 15:34:49 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6780 Un’intervista inedita di Lorenza Pieri a Lucio Dalla, fatta in occasione del cinquantenario della morte di Tazio Nuvolari, per cui il cantautore bolognese scrisse l'omonima canzone. Nelle parole di Dalla intervistato ravvisiamo i cambiamenti di un’epoca, la nascita dei miti contemporanei e la solitudine degli idoli, la sua idea di globalizzazione e la sua visone del futuro, piena di speranze. Salutiamo con questo pezzo, per l'ultima volta, un grande artista italiano.

di Lorenza Pieri

La sua è una delle più belle canzoni dedicate a un mito sportivo. Come è nata «Nuvolari»? È stata un’idea sua o di Roversi?
L’idea è venuta a Roversi. Roversi a livello letterario era ed è uno dei poeti più importanti d’Italia. La sua presenza per me è stata fondamentale. È stato il mio maestro. La sua è stata un’educazione letteraria e umana. In questo senso il testo che lui ha scritto non è neanche stato rivisto da parte mia perché sapevo che veniva “dall’alto” nel vero senso della parola.

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Un’intervista inedita di Lorenza Pieri a Lucio Dalla, fatta in occasione del cinquantenario della morte di Tazio Nuvolari, per cui il cantautore bolognese scrisse l’omonima canzone. Nelle parole di Dalla intervistato ravvisiamo i cambiamenti di un’epoca, la nascita dei miti contemporanei e la solitudine degli idoli, la sua idea di globalizzazione e la sua visone del futuro, piena di speranze. Salutiamo con questo pezzo, per l’ultima volta, un grande artista italiano.

di Lorenza Pieri

La sua è una delle più belle canzoni dedicate a un mito sportivo. Come è nata «Nuvolari»? È stata un’idea sua o di Roversi?
L’idea è venuta a Roversi. Roversi a livello letterario era ed è uno dei poeti più importanti d’Italia. La sua presenza per me è stata fondamentale. È stato il mio maestro. La sua è stata un’educazione letteraria e umana. In questo senso il testo che lui ha scritto non è neanche stato rivisto da parte mia perché sapevo che veniva “dall’alto” nel vero senso della parola.
La grande idea è stata quella di musicare, di trasformare in una canzone, il passaggio storico importante – di cui paghiamo ancora oggi le conseguenze – dalla civiltà contadina alla cultura e alla civiltà industriali. «Nuvolari», nonostante abbia avuto un grande successo di pubblico, rimane in ogni caso una canzone importante soprattutto perché ha visualizzato questo passaggio. Oggi la civiltà contadina è stata completamente cancellata, è una cosa da antropologi, è cambiato il linguaggio, sono cambiati i comportamenti, sono cambiati i segni. Ecco: l’Italia, da Nuvolari in poi, ha cominciato quel processo che oggi chiamiamo di globalizzazione, che ha in qualche modo avvicinato culture diverse, facendo comunque perdere al nostro Paese una parte della sua identità.

A proposito dei grandi cambiamenti della nostra società: appena pochi mesi dopo la morte di Nuvolari, nel 1954, in Italia compare la televisione. Il mito di Nuvolari era nato in un’epoca pre-televisiva, e si era alimentato solo di voci, mistero, attesa, apparizioni fugaci. In che modo la televisione e i mass media hanno cambiato il sistema di costruzione dei miti?
Fondamentalmente sono cambiati i modelli di aggregazione. Prima c’era una forma di aggregazione fisica, oggi non c’è più il contatto con gli altri che vivono l’evento insieme a te, uscendo dalle case, venendo dalle città e dalle campagne per partecipare insieme agli eventi. Non illudiamoci, la televisione sarà destinata anche a svuotare gli stadi, cosa che già sta accadendo. Noi lo chiamiamo progresso, e magari lo è anche, non dico che ci si debba fermare, ma in realtà perdiamo tutta una serie di benefici che ci venivano dal condividere fisicamente dei grandi eventi con altri esseri umani. L’epos, la nascita di un mito, corrispondeva a una necessità sociale. Oggi non è più così. Non ci sarà più un Che Guevara e cito il primo che mi viene in mente. Perché la condivisione delle problematiche di Che Guevara, che erano di tipo sociale e politico, era una condivisione totale, fisica: si andava insieme in piazza e a stretto contatto l’uno con l’altro, si condividevano anche gli aspetti più difficili della vita, quelli socio-politici. Oggi Che Guevara non c’è più, e forse è giusto che non ci sia più. Però è sostituito da miti che sono prevalentemente virtuali, telematici, come Neo di Matrix per esempio. Anche lui ha un atteggiamento rivoluzionario, di contrapposizione sociale a un potere di tipo orwelliano, ma che non può essere condivisibile effettivamente perché non è un uomo come noi.

