Luca Ricci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luca-ricci/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Apr 2019 23:45:06 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luca Ricci Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luca-ricci/ 32 32 La poltrona https://minimaetmoralia.it/racconti/la-poltrona/ https://minimaetmoralia.it/racconti/la-poltrona/#comments Wed, 17 Apr 2019 06:00:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40054 Pubblichiamo un racconto uscito originariamente sulla rivista letteraria Effe Periodico di Altre Narratività.

di Luca Ricci

“Il libero mercato prima che sul capitale si basa su un concetto infinitamente più sottile: l’anaffettività”.
Anonimo

“I can't get no satisfaction
I can't get no satisfaction
'Cause I try and I try and I try and I try
I can't get no, I can't get no”.
The Rolling Stones

Dopo che la mia famiglia si fu dissolta in un’acquerugiola d’odio, oltrepassai la soglia di un negozio di articoli per ufficio e dissi soltanto: – Vorrei cambiare la sedia del mio studio.

Subito mi comparve d’innanzi il venditore, un uomo di mezza età con dei grandi occhi azzurri e dei ricciolini biondo cenere. Dico di questi due particolari perché sono gli elementi del venditore che, se sommati, riescono a restituirne l’idea più precisa: senza sembrare un bambino, tuttavia aveva un’aria infantile.

– Su che cifra vogliamo andare?– mi chiese il venditore, come se quell’informazione non solo avesse dovuto orientare le sue proposte circa le sedie in esposizione, ma proprio l’intera mia esperienza all’interno del negozio.

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Pubblichiamo un racconto uscito originariamente sulla rivista letteraria Effe Periodico di Altre Narratività.

di Luca Ricci

“Il libero mercato prima che sul capitale si basa su un concetto infinitamente più sottile: l’anaffettività”.
Anonimo

“I can’t get no satisfaction
I can’t get no satisfaction
‘Cause I try and I try and I try and I try
I can’t get no, I can’t get no”.
The Rolling Stones

Dopo che la mia famiglia si fu dissolta in un’acquerugiola d’odio, oltrepassai la soglia di un negozio di articoli per ufficio e dissi soltanto: – Vorrei cambiare la sedia del mio studio.

Subito mi comparve d’innanzi il venditore, un uomo di mezza età con dei grandi occhi azzurri e dei ricciolini biondo cenere. Dico di questi due particolari perché sono gli elementi del venditore che, se sommati, riescono a restituirne l’idea più precisa: senza sembrare un bambino, tuttavia aveva un’aria infantile.

– Su che cifra vogliamo andare?– mi chiese il venditore, come se quell’informazione non solo avesse dovuto orientare le sue proposte circa le sedie in esposizione, ma proprio l’intera mia esperienza all’interno del negozio.
– Mah, non saprei,– risposi istintivamente, in realtà avendo ben chiara la cifra che avrei voluto spendere. – Diciamo sui trecento euro, una somma del genere.

Il venditore non batté ciglio e subito affermò: – Ho un cosa eccezionale a quattrocento euro, è l’ultimo pezzo in offerta.
Lì per lì non pensai al fatto che probabilmente alzare il prezzo di cento euro rispetto alla prima intenzione dichiarata dall’acquirente era un preciso quanto collaudato meccanismo di vendita, un tranello psicologico che giocava sui concetti labili di aspettativa e soddisfazione. Era come se il venditore mi avesse appena detto che con trecento euro le mie aspettative non potevano essere soddisfatte, ma se avessi messo soltanto cento euro in più, grazie a una piccola aggiunta non così assurda o distante dalla mia disponibilità, allora sì, sarei stato accontentato e pienamente soddisfatto.

– Ha detto quattrocento?– chiesi conferma.
Il venditore annuì e come se avessi già accettato mi condusse molto cortesemente verso l’affare, cioè la sedia di cui mi aveva appena parlato. Era una bella sedia, una di quelle che ormai si definiscono di design, con una base a rotelle gommate anti sgraffio di serie, e leve in quantità per regolare profondità della seduta, altezza, schienale.

– Io le chiamo poltrone,– ammise il venditore, dopo avermi decantato la qualità del prodotto. – Sedia è una parola un po’ triste, non trova?
La nuova poltrona mi venne recapitata a casa qualche giorno più tardi. Apposi una firma sul foglio di consegna, salutai i trasportatori e ci affondai dentro, lì per lì completamente soddisfatto. Dopo un paio di giorni però la tela di cui la sedia era rivestita ebbe un cedimento, e subito mi precipitai nel negozio a fronteggiare il venditore.

– È venuta giù proprio dove mi siedo,– spiegai.
Il venditore non fece una piega, mi puntò addosso i grandi occhi bambineschi e dette una scrollata ai ricciolini biondo cenere. Poi sorrise.
– Ma è ovvio, quella poltrona non è giusta per lei,– disse, come se non fosse stato lui stesso a vendermela. – A lei occorre una seduta imbottita, mica una sdraio da spiaggia!

Rimasi stupefatto dalla capacità del venditore di fare apparire quel prodotto così sbagliato e perfino brutto, una povera cosa che non era degna di stare a casa mia, sotto il mio sedere. Subito cominciò a guardarsi intorno, senza lasciarmi il tempo di fiatare: stava cercando la nuova poltrona, l’eletta, l’indiscutibile e definitiva.

Dopo una manciata di secondi me ne indicò una con la seduta imbottita: –  Struttura e braccioli in alluminio cromati. Alzata a gas e leva basculante.
Le sue parole – pronunciate di filato, come uno scioglilingua – mi sembrarono la formula perfetta della felicità o chissà che altro ancora: un abracadabra.
– Sì, prendo questa,– risposi d’impeto, senza neanche avere l’accorgimento di chiedere il prezzo.

Dovetti pagare una differenza di duecentocinquanta euro rispetto all’altra, arrivando così a una somma complessiva di seicentocinquanta euro.
Qualche giorno dopo i trasportatori tolsero dall’imballaggio la nuova poltrona e ritirarono la vecchia, secondo le tempistiche stabilite con il venditore. Adesso era tutto perfetto, anche se nel libretto d’utilizzo la certificazione di carico stabiliva “fino a un massimo di centodieci chilogrammi”. Il libretto terminava con una frase di ammonimento: “In caso di peso maggiore sussiste il rischio d’incidente”. Mi precipitai sulla bilancia del bagno. Nonostante mi fossi premurato di restare in mutande l’ago si fermò a centoundici chili e ottantotto grammi. Ero palesemente al di fuori dei limiti strutturali pensati per quella poltrona, così dopo una nottata passata a rimuginarci sopra, decisi di tornare al negozio.

– Davvero lei supera il quintale?– sgranò gli occhi il venditore, come se non lo ritenesse possibile. – La sua è una stazza importante, ma non è corpulento.
Mi strinsi nelle spalle: – A ogni modo non posso tenere una poltrona che potrebbe rompersi.

– Si capisce, ma certo! Lei ha tutte le ragioni, a una poltrona mica si deve chiedere il permesso ogni volta che ci si siede, dico bene?
Appurato che ero ancora dalla sua parte, il venditore mi condusse nel reparto del negozio che lui stesso si affrettò a definire di lusso.

– Adesso abbiamo finito con le poltroncine,– affermò sprezzante e suadente allo stesso tempo, abbassando la voce. – Qui c’è solo il meglio, osservi, tocchi, si sieda.
Gli ubbidii, abbassandomi ripetutamente su un paio di poltrone.

– Queste sono tutte testate per centocinquanta chilogrammi di peso, può stare seduto qui sopra quanto vuole, ci può bivaccare se lo desidera, ci può passare l’intera vita.
Alla fine ne indicai una, attratto dallo schienale alto e dal colore testa di moro: – Questa qui?

Il venditore mandò gli occhi al cielo: – Io l’avevo subito capito che lei era un cliente particolare, lei non s’accontenta della prima cosa che capita, lei ambisce all’eccellenza.
Le sue parole erano intercalate unicamente dal ronzio dei neon. Fece una pausa sapiente e poi proseguì con la medesima ispirazione trasognata: – Questa poltrona la vendo solo ai direttori, non importa che cosa dirigono. Direttori d’azienda o di banche, per lo più. E’ in similpelle. La senta. E’ talmente morbida che sembra di toccare una donna appena uscita dalla doccia.

– Quanto costa?
Il venditore accennò solo alla differenza che avrei dovuto pagare, guardandosi bene dal ricordarmi il totale che nel frattempo avevo raggiunto: – Con trecento euro in più gliela faccio portare a casa.

Dissi di sì, arrivando a sborsare una cifra complessiva di novecentocinquanta euro. I trasportatori fecero come al solito la loro consegna nei tempi stabiliti e, scambiandosi qualche occhiata divertita, mi dissero: – Speriamo che sia la volta buona…

Passò un mese perfetto, mi sedevo sulla nuova poltrona ed ero preso subito da pensieri allegri. Il contatto dei gomiti sui braccioli (si poteva regolarne altezza, profondità e spazio), la curvatura che sosteneva alla perfezione la mia fascia lombare, tutto mi metteva il buonumore. All’inizio del secondo mese però si ruppe la leva per la regolazione della resistenza dello schienale. Non credevo ai miei occhi: la leva era saltata e adesso il mio schienale era settato su una resistenza bassa, se ne andava su e giù sfiorandolo con un dito.

Mio malgrado dovetti tornare dal venditore:  – Si è rotta una leva.
– Cose che capitano, nessun problema, lei è in garanzia. Gliela faccio riparare,– rispose abbastanza stringatamente.
– Quanto ci vorrà?
– Mi faccia pensare, devo fargliela venire a prendere, poi devo mandargliela alla ditta produttrice… Direi che in un mese, forse qualcosa di più, lei riavrà la sua poltrona.
– Così tanto?
– Queste sono leve di ultima generazione, possono essere sostituite solo dalla casa madre, c’è una trafila un po’ complicata da seguire.
Il venditore vide che non ero felice, e i suoi grandi occhi azzurri s’illuminarono: – Oppure ne prende un’altra, e in una manciata di giorni gliela recapito a casa come al solito. Decida lei, il problema non esiste.

– Vuole dire che ha un’altra poltrona uguale alla mia qui in negozio?– domandai, anche se in cuor mio sapevo che la questione non era quella.
– No, io per lei parlavo di prendere una poltrona come Dio comanda, con un sistema di auto-bilanciamento totalmente ergonomico, basta giocattoli.
– Quanto dovrei aggiungere ai novecentocinquanta euro per l’auto-bilanciamento ergonomico?
– Duecentocinquanta euro appena, un’inezia.

Com’era ormai prevedibile, dopo qualche giorno i trasportatori mi consegnarono la nuova poltrona e ritirarono la vecchia. Mi accomodai, lasciando aderire totalmente il mio corpo alla nuova forma, e mi dissi che sì, questo acquisto sarebbe stato quello giusto. E in effetti la poltrona non dette mai problemi né si guastò qualcuna delle sue componenti, sedute o pedali che fossero. Eppure già verso la seconda settimana io la presi in antipatia, per così dire, e cominciai a riscontrare tutta una serie di sensazioni spiacevoli. Innanzitutto mi sembrava di avvertire l’intelaiatura sotto la seduta; lo schienale non s’inclinava del tutto, lasciandomi l’impressione di poter distendere la mia colonna vertebrale solo fino a un certo punto; le rotelle gommate erano come inceppate, non ruotavano bene, e spesso mi sentivo come uno che si è appena impantanato con la macchina. Certo non erano veri e propri guasti, o forse, data la loro particolare natura percettiva e psichica, lo erano ancora di più.

La gravità della situazione mi obbligò a tornare dal venditore.
– Ben trovato,– mi disse, senza mostrare particolare meraviglia nel rivedermi. – Non è ancora soddisfatto, vero?
– No, non ancora,– ammisi.

Allora, come un bizzarro psicopompo vestito alla maniera di uno yuppie, mi condusse in punta di piedi sul limitare del negozio, e mi mostrò la cosa. Ebbi quasi timore di avvicinarmi, di toccarla, ormai letteralmente avvinto da quella specie di ascesa vertiginosa verso la poltrona perfetta, il desiderio soddisfatto e incarnato.

– Quanto costa?– sussurrai.

– Prima di dirle il prezzo voglio farle notare un piccolo dettaglio: questa è vera pelle. Respiri, voglio che la respiri.
Inalai quel profumo di sella e ne fui inebriato, o se non altro mi parve di esserlo: ormai non faceva più differenza.

– Quanto?– gli ripetei.
– Costa duemiladuecento euro, iva inclusa, ma lei ne ha già spesi milleduecento, il che vuol dire che le costa solo la metà, basta un passo.

Adesso mi sorreggevo a stento sulle gambe, avrei voluto chiedere un bicchier d’acqua, ma sapevo che il venditore stava aspettando una risposta, e non potevo farlo arrabbiare.

– La prendo,– dissi infine. – Posso lasciare un acconto?
Il venditore mi dette una delicatissima pacca sulle spalle: – Scherza? L’acconto è la cifra considerevole che ha già speso. Le faccio portare la nuova poltrona in settimana.

– Davvero?
Il venditore a quel punto mi guardò con un misto di disprezzo e compassione.

– Le ho detto che è sua,– disse. – Ma questo non le impedirà di tornare.

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Consigli per l’estate https://minimaetmoralia.it/letteratura/consigli-per-lestate/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/consigli-per-lestate/#comments Wed, 18 Jul 2018 06:00:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37820 di Giorgio Biferali

Visto che è arrivata l’estate, che è quel periodo in cui di solito si va in vacanza, e insieme ai vestiti, le scarpe, i costumi, gli spazzolini, i deodoranti sotto i 100 ml, non è mai facile scegliere quali libri mettere in valigia e quali, invece, lasciare a casa, ecco, mi sembrava giusto fare una lista di quelli da portare in viaggio, da non rimandare a settembre, come capita a scuola a quelli che avevano studiato meno durante l’anno. Ci sono romanzi, raccolte di racconti, libri di poesia, saggi narrativi, diari di viaggio, per non farsi mancare nulla, perché l’estate possa essere all’altezza delle altre stagioni, e anche di più. Ovviamente, neanche a dirlo, in questa lista, ci sono tutti i libri che io non porterò in vacanza con me, visto che li ho già letti tutti, anche se mi è già venuta voglia di rileggerne qualcuno. Chissà.

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di Giorgio Biferali

Visto che è arrivata l’estate, che è quel periodo in cui di solito si va in vacanza, e insieme ai vestiti, le scarpe, i costumi, gli spazzolini, i deodoranti sotto i 100 ml, non è mai facile scegliere quali libri mettere in valigia e quali, invece, lasciare a casa, ecco, mi sembrava giusto fare una lista di quelli da portare in viaggio, da non rimandare a settembre, come capita a scuola a quelli che avevano studiato meno durante l’anno. Ci sono romanzi, raccolte di racconti, libri di poesia, saggi narrativi, diari di viaggio, per non farsi mancare nulla, perché l’estate possa essere all’altezza delle altre stagioni, e anche di più. Ovviamente, neanche a dirlo, in questa lista, ci sono tutti i libri che io non porterò in vacanza con me, visto che li ho già letti tutti, anche se mi è già venuta voglia di rileggerne qualcuno. Chissà.

Peter Handke, La storia della matita (traduzione di Emilio Picco, Guanda, pp. 256, 19 euro)

Nella bandella viene definito “diario”, “taccuino di lavoro”, “romanzo totale”, ma alla fine è indefinibile. È un libro prezioso, imperdibile, credo, come tutti i libri di Peter Handke. È fatto di lampi, mini racconti, monologhi, aforismi. In ogni pagina si sente la vita, la vita di uno scrittore e non solo, cos’è la scrittura, com’è che vengono fuori le storie, e come i dettagli, le piccole cose di ogni giorno possono cambiare il mondo. “Con regolare insensatezza pregusto di incontrare gente”. “Scrivendo, ritroverò la bellezza”. “Io mi muovo sempre troppo in fretta per il sole”. “Bisogno della vista di una donna radiosa”. Bello e a tratti commovente.

