Lorenzo Alunni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lorenzo-alunni/ un blog di approfondimento culturale Mon, 26 Oct 2020 11:37:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lorenzo Alunni Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lorenzo-alunni/ 32 32 L’ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona: intervista a Mathias Énard https://minimaetmoralia.it/interviste/lultimo-discorso-alla-societa-proustiana-barcellona-intervista-mathias-enard/ https://minimaetmoralia.it/interviste/lultimo-discorso-alla-societa-proustiana-barcellona-intervista-mathias-enard/#comments Fri, 23 Oct 2020 06:00:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44391 Pubblichiamo un'intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Lo scrittore francese, orientalista, Mathias Énard è innanzitutto un grande viaggiatore, che ha esplorato mondi concepiti erroneamente come separati dall’Occidente. Nato nel 1972, dopo aver studiato lingue orientali all’Inalco di Parigi e storia dell’arte all’École du Louvre, ha vissuto in Iran, Egitto, Libano, Tunisia e Siria. Risiede a Barcellona da quindici anni, dove è professore di arabo del quale è anche traduttore dopo un decennio di studi in Medio Oriente.

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Pubblichiamo un’intervista uscita sul Messaggero, che ringraziamo.

Lo scrittore francese, orientalista, Mathias Énard è innanzitutto un grande viaggiatore, che ha esplorato mondi concepiti erroneamente come separati dall’Occidente. Nato nel 1972, dopo aver studiato lingue orientali all’Inalco di Parigi e storia dell’arte all’École du Louvre, ha vissuto in Iran, Egitto, Libano, Tunisia e Siria. Risiede a Barcellona da quindici anni, dove è professore di arabo del quale è anche traduttore dopo un decennio di studi in Medio Oriente.

Bussola è il romanzo che nel 2015 lo ha consacrato a livello internazionale con la conquista in Francia del prestigioso Premio Goncourt ed è stato finalista del Man Booker Prize anglosassone.

Nelle librerie italiane approda la raccolta di poesie dal titolo Ultimo discorso alla società proustiana di Barcellona (e/o, 261 pagine, 18 euro, traduzione di Lorenzo Alunni e Francesco Targhetta). È una sorta di autobiografia in versi che esprime la coscienza cosmopolita di Énard e ricostruisce la mappa dei suoi viaggi fondamentali in posti feriti e ricchi di storia: da Beirut ai Balcani risalendo nel cuore della Polonia.

Che cosa rappresenta la frontiera?

«È al contempo una maledizione e un luogo interessante nella prospettiva dello scambio. Le frontiere sono artificiali, poiché sono definite dagli uomini, e hanno assunto sempre più l’accezione geopolitica di separazione. Il Mediterraneo è divenuto una gigantesca linea di frontiera tra due o più mondi».

A livello culturale?

«Le zone di confine sono sempre state un grande laboratorio per prima cosa linguistico. Assistiamo a un rafforzamento non solo tecnologico delle frontiere senza precedenti nella storia, ma è proprio nelle terre di mezzo che si formano le idee e i pensieri più fecondi».

Come è nato il titolo del libro?

«A Barcellona esiste una Società proustiana e si tengono le riunioni nella libreria-caffetteria di Pau Clarìs. Non volevo che il titolo fosse poetico come invece è la raccolta. C’è una parte chiaramente legata a Zona, una a Bussola. Si tratta di poesia, ma è anche narrativa: considero la raccolta una geografia dei miei viaggi».

Perché è salpato molto giovane dalla Francia?

«Sono cresciuto a Niort, una cittadina della Provenza. Il viaggio è stato una sorta di liberazione dai confini della provincia. La passione originale era per il mondo arabo. Il primo viaggio è avvenuto in Libano. Ho raggiunto Beirut dopo la fine della guerra civile. Partito per un reportage, sono rimasto dieci anni a studiare in Medio Oriente».

Qual è la vera dimensione del viaggio?

«Richiede tempo e conoscenza».

