Lotta continua Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lotta-continua/ un blog di approfondimento culturale Wed, 12 Dec 2012 16:48:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lotta continua Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lotta-continua/ 32 32 Riflessioni su Il contro in testa https://minimaetmoralia.it/libri/riflessioni-su-il-contro-in-testa/ https://minimaetmoralia.it/libri/riflessioni-su-il-contro-in-testa/#comments Sat, 25 Aug 2012 08:30:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8939 Pubblichiamo due recensioni su «Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia» di Marco Rovelli (Laterza): la prima, uscita su «Alias», è di Carlo Mazza Galanti, la seconda di Giulio Milani.

di Carlo Mazza Galanti  

Una ricognizione dei luoghi dove l'autore è nato e cresciuto: Massa, Carrara, le Alpi Apuane. Un testo poetico sulla storia politica a suo modo eccezionale di questa regione. Un libro di viaggio nella prossimità di un territorio fitto di storie: più un muoversi nella verticalità del tempo e della memoria, nelle stratificazioni culturali e tra le parvenze fantasmatiche di voci più o meno lontane (di canti, anche), che nell'espansione orizzontale dello spazio. Una bozza di autobiografia generazionale, infine. C'è molto in questo piccolo libro di Marco Rovelli: molta dedizione, molto amore, molta nostalgia, molto studio, molta rabbia (e forse anche molta frustrazione). Non ci sarebbe bisogno di altro.

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Pubblichiamo due recensioni su «Il contro in testa. Gente di marmo e di anarchia» di Marco Rovelli (Laterza): la prima, uscita su «Alias», è di Carlo Mazza Galanti, la seconda di Giulio Milani.

di Carlo Mazza Galanti  

Una ricognizione dei luoghi dove l’autore è nato e cresciuto: Massa, Carrara, le Alpi Apuane. Un testo poetico sulla storia politica a suo modo eccezionale di questa regione. Un libro di viaggio nella prossimità di un territorio fitto di storie: più un muoversi nella verticalità del tempo e della memoria, nelle stratificazioni culturali e tra le parvenze fantasmatiche di voci più o meno lontane (di canti, anche), che nell’espansione orizzontale dello spazio. Una bozza di autobiografia generazionale, infine. C’è molto in questo piccolo libro di Marco Rovelli: molta dedizione, molto amore, molta nostalgia, molto studio, molta rabbia (e forse anche molta frustrazione). Non ci sarebbe bisogno di altro.

Senonché le risposte alle domande più importanti restano alquanto incomplete, come forse è inevitabile che sia, e a quei giovani che “fanno le vasche” sul corso di Carrara dimenticando nel viavai tra le vetrine la storia antica della loro terra ancora mancano le giuste motivazioni, e gli strumenti, per strapparsi all’insignificanza. Come a noi, in fondo, che ancora ci crediamo (nella rivolta, se non nella rivoluzione), e aspettiamo. Quello che mi sembra più ammirevole di questo fluido puzzle di testimonianze, racconti, incontri, memorie, è la continua vigilanza dell’autore intorno allo stato delle proprie emozioni, e di quelle che la scrittura potrebbe fingere e trasmettere agli altri. A chi è cresciuto nel mito della storia anarchica che fiorì (e venne calpestata) in quella regione, cosa resta oggi dei sentimenti, delle passioni, di quella fede? E soprattutto che farne?

“Quello spirito secolare è davvero un senso profondo che ha impregnato questa terra, o è solo una nostra immaginazione, un altro fantasma a uso e consumo personale per mascherare la nostra impotenza?”. La domanda non è riferita soltanto all’anarchismo storico ma anche alla politica del secondo novecento, a Lotta Continua, a Potere Operaio, che lì ebbero una sede importante, alla generazione dei padri, alla mitografia recente e ancora raggiante del ’68-’77. A questo insieme confuso di lotte e fallimenti, di slanci e cadute Rovelli si rivolge come uomo nato e cresciuto nel “vuoto pneumatico” degli anni ottanta, nella tabula rasa su cui tanto hanno già ragionato scrittori e intellettuali della sua generazione. “Era con quel senso di orfanitudine addosso che cercavamo l’anima nei recessi più riposti”: su questo piano si articola il tentativo di risposta di Rovelli. Risposta che non dà sconti, come sconti non vengono concessi alla descrizione della sua terra rovinata da una lunga storia (politica, industriale) di offese, come non vengono censurate le parole di sconfitta e depressione sfuggite a padri o fratelli maggiori davanti a un vino sempre meno gioioso e dionisiaco. Anche i matti che vedono la Madonna possono allora diventare amici e forse consiglieri, in un tempo di “orfanitudine”. O gli immigrati che manifestano davanti al Duomo di Carrara. O ancora possiamo spenderci nella riappropriazione pratica e teorica degli ormai famosi “beni comuni” (della montagna, del marmo, in questo caso), come di una terza via ancora percorribile tra la burocratizzazione del pubblico e la rapina del privato.

Sono le strade battute in maniera più o meno istintiva da quella sinistra che forse più di ogni altra potrebbe (e vorrebbe) rivendicare un’eredità anarchica: “non dell’anarchia come dottrina, ma nei modi di fare, di protestare… di volere” come dice uno dei tanti vecchi cavatori o operai incontrati da Rovelli per osterie. Strade segnate da una scrittura che non rinuncia a sedurre, elaborare uno stile, guardare in alto, ma soprattutto che cerca di liberarsi dell’eredità pesante del passato perduto. Disconoscere i padri, liberare i fantasmi, questo il cuore del libro: passare al vaglio le glorie e i disonori per conservare ciò che serve. Trasmettere testimonianze senza rimpianti né venerazioni. Rimettere in circolo la vita: “Consegnati loro alla mitologia, a chi resta non è consentito sentirsi orfano. Si tratta di sentirsi liberi. Tocca esplorare il presente.”: questo il pensiero del narratore davanti a Angelo Dolci, detto Taro, che a sedici anni fu partigiano.

Le due città

di Giulio Milani

Scrive Junger che le montagne generano negli abitanti della pianura due tipi di atteggiamenti molto distanti fra loro: la modesta tranquillità di chi si sente protetto e vive nascosto, e insieme l’ambiziosa inquietudine di chi si vede prigioniero e scorge nella vetta l’ostacolo da superare, a ogni costo.