Andrea Esposito, Voragine (Il Saggiatore, pp. 191, 19 euro)

Credo fosse Maupassant ad aver detto che passava molto tempo nella all’interno della Tour Eiffel perché era l’unico punto da cui non si vedeva la Tour Eiffel. Be’, qui c’è un ragazzo di nome Giovanni che cammina, corre e scappa nella periferia della città perché è in fondo è l’unico punto da cui non si vede più la città. Ha un padre e un fratello che si perde per strada, come tutte le cose che scorge, osserva, che vede per la prima e forse ultima volta. Trascina un manichino, incontra cani, topi e altri animali, uomini di ogni tipo, suore. Giovanni ascolta delle storie e le racconta, attraversa un mondo quasi senza colori, abbandonato, pieno di silenzi, un mondo alla fine del mondo, che però forse è anche un mondo all’inizio, dov’è possibile ricominciare tutto da capo. Un romanzo che fa pensare a Pinocchio, in cui la voce narrante è dentro di noi, tocca tutte le cose, e ti fa pensare che allora è questo il rumore che fa la vita, quando ti fermi ad ascoltarla per un po’.

Luca Ricci, Gli autunnali (La nave di Teseo, pp. 209, 17 euro)

È un romanzo che mi ha fatto pensare a tante cose, a Midnight in Paris, perché il protagonista, uno scrittore, s’innamora del volto di una donna in una foto trovata per caso al mercatino delle pulci, torna indietro nel tempo e rivede le vicende di Modigliani nella Roma di oggi. Mi è venuto in mente anche Fantasmi romani di Luigi Malerba, perché anche qui c’è una coppia borghese in cui ormai non c’è più traccia dell’amore, e il tradimento viaggia insieme ai malintesi, ai silenzi, all’idealizzazione dell’altro. Roma l’hanno sempre raccontata meglio i non romani, non c’è niente da fare, e infatti Luca Ricci è pisano. Un romanzo “umano, troppo umano”, per tutte le stagioni.

Iacopo Barison, Le stelle cadranno tutte insieme (Fandango, pp. 280, 17,50 euro)

Per questo romanzo si è parlato molto dimillennials, ma ridurlo a questo significherebbe etichettarlo, sminuirlo, spegnerlo. E invece, come cantavano I Cani: “Non è avere vent’anni, non è avere gli esami, fidati, è qualcosa in più”. E quel “qualcosa in più” qui si ritrova nelle vite dei tre protagonisti che piano piano si fanno grandi, nell’arco di dieci anni. Si sente l’influenza dei film indie americani, delle atmosfere alla Judd Apatow o alla Lena Dunham, come direbbe l’autore. E in un mondo totalmente brandizzato, pieno di rumori, viene fuori la fragilità dell’essere umano, la paura che il tempo ci scappi dalle mani, prima che possa diventare ricordo.

Elvis Malaj, Dal tuo terrazzo si vede casa mia (Racconti edizioni, pp. 164, 14 euro)

Su Ibs come classificato come Narrativa Straniera, solo perché Elvis è nato in Albania, anche se questi racconti, lui, li ha scritti direttamente in italiano, la sua seconda lingua madre. Ma comunque il suo essere albanese gli permette di essere semplice, asciutto, di non ostentare le parole che conosce, che quando succede è una cosa terribile, perché il lettore vede lo scrittore che scrive e perde di vista il racconto. C’è un po’ di tutto, da una tv pestata accanto ai cassonetti a una donna che racconta la sua voglia di morire su un autobus, da un paio di scarpe troppo strette a un terrazzo pieno di fiori che non vengono curati. Sono “piccoli romanzi fiume”, per dirla alla Manganelli. Un mondo fatto di piccole cose, che stanno per cominciare, un mondo da cui un giorno o l’altro, forse, potremmo ripartire.

AndresNeuman, Vite istantanee (traduzione di Silvia Sichel, SUR, pp. 150, 14 euro)

Come nella sua precedente raccolta, Le cose che non facciamo, anche qui si gioca molto con il quotidiano, con le nostre debolezze, con i nostri fantasmi. Racconti che anche quando sembrano fin troppo surreali, in fondo, somigliano molto alla realtà. C’è un uomo che pensa di aver visto il suo futuro figlio, mentre un altro, in ascensore, ha incontrato il padre del portinaio, scomparso qualche giorno prima. Un altro ancora, invece, sogna la madre in una sala da concerto a Granada: “Il tempo ci rende orfani, la musica ci adotta”. Sono racconti pieni di luce e di nostalgia, che fanno bene al cuore, e quando stai lì lì per commuoverti, ti viene voglia di sorridere.

IanMcEwan, Il mio romanzo viola profumato (Einaudi, pp. 64, 5 euro)

Questo è un libro piccolo piccolo, che quando lo metti in valigia neanche si vede, potrebbe entrare anche nelle tasche esterne. È diviso in due parti. Nella prima c’è un racconto che parla di due scrittori, uno dei due è famoso, che sono amici di vecchia data. Il fatto che solo uno dei due sia famoso mette a rischio la loro amicizia e viene fuori una storia piena di invidie e di falsari, in linea con quello che diceva Harold Bloom nel suo saggio più conosciuto: l’originalità non esiste. La seconda parte è un intervento sulla scrittura autobiografica, dove McEwan spazia da Montaigne (“Sono io stesso la materia del mio libro”) a Oliver Sacks (“L’io è un racconto incessantemente riscritto”), dove il senso di tutto, alla fine, è che gli scrittori sono pagati per inventare storie. Come dargli torto?

Alessio Romano, D’amore e di baccalà (EDT, pp. 162, 8,90)

Non è facile dare del tu a una città come Lisbona, così scritta, ripresa, consumata, ricordata, ma Alessio Romano è riuscito a non scrivere l’ennesimo libro dimenticabile sulla città di Pessoa, Saramago e Tabucchi. Gli era stato chiesto di scrivere una guida, di raccontare i colori, le atmosfere, e soprattutto il cibo. E l’autore ha messo su un romanzo vero e proprio, tra cadute dal tram (sì, quel tram), azulejos, bacalhau spirituali, concerti di fado e una storia d’amore con un ragazza che somiglia tanto a Lisbona, che ne conserva lo spirito, la gioia di vivere. Un libro che ti fa ripensare ai giorni di scuola, a quelle lezioni che non finivano mai, che sarebbero state più belle se avessimo fatto geografia viaggiando o italiano scoprendo davvero le vite degli autori, la loro umanità.

Tiziano Scarpa, Le nuvole e i soldi (Einaudi, pp. 124, 11,50 euro) e Lawrence Ferlinghetti, A Coney Island of the Mind (traduzione di Damiano Abeni e Moira Egan, pp. 259, 14,50 euro)

Questi due li ho messi insieme non perché valgano meno degli altri, ma perché credo che le poesie, più che raccontarle, andrebbero lette. Il libro di Scarpa, a detta sua, più che una raccolta, è un “raccolto” di poesie, perché ce ne sono alcune scritte qualche anno fa. Si parla d’amore, di figli mancati, di madri, e soprattutto di morte: “i morti sono nuvole/ perché, nella visione del poeta/ controllano l’umore dei viventi”. Nell’ultima parte gioca con le parole e come nei suoi due ultimi romanzi le fa addirittura parlare. Le poesie di Ferlinghetti sono meno chiare, sono psichedeliche, degne degli umori della Beat, ma leggerle, comunque, ti fa sembrare di essere salito su una giostra da cui non hai voglia di scendere. Sono violente, tristi, disperate, senza senso, a volte, ma hanno il coraggio di raccontare il sentimento di chi si sente fuori dal mondo: “Siamo le stesse persone/ ma ancora più lontane da casa”.

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La tomba dell’amore? – Intervista a Luca Ricci sugli Autunnali https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-tomba-dellamore-intervista-luca-ricci-sugli-autunnali/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-tomba-dellamore-intervista-luca-ricci-sugli-autunnali/#respond Tue, 03 Apr 2018 13:25:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36786 Raccontisti che si fanno romanzieri. Fino a qualche anno fa due dei nomi che uscivano con più frequenza come migliori raccontisti italiani erano quello di Paolo Cognetti e il tuo. Poi Paolo ha vinto lo Strega, sì, ma con un romanzo. Adesso anche tu sei uscito con un romanzo. Esiste una forza che spinge i raccontisti a diventare romanzieri? C'entra col pregiudizio dell'editoria italiana rispetto alla forma breve? short-story1

Il racconto è la sezione aurea delle storie, funziona davvero solo se è perfetto; il romanzo è un contenitore in grado di accogliere le cose più disperate, ha una forma slabbrata e flessibile. La mia sperimentazione come romanziere è stata precisamente quella di voler scrivere un romanzo come un racconto. Con la stessa verticalità e, cosa ben più grave, non volendo rinunciare alla volontà di perfezione che anima lo scrittore di racconti. Cosa ne è venuto fuori lo diranno i lettori, ma di sicuro non si tratta di un’abiura rispetto al mio percorso. Casomai è una celebrazione del racconto sotto mentite spoglie.

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Raccontisti che si fanno romanzieri. Fino a qualche anno fa due dei nomi che uscivano con più frequenza come migliori raccontisti italiani erano quello di Paolo Cognetti e il tuo. Poi Paolo ha vinto lo Strega, sì, ma con un romanzo. Adesso anche tu sei uscito con un romanzo. Esiste una forza che spinge i raccontisti a diventare romanzieri? C’entra col pregiudizio dell’editoria italiana rispetto alla forma breve? short-story1

Il racconto è la sezione aurea delle storie, funziona davvero solo se è perfetto;  il romanzo è un contenitore in grado di accogliere le cose più disperate, ha una forma slabbrata e flessibile. La mia sperimentazione come romanziere è stata precisamente quella di voler scrivere un romanzo come un racconto. Con la stessa verticalità e, cosa ben più grave, non volendo rinunciare alla volontà di perfezione che anima lo scrittore di racconti. Cosa ne è venuto fuori lo diranno i lettori, ma di sicuro non si tratta di un’abiura rispetto al mio percorso. Casomai è una celebrazione del racconto sotto mentite spoglie.

Ha girato molto un tweet in cui ti dicevi impegnato a difendere Gli Autunnali dall’accusa di essere un libro misogino. Lo è?

È imbarazzante anche solo doversi difendere da questa accusa. Non si dovrebbe mai, per nessuna ragione, confondere il punto di vista di un libro dal suo senso complessivo. Naturalmente ne Gli autunnali lo sguardo maschile è protagonista ma non per questo c’è un atteggiamento di repulsione o disprezzo per le donne, anzi semmai tutto il contrario. Nel libro la donna è cantata, e non uso un verbo a caso. È cantata come avviene in poesia, e la sua presenza (o assenza) è il motore di tutte le azioni degli uomini. Quando il protagonista guarda impietosamente il suo matrimonio non lo fa a discapito della moglie, anzi prova a muoversi per astrazioni, chiamando in gioco l’istanza generale dei coniugi: non è un tentativo di assoluzione, bensì un rimarcare che le colpe in un matrimonio appartengono sempre a entrambi. Sono tempi cupi in cui la letteratura spesso è letta con lenti deformanti, ma sono lieto che tra i primi estimatori del romanzo ci siano state, tra le altre, scrittrici come Nadia Terranova, Maria Grazia Calandrone, Teresa Ciabatti, Valeria Parrella.



Sicuramente è un libro molto novecentesco: sembra quasi di tornare alle atmosfere dei nostri grandi romanzieri borghesi – anche il titolo va in questa direzione – ma anche di un certo cinema, il tutto con un minimalismo che è il tuo.

Si scrive quasi sovrappensiero cercando di dimenticare tutto quello che si sa come lettori eppure siamo sempre, magari perfino nostro malgrado, dei continuatori. Cesare Garboli dice de L’odore del sangue, romanzo postumo di Goffredo Parise, che una certa figura d’intellettuale borghese che ingaggia con la vita una partita mentale è quasi un paradigma del nostro novecento. Oltre a Parise, il rimando più diretto è alla Noia di Moravia (senza però la pesantezza lessicale del suo tecnicismo psicologico) e a certi racconti terribili di spaccato artistico-romano di Leda Muccini. La letteratura è una specie di reincarnazione perenne, attraverso i secoli. E questo è anche uno dei temi principali de Gli autunnali, dove una donna sembra reincarnarsi in un’altra donna. Fare libri che sono anche prodotti (e non il contrario: fare prodotti che sono anche libri): questa resta una delle auto-gratificazioni più belle della mia vita di scrittore.

Il protagonista degli Autunnali si innamora di una fotografia. Siamo di fronte a una dimensione ossessiva?hebuterne

Sì, il protagonista s’innamora attraverso una fotografia di Jeanne Hébuterne, la compagna di Modigliani, cioè si innamora non solo di una donna morta, fuori dal tempo, ma anche e soprattutto di un ideale d’amore assoluto, totalizzante. È iniziato come un omaggio a Maupassant e all’ossessione amorosa. In realtà mano a mano che procedevo mi sono reso conto che stavo scrivendo una storia molto contemporanea. Il protagonista s’innamora di una donna di cui ha solo una foto, una situazione non troppo diversa da una relazione che nasce su Instagram.

C’è anche una dimensione di pura estetica. Il libro comincia con una riflessione, essa pure giocosamente ossessiva, del protagonista sull’aspetto della moglie, e poi innamorarsi di una foto è un gesto che più da esteta non si può.

In realtà viviamo un’epoca traboccante di piccoli esteti, oggi più che mai siamo tutti abbacinati dalla superficie patinata di fotografie immateriali, immagini senza cornice dentro gallery virtuali, e siamo tutti quotidianamente molto impegnati a rappresentare noi stessi – cioè a veicolare un’immagine di noi – dentro i social network. L’estetica ha smesso di riguardare la letteratura da quando la cultura bestsellerista l’ha resa una categoria critica obsoleta: un libro da classifica deve funzionare, non essere bello. Ma ci resta questa estetica tascabile del nostro vivere quotidiano, questa estetica-blue jeans.

Dopo i racconti dei Difetti fondamentali, tutti dedicati a scrittori, ecco un romanzo con protagonista uno scrittore, che però ha smesso di scrivere. Martin Amis scriveva, nell’Informazione, che è inevitabile che si sia arrivati a romanzi sugli scrittori, quasi fosse un processo naturale di sviluppo dei possibili protagonisti di un’opera…

In questa risposta prende il sopravvento l’ormai vecchio artigiano della scrittura che è in me. Credo onestamente che gli scrittori siano dei tipi perfetti per un romanzo. Hanno una vita abbastanza misteriosa, sono noti ma non fino al punto che questa notorietà possa cambiare il loro quotidiano, perciò conducono vite allo stesso tempo ordinarie e straordinarie. Se non pensi che attraverso di loro tu possa e addirittura debba veicolare chissà quale verità assoluta, garantiscono uno straordinario ventaglio di possibilità narrative.


Mi piace Gittani, l’amico del protagonista, anche se è un po’ uno stronzo.

Alberto Gittani è il fido compagno di passeggiate del nostro protagonista senza nome (non dare il nome al protagonista: un lusso da scrittore di racconti), e serve a un miliardo di cose, la più evidente delle quali è la funzione di contrappeso. È stato definito anche una spalla comica, e in effetti spesso con le sue osservazioni pratiche (ma a volte sono ciniche, da cui la presunta stronzaggine) stempera e bilancia il registro drammatico in primo piano. Tiene il protagonista (e il lettore) ancorato alla realtà (a ciò che comunemente viene inteso per realtà) e offre una sponda dialettica per continuare a filosofeggiare – cioè spesso sparlare – d’amore: c’è in tutto il romanzo questa volontà di fare il punto sull’amore, un punto mobile, di per sé folle e allucinato, proseguire incessantemente a tirare le fila, cercare un approdo impossibile, la legge definitiva sull’amore.

La città per cui girano è Roma. Si dice che, almeno nel cinema, i non romani sarebbero i più bravi a inquadrarla: Pasolini, Fellini… Pure Moretti, che è romanissimo, è comunque nato, ancorché per caso, a Brunico (BZ)… Vale anche per i romanzieri?SILVIA AVANTI

Negli Autunnali c’è una Roma arcinota e da cartolina, ovvero una Roma inconsueta. Sembra un paradosso, ma in realtà le narrazioni della capitale negli ultimi anni – anche a causa delle serie tv –  hanno raccontato le borgate e le loro storie di malavita. Nel mio romanzo invece c’è l’aspetto potenzialmente delinquenziale delle persone perbene, c’è l’anima nera dei quartieri abbienti (compare un’evocazione abbastanza ironica della periferia nella comunità dei pittori bengalesi di Torpignattara). Se mai giungessimo a una trasposizione cinematografica del romanzo vorrei che fosse una chiave da tenere presente, mi piacerebbe un film capace di raccontare l’ossessione amorosa come Stefano Sollima in questi anni ha raccontato la banda della Magliana o Gomorra.

