Luca Valtorta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luca-valtorta/ un blog di approfondimento culturale Sat, 20 May 2017 00:59:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luca Valtorta Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luca-valtorta/ 32 32 Retromania e dintorni. Intervista a Simon Reynolds https://minimaetmoralia.it/musica/retromania-simon-reynolds-intervista/ https://minimaetmoralia.it/musica/retromania-simon-reynolds-intervista/#comments Sat, 20 May 2017 06:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34422 Questo pomeriggio alle ore 16.30 (sala Blu) il Salone del libro di Torino ospiterà un incontro con Simon Reynolds. Interverranno Luca Valtorta e Valerio Mattioli. Pubblichiamo l'intervista di Valtorta al critico inglese uscita su Robinson, l'inserto di Repubblica, che ringraziamo.

La telecamera viaggia qua e là inquadrando macchie insensate di pixel, come un televisore sintonizzato su un canale morto. Poi a poco a poco si delineano i contorni di una figura. Occhiali, un golfino azzurro con cerniera, uno studio con pochi orpelli ma molti oggetti sparsi qua e là. "Qui c’è un po’ di disordine, come si può notare, tra box set, libri, cd e vinili: è una simpatica stanza, una specie di garage che sta davanti al resto della casa, fredda d’inverno e molto calda d’estate, da cui si può vedere la gente passare, gli alberi, gli scoiattoli e persino i colibrì.

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simon reynolds

Questo pomeriggio alle ore 16.30 (sala Blu) il Salone del libro di Torino ospiterà un incontro con Simon Reynolds. Interverranno Luca Valtorta e Valerio Mattioli. Pubblichiamo l’intervista di Valtorta al critico inglese uscita su Robinson, l’inserto di Repubblica, che ringraziamo.

La telecamera viaggia qua e là inquadrando macchie insensate di pixel, come un televisore sintonizzato su un canale morto. Poi a poco a poco si delineano i contorni di una figura. Occhiali, un golfino azzurro con cerniera, uno studio con pochi orpelli ma molti oggetti sparsi qua e là. “Qui c’è un po’ di disordine, come si può notare, tra box set, libri, cd e vinili: è una simpatica stanza, una specie di garage che sta davanti al resto della casa, fredda d’inverno e molto calda d’estate, da cui si può vedere la gente passare, gli alberi, gli scoiattoli e persino i colibrì. Abbiamo i colibrì a Los Angeles! E pappagalli! E poi il postino che porta i miei pacchi arriva qui (e infatti arriverà un paio di volte durante la conversazione, ndr)”.

Siamo a Los Angeles, in collegamento video, a dare ragione alla sua teoria del ‘massimalismo digitale’. Scopriremo tra poco di cosa si tratta. Simon Reynolds, uno dei più importanti critici musicali (e non solo) contemporanei, è famoso per aver scritto diversi importanti saggi, tra sociologia e critica. Il più celebre è un monumentale volume di oltre cinquecento pagine uscito nel 2011 e appena ripubblicato da minimum fax. Si intitola Retromania ed è stato il primo libro a segnalare ed analizzare criticamente la tendenza a una nostalgia per un passato sempre più vicino nel tempo. A Los Angeles sono le dieci del mattino. Per sicurezza abbiamo chiamato qualche minuto prima dell’appuntamento. Nessuna risposta. Riproviamo all’ora esatta concordata.

Era troppo presto?

“No, è solo che quando è suonato il telefono mi stavo lavando i denti, così mia moglie non ha voluto rispondere: ‘Se fosse una semplice telefonata ok, ma non intendo rispondere a una chiamata video FaceTime’, ha detto (ride, ndr)”.

Mi spiace, faccia pure con calma (la videocamera passa qua e là fino a fermarsi su una macchia azzurra, ndr).

“È ok?”.

Non esattamente…

“Sto cercando l’angolo migliore: è ok?”. (Finalmente la telecamera si stabilizza e appare una figura umana, ndr).

Comincerò col chiederle alcune cose banali per chi ha letto i suoi libri ma necessarie per il pubblico che invece non li conosce, iniziando proprio dalla più banale di tutte: la definizione, in modo da permettere a chi ci legge di capire il resto, avendo chiara la premessa. Che cos’è la retromania?

“Un termine che ho usato per definire una serie di fenomeni legati alla nostalgia. In musica vecchie, gloriose band che si riuniscono per un nuovo disco e un nuovo tour, un nuovo box set che aggiunge dieci nuovi cd di outtake a un disco famoso. Basti pensare all’ultimo box dei Pink Floyd, The Early Years: ventisette tra cd, dvd, blu ray sui loro primi anni”.

Lei ce l’ha?

“No. Lo volevo recensire e l’ho chiesto alla casa discografica. Mi hanno mandato un link che sarebbe stato disattivato qualche settimana dopo e la qualità era pessima. Lo streaming è quasi sempre pessimo: si interrompe, cose così. Inoltre non puoi recensire un oggetto del genere prescindendo dagli altri contenuti fisici: libretto, memorabilia, etc. Mi sono rifiutato. Se dopo aver dedicato tutto il tempo che necessita a fare una cosa del genere non puoi nemmeno avere la musica che hai recensito, screw that! Ciò che mi intrigava nella parola retromania comunque era il fatto che ci fosse ‘mania’, una cosa che indica immediatamente allarme. Ti dice subito che in tutta questa passione per il passato probabilmente c’è qualcosa di assurdo, di sbagliato, che è andata fuori controllo, è diventata un po’ folle”.

Perché ha deciso di scrivere quel libro?

“Era il 2008 quando l’ho iniziato ed è poi uscito nel 2011. In quel periodo la musica era dominata dal rétro: il pop, il punk, l’underground, l’hip hop stavano tutti esplorando e prendendo spunto dal passato invece di immaginare il futuro, tanto che un altro titolo del libro avrebbe potuto essere ‘lost in archives’. Insomma, era deprimente. Sembrava che non potesse esserci più nulla di veramente nuovo”.

E invece?