Sentimenti polarizzati, propri di chi è nato in mezzo agli estremi, e che trovano una loro composizione (epica, e narrativa) nella figura dell’«Anarca», del Grande Solitario.

«Che poi l’ho sempre detto, per salvarti da un posto così o te ne vai presto o emigri internamente, trovando rifugio nei boschi, lathe biosas, vivi nascosto.»

Come si legge ritroviamo la stessa duplicità, ma qui per così dire “raddoppiata” dall’estendersi del mare davanti a «scogliere di marmo» alte duemila metri, nel libro di Marco Rovelli “Il contro in testa. Gente di marmo e d’anarchia” edito nella collana Contromano di Laterza. Bipolarità, e insieme refrattarietà di identità e di appartenenze, quasi a comporre una sorta di «geologia della psiche umana» (per citare ancora Junger) fatta di doppi e di fantasmi stratificati.

Le città “gemelle” di Massa e di Carrara, in particolare quest’ultima, sono note in Italia e non solo per l’estrazione del marmo bianco cosiddetto «statuario» – impiegato, tra gli altri, da Michelangelo – e per il sindacalismo e l’attivismo anarchico “eroico” di matrice ottocentesca.

Esiste un nesso, ci spiega l’autore, tra il marmo e l’anarchia, e tra questi rapporti e giorni nostri.

«A Carrara le cave erano – e sarebbero – di tutti, così come storicamente fu anche per le terre sulle montagne massesi, con l’uso del compascuo, la proprietà comune dei pascoli e degli alpeggi. […] Dal 1751 in poi furono le leggi degli Estensi a regolamentare le concessioni. L’accaparramento privatistico degli usi civici (le usurpazioni, come le leggi stesse le chiamavano) continuò imperterrito, per due secoli e mezzo. Tanto più dalla metà dell’Ottocento in avanti, quando cominciò una produzione di tipo industriale. Questa fu una delle ragioni, è da credersi, del fiorire dell’anarchismo in questa terra. La volontà di riappropriazione di un bene comune.»

Quando sul finire dell’Ottocento le cave, che per gli usi civici (le cosiddette «vicinanze») erano “beni comuni” indivisi, vennero espropriate alle comunità e privatizzate (per finire presto in mano alle multinazionali dell’escavazione), le genti di Massa e di Carrara che abitavano i monti e lavoravano in quelle cave, aderirono in forma spontanea, esistenziale, alla pratica anarchica (perché l’anarchia è in primo luogo un metodo, un sentiero e una pratica, e solo in subordine un’ideologia).

«Per spaccare il marmo devi capire quel è la linea giusta, il suo verso. Se la segui, tagliarlo è facile. Se invece vai contro il verso, non ci riesci. Non c’è verso, proprio. E quello si chiama contro. Il marmo è come la vita, morbido al verso e duro al contro. Solo che avere il contro in testa non è facile. È un bel fardello da portare.»

Il «contro in testa» è dunque per l’autore un atteggiamento naturalmente (geologicamente) refrattario, ribelle e riottoso all’ordine impartito, perché è come il verso “contromano” della pietra calcarea, concrezione geologica marina (il mare che si fa montagna), che se presa per il verso sbagliato è dura come basalto, e non si taglia.

«Basta salire sulle montagne, in Apuania, e il paesaggio stesso si presta a essere scenario di visioni. Che poi già il marmo è un brulichio di vite marine, sedimenti carbonatici prodotti in quelle che furono scogliere coralline. Quegli strati, segnati da linee oblique e parallele, vene sottopelle che il lavoro millenario delle cave ha scoperto e portato in superficie, sbattendotelo in faccia – quegli strati di marmo sono vivi, profondamente vivi, e quel biancore che ti abbaglia è come un concentrato ipnotico di vita. Il mare, qui, è già compreso nella montagna.»

Uomini e cose sembrano quindi appartenere a uno stesso orizzonte ontologico. Qui cadano determinati aspetti metafisici come la solitudine del cavatore in tecchia, un confronto quotidiano con la morte che fa dell’anarca un “individuo” solidale, ovvero il rovescio della concezione liberista: la società dei solitari è una società «spartana», nel senso che spartisce un destino comune, quello che nella lizzatura fa dipendere la tua vita da quella degli altri.

Nella medesima rete di relazioni, di «conduttori elettrici», e attraverso la loro «visionaria» sedimentazione psichica, si apre per l’autore un orizzonte di «eventi», alla Badiou, che nella loro estemporaneità e singolarità producono significati permanenti e universali (come la morte di Carlo Giuliani o il breve avvento della Comune di Parigi). Proprio qui si mostra l’aspetto più letterario del libro, ovvero la capacità di raccontare una città, anzi due, come fosse il doppio spaventoso dell’Italia intera, o se vogliamo del mondo.

«L’ho detto e ridetto; reale la rivolta, qui, lo è stata, ma da un trentennio a questa parte un’onda di dimenticanza pare aver sommerso la storia passata, e pare sia in grado di cancellare quell’identità che si credeva incisa nel marmo. Per ciò, allora, questi ultimi trent’anni di questa terra non dicono solo di se stessi, ma anche di una storia più ampia: raccontano, come fosse un eccentrico punto di verità, della storia e della mutazione della società italiana.»

Ritroviamo questo modo partigiano e “messianico” di intendere la verità nel racconto dell’esemplare protesta degli immigrati al Duomo di Massa, che il narratore si assume il rischio di considerare “figura” dell’epoca presente, nel bene e nel male. D’altra parte – sempre parafrasando Badiou – non esiste evento se non quello che siamo d’accordo per riconoscere come tale.

«È cosa buona e giusta che questa terra sia trasfigurata. La trasfigurazione le appartiene. Qui hanno proliferato visioni, e una visione è davvero tale quando ne suscita altre, in una catena interminata.»

L’antefatto è la promulgazione della sanatoria-truffa «salva badanti», ultima di una serie di leggi «asimmetriche», che pongono gli immigrati in una «condizione di minorità e di totale dipendenza dal datore di lavoro», impedendo l’emersione dal marchio criminalizzante della clandestinità. Il primo maggio del 2011 un gruppo di immigrati occupa pacificamente l’ingresso del Duomo di Massa, chiedendo ascolto e solidarietà. Dal nulla si crea un presidio e un moto di solidarietà spontaneo capace di contagiare perfino i commercianti del centro, che sostengono la protesta fornendo viveri e generi di conforto agli occupanti.