Perché il Libano, che ha ispirato l’esordio letterario con La perfezione del tiro, è stato la prima meta?

«L’ho sempre sentito come un luogo dell’anima. È un paesaggio culturale straordinario. Nel Novanta era un paese distrutto, pieno di mine e confini interni violenti. Ho conosciuto la violenza che dall’Iraq alla Siria ha squarciato un mondo e provocato un naufragio di civiltà, che è la vera ferita del nostro tempo».

Che cosa simboleggia questo paese?

«È una fonte originale dell’umanità. Europa è una principessa fenicia rapita da Zeus sulle coste del Libano. Non amo la definizione di mosaico di popolo, perché nessun luogo risponde a un disegno unico. È tutto in movimento sull’orlo del precipizio e le sue sfide di convivenza ci appartengono».

In che modo resiste Beirut?

«Gli abitanti di Beirut lottano tutti i giorni. Vivere a Beirut significa sapersi battere. Le trasformazioni indotte dalla guerra la rendono in eterna costruzione. Brilla di mille luci con lo spirito di accoglienza dei libanesi. È buia perché è la capitale della corruzione e dell’impossibilità di una vita libera».

Quale certezza ha maturato sulla Siria?

«L’impossibilità di qualunque previsione».

Esiste un dialogo culturale mediterraneo?

«Siamo regrediti alla visione del mondo dei romani e dei greci nell’antichità. Si cerca di contenere le minacce terroristiche o semplicemente strategiche come si faceva con i barbari. Oltre la frontiera si inviano le truppe, tuttavia non si legge e comprende ciò che accade. Non può passare tutto solo dal frangente militare».

Perché continuiamo a considerare i Balcani altro dall’Europa?

«Per le differenze religiose insite. La scarsa lungimiranza persiste dalla dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Sembra assurdo, ma è così, mentre sono una regione chiave nel rapporto tra Oriente e Occidente, l’Est e l’Ovest. Abbiamo dimenticato la lezione di Sarajevo: una città che pur con dei conflitti fioriva di tre culture: giudaismo, cristianesimo e Islam».

Qual è il senso del cosmopolitismo?

«Vorrei credere che sia ancora un valore, qualcosa di reale. È fra le nostre sfide più grandi. Nel tempo la sua accezione in origine negativa è cambiata: da tutto ciò che non ha un centro di gravità alla possibilità di sentirsi a casa un po’ ovunque. Occorre trovare un nuovo equilibrio tra il locale e l’esigenza di interrogare l’universale».

In Europa la concezione del ghetto è ancora viva?

«Il ghetto è un aspetto triste della cultura europea che corrisponde alla volontà dalla Venezia medievale di rinchiudere gli ebrei e in generale di chiudersi alla differenza. In Europa abbiamo quasi perso l’yiddish, la lingua culturale di tutto l’Est europeo, che è divenuto una lingua newyorkese o israeliana. Abbiamo cacciato e perduto questa ricchezza per paura di noi stessi. Il retaggio dell’antisemitismo non si è fermato al 1945. La Polonia, dove si è consumata larga parte della persecuzione ebraica, è la testimone del conflitto di memorie che lacera l’Europa».

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Un mash-up letterario: Fantasmagonia in una Fiaba d’amore https://minimaetmoralia.it/letteratura/antonio-moresco-e-michele-mari/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/antonio-moresco-e-michele-mari/#respond Wed, 05 Mar 2014 09:41:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19111 Un mash-up è un brano musicale costruito mescolando due brani, per lo più con la base strumentale di uno e la voce dell’altro. Una sorta di collage sonoro, insomma. MTV dedicò a questa tecnica un’intera trasmissione, MTV Mash, YouTube è generoso in esempi e possiamo anche spingerci a considerare un mash-up la miscela fra l’inno inglese e quello americano suonata da Glenn Gould.

Quello che segue è un mash-up fra due libri. Per la precisione, fra un romanzo breve (una fiaba?) e un racconto (un manuale?).

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(Immagine: Virginia Zanetti, Infinito-Due ma non Due. Fonte.)