“Non era così. E questo è il motivo per cui ho scritto il libro: speravo che il futuro fosse ancora possibile. Alcuni sostenevano addirittura che la ‘nuova’ musica non è mai esistita se non agli albori: è sempre stata una questione di citazioni: non erano forse rétro anche i Beatles o i Rolling Stones che prendevano dal vecchio blues o da Chuck Berry? Quando è uscito il libro ho avuto lunghe discussioni con persone che sostenevano queste tesi. Ho chiamato ‘ri-creatività’ l’idea secondo cui ‘ogni artista’ fa riferimento a qualcosa che c’è già stato nel passato. Uno dei loro slogan è: ‘Tutto è un remix’. Ma non è vera. Non tutto è un remix. Non c’erano precedenti per Tomorrow Never Knows e anche se gli Stones erano influenzati dal blues, non ci sono precedenti per Gimme Shelter. Così come non c’erano per molte delle cose fatte dai Talking Heads o dai Gang of Four o dalla techno. C’è un’altra frase che odio: ‘Ogni cosa nuova è in qualche modo vecchia’. Beh, no! Stockhausen, Steve Reich, certo jazz: nel ventesimo secolo ci sono centinaia di esempi di musiche che hanno sì una tradizione dietro di sé ma che rispetto a quella hanno fatto passi da giganti. E poi ci sono persone che magari hanno sì preso degli elementi dal passato ma li hanno distorti e mutati in maniera così strana da farli diventare qualcosa di nuovo. Per esempio, c’è una canzone dei Wire in cui prendono un brano come Johnny B. Goode di Chuck Berry e lo ricreano utilizzando solo un accordo, così diventa qualcosa di completamente differente. La relazione con il passato sta nel fatto che lo stravolgono deliberatamente, lo attaccano: le band post punk degli anni Settanta vogliono avere un suono completamente diverso dagli anni Cinquanta, così possiamo dire che prendere una canzone di Chuck Berry e reinventarla o addirittura distruggerla non è retromania, è una cosa modernista. Pensiamo anche ai Devo quando fanno la cover di Satisfaction degli Stones. In realtà alcuni dischi sembrano proprio arrivare dal nulla: basti pensare a I Feel Love di cui tra poco ricorrono i quarant’anni del vostro Giorgio Moroder, o i Kraftwerk, ma anche canzoni come With or Without You degli U2 portano un suono nuovo nel rock o Marquee Moon dei Television. Da quando ho scritto Retromania nel 2011 a oggi poi ci sono state diverse cose completamente nuove: dalla dubstep, che è diventata un fenomeno di massa, alle frange musicali più hipster che non avendo preoccupazioni commerciali possono dedicarsi, grazie al web, all’esplorazione di territori lontanissimi nello spazio e nel tempo ma soprattutto nelle tecnologie usate. Perché ciò che sicuramente è in continua mutazione è la tecnologia, che a sua volta modifica il modo di fare musica”.

È questa oggi la vera rivoluzione in musica?

“Esattamente. Programmi come Auto-Tune per esempio permettono di lavorare sulla voce, creando una voce perfetta e dando origine a un fenomeno che ho definito come ‘massimalismo digitale’: una ‘botox voice’ che non ha più niente di umano. Tutto viene processato digitalmente e la musica di oggi riflette questo. La cosa interessante è che però alcuni artisti utilizzano questa ‘alta definizione’ in maniera scientemente sbagliata, creando ancora una volta qualcosa di completamente nuovo”.

Per definire una delle forme di retromania, che però dà al tempo stesso origine a qualcosa di nuovo, ha preso un termine coniato da Derrida in Spettri di Marx, ‘hauntology’, cambiandone il senso. Ci può spiegare cosa intende lei con questa categoria?
“C’è un libro, intitolato Ghostly Demarcations, che raccoglie risposte di studiosi marxisti al libro di Derrida che mi ha in qualche modo ispirato. Ho ripreso il termine giocando con ‘haunt’ (spettro) e ‘ology’ (scienza) e quindi ‘scienza dei fantasmi’, mentre Derrida giocava con il termine ‘ontologia’ e quindi sulla presenza/assenza delle idee marxiste dopo la morte del comunismo. A metà degli anni 2000 esistevano una serie di artisti la cui filosofia ruotava attorno all’idea di registrazione come forma ‘spettrale’, in cui il cantante non è presente, e anche nell’hip hop si trovavano spesso crepitii del vinile, suoni strani e dilatati. L’idea di band come Boards of Canada o dei gruppi dell’etichetta Ghost Box era quella di mettere il passato dentro il presente, vecchie registrazioni dimenticate in un contesto elettronico. Questo era connesso all’idea di un ‘futuro perduto’: la tecnologia da una parte e dall’altra vecchie leggende pagane, film come The Wicker Man, il Dottor Who, il free folk inglese o il pop ipnagogico di Ariel Pink, Sun Araw o James Ferraro. Un esempio di questo è un film ‘hauntologico’ intitolato Berberian Sound Studio: la colonna sonora dei Broadcast va a riprendere la tradizione horror gialla italiana con effetti sonori vintage. Direi che questa musica appare spettrale proprio perché è una forma di lavoro della memoria, la descrizione freudiana del concetto del lutto. In questa elaborazione viene creato qualcosa che apparentemente guarda al passato ma in realtà è nuovo, che è quello che mi interessa”.

Visto che abbiamo citato gli Spettri di Marx, cosa ne pensa di una nuova corrente di pensiero chiamata ‘accelerazionismo’?

“Questo movimento considera sbagliata l’idea di opporsi al capitalismo o di cercare un compromesso, una via più umana. Non vuole dunque fare una rivoluzione in senso marxista ma cercare di portarlo alle conseguenze più estreme, nella maniera più veloce possibile, lasciandosi completamente andare a esso: consumare di più, inquinare di più e così via. Tutto questo inteso in maniera letterale potrebbe essere pericoloso ma credo che in realtà l’accelerazionismo sia una provocazione: si tratta di un piccolo nucleo di persone che scrivono libri e saggi con la volontà di differenziarsi dalla ‘digital disruption’ di cui non fa altro che parlare la Silicon Valley. Questa ‘discontinuità’, questa ‘rottura’, ha preso il posto della vecchia idea di rivoluzione, rendendola un vecchio concetto. Gli accelerazionisti vogliono creare attenzione puntando sul paradosso. Sto invece leggendo un libro del vostro Bifo Berardi che mi sembra consideri il capitalismo come già fallito e cerchi quindi di tracciare una via di salvezza allontanandosene, rallentando i falsi bisogni. Credo che tutti oggi vorrebbero disconnettersi, anch’io, ma è sempre più difficile farlo”.

L’accelerazionismo ha anche una sua declinazione musicale chiamata vapor wave, che si traduce nell’attingere alle forme più deleterie di quelle che William Burroughs definiva ‘muzak’, la pessima musica che sentiamo di sottofondo senza accorgercene…

“Sì, l’idea della vapor wave è quella di prendere sonorità provenienti dalla pubblicità o da vecchi videogiochi rendendole ancora più estreme, kitsch, catalettiche, decelerate. Alcuni la considerano una nuova forma di punk. Un elemento che hanno in comune può essere la noia, ma oggi la noia è diversa da ieri: quella dei punk del ’77 nasceva dalla mancanza di stimoli, quella di oggi dalla saturazione”.

