Luce d'agosto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luce-dagosto/ un blog di approfondimento culturale Sun, 04 Nov 2012 14:58:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luce d'agosto Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luce-dagosto/ 32 32 Da Faulkner a Nakagami https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/da-faulkner-a-nakagami/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/da-faulkner-a-nakagami/#respond Mon, 04 Jul 2011 08:29:25 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4666 Ringraziamo Tommaso Pincio che ci ha concesso di saccheggiare dal suo blog questa originale analisi di due scrittori classici del Novecento geograficamente molto distanti.

di Tommaso Pincio

William Faulkner portò a compimento Luce d’agosto poco dopo essere diventato una celebrità. Fin dall’inizio della carriera si era guadagnato discrete e talvolta ottime recensioni, ma fu soltanto nell’autunno del 1931 che toccò con mano il successo.

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Ringraziamo Tommaso Pincio che ci ha concesso di saccheggiare dal suo blog questa originale analisi di due scrittori classici del Novecento geograficamente molto distanti.

di Tommaso Pincio

William Faulkner portò a compimento Luce d’agosto poco dopo essere diventato una celebrità. Fin dall’inizio della carriera si era guadagnato discrete e talvolta ottime recensioni, ma fu soltanto nell’autunno del 1931 che toccò con mano il successo. «Ho suscitato davvero molta sensazione» scrisse alla moglie rimasta in Mississippi riferendosi al clamore per Santuario, uscito una decina di mesi prima. «Adesso sono la più importante figura letteraria in America. Mi aspetta un grande futuro». Fu in effetti un periodo molto intenso. Faulkner era un trentenne nel pieno delle forze. Aveva già dato alle stampe due romanzi del calibro di Mentre morivoL’urlo e il furore. Da lì a poco avrebbe scritto anche Assalonne, Assalonne! e sarebbe andato a Hollywood. In California lavorò alla sceneggiatura del Grande Sonno e di un altro film tratto da un romanzo di Hemingway, diventò amico di Humphrey Bogart e Lauren Bacall, bevve molto come era suo costume da sempre e si fece una storia con la segretaria del regista Howard Hawks. Sul piano letterario, furono gli anni in cui diede corpo al mondo di Yoknapatawpha, l’immaginaria contea del Sud dove ha ambientato gran parte dei libri e che è ormai un luogo mitico del Novecento. Sperimentò inoltre parecchio, spingendo la forma romanzo ai suoi limiti estremi. Sotto questo aspetto, Luce d’agosto rappresenta, almeno in parte, un’eccezione. Stilisticamente è forse il suo romanzo più accessibile. Una precisa ragione indusse Faulkner a servirsi di una lingua meno audace del solito, una ragione che va cercata proprio nel titolo. I biografi raccontano che lo trovò in una sera d’estate. Era seduto in veranda a contemplare il tramonto quando la moglie fece un commento del tipo «Non c’è nulla come la luce di agosto, vero?» Lo scrittore si alzò di scatto, si precipitò nel suo studio e dopo avere cancellato il titolo cui aveva pensato in un primo momento, Dark House, appuntò a matita in cima al dattiloscritto «Light in August», che in inglese ha un doppio significato: perché «light» vuol dire anche nascere, venire alla luce. Faulkner ha rivelato che cominciò a costruire la trama partendo per l’appunto dall’immagine di una ragazza povera e incinta, fermamente intenzionata a trovare il suo innamorato.
E così si apre il romanzo: con Lena Grove che arriva a piedi dall’Alabama nella contea di Yoknapatawpha in cerca di Lucas Burch, il padre del bambino che porta in grembo. A quanto le è stato detto, costui dovrebbe lavorare in una segheria della piccola città di Jefferson. Giunta sul posto Lena trova un quasi omonimo, un certo Byron Bunch, il quale non ci mette molto a rendersi conto che l’uomo colpevole di avere sedotto e abbandonato la ragazza è in effetti un giovane contrabbandiere di alcol da lui conosciuto con il nome di Joe Brown e al momento rinchiuso nelle patrie galere in seguito all’omicidio di una donna, il cui responsabile è però un negro dalla pelle chiara destinato a fare una brutta fine. Quest’ultimo è il vero protagonista del romanzo, il perno attorno al quale Faulkner fa ruotare e precipitare i sentimenti più oscuri degli abitanti di Jefferson. Misterioso e sfuggente, per metà bianco e per metà nero, carnefice e martire al tempo stesso, Joe Christmas è una sorta di Messia al negativo, un personaggio indimenticabile che, al pari del capitano Achab di Moby Dick e al Jay Gatsby di Fitzegerald, merita un posto nei piani più alti del pantheon degli antieroi della letteratura americana.

