Luca Telese Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luca-telese/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Jul 2014 14:24:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luca Telese Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luca-telese/ 32 32 Paesaggio di palude con figure attonite. Ovvero, breve storia patetica o picaresca del quotidiano “Pubblico”. https://minimaetmoralia.it/interventi/paesaggio-di-palude-con-figure-attonite-ovvero-breve-storia-patetica-o-picaresca-del-quotidiano-pubblico/ https://minimaetmoralia.it/interventi/paesaggio-di-palude-con-figure-attonite-ovvero-breve-storia-patetica-o-picaresca-del-quotidiano-pubblico/#comments Tue, 19 Feb 2013 23:43:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13168 C’è un precetto del Vangelo al quale cerco – ogni volta con fatica – di attenermi, ed è questo: “Se il tuo fratello commette una colpa, vai e ammoniscilo te e soltanto lui; se ti ascolterà, tu avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa […]

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C’è un precetto del Vangelo al quale cerco – ogni volta con fatica – di attenermi, ed è questo: “Se il tuo fratello commette una colpa, vai e ammoniscilo te e soltanto lui; se ti ascolterà, tu avrai guadagnato tuo fratello; se non ti ascolterà, prendi con te una o due persone, perché ogni cosa sia risolta con la parola di due o tre testimoni. Se poi neanche costoro ascolterà, dillo all’assemblea” (Matteo 18, 15-18). Cito forse questo brano perché mi sembra sia venuto sì il momento di raccontare una volta ancora ma per bene, in modo articolato – “all’assemblea” come si dice – una storia esemplare del Paese in cui ci hanno gettati, gli dei chiunque siano. Stiamo parlando di “Pubblico”, il giornale dalla parte dei primi e degli ultimi, il giornale morto nella culla. È di pochi giorni fa – del 14 febbraio – la notizia che il finanziere trentottenne milanese Alessandro Proto è stato arrestato dalla Guardia di Finanza e condotto diritto a San Vittore. Le accuse: manipolazione del mercato e ostacolo all’autorità di vigilanza – alla Consob. Proto non ha potuto festeggiare San Valentino con la fidanzata a cui aveva comprato duecento rose rosse, riportano i siti di gossip, e di questo mi dispiace. Ma allo stesso tempo mi sento di dire che è finita la storia di questo giornale, storia picaresca, demenziale, un po’ patetica, che ho vissuto dall’interno, io, a metà fra la comparsa e un caratterista alla Enzo Cannavale: il quotidiano più veloce della storia. Le agenzie giusto del giorno prima battevano che Proto aveva finalmente ufficializzato la sua offerta: 400.000 euro ai soci, Curti, Martani, Telese e Tessarolo; un altro assegno piccolo di 150.000 per debiti e pendenze (e in questi erano compresi anche i compensi a me dovuti, circa 2000 euro, un’inezia, più altri 14.000 dovuti agli orwelliani, ossia ai collaboratori di Orwell, ma questa storia ve la chiarisco dopo); altri quattro milioni per il rilancio del giornale che sarebbe uscito in edicola verso l’inizio di marzo, dopo le elezioni con un direttore (vattelappesca perché) donna. Se fossi stato più corretto con me stesso, quest’estenuata attesa che Proto ci salvasse, noi lavoratori di varia forma contrattuale e insieme le sorti dell’azienda, sarebbe stato bene che morisse prima. Bastava mi leggessi e dessi retta a qualunque articoletto dedicato a questo Proto. Davvero avevo voglia di lavorare ad un giornale posseduto da questo imprenditore quanto meno volubile, con una modalità di fare affari assolutamente misteriosa (azioni per il 2 e passa di RCS con i soldi ricevuti da quattro sconosciuti), così attento a turbare il mercato da essere capace – come scrive Linkiesta – di buttare fango su stesso pur di comparire sui giornali per poi smentire? No, non avevo. Ma pur avendo collegato, come altri miei colleghi, la speranza che il tizio in carne e ossa fosse meglio del ritratto digitale, bastava qualche giorno e ogni dubbio era fugato definitivamente dall’uscita proditoria contro Gianni Barbacetto (che sul Fatto aveva scritto roba perculante e critica sulle avventure da Munchausen del tycoon dei noantri):