Alle corte, Ricci: il matrimonio è la tomba dell’amore?

Sono quasi vent’anni che scrivo di coppie e d’amore. Ne scrivo in modo abbastanza spietato, cercando sempre analisi lucide, non c’è più lo psicologismo novecentesco ma una dissezione per paradosso priva di sentimento. Non ho mai cercato l’happy end, ecco. Eppure mi sono reso conto che non si è mai lasciato nessuno nei miei libri. Mi sembra un bel paradosso, no? Nei miei libri per salvare il matrimonio va bene qualsiasi mezzo, lecito o illecito. Il protagonista de Gli autunnali ricomincia a provare un desiderio proprio grazie all’ossessione per la foto di Jeanne Hébuterne. Forse quel che davvero mi preme dire  è che i nostri legami sono importanti, che non bisogna prenderli alla leggera, che costituiscono la trama delle nostre vite. Sono ipotesi. Sapessi rispondere esattamente alla tua domanda, probabilmente smetterei di scrivere.

Una volta si sarebbe parlato di “crisi di mezza età”. Oggi forse fa un po’ strano, dato che a quaranta e più anni si è considerati ancora “ragazzi” (ma non troppo tempo dopo si è comunque vecchi).

Detesto il modello sociale del vecchio che non invecchia. A un certo punto del romanzo si dice: “Il tempo passa, ed è tutto qui il nostro tormento”. Il tempo è uno dei grandi misteri della nostra vita, e sono proprio le stagioni uno degli stratagemmi che la natura ha inventato per cercare di intrappolarlo e, direi, perfino di darne una rappresentazione visiva, fisica. Senza l’avvicendarsi delle stagioni avremmo a che fare come un elemento impalpabile, incolore e inodore, un’astrazione che però continua a ucciderci implacabile, uno alla volta.

Non è forse Gli Autunnali un romanzo sulla definizione del sé attraverso gli altri, più che un romanzo d’amore?  IMG_4111

Non so se esista l’amore, di sicuro esiste l’ossessione amorosa: una bella differenza. La prima è un vero incontro con un altro rispetto a sé, la seconda è invece soltanto una febbre narcisistica, un cieco amare l’amore. Ogni immagine, più che restituire un soggetto, ha una funzione diabolicamente riflettente, è una superficie molto simile a uno specchio. In ogni immagine più che l’altro vedo ancora una volta me stesso, i miei desideri, il mio stato d’animo,  i miei gusti. È un inganno che c’è sempre stato, almeno da quando l’uomo ha cominciato a rappresentare se stesso, a dare cioè un simulacro di sé. Nel romanzo di Maupassant Forte come la morte un pittore s’innamora di una ragazzina perché la trova identica al ritratto fatto a una sua amante parecchi anni prima.

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I difetti fondamentali – intervista a Luca Ricci https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/ https://minimaetmoralia.it/racconti/difetti-fondamentali-intervista-luca-ricci/#comments Mon, 30 Jan 2017 14:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33456 È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

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È appena uscito il tuo nuovo libro I difetti fondamentali. Non solo un libro di racconti con una major, nel 2017, ma addirittura un libro di racconti sugli scrittori. Come hai fatto a convincere Rizzoli?

Nell’autunno 2015 si è svolto un pranzo di lavoro a Milano, tra me e due figuri che si sono qualificati come Michele Rossi (responsabile narrativa italiana Rizzoli) e Stefano Izzo (editor narrativa italiana Rizzoli). Di lavorare insieme a un «libro di racconti»- espressione che è l’equivalente culturale di «Frau Blücher» in Frankenstein Junior, insomma fa imbizzarrire gli editori- me l’hanno proposto loro. Io sulle prime ho pensato a uno scherzo, poi invece mi è arrivato addirittura un contratto. Le questioni tra editore e scrittore sono storie d’amore, e Rizzoli ha saputo corteggiarmi, non c’è dubbio.

Il libro è molto compatto tematicamente, formalmente e stilisticamente: come hai lavorato? Sapevi da subito che tutti quei racconti sarebbero stati destinati a una raccolta unitaria o i primi sono nati in modo più sparso? Come hai stabilito, poi, l’ordine dei racconti nel libro finito?

Avevo un bel po’ di materiale che ancora non aveva trovato un indirizzo preciso, sapevo solo che era buono. Ho cominciato a lavorare da lì, una volta stabilito il filo conduttore degli scrittori immaginari. E poi ti dico una cosa che manderà in estasi gli appassionati di novelle, racconti e short stories. Tra questo materiale c’erano anche un paio di romanzi, che non ho esitato a smembrare. Cioè ti rendi conto? Sono l’unico scrittore al mondo che invece di allungare racconti per ottenere dei romanzi, taglia dei romanzi per fare dei racconti.

Cosa hai provato nel farlo? Ti sei sentito restituito al ruolo di “raccontista” e quindi è stato liberatorio, oppure hai sofferto e mediti di riprenderli in mano un giorno?

Dei romanzi fatti a pezzi non ho nessun rimpianto: funzionano molto meglio i racconti che ne ho tratto. Sai cos’è? Uno scrittore di racconti si pone sempre il problema della noia, sto lucaricciannoiando o no?, mentre le scritture più lunghe, con ampie variazioni narrative, suddivise in corposi capitoli, con digressioni e sottotrame, diciamo che hanno nel loro statuto un certo grado di noia, cioè la noia diventa quasi obbligatoria, e persino funzionale al raggiungimento dello scopo narrativo (se non proprio del risultato estetico). Poi, certo, la scrittura è come il maiale, non si butta via niente. Non è detto che dai brandelli avanzati di quei romanzi non nasca qualche altro racconto.

Nonostante tutti i personaggi dei suoi racconti siano scrittori, I difetti fondamentali finisce per rappresentare molto bene l’Italia di oggi: c’entrerà proprio la famosa storia secondo cui tutti gli italiani sotto sotto scriverebbero?

“Quanto è attuale il romanzo che ho scritto?” sembrano chiedersi costantemente molti di noi. Mentre una domanda fondamentale, rovesciando i termini del discorso, potrebbe essere: “Quanto è inattuale?”. Il potere delle storie, di qualunque storia, non può infatti prescindere da un certo grado di trascendenza e universalità. È valido cioè nella misura in cui disintegra la realtà, più che tentare di ricostruirla con puntigliose ricostruzioni storiche. Un libro di narrativa non può non essere attuale nella misura in cui nessuno di noi scriventi può fuoriuscire dal periodo storico che gli è toccato in sorte. Un altrove storico dal quale scrivere opere fuori dal tempo non esiste, perciò perché preoccuparsi di voler essere contemporanei a tutti i costi?

Del ”problema” dell’editoria italiana con la forma breve mi è capitato di scrivere, anche con le tue opinioni, allora apriamo il discorso: cosa consiglieresti a un aspirante scrittore che vuole dedicarsi solo ai racconti?

munroL’unica cosa che paga in ambito letterario – e credo in tutto il resto – è la perseveranza, tenendo però ben presente che gli scrittori di racconti non costituiscono una setta. Pochissimi sono gli specialisti puri, così su due piedi mi vengono in mente Poe, Čechov e Munro. C’è poi una seconda categoria spuria di scrittori di racconti che hanno voluto scrivere anche qualche romanzo, e qui penso a Maupassant, Kafka e Buzzati. Infine c’è la categoria (affollata) degli scrittori che hanno saputo eccellere in ambedue i campi, Melville, Verga, Murakami. Direi così: diffido degli scrittori che non hanno saputo scrivere almeno un racconto memorabile.

Nella tradizione anglosassone il racconto è sempre stato rispettato anche perché ha sempre avuto palchi a grande diffusione: penso al New Yorker, a cui ti rifai anche per il titolo di un tuo corso di scrittura breve, all’Atlantic o alla Paris Review, ma anche al fatto che riviste più generaliste, come GQ o addirittura Playboy, ospitavano e ospitano racconti. In Italia sarebbe possibile secondo te avviare un discorso di questo genere?

La scuola può giocare un ruolo fondamentale nell’educazione al racconto, anche se il fatto che sia una modalità un po’ clandestina, da leggere sottobanco, continua a piacermi ancora di più. Però al liceo sperimentale che ho frequentato io, tra le materie opzionali c’era uno splendido corso sul «racconto fantastico», e credo che abbia avuto su di me un influsso importante. Il racconto non è figlio di un Dio minore, e qualche nuova rivista adesso prova a dirlo con forza. Penso a The FLR ad esempio, diretta dal mai domo Alessandro Raveggi, che presenta scrittori italiani con traduzione inglese a fianco, per aprirsi a quei mercati e quegli scenari che sul racconto hanno un’educazione migliore della nostra.

Uno dei racconti più divertenti del libro è ambientato allo Strega, un premio che non smette di stuzzicare l’immaginario dei nostri scrittori, penso a I pappagalli di Filippo Bologna, a un racconto come Vita e opere di Enzo Siciliano di Gregorio Magini, allo stesso romanzo-memoir La polveriera di Stefano Petrocchi… Credo sarebbe troppo facile attribuire ciò al solo fatto che il premio è molto ambito dagli scrittori, ci devono essere anche delle ragioni di costume: sbaglio?morante3_MGTHUMB-INTERNA

Proprio perché I difetti fondamentali non è un libro di satira su certo milieu artistico romano e italiano – Vade retro Satana –, ho dedicato al costume solo “Lo stregato”, anche perché onestamente sarebbe stato impossibile nel caso del Premio Strega disgiungere la narrazione dal suo rituale divinamente mondano e cafone, intellettuale e bestiale, metafisico e viscerale. Più in generale il costume non c’entra per niente, e il set è sempre funzionale allo scrittore in primo piano, che viene come ritagliato con un paio di forbicine letteraria in modo che possa distaccarsi nettamente dallo sfondo. Ecco cos’è (anche) I difetti fondamentali: il tentativo di restituire un poco d’importanza, di preminenza, perfino di autorialità agli autori.

In un racconto come “L’invidioso”, però, inquadri, e con precisione, sia un universale – il rapporto tra scrittori e mercato – sia uno specifico italiano-e-contemporaneo, anzi due, speculari: il complesso dei giallisti di successo nei confronti degli autori “letterari” (che sfocia non di rado in tentativi “alti” che di solito non funzionano) e il complesso – tutto economico – degli autori letterari nei confronti dei giallisti di successo (che pure a volte sfocia in commissari ben scritti ma poco convinti, sovente altrettanto poco funzionanti dei tentativi dei primi)…
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Sì, hai saputo inquadrarlo perfettamente, dentro “L’invidioso” c’è anche una battaglia tra intrattenimento e letteratura, una situazione che si è creata proprio a causa della cultura bestsellerista che ha suddiviso e parcellizzato le storie in generi merceologici ancora prima che letterari: se pensi ai thriller, ai chick-lit o agli young-adult, non ti vengono in mente questioni formali o estetiche, ma solo target di riferimento. A proposito dello scontro odierno tra intrattenimento e letteratura mi viene sempre in mente quell’aforisma di Flaiano (che dentro al libro viene ampiamente celebrato): “Oggi anche il cretino è specializzato”. Nel senso che tutta la grande letteratura è sempre stata anche un intrattenimento formidabile: basta leggere Ionesco ad alta voce per rendersene conto.

Mai statoAdamo_Basettoni tentato di inventarti uno sbirro?

Anche in questo caso siamo morti di specializzazione. La letteratura è sempre stata un thriller (l’incredibile e incalzante interrogatorio poliziesco dell’Edipo Re…), del resto la parola storia significa ricerca, indagine. L’egemonia del giallo è interessante da un punto di vista sociale e, direi, antropologico, per il resto sogno un giallo definitivo (gore-splatter) in cui tutti questi commissari fatti con lo stampino – inflessione dialettale italianizzata per essere comprensibile e fare simpatia, vita privata tormentata e qualche sottoposto mascotte o cagacazzi – si uccidono tra di loro.

Mentre leggevo quel racconto mi sono venute in mente le librerie francesi, che poche righe dopo hai puntualmente citato, dove una delle certezze è che lo spazio nobile e più ampio è sempre dedicato alla literary fiction, mentre le cose più commerciali se ne stanno ben in fondo. Non credi che se, oggi, in Italia, i libri migliori difficilmente finiscono in classifica a meno di vincere o classificarsi nei premi più importanti, c’entri anche un decadimento della struttura di vendita?

C’entra soprattutto il decadimento della struttura di vendita e l’intera filiera editoriale. Lo dico senza tema di smentita. Oggi in Italia ci sono autori interessanti, libri belli, narrazioni meritorie. Penso a Giorgio Falco, Vitaliano Trevisan, Laura Pugno, Francesco Permuniam, Andrea Tarabbia, Rossella Milone… Se questa gente non va in classifica è colpa della filiera. Qualcuno dovrebbe perdere il posto con ignominia. Invece restano tutti al loro posto, di anno in anno.

Mi pare che dai tuoi racconti emerga una descrizione dell’Italia che è efficace proprio perché inattuale, ma che appartiene certamente al nostro secondo Novecento – e lo dico dal punto di vista letterario. Quali sono i tuoi riferimenti in questo senso?vila matas

Facendo un libro che parla di scrittori – cosa che per l’appunto genererà una serie infinita di fraintendimenti – non ho voluto fare l’elogio dei giochi meta-letterari, del citazionismo, di tutto quello che ha reso il postmoderno insopportabile nel giro di un paio di decenni. Insomma mentre scrivevo avevo un’unica preoccupazione, cioè non diventare un altro Enrique Vila-Matas. Non m’interessava scrivere un libro che romanticamente elogiava altri libri. M’interessava parlare di scrittori, sì, ma attingendo alla mia forza creativa primordiale, e a quasi null’altro. Ogni scrittore ha il diritto e il dovere di ricreare il mondo dal principio.

C’è almeno un racconto che ha – almeno – un sapore postmoderno, “L’eccitato”. Lo uso come punto di partenza per una domanda: in quanto raccontista, possibile non ti sia mai venuta voglia di scrivere un racconto alla Barthelme (o alla Barth)? o uno alla Borges (o alla Cortázar)?

Non proprio, e per il motivo che ho appena detto sopra. Io ho avuto dei modelli e perfino dei maestri, ma scrivendo oltre a omaggiarli ho sempre voluto anche ucciderli. È una cosa che bisogna cominciare daccapo ogni volta che si scrive un nuovo libro, omaggiarli e ucciderli, è proprio un doppio movimento, una sorta di numero di M10814equilibrismo. Per questo ti dico che no, non voglio scrivere racconti alla. Alcuni scrittori li ho amati e letti più di altri – Poe, Maupassant, Verga, Buzzati, Carver – ma cerco di scrivere i miei racconti.

Durante un incontro al Pisa Book Festival con altri scrittori toscani hai detto due cose interessanti: che noi autori toscani tendiamo a essere cani sciolti, e che sei uno “scrittore da camera”, intendendo con ciò non solo la tua predilezione per la forma breve ma anche per le ambientazioni in interni. Mi pare che tutto ciò si confermi anche in questo libro, ma dimmi tu.

Dire che la toscana è rimasta il Granducato di Toscana, con tante Città-Stato che si fanno la guerra tra loro, è quasi un’ovvietà: ma negli ultimi tempi ho cominciato a prendere questa nostra inclinazione alla sempiterna belligeranza come un pregio e non più come un difetto. Nel bene e nel male gli scrittori toscani sono più liberi e disgraziati (disgraziati perché liberi) degli scrittori di altre regioni, che a volte mi sembrano proprio rinchiudersi in clan. Per quanto riguarda la mia poetica del “chiuso”, viene ribadita molto chiaramente ne I difetti fondamentali. In un racconto come “L’affittacamere” – la storia di un aspirante scrittore che si ritrova come affittuario Andrew Wylie,  l’agente letterario più importante del pianeta – la casa viene designata come tomba dei ricordi nella quale spesso ci tumuliamo da vivi.
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Un’altra cosa che dicesti era che non ti sentivi per niente uno scrittore pisano, e in effetti Pisa non si vede nei tuoi lavori, sebbene la si possa forse intravvedere in certi rimandi all’ambiente universitario. Anzi a guardar bene, nei Difetti fondamentali di rimandi all’ambiente universitario ce ne sono moltissimi, tanto nel racconto d’apertura, “Il rothiano”, quanto in quello forse più feroce e amaramente divertente, “Il manierista”. Come mai ti è rimasta così tanto addosso l’università?