In Retromania lei parla degli hipster: la possiamo definire ancora una ‘controcultura’?

“A me interessano gli argomenti che interessano a loro, anche se non vesto come loro: roba trendy, libri, musica, ecologia. Forse gli hipster non sono ‘contro’ in senso stretto ma utilizzano un certo tipo di ironia che è connessa a una consapevolezza, si informano, sono antirazzisti, aperti alla sessualità. Certo sono consumisti, che è un elemento estraneo alle controculture, lavorano magari in aziende hi-tech e sono middle class. Ma se ci pensiamo bene anche le controculture erano fatte di ‘coolness’, di ego, di mode”.

A proposito della nostalgia, lei non pensa che possa esserci un revival del marxismo viste le previsioni sui robot che toglieranno molti posti di lavoro nel prossimo futuro?

“Non so cosa succederà, se verrà data una chance o se si lascerà una parte di popolazione nella disperazione. Una delle ragioni per cui c’è così tanta gente che fa uso di droghe ‘mediche’, cioè che si trovano in farmacia ma che sono come eroina legale, è legata alla mancanza di prospettive: niente lavoro, niente casa, niente famiglia. Se riscrivessi Retromania oggi parlerei molto più di politica: è in atto infatti un incredibile revival di idee reazionarie e proibizioniste. La gente vuole tornare a una sorta di età dell’oro basata sui valori familiari tradizionali, con leader autoritari, lavori industriali che non esistono più”.

nsomma, le promesse di Trump.
“Esatto. La sua idea di nuova America è modellata sull’idea di ‘full employment’ del dopoguerra, in cui tutti potevano comprarsi una casa, mandare i figli all’Università ma anche su quell’America in cui i neri e le donne stavano al loro posto”.

In pratica la retromania ha vinto.

“Proprio così. Ma solo in politica e solo per il momento. Non in quello culturale, perché l’altra grande novità è che è tornata a far capolino un’idea di futuro. Si è ritornati a parlare di spazio, di andare su Marte, la Nasa è di nuovo nelle news. La tecnologia non è sempre negativa. Quando si ricomincia a guardare al futuro è sempre un buon segno. Non a caso il mio rapper preferito si chiama Future”.

L’hip hop è sicuramente uno dei luoghi dove si sperimenta di più però, tranne rari casi quali Kendrick Lamar che ripropone un discorso sulle ‘black roots’, non sembra esserci molta coscienza.

“La coscienza, nel mondo dell’hip hop, è fottuta. Ma sono comunque grandi artisti: Future, Migos, Drake. Dicono cose terribili, nei video ci sono soldi, macchine, stereotipi di ogni tipo. Eppure c’è vita dentro. C’è futuro”.

Lei adesso vive a Los Angeles: c’è una grande scena hip hop lì.

“Sì, c’è un sacco di musica in generale e ci sono molti scrittori, c’è una grande scena artistica e, ovviamente, il cinema. L’energia non è così concentrata come a New York, qui è tutto più… diffuso! Non ci sono strade piene di gente qui: prendi la macchina per andare in un posto e poi di nuovo per andare in un altro, non giri a piedi o con i mezzi, tutto è distante, ma comunque mi piace. Anche se credo che a un certo punto ritornerò a Londra. È la mia gente ed è una città molto eccitante, dove succedono un sacco di cose… Per quanto riguarda l’hip hop non amo andare a vedere i concerti, anche perché oggi passa un sacco di ottimo hip hop per radio, che ha riacceso il mio interesse. Penso che sia un’ottima musica integrata nella vita reale: stai guidando verso il supermercato e in radio passano Future o Travis Scott…”.

A questo proposito cosa ne pensa dei testi?

“Come dicevo prima credo si possa dire che la consapevolezza della maggior parte degli artisti hip hop sia… completamente inesistente! Ma sono comunque grandi artisti per quanto riguarda lo stile. Alcuni dei testi con cui Future se ne viene fuori sono assolutamente folli. Il più delle volte sembra essere in uno stato di semicoscienza e crea un linguaggio free-form molto fratturato esprimendo concetti veramente bizzarri. E poi amo il modo in cui canta”.

Poi però c’è anche Kendrick Lamar…

“Ci sono anche rapper che hanno maggiore coscienza, ma la maggior parte è ancora al livello degli anni Ottanta, quando io iniziavo a scrivere. Gente come Schoolly D, LL Cool J: minacce e vanterie. Oggi più vanterie che minacce. Non c’è più gente che dice ‘voglio ammazzarti’ adesso è più ‘mi scoperò la tua ragazza’ oppure ‘ho molti più soldi di te’. C’è molta di questa roba e quindi non è proprio il massimo. Non è una grande filosofia di vita ma è comunque musica che sta guardando avanti, credo, e ha queste grandi personalità che comunque, incredibilmente, al di là del giudizio morale che puoi dare sono… divertenti! Sono molto divertenti: è strano ma è così”.

In che senso sono divertenti?

“Nel senso che dicono cose orribili ma le dicono in un modo strambo, non sembrano più così minacciose: sono più fuori di testa che arrabbiate”.

Ai tempi del punk band come gli X cantavano We Are Desperate e i Germs We Must Bleed, trasformando però la loro disperazione in rabbia. Oggi invece sembra esserci una sorta di reale disperazione che si riflette anche nel tipo di droghe che vengono assunte.

“Sì, oggi si tratta spesso e volentieri di droghe di normale prescrizione medica come OxyContin, Xanax, Percocet. Alcuni di queste sono più o meno come l’eroina, soprattutto gli sciroppi per la tosse a base di codeina. Sono droghe terribili. Ha ragione: c’è una sorta di tristezza e di vuoto nella loro musica, una sorta di psichedelia senza nessuna speranza. Anche molti artisti ne fanno uso e appaiono in questa sorta di stato zombie-style. Il modo di cantare di Future per me è qualcosa di simile quando usa l’Auto-Tune, ma c’è anche una sorta di sapore blues in molte delle sue canzoni. C’è un senso di depressione, certo, come se si avesse bisogno di essere sempre in una specie di coma e non credo che sia una buona riflessione sulla realtà”.

Qual è la musica che le piace veramente, non quella che deve ascoltare per lavoro: ci fa cinque nomi di dischi?