«Ecco, qui, nel centro della città, dove ci sono lavoratori senza diritti che li rivendicano, è qui che io ritrovo finalmente lo spirito di una terra che non sentivo più mia. È qui che trovo la resistenza viva, vibrante, gioiosa, piena di speranza, che guarda all’avvenire. È qui che i fantasmi smettono di essere tali, e tornano a essere lo spirito di corpi che agiscono e costruiscono un mondo.»

Così per l’autore anche questa vicenda diventa un tutt’uno organico coi movimenti di Occupy Wall Street, gli Indignados, i No Tav, e prima ancora il Social Forum, i No Global, un pastore visionario, l’esplosione della Farmoplant e la nascita della coscienza ambientalista, Lotta Continua, la pecora nera massese, la resistenza partigiana sui monti liguri-apuani, gli eccidi nazifascisti di Forno, Vinca e San Terenzo, la rivolta delle donne a piazza delle Erbe, l’opposizione antifascista durante il ventennio, l’attentato a Mussolini, l’uccisione di Umberto I, i moti di Lunigiana all’epoca di Crispi, fino all’anarchia eliogabalica del principe Alderano e prima ancora alla resistenza dei liguri-apuani alla dominazione romana. Movimenti, eventi, figure, azioni, pratiche: non partiti e non istituzioni, sentite (dallo spirito anarchico che seduce la prospettiva di chi narra) come il “nemico” immorale trionfante. Mentre come diceva l’editore e stampatore di “Umanità Nova” Alfonso Nicolazzi: «tante persone fanno scelte anarchiche ogni giorno, e non se ne rendono conto.»

Alfonso Nicolazzi, Osvaldo Pegollo, Alberto Meschi, Gogliardo Fiaschi, Ceccardo Ceccardi: sfila in queste pagine un corteo di personaggi eroici – politici e letterati – che agli occhi dell’autore rappresentano un modello e un ostacolo, perché «non ce nè più di uomini così, non ce n’è più.»

«Fu così che iniziai il mio viaggio nella terra dei fantasmi. Mi sentivo l’ultimo anello di una catena proliferante di padri, eredità polverizzate e disperse, e tanto più celebrate quanto più disperse. Quanto maggiore la distanza, tanto più l’attaccamento e l’identificazione. Un riconoscimento unilaterale, però, ché l’anarchico dell’Ottocento non è più qui per riconoscerti. È convocato in effigie, e costretto a farsi padre. Del resto il padre putativo, quello che ha fatto il Sessantotto, lui è sparito. E la mia generazione si è trovata orfana.»

Chi parla qui? Un narratore dalla tensione etica ed espressiva inappagata, che non cerca nei «fantasmi del passato» il confronto coi dilemmi attuali, ma che proprio pensa sé stesso come la materializzazione dei fantasmi delle passate generazioni, come lo stadio o la «figura» in cui queste generazioni passate risolvono retroattivamente i loro punti morti, redimendosi.

«Cosa resta del padre, domanda l’analista, e risponde: la testimonianza. Oggi possiamo usarli, quei padri, proprio in ragione della loro distanza. Perché non è con i loro simboli e le loro pratiche che cambieremo il mondo, perché il mondo ha cambiato formato.»

Per la voce narrante non si tratta dunque di prendere a modello i miti del passato, quanto di metterci alla loro altezza etica. Per questo l’autore si mette in ascolto. Ne scaturisce una produzione letteraria (da Lager italiani a Servi, a Lavorare uccide) che trova nella coralità la propria voce: una voce inclusiva, che non prevarica, perché nasce da un confronto coi sacrificati della terra: migranti, clandestini, morti sul lavoro.

Il lavoro, innanzitutto. A un certo momento il narratore domanda al Taro, cavatore e anarca: «Taro, dimmi una cosa: per te il lavoro è un valore?» E subito il pensiero va al displuvio di morte e sofferenza che da sempre inquina il lavoro umano, specie quello dei dannati della terra. Ci si domanda se il lavoro sia un «sacrificio» accettabile per pagare il prezzo della nostra libertà.

L’autore non risponde, la risposta è affidata al suo interlocutore, come sempre. Ma non pare una coincidenza il fatto che sacrificio e lavoro in cava siano messi in rapporto fin dall’inizio della narrazione: «Sid Barrete cantava e Camilla, seduta sul sedile di fianco, diceva che tutto quel bianco troppo esposto pareva tratto per corrosione, come fosse il resto di un millenario percolare, ottenuto per sottrazione, e non per un’addizione di colore. Era esattamente quel che vedevo anch’io: il rovescio, appunto, il fondo nascosto e terribile che appare alla fine di tutto. Alla fine dello scuoiamento, di un infinito sacrificio.»

Se si riflette sulla circostanza che le cave di pietra e le miniere in genere rappresentano forse i cantieri più antichi della terra, diventa quanto mai centrata (e tutta da pensare) la visione della cava di marmo come «introibo a un’ostensione sacrificale»: quella dei reietti della terra, appunto, su cui si concentra l’attenzione del narratore.

Negli anni Ottanta, infatti, il «caso Farmoplant» – la Chernobyl italiana.

Nell’87 ci fu un referendum consultivo per domandare alla popolazione se il polo chimico apuano dovesse chiudere o meno. La vittoria fu clamorosa: quasi il 72% si espresse per la chiusura: «Il sindaco revocò le licenze, ma il Tar ordinò la riapertura. Fabbrica sicura al 99,99 %, era scritto. Il 17 luglio 1988 l’incidente definitivo. Esplodono i fusti di Rogor, il pesticida più nocivo, che la Farmoplant spacciava come il più puro dell’universo (memorabile l’amministratore delegato: “Io col Rogor mi ci lavo la faccia”). Chi poté scappò da Massa, quel giorno, fu vero panico. Chi restò andò sotto il palazzo ducale a protestare e venne caricato e manganellato dalla polizia. Ma per la Farmoplant fu la fine.»

Ne nacque l’embrione di un movimento ambientalista che ancora oggi, nella zona di Massa e di La Spezia, mostra tutta la sua forza pioneristica, per ampiezza e organizzazione, sul fronte della costituzione di Gruppi di Acquisto Solidali e Distretti di Economia Solidale, tanto che l’agricoltura è l’unico settore scampato alla crisi, con un sonoro + 8 % nel 2011.