Uno dei romanzi smembrati di cui ti parlavo prima s’intitolava proprio Gli studenti di Lettere, e naturalmente le varie città senza nome e di provincia che compaiono ne I difetti fondamentali per me hanno tutte le sembianze di Pisa. L’università l’ho vissuta come un evento traumatico, come la prosecuzione angosciosa dell’esperienza liceale, di cui salvo il summenzionato corso opzionale sul «racconto fantastico» e poco altro. Questa angoscia della scuola c’entrerà sicuramente con me, con la mia biografia, e perciò non è molto importante, se non forse per il fatto che mostra chiaramente uno dei motivi per cui si scrive: per superare dei traumi, per cercare di capire quello che ci fa stare male.

Nel “Manierista” non c’è Pisa (la città di partenza potrebbe essere quella ma anche un’altra città universitaria di medie dimensioni abbastanza vicina al mare, che so, Urbino, peraltro citata altrove nel libro), ma c’è Roma, una Roma vista e rappresentata con precisione, e che fa capolino anche in altri racconti: sarà mica che ti senti uno scrittore romano?

Nessuno scrittore italiano non può non sentirsi uno scrittore romano o milanese, nel senso che storicamente il flusso migratorio del letterato è sempre stato dalla provincia alla grande città, con tutto quelle che ne è conseguito circa Grandi Speranze & Illusioni Perdute. Nel libro, spazialmente, compaiano tanti set quante sono le esigenze narrative dei singoli racconti, cioè i luoghi sono funzionali alla storia (e mai il contrario), anche molto di maniera, ma in buona sostanza tracciano appunto questo grande, sempiterno movimento: la forza centripeta esercitata dalle uniche due specie di metropoli dello Stivale.

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Fantasmi iperrealistici. Sui racconti di Luca Ricci https://minimaetmoralia.it/letteratura/fantasmi-iperrealistici-sui-racconti-di-luca-ricci/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/fantasmi-iperrealistici-sui-racconti-di-luca-ricci/#comments Fri, 20 May 2016 12:08:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31049 Questo articolo è uscito su L’immaginazione (nell'immagine: una scena da Funny Games di Michael Haneke, 1997) .

Nonostante il perdurante quanto ingiustificato ostracismo da parte della grande editoria, il racconto continua a essere la forma più esemplare della narrativa italiana. Non per nulla alcuni dei nostri scrittori più interessanti di questi anni si sono espressi al meglio nell’ambito delle forme brevi, e non certamente in quello del romanzo di ampio respiro.

Tra gli autori di racconti delle ultime generazioni, un nome si eleva nettamente al di sopra degli altri: quello di Luca Ricci. Il suo talento è emerso fin dai libri esordiali (Duepigrecoerre d’amore, 2000, e Il piede nel letto, 2005, apparsi presso editori semiclandestini e da tempo introvabili), per poi ottenere una prima, importante consacrazione con l’uscita presso Einaudi di L'amore e altre forme d’odio (2006), forse la migliore raccolta di racconti apparsa in Italia negli anni Zero.

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Questo articolo è uscito su L’immaginazione (nell’immagine: una scena da Funny Games di Michael Haneke, 1997) .

Nonostante il perdurante quanto ingiustificato ostracismo da parte della grande editoria, il racconto continua a essere la forma più esemplare della narrativa italiana. Non per nulla alcuni dei nostri scrittori più interessanti di questi anni si sono espressi al meglio nell’ambito delle forme brevi, e non certamente in quello del romanzo di ampio respiro.

Tra gli autori di racconti delle ultime generazioni, un nome si eleva nettamente al di sopra degli altri: quello di Luca Ricci. Il suo talento è emerso fin dai libri esordiali (Duepigrecoerre d’amore, 2000, e Il piede nel letto, 2005, apparsi presso editori semiclandestini e da tempo introvabili), per poi ottenere una prima, importante consacrazione con l’uscita presso Einaudi di L’amore e altre forme d’odio (2006), forse la migliore raccolta di racconti apparsa in Italia negli anni Zero.

Purtroppo però anche quest’ultimo volume è già diventato pressoché irreperibile, come spesso accade, a causa dei meccanismi dell’editoria contemporanea, anche a testi recenti editi dalle più importanti case editrici. A maggior ragione, allora, converrà procurarsi Fantasmi dell’aldiquà, che esce in una nuova collana del piccolo editore napoletano “La scuola di Pitagora”, “Narrazioni” (diretta da Mario Andrea Rigoni), espressamente dedicata ai racconti brevi.

Il libro rappresenta un po’ il fior fiore della narrativa breve di Ricci, riunendo, insieme a racconti già editi, storie inedite o mai raccolte in volume. A fare da filo conduttore è il tema della coppia, che costituisce per Ricci un’autentica ossessione tematica. Nel primo racconto (La lunga attesa) un marito nutre una forma di amore così possessiva nei confronti della propria consorte da desiderarne la morte, che gli permetterà finalmente di averla tutta per lui.

Nelle altre storie fanno spesso capolino anche dei bambini, che appaiono come figure inquietanti, fatte apposta per smentire ogni idea rassicurante dell’infanzia. L’equilibrio delle coppie di cui parla questo libro è sempre funestato da qualche presenza estranea: può trattarsi di una bambina, per l’appunto (La prima bugia), o del suo immaginario interlocutore (Amici immaginari); degli inquilini del piano di sopra che, non si sa per quale strano motivo, si mettono a spostare i mobili nel cuore della notte, facendo trambusto (Partita a dama); di uno sconosciuto che irrompe in una casa famigliare (L’eclissi); di una enigmatica macchia d’acqua di origine ignota rinvenuta sulle lenzuola (Livelli d’acqua); o, ancora, di un piede fantasma dalle unghie smaltate: quello della prima moglie del protagonista di Il piede nel letto, che si manifesta a questi nel letto matrimoniale, durante gli amplessi con la sua nuova consorte.

Come nel capolavoro di Michael Haneke, Funny Games, la vicende si snodano in genere da una situazione di tranquilla routine famigliare, che poi viene turbata da qualcosa o qualcuno; ma, a differenza di ciò che accade nel film, qui non si arriva mai a una clamorosa deflagrazione, cosicché gli sconvolgimenti rimangono dissimulati tra le pieghe di una (solo) apparentemente tranquilla quotidianità.

Lontana da ogni realismo di maniera, la singolare poetica narrativa di Ricci ha messo in qualche modo in difficoltà la critica nostrana, sempre in cerca di etichette e di definizioni. Non senza buone ragioni, si è potuto avvicinare lo scrittore pisano a una certa linea della narrativa italiana novecentesca che ha insinuato efficacemente l’ombra perturbante del fantastico nel racconto della realtà più comune (di solito si fanno i nomi di Bontempelli, Calvino, Landolfi, ai quali aggiungerei almeno il Papini dei racconti fantastici caro a Borges).

Tuttavia non me la sentirei di definire Ricci uno scrittore “fantastico” tout-court, almeno nell’accezione canonica del termine (lo stesso Landolfi guardava con sarcasmo a questa etichetta che i critici coevi gli avevano appiccicato addosso, quasi per addomesticarne l’originalità). I racconti di Ricci sono anzi, non di rado, “iperrealistici”, laddove gli elementi più allarmanti sono innescati dall’esasperazione di situazioni realistiche. Prendiamone uno tra i più belli e significativi, Uscita in giardino. Una coppia legge un annuncio in cui si propone l’acquisto, a un prezzo conveniente, di un appartamento con un giardino. Fissato l’appuntamento con l’agente immobiliare, marito e moglie scoprono con disappunto che l’appartamento in questione non ha nessun giardino, se non quello immortalato in un dipinto trompe l’œil.

Superata la delusione iniziale, i due decidono di comprare comunque l’abitazione suggestionati da quella parvenza di giardino (un giardino, appunto, iperrealistico e, al tempo stesso, allusivamente simbolico) che diviene, nel bene e nel male, un punto di riferimento essenziale della loro nuova abitazione. Se il vero giardino (dell’Eden?) rimane fatalmente un miraggio dell’aldilà, il suo iperrealistico fantasma si aggira negli scenari disturbanti di questi racconti di Luca Ricci.

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Dedizione? https://minimaetmoralia.it/racconti/dedizione/ https://minimaetmoralia.it/racconti/dedizione/#respond Wed, 16 Mar 2016 06:30:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30287 All’interno della settima edizione del festival LibriCome all’Auditorium Parco della Musica di Roma, venerdì 18 marzo alle ore 21 Luca Ricci (accompagnato da Giorgio Bottiglioni) leggerà alcuni dei suoi racconti nel reading “Fantasmi per voce e viola”. Quello che segue è un breve racconto inedito.

di Luca Ricci

— Prego, dottore, per di qua.

La guardia carceraria m’introdusse in una specie di studiolo disadorno, e nell’attesa che ci raggiungesse il Direttore del Carcere, dal quale ero stato convocato d’urgenza, prese a scuotere la testa e a dire che in tanti anni di professione non gli era mai successo d’imbattersi in un caso come quello.

— E’ un demente, — concluse. — Eppure a leggere il suo diario sembra lucidissimo.

Gli chiesi subito di poter visionare il diario e quel che segue è quanto conteneva:

“Ho condotto una vita normalissima fino a quando non mi sono imbattuto in quel mercatino dell’usato. Non so come mai, ma ho sempre avuto il sospetto che quei mercatini dove si va la domenica— sguardo svagato e un peso sul cuore, la svagatezza e la pesantezza delle giornate vuote— potessero nascondere tremendi pericoli. Incontrai un banchetto di libri e subito il mio passò rallentò. Non posso dirmi un bibliofilo, e neppure un collezionista, però mi riempiono di struggimento i libri orfani dei loro lettori, che non sono mai stati letti o sono stati smessi di leggere.

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All’interno della settima edizione del festival LibriCome all’Auditorium Parco della Musica di Roma, venerdì 18 marzo alle ore 21 Luca Ricci (accompagnato da Giorgio Bottiglioni) leggerà alcuni dei suoi racconti nel reading “Fantasmi per voce e viola”. Quello che segue è un breve racconto inedito.

di Luca Ricci

 

“Addio, donne di ieri! Io vi amo”.
La chioma, Guy de Maupassant

 

— Prego, dottore, per di qua.

La guardia carceraria m’introdusse in una specie di studiolo disadorno, e nell’attesa che ci raggiungesse il Direttore del Carcere, dal quale ero stato convocato d’urgenza, prese a scuotere la testa e a dire che in tanti anni di professione non gli era mai successo d’imbattersi in un caso come quello.

— E’ un demente, — concluse. — Eppure a leggere il suo diario sembra lucidissimo.

Gli chiesi subito di poter visionare il diario e quel che segue è quanto conteneva:

“Ho condotto una vita normalissima fino a quando non mi sono imbattuto in quel mercatino dell’usato. Non so come mai, ma ho sempre avuto il sospetto che quei mercatini dove si va la domenica— sguardo svagato e un peso sul cuore, la svagatezza e la pesantezza delle giornate vuote— potessero nascondere tremendi pericoli. Incontrai un banchetto di libri e subito il mio passò rallentò. Non posso dirmi un bibliofilo, e neppure un collezionista, però mi riempiono di struggimento i libri orfani dei loro lettori, che non sono mai stati letti o sono stati smessi di leggere.

Sono tomi per lo più usati o di seconda mano — con qualche evidente anomalia di fabbricazione (marchiani sbagli tipografici o redazionali) — e al loro interno si può sempre incappare in qualche sorpresa deliziosa o inquietante: una dedica di cui qualcuno si è voluto disfare, una ciocca di capelli come segnalibro, la sottolineatura di un pensiero che magari proprio in quel momento stai pensando anche tu (o avresti voluto pensare). Trovai un vecchio libro su Modigliani, la cui vita e opera conoscevo abbastanza bene, e che tuttavia non avevo mai issato nel mio personale pantheon di geni. Sfogliai il volume al solito con lo sguardo svagato e il peso sul cuore dei giorni festivi, delle domeniche mattina prive di possibilità e quindi di sviluppi. In buona sostanza si trattava di libro fotografico, dopo una breve introduzione e un cenno biografico il volume consisteva in una gallerie d’immagini che volevano seguire la vita di Modigliani così come si era sviluppata, tra Livorno e Parigi.

Cosa provai lì per lì? Nulla, un fremito appena. Dovetti sfogliare le pagine daccapo, però: avevo intravisto la foto di Jeanne Héburterne, la compagna di Modigliani,  ritratta nel 1919 in primo piano, pelle bianchissima e uno sguardo che quasi metteva paura. Acquistai il volume per pochi spiccioli e mi allontanai tutto allegro di quell’allegria insensata che prende dopo un colpo di fulmine.

Bisogna dire che già pochi metri dopo ero seduto al tavolino di un caffè e riaprivo le pagine del libro, scorrevo velocemente le foto fino a quella di Jeanne Héburterne, e m’incantavo a guardarla. Mi feci portate un latte macchiato che si freddò sul tavolo, poi una spremuta d’arancia su cui un gruppetto di mosche  si divertì a ronzare per parecchio tempo. La foto era ancora più bella di quando l’avevo vista per la prima volta, pochi istanti prima, al mercatino dell’usato.

Il bianco e nero faceva risaltare la pelle bianchissima di lei, e i capelli chiusi da un copricapo con velo ricadevano ai lati del collo come due ruscelli di montagna. E poi quegli occhi che guardavano fisso di fronte a sé— mi guardavano fisso—, la tenacia forte, potente, irremovibile. Di Jeanne Héburterne sapevo quello che sanno tutti: all’indomani della morte per meningite tubercolotica di Modigliani, e nonostante fosse incinta di nove mesi, si era buttata dal quinto piano della casa dei genitori, morendo sul colpo. Una vicenda spietata che diceva più delle storie a lieto fine: l’amore era un sentimento dispotico e violento che amava distruggere.

Quella stessa notte non riuscii a prendere sonno e, stando attento a non svegliare mia moglie, raggiunsi il libro nello studio (non avevo avuto l’ardire, me ne rendo conto solo adesso, di trascinarlo fin sul comodino, nel punto più vicino all’intimità del letto). Senza accendere la luce, nell’oscurità rischiarata appena dalla notte che entrava da una finestra, tornavo a guardare Jeanne, e pensavo al suo amore spinto fino “all’estremo sacrifizio”, com’era stato scritto sulla sua tomba al PèreLachaise.

Quanto durò quell’incessante andare e venire, quella luna di miele con la foto di Jeanne? Una settimana, forse due. Le passioni libresche possono affievolirsi anche molto velocemente, e mi dicevo che un giorno o l’altro avrei perso interesse per quel libro, per quella foto, e tutto sarebbe tornato alla normalità. Sbagliavo, la cosa si fece allo stesso tempo più interessante e pericolosa. Preso da un impulso senza nome, ritagliai la foto di Jeanne e cominciai a portarla sempre con me. Solo la sera, non potendo portarla a letto con mia moglie, la lasciavo chiusa nel cassetto del mio studio, e trascorrevo le ore a pensare a Jeanne, ad ammirare la sua scelta folle di buttarsi dalla finestra con in grembo un’altra vita. Era stata una donna mostruosa, contro—natura, avendo preferito immolarsi al compagno invece che al figlio? Non lo sapevo, non m’importava.

Le notti senza Jeanne erano troppo lunghe da riempire, e mia moglie si spazientiva a vedermi sempre sveglio, come a montare una veglia il cui senso misterioso capivo solo io. Così decisi di trascorrere la maggior parte delle notti nella camera da letto degli ospiti. Il letto singolo era modesto e scomodo, ma almeno così stavo con Jeanne, mi ero ricongiunto, non ci lasciavamo mai. Mi mettevo il ritaglio della sua foto sul petto, ed ero completamente appagato, consolato di tutto. La sola idea che una donna del genere fosse esistita, una donna disposta a sacrificare tutto per amore, mi riempiva di una dolcezza languida: erano sempre notti di primavera, quelle trascorse con la foto di Jeanne sul petto.