Silenzioso, appartato, l’aria tranquilla e soddisfatta, Joe Christmas è tormentato al suo interno da forze tanto violente quanto di origine indefinita, restando perciò un enigma sia per se stesso che per gli altri, inclusi noi lettori. E questo nonostante le tante cose che vengono rivelate sul suo conto nel corso del romanzo. Ma come ebbe a sottolineare lo stesso Faulkner, l’idea tragica e centrale di questa storia consiste proprio nel fatto che egli non sa chi è, né ha possibilità di scoprirlo. Il suo incoerente e dubbio modo di agire diventa pienamente comprensibile se giudicato in questa prospettiva: non conoscere se stessi significa non poter mai essere la stessa persona, il che preclude anche la possibilità di un normale inserimento nel corpo sociale. È la sua dubbia identità – prima ancora del delitto di cui si macchia – a farne un paria. D’altra parte, la grandezza del romanzo consiste proprio nella sua ambiguità, nel lasciare solo il lettore con questioni enormi e irrisolvibili. «Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi ma dall’età classica» dice lo scrittore a proposito del titolo. I personaggi diLuce d’agosto ci appaiono infatti vivere fuori dal tempo, sublimi e meschini come gli dèi dell’antica Grecia. Le loro miserevoli vicende ci parlano di una condizione universale e se Faulkner ha usato una lingua che sa di orale e antica semplicità è perché voleva restituirci il senso di una narrazione epica, frutto di un intrecciarsi di storie e voci che si rincorrono, contraddicono e sovrappongono, fino a condensarsi in un magma fluido, caldo e avvolgente, dove passato e presente, verità e menzogna, tragedia e commedia convivono. Spesso in Luce d’agosto, quel che noi lettori dobbiamo sapere ci viene riferito non dal convenzionale narratore onnisciente di romanzesca fattura, bensì dal chiacchiericcio di persone senza volto, dallo sparlare della gente che crea da sé e senza quasi rendersene conto le leggende della sua piccola comunità. Insomma, la luce a cui pensa Faulkner è quella che emana dalla voce del mito e che fa dell’immaginaria contea di Yoknapatawpha un nuovo Olimpo. In virtù di questa voce percepiamo Jefferson come un’entità viva e pulsante, coro e cuore del mondo intero, e tanto più forte è questa percezione quanto più tragicamente palpabile diventano isolamento ed emarginazione di Joe Christmas e degli altri paria del romanzo come, per esempio, il reverendo Hightower. Non ci sono parole sufficienti per dare a Faulkner quel che è di Faulkner. Semmai esiste un paradiso dei lettori, di sicuro èLuce d’agosto. L’influenza che ha esercitato in America nel corso degli anni è ovviamente incalcolabile. I capolavori lasciano semi ovunque, generano nuovi scrittori e nuove storie nei luoghi più inaspettati. In Giappone, per esempio.

In un altro libro, Il mare degli alberi morti, la saga di una famiglia buraku il cui protagonista è un giovane ossessionato dalla figura paterna che ha avuto contemporaneamente tre figli da tre donne diverse, si consuma esattamente come una tragedia greca: nel sangue e nell’incesto, tra maldicenze e odi ancestrali. Per quanto possano sembrare estremi e inauditi, i Vicoli stanno alla realtà nella quale è cresciuto Nakagami Kenji come l’immaginaria contea di Yoknapatawpha sta al vero Mississippi dei tempi di Faulkner. In un’intervista rilasciata nel 1989 al quotidiano francese Liberation, l’autore si definì un «figlio della vergogna» che scrive per un pubblico che non può leggere i suoi libri. «Mia madre, mia sorella, mio fratello sono analfabeti come tutti i burakumin. Io ho potuto imparare a leggere e scrivere dopo la guerra, perché con l’occupazione americana fu istituita l’istruzione obbligatoria per tutti. Mia madre mi proibiva di leggere, diceva che faceva diventare matti. Quando ripenso a questa formazione, mi viene da considerarla un lusso. La letteratura delle origini era di tipo narrativo, si fondava sulla tradizione orale. Il No e ilKabuki vengono proprio da lì, dalla tradizione in cui io ho sguazzato da piccolo». Prima di intraprendere la carriera letteraria, Nakagami fece vari lavori, operaio in una fabbrica di auto, scaricatore di bagagli in un aeroporto. Trasferitosi a Tokyo negli anni Sessanta iniziò a frequentare gli ambienti di estrema sinistra, dove scoprì il jazz e scrittori occidentali come per l’appunto Faulkner, al quale fu spesso accostato dalla critica non soltanto per le effettive affinità, ma anche per la difficoltà di collocare un’opera tanto brutale ed esplicita all’intero del panorama giapponese. Nel 1976 vinse comunque il prestigioso premio Akutagawa. Purtroppo, come i suoi personaggi, era destinato a una morte prematura. Se ne andò per un tumore ad appena quarantasei anni, in tempo però per riuscire a riscattare il ghetto che lo aveva visto nascere ed essere considerato uno degli scrittori più importanti del Novecento giapponese.