“Prima di tutto le faccio il nome di un’etichetta italiana veramente straordinaria di cui ho appena scritto: si chiama ArteTetra ed è di un paese vicino a Bologna. Producono un tipo di musica vicino alla Fourth World Music, in stile Jon Hassell. Infatti la definiscono ‘musica del quinto mondo’ perché Internet è un nuovo livello. Ha un sapore esotico, prendono cose da tutto il mondo senza timore di contaminazione: non vogliono essere fedeli alla storia della musica ma stanno cercando di creare una commistione fantastica. Alcuni degli artisti sono italiani ma ce ne sono da tutto il mondo: per esempio sono presenti anche un russo e un francese, che viaggia in Asia collezionando suoni. Fanno lavori davvero notevoli. Un’altra etichetta che amo ascoltare si chiama Sublime Frequencies. E poi ascolto ancora parecchia ‘hauntology music’ come ToiToi ToiToi (nel frattempo arriva il postino con un pacchetto, Reynolds chiede scusa, si alza, firma, e ritorna al computer, ndr). Non sto ascoltando molta musica elettronica che mi piace e trovo la dance molto noiosa in questo periodo. Quello che ascolto di più è il rap che sento in radio, come dicevo prima”.

Come ascolta la musica? Con un super impianto hi-fi?

“No. Per una questione pratica la maggior parte delle cose le ascolto al computer mentre sto scrivendo, anche perché ormai le case discografiche ti mandano file o link. Ascolto su YouTube. Qualche volta ascolto Spotify. Ma non voglio pagare perché ho già la maggior parte dei dischi, sono semplicemente troppo pigro per andare a cercarli, sono troppi e trovarli è complicato, e quindi ascolto Spotify con in mezzo le pubblicità. Stai ascoltando qualche sublime musica di Miles Davis o qualcosa di molto spirituale come le musiche della ECM ed ecco che in mezzo ti arriva la pubblicità di una macchina. Però penso che sia interessante fare questo tipo di ascolto perché la maggior parte della gente ormai ascolta così la musica”.

E il vinile? Lo compra ancora?

“Compro solo vecchio vinile. Non compro nuovo vinile perché: numero uno, non penso che suoni bene; numero due, la qualità del vinile stesso o della masterizzazione è molto povera; numero tre, costa troppo. Non ha senso comprare un nuovo vinile per 28 o 30 dollari. I cd, invece, che stanno per scomparire, hanno raggiunto il massimo grado di qualità. I primi cd erano pessimi ma adesso suonano in maniera fantastica per cui non c’è nessuna ragione per ascoltare il vinile. Gli ultimi box set sono fantastici: ce n’è uno dei Doors che ha un suono davvero incredibile! Purtroppo un sacco di rap che amo, vedi Future, non esce neanche più su cd. Non puoi neanche ascoltarlo in formato Flac o Wave ma solo in Mp3, il che è ridicolo perché hanno produzioni pazzesche. Comunque il mio modo preferito di ascoltare la musica è mentre cucino con un vecchio boombox che suona anche le cassette: è fantastico perché, a differenza di quando sei al computer, hai la mente libera”.

Cassette?

“Ho tantissime cassette. Centinaia, migliaia di cassette”.

Mi fa pentire di aver buttato via quasi tutte le mie. Quanti tra dischi ha?

“Migliaia. È questa la cosa stupida: ho appena finito di downloadare un cd perché non so dove potrebbe essere, non sono organizzati molto bene, ci vorrebbero almeno venti minuti per trovarlo. Ascoltare musica al computer è una cosa davvero pessima soprattutto perché non puoi smettere di fare contemporaneamente qualcos’altro, tipo rispondere alle mail. Non riesci a dare completa attenzione alla musica. Il modo migliore è ascoltarla in macchina o se sei leggermente ubriaco. Oppure, come dicevo, mentre cucini”.

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Capitan America contro Donald Trump: il nuovissimo mondo Marvel https://minimaetmoralia.it/libri/capitan-america-contro-donald-trump-il-nuovissimo-mondo-marvel/ https://minimaetmoralia.it/libri/capitan-america-contro-donald-trump-il-nuovissimo-mondo-marvel/#respond Tue, 21 Jun 2016 06:00:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31352 Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo: per le immagini, grazie a Panini Comics.

di Luca Valtorta

Chiede un passante: «Quello è Capitan America?». «Non il mio Capitan America» commenta un altro mentre cambia idea a proposito del selfie che si voleva scattare con lui. Già perché il nuovo Capitano non ha più gli occhi azzurri e i capelli biondi del “vecchio” Steve Rogers: si chiama Sam Wilson ed è nero. In realtà si tratta di una vecchia conoscenza che con Capitan America in passato ha vissuto molte avventure: il suo nome precedente era “Falcon” ed è stato il primo supereroe Marvel afroamericano (settembre 1969).

Il passaggio di consegna, anzi di scudo a stelle e strisce, oggi non è casuale: Steve Rogers è invecchiato, non è più al passo coi tempi e il nuovo “Cap” (come viene chiamato confidenzialmente dai fan) deve risolvere i problemi della vita di tutti i giorni. Non è più un’icona indiscutibile, l’opinione pubblica è divisa nei suoi confronti e deve vedersela anche sui social network tra sostenitori e haters. I due hanno anche litigato per questioni politiche: nonostante Rogers sia sempre stato un liberal, Falcon è decisamente più a sinistra e mette continuamente in gioco il tema delle discriminazioni razziali passate e presenti. Sam Wilson di fatto è il Capitan America delle minoranze, voterebbe Bernie Sanders mentre Rogers starebbe con Hillary Clinton.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica, che ringraziamo: per le immagini, grazie a Panini Comics.

di Luca Valtorta

Chiede un passante: «Quello è Capitan America?». «Non il mio Capitan America» commenta un altro mentre cambia idea a proposito del selfie che si voleva scattare con lui. Già perché il nuovo Capitano non ha più gli occhi azzurri e i capelli biondi del “vecchio” Steve Rogers: si chiama Sam Wilson ed è nero. In realtà si tratta di una vecchia conoscenza che con Capitan America in passato ha vissuto molte avventure: il suo nome precedente era “Falcon” ed è stato il primo supereroe Marvel afroamericano (settembre 1969).

Il passaggio di consegna, anzi di scudo a stelle e strisce, oggi non è casuale: Steve Rogers è invecchiato, non è più al passo coi tempi e il nuovo “Cap” (come viene chiamato confidenzialmente dai fan) deve risolvere i problemi della vita di tutti i giorni. Non è più un’icona indiscutibile, l’opinione pubblica è divisa nei suoi confronti e deve vedersela anche sui social network tra sostenitori e haters. I due hanno anche litigato per questioni politiche: nonostante Rogers sia sempre stato un liberal, Falcon è decisamente più a sinistra e mette continuamente in gioco il tema delle discriminazioni razziali passate e presenti. Sam Wilson di fatto è il Capitan America delle minoranze, voterebbe Bernie Sanders mentre Rogers starebbe con Hillary Clinton.