E invece Nuvolari era un uomo come noi?
Nuvolari era in teoria un uomo esattamente uguale e identico a tutti quelli che ne creavano il mito. Aveva qualcosa in più, qualcosa di strano che nasceva proprio dalla sua anomalia. Anomalia che consisteva nel non corrispondere ai canoni e ai dettami della mitologia di allora. Era in un certo senso già un “divo del domani”. Lui è stato anche un mito emblematico di una certa politica, a quei tempi c’era il fascismo e anche lui era in qualche modo connesso, come tutti. Però se si confronta la fisicità dei miti dell’epoca, in Italia, in Germania e in Inghilterra, era molto diversa, era fatta di uomini possenti, grandi. Lo stesso realismo sovietico raffigurava attraverso la grafica e la pittura degli uomini muscolosi, potenti. Lui era piccolo, bruttino. Una specie di Dustin Hoffmann ante litteram, era diverso, anomalo, apparteneva già a una categoria di miti successivi. Il suo essere mito derivava unicamente dalle sue vittorie e lui vinceva anche quando arrivava secondo o terzo perché le sue erano prestazioni eccezionali. La gente si infiammava perché poteva avere un incidente e riprendere a correre subito. Era un po’, certo senza possibilità di paragoni, come Gilles Villeneuve. Villeneuve non ha mai vinto nulla di grandioso però il suo modo di correre era fuori dalle regole, poi è morto e per il pubblico giovane è rimasto comunque un mito. Invece Nuvolari era un mito esteso a tutte le generazioni. La macchina compariva nello scenario per la prima volta, gli aerei si vedevano sempre più spesso nel cielo, e lui è stato lo sponsor dell’oggetto meccanico che era la manifestazione del suo essere.

Nella canzone si parla infatti di un uomo “basso di statura, bruno di colore” che è in grado di superare ogni difficoltà. Quanto di Nuvolari c’è in Lucio Dalla?
Abbastanza. Io stesso per primo quando lo rappresentavo giocavo su questo punto. Raccontavo tutta un’aneddotica che mi ero studiato con Roversi e che doveva soprattutto aiutare a spiegare ai giovani chi era Nuvolari. Anche se poi in realtà Nuvolari lo conoscevano tutti, anche quelli delle ultime generazioni. In qualche modo nel grande immaginario collettivo era rimasto il suo nome, lui era una figura presente. Lo chiamavano “Nuvola”, la nuvola dà l’idea della velocità, del cielo, del vento. Il mito si era consolidato in maniera molto forte, naturale, senza imposizioni. Dopotutto lui davvero correva in maniera strepitosa, unica. Fatte le dovute differenze era un po’ come Roberto Baggio, che è diventato un mito più o meno per le stesse ragioni. Era piccolino, partiva da niente, due menischi rotti, una gamba più corta: già questo aiutava ad alimentare la leggenda. Le sue performance erano assolutamente straordinarie ma lui era del tutto anomalo rispetto agli altri giocatori, sia fisicamente che per il fatto di aver avuto tutti questi incidenti. Il mito di questo omino che metteva in riga tutti i grandi del mondo si espandeva a raggiera, non solo in Italia.