Caro Barbacetto dei miei coglioni, l’articolo che ha scritto oggi è totalmente privo di ogni fondamenta [sic] su tutta la linea. Procederò per vie legali contro Lei e il Suo giornale. Ho fatto una offerta migliorativa a Aliberti di 6 milioni. Lei sa che Aliberti è in difficoltà e me la compro quella partecipazione e sa che ce ne sono altre in vendita. Mi dia qualche settimana e mi compro il giornale e la metto a pulire i cessi. Lei è la vergogna dei giornalisti. Scrive falsità solo per distruggere le persone. Con me non ci riuscirà frustrato di merda. Con stima, Alessandro Proto

Una minima coscienza, lieve, anche sottile, e una stima datata un bel po’ d’anni per quel che scrive Barbacetto e in generale un rimasuglio di etica giornalistica, mi avrebbero dovuto evitare di ipotizzare: “Ma perché no, potrei avere a che fare con questo personaggio strambo e irriverente!”. Eppure nessuno dei giornalisti di Pubblico (me compreso, intendi) ha marcato le distanze da questa volgarità mascherata da arroganza spacciata per sbruffonaggine venduta per carattere. Volete sapere perché? Per una sorta di double bind a cui c’eravamo legati stoltamente mani e piedi.
Facciamo un breve riassunto dei fatti: riandiamo a un anno fa. Luca Telese litiga con Marco Travaglio, non gli piace più la linea ancora giustizialista e antiberlusconiana dopo la caduta del governo Berlusconi. Litigano, molto. Telese lascia il Fatto e decide di aprire un suo giornale. Telefona agli amici, risoluto a trovare soldi senza ricorrere al finanziamento pubblico, e seguendo lo schema Poidomani che già era stato applicato con successo al Fatto in fase start-up. Servirebbe un milione di euro, se ne raccolgono 650.000. Ce ne mette – quello che si è capito – 100.000 lo stesso Telese, 100.000 Tommaso Tessarolo ex ad di Current tv, 100.000 Martani in nome della Wildside di Lorenzo Mieli e Mauro Gianani e di Martani fratello, l’uomo dei blockbuster, il Martani Marco (colui che scrisse “Notte prima degli esami”). E poi altre quote, alcune più piccole, anche di alcuni giornalisti che decidono di credere al progetto: Luca Bussoletti ne mette 30.000 per esempio, Federico Mello (ex-Fatto anche lui) 10.000. Telese a luglio e agosto 2012 va in giro per l’Italia a presentare il giornale. Parla dell'”Italia del coraggio” come la definisce lui, ossia i precari, le donne alla riscossa, gli insegnanti resistenti, gli operai dell’Ilva, gli operai sardi distrutti dalla crisi… Telese è euforico, cerca di convincere tutti a seguirlo in quest’avventura, fa campagna acquisti da altre testate o riesce a convincere giornalisti a spasso: c’è chi lascia un contratto iperblindato in qualche giornale di nome, chi decide di trasferirsi da Milano a Roma; e anche a me Luca Telese, sempre ipermotivazionale, mi dice: “Se va bene, ti faccio un contrattone e ti licenzi dalla scuola”. Io – che sono probabilmente fatto male eh – quando sento puzza di entusiasmo non mi fido, anche perché semplicemente sento la puzza di entusiasmo per il giochetto successo, e quindi in attesa del contrattone, Tessarolo – l’amministratore delegato – mi fa un contrattino: 200 euro a settimana come curatore di un inserto culturale che si chiamerà Orwell (200 euro in diritti d’autore), più 800 euro da distribuire ai collaboratori che scrivono i pezzi (a borderò). In tutto insomma 1000 euro lordi a settimana per quattro pagine, compresi i diritti per le immagini; 1800 se passiamo da quattro a otto pagine. Per confronti, fatevi conto che il fallimentare inserto del Fatto Quotidiano, Saturno, costava 12000 euro circa a otto pagine. Insomma budget gramissimo mi dico, ma la libertà totale sui contenuti, e alla fine accetto.