Marvel ha una grande tradizione liberal: è la casa in cui appare il primo supereroe nativo africano della storia, Black Panther (luglio 1966), la prima eroina donna di colore, Tempesta (1975), e dove vediamo il primo coming out gay in un fumetto (Northstar nel 1992) che culminerà qualche anno dopo nel primo matrimonio gay tra supereroi (Northstar e Kyle Jinadu nel 2012) e tra poco ci sarà un bacio tra la nuova Thor e Cap (!).

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Proprio per questo ha destato un incredibile clamore la donazione di un milione di dollari dell’amministratore delegato della Marvel, Isaac Perlmutter, in favore di Donald Trump, lo scorso gennaio, mentre era in corso la più grande rivoluzione della storia della casa editrice che trasformava radicalmente i suoi eroi adattandoli alla nuova realtà multirazziale e multiculturale seguendo le richieste che da molto tempo arrivavano dai lettori. Un atto quello di Perlmutter che ha provocato le loro reazioni inferocite: Marvel si contraddistingue infatti da sempre dalla rivale DC Comics per la sua tradizione liberal, sottolineata dal celeberrimo motto “supereroi con superproblemi”.

I suoi eroi sono caratterizzati dal doversi confrontare con difficoltà di ogni genere e da una profonda introspezione psicologica a distinguersi dai personaggi della DC come il monolitico Superman o il cupo Batman, spesso accusato a torto o a ragione di essere una sorta di “vigilante” pseudofascista.

Ma il mondo attuale non offre più soluzioni semplici e, che la rivoluzione dei personaggi Marvel sia dovuta a ragioni meramente economiche, oppure di “politicamente corretto”, di fatto ci troviamo davanti a un cambiamento epocale che ridefinisce tutti gli eroi: l’universo precedente infatti scompare e tutte le testate ripartono da zero. E il nuovo pantheon è sorprendente, scolpito sulla base di quella che gli americani definiscono “diversity”, ovvero l’attenzione massima alla razza e al genere sessuale. Una sorta di incubo per il mondo come lo vorrebbe Donald Trump.

Nella “Nuovissima Marvel” come è stata ribattezzata, la crisi economica ha colpito duro: Tony Stark/Iron Man è in bancarotta, i Vendicatori non hanno più né uno stipendio, né una sede e la loro popolarità è in caduta libera. Anche un altro personaggio simbolo, da sempre il più venduto, Spiderman, è cambiato: si chiama Miles Morales ed è un ispanico afroamericano giovanissimo mentre l’Uomo Ragno originale è diventato il Ceo di un’azienda ipertecnologica e progressista (in uno dei primi numeri si celebra il matrimonio tra uno dei capi della sua corporation e il suo compagno), una specie di Steve Jobs.

Neanche gli dei vengono risparmiati: il “potente” Thor, il biondissimo eroe tratto dalle saghe nordiche è addirittura diventato donna (la testata ora si chiama “la potente Thor”) e per di più, quando si trova nella sua forma umana, ammalata di cancro e in chemioterapia. Ogni volta che si trasforma in Thor accorcia la sua vita umana perché la trasformazione annulla gli agenti chimici delle chemio, ponendo dunque un ulteriore tema di riflessione. Intanto il suo storico nemico Loki è di volta in volta uomo o donna, un mutaforma dall’orientamento sessuale liquido.

C’è anche una donna ragno, Jessica Drew, che però è incinta e per la prima volta mostra le difficoltà di essere una superoina in dolce attesa: si capisce bene quanto possa essere attuale nei suoi risvolti. Il nuovissimo Hulk è invece un teenager di origine asiatica dall’intelligenza e… gli ormoni molto sviluppati. Uno dei personaggi su cui si punta di più per il futuro è Black Panther: la sceneggiatura è stata affidata a un team “all black” guidato da Ta Neisi-Cohates, uno degli scrittori contemporanei più influenti degli Stati Uniti. “Black Panther è sempre stato considerato un sogno nero, una negazione vivente dell’idea suprematista bianca” ha dichiarato in proposito. Il primo numero della sua nuova serie è stato un successo epico: 250mila copie vendute per un incasso di quasi un milione e mezzo di dollari.

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Un altro tema caldo è l’Islam a cui viene dedicata addirittura la testata che contiene il nome della casa editrice: Ms Marvel. Che in questa nuova incarnazione è una ragazzina pachistana di sedici anni, Kamala Khan, che si trova a vivere le contraddizioni tra i dettami della tradizione familiare, la società americana e i superpoteri, che non sono altro che una metafora del suo corpo di adolescente in mutazione: sono poteri buffi come la capacità di ingrandirsi una mano o un piede.

La sua sceneggiatrice, Willow Wilson, scrittrice e figura pubblica convertita all’Islam, tra l’altro non ha esitato a dire cosa pensa della donazione di Perlmutter a Trump sul suo sito Tumblr: «Non possiamo non chiederci che cosa significhi questa cosa per i fan della Marvel. La donazione viene dalla sua fortuna privata o i soldi che i lettori spendono per comprare i comics sono finiti a supportare un candidato politico che vuole deportare milioni di immigranti, costruire un muro ai confini col Messico e costringere le minoranze religiose a portare un badge d’identificazione?».

Non mancano infine i personaggi destinati a un pubblico hipster come la bizzarra Squirrel Girl, la ragazza scoiattolo. «Con lei abbiamo creato un nuovo tipo di pubblico», spiega Alex Alonso, direttore generale Marvel Usa «ma in generale questa rivoluzione è stata trascendentalmente positiva, oltre ogni aspettativa. Finalmente tutti possono riconoscersi: i miei nipotini per esempio, che sono coreano-americani, impazziscono per il nuovo Hulk».

Anche i media hanno seguito il cambiamento con grande attenzione. «Sì, per loro è un grande tema, soprattutto in tempi di elezioni. La Marvel è sempre stata ”avanti” del resto: già il tema dei mutanti guardava alla diversità, che peraltro è ampiamente rappresentata all’interno del nostro staff editoriale». Peccato che l’amministratore delegato “Ike” Perlmutter non la pensi così ma anche questa è democrazia: Marvel alla fine sembra seguire i suoi lettori, non i suoi amministratori.

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Del resto il vero fattore determinante delle scelte è sempre il denaro e i risultati di tutti questi cambiamenti non sono mancati: al momento della “rivoluzione” a ottobre 2015, la Marvel ha ottenuto un market share del 43,65 per cento (contro la DC che aveva il 21,85), piazzando dieci titoli su dieci in top ten, tutti o quasi oltre le centomila copie.