Un mash-up è un brano musicale costruito mescolando due brani, per lo più con la base strumentale di uno e la voce dell’altro. Una sorta di collage sonoro, insomma. MTV dedicò a questa tecnica un’intera trasmissione, MTV Mash, YouTube è generoso in esempi e possiamo anche spingerci a considerare un mash-up la miscela fra l’inno inglese e quello americano suonata da Glenn Gould.

Quello che segue è un mash-up fra due libri. Per la precisione, fra un romanzo breve (una fiaba?) e un racconto (un manuale?).

La storia del recente piccolo libro di Antonio Moresco, Fiaba d’amore (Mondadori) è quella di una bellissima ragazza che s’innamora di un barbone, il “vecchio pazzo”. Già con i libri precedenti di Moresco veniva da chiedersi quanto i suoi personaggi siano considerabili dei fantasmi, ma la sua è una letteratura di quelle che rende difficile, se non fuori luogo, distinguere un fantasma da una presenza che va ben al di là di quella categoria, perché è già la distinzione fra mondo e oltremondo a saltare. Del resto, è lo stesso Moresco, nelle sue interviste, a scoraggiare l’utilizzo dell’etichetta di fantasma per personaggi che preferisce pensare più semplicemente – e realisticamente – in termini di “personaggi letterari”.

Se si vuole cercare di vederci un po’ più chiaro, una possibile cartina al tornasole c’è. La offre un racconto di Michele Mari, Fantasmagonia, che dà il titolo alla raccolta omonima (Einaudi, 2012) e dove l’autore elenca diciannove caratteristiche che una persona deve presentare per diventare poi un fantasma.

Ecco, si può provare a leggere Fiaba d’amore di Antonio Moresco con gli occhi di Fantasmagonia di Michele Mari, punto per punto e senza altre parole che quelle degli autori, e vedere di capire meglio se il vecchio pazzo diventa un fantasma o se è il caso di lasciar perdere quella categoria.

La posta in gioco è più alta di quel che sembra. Non un ludico accostamento – o mash-up, dicevamo – fra due racconti e due autori, ma un piccolo strumento in più per mettere alla prova quella verità di cui certa letteratura cerca meravigliosamente di persuaderci: che un mondo infestato è un mondo più rassicurante.

Ora il mash-up. Le parole di Michele Mari in corsivo e quelle di Antonio Moresco in tondo. Play.

1, o del male

È necessario che egli sia moralmente già morto prima di morire.

Neanche lui sapeva chi era stato. Ricordava solo che tutto l’aveva deluso, che aveva abbandonato la sua casa, la sua vita, e che si era messo a dormire per strada, al freddo, nel mondo vuoto.

2, o del luogo

È dunque fondamentale che il recluso trascorra gli ultimi tempi di vita recluso in ambito certo.

Stava in un posto che non interessava a nessuno e che nessuno gli contendeva, una piccola rientranza dove quando pioveva gli cadeva l’acqua sul volto, e quando nevicava veniva ricoperto da un velo bianco.

3, o dell’immutabilità

Questo grande odiatore del mondo sarà conseguentemente schiavo di se stesso id est della propria casa.

Non si alzava mai dal suo giaciglio di cartone e di stracci.

4, o della casa come tana

Specchio della mente del suo proprietario, la casa ne sarà anche il corpo.

Il vecchio stava sempre coricato sul suo cartone, non solo di notte, anche di giorno.

5, o dell’umidità

La casa abitata da chi la abiterà come fantasma deve essere umida.

Di mattina si sveglia sul cartone bagnato ricoperto dell’umidità della notte.

6, o della penombra

Offeso dal mondo, il candidato percepirà oltraggio in ogni fonte troppo viva di luce.

Era una luce diversa da quella che c’era nella città dei morti, perché là la luce non si vedeva ma ci si vedeva mentre qui la luce si vedeva ma non ci si vedeva.