Eppure c’è sempre in questi campioni un aspetto malinconico. Nuvolari ha avuto delle vicende personali molto drammatiche, la perdita dei figli… Sembra esserci sempre una relazione tra fama e solitudine, tra popolarità e malinconia.
È un po’ la stessa tristezza che prese Gesù nell’orto del Getzemani. Quando il protagonista, il mito, il centro, l’anima del pensiero deve fare i conti proprio con il suo essere centro o anima del pensiero, non ha nessuna possibilità di condivisione. Il dramma interiore non è socialmente condivisibile. Non c’è dubbio che Nuvolari, come tutti i grandi eroi che fanno parte dell’immaginario collettivo, non può trovare amici, può trovare fedeli, fans. Ma sarà sempre difficile per un mito condividere la realtà quotidiana. Un mito non sarebbe tale se fosse il contrario. Puoi sapere tutto di lui, puoi conoscere i suoi difetti, i suoi pregi, il suo bianco, il suo nero, però la componente di mito che è la sua parte tragica non la può condividere nessuno. Tra l’altro poi in Nuvolari questa tristezza era ancora più enfatizzata dal suo aspetto malinconico. Lui è nato così, probabilmente anche a tre anni e mezzo aveva questa faccia malinconica. Poi era anche un dandy, e tutto fuorché uno stupido, ma al di là di questo forse c’era un’altra componente. Molti dicevano che fosse un testimone del fascismo, mentre lui probabilmente non lo era. Verosimilmente questa è una delle ragioni per cui si rattristava. Anche gli Agnelli finché fu loro possibile non presero la tessera del partito, poi furono costretti a prenderla. Era molto difficile starne fuori. In qualche modo ne venivi risucchiato. E successe anche a lui.

In un certo senso però Nuvolari è riuscito a sopravvivere alla strumentalizzazione della propaganda fascista. È rimasto un mito anche dopo, nel dopoguerra, negli anni ’50 quando l’ideologia era cambiata…
Perché la sua immagine era più forte di qualsiasi potere politico. Era più forte la sua carica dell’ideologia.

Oggi sembra invece che i grandi campioni sportivi, le grandi squadre, siano sempre più sottomessi al potere economico, che in qualche modo nel nostro paese è sempre legato anche al potere politico. Nel mondo della musica e dell’arte probabilmente si verificano le stesse dinamiche. In che modo un artista o un campione sportivo può riuscire a mantenere la propria autonomia rispetto alle pressioni dei poteri esterni?
Tutti i grandi, che mantengono la loro autonomia, hanno un denominatore comune che è paradossalmente costituito dall’anomalia stessa. Il vero “incontaminato” è l’anomalo, è quello che subisce di meno il ricatto delle armi di convinzione del potere, che sono poi uguali per tutti, perché il potere è sempre contrapposto alla sincerità, alla creatività, costringe ad adeguarsi a certe regole e a certe norme. Un esempio emblematico è Maradona. Maradona è una sorta di essere autosacrificante. Tutti i suoi difetti, che sono poi difetti di comportamento, sono quelli che gli hanno permesso di rimanere fuori da certe regole, di non adeguarsi, di rimanere sempre unico, cosa che si è riflessa poi nella grandezza della sua arte. Un altro esempio potrebbe essere Caravaggio, insieme a tutti quelli che in un certo senso dovevano condividere il potere frequentandolo, ma che non l’hanno mai condiviso con le loro scelte. Che spesso erano scelte naturali, proprio perché loro erano anomali. Il difetto è un segno di libertà in una società come la nostra. Anche perché poi tutti quelli che si contrappongono al potere in un certo senso non fanno altro che confermarlo. Paradossalmente non c’è niente che pubblicizzi di più la globalizzazione delle manifestazioni no-global. Ne testimoniano la presenza, il suo affacciarsi all’orizzonte come le nuvole minacciano un temporale, allora tu ti metti subito il paltò oppure prendi l’ombrello. In qualche modo l’ombrello, che dovrebbe essere quello che si oppone alla pioggia ne è il testimone. Se c’è la pioggia si pensa subito all’ombrello.
Invece il grande, il vero mito, grazie anche a una sorta di anomalia si sottrae a questi meccanismi. Il movimento di bacino inventato da Elvis Presley derivava in realtà dal fatto che aveva un difetto alle anche che lo faceva muovere così, come una specie di paraplegico, ma da lì è nato The Pelvis. Lo stesso si può dire della forza di Forrest Gump che viene dalle sue debolezze o dello strabismo di Venere. Queste sono forme abbastanza curiose di non adeguamento che possono addirittura creare nuovi canoni di bellezza. Da lì poi ad arrivare a Nuvolari ce ne vuole, ma lui non poteva in nessun modo essere uguale agli altri. Era poi un’epoca pre-post futurista in cui le parole cambiavano, cambiavano gli esempi, la retorica. L’epoca in cui a Vienna pittori come Klimt si dissociavano dalla pittura di regime, Klimt che lavorava nella bottega di Makart che era il più grande affrescatore dei palazzi di regime, si ribellava inventando l’opposto in qualche modo. Il mondo cambiava e chi lo trasformava doveva innanzitutto intuire gli aspetti che si sarebbero verificati in futuro. Per cantare la rivoluzione o l’evoluzione devi avere l’idea di quello che verrà.
Anch’io sono uno che per i miei difetti in qualche modo non mi adeguo ai canoni, vorrei fare certe cose che non posso perché sono alto un metro e sessanta e ne vado fiero, ma poi sono qui, scrivo le mie canzoni, dico le mie stronzate e vado avanti…