«Del resto è stata lunga la storia dell’infestamento di questa terra. […] Anche l’industria, qui, era nata dal marmo. E fu per la crisi del marmo, quando l’autarchia fascista aveva fatto crollare le esportazioni, che il regime – il ras Renato Ricci in testa – decise di creare la Zona Industriale Apuana. […] I grandi industriali del Nord scesero a colonizzare la piana tra Massa e Carrara, avendo a disposizione pure una grande forza lavoro a basso costo. Siderurgia, meccanica, chimica. Poi venne la guerra.»

Quando la Zona Industriale Apuana prese avvio, nel ’38,  si cominciarono a produrre gas asfissianti, oltre che pesticidi: «Iprite, a quanto pare. C’era una guerra in Etiopia, se ne avvicinava un’altra, e c’era bisogno di armi. Sacrificare un po’ di contadini della piana apuana era questione secondaria, di ben irrisorio valore. Sempre di colonie si trattava.»

La Zona Industriale continuò a pieno regime fino agli anni Ottanta. La chimica di Montecatini e Rumianca. La cokeria della Cokapuania. La meccanica fine della Riv. I mobili da ufficio della Olivetti. La carpenteria avanzata del Nuovo Pignone. Poi, pezzo per pezzo, venne smantellata. Le grandi aziende, che detenevano i due terzi di tutta l’occupazione industriale, vennero ristrutturate. Ovvero, abbandonarono il campo.

«Si usciva dal fordismo, era ormai tramontata “l’età dell’oro” di un capitalismo costretto a mediare con le rivendicazioni dei lavoratori. Si entrava rapidamente in una nuova, ruggente, feroce fase storica, che avrebbe triturato tutto e tutti. Ancora una volta, il buco nero degli anni Ottanta, che hanno fatto tabula rasa di ogni storia. La forma delle aree deserte della Zona Industriale e il vuoto riverberato nella via del centro dalle merci nelle vetrine sono la stessa, letale traccia di quel decennio.»

Ma al tempo della Farmoplant come in piazza delle Erbe nel ’44, «ha giocato molto il ruolo delle donne, erano loro che prendevano le iniziative, tempestavano la prefettura con centinaia di telefonate, centinaia e centinaia… Dalle finestre delle loro case guardavano dentro la fabbrica, avevano imparato a leggere i movimenti di persone dentro e capire se c’era stato un incidente.»

Ecco che torna «il contro in testa», vero genius loci dalle possibilità inespresse: «La Zona Industriale ha unito Massa e Carrara ben prima di Lotta Continua. E l’ha unite nel disastro, come quelle acque bianche e nere che andavano a confluire nello stesso mare.»

Pur nel disastro, infatti, o meglio per sua diretta conseguenza, il male diventa l’altro nome della nostra capacità di rinnovarci, di cambiare radicalmente, perché come l’adulto discende dal bambino così il futuro si fonda a partire da una reinterpretazione del passato.

L’anarchia, d’altra parte, cerca i suoi modelli nella giovinezza dell’umanità (Junger, Lo stato mondiale):[1] potremmo dunque leggere questa vicenda come la storia di una giovinezza, di un giovane che voleva cambiare il mondo e si trova davanti, in pieni anni Ottanta, il deserto del reale, a cui ci si oppone con una pratica resistenziale che è soprattutto una pratica pedagogica.

«Massa è un luogo in cui ancora può darsi un pastore che vede la Madonna. Massa conserva ancora i tratti di una premodernità mai superata, o trapassata troppo in fretta, che torna perciò a singhiozzo e sussulti, come un non-morto nelle notti dei sogni incubosi, che torna tra i buchi e gli strappi delle cicatrici di cemento, asfalto e paraboliche che hanno saturato questo lembo di terra compressa tra la catena di monti, vissuti come troppo incombenti, e un mare che i massesi hanno sempre avuto in sospetto. È anche per questo che qui hanno dimorato i visionari.»

Per diretta conseguenza, persino la prosa dell’autore è un confronto/scontro con l’identità e la prosa poematica del novecento, una rammemorazione che è anche una festa di liberazione dai fantasmi del passato: nel libro compaiono qua e là gli inserti di un testo precedente, un testo giovanile che cercava di abbracciare il deserto del reale con uno sguardo tanto dritto da apparire orbo, fuori fuoco.

«Nello sbucare dal buio sottopassaggio, gli occhi erano stati abbagliati dalla luce improvvisa di quel sole che brillava algidamente. Stava, Evasio, come mettendo a fuoco da una differente prospettiva quanto lo circondava, ciò di cui aveva, finalmente, per la prima volta, una chiara visione. Quella città gli si rivelava come un ammasso disordinato di cose, e quel disordine propagantesi dal centro alla periferia, e indietro da questa a quello, tanto che non esistevano più né l’uno né l’altra, ma solo una grande, magmatica nebulosa

Differente da questo precedente progetto narrativo autobiografico la difficile ma riuscita operazione che l’autore affronta qui: quella di infilare la testa nell’acqua dei ricordi e nello stesso tempo cogliersi da fuori, sulla distanza.

Mi sembra in conclusione di poter dire, per chi abbia seguito o voglia seguire la produzione letteraria di Rovelli, che questo libro rappresenti il momento di passaggio dall’inchiesta saggistica, dal reportage narrativo, alla forma romanzesca vera e propria, che già si annuncia con la pubblicazione, in settembre per Bebés, del romanzo d’esordio “Il rovescio del sangue”. All’insegna di una «debole forza messianica» del narratore (Benjamin), che dentro una sorta di «interpretazione figurale» (Auerbach) della propria vita, adempie quanto rimasto aperto – domandativo, doloroso – del suo passato, e lo redime.

 

[1]        . Ironia della sorte, il figlio di Junger, arrestato per attività di opposizione al regime nazista nel febbraio del 1944, venne inviato sul fronte occidentale della Linea Gotica, e trovò la morte a Carrara nel novembre dello stesso anno: una sinistra coincidenza per l’autore del “Trattato del ribelle”, da molti considerato un inno all’anarchia, e di “Sulle scogliere di marmo” (1939) – libro preveggente, anti-nazista, probabilmente ispirato da un viaggio in Dalmazia ma leggibile come una dantesca discesa agli inferi che prende avvio dalla coreografia allucinata di una cava apuana.