7, o del sussurro

Messosi da sé in condizione di non dovere interloquire con chichesia, il solitario si lascia sovente sorprendere nell’atto di parlare con se stesso.

Il vecchio non parlava con nessuno e non parlava neppure tra sé, come fanno molti straccioni. Parlava solo, di tanto in tanto, con quel colombo che si fermava vicino al suo giaciglio di cartoni e di stracci.

8, o dell’errore popolare

In realtà persona e fantasma non possono essere distinti nemmeno linguisticamente, non essendo alla fine se non una sola cosa.

Era proprio come nella città dei vivi. Solo che nella città dei morti non sai mai che sei morto, come in quella dei vivi non sai mai che sei vivo.

9, o della continuità

Tolto il destino della materia corporea, non si dà in effetto un significativo cambiamento fra lo stato del vivo e quello del fantasma.

Il vecchio preferiva dormire in strada anche lì, perché, come non aveva trovato posto fra i vivi nella città dei vivi, così non lo aveva trovato nella città dei morti.

10, o dell’aritmomania

“I fantasmi non esistono”, dicono i genitori ai bambini per tranquillizzarli: impeccabil sentenza: non esistono perché essi SONO.

“Io ho indovinato chi sei… ti ho riconosciuto…”

11, o della paura

La paura delle proprie angosce diventa facilmente paura di se stesso.

“Com’è possibile?” si domandava continuamente, con la testa sul marciapiede duro e fradicio.”

12, o del rimpianto

Incline a una morbosa autocommiserazione, il predestinato ama indugiare sui pensieri di morte.

“Avevo fatto bene a lasciare questo brutto mondo.”

13, o della vendetta

Il fantasma ricorderà solo di essere stato un odiatore: fedele a questo impegno continuerà a odiare.

“Ma, se non bisogna credere alle parole, se la parole non sono niente, non valgono niente, allora perché le persone parlano, parlano…?”

14, o del trasalimento

Già in vita il fantasma si era educato a un’esistenza di trasalimenti.

Si guarda attorno e per un po’ non ricorda neppure chi è, non riconosce le strade e il mondo che poco a poco affiorano davanti ai suoi occhi cisposi.

15, o della noia

Prigioniero di sinuose catene obbligate di pensieri e di gesti, e prima e dopo il trapasso il fantasma è tetramente annoiato.

La vita dello straccione è immobile e senza speranza.

16, o dell’acronia

Già da vivo il segnato tenderà a contaminare le fasi della propria vita ricordandole come coeve.

“Io ti prometto un tempo che non passerà” gli sussurrò un giorno lei.

17, o della commozione

Incapace di sciogliere il ghiaccio dei propri blocchi esistenziali, il futuro fantasma è pressoché escluso da un autentico commercio umano.

Nessuno sapeva chi era, neanche gli altri straccioni, perché se ne stava sempre da solo, non parlava mai con nessuno.

18, o della massima aspirazione

A cosa tende, una volta fantasma, il fantasma? A por fine alla propria sofferenza.

“‘Voglio morire!’ avevo detto agli dei.”

19, o del riconoscimento

Chi versa in uno stato prefantasmatico, per quanto imperfetto e discontinuo questo possa essere, ha in certi momenti la facoltà di riconoscere una casa-fantasma.

“Fermiamoci qui. La fiaba è finita. Lasciamoli dormire abbracciati. Non c’è nient’altro. Hanno attraversa la vita e la morte per potersi incontrare. Sono stanchi. Hanno sofferto molto. Se lo sono meritato. Non c’è nient’altro da raccontare. Nella vita non c’è nient’altro. Non c’è nient’altro.”