Andai avanti così per diverse settimane, confrontavo Jeanne con tutte le donne in carne e ossa che avevo conosciuto o che avrei potuto conoscere e mi dicevo che no, neanche una si sarebbe avvicinata all’eccezionalità che incarnava lei (erano tutte prese a inseguire la convenienza, e si spaventavano con un nonnulla, appena all’orizzonte dei loro rapporti compariva una nuvola, maledetta frivolezza, superficialità, debolezza). C’innamora la dedizione. Per quanto vogliamo fare gli emancipati, a conquistarci è lo spirito di sacrificio dell’altro. Tutti i rapporti si basano su una domanda silenziosa e persistente: “Quanto sei disposto a sacrificarti per me?”

In quest’idillio s’infilò presto un pensiero subdolo. Jeanne era stata meravigliosa, ma tutto sommato non aveva amato me, la sua dedizione era andata a un altro. Era un pensiero che sapevo di aver avuto fin dal primo istante in cui i suoi occhi troppo puri avevano incrociato i miei, e adesso cominciava a farmi male. A tratti guardavo la foto di Jeanne con il broncio, altre volte invece ficcavo la foto dentro il libro e non lo aprivo per un giorno intero: trascuravo Jeanne per capire se il suo interesse fosse reale. Forse ero solo un masochista, visto che pretendevo di calcolare le reazioni di una morta? Ero geloso, furibondo, intrattabile. Mia moglie si spaventò, cercò di conoscere il mio segreto. Negai tutto, perché gli uomini più navigati di me in questo genere di questioni— i libertini, gli adulteri, gli amanti seriali— mi avevano sempre consigliato di negare perfino l’evidenza.  Ciò non toglieva che mi sentissi a pezzi, che m’importasse solo di conquistare Jeanne, di sentirmi amato come l’amavo, sennò sarebbe stata una burla, un dozzinale amore non corrisposto. Non vuoi bruciare anche per me Jeanne, non vuoi rinunciare a due vite contemporaneamente— la tua e quella di tuo figlio— per gridarmi il tuo amore imperituro?

Era colpa di Modigliani, era ovvio. Se non ci fosse stato di mezzo quel beone da strapazzo si sarebbe tutto sistemato. Mi capitava d’insultarlo a voce alta, durante il giorno. Dicevo cose tipo: “Dedo vattene a fare in culo insieme a tutti gli artisti maledetti di Montmartre”. Poi seppi che una mostra in città ospitava alcune sue opere. Fu una tentazione a cui non seppi resistere. Acquistai il biglietto ed entrai senza che nessuno controllasse il contenuto del mio zaino. Giunto nella sala centrale, tirai fuori il martello e mi scagliai su una delle celebri teste— quelle opere ridicole che saprebbe rifare anche un bambino—, ma qualcuno della sicurezza mi bloccò la mano, e in un istante mi furono addosso in tre o quattro. Ci fu una colluttazione all’interno del palazzo espositivo, mi andava bene anche morire, o uccidere”.

Il diario terminava così, quasi bruscamente.

Alzai gli occhi sgomenti verso la guardia carceraria e dissi: — Ma questa foto ritagliata esiste realmente, c’è ancora?

La guardia carceraria annuì.

— Gliela abbiamo dovuta sottrarre con la forza prima di portarlo in cella,— disse, e poi aprì un armadietto e mi lanciò sul tavolo un foglio stropicciato, dove ormai a malapena affiorava il volto della donna, di Jeanne, consumata e invecchiata da mille piccole rughe di carta. Ne fui ripugnato e attratto allo stesso tempo.

Poi aggiunsi soltanto: — La mente umana è capace di tutto.

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Il B&B del raccapriccio https://minimaetmoralia.it/fiction/il-bb-del-raccapriccio/ https://minimaetmoralia.it/fiction/il-bb-del-raccapriccio/#comments Thu, 13 Aug 2015 05:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28071 di Luca Ricci 

Ho aperto un B&B, come tutti.

Così, nell’estate in cui la Troika ha finito di demolire la chimera della casa comune europea, io apro il mio appartamento a una comitiva di americani, al solo scopo di spillare loro un po’ di soldi, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato, il più florido del paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Gli americani vogliono fare il giro della casa, valutare le stanze una per una, e io nel mio inglese un po’ arrangiato - arrangiato almeno quanto tutto il resto - cerco di illustrare, di spiegare (che dio benedica le dispense di Peter Sloan).

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di Luca Ricci 

Ho aperto un B&B, come tutti.

Così, nell’estate in cui la Troika ha finito di demolire la chimera della casa comune europea, io apro il mio appartamento a una comitiva di americani, al solo scopo di spillare loro un po’ di soldi, il mio orizzonte esistenziale rimpicciolito fino a considerare un’opportunità mettere in piedi la parodia di una struttura ricettiva. Lavoro nel settore turismo, tutto sommato, il più florido del paese, anche se sarebbe meglio dire: l’unico rimasto al paese. La mia generazione si divide in quelli che hanno ereditato una casa da poter offrire al Monte dei Pegni turistico (come nel mio caso), e quelli che non ce l’hanno. Gli americani vogliono fare il giro della casa, valutare le stanze una per una, e io nel mio inglese un po’ arrangiato – arrangiato almeno quanto tutto il resto – cerco di illustrare, di spiegare (che dio benedica le dispense di Peter Sloan).

È il classico gruppo di americani. Sono amichevoli e un poco sbruffoni verso gli italiani. Con le maglie della Nike e le scarpette da ginnastica troppo grosse e colorate sembrano gli attori in costume di un film storico che rievoca i fasti dell’America. Ma tutto sommato quello a cui penso davvero mentre accompagno gli americani dentro casa mia – mentre mi chiedono la strada più veloce per il centro storico e qualche dritta su un buon ristorante -, è che questo B&B andrebbe chiuso all’istante. Se gli americani potessero vedere tutto quello che vedo io, dentro queste stanze.

Le camere da letto singole sono le cellette nelle quali io e mia sorella abbiamo trascorso le rispettive adolescenze: della sua mi ricordo solo giacche con le spalline provate e riprovate davanti allo specchio, e qualche posacenere nascosto dentro l’armadio; della mia eiaculazioni a non finire sulle commedie sexy con Nadia Cassini e Gloria Guida, e discussioni disperate con la mia ombra riflessa sul muro. Poi tante altre cose spiacevoli, per lo più mediche: malattie infettive lenite con caramelle di zucchero e figurine, quasi peritoniti, denti cariati, tonsille operate in ritardo, strappi muscolari e fratture ossee, coliche renali, bronchiti e sinusiti. Tutte cose entrate in casa e, ne sono sicuro, mai uscite.

Ma è quando gli americani entrano in cucina che davvero ho un brivido: lì c’è il lavello dove mia madre immergeva i piatti sporchi dopo cena, e con le mani devastate da una psoriasi nervosa cercava di lavarli, per poterceli rimettere sotto al naso il giorno dopo. I pranzi e le cene delle famiglie perbene: esiste qualcosa di più triste? Ho ancora davanti agli occhi certe composizioni alimentari da groppo in gola, polpette disperate, fritti angosciati, pizze malinconiche.

Un americano si sofferma sulle regole del B&B appese al muro. Sembra molto soddisfatto perché la prima regola dice che “è vietato fumare”. Mi viene da ridere alla sola idea: per oltre trent’anni questa casa è stata abitata da un uomo – mio padre – che a causa di una depressione furiosa non ha praticamente fatto altro che fumare tra pacchetti di Muratti al giorno. Se chiudo gli occhi quella puzza di sigaretta la sento ancora, è qui anche adesso, implacabile. Questa casa va a nicotina, e non so come gli americani possano non accorgersene.

Allo stesso modo, nel bagno non riecheggiano i pianti isterici di chi tra noi della famiglia, a turno, ci si andava a rinchiudere dentro? E le vomitate alcoliche nella tazza? E gli attacchi gastrointestinali? E le copiose emorragie mestruali che lasciavano un odore di sangue rancido nel bidet? Non si immaginano gli americani di tutti gli sbuffi d’ira o d’impazienza che comunque vada continueranno ad aleggiare in corridoio? Di tutti i passi felpati fatti per non disturbare la depressione di mio padre, le crisi isteriche di mia madre, lo scontento di mia sorella e mio? E soprattutto, nella camera da letto grande, quella cioè dei miei genitori, non avvertono in sottofondo le sinfonie di Beethoven eseguite come in loop, la sola musica che mio padre ascoltasse quanto era in balia delle sue crisi bipolari, e parlava con due voci differenti?

Dico, gli americani non avvertono nemmeno il tanfo di cacca negli angoli del salotto? Il nostro cane devastato dal cancro negli ultimi mesi non riusciva più a trattenersi, e spruzzava di diarrea le mattonelle del battiscopa. E di sicuro, da qualche parte, aleggia lo spirito di un pulcino lanciato dal balcone e spiaccicato al suolo (lanciato da me lattante senza un’ombra di esitazione, perché mi avevano detto che gli uccelli volavano), di un canarino lasciato assiderare nella gabbietta, di un pesce rosso soffocato in una palla di vetro putrida. Ogni casa è anche un cimitero d’animali, segno evidente della mostruosità dei suoi abitanti umani. Ma tutto il dolore è stato imbacuccato nel prêt à porter di Ikea.

I vecchi mobili sono spariti dentro la pancia di Apecar e camion, si sono dispersi in mercatini da quattro soldi o nelle cantine di antiquari senza scrupoli. Adesso al posto di tanti ricordi ci sono questi armadi e letti e comodini neutrali come pezzi di Lego. Le mensole sono come punti di sutura per le ferite dei muri. Certi posti non si dovrebbero affittare, perché se ne resta in contatto pur non potendoli abitare più. Solo due strade sarebbero possibili, se vivessimo in un paese meno indecoroso di questo: la vendita o la demolizione (più auspicabile). Gli americani intanto hanno finito il giro, si lanciano tra loro cenni entusiasti, si sono convinti. Io biascico un ringraziamento alla bell’e meglio, ma vorrei solo dire: “State alla larga dalle case infestate dai ricordi degli altri”.

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A pesca nelle pozze più profonde https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/a-pesca-nelle-pozze-piu-profonde-paolo-cognetti/#respond Wed, 19 Nov 2014 09:10:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24418 È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull'arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall'oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all'altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti - e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

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È in libreria A pesca nelle pozze più profonde. Meditazioni sull’arte di scrivere racconti di Paolo Cognetti (minimum fax). Pubblichiamo il post, uscito sul suo blog il 24 ottobre, in cui Cognetti racconta come nasce questo libro e vi segnaliamo la presentazione oggi, mercoledì 19 novembre, alle 19.30 alla libreria minimum fax di Roma. Interviene Luca Ricci.

Ho cominciato a leggere racconti verso i sedici anni. Cioè, in pratica, quando ho cominciato a leggere per conto mio. I primi furono quelli di Bukowski: Storie di ordinaria follia, Taccuino di un vecchio porco, Musica per organi caldi. Adoravo il vecchio Hank come una rockstar, anzi un punk alcolizzato ed erotomane sopravvissuto fino alla terza età. Lo scrittore successivo a farmi secco fu Hubert Selby Junior, il tossico, il tubercolotico, con Ultima fermata a Brooklyn, e poi venne Dago Red di John Fante, quel figlio di immigrati abruzzesi che proprio Bukowski aveva salvato dall’oblio. Sono tortuose le vie che ti portano da un libro all’altro: allora la mia tecnica era quella di cercare gli scrittori preferiti dei miei scrittori preferiti – e in effetti funzionava. Mi piacevano gli americani per la loro lingua semplice, e per la vita che traboccava dai loro libri.

Mi ero già accorto anche di preferire i racconti ai romanzi: avevo sedici anni e una fretta del diavolo, volevo storie che si potessero leggere tutte in una volta, ero impaziente di sapere come andavano a finire; dei romanzi saltavo le pagine per arrivare in fondo il prima possibile. Presto dentro presto fuori, per dirla con Carver. Lui era un altro che si annoiava subito: non mi fate annoiare, diceva, perché se no a pagina due scaglio il libro contro il muro. È il caratteraccio tipico del lettore di racconti.

Votandomi alla forma breve non sapevo che avrei avuto una vita così dura, ma lo scoprii molto presto. Le raccolte di racconti in libreria erano rare, ben nascoste negli scaffali più bui, destinate a tornare in fretta negli scatoloni. Quelle tradotte dall’americano risultavano misteriosamente manomesse: mancavano racconti dell’edizione originale, l’ordine era cambiato, il titolo irriconoscibile; un’antologia monumentale veniva spezzettata in libricini a cadenza incerta, che poi smettevano di uscire perché non li comprava nessuno. C’erano titoli fuori catalogo alla cui ricerca battevo biblioteche e mercatini delle pulci.

Ricordo nitidamente il giorno in cui mia sorella mi procurò una vecchia edizione dei racconti di Cheever, scomparsa da anni, intitolata Addio fratello mio (eravamo andati a vivere in due case diverse, e il titolo le era sembrato benaugurante). O il ritrovamento miracoloso di una copia di Jesus’ Son – l’esordio di Denis Johnson – tra i fondi di magazzino di una libreria di Torino. E poi gli anni passati a cercare Harold Brodkey, Primo amore e altri affanni, perché lo vedevo citato dappertutto ma i cataloghi Mondadori l’avevano depennato da un pezzo, finché non lo pescai incredulo al chiosco dei libri usati di piazzale Baracca. E ancora un numero di Panta del 1994, in cui venivano proposte alcune nuove voci della letteratura americana, e facevano il loro esordio da noi, tutti insieme, scrittori come Charles D’Ambrosio, Jennifer Egan, Jeffrey Eugenides, Donna Tartt, William Vollman, David Foster Wallace: prima di ogni racconto c’era una foto dell’autore a tutta pagina, e io stavo lì a fissare quei volti come fossero lontani amici di penna. Cosa stavano facendo adesso? Sarebbero mai diventati dei grandi scrittori, o il loro momento di gloria finiva lì? Wallace aveva la bandana in testa e quella sua aria da bambinone corrucciato. D’Ambrosio pescava trote sulla riva di un fiume impetuoso, e in quel momento scrivere sembrava proprio l’ultimo dei suoi pensieri.

Il racconto di Wallace in quell’antologia era il bellissimo Per sempre lassù. Quello di D’Ambrosio, Il suo vero nome, riusciva perfino a superarlo. Ogni tanto incontravo lettori – e se per questo li incontro ancora – che dichiaravano con noncuranza: “io non leggo racconti”, come un amante della musica che si rifiuti di ascoltare il jazz. Abitavamo decisamente mondi diversi. Così cominciai a dire in giro, con la stessa aria di superiorità, che io non leggevo romanzi. Ed era vero. Ho letto davvero pochissimi romanzi in vita mia, ma ho una biblioteca di racconti che per anni è stata il mio orgoglio e la mia compagnia. Noi lettori di racconti facciamo una cosa che coi romanzi non si fa: la sera abbassiamo le luci, sfiliamo dalla biblioteca un vecchio racconto che abbiamo amato molto, lo mettiamo sul piatto e ci sediamo in poltrona a gustarcelo come un pezzo già ascoltato mille volte, sapendo a memoria come gira la musica, assaporandola proprio per questo.

Poi c’erano gli editori. Quelli che pubblicavano racconti li consideravo eroi carbonari. Erano piccoli, quegli editori lì, e potevano pubblicare solo i libri che i grandi editori scartavano, come cercando tesori nella discarica sconfinata dei libri che non vuole nessuno. C’erano i misteriosi Serra & Riva (negli anni Ottanta avevano scoperto Cattedrale di Carver e Il percorso dell’amore di Alice Munro). La benemerita Tartaruga (editore femminista che ha sempre pubblicato solo donne, tra cui ancora la Munro, Margaret Atwood, Grace Paley, e poi una raccolta di racconti che per anni ho sostenuto essere il mio libro preferito: Ho un debole per i cowboy di Pam Houston). E poi editori che nella mia testa collegavo a uno scrittore-bandiera: Marcos y Marcos pubblicava John Fante, Fandango pubblicava Cheever, e/o pubblicava Joyce Carol Oates, minimum fax pubblicava Carver e poi dal 2001, con Burned Children of America, cominciò a pubblicare un’intera generazione di scrittori di racconti, e io li ho letti proprio tutti dal primo all’ultimo. Tom Jones. David Means. Charles D’Ambrosio. A.M. Homes. George Saunders. Rick Moody. Di quanti scrittori mi innamorai al primo colpo. Sono stati anni entusiasmanti.