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Faulkner nel cuore umano e dell’America https://minimaetmoralia.it/letteratura/faulkner-nel-cuore-umano-e-dellamerica/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/faulkner-nel-cuore-umano-e-dellamerica/#comments Sat, 19 Feb 2011 10:41:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3813 di Nicola Lagioia

A Cambridge, nel Massachusetts, poco distante dalle celebri università di Harvard e del M.I.T., passeggiando sul fiume Charles attraverso il Memorial Bridge Anderson può capitare di imbattersi in una targa commemorativa. I caratteri scolpiti nel bel metallo opaco recitano: “Quentin Compson, drowned in odour of honeysuckle. 1891 – 1910″.

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di Nicola Lagioia

A Cambridge, nel Massachusetts, poco distante dalle celebri università di Harvard e del M.I.T., passeggiando sul fiume Charles attraverso il Memorial Bridge Anderson può capitare di imbattersi in una targa commemorativa. I caratteri scolpiti nel bel metallo opaco recitano: “Quentin Compson, drowned in odour of honeysuckle. 1891 – 1910″. La memoria dell'”annegato in odor di caprifoglio” su cui la targa invita a soffermarsi è dunque quella del più noto personaggio di William Faulkner benché anche lui studente a Harvard nella finzione letteraria: Quentin Compson, tormentato eroe de L’urlo e il furore, il quale, innamorato non del corpo di sua sorella ma di un certo concetto dell’onore “sostenuto dalla piccola e fragile membrana della sua perduta verginità” decise di annegarsi nel fiume Charles il 2 giugno del 1910.
Quentin Compson è probabilmente, insieme allo Stehpen Dedalus di Ulysses, la migliore rivisitazione del personaggio di Amleto donataci dalla letteratura moderna. L’estensione della sua memoria nella concretezza del mondo reale (così come Dublino festeggia annualmente Joyce nonché se stessa con il Bloomsday) è solo la più evidente dimostrazione di come il suo autore abbia realizzato ciò che (insieme all’immortalità) è la massima aspirazione che uno scrittore possa avere, e cioè contribuire a formare l’identità nazionale del suo popolo nell’unico modo concesso alla letteratura: non annegando le contraddizioni inevitabili a qualunque paese nella melassa della retorica ma indagando le più scomode e spinose di esse con tanta profondità da costringerle a una resa quanto meno temporanea.
Le contraddizioni che Faulkner decise di raccontare erano quelle della sua terra, vale a dire la “parte sbagliata” dell’Unione: il Sud uscito sconfitto dalla guerra di Secessione e proprio per questo splendido e terribile nel suo rancore e nel suo orgoglio ferito, dove una sorta di intramontabile aristocrazia dei gesti convive con gli strascichi più orrendi e vergognosi di una mai definitivamente risolta questione razziale. Si tratta insomma del cuore violento dell’America più reazionaria e gonfia di pregiudizi, sempre dato per agonizzante e sempre destinato a risvegliarsi: negli strange fruits cantati da Billie Holiday (gli afroamericani linciati e impiccati nel periodo della Ricostruzione) o nelle infamie del primo e del secondo Ku Klux Klan, fino a giungere agli attentati di Oklahoma City e alla recente strage di Tucson. Intanto Faulkner riesce a raccontare questo mondo facendone un capitolo della storia nazionale (troppo facile dire che i sudisti reazionari non erano veri americani, che l’America non è fatta anche di questo) in quanto tratta persino i più violenti e farneticanti dei suoi personaggi non come ideologie ambulanti ma come esseri umani: creature complesse, contraddittorie, meritevoli di castigo per ciò che sono nonché di compassione per ciò che non riescono ad essere.