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Ambiente e lavoro: la lezione di Alex Langer https://minimaetmoralia.it/ritratti/ambiente-e-lavoro-la-lezione-con-alex-langer/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ambiente-e-lavoro-la-lezione-con-alex-langer/#comments Fri, 29 Apr 2011 13:03:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4270 Per tutta la vita Alexander Langer non ha fatto altro che saltare muri, attraversare confini culturali, nazionali, etnici, religiosi. Fin da ragazzo si è impegnato a favore della convivenza inter-etnica nella sua terra, l’Alto Adige/Sudtirolo, si è speso per sgretolare i blocchi monolitici contrapposti tra italiani e tedeschi, evitare la rappresentazione del Sudtirolo per “gabbie”, e aprire a una nuova dimensione delle relazioni umane, sociali e politiche. Ma Langer è stato anche molte altre cose: giornalista, insegnate, militante di base e poi dirigente in Lotta continua, parlamentare europeo.

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Per tutta la vita Alexander Langer non ha fatto altro che saltare muri, attraversare confini culturali, nazionali, etnici, religiosi. Fin da ragazzo si è impegnato a favore della convivenza inter-etnica nella sua terra, l’Alto Adige/Sudtirolo, si è speso per sgretolare i blocchi monolitici contrapposti tra italiani e tedeschi, evitare la rappresentazione del Sudtirolo per “gabbie”, e aprire a una nuova dimensione delle relazioni umane, sociali e politiche. Ma Langer è stato anche molte altre cose: giornalista, insegnate, militante di base e poi dirigente in Lotta continua, parlamentare europeo. Negli anni ottanta è stato tra i maggiori animatori del movimento “verde”; negli anni novanta un costruttore di ponte tra “linee nemiche” in Bosnia e nei Balcani, fortemente orientato dalla ricerca di soluzioni concrete di pace, inter-etniche e dal basso, che mettessero insieme i “traditori” delle rispettive parti, sulla base di quelle elaborate molti anni prima nel suo Sudtirolo.

Viaggiatore instancabile, intellettuale pluriligue, Langer si è tolto la vita quindici anni fa, ma i molti testi che ha lasciato, e che negli ultimi anni sono stati raccolti in più libri, continuano a interrogarci. Il viaggiatore leggero (Sellerio) costituisce tuttora la raccolta più esaustiva di articoli e interventi. Ma per capire il suo singolare percorso all’interno del cristianesimo del dissenso, nella nuova sinistra, nella galassia ecologista, nel pacifismo, è utile leggere anche la biografia che gli ha dedicato Fabio Levi, In viaggio con Alex (Feltrinelli).
Tra i tanti temi sollevati da Alex Langer c’è anche quello del rapporto tra ecologia politica e sindacato, tra difesa dell’ambiente e difesa dei diritti dei lavoratori. Un rapporto che spesso (anche se non sempre) diventa molto complicato quando si tratta di difendere il posto di lavoro (in Italia, in Europa, come nel Sud del Mondo) in fabbriche oltremodo inquinanti. Questo tema è stato ben sintetizzato da Guido Viale, nel corso di un convegno dedicato alla sua figura (Alex Langer tra ieri e domani) che si è tenuto nel maggio del 2010 ad Amelia, in provincia di Terni, con un intervento dal titolo: La conversione ecologica nel rapporto con i lavoratori delle fabbriche in crisi.
Langer è stato tra i primi a parlare di “conversione ecologica”. Di conversione (con un senso fortemente etico e strutturale) e non semplicemente di riconversione (termine meramente tecnico). Ha anticipato molti temi, tra cui quello della “decrescita condivisa e responsabile”, che poi sarebbero stati largamente usati agli inizi del ventunesimo secolo. Ma ogni qualvolta Langer ha parlato di “conversione ecologica”, non ha mai eluso il tema di una trasformazione della produzione industriale gestita dal basso (con il consenso cioè dei lavoratori). A differenza di un certo ambientalismo che bypassa completamente le questioni sociali, non ha mai sottaciuto che trovare una composizione tra ecologisti e operai è il problema della società postindustriali. Il problema principale per chi oggi si occupa di lavoro, non solo di ambiente.
Probabilmente Langer aveva maturato questa concretezza negli anni settanta, quando a Francoforte per Lotta continua e altri gruppi della nuova sinistra tedesca si occupava di organizzare politicamente gli “operai multinazionali”, cioè i lavoratori immigrati dall’Italia, dalla Grecia, dalla Turchia, dalla ex Jugoslavia in Germania. Questa esperienza è stata recentemente ricordata da Daniel Cohn-Bendit. Ovviamente non fu solo la nuova sinistra a occuparsi di lavoratori immigrati in Germania, ma quello che ci interessa sottolineare, a parte la vicinanza con gli operai e con i loro problemi, è un altro aspetto. Ci interessa sottolineare il fatto che Langer abbia sempre preferito l’espressione “operai multinazionali” alla categoria di immigrati. E questa forse è una lezione da ricordare anche oggi, quando si parla o ci si impegna al fianco dei nuovi lavoratori della società italiana. Nelle fabbriche, nelle metropoli, nei piccoli centri, nelle campagne… Sono lavoratori multinazionali, non immigrati.
Ma torniamo al tema della conversione ecologica e al rapporto con gli operai e i sindacati, tema che Langer avvertiva come cruciale. In un testo molto bello dell’ottobre del 1983, intitolato: Ecologia e movimento operaio, un conflitto inevitabile?, scriveva: “È tempo, dunque, che si infittiscano il dialogo e le iniziative esemplari tra ecologisti e operai (anche sindacalisti), ma anche tra ecologisti, operai e imprenditori, per esplorare concretamente, e non necessariamente solo in situazioni di conflitto, il terreno della comune lotta per la qualità ecologica, oltre che sociale e umana, del lavoro. Vorrà dire prendere per le corna il toro dell’alienazione, e lavorare per il disinquinamento non solo dell’ambiente, ma anche della vita di milioni di persone, dentro e fuori le fabbriche, gli uffici, i servizi, le campagne.”
Langer non aggira la questione di fondo, non nega che spesso di fronte alla difesa del posto di lavoro in fabbriche che continuano a inquinare o che producono beni che sono il simbolo di una società inquinata (come le automobili) la soluzione non sia facile, e che in alcuni casi estremi risulta addirittura impossibile. Non nega che parlare di “limitazione delle scelte produttive” in tempi di crisi possa apparire una chimera. Non nega tutto ciò, eppure sottolinea che il tema della giustizia globale ha che fare immediatamente con l’ecologia e i modi di produzione. E su questo basta citare il noto paradosso: se tutti i cinesi e gli indiani vivessero come gli americani e gli europei occidentali, cosa cui legittimamente ambiscono, e cosa che il Nord del mondo non può impedire autoritariamente, avremmo bisogno delle risorse di cinque pianeti come la Terra. E, allora, che fare? Siamo così arrivati al fondo del nesso tra lavoro ed ecologia, un nesso che investe le scelte del movimento dei lavoratori, a Termini Imerese come a Shanghai.
Che fare, allora? Nello stesso testo del 1983, Langer sviluppava anche un’altra riflessione che è opportuno rileggere per intero. “Ma esiste anche un’altra tradizione nel movimento operaio”, scriveva ancora, “quella che annovera la rivendicazione di fabbricare aratri invece che cannoni e di costruire case popolari invece che alloggi di lusso; quella che affermava che la nocività non si contratta e la salute non si vende; quella che si opponeva tout court alla logica del produttivismo (‘di cottimo si muore’, ‘no alla flessibilità e alla piena utilizzazione degli impianti’…). La tradizione di quei filoni della lotta dei lavoratori che pretendevano – giustamente – di pronunciarsi sulla qualità sociale del lavoro, sui suoi fini, sui limiti della vendibilità della forza-lavoro, oltre che sul suo prezzo. Utilizzando un’espressione oggi corrente nel dibattito sull’ecologia, si potrebbe dire che anche nel movimento operaio si ritrova il filone in cui prevale l’attenzione alla ‘quantità’ e quello, invece, più attento alla ‘qualità’: e se indubbiamente il sindacalismo si è avvicinato sempre di più alla mera contrattazione della quantità (di lavoro, di retribuzione, di tempo, di servizi e prestazioni sociali, eccetera), non va sottaciuta e rimossa tutta quell’altra faccia del movimento operaio e dello stesso sindacalismo che è intervenuta e continua ad intervenire sulla qualità (del lavoro e delle condizioni di lavoro, del prodotto, del tempo lavorativo o libero dal lavoro, della stessa retribuzione e delle prestazioni sociali connesse, eccetera).”
Oggi quindi si impone sempre di più la necessità di riconsiderare la qualità ecologica del lavoro e delle sue condizioni. “Lo esige non solo l’emergenza ambientale, in generale, ma lo stesso degrado alienante del lavoro, da un lato, e le potenzialità di riscatto e di risanamento, dall’altro. (Cosa che, del resto, dovrebbe valere altrettanto anche per il versante imprenditoriale, e comincia – infatti – ad affermarsi qua e là.)”
A quindici anni dalla scomparsa del più eclettico e cosmopolita dei verdi italiani, la questione è più aperta che mai.