Dei cinquecento e passa volumi della mia collezione ce ne sono sette che ho messo uno accanto all’altro in uno scaffale appartato, che considero lo scaffale dei miei libri preferiti. I quarantanove racconti di Hemingway. Tutti i racconti di Flannery O’Connor. I Nove racconti di Salinger. I Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley. Da dove sto chiamando di Carver. Nemico amico amante di Alice Munro. E Ho un debole per i cowboy di Pam Houston. Quattro a tre per le donne, per fortuna. Alla Tartaruga sarebbero fiere di me. Quando guardo quello scaffale sono proprio contento che quei libri siano lì, come uno è contento che una certa persona sia al mondo, e stia facendo le sue cose, pure se non la vede da un po’. Ciao, mi viene da dirgli la mattina.

Tutto questo solo per annunciare che ieri è uscito un libro che ho scritto io, e ha pubblicato minimum fax, sulla mia storia di lettore di racconti. Si intitola A pesca nelle pozze più profonde. Non è un manuale di pesca né di scrittura creativa. È piuttosto il tentativo di mettere insieme certi pensieri ricorrenti, certe intuizioni avute durante quegli ascolti serali; è un provare a dire perché alle storie di mille pagine preferisco quelle di venti; è un lavoro che mi ha richiesto molta fatica, più di quella che faccio di solito per scrivere una storia; e infine è una dichiarazione d’amore. Ho scritto questo libro soprattutto per dire a certi scrittori, vivi e morti, che io gli voglio bene.

È diviso in tre parti. La prima parla di mistero. La seconda parla di amore. La terza parla di Sofia. Quando un libro infine viene pubblicato sembra già una cosa lontanissima, scritta da qualcuno che eri tempo fa e che torna a cercarti dal passato: hai ancora una fretta del diavolo, salti ancora le pagine per arrivare alla fine, e quando lo sfogli non riesci a credere che quello scrittore eri proprio tu.

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Figurine mondiali, seconda parte https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali-seconda-parte/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali-seconda-parte/#respond Mon, 11 Aug 2014 08:08:05 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22635 Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanzi; qui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Pubblichiamo la seconda parte di questo Sillabario e, come contenuto extra, un racconto di Antonella Lattanziqui la prima parte. 

Gaia Manzini
Tifo

Nella mia vita, la parola tifo ha sempre avuto un significato ambiguo.

La prima persona a cui ho sentito parlare di tifo è stata mia nonna Valdina.

Camminavamo per il Parco Sempione un pomeriggio d’estate; io avevo cinque anni. Non appena vidi una fontanella, mi ci avventai liberando la mia mano dalla sua.

“E non bere che se no ti viene il tifo!” Esclamò nonna Valdina.

Alle elementari ci si chiedeva sempre: “Ma tu a che squadra tieni?”.

Io allora tenevo alle Juventus perché bianco-nero mi sembrava una bella accoppiata di colori. E poi anche perché INTERISTI CACCONI era la scritta che campeggiava sul muro del mio condominio in via Correggio. Così, per un cortocircuito tra la scatologia della scritta e una certa assonanza, schifosi e tifosi per un po’ ebbero lo steso significato. Fare tifo era fare schifo. Quindi io tenevo alla Juve. La Juve era la mia squadra del cuore. Non mi sarei mai azzardata a dire che ero una tifosa, cosa che tra l’altro avrebbe pure spaventato a morte nonna Valdina.

Il tifo l’ho rincontrato in terza media.

Raffaella Lombardini raccontava sempre di un libro che le aveva dato la sorella più grande. Parlava di una città presa dal torpore, una città intera che aveva la febbre. A noi compagne sembrava un’immagine potentissima.

“Ma che libro è?” Chiese la più spavalda. Raffaella Lombardini rispose altezzosa: “Il tifo di Camus”.

Dal liceo in poi, tutto invece sembra prendere contorni più netti.

Mi do più seriamente alla lettura. La lettura è generosa di rivelazioni che non riguardano solo Camus. Per esempio, mi accorgo che il dottor Faust sarebbe il primo da invitare a una festa e se Emma Bovary diventasse un’assennata casalinga dedita al tiramisù, per me sarebbe una catastrofe.

Insomma, nonostante tutto, faccio il tifo per loro con esultanza da ultrà.

È un tipo di tifo che mi fa sentire più libera, buttata in una vita più complessa e ampia della mia.

All’università, tre amici mi accompagnano all’esame di latino. “Signorina, si è portata dietro il tifo?” Chiede il professore. Io rispondo di sì, orgogliosa, vibrante d’energia. Il tifo non ha più solo a che fare con lettura e libertà, ma pure con l’amicizia.

E così l’ambiguità della parola sembra essere risolta.

Poi, invece, il giorno del mio matrimonio, prima di entrare in comune, mia zia mi prende da parte e come se dovessi scendere in campo, mi fa: “Mi raccomando, io faccio il tifo per te.”

Antonio Pascale
Cross

Tecnicamente parlando, il cross è un passaggio eseguito da un giocatore che occupa le fasce esterne o la trequarti del campo (quindi un terzino o un’ ala). L’obiettivo di chi crossa è a) sollevare la palla da terra b) indirizzarla o verso i pali o verso il centro della porta- nel tentativo di incrociare una punta, da qui cross: incrocio.

Affinché la palla attraversi il campo disegnando un arco e, appunto, incroci una punta sono indispensabili visione di gioco e precisione, e naturalmente fortuna.  Il cross è comunque spesso causa di repentini e velocissimi, inaspettati, dal punto di vista narrativo, affascinanti, imprevedibili mutamenti di fronte.

Basta ricordare, per esempio, la partita della lega pro Inglese (la nostra seria b) Watford vs Leicester city. Domenica, 12 maggio, 2013. Spareggio per i play off . Se il Watford vince passa il turno, se pareggia passa il Leicester. Il Watford sta vincendo 2 a 1 ma al 96 minuto viene assegnato un rigore al Leicester.  Se il giocatore Anthony Knockaert dovesse segnare passerebbe il Leicester.

Pausa: Knockaert (che è mancino) tira ma il portiere Almunia respinge. Confusione in aria, Knockaert ci riprova, ma niente da fare. Il Watford avvia il contropiede e in pochi secondi concitatissimi, velocissimi, la squadra supera la trequarti. A questo punto Fernando Forestieri dalla fascia destra, dal limite dell’aria fa partire un cross. Il pallone disegna un arco e termina sul lato sinistro della porta. Qui c’è Hoog, che mette il pallone in mezzo e Denney che sopraggiunge segna al volo: 3 a 1.

Il cross quindi è un modo per unire velocemente due punti del campo distanti. La palla, cioè, l’informazione, sollevandosi da terra, supera gli ostacoli fisici e mette in comunicazione soggetti differenti. Il cross può ricombinare gli elementi in campo.

Naturalmente esistono varie derivazioni da questa parola, moto cross, ciclo cross, ma io preferisco crossing over.

Il crossing over indica un affascinante fenomeno che avviene durate la profase 1 della meiosi. I cromosomi omologhi, poco prima di separarsi in cellule figlie, si appaiono, ecco in questo momento i bracci dei cromosomi omologhi si incrociano, cioè si scambiano materiale genetico L’informazione genetica viene quindi ricombinata e tutto ciò è fonte di nuova e necessaria variabilità.

Se non ci fossero scambi genetici, se le informazioni non si combinassero in nuove forme, molto probabilmente avremmo meno possibilità di superare le sfide ambientali.

Per superare le sfide in campo e nella vita è necessario contaminarsi, incrociare, linguaggi diversi, strumenti diversi, integrare le soluzioni, insomma gettare ponti culturali tra singole isole, che altrimenti sarebbero troppo distanti, sole, autistiche,incapaci di comunicare.

Rossella Milone
Calcio d’angolo

Appena chiuse lo sportello dell’auto, la donna sentì un fischio alle sue spalle: “Shsh. Stai zitta, per favore.”

Era la ragazzina del suo pianerottolo, la figlia dell’infermiera che ogni tanto andava a fare le siringhe agli inquilini del palazzo. Quando qualcuno la chiamava, la ragazzina seguiva la madre con il broncio e la borsa di cuoio con le siringhe, il laccio, l’ovatta. Quando l’infermiera s’infilava nelle case degli altri, la ragazzina restava ogni volta in disparte, taciturna, come incurvata da un peso. Una sera l’infermiera finì pure in casa della donna per via di certe contrazioni all’addome. Le aveva appoggiato una mano sulla fronte mentre la figlia aveva afferrato la siringa dalla borsa. Sempre nell’angolo, infilata come uno scarafaggio tra il balcone e l’armadio – immobilizzata. La donna si mise a fissare la ragazzina senza darle scampo, mentre l’infermiera le bucava la pelle. Le cercò gli occhi tra i capelli che le coprivano il viso; fissò quelle cavità violette già piene di ombre, già turbolente, affaticate da un gioco che la impegnava molto. La vita. Le siringhe. La pelle dei malati. Quel gesto che ogni volta faceva sua madre – di spingere un ago nel corpo degli sconosciuti – le dava il senso di una violazione che la tormentava. Era questo a metterla ogni volta nell’angolo. A tenerla ferma come un insetto sulla schiena.

Allora quando la ragazzina le disse: “Stai zitta, per favore”, la donna decise di non prendere le buste della spesa dal cofano, per non fare altro rumore. La ragazzina era appollaiata tra il muro del garage e i bidoni dell’immondizia, nell’angolo che dava sui giardinetti. In quel momento stava passando un tipo con un cane al guinzaglio, e la donna vide la coda scivolare sul viso della ragazzina per un attimo. Lei non si scompose. Concentrata, guardava la piazza del parcheggio inclinandosi di tanto in tanto, con lo sguardo lungo rivolto al ragazzino che spaziava tra le macchine, in cerca di altri ragazzini. Un mucchietto era già stato scovato, e restava in attesa di una possibile salvezza, appoggiato ai cofani delle auto. A un tratto il ragazzino si accovacciò a fianco a un camper, saltellò sui due piedi, corse al muro per gridare il nome di un altro stanato.

La donna sentì la ragazzina mormorare: “Sono l’ultima”… Allora si allontanò facendole ciao con le dita. La ragazzina si limitò ad appiattire il corpo contro il muro, per prendere la forma dell’aria. Quando fu in casa, la donna lasciò cadere la borsa sul divano, e subito si recò fuori al balcone che raccoglieva le ultime luci del cielo, le prime della città, delle cucine, dei portoni, dei lampioni sopra al parcheggio. La ragazzina era ancora lì. La donna riusciva a vedere la schiena di lei arcuata,  le mani per terra. Pronta. Il ragazzino la cercava dal lato opposto, con un passo nervosissimo, procedendo verso l’edificio dell’asilo circondato dai portici. Lui lentamente si appoggia a una colonna. Sbircia, tentenna. La rotondità della colonna non lo aiuta. Procede così per tutto il portico girando a vuoto. La ragazzina, invece, è protetta dalle linee rette, dall’angolo che la salva – una tana geometrica che già le ha insegnato a nascondersi dalle persone . Si mette dritta, con le spalle al sicuro aspetta. La donna, a un tratto, da lassù la vede sbucare con i capelli al vento. Correre senza ansia, calciando l’aria, le gambe la testa le braccia che schizzano in avanti. Il ragazzino si volta di soprassalto, arranca con troppa goffaggine. La ragazzina è già lì, la donna la vede; al muro della conta, con gli altri ragazzini che saltellano, e applaudono, e urlano. E se la immagina la voce di lei, gridare sollevata: “Salvi tutti!”

Giordano Meacci
FuoriGioco

Per chiunque sia ossessionato dal calcio, lo viva da atleta o anche, semplicemente, sia pervaso dallo «Spirito di Eupalla» nelle sue frequenti o saltuarie occasioni di “allenatore da divano” (che è poi la pratica sportiva più diffusa), la regola del fuorigioco è una specie di chiave esoterica per stabilire “chi nel calcio c’è e chi non c’è”: come diceva un esaltato Don Camillo al Crocifisso dell’AltarMaggiore. In questo trasformando la regola stessa in una sorta di correlativo oggettivo della cosa regolata.

Essere ‘fuorigioco’ significa in sostanza trovarsi in una porzione di spazio irreale, nel luogo giusto al momento però-sbagliato; dove l’attaccante, di fatto, non può essere attivo e partecipe: significa – da parte del guardalinee – identificare la “Zona” che non esiste ancora, i “Territori” di Stephen King, l’Universo Segreto dentro l’armadio di C. S. Lewis; il Gatto di Schrödingerdel sì e del no in una richiesta di appuntamento a Scarlett Johansson.

La parte esatta di campo in cui un calciatore è prima immediatamente di qua dalla linea dei difensori e poi – in un frammento di tempo, in un secondo fiabesco, nel punto preciso che va da zero a uno in quel passaggio netto che è poi il barlume in cui il girino diventa rana (ed è imprendibile da una ripresa quanto il gol della Mano de Diós) – si trova di là dall’ultimo avversario.

Il tempo che diventa spazio nella fisica dissociata di Star Trek: il fruscìo del teletrasporto che confida nelle diottrie dell’assistente dell’arbitro prima ancora che nello scotch del Signor Scott. Ed ecco che – un passo di danza, un gesto da prestigiatore tanghéro– lo spazio diventa corsa sfrenata o fischio azzerante, gol indimenticabile o beffa eterna del mondo condizionale.

Il fuorigioco è la terra di frontiera incerta e guizzante di quel che può essere: dove le linee del calcio s’incrociano e alle volte lasciano sfilare via l’ombra segaligna e apparentemente innocua di un Paolo Rossi. O di un Inzaghi. I prìncipi del filo del fuorigioco: gli zombi eleganti dell’ombra tra due mondi – il di qua e il di là dalla linea. D’altronde, preso alla lettera, fuori-gioco è anche una negazione del mondo interiore – ch’è poi l’universo che crea-sé stesso-allargandosi dei Maradona, dei Del Piero e dei Totti in reazione.

«Fuori, gioco» presuppone un’interiorità negata; un Sole eterno appeso al filo dei panni delle estati di bambino. Quando il fuorigioco, nei campetti, semplicemente non c’era. Non c’è. E la regola e l’azione coincidono, la sabbia si smuove sporcando le magliette sudate. … … E lì― dopotutto― fuori dal gioco; che altro c’è?

Elena Stancanelli
Rigore 

Rigore è soprattutto rigida e stretta coerenza con le premesse, col metodo stabilito. A rigor di logica, indagine condotta con rigore scientifico, un ragionamento rigoroso, sono tutte espressioni che intendono la nettezza con la quale si arriva esattamente dove si era progettato di arrivare. Dove gli sforzi che abbiamo fatto sapevamo ci avrebbero condotto, se niente fosse andato storto. Il rigore non prevede distrazioni, ripensamenti, cambi di direzione. È rigidità, persino delle membra, fino all’ultima, finale, fissità, il rigormortis. Quando si chiede, si impone, di usare rigore si vuol dire di essere inflessibili, non accettare per nessuna ragione, in cambio di niente, la richiesta di una deviazione. Al contrario, per chiedere clemenza si supplica di attenuare il rigore, di mitigarlo. “Eterno riposo che invoco caldamente ogni giorno non per eroismo ma per il rigore delle pene che io provo”, scrive Leopardi. Persino l’abito, se è di rigore, non può essere evitato. Ineludibile il rigore, perché sta lì davanti nella sua perfetta solidità, senza flessioni, sempre uguale.

Nel calcio, Lo sappiamo, il rigore è la punizione somma, concessa dall’arbitro alla squadra che abbia subito un grave fallo nella propria area. Lo si tira da un punto fisso, il dischetto, che dista 11 metri dalla linea di porta, con l’area completamente sgombra.