… conduce trasmissioni, scrive musical. Che dire a proposito di questo eclettismo? Anche Nuvolari all’inizio era un campione di motociclismo, poi è passato alle macchine…
L’eclettismo è una porta aperta. Quando fai bene una cosa, non è che questa si esaurisce, ma non puoi neanche continuare a farla per sempre. Però intanto ti sono entrati dei segnali diversi che poi si vanno a concretizzare in un altro tipo di comunicazione. Un artista come Duchamp non sai come nasce, ma forse proprio dall’incontro di un genio con altri elementi del mondo dell’arte e della comunicazione. Ogni stimolo che arriva, ogni extrasistole è un aumento di coscienza. Goethe è riuscito a far realizzare una statua scrivendo come l’avrebbe voluta, certo non era uno scultore però, alla fine sapeva come si faceva.

Torniamo per un attimo al discorso iniziale, a Nuvolari come simbolo della trasformazione dell’Italia da Paese dalla tradizione prevalentemente rurale a Paese industrializzato. Secondo lei perché questo legame così forte tra il cuore dell’Italia rurale – l’Emilia Romagna, il mantovano – e la passione per i motori? È una tradizione che continua ancora oggi, che passa dalla Ferrari e arriva a Valentino Rossi…
È un’enclave. È DNA. Sai come chiamavano i contadini romagnoli le figlie durante la guerra? Claas che era una marca di trebbiatrici tedesche. Così come certi appassionati di “Dallas” poi hanno chiamato i figli Sue Ellen o J.R. e i comunisti chiamavano il figlio Juri, in omaggio alle conquiste spaziali dei russi. Il popolo risponde come la terra ai semi. Una grandinata lo annienta ma non lo uccide. Gli alberi di una pineta si piegano perché il vento li pettina soffiando in una certa direzione. C’è un rapporto reciproco tra un luogo e certe tendenze, che diventa un rapporto storico e poi genetico, un DNA. Come il cinema, il cinema emiliano-romagnolo: Fellini, Florestano Vancini, Avati, Bertolucci, stavano tutti nel giro di cinquanta chilometri. È un DNA che noi emiliano-romagnoli-padani-lombardi abbiamo nel sangue, è una delle cose più misteriose. Con Capirossi, Valentino Rossi, Melandri, Emilia e Marche sono connesse, poi nella zona di Modena ci sono Ferrari, Maserati e Lamborghini e così via…

Nuvolari era anche il simbolo delle speranze di un’intera epoca. Lei ha celebrato in altre canzoni, come “Il motore del duemila” “Futura” o “L’anno che verrà”, i miti del progresso e le speranze nel futuro, dando comunque un’interpretazione critica e non sempre completamente fiduciosa nell’avvenire. Oggi si sente ancora affascinato da questi temi?
Sono ancora affascinato dal futuro, anche se in maniera diversa e più consapevole, semplicemente per il fatto che il futuro non c’è. Il futuro entra nell’animo di chi lo immagina e si prospetta sempre diverso, anche in contrapposizione alle ipotesi più prevedibili. Io sono un ottimista. Anche in una canzone disperata come “L’anno che verrà” si pensa che l’anno che deve arrivare sarà comunque migliore di quello che è passato. Ma non bisogna escludere niente, bisogna essere pronti a tutto, a qualsiasi cambiamento: se siamo dei monoliti nei confronti del futuro, anche con le caratteristiche vincenti che oggi ci contraddistinguono, abbiamo perso: dobbiamo essere uomini, anime, elementi in mutazione anche noi, con i tempi in cui viviamo.

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