Alexander Langer nasce nel 1946 a Sterzing/Vipiteno, in provincia di Bolzano, in una famiglia tedesca. Fin dall’infanzia è perfettamente bilingue. Nel 1967 fonda, con altri giovani intellettuali sudtirolesi, il mensile Die Brucke (Il ponte). Si laurea in giurisprudenza a Firenze, dove conosce padre Balducci e don Milani. Negli anni settanta vive dapprima in Germania federale, dove lavora tra gli immigrati, e in seguito a Roma, dove collabora al quotidiano Lotta Continua, divenendone per un breve periodo direttore responsabile. Ritornato in Sudtirolo, nel 1978 viene eletto consigliere regionale nelle liste Neue Linke/Nuova Sinistra. Al censimento del 1981, assieme a migliaia di obiettori, rifiuta la schedatura etnica nominativa. Verrà rieletto consigliere regionale per altre due volte, sempre in liste inter-etniche.
Negli anni ottanta è tra i promotori del movimento politico dei Verdi in Italia e in Europa. Nel 1989 viene eletto deputato al Parlamento europeo e diventa primo presidente del neo-costituito Gruppo Verde. In questi anni Langer intesse relazioni con un fitto arcipelago di iniziative. Con i movimenti transfrontalieri: “SOS-Transit”, “Pro vita alpina”, “Arge-Alp”, “Alpe Adria”. Con le associazioni e i movimenti per la conversione ecologica: la “Fiera delle utopie concrete di Città di Castello”, il “GAB. Gruppo di attenzione alle biotecnologie”, l’“Eco-istituto del Sudtirolo”, la rete “Alleanza per il clima”, la nuova rete internazionale di “sindacalisti ecosensibili”.
Dopo la caduta del muro di Berlino, si intensifica il suo impegno contro i crescenti nazionalismi. Nel corso degli anni novanta la guerra nei Balcani assorbe gran parte delle sue energie. È co-fondatore, insieme alla parlamentare austriaca Marijana Grandits, del “Verona Forum” per la pace e la riconciliazione nell’ex-Jugoslavia. Provocando un fortissimo shock nella larga comunità di amici, conoscenti e compagni di strada, si toglie la vita il 3 luglio 1995, all’età di 49 anni. Tutti i suoi scritti sono stati raccolti sul sito della Fondazione a lui intitolata: www.alexanderlanger.org

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[pubblicato su Diario]

Che cos’è il potere? Se un giorno mio figlio dovesse rivolgermi questa domanda, dilaniato dagli scrupoli, finirei per dargli una risposta evasiva. Per evitare condizionamenti di qualsiasi genere, formulerei un aforisma prêt-à-porter, un esercizio pedagogico interlocutorio in attesa che cresca: Il potere, figliolo, è la cosa che cerca in tutti i modi di impedire la tua espressione personale e professionale, qualunque cosa o persona ti scelga come nemico. Inventerei qualcosa del genere, senza fare nomi e senza chiamare in causa i massimi sistemi. E comunque eviterei accuratamente di prospettargli la possibilità di cambiare le cose. A questo mio figlio che non esiste ancora cercherei infondere disillusione a priori. Quella che io, durante la mia infanzia, non ho avuto. Perché ho sempre saputo da che parte stare fino a che non è arrivato il futuro.