Eppure quel rigore, il rigore per antonomasia, è quasi un ossimoro di quanto si è detto. È un tiro, affidato al più affidabile dei calciatori in campo, una sfida tra due uomini, quello che calcia e quello che para. Ma è un tiro, appunto. E senza star qui a dilungarci sul significato della parola tiro, è evidente che un tiro non contiene in sé niente dell’affidabilità di cui abbiamo detto. Nessuna ineluttabilità, nessuna certezza. È piuttosto il contrario: un azzardo, persino uno scherzo. Magari calciando un rigore non si potesse che incorrere in quella immodificabile fissità! Sempre dentro, rigorosamente. Invece il rigore comincia proprio dove tutto il rigore è già compiuto, quando, commesso il fallo, la punizione sia stata assegnata. Sono pochissimi, imprevedibili, istanti. Io, di rigore, chiudo gli occhi.

 

Antonella Lattanzi
Tiro secondo

– Tu lo sai lo spagnolo, no?

– E me lo chiedi.

– Allora me lo traduci?

Stanno stese sull’erba calda, il sole è un piatto di ferro battuto a fuoco, colpo dopo colpo, proprio adesso nel cielo, e loro due sono così giovani.

Paola le passa un foglio.

– Ma è lungo.

– Due righe. Dài, per favore.

Alba sbuffa, stende il foglio sul prato.

– Allora. “Da quale pianeta se…”

– Aspetta, aspetta: la penna.

– Fai presto.

Paola si alza di scatto, corre via sollevando troppo i talloni, inciampa, riprende la corsa. Alba guarda gli altri che giocano a calcio, guarda Valerio più di tutti, ha 16 anni, i capelli lunghi sulla nuca, ha ucciso un uomo.

– Ecco, – Paola si risiede con una scivolata sull’erba, il fiatone.

– Però, scusa… Come fa a piacerti uno così? Proprio tu. Quando lo sa tua madre…

– Quando lo sa mia madre le dico: ormai ho 14 anni e prendo tutti 9. Lui si chiama Valerio e farà il calciatore.

– Sì.

– E lei mi dice: hai ragione, te lo sei meritato l’amore, l’amore non ha pregiudizi e confini, brava. Va’ con lui e sii felice.

– Seee.

Alba ride. Ride anche Paola. Guardano Valerio che corre, le ragazze del liceo in visita ai giovani detenuti tentano di star dietro al pallone anche loro, educatori e guardie tutto intorno al campo stanno dritti come soldatini di piombo. Valerio si gira. Paola e Alba alzano la mano all’unisono, rosse in viso salutano.

– Vai, traduci.

– Ma quindi ’sta cosa è un regalo per lui, no?

– Sei furba tu.

Paola le fa saltare il foglio, Alba lo riprende al volo annaspando con le mani nell’aria, ridono ancora.

– Stupida. Allora. “Da quale pianeta sei venu…”

– Oh! Oh! Più piano.

– E va bene, più piano… “Da quale pianeta sei venuto per lasciare sulla strada tanti inglesi, perché il Paese sia un pugno chiuso che grida per l’Argentina? Argentina 2 – Inghilterra 0. Diegol, Diegol, Diego Armando Maradona… Grazie Dio, per il calcio, per Maradona, per queste lacrime, per questo Argentina 2 – Inghilterra 0”.

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Figurine mondiali https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/figurine-mondiali/#respond Mon, 04 Aug 2014 09:01:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22612 Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.

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Di recente Luca Ricci ha curato per Radio 3 un ciclo di puntate intitolato Figurine mondiali, affidando a dieci scrittori italiani il compito di ridefinire alcune parole basilari del calcio. Qui la prima parte di questo Sillabario. (Fonte immagine)

Giorgio Vasta
Dribbling 

C’è stato un tempo – grosso modo tra il 1984 e il 1985 – in cui ho immaginato che il dribbling fosse non semplicemente una tecnica calcistica ma un modo di stare al mondo. Approfittando dell’esilità del corpo, di una buona rapidità di esecuzione e soprattutto di una congiuntura fisiologica e cognitiva che da allora non si è mai più riverificata, durante le partitelle estemporanee dell’adolescenza superavo ogni avversario come lo slalomista supera i paletti, procedendo per i campi di bitume come se fossero inclinati e i giocatori dell’altra squadra poco più che microscopici pretesti sparpagliati lungo il percorso. La felicità della finta era talmente intensa che il dribbling – in teoria niente di più di uno strumento utile a superare un ostacolo – era diventato un valore in sé e dribblare non era più un’eventualità del gioco, la risoluzione di un problema agonistico, bensì un obbligo, tanto fisico quanto morale, la partita soltanto una scusa per sperimentare l’euforia dell’assenza di attrito.

Poco a poco le cose sono cambiate. Il corpo ha perduto l’esilità, il gioco di gambe è rallentato: le volte in cui ho provato a dribblare – in una delle partite espiatorie disseminate nel corso degli ultimi venticinque anni – mi sono ritrovato impigliato in un groviglio generato dal mio stesso movimento, il fiato intralciato dentro il petto, lo sguardo rarefatto, le ginocchia arrossate come quelle dei calciatori norvegesi. L’avversario – tutto ciò che da un certo momento in avanti ho cominciato a percepire come tale – era diventato una struttura minerale invalicabile.

Eppure è stato soltanto in quel momento, confrontando la gloria adolescente col disfacimento organico attuale, che ho pensato di comprendere, in ritardo di una trentina d’anni, il dribbling in tutto il suo struggimento: uno sfarfallio veloce delle gambe che inganna alludendo, l’avversario appena superato ancora per un istante percepito con la coda dell’occhio, l’inoltrarsi febbrile nello spazio, la ricerca di altri avversari per dribblare e dribblare ancora, e lo stupore, il desiderio di ridere, il sudore che percorso ogni lineamento del viso si annida negli occhi; e in fondo, in fondo a tutto, nel tremolio liquido dello sguardo, la luce della porta che si riduce a un crepuscolo, ogni meta che si rivela nella sua natura di miraggio. 

Francesco Longo
Goal

All’apparenza, sembra solo che una sfera di cuoio bianca e nera rotoli fino a ficcarsi in una rete da pesca. Una palla sconfina in una zona di prato dove non c’è niente, e tutto finisce. Questa frontiera è segnalata da una striscia bianca in terra e in alto da una traversa a mezz’aria. A tutti gli effetti, c’è una specie di barriera tra due pali, ma sarebbe del tutto immaginaria se questo limite non fosse stato consacrato a essere un traguardo.

Il goal fa parte della famiglia dei terremoti. È quell’evento sismico in grado di suscitare a continenti di distanza dall’epicentro una ola su un divano, o un’esplosione di euforia tale da riempire le strade e le piazze di una città. Il passaggio della palla attraverso questo sipario impalpabile genera boati come davanti a una nascita prodigiosa, dà vita a cori di esultanza che possono sfociare in pura commozione. O al contrario, il goal sprigiona la potenza straziante dei lutti, suscita fitte di delusione talmente violente che possono portare al lamento e addirittura al pianto.

Nel gioco del calcio il goal – che avvisa che una delle due squadre in campo ha segnato – è un miracolo che incanta generazioni di spettatori, rende leggendari i giocatori, può umiliare per sempre un portiere, può promuove una città o una nazione innalzandola sopra le altre.

Il goal è l’istante risolutivo di una partita. Per la sua forza simbolica può fissarsi in modo indelebile nell’immaginario collettivo, essere rivisto all’infinito, come avviene per certi goal storici che sono diventati metafore di un’epoca intera. Che sia il risultato di una rovesciata al volo o di un calcio di rigore, il goal si carica di ambizioni e desideri di un piccolo gruppo, di una comunità estesa, o di una nazione intera. Attenzione però, si tratta di un passaggio fulminante e spesso controverso. Subito dopo, l’aria è rotta dal fischio dell’arbitro. 

Antonella Lattanzi
Tiro primo

Quando ero piccola per me era tutta questione di dimostrazione della forza. La forza, mi pareva che dicessero un po’ tutti, aveva a che fare sempre e solo col maschile. Dunque, pensavo, se riuscivo a dimostrare che ero maschio, avrei dimostrato di conseguenza che ero forte. Per mio padre, poi, ero stata l’ultima speranza: aveva una moglie donna, sorelle tutte donne, il cane che avevano preso a mia sorella era una femmina, e la sua primogenita era appunto una bambina. Nacqui, e venne a vedermi sicurissimo: non potevo che essere il maschio che gli spettava dalla nascita. La delusione fu cocente. Ma che ero maschio nella testa potevo ancora dimostrarglielo. Il calcio era da maschi. Il calcio era la passione di mio padre. Il calcio era, dunque, la dimostrazione assoluta della forza. E, dentro il calcio, il tiro.

Il tiro era la prova che ti faceva definitivamente forte. Era l’attesa prima, la speranza e il sogno mentre, il successo virile o l’insuccesso femminile dopo. Dunque passavo ore in cortile, le altre femmine che giocavano a campana, a provare il tiro che mi avrebbe resa uomo. Per il calcio non ero portata, mi annoiavo: ma l’eccitazione dell’impresa mi mandava in estasi totale. Passavo le domeniche seduta con mio padre, la radiolina grigio chiaro in mezzo a noi, a seguire le cronache di calcio. Non ci capivo niente, dopo un po’ non riuscivo più a tenere gli occhi aperti, ogni volta mi illudevo di cominciare a capire qualche cosa, ma bastavano tre minuti perché mi venisse un sonno intollerabile. Era un po’ come la messa.

La messa era la dimostrazione che ero femmina, che mia madre mi aveva fatto buona e giusta, che il vestitino rosa della festa me l’ero guadagnato a forza di chiacchiere con Dio. Prima e dopo la messa, però, tornavo in cortile ad allenarmi. Mi sfilavo con garbo il vestitino rosa, attenta a che non si sporcasse, era bellissimo, e sotto c’era la divisa del calcetto: una maglietta, un paio di pantaloncini, mi ostinavo però a tenere addosso i sandali confetto. – Papà, vieni! – un giorno decisi che ero pronta.

Lo chiamai in cortile, lo misi in porta tra due macchine, mi sentivo una perfetta HollyeBenji. Volai sopra il cortile, mi confusi tra la gente sugli spalti, non ero più nel mio quartiere; ero allo stadio ed ero il capocannoniere. Mio padre si chinò tra le macchine e annuì, posizionai il pallone. Tirai un respiro, tirai indietro il piede, lo misi di taglio come mi avevano insegnato, colpii la palla, tirai più forte che potevo. Il sandalo rosa mi tradì. Tirai anche quello dietro il pallone bianco e nero. Volarono mezzo metro, ripiombarono per terra. Sentii la delusione espirare dalle labbra di mio padre. Non ebbi il coraggio di guardarlo. Raccattai mesta sandali e pallone. Mi diressi seria verso le femmine dall’altro lato del cortile. Senza una parola, mi misi a giocare alla campana. Tirai la pietra e feci un gol perfetto nel quadrato giusto. Alzai la testa, e vidi mio padre che applaudiva.

Francesca Serafini
Porta

Ogni parola è una porta. La soglia per universi paralleli. Un piccolo significante che si moltiplica in tanti significati diversi, generando storie. A ogni storia, tante possibili metafore. E quando la parola è porta, a varcarla, le storie e le metafore potrebbero essere infinite. Ma “Inizio, con l’invecchiare, a odiar le metafore – la loro esattezza e la loro inadeguatezza”, come ha scritto Norman MacCaig. E allora mi costringo al compito, alle limitazioni del tracciato e scopro che anche questa è una porta: l’accesso a una scoperta dal piacere inatteso. Definire “porta” nel calcio, dunque. La sua dimensione del traguardo. La porta da riempire, da violare. L’obiettivo nitido e specchiato. Se solo ci fosse stato il calcio – le sue porte – nel 1457; se solo Marsilio Ficino se ne fosse appassionato, chissà che ne sarebbe stato della sua accidia; chissà che cosa avrebbe scritto a Giovanni Cavalcanti nella lettera che Ian McEwan ha citato in Cani neri. Però il calcio a quei tempi non c’era. E infatti Ficino scriveva: “in un certo senso, non so che cosa voglio; forse non voglio quel che so e voglio quel che non so”. Ecco il miracolo del calcio. Sapere esattamente che cosa volere. Raggiungere la porta, superarla. E se mi guardo intorno, e vedo tante altre persone che non sanno che cosa volere; e persone che lo sanno benissimo, ma non hanno i mezzi per raggiungere quello che vogliono: nel nodo, nel groviglio – nello gnommero, per dirla con Gadda – di tutte le infelicità possibili, intravedo un orizzonte di sollievo nello spazio circoscritto di novanta minuti o poco più. Quel territorio mitico in cui l’obiettivo è chiaro, definito dal legno e dalla rete in cui il pallone resta incagliato nell’istante perfetto in cui il desiderio s’appaga e un grido più che umano – collettivo, ancestrale – ci ricorda che qualche volta, anche a scapito di chi dall’altra parte intanto vede polverizzare per contraccolpo quella stessa speranza, possiamo raggiungere quello che desideriamo. Oltrepassare la soglia. Entrare nella porta, restando vivi. Scoprendo, anzi, di non esserlo mai stati tanto.

Sergio Garufi

Fallo

Partiamo da un assunto fondamentale: esistono infiniti dizionari, tanti quanti sono i parlanti. Quelli che consultiamo ogni tanto, voluminosi e cartacei, sono i dizionari ufficiali. Poi ci sono i dizionari interiori, impalpabili, mentali, e ognuno di noi ne ha uno. Lo scarto fra i primi e i secondi è il motivo per cui facciamo così fatica a intenderci. I problemi di relazione fra le persone sono, di base, tutti problemi linguistici. Dipendono dall’importanza e dal significato che ognuno di noi dà alle parole.

La parola in esame oggi è fallo. Nei dizionari ufficiali è registrata con due accezioni di significato diverse. Nella prima significa errore, sbaglio, imperfezione. Si applica sia in ambito lavorativo e commerciale (un tessuto fallato), che in ambito sportivo (il fallolaterale o il fallodi mano nel calcio, il doppio fallo nel tennis).

Nella seconda accezione di significato ufficiale fallo è sinonimo di organo sessuale maschile. Un sinonimo nobile, che si usa in ambiti colti, come l’archeologia e la religione, tant’è che nell’Antica Grecia il fallo era un oggetto di culto che si portava in processione.

I dizionari interiori di solito si formano nei primi anni di età. Di norma ricalcano quelli ufficiali, ma poi lo scarto si realizza nella declinazione personale, che tiene conto di diversi fattori, quasi tutti riconducibili al proprio background culturale. Nel mio caso penso di aver sovrapposto e confuso un po’ i due piani semantici, nel senso che pure in ambito sportivo e agonistico il fallo per me non era una cosa così negativa. La prova sono i motivi per cui da piccolo scelsi di tifare Milan. La scelta della squadra del cuore di solito si fa in età prescolare, proprio quando va formandosi il dizionario interiore. È un imprinting. La influenza in primo luogo la scelta del padre, o la città in cui si vive, oppure la figura carismatica di un campione. Mio padre non amava il calcio. Lui preferiva sport più duri, quelli che aveva praticato in gioventù, come la lotta greco-romana, il rugby e il canottaggio. Questo fece sì che tutti e tre i suoi figli maschi scegliessero ognuno una squadra del cuore diversa dall’altro. La Juventus mio fratello maggiore, io il Milan e mio fratello minore l’Inter. Essendo nato a Milano nel 1963, quasi tutti i miei coetanei tifavano Milan o Inter. Allora i campioni di queste squadre erano Rivera e Mazzola, e tutti noi bimbi volevamo somigliare all’uno o all’altro. Io però, forse perché qualcosa comunque ereditai da mio padre, e cioè la passione per il gioco duro, scelsi il Milan per un altro giocatore, molto meno noto e ammirato di Rivera: Romeo Benetti. Benetti passò alla storia come una specie di killer, un sicario mandato in campo per eliminare gli avversari più pericolosi. Era indubbiamente meno dotato di Rivera, ma la sua funzione di contrasto e interdizione era altrettanto utile per la sua squadra. Sì, forse aveva una visione del gioco un po’ “ortopedica”, e se non ricordo male in un’occasione fu perfino inquisito dalla magistratura, per un’entrata a gamba tesa che costò il ricovero in ospedale a un avversario, ma ai miei occhi lui rappresentava il riscatto degli umili contro i talentuosi.