Questo approccio – l’attitudine dello scrittore vero – si capisce molto bene se si leggono gli Scritti, discorsi e lettere di Faulkner pubblicati recentemente in Italia dal Saggiatore. Si tratta di un’antologia che raccoglie saggi letterari, recensioni, prolusioni, articoli giornalistici, addirittura annunci pubblici (come il divertente cartello che diffida i cacciatori “che si sentano troppo poco dotati” dallo sparare agli scoiattoli domestici presenti nella sua proprietà di Oxford) fino al discorso pronunciato a Stoccolma nel 1950 in occasione del ritiro del Nobel.
Opporre la complessità di un approccio letterario all’impoverimento manicheo del discorso politico significa colpire nel segno e scontentare tutti. È ciò che accade a Faulkner rispetto alla questione razziale, come documentano gli interventi su «Life» e «Harper’s» datati 1956, dopo che la Corte suprema ha dichiarato incostituzionale la segregazione nelle scuole pubbliche e Rosa Parks ha rifiutato di lasciare il proprio posto in autobus nella zona riservata ai soli bianchi. Da una parte lo scrittore riesce a farsi detestare dai “reazionari sudisti” scrivendo che la tragedia della sua gente non è solo la paura del diverso ma il suo carattere dozzinale: “paura del negro non come individuo o come razza ma come fattore economico, poiché ciò che il negro minaccia non è il sistema sociale del bianco sudista ma un sistema economico basato sull’obsolescenza, sulla disuguaglianza artificiale tra gli uomini”. Dall’altra, scontenta i “radicali nordisti e progressisti” ai quali scrive che imporre l’integrazione dall’esterno ha poche speranze di riuscita rispetto a una malattia innanzitutto morale, che in quanto tale non può essere curata solo a colpi di legge.
Il razzismo, prima ancora di essere un’ideologia emendabile da un atto normativo, è dunque un’intossicazione dello spirito che va affrontata armandosi della stessa complessità che lo produce: non dignitoso in sé il razzismo, ma dignitosa l’immortale campitura dell’animo umano alla quale può capitare di perdersi e sporcarsi.
Un simile vertiginoso punto di vista scatena la bufera nel mondo giornalistico e politico, ma è ciò attraverso il quale Faulkner ha in fondo sempre visto e raccontato i propri personaggi: il freddo e razzista e pusillanime Jason Compson, fratello di Quentin, che “avendo la massima considerazione solo per la polizia, temeva e rispettava unicamente la negra che cucinava il cibo che mangiava, sua nemica giurata dalla nascita”; il gigantesco e indomabile Thomas Sutpen di Assalonne, Assalonne!, che dopo aver realizzato il sogno di fondare una dinastia totalmente bianca trova la propria nemesi nel mezzosangue nonché figlio illegittimo Charles Bon; Joe Christmas, il nero di pelle chiara di Luce d’agosto, la cui natura ferina si risveglia qualora non riesce a non restituire la violenza razziale di cui è satura la contea di Yoknapatawpha.
Tutti questi personaggi rappresentano qualcosa della terra in cui sono nati. Magari anche qualcosa di vergognoso, di cui mai vorremmo si nutrisse la nostra identità nazionale. Da una parte avremmo la tentazione di espellerli dall’orizzonte che tutti ci comprende. Dall’altra è impossibile farlo, perché loro comunque sono lì, ci sono stati una volta e per sempre – una tensione, questa, che non è data alla legge o alla politica sciogliere: è una faccenda di filosofia, di religione, al limite di letteratura. E infatti, nei momenti più vivi e profondi e enigmatici dei romanzi di Faulkner, mentre questi personaggi vanno incontro al proprio destino di sconfitta e di tragedia come ognuno di noi, una sorta di doppio spirituale inconoscibile per primo a loro stessi si distacca dai vari Joe Christmas e Thomas Sutpen e Jason Compson e parla a noi lettori. È come se dicesse: “capisci? ancora una volta sono costretto a perpetrare la mia colpa. Ancora una volta non sono riuscito a evitare che accadesse”. È lì che li riconosciamo come esseri umani. È lì che – indipendentemente dal perdono e dalla punizione ¬– siamo costretti a farli rientrare in quel consesso di cui non sta a una giurisprudenza né a un governo detenere le chiavi.