E facciamo questo benedetto inserto, che va discretamente bene se non benone. Il sabato il giornale vende dal 10 al 20% in più, grandi riconoscimenti, un sacco di traffico sui nostri pezzi ripostati in rete, qualità in indiscutibile ascesa. Il primo di dicembre più o meno riceviamo i primi soldi, quelli dei due numeri usciti settembre: 3500 euro – un numero a 1000, uno a 8 pagine e 2000, 500 le altre voci (metti foto, redazione). È l’unico denaro che incontra i nostri iban.
Perché un giorno – il 7 o l’8? – di dicembre, andando in redazione a impaginare, mi vien buttata sulla scrivania quella che prendo lì per lì per una battuta: il giornale chiude perché non c’è più la carta. La notizia è totalmente inaspettata, i dati sulle vendite elargiti fino ad allora a spizzichi e bocconi e per lo più edulcorati sembrano all’improvviso sul serio più neri di ogni nero. Le 9000 copie sufficienti a darci ossigeno sono state vendute solo nella prima settimana, per il resto la media si è assestata su un 3800/4000 copie, la tiratura è dieci volte tanto.
A quel punto io m’incazzo, mi faccio un giro della redazione su e giù per sfogarmi, mi viene da mollare tutto in quell’esatto momento, poi mi metto a impaginare, anche se mi viene da pensare un ganglio fisso: i soldi che ci spettano, quelli, li vedremo? Se è era così chiara la disfatta imminente perché soltanto pochi giorni fa c’era una festa deprimentissima e deserta del giornale, in cui Luca Telese ha continuato a parlare dell’Italia del coraggio e a glissare come niente fosse sul fatto che le cose che vanno così male? Non è irresponsabile non convidere almeno le preoccupazioni? Perché l’amministratore delegato, Tessarolo, giusto un paio di settimane prima, mi ha detto ok, continua tranquillo il tuo lavoro, mi ha promesso 1800 euro a numero per l’inserto con la doppia foliazione? Perché soltanto pochi giorni prima c’è stato un incontro in cui noi di Orwell – inclusa gente venuta a proprie spese da Sanremo o da Milano o da Firenze – ci si è incontrati con Telese e lui ci ha detto: bravi! l’inserto va alla grande! il sabato si vende! Anche più venti per cento! Dobbiamo investirci un sacco su st’inserto! Perché questa nonchalance se si sa già che la barca affonderà? Per meno di un mese – dall’Immacolata fino a fine anno – Telese viene in redazione e millanta soluzioni di rilancio, compravendite in dirittura d’arrivo che smentisce nel giro di sei ore. Non è un buon periodo per l’editoria cartacea, e questo lo sapeva anche prima di iniziare certo, ma è come se durante i tre mesi di vita questo mondo esterno chiamato Realtà fosse stato completamente invisibile. Per il resto è un direttore latitante: quasi mai in redazione alla chiusura; la libertà del nostro inserto è indifferenza sostanziale. Il 31 di dicembre Pubblico smette di arrivare ai giornalai, l’ultimo numero di Orwell io lo faccio gratis: ho la certezza, Telese me lo dice chiaro, per la prima e unica volta – “questo numero non vi sarà pagato”. Amen, ma il lettore, mi dico, andrà pure salutato in modo degno? Chiedo agli orwelliani di lavorare gratis, se vogliono, almeno per un numero, ma è un credito minimo dopo che me ne stanno dando un bel po’ a me che mi sono dimostrato un ingenuo, per dirla eufemisticamente, a non essermi accorto in tempo della fragilità dell’operazione e della difficoltà di farci pagare il nostro lavoro.