In fondo il talento è un dono di Dio con cui si nasce e di cui non si ha alcun merito, mentre la determinazione di Benetti era una virtù sommamente democratica, di ristabilimento dell’ordine naturale. In questo la penso come un personaggio di Ernesto Sabato, che in una discussione a tavola sui grandi artisti del passato disse: “I tipi come Michelangelo o el Greco mi disturbano. È talmente aggressiva la grandezza, la drammaticità! Non credi che sia quasi maleducazione? Io credo che l’artista dovrebbe imporsi il dovere di non essere mai esibizionista. Mi indignano gli eccessi di drammaticità e di originalità. Penso che essere originali consista in un certo modo nell’evidenziare la mediocrità degli altri, cosa che mi sembra di dubbio gusto. Credo che se io dipingessi o scrivessi farei cose che non richiamerebbero in nessun modo l’attenzione“.

Romeo Benetti scendeva in campo per vendicare quella maleducazione, quella mancanza di riguardo, e giocava per tutti noi che non eravamo stati baciati dalla dea bendata. Quello di Benetti era un gioco maschio perché un uomo senza fallo non è un uomo, e forse è proprio grazie a lui che cominciai ad apprezzare le scritture con un registro antifrastico. Scrittori come Giorgio Manganelli, che per elogiare un libro lo definiva “irritante”; oppure Giorgio Vasari, che per stroncare il freddo e algido Andrea del Sarto lo definì “pittore senza errori”. Nei dizionari ufficiali l’espressione “senza fallo” vale per infallibilmente. Ecco, in questo senso io sono ateo. Non credo per esempio all’infallibilità papale, e difatti le prime parole di Wojtila furono “se sbaglierò mi corigerete”. Se Dio creò il calcio, lo fece come il mare crea la spiaggia: ritirandosi.

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Gli studenti di lettere https://minimaetmoralia.it/scrittura/gli-studenti-di-lettere/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/gli-studenti-di-lettere/#comments Sun, 10 Mar 2013 13:59:15 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13450 (Immagine: Kazimir Severinovič Malevič.)

di Luca Ricci

Chi impiega la propria giovinezza la spreca, forse anche per questa ragione avevamo scelto la facoltà di Lettere. E più che le aule universitarie bazzicavamo il tavolino di un bar, sempre lo stesso, dall’ora dell’aperitivo in poi, a oltranza. Discutevamo di tutto, soprattutto di cose da niente, e tentare di avere la meglio sulle opinioni degli altri ci sembrava un buon modo di mettere a frutto, cioè a ben vedere di sperperare, il nostro sapere umanistico. Ci disponevamo attorno al tavolino dopo mattinate e pomeriggi tutti uguali in cui non combinavamo granché, e ubriacarsi erano l’unico modo d’illudersi di non aver trascorso un’altra giornata invano. Io e i miei amici ci sentivamo tutto sommato migliori degli altri studenti universitari, migliori perché peggiori, disillusi al punto di farsene un vanto, con le ali spezzate ancor prima di spiaccare il volo. Ridevamo di questo o quello studente d’Ingegneria, che di sera giocava a fare l’anticonformista al bar ma che poi vedevamo al mattino con i libri sottobraccio recarsi in tutta fretta in facoltà, per frequentare diligente una lezione, o segnarsi coscienzioso a un appello.

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(Immagine: Kazimir Severinovič Malevič.)

di Luca Ricci

Chi impiega la propria giovinezza la spreca, forse anche per questa ragione avevamo scelto la facoltà di Lettere. E più che le aule universitarie bazzicavamo il tavolino di un bar, sempre lo stesso, dall’ora dell’aperitivo in poi, a oltranza. Discutevamo di tutto, soprattutto di cose da niente, e tentare di avere la meglio sulle opinioni degli altri ci sembrava un buon modo di mettere a frutto, cioè a ben vedere di sperperare, il nostro sapere umanistico. Ci disponevamo attorno al tavolino dopo mattinate e pomeriggi tutti uguali in cui non combinavamo granché, e ubriacarsi erano l’unico modo d’illudersi di non aver trascorso un’altra giornata invano. Io e i miei amici ci sentivamo tutto sommato migliori degli altri studenti universitari, migliori perché peggiori, disillusi al punto di farsene un vanto, con le ali spezzate ancor prima di spiaccare il volo. Ridevamo di questo o quello studente d’Ingegneria, che di sera giocava a fare l’anticonformista al bar ma che poi vedevamo al mattino con i libri sottobraccio recarsi in tutta fretta in facoltà, per frequentare diligente una lezione, o segnarsi coscienzioso a un appello.

Corteggiavamo soprattutto le ragazze iscritte a Economia, così diverse da noi, così fresche e profumate e con un futuro radioso davanti. Ci consideravano perché dovevamo apparire molto esotici, e in fondo di gran lunga più interessanti dei loro colleghi maschi di facoltà. Noi eravamo la loro piccola trasgressione serale, l’innocente follia di una notte, lo strappo momentaneo alla regola per continuare a essere in regola. Andò tutto bene fino a quando un grave problema alla mano mi costrinse a saltare qualche bevuta. Inizialmente si trattò di una banale frattura al quinto metacarpo che però in seguito evidenziò l’insorgere di un tumore osseo maligno. A dirla tutta i medici mi dissero che avrei dovuto rinunciare alla mano, se avessi voluto salvarmi. Dissero proprio così, evitando di usare l’espressione più consona rispetto al mio problema: amputazione.

Quando tornai al bar senza una mano, o con una mano in meno come dichiarai per sdrammatizzare, i miei amici mi accolsero con affettuose pacche sulle spalle, seguite però immediatamente da sguardi allarmati, per non dire circospetti e disgustati. Continuammo a bere tutti insieme ancora per un po’ ma io sentivo che qualcosa era cambiato, il clima non era più diabolicamente spensierato come prima. All’inizio furono soltanto impercettibili malumori che si traducevano in cose da niente: al momento dei brindisi c’era chi mi guardava con insistenza, altri invece abbassavano subito lo sguardo (due modi opposti, ma tutto sommato identici, per dimostrare un fastidio). Poi le parole cominciarono a diradarsi, quelle che gli amici mi rivolgevano, e di conseguenza quelle che io rivolgevo agli amici. Relegarmi in un angolo del tavolo fu peggio che allontanarmi. Avrei preferito che qualcuno lo dicesse chiaro e tondo, che un mutilato era troppo, troppo anche per quella compagnia di letterati e presunti anticonformisti che si vantavano  di continuo della loro mostruosità sociale. Ma nessuno disse niente e in fondo quel silenzio si tramutò ben presto in un invito pressante a lasciare il tavolo, a cambiare giro.

Cominciai a bere da solo, a uno dei tavoli accanto, tenendoli sotto tiro ma con l’aria di guardare altrove, spesso anche soltanto dentro il bicchiere. Eppure eravamo ancora così simili: come tutti gli altri, anch’io ero sistematicamente indietro con gli esami. Ma ormai i miei esami saltati non rientravano più nel gioco dello studente maledetto, bensì erano la triste conseguenza di un handicap. I miei amici continuavano a gozzovigliare, a riempire il tavolo di bottiglie vuote e il posacenere di mozziconi di sigaretta, a blaterare sofismi divertiti su Sartre e Baudrillard, e a far accomodare accanto a loro qualche studentessa di Economia dal volto angelico incorniciato da una costosa pashmina di seta. Passò ancora qualche mese, forse qualche anno, quando seppi dell’incidente automobilistico che aveva coinvolto uno dei miei amici: a un tornante era andato dritto, schiantandosi giù per un dirupo. Il paraplegico tornò al bar accolto da un applauso liberatorio e gli venne fatto posto al tavolo che ormai poteva occupare solo in carrozzella. Inutile aggiungere che la sua emarginazione fu implacabile almeno quanto la mia, ormai conoscevo a menadito la trafila. Prima il fastidio, poi il silenzio, infine l’allontanamento forzato e volontario al tempo stesso. E quello non fu l’ultimo incidente.

Qualche mese o anno dopo un altro amico durante una partita di calcetto venne sgambettato e finì sul ferro aguzzo della recinzione, ottenendone un calcio di punizione e una parziale cecità. Il gruppo degli studenti di Lettere subì un duro colpo dal quale non si rialzò più: i sani infatti cominciarono ad essere in inferiorità rispetto ai menomati. E poi non c’era più tempo, gli studenti delle altre facoltà si stavano per laureare, la nostra generazione era incalzata dalla generazione successiva, smaniosa di prendere posto attorno al tavolo del bar che era stato nostro. Quell’ultimo incidente, per così dire, sancì ufficialmente la fine della nostra giovinezza, e io in tutta onestà non ne ebbi rimpianto, visto che ero stato il primo a sperimentare l’emarginazione del gruppo. Ormai passavo dal bar saltuariamente, come può passarci un adulto, e di solito m’imbattevo in facce sconosciute, quelle dei nuovi giovani che bevevano e protestavano e studiavano, esattamente come avevamo tentato di fare noi. Per un periodo molto lungo mi scordai dei miei amici di Lettere, cercai di allontanarli dalla mente come si scaccia un pensiero cattivo o una mosca, ma poi un giorno qualcuno per strada mi strattonò. Lo riconobbi a stento perché un’allergia congenita l’aveva riempito di macchie e bolle, ma doveva proprio trattarsi di uno dei miei vecchi amici, uno della combricola storica. Mi propose una rimpatriata al bar, avremmo dovuto cercare anche tutti gli altri, una serata di bevute come ai bei tempi andati, ti ricordi? Annuii esageratamente, come se mi stessi prendendo una rivincita.

Cominciò allora la ricerca di tutti gli altri, indirizzi e numeri di telefono conservati in rubriche consunte o sulle schede di qualche modello di cellulare superato. Non fu semplice ma alla fine, in data concordata con largo preavviso, per una sera tornammo ad essere i padroni del bar e riprendemmo possesso del nostro tavolo. C’eravamo proprio tutti, non mancava nessuno. E ci mettemmo a ricordare le copisterie della giovinezza, metafora perfetta della nostra emerita facoltà. Non era forse vero che al di là di un anticonformismo di facciata a Lettere gli studenti erano uno la fotocopia dell’altro? Inoltre in sede d’esame dovevano effettuare una semplice fotocopia delle idee del prof., spesso e volentieri fotocopiate a loro volta dalle idee dei vari saggisti, critici e scrittori che componevano il programma. Parlammo anche delle studentesse di Economia. Certe avevano lasciato la città per lavoro, in alcuni casi erano andate all’estero per avviare carriere brillanti. Alcune invece si potevano ancora vedere trascinare stanche dei passeggini con i sederi raddoppiati e un vago rammarico negli occhi. Proposi un brindisi nella maniera sguaiata che c’era appartenuta, e subito tutti alzarono i rispettivi calici. “La vita toglie per dare, e dà per togliere!” urlai. A vederci da fuori dovevamo essere uno spettacolo grottesco: l’Amputato, il paraplegico, l’Orbo e il Deturpato, di nuovo felici di stare insieme, di nuovo identici in quelle ripugnanti difformità, cristallizzati nella sconfitta, studenti di Lettere per sempre.

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C’è chi dice sì e seduce il mondo https://minimaetmoralia.it/libri/ce-chi-dice-si-e-seduce-il-mondo/ https://minimaetmoralia.it/libri/ce-chi-dice-si-e-seduce-il-mondo/#respond Tue, 30 Oct 2012 15:05:39 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9967 Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi). (Immagine: Henri Cartier-Bresson.)

«Non lo sai che la parola NO è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?», scriveva in una lettera Emily Dickinson nel 1878. Per Molly Bloom, invece, il senso delle cose si raduna e si esprime nel molteplice e crescente che chiude l’Ulisse di James Joyce. Hermann Melville fonda (e sprofonda) il suo Bartleby sul mitissimo implacabile «Preferirei di no» mentre, ancora, è l’affermazione che scandisce le scelte della voce narrante di Gli esordi di Antonio Moresco (e a ogni sì segue uno scarto, una deviazione, un vuoto).

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su Repubblica, su Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi). (Immagine: Henri Cartier-Bresson.)

«Non lo sai che la parola NO è la parola più selvaggia che affidiamo al Linguaggio?», scriveva in una lettera Emily Dickinson nel 1878. Per Molly Bloom, invece, il senso delle cose si raduna e si esprime nel molteplice e crescente che chiude l’Ulisse di James Joyce. Hermann Melville fonda (e sprofonda) il suo Bartleby sul mitissimo implacabile «Preferirei di no» mentre, ancora, è l’affermazione che scandisce le scelte della voce narrante di Gli esordi di Antonio Moresco (e a ogni sì segue uno scarto, una deviazione, un vuoto).

La sensazione è che nella dialettica sì-no, nella loro fertile contrapposizione, si annidi un senso, la coscienza che tutto ciò che c’è esiste in frizione, in contrasto, e che affermare, negare, consentire e dissentire non sono pure e semplici contingenze bensì prospettive sul mondo. Attitudini. Posture.

La postura di Mabel, protagonista defilata e silenziosa di Mabel dice sì di Luca Ricci (Einaudi 2012), non è semplicemente, come già segnalato dal titolo, affermativa. Mabel non si limita ad acconsentire; lei è, in tutta se stessa e con tutta se stessa, l’incarnazione di chi accoglie.

La consapevolezza di una simile predisposizione oblativa genera stupore, fascinazione e sospetto nel narratore della storia, una figura che sembra esistere all’incrocio tra due diverse esistenze: la prima coincide con un pianoforte (con il suo studio, con il sogno di una carriera da concertista) al quale toccherà di scomparire, venduto, nelle profondità di un vano scale; la seconda esistenza comincia invece presso la reception di un hotel, in un impiego come portiere di notte, sporadiche sortite nel turno diurno, una dimestichezza crescente, da entomologo, con la varia incerta umanità – le chiacchiere dei colleghi, l’arbitrio dei turisti – che si muove tra le camere e la hall.

All’interno di questa microsocietà Mabel risalta come una lacuna, un frammento di vita irrisolvibile che in breve si trasforma in una lieve costante provocazione. Di lei – «Bruna, dall’incarnato chiaro, curve trascurabili. Poco seno, pochi fianchi, nessuno slancio», un candore «così inattaccabile da diventare urticante» – si sa ben poco. Come spesso accade nelle piccole comunità, quello che non si sa lo si immagina o si spia. Nonostante l’anamnesi Mabel resta però indecifrabile, un perturbante che tramite le sue molteplici relazioni erotico-sentimentali agisce come strumento di contrasto. Perché se Mabel – alla lettera «colei che è amabile» – attrae a sé il mondo, la voce narrante si limita invece a osservarlo, il mondo, e a tenerlo a bada. Se Mabel, fisiologicamente, , per il narratore l’unica esperienza disponibile, al limite, è perdere. E dunque, quando il «morbo di Mabel» – una specie di malattia salutare – si sarà definitivamente impossessato di lui, al narratore non resterà che accettare l’idea che l’altro – gli altri – è sempre, nonostante quanto a volte siamo indotti a credere, un nodo insolubile.

Ciò che rende prezioso il romanzo di Ricci facendone qualcosa che si colloca tra l’esplorazione, in forma narrativa, di una specifica etimologia e un vero e proprio apologo sulla enigmaticità costitutiva dei legami, si rivela ancora una volta – come nei racconti di L’amore e altre forme d’odio (Einaudi 2006) e in La persecuzione del rigorista (Einaudi 2008) – nel modo in cui lo sguardo diventa lingua. Mabel dice sì è una narrazione costruita su una voce che ha la forma di un mirino. Leggendo si accosta l’occhio all’oculare di questo mirino, si studiano i fenomeni che inquadra, li si vede risaltare in un nitore acutissimo. La lettura dunque connette piani diversi: la scrittura all’occhio, l’occhio al cervello, retrocedendo verso il nucleo più segreto della nostra coscienza, verso quel minuscolo spazio oscuro in cui i sì e i no – la disponibilità a esserci, l’orgoglio del rifiuto – combattono quello scontro quotidiano che con buona approssimazione chiamiamo la nostra vita.

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