Nato nella metà degli anni Settanta, faccio parte di una generazione cresciuta sotto l’ombrello di troppe certezze e che, per contrappasso, si è trovata risucchiata nei buchi neri di un’incertezza cosmica. Fin dalla più tenera età sono stato indottrinato, ma in un modo naturale, involontario, visto che non ci potevano essere dubbi su quale fosse la verità e dove risiedesse. A cinque anni leggevo Repubblica e Paese Sera seduto in braccio a mio padre. E più o meno a quell’età ho imparato la fondamentale distinzione tra bene (sinistra) e male (destra, centro, religione, Andreotti).

Mi tornano in mente le domeniche, quando ascoltavamo Banana Republic, il live del mitico tour De Gregori – Dalla del 1979, mentre nel nostro appartamento venivano celebrate rievocazioni ufficiali della contestazione. Ero fiero che i miei genitori, come dicevano loro, avessero fatto il Sessantotto e che mia madre avesse partecipato ai gruppi femministi di autocoscienza e che per un certo periodo avesse distribuito Lotta Continua all’università. Mi piaceva sentire quelle storie, che mi facevano venire voglia di tornare indietro nel tempo per contribuire alla causa a modo io, o anche solo per poter dire di esserci stato. A quattordici anni ero lo spettatore della Notte della Repubblica che tifava contro Sergio Zavoli.

D’estate andavamo in campeggi sulla costa greca frequentati esclusivamente da gente di una certa frangia. Erano giornalisti del Manifesto, insegnanti universitari con fantomatici trascorsi nei Nap, psichiatri antistrutturalisti che avevano fatto i candidati nelle liste di Democrazia Proletaria. Sentivo come il privilegio di essere parte di un’elite di migliori. I peggiori non li avevo mai visti. Ma immaginavo si nascondessero nel potere, la forza oscura che aveva impedito all’utopia di avverarsi.

Agli inizi degli anni Novanta ero abbastanza grande per assistere coi miei occhi alla stagione del cambiamento. L’implosione del potere reazionario che per cinquant’anni aveva tenuto in pugno l’Italia stava lasciando enormi spazi vuoti che sarebbero stati riempiti con dosi massicce di speranza. A Napoli, la mia città, l’elezione di Antonio Bassolino fu salutata come un momento di profondo rinnovamento, una specie di rivoluzione elettorale che avrebbe persino spinto qualcuno a intonare The times They’re a-Changin’. Se ci penso adesso, è incredibile come nella figura di un uomo di apparato – un uomo che avrebbe fatto dell’esercizio del potere la propria ragion d’essere politica – si concentrassero un miscuglio di aspettative così campate in aria. Di certo nessuno si aspettava il sovvertimento del sistema capitalista, ma nelle persone che conoscevo, nei miei genitori e nei loro amici, potevo intravedere un luccichio negli occhi, un senso di risarcimento per tutte le battaglie perse, le delusioni, le soddisfazioni che il potere aveva loro negato. Quella elezione, insieme ad altre, fu anche una specie di rimborso generazionale. E quindi, ancora una volta, un investimento di illusioni, fatto di quel tipico sentimento di speranza estraneo alla realpolitik che, in modo del tutto incongruo, continua, anche oggi ma più flebilmente, a percorrere lo spirito di certe manifestazioni del Pd o della sinistra radicale. Si percepisce negli inni di Fossati che risuonano, nelle bandiere che sventolano quando qualche oligarca ancora ben voluto sale sul palco di una piazza, nell’abbigliamento dei ragazzi, figli di famiglie di sinistra, passate senza soluzione di continuità dal culto di Marcuse a quello di Dario Franceschini.

Quando qualche volta mi capita di parlare con i miei genitori e i loro amici, sessantenni delusi ed estranei a qualsiasi tipo di partecipazione che veleggiano sulle acque calme delle gratificazioni spirituali ed enogastronomiche, e affronto la delicata questione del giudizio su ciò che di buono la loro generazione ha fatto, finisco quasi sempre per litigare con tutti. La loro versione della storia non mi convince, continua ad assomigliare troppo a una fiaba senza lieto fine dove i buoni avrebbero potuto vincere se non fosse stato per i cattivi (che hanno sempre la meglio). Quello che rimprovero loro è il sottrarsi a qualsiasi ammissione di responsabilità. Di solito mi rispondono che almeno ci hanno provato a fare le battaglie che andavano fatte e hanno comunque contribuito a migliorare il Paese, mentre noi – la generazione di cui faccio parte – non abbiamo neanche tentato di fare qualcosa. La mia obiezione è che il senso di quelle battaglie va letto alla luce di cosa è successo dopo. E, sotto questa luce, le famose battaglie non sembrano avere avuto molto senso se si pensa all’Italia berlusconiana o alla condizione disperatamente priva di prospettive che la maggior parte dei miei coetanei si trova ad affrontare. Sono anche loro – la generazione dei Veltroni, dei D’Alema, dei Cacciari, baby boomer passati dalle più ambiziose utopie al pragmatismo prussiano – ad avere lasciato ai propri figli quest’Italia, un luogo brado e senza futuro dove vige la legge del più forte e l’ingiustizia sociale è una prassi consolidata.

Qualche tempo fa, proprio nel corso di uno di questi rendez-vous intergenerazionali, sfinito da una discussione su Berlusconi come unica causa dei nostri guasti, mi sono messo a urlare: «Siete degli ingenui». Qualcuno mi ha urlato di rimando: «Allora spiegacelo tu cos’è il potere».

Ho capito che il problema era il diverso significato che stavamo attribuendo alla parola. Pur continuando a identificare in modo quasi automatico la parola potere con l’immagine del volgare imprenditore brianzolo tirato e abbronzato mentre passeggia con la bandana a Porto Cervo, il mio modo di relazionarmi al potere aveva cessato di essere un fatto puramente astratto. Avevo conosciuto un potere familiare e insospettabile, elegante e colto, che in qualche modo aveva demolito le mie ultime certezze.