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La forza dell’ordine https://minimaetmoralia.it/estratti/la-forza-dellordine-didier-fassin/ https://minimaetmoralia.it/estratti/la-forza-dellordine-didier-fassin/#comments Sat, 18 Jan 2014 09:50:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17592 Pubblichiamo un estratto dal prologo de La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane di Didier Fassin (Edizioni La Linea, 2013), a cura di Lorenzo Alunni.

di Didier Fassin

31 dicembre 2006, ore 19: in un grande agglomerato della periferia parigina, la banlieue, tre adolescenti vestiti in modo elegante aspettano sotto la pioggia l’autobus a una fermata accanto alle case popolari di una cité HLM. Hanno in programma di passare la notte di Capodanno con degli amici nella cittadina vicina. I due più grandi hanno sedici anni. Sono amici di lunga data. Il terzo ha tredici anni. È il cugino di uno dei due. I tre adolescenti si trovavano lì al riparo da qualche istante, quando si accorgono di un gruppo di cinque giovani che, correndo, saltano in un’auto e se ne vanno precipitosamente. In quel momento compare una pattuglia delle CRS (le Compagnies Républicaines de Sécurité, corpo di polizia francese addetto a mansioni di antisommossa) che circola nel quartiere. I poliziotti non si sono accorti di quei movimenti frenetici. Passando, squadrano gli adolescenti alla fermata dell’autobus e continuano la ronda a bassa velocità. Qualche minuto più tardi, arriva sul posto di gran carriera una volante della polizia, che si ferma bruscamente davanti ai tre ragazzi ancora in attesa dell’autobus che li deve portare alla festa. Scendono tre agenti in uniforme, salutano con freddezza gli adolescenti, chiedono i documenti, perquisiscono i ragazzi senza tanti riguardi e domandano loro che cosa stanno facendo lì. Apparentemente soddisfatti delle risposte ottenute, risalgono in macchina per comunicare via radio con il commissariato.

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Stemmi_polizia_francese

 

Pubblichiamo un estratto dal prologo de La forza dell’ordine. Antropologia della polizia nelle periferie urbane di Didier Fassin (Edizioni La Linea, 2013), a cura di Lorenzo Alunni.

di Didier Fassin

31 dicembre 2006, ore 19: in un grande agglomerato della periferia parigina, la banlieue, tre adolescenti vestiti in modo elegante aspettano sotto la pioggia l’autobus a una fermata accanto alle case popolari di una cité HLM. Hanno in programma di passare la notte di Capodanno con degli amici nella cittadina vicina. I due più grandi hanno sedici anni. Sono amici di lunga data. Il terzo ha tredici anni. È il cugino di uno dei due. I tre adolescenti si trovavano lì al riparo da qualche istante, quando si accorgono di un gruppo di cinque giovani che, correndo, saltano in un’auto e se ne vanno precipitosamente. In quel momento compare una pattuglia delle CRS (le Compagnies Républicaines de Sécurité, corpo di polizia francese addetto a mansioni di antisommossa) che circola nel quartiere. I poliziotti non si sono accorti di quei movimenti frenetici. Passando, squadrano gli adolescenti alla fermata dell’autobus e continuano la ronda a bassa velocità. Qualche minuto più tardi, arriva sul posto di gran carriera una volante della polizia, che si ferma bruscamente davanti ai tre ragazzi ancora in attesa dell’autobus che li deve portare alla festa. Scendono tre agenti in uniforme, salutano con freddezza gli adolescenti, chiedono i documenti, perquisiscono i ragazzi senza tanti riguardi e domandano loro che cosa stanno facendo lì. Apparentemente soddisfatti delle risposte ottenute, risalgono in macchina per comunicare via radio con il commissariato.

In quel momento gli adolescenti sono ancora convinti che si tratti solo di un banale controllo dei documenti. I due cugini sono di origine mauritana, il loro amico è nato in Ecuador, tutti e tre abitano in periferia: sanno per esperienza che, per loro, trovarsi fuori casa significa essere frequentemente esposti a simili controlli, che si ripetono con la stessa umiliante sequenza di azioni: mani poggiate sulla portiera del veicolo della polizia, tasche svuotate del loro con- tenuto sul cofano e corpo palpato con le gambe divaricate. È un rito quasi sempre compiuto in pubblico, sotto gli occhi dei vicini, che più tardi commenteranno la scena. Di questi controlli ne hanno già subiti molti, a ore diverse del giorno e in diversi luoghi, magari mentre stavano aspettando un amico alla stazione o passeggiavano per strada. Pur percependo la natura vessatoria di queste situazioni, non provano nessuna particolare inquietudine. Non hanno niente da nascondere; e, del resto, non hanno già dimostrato la loro buona volontà lasciandosi perquisire senza aprire bocca? Quel che non sanno è che i poliziotti hanno appena chiamato i rinforzi.