È Capodanno… ma già dalla sera del trentuno di fatto Telese si sfila dal giornale. Nell’ultimo editoriale si addossa molte colpe ma soprattutto si atteggia a martire di una truppa di coraggiosi (che non sa se vedrà la cassa integrazione e che comincia ovviamente a fidarsi pochissimo del suo capitano), poi otto ore dopo l’unico tweet che parte dal suo account a conforto di questa fine d’anno di merda è questo: “Santoddìo, c’é Fausto #Leali con una pantera che non conosco. Un duetto da urlo. #Raiuno“. E basta. Lui di Pubblico in pubblico non parla praticamente più. Kaputt, adieu, chi ha avuto ha avuto, scurdamoce ‘o passato. Ci abbiamo creduto a questa guerra, io soldato semplice uguale a chi mi è stato accanto per tre mesi. E ora: una piccola damnatio memoriae. Su twitter Telese commenta la televisione, le elezioni… Oggi – 19 febbraio, mentre 30 persone non sanno se avranno la cassa integrazione e decine di altri se i loro articoli verranno mai pagati – scrive che andrà a cucinare la pasta ubriaca dalla Parodi (qualcuno su twitter commenta: “Luca Telese dalla parte dei primi. E dei contorni”). L’Italia del coraggio, puff!, non ci sta più! Tessarolo ha un atteggiamento similare, ma scazzato, meno ambiguo, alza le braccia, da aruspice ipotizza che un giorno in là nel tempo arriverà il liquidatore e ci darà dei soldi, i nostri (gli stessi, vien da dire, che alcuni – molti – di noi stanno aspettando per esempio da un anno, un anno e mezzo, dalla liquidazione di Riformista: lì Antonio Polito si ritirò prima che la barca affondasse del tutto, addossando le responsabilità economiche ai lettori poco coraggiosi, alla sinistra che non c’è, etc…) Nessuno, Tessarolo meno di me presumo, ci crede veramente.
Inizia Carnevale, e arriva Proto, un riccone ultrastellare che nonostante Pubblico ogni giorno valga sempre meno – per risorgere occorrerebbe un rilancio grande stile per un quotidiano che sta ormai fuori dalle edicole da un mese – non si sa per quale ragione o bizza ha deciso di investire 4 milioni e passa per prendersi la testata. Ripianare i debiti, riassumere tutte le maestranze, e fare – sito e carta – un restyling sostanziale. Pare, chiaramente, a tutti, un bluff. Il punto è ovviamente: chi va a vedere? Chi dovrebbe fare secondo voi questo passo? Luca Telese, in quanto direttore ma soprattutto in quanto socio e quindi responsabile dei debiti che il giornale ha accumulato? L’amministratore delegato, Tessarolo? Aspettiamo il gesto. Ma Telese si sfila, subito, di nuovo. Non concorda con la linea editoriale, per questo non vuol fare il direttore: i 150.000 euro di debiti pregressi per i collaboratori, i giornalisti che non sanno cosa fare nel frattempo per campare non sono evidentemente una priorità di cui sentire il carico; lui non ci può pensare. L’amministratore delegato Tessarolo, cercando di mediare con un cdr combattivo (questo c’è da ricordarlo), cerca di tenere viva almeno la possibilità di cassa integrazione e di dar retta a quello che sembra l’unico investitore, nonostante il direttore-fondatore non sembra sentirlo più come roba sua.
Chi continua la trattiva con Proto (con il Proto di cui ogni giorno esce una dichiarazione incredibile sui giornali) lo fa per senso del dovere, per i posti di lavoro, per quei collaboratori che non hanno ancora visto un euro e che forse con la ricapitalizzazione potranno vedere appianati i debiti. Per far continuare comunque un giornale. Non c’è ancora un direttore, né un accordo, ma Proto vuol capire se lui si sta comprando una macchina redazionale che magari remerà contro di lui: lui – candidato della destra, devoto del Berlusca – e trenta persone – che, insomma, lui presume siano quasi tutte di sinistra. E alla fine? Anche per la lena buona della gente che si ingoia le uscite quotidiane del proteiforme Proto, la trattativa pare, e dico pare, andare in porto. E poi c’è il giorno dopo: l’arresto della Guardia di Finanza: il giornale vivo è un giornale morto.