Una trasformazione che ha risvolti sociali e politici su cui il direttore generale Alonso si smarca: «Per noi la politica non è mai stata un tabù. A volte abbiamo affrontato un tema di petto, altre usando delle metafore, come quando abbiamo fatto Civil War, che è stata la storia più venduta di sempre e di cui è appena uscito un film che ha incassato oltre un miliardo di dollari solo negli Usa. Anche in Civil War si affrontano due fazioni: una guidata da Iron Man che vuole che gli eroi si registrino legalmente, l’altra da Capitan America che è contrario e diventa un fuorilegge. E da giugno uscirà Civil War II».

Insomma, riuscirà il mondo dell’apparente leggerezza, dell’intattenimento, dei comics a vincere la ricetta altrettanto pop (o meglio, trash) e iper-reazionaria di Donald Trump? La battaglia è aperta ma non sottovalutate il geek-power: il popolo dei lettori di fumetti e giocatori di videogame ha già da tempo preso in mano il potere economico. E se non in questa, nella prossima tornata elettorale è molto probabile che potremmo vedere al potere il primo presidente “geek”.

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UT, la nuova e disturbante miniserie di casa Bonelli https://minimaetmoralia.it/fumetto/ut-il-nuovo-fumetto-di-casa-bonelli/ https://minimaetmoralia.it/fumetto/ut-il-nuovo-fumetto-di-casa-bonelli/#comments Mon, 21 Mar 2016 06:30:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30323 Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un'edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d'autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

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Il 25 marzo esce Ut, la nuova miniserie Bonelli disegnata da Corrado Roi con i testi di Paola Barbato. Il fumetto sarà distribuito contemporaneamente sia nelle edicole che nelle fumetterie, dove sarà disponibile anche un’edizione speciale con 16 pagine extra e una copertina d’autore. Di seguito pubblichiamo un pezzo di Luca Valtorta uscito in forma ridotta su Repubblica.

di Luca Valtorta

“La latitudine e la longitudine erano sempre le stesse. L’anemometro misurava 90, il termometro -2 e l’igrometro 0. Praticamente una pessima giornata, fredda ventosa, quasi senza qualità. E l’uomo? L’uomo di qualità non ne aveva proprio. L’uomo non esisteva più”. Inizia con una citazione esplicita de L’uomo senza qualità di Musil, Ut, una nuova miniserie della casa editrice Bonelli che si preannuncia rivoluzionaria.

A realizzarla sono Paola Barbato e Corrado Roi. Barbato, nata a Milano, 45 anni, tre figlie e una passione per il thriller, ha scritto per Bonelli diverse sceneggiature molte delle quali per Dylan Dog mentre nel 2006 ha iniziato a scrivere libri: Bilico, seguito nel 2008 da Mani nude e nel 2010 da Il filo rosso. Ha anche collaborato alla sceneggiatura di una fiction per Sky, Nel nome del male, l’unica serie tv mai apparsa in Italia sulle sette sataniche. Tutto quello che fa è sempre piuttosto disturbante.

Ut nasce dall’incontro con un disegnatore che dell’incubo ha il colore: nero, sporco, sfumato, fatto di ombre evanescenti, Corrado Roi. “Quando mi chiedono qual è la mia tecnica di disegno rispondo che è quella dello sporco: spugnette, tamponi, pennello secco. Ma è una scelta culturale: potrei disegnare in un’altra maniera, vengo dal chiaroscuro netto ma oggi non m’interessa più. Quindi atmosfere molto cupe, molto dense tetre, il nero scavato”, racconta dalla sua casa di Laveno in provincia di Varese dove è nato e ha scelto di vivere (“odio le grandi città, non ci posso stare, sono degli orrori”) e dove ha fatto anche l’assessore.

Ut è da quarant’anni nella sua vita ma fino ad oggi non era mai venuto alla luce. “Non sarei mai stato in grado di fare una serie mensile regolare, sono sempre stato impegnato su troppi fronti e sarebbe stato inopportuno. Però i tempi sono cambiati e quando Sergio Bonelli cominciò ad aprire alle miniserie cominciai a radunare il materiale che avevo accumulato in tutti quegli anni e che era assolutamente caotico. Passò ancora del tempo. A quel punto ho pensato che l’unica persona che avrebbe potuto trovare il bandolo di quella matassa di pensieri e di disegni fosse Paola Barbato, con cui avevo spesso lavorato trovandomi in grande sintonia”.

Lei, da parte sua, ricorda maledizioni da parte di Roi: “All’inizio ero inesperta e maniacale nelle descrizioni. Credevo che al disegnatore bisognasse spiegare tutto, Roi mi ha fatto capire che invece ognuno doveva avere il suo spazio soprattutto se, come lui, vede le cose nel suo particolare modo. Poi col tempo siamo diventati amici, entrambi amiamo lavorare di notte e così ci facevamo lunghe telefonate”.

Di Ut già si dice che sarà l’evento del fumetto del 2016 e in effetti ha tutte le caratteristiche di una rivoluzione, soprattutto nel mondo Bonelli tradizionale e per famiglie. “In realtà Bonelli ha sempre saputo innovare” dice Roi, “ma certe cose è ovvio non si toccano: Tex è la tradizione e rimarrà sempre così. Il Dylan Dog di Sclavi è stato innovazione e oggi la casa editrice ha capito che doveva continuare a osare reclutando nuovi talenti come appunto Paola”.

Di certo un “eroe” Bonelliano che alla sua prima apparizione fa una strage ammazzando quattro persone e tagliandogli le dita non si era mai visto, anche se il nuovo corso di Dylan Dog, dopo un periodo di “buonismo”, è ritornato alle atmosfere spiazzanti degli esordi di Sclavi, mentre un’altra serie che ha molto fatto parlare di sé, Orfani, ammazza più protagonisti de Il trono di spade e il nuovo Morgan Lost di Claudio Chiaverotti si svolge in un mondo surreale dove i serial killer sono diventati una sorta di rockstar.

Ma Ut non è un thriller, assomiglia di più a una visione. “Si trattava di creare un nuovo mondo”, spiega accendendosi una sigaretta Roi, “in Ut non ci sono per esempio riferimenti manieristi per esempio al cinema ma piuttosto alla letteratura, alla filosofia. Il Borges di Finzioni è sicuramente un’influenza, così come Poe: di quest’ultimo mi affascina il rapporto che lo scrittore ha con il lettore”. Il nome Ut viene da una congiunzione latina ma è anche l’antico “do” della scala esatonale poi caduto in disuso: Roi, non a caso, è anche musicista. “Una cosa così non poteva essere una normale testata a cui lavorano altri disegnatori, era una cosa che dovevo fare io. Con Paola”.

È lei infatti che dall’insieme delle visioni dei personaggi di Roi ha costruito una storia. “Avevo centinaia e centinaia di pagine di disegni, appunti, personaggi, ma senza inizio né fine”, racconta. “Per dieci anni con Corrado ci siamo parlati e alla fine siamo riusciti a trovare il bandolo della matassa. Di quello che è venuto fuori non riesco a dare una definizione. So solo quello che non è: non è un racconto di genere, non è un romanzo apocalittico, non è un thriller”.