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

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La luce di Faulkner nei vicoli di Nakagami https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-luce-di-faulkner-nei-vicoli-di-nakagami/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-luce-di-faulkner-nei-vicoli-di-nakagami/#comments Tue, 18 Aug 2009 22:00:53 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=531 Il ritorno – intermittente e ciclico – di William Faulkner nel dibattito tra gli appassionati di letteratura è una cosa che fa sempre piacere. Soprattutto è salutare. Per ciò che riguarda la rete, è recente il contributo di Teo Lorini su Mentre morivo per Il primo amore. Qui invece riproduciamo un bel pezzo di Tommaso […]

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Il ritorno – intermittente e ciclico – di William Faulkner nel dibattito tra gli appassionati di letteratura è una cosa che fa sempre piacere. Soprattutto è salutare. Per ciò che riguarda la rete, è recente il contributo di Teo Lorini su Mentre morivo per Il primo amore. Qui invece riproduciamo un bel pezzo di Tommaso Pincio che, a proposito di Luce d’agosto, traccia un parallelo tra Faulkner e Nagakami.

di Tommaso Pincio

Senza titolo-1Per troppo tempo il lettore italiano ha conosciuto uno dei più grandi romanzi del ventesimo secolo in una traduzione che, seppure d’autore, non gli rende giustizia. Per errori, omissioni e gratuite invenzioni, il vecchio Luce d’agosto di Elio Vittorini rasenta infatti i confini dello scempio letterario. Finalmente, grazie alla cura di un fine conoscitore come Mario Materassi, questo capolavoro è stato ora restituito al suo originale splendore (Adelphi, pp. 425, euro 23). William Faulkner lo portò a compimento poco dopo essere diventato una celebrità. Fin dall’inizio della carriera si era guadagnato discrete e talvolta ottime recensioni, ma fu soltanto nell’autunno del 1931 che toccò con mano il successo. «Ho suscitato davvero molta sensazione» scrisse alla moglie rimasta in Mississippi riferendosi al clamore per Santuario, uscito una decina di mesi prima. «Adesso sono la più importante figura letteraria in America. Mi aspetta un grande futuro».

Genesi di un titolo
Fu in effetti un periodo molto intenso. Faulkner era un trentenne nel pieno delle forze. Aveva già dato alle stampe due romanzi del calibro di Mentre morivo e L’urlo e il furore. Da lì a poco avrebbe scritto anche Assalonne, Assalonne! e sarebbe andato a Hollywood. In California lavorò alla sceneggiatura del Grande Sonno e di un altro film tratto da un romanzo di Hemingway, diventò amico di Humphrey Bogart e Lauren Bacall, bevve molto come era suo costume da sempre e si fece una storia con la segretaria del regista Howard Hawks. Sul piano letterario, furono gli anni in cui diede corpo al mondo di Yoknapatawpha, l’immaginaria contea del Sud dove ha ambientato gran parte dei libri e che è ormai un luogo mitico del Novecento. Sperimentò inoltre parecchio, spingendo la forma romanzo ai suoi limiti estremi.
Sotto questo aspetto, Luce d’agosto rappresenta, almeno in parte, un’eccezione. Stilisticamente è forse il suo romanzo più accessibile. Una precisa ragione indusse Faulkner a servirsi di una lingua meno audace del solito, una ragione che va cercata proprio nel titolo. I biografi raccontano che lo trovò in una sera d’estate. Era seduto in veranda a contemplare il tramonto quando la moglie fece un commento del tipo «Non c’è nulla come la luce di agosto, vero?» Lo scrittore si alzò di scatto, si precipitò nel suo studio e dopo avere cancellato il titolo cui aveva pensato in un primo momento, Dark House, appuntò a matita in cima al dattiloscritto «Light in August», che in inglese ha un doppio significato: perché «light» vuol dire anche nascere, venire alla luce. Faulkner ha rivelato che cominciò a costruire la trama partendo per l’appunto dall’immagine di una ragazza povera e incinta, fermamente intenzionata a trovare il suo innamorato. E così si apre il romanzo: con Lena Grove che arriva a piedi dall’Alabama nella contea di Yoknapatawpha in cerca di Lucas Burch, il padre del bambino che porta in grembo. A quanto le è stato detto, costui dovrebbe lavorare in una segheria della piccola città di Jefferson. Giunta sul posto Lena trova un quasi omonimo, un certo Byron Bunch, il quale non ci mette molto a rendersi conto che l’uomo colpevole di avere sedotto e abbandonato la ragazza è in effetti un giovane contrabbandiere di alcol da lui conosciuto con il nome di Joe Brown e al momento rinchiuso nelle patrie galere in seguito all’omicidio di una donna, il cui responsabile è però un negro dalla pelle chiara destinato a fare una brutta fine. Quest’ultimo è il vero protagonista del romanzo, il perno attorno al quale Faulkner fa ruotare e precipitare i sentimenti più oscuri degli abitanti di Jefferson.