A questo punto arriva il tempo delle riflessioni, il tempo in cui magari uno vede le pagliuzze nell’occhio dell’altro e non le travi nel proprio, ma una serie di pensieri io (e non solo io) ce li facciamo. Primo pensiero: penso che l’Italia del coraggio non esiste, e a questo punto io manco la voglio. Preferisco invece un’Italia di chi facendo delle scelte si fa carico delle conseguenze, tutte, fino in fondo. Penso che Telese e i soci di questa impresa strampalata dovrebbero – prima che arrivi il liquidatore – rimetterci di tasca propria i soldi, ricapitalizzare, perdere denaro per riguadagnare nell’extremis più abissale una qualche forma di quella fiducia che gli era stata elargita in quantità sesquipedali. E penso sarebbe necessario farlo per 4 motivi chiari: uno) perché il lavoro si paga, punto e basta; due) perché a nessuno hanno comunicato in tempo che l’acqua era arrivata fino all’orlo, altrimenti le persone avrebbero scelto se scendere, aspettare le scialuppe o affogare insieme a tutti (e io l’avrei evitato per esempio di chiamare altre persone, millantare crediti e futuri che non ho potuto ottemperare); tre) perché non han gestito in modo congruo la fase successiva, facendo sempre leva sulla supplenza di cdr e redazione nel tenere unite le maestranze del giornale; quattro) (motivo non da poco) perché Telese non ha mai fatto autocritica né cambiato linea editoriale né aspetto del giornale, anche quando qualcuno o molti gli hanno detto e ripetuto che non era la crisi, il prezzo alto…: era che il giornale in varie cose non piaceva. (Non era essenziale in una fase neonatale fare tesoro nel modo più scrupoloso possibile delle indicazioni dei lettori, della rete, di chiunque avesse delle critiche al giornale?). O quando altri – moltissimi – hanno deciso di considerare Pubblico un foglio infamante e criminale dopo l’insultante editoriale dei 25 stronzi, chiosato da Telese con la metafora immunologico-fascista: “È più igienico. Teneteli alla larga”. Insomma il sunto misero, solamente rivendicativo anche se corretto, sarebbe questo: rivogliamo i nostri soldi, ci spettano, son nostri, non sono nemmeno molti.
Ma c’è di più in questa storia. C’è qualcosa di sintomatico, c’è il racconto di un’editoria indipendente che non riesce a esistere. Di compromessi fatti o sperati che cambiano di fatto le regole del gioco… Molte coscienze sporche, a partire da quella di chi scrive.
Se penso all’imminente Parlamento coi suoi gruppi di partito nuovi di zecca e i giornali che si formeranno o si reinventeranno, giornali per cui bastano due eletti per un finanziamento garantito, mi pongo una semplice domanda: è possibile che per fare un giornale indipendente in Italia si passi o per questa strada o per i soldi di dubbia provenienza, per editori con scadenti qualità imprenditoriali e di dubbia patente liberale? Non si potrebbe dare vita (e soldi quindi) a progetti realmente indipendenti, non legati ad un partito, o non costretti ad attaccarsi per salvarsi dal naufragio al cappio del primo Proto che passa? Finanziamenti consistenti a cooperative giornalistiche, protezioni sociali eque per una categoria di lavoro come quella dei giornalisti dove c’è chi è iperprotetto e chi naufraga nello sfruttamento più vile – sfruttamento che la Riforma Fornero non ha fatto altro che alimentare, eliminando di fatto ogni assunzione, bloccando le collaborazioni continuative, lasciandoci con un’immensa montagna di informazione che non lo è in un paese di uomini decisamente poco coraggiosi?

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