E all’inizio abbiamo solo qualche indizio che parte da un’unica certezza: l’umanità si estinta. “Non c’è un perché. O meglio ce n’erano tanti” spiega Roi “ma abbiamo lavorato di sottrazione su tutto. In principio c’era un sapore un po’ intellettualoide che abbiamo scarnificato fino a che non è rimasto più nulla, solo l’essenziale. Non c’è neppure niente di istituzionale: non ci sono le forze dell’ordine, né religioni, né chi comanda. Ho tolto tutto quello che di solito è piattaforma per scrivere dei racconti di avventura. Ho tolto anche i cattivi. Persino chi sembra cattivo è un’altra cosa, e tutta la storia che si può leggere tranquillamente in maniera normale è in realtà piena di inganni”.

Il primo volume si chiude con una fiaba. “Anche quella si scoprirà che non è una fiaba. Non posso dire di più. Si tratta di venti tavole diluite nei primi quattro episodi che hanno un ruolo fondamentale”.

La miniserie è fatta di sei numeri e anche la struttura è inusualmente complessa. “Ho fatto un ingresso, due commedie dove ho inserito degli elementi che si vedranno dopo, e poi dal quarto al sesto episodio si entrerà nel vivo, anche se ogni episodio sembra autoconclusivo” spiega Roi mentre si sente di nuovo il suono dell’accendino per l’ennesima sigaretta. “A cinquantotto anni dovrei starci più attento però non è mica da tanto che fumo: sono solo quarantasette anni”.

Sì ma cosa succede in Ut? “Succede che l’umanità si è estinta ma noi non sappiamo né perché, né da quanto” spiega ancora Paola Barbato. “Esistono nuove specie antropomorfe ma molto limitate, primitive. Le cose sono e basta. Non esiste sesso, non esistono emozioni, infatti non si sa come vengano generate le persone, le gravidanze non ci sono più e Yersina che è una bambina è così e basta, non crescerà. Tutti sono quello che sono. Questa astrazione che Corrado ha voluto imporre porta tutto su una base animalesca, primordiale. Ne Le Vie della fame che è il titolo del numero uno si vedono dei cannibali. Sono così. Ut li massacra ma non perché commettono un gesto eticamente sbagliato. Tutto è molto spoglio e intossicato anche in termini naturali , ci sono poche specie animali. Ci sono gli insetti. Uno dei personaggi, Decio (un omaggio al grande direttore Bonelliano Decio Canzio, ndr) è un entomologo. Corrado ha raccolto suggestioni da moltissime parti: architettura, musica, storia dell’arte, filosofia, esoterismo. Ci sono moltissimi simboli soprattutto negli ultimi tre volumi che si muovono in una dimensione immaginifica e sono di una bellezza straordinaria ma anche molto disturbanti. Per capire cosa intendo si provi a immaginare una persona che sorride. Ma che al posto dei denti ha gli occhi”.

All’inizio leggendo viene in mente il Cormac McCarthy de La strada e per il disegno Alberto Breccia, o Sergio Toppi e Dino Battaglia, a cui Roi si sente vicino (“per l’uso dei grigi, delle sfumature”). Ma poi le cose si fanno sempre più rarefatte e siamo più dalla parti di Jodorowsky che incontra Lovecraft, Poe e Dada. C’è violenza, spietatezza, fame. Eppure in questa crudezza c’è poesia, c’è qualcosa che colpisce e ti si ficca in testa: Ut è come un bambino, crudele ma al tempo stesso innocente che fa domande come “Ma è l’anemometro che fa sbattere le porte o è il vento?”. Chi ha visto anche solo una volta questa bambinesca innocenza sa che è l’essenza stessa dell’essere uomo. “Per questo dicevo che amo Borges: mi piace che le cose non siano quello che sembrano, mi piace camuffarle, trasformarle e dimensionarle in un altro modo”, aggiunge Roi.

Sì, ma alla fine, chi è dunque Ut? Lampo, sfregamento, un’altra sigaretta che probabilmente non sarà l’ultima della giornata. “Un pinocchio feroce”.

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Fin dove arriva Ken Parker https://minimaetmoralia.it/interviste/fin-dove-arriva-ken-parker/ https://minimaetmoralia.it/interviste/fin-dove-arriva-ken-parker/#comments Sun, 12 Apr 2015 05:00:30 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26181 È uscito, dopo un'attesa lunga vent'anni, Fin dove arriva il mattino, l'ultimo numero (il 50) di Ken Parker scritto da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo, edito da Mondadori. Pubblichiamo l'intervista di Luca Valtorta ai due creatori, uscita su La Repubblica, e ringraziamo l'autore e la testata. (Nell'immagine, l'illustrazione di Ivo Milazzo per la copertina)

di Luca Valtorta

Ma chi è Ken Parker? «È stato mio fratello, mio figlio, mio padre, è stato la possibilità di estrinsecare le cose che non vedevo e che avevo dentro, di amplificarle in modo da renderle concrete e quindi di conoscermi, di guardare il mondo attraverso i suoi occhi. E guardando il mondo sono diventato grande », dice Giancarlo Berardi, sceneggiatore e creatore insieme al disegnatore Ivo Milazzo di una delle opere più importanti della letteratura disegnata.

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Fin-dove-arriva-il-mattino 2È uscito, dopo un’attesa lunga vent’anni, Fin dove arriva il mattino, l’ultimo numero (il 50) di Ken Parker scritto da Giancarlo Berardi e disegnato da Ivo Milazzo, edito da Mondadori. Pubblichiamo l’intervista di Luca Valtorta ai due creatori, uscita su La Repubblica, e ringraziamo l’autore e la testata. (Nell’immagine, l’illustrazione di Ivo Milazzo per la copertina)

di Luca Valtorta

Ma chi è Ken Parker? «È stato mio fratello, mio figlio, mio padre, è stato la possibilità di estrinsecare le cose che non vedevo e che avevo dentro, di amplificarle in modo da renderle concrete e quindi di conoscermi, di guardare il mondo attraverso i suoi occhi. E guardando il mondo sono diventato grande », dice Giancarlo Berardi, sceneggiatore e creatore insieme al disegnatore Ivo Milazzo di una delle opere più importanti della letteratura disegnata.