Per fare capire ai miei genitori e ai loro amici cosa cercavo di dire, avrei potuto consigliare la lettura delle Lettere a nessuno di Antonio Moresco, quadro avvilente, tragico, grottesco del potere culturale italiano, uscito nel 1991 per Bollati Boringhieri e di recente ristampato da Einaudi. È un libro in cui, attraverso appunti, stralci e lettere, Moresco racconta pezzi della sua vita, dagli anni Settanta, Ottanta, fino al momento della rinascita come scrittore celebrato e odiato, stimato e villipeso. La parabola delinea in modo preciso e disperato un’estenuante lotta donchisciottesca contro il potere. Dapprima, con l’impegno politico in un gruppuscolo della sinistra extraparlamentare – una vita di stenti, delusioni, frustrazioni, e fiducia mal riposta – e poi, con i tentativi di fare leggere i suoi scritti, o quantomeno di farsi ascoltare, da alcuni illustri esponenti della cultura italiana (i nessuno del titolo). Quali che siano il contesto storico e lo scenario, Moresco appare sempre come una formichina alle prese con cose titaniche e impossibili da combattere. Ma le sue lettere a Giovanni Raboni, Maria Corti, Goffredo Fofi e il fastidio o – nel migliore dei casi – il silenzio che riceve in cambio danno esattamente la misura di come le articolazioni del potere siano multiformi e mascherate. Ne esce fuori il ritratto di un Paese dove pubblicare un libro senza uniformarsi alla logica dominante – la logica delle amicizie e delle leccate di culo, dei libri scritti per andare incontro al gusto del pubblico – può risultare utopistico come realizzare una nuova rivoluzione d’ottobre.

Leggendo mi è venuto da pensare che per chi non si adegua all’esistente è sempre dietro l’angolo il rischio di fare la parte del martire. Così come lo diventa Moresco, la cui figura nel corso della lettura assume proprio la forma di un martire laico che a un certo punto si convince della sua santità. Ma bisognerebbe ribaltare la prospettiva, perché, parafrasando un vecchio adagio di sinistra, è proprio questo il caso in cui il personale deve diventare politico.

In Italia la cultura continua a essere un campo sostanzialmente di sinistra – l’ultimo settore monopolizzato dalla sinistra – ma se si volesse descrivere onestamente lo stato attuale dell’industria culturale con lo stesso grado di severità che impieghiamo per descrivere la situazione politica, si potrebbe utilizzare una lista di aggettivi simili: disastroso, dittatoriale, populista, ambiguo.

Anche qui siamo nel regno delle diseguaglianze e del conformismo, dello sfruttamento e della doppia morale. Siamo in un sistema che non è in grado di riconoscere a un testo un adeguato valore economico, a meno che l’autore di quel testo non sia uno scrittore di successo che abbia già sfondato il mercato. Nello stesso tempo abbiamo un mercato che dimostra una grande ostilità nei confronti dei prodotti difficili e quindi – da un punto di vista letterario, cinematografico, televisivo – finisce per scommettere sempre sul sicuro, sull’opera media. Viviamo, peraltro, una sindrome da trincea, in ragione della quale finiscono per essere privilegiati gli autori e le opere schierati aprioristicamente, rispetto agli sguardi obliqui, dissonanti, disturbanti, realmente anticonformisti.

La mia esperienza, che del resto è simile a quella delle persone che conosco e che fanno il mio stesso lavoro – e che quindi non è martirologica ma sistemica – delinea il quadro di una cultura autoritaria, forte con i deboli e in definitiva non libera. Innanzitutto perché lavorare nel campo della cultura – nei giornali, nelle case editrici – molto spesso, a meno di non essere scrittori di best seller, significa abituarsi a non essere pagati, oppure a essere pagati a piacere, il che è un terribile sintomo di come la cultura stessa sia considerata un optional, una ginnastica mentale per gente ricca di famiglia, qualcosa di cui in definitiva si può anche fare a meno.

E poi ci sono le case editrici – assolutamente di sinistra – sempre più assetate di libri «freschi» e «divertenti», che possano «stuzzicare il lettore» senza essere «troppo pesanti». E che dunque a quest’atmosfera nazionale che – ne sono certo – si spingerebbero a definire plumbea, opprimente, fascistoide, volgarmente incolta, offrono la risposta dell’Intrattenimento, della volatilità, della facilità spacciata per cultura sopraffina. Che poi è la logica che guida manifestazioni come lo Strega, l’unico premio letterario al mondo dove a essere ricompensata non è la qualità o l’eventuale novità di un testo, ma la sua vendibilità.

Infine i metodi della cooptazione, che sono ancora una volta praticati attraverso lottizzazioni, corsie preferenziali, conoscenze, adulazioni. Letteralmente impossibile realizzare la normalità di essere ricevuti da chicchessia a seguito di invio del curriculum. Lo stesso Moresco, che in un celebre articolo scritto qualche anno fa, intitolato La restaurazione e fonte di molte polemiche sui blog letterari, diceva cose simili, ha giustamente fatto notare che mentre è pacifico sostenere che l’Italia sia un paese affetto da una «intossicazione delle forme economico-politiche e democratiche», non lo è altrettanto sostenere che quest’intossicazione riguardi anche la cosiddetta cultura.

Deve essere per colpa di questa cecità che a un tratto ho incominciato a sviluppare un odio viscerale per i miti mediatici della sinistra contemporanea. Propugnatori della qualità come Fabio Fazio e Roberto Benigni e Giovanni Floris e Serena Dandini. Ognuno a suo modo ha coltivato la propria arcadia televisiva, ritenendosi esente da qualsiasi contagio, e continuando la sua opera di pedagogia delle masse. Nessuno di loro ammetterebbe di essere stato inoffensivo, o addirittura funzionale alla macchina del potere. Eppure ci dev’essere un motivo se in questo cosiddetto ventennio berlusconiano hanno continuato a lavorare, a percepire stipendi milionari, a occupare il loro spazio di potere, stabilendo cosa dovesse essere letto (Paolo Giordano), ascoltato (Giovanni Allevi), visto (Ferzan Ozpetek) – ancora intrattenimento spacciato per elevato nutrimento che soltanto loro sanno offrire – e proteggendo le loro reti di amicizie, e identificando nella destra la causa di tutti i mali, o esercitando sulla sinistra un giudizio dolcemente critico, bonario e di prammatica, come un rimprovero paterno.

Tutte queste persone di sinistra si troverebbero senz’altro d’accordo sul fatto che l’Italia sia oppressa da un’odiosa forma di potere, ma ancora una volta qual è il loro contributo? Perché nessuna di queste persone si preoccupa di misurare le proprie responsabilità? In nome di cosa continuiamo a sentirci migliori?

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