Quasi immediatamente arriva sul posto un’altra auto – un’auto civetta, stavolta, trattandosi della Brigade Anti-Criminalité (la BAC, Brigata Anticrimine) –, seguita da due pattuglie delle CRS, fra cui quella che era in servizio nel quartiere. (…) Cinque poliziotti, di cui due in borghese, circondano gli adolescenti. Vicino a loro staziona un agente delle CRS con un Flash-Ball, un’arma con proiettili di gomma, mentre altri rimangono in macchina. L’atmosfera si è inasprita. I tre ragazzi sono perquisiti di nuovo, vengono loro rivolte le stesse domande: che cosa stanno facendo a quella fermata? (…) «Li portiamo via» ordina secco uno dei poliziotti.

Rabbrividendo sotto la pioggia, gli adolescenti non oppongono resistenza. Ma vengono ammanettati lo stesso. (…) Per l’intero corso di questa penosa prova i tre ragazzi sono rimasti in silenzio, limitandosi a rispondere di non aver fatto niente, di trovarsi lì solamente per prendere l’autobus. Intorno a loro, nella notte, si sono raggruppati gli abitanti del quartiere, che si mantengono però a una distanza ragionevole. Alcuni genitori del vicinato si stupiscono di vedere gli amici dei figli con le manette ai polsi, come dei criminali. Di fronte all’impressionante dispiegamento di forza pubblica e al ricorso inatteso alla costrizione fisica, si persuadono che debba trattarsi di una faccenda seria.

Durante il tragitto in macchina, il ragazzo più giovane viene separato dagli altri due. Nel veicolo dove si trovano i due più grandi, dopo un momento di silenzio, un poliziotto li interroga: «Sapete perché siete qui?». «No, signore.» «Non fate finta, lo sappiamo che siete voi.» «Ma noi non abbiamo fatto niente, signore.» (…) L’arrivo delle macchine al commissariato è scenografico, con i lampeggianti accesi e le sirene spiegate in strade praticamente deserte.

Alla stazione di polizia riprende l’interrogatorio, questa volta individualmente e con modi più rudi. I ragazzi vengono insultati, viene urlato loro di tirare fuori le mani dalle tasche. Un poliziotto che si trova a passare mentre vengono registrati non trattiene un’allusione sprezzante al colore della loro pelle. (…) Si cerca di far capitolare uno dei più grandi, preso da parte: «Tuo cugino ha appena confessato. Farai meglio a riconoscere quello che avete combinato». «Non è possibile, signore, non c’è niente da confessare, noi non abbiamo fatto niente.» Nei minuti fra i due interrogatori a cui sono sottoposti, i tre adolescenti, spogliati di portafogli, orologi e oggetti personali, vengono condotti in una piccola sala delimitata da enormi pannelli in plexiglas, chiamata “l’acquario”. È lì che vengono sorvegliati i sospetti in attesa che sia presa una decisione nei loro confronti, che può essere di rilasciarli o di trattenerli per tutta la notte. (…)