Con il numero in edicola oggi (dal 10 aprile, per chi legge, ndr), pubblicato da Mondadori, la saga di Ken Parker si chiude. Per chi non la conosce, è una serie western nata nel 1977 alla Bonelli (all’epoca si chiamava Cepim), la casa editrice che ha fatto nascere fenomeni epocali come Tex e Dylan Dog. Ma chi è Ken Parker? Doveva essere un eroe. E invece è un assassino, perché durante la brutale repressione di uno sciopero ha ucciso un poliziotto. Doveva avere un amore, una famiglia. E invece da vent’anni (quelli in cui manca dalle edicole) è rinchiuso in prigione, perché lì lo lasciavano le ultime storie. Doveva essere un mito. E invece oggi sappiamo che non lo sarà. Il suo modo di essere “eroe” sarà piuttosto quello di Giovanni Drogo ne Il deserto dei tartari, che celebra la sua vittoria nell’attesa, non nella gloria. Questa è la sua storia, la sua ultima storia. Si intitola Fin dove arriva il mattino. La raccontano gli autori, da tempo separati, ognuno con i suoi nuovi progetti (il mensile Julia per Berardi e il graphic novel Un drago a forma di nuvola realizzato insieme a Ettore Scola per Milazzo) e di nuovo uniti per questa unica occasione.

Il loro è un incontro avvenuto da giovanissimi. «Ci siamo conosciuti sui banchi di scuola. Ivo disegnava meglio di me, io scrivevo meglio di lui. Era l’inizio degli anni Sessanta», racconta Giancarlo Berardi. «Eravamo compagni di banco. Credo che l’essere stati in due ci abbia aiutato molto ad affrontare le prime delusioni che si incontrano quando si cerca di fare del proprio sogno una professione» aggiunge Ivo Milazzo, che racconta come tutto è incominciato: «Avevamo conosciuto Bonelli quando lavoravamo per la rivista Horror, ci aveva incoraggiato a portargli del materiale a patto che si trattasse di un western. E così fu». Un fumetto rivoluzionario per le trame ma anche per i disegni: «Credo che la cosa importante nel nostro incontro sia stata la complementarità: per esempio, quando Gianfranco ha deciso di togliere le didascalie sapeva che io sarei riuscito a raccontare certi stati d’animo attraverso il disegno. E io, a mia volta, non avrei potuto usare certi effetti contrastati in bianco e nero se non avessi avuto dall’altra parte un testo molto sintetico».

Ma oggi, dopo tutti questi anni, inaspettatamente arriva la conclusione. «Potevo andare in molte direzioni», spiega Berardi, «ma non ho voluto fare un’operazione sentimentale o autocelebrativa. Ho preferito fare una storia secca, dura, dando un finale logico a quest’uomo che ha la mia età, 65 anni». Protagonista di una saga da sempre dura e realistica: «È vero — prosegue lo sceneggiatore — è il frutto di una vita personale difficile. In me c’è sempre stata inquietudine, un senso di ribellione e di anarchia. Questa progressiva disillusione davanti alla morte degli ideali si può trovare nel mio personaggio». Un personaggio che si trova a vivere molti lutti e deve crescere in fretta, come il suo autore: «Dai tre ai dodici anni da Genova, dove sono nato, sono andato a vivere in campagna vicino a Piacenza con i miei zii contadini. Mio padre lavorava in porto, era un ex partigiano comunista che aveva un suo ideale molto forte: durante la guerra era stato anche torturato. Mia madre una casalinga. In qualche modo a un certo punto siamo ridiventati una famiglia».

E le analogie non finiscono qui. C’è una storia molto importante, Sciopero, in cui Ken Parker legge Il capitale di Marx e vengono spiegati concetti quali “materialismo storico” e “plusvalore”: ma la mobilitazione finisce in tragedia, Ken diventa assassino e ricercato… «Anche noi — spiega Berardi — avevamo messo tanta speranza in queste utopie di libertà, poi parte del movimento degli anni Settanta prese una piega imprevista e sgradita. Durante una riunione all’università occupata qualcuno si alzò e disse che bisognava andare a spaccare le vetrine di un negozio. Mi alzai e dissi “Ma per quale ragione?”. Ci fu una discussione e qualche tempo dopo qualcuno mi riferì che sospettavano che io fossi una spia fascista e che sarei stato punito. E quindi, un po’ come fa Ken Parker in quelle lande senza legge, io mi richiusi in me stesso e decisi di seguire sempre e solo i miei principi, dedicandomi alla scrittura. Qualche anno dopo cominciai a ricevere invece lettere di minaccia da fascisti, avevano scritto sul mio portone “Berardi ti bruceremo”. Ero sposato e tutte le mattine accompagnavo mia moglie insegnante a scuola e siccome erano anni in cui non si scherzava mi comprai anche una pistola. Per fortuna le cose cambiarono. La disillusione rimase».

Eppure, nonostante le sue straordinarie qualità, Ken Parker non è mai entrato nel salotto buono del “fumetto intellettuale”: «Hanno sempre preferito i personaggi americani — ricorda Berardi — si parlava dei Peanuts come di fumetto rivoluzionario, in realtà era molto rassicurante. E c’è anche un altro motivo, credo. Ken Parker, edito da Bonelli, veniva considerato “fumetto seriale”, popolare. Ai tempi c’erano alcuni critici che si vantavano di non leggere le storie targate Bonelli. Il vero fumetto secondo questi signori era quello che andava verso l’arte, l’illustrazione. Quell’atteggiamento è entrato nel dna italiano e non è mai scomparso». Chissà invece se Ken Parker e Tex, incontrandosi, si sarebbero piaciuti: «Si sarebbero rispettati », sostiene lo sceneggiatore, «perché comunque Tex fa parte della generazione di mio padre: persone tutte d’un pezzo, che non avevano dubbi e non accettavano neanche i dubbi delle nuove generazioni».

Adesso, con quest’ultimo numero, Ken Parker esce di prigione, come conferma Berardi: «È un uomo cambiato, ha scoperto di essere fragile. Ma i suoi ideali non muoiono con lui: nel finale c’è quel sole all’orizzonte, lui dice: “ho sempre amato la luce dell’alba”. La speranza è là, in quell’alba che sta arrivando e che magari io non vedrò ma che vedranno i ragazzi di oggi che sono i figli di tutti e che sono l’unica speranza che abbiamo». «E quando la storia finisce», aggiunge Ivo Milazzo, «Ken Parker ha gli occhi ancora aperti, guarda il mondo: non si è arreso». Intanto Berardi si ferma un istante a pensare, forse rivede davanti agli occhi la poesia di Emily Dickinson che ha voluto citare a sigillo del momento più bello e più drammatico della vita del suo eroe: «Portami il tramonto in una tazza/ conta le anfore del mattino». E chiosa: «Ken è una persona che ha vissuto tempi difficili, con dei talenti che gli hanno permesso di sopravvivere. Tenendo un solo punto fermo: la dignità».

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