Dopo poco, gli adolescenti vengono portati in un corridoio e piazzati di fronte a un vetro a specchio. Dall’altra parte viene fatta accomodare una persona: la vittima del reato. Deve identificare i responsabili, pur ammettendo che li ha visti solo in lontananza, di notte, sotto la pioggia, mentre fuggivano dopo il crimine. Senza capire bene quel che sta accadendo, i tre ragazzi sono obbligati a girarsi di profilo o di fronte a ogni ordine urlato da un poliziotto. Più tardi verranno informati che i due cugini, descritti dalla vittima come “due neri vestiti di scuro”, sono stati riconosciuti. Dettaglio da notare, e che si rivelerà decisivo, il terzo giovane porta una giacca con cappuccio, resa facilmente riconoscibile dalle righe bianche e blu, mentre la dichiarazione dell’uomo che ha fatto denuncia parla di un indumento simile, ma di colore grigio a tinta unita. A queste condizioni, la colpevolezza degli adolescenti diventa difficile da dimostrare, quantomeno finché non si confuta la versione secondo cui erano tutti e tre insieme. Il ragazzo che non corrisponde al ritratto delineato dalla vittima è allora condotto in un’altra sala e interrogato di nuovo da quattro poliziotti. (…) Pur temendo le conseguenze della sua testardaggine a proclamare la verità, il ragazzo non cede alla pressione. Alla fine viene riportato nell’“acquario”, dove ritrova gli altri. Non sanno ancora di che cosa sono accusati, ma sono ormai convinti che verranno trattenuti tutta la notte.

Tuttavia, proprio come la testimonianza della persona che ha sporto denuncia, i dati informatici (…) non apportano alcun nuovo elemento a carico dei tre ragazzi, che non risultano noti ai servizi di polizia. Il comandante della stazione decide allora di chiamare i genitori dei due più grandi, per comunicare loro che i figli si trovano al commissariato e che devono venirli a prendere. Non viene fornita alcuna spiegazione sulle ragioni dell’arresto. Quando i due padri si presentano preoccupati alla stazione di polizia, il comandante li riceve informandoli che un’automobile è stata oggetto di un atto vandalico (uno sportello rigato) da parte di un gruppo di adolescenti, che il fatto è successo vicino a dove i loro figli stavano aspettando l’autobus e che la descrizione fisica e l’abbigliamento dei colpevoli parevano collimare con quelli dei ragazzi.  «Sono stati fortunati che quello lì non è vestito di grigio», dice (…). Né lui né i suoi colleghi spenderanno una parola di scuse per l’errore e la spiacevole situazione.

È quasi mezzanotte. Gli adolescenti hanno appena finito di trascorrere più di quattro ore con la polizia sotto la minaccia di essere trattenuti in stato di fermo. Il loro Capodanno è finito. Ma, più che la delusione per la festa sfumata, avvertono l’ingiustizia di cui sono appena stati vittime e l’umiliazione per l’accaduto: l’arresto di fronte ai genitori dei loro amici e ai conoscenti del quartiere, le manette, le intimidazioni, le prese in giro, gli insulti, le frasi razziste; tutti soprusi che sanno di avere subito solo perché vivono lì e perché sono ciò che sono. (…).

La vicenda che ho appena raccontato somiglia a molte altre alle quali ho assistito nel corso dell’indagine da me condotta, fra il maggio del 2005 e il giugno del 2007, sulla polizia nella periferia parigina. (…) L’episodio riportato presenta in maniera esemplare molti degli ingredienti comuni agli interventi della polizia nei quartieri popolari: inefficacia nella repressione della delinquenza compensata dall’identificazione di autori improbabili; sproporzione dei mezzi dispiegati rispetto a una situazione assai poco allarmante; ricorso a pratiche vessatorie e a metodi d’intimidazione.

Una scena ordinaria di vita di periferia, insomma, che tutto sommato finisce bene, con la liberazione dei tre ragazzi, che se la cavano senza accuse. Siamo nel normale ordine delle cose. Per la polizia, in fin dei conti, si tratta semplicemente di una verifica d’identità e di un interrogatorio fatto secondo le regole, entrambe le cose giustificate da un ragionevole sospetto di partecipazione a un reato. Per gli adolescenti, infine, non è che un’interazione in più con le forze dell’ordine, certo più traumatizzante delle precedenti, ma che immaginano non sarà l’ultima. Quanto a me, non sarebbe nient’altro che un’osservazione in più nel mio taccuino, se solo uno di quei tre ragazzi non fosse stato mio figlio.

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