Misterioso e sfuggente, per metà bianco e per metà nero, carnefice e martire al tempo stesso, Joe Christmas è una sorta di Messia al negativo, un personaggio indimenticabile che, al pari del capitano Achab di Moby Dick e al Jay Gatsby di Fitzegerald, merita un posto nei piani più alti del pantheon degli antieroi della letteratura americana. Silenzioso, appartato, l’aria tranquilla e soddisfatta, Joe Christmas è tormentato al suo interno da forze tanto violente quanto di origine indefinita, restando perciò un enigma sia per se stesso che per gli altri, inclusi noi lettori. E questo nonostante le tante cose che vengono rivelate sul suo conto nel corso del romanzo. Ma come ebbe a sottolineare lo stesso Faulkner, l’idea tragica e centrale di questa storia consiste proprio nel fatto che egli non sa chi è, né ha possibilità di scoprirlo. Il suo incoerente e dubbio modo di agire diventa pienamente comprensibile se giudicato in questa prospettiva: non conoscere se stessi significa non poter mai essere la stessa persona, il che preclude anche la possibilità di un normale inserimento nel corpo sociale. È la sua dubbia identità – prima ancora del delitto di cui si macchia – a farne un paria. D’altra parte, la grandezza del romanzo consiste proprio nella sua ambiguità, nel lasciare solo il lettore con questioni enormi e irrisolvibili.

Una luce che viene dal mito
«Nella mia terra la luce ha una sua qualità particolarissima; fulgida, nitida, come se venisse non dall’oggi ma dall’età classica» dice lo scrittore a proposito del titolo. I personaggi di Luce d’agosto ci appaiono infatti vivere fuori dal tempo, sublimi e meschini come gli dèi dell’antica Grecia. Le loro miserevoli vicende ci parlano di una condizione universale e se Faulkner ha usato una lingua che sa di orale e antica semplicità è perché voleva restituirci il senso di una narrazione epica, frutto di un intrecciarsi di storie e voci che si rincorrono, contraddicono e sovrappongono, fino a condensarsi in un magma fluido, caldo e avvolgente, dove passato e presente, verità e menzogna, tragedia e commedia convivono.
Spesso in Luce d’agosto, quel che noi lettori dobbiamo sapere ci viene riferito non dal convenzionale narratore onnisciente di romanzesca fattura, bensì dal chiacchiericcio di persone senza volto, dallo sparlare della gente che crea da sé e senza quasi rendersene conto le leggende della sua piccola comunità. Insomma, la luce a cui pensa Faulkner è quella che emana dalla voce del mito e che fa dell’immaginaria contea di Yoknapatawpha un nuovo Olimpo. In virtù di questa voce percepiamo Jefferson come un’entità viva e pulsante, coro e cuore del mondo intero, e tanto più forte è questa percezione quanto più tragicamente palpabile diventano isolamento ed emarginazione di Joe Christmas e degli altri paria del romanzo come, per esempio, il reverendo Hightower.

Non ci sono parole sufficienti per dare a Faulkner quel che è di Faulkner. Semmai esiste un paradiso dei lettori, di sicuro è Luce d’agosto. L’influenza che ha esercitato in America nel corso degli anni è ovviamente incalcolabile. I capolavori lasciano semi ovunque, generano nuovi scrittori e nuove storie nei luoghi più inaspettati. In Giappone, per esempio.
nakagamiDifficile immaginare un paese più distante per sensibilità e composizione sociale dal Mississippi razzista dei tempi del proibizionismo. Eppure esiste – o per meglio dire è esistito, visto che è scomparso nel 1992 – uno scrittore che ha ricavato dai bassifondi di Shingu, a est di Osaka, un mondo per molti versi assimilabile alla contea di Yoknapatawpha. Dimenticatevi dunque atmosfere rarefatte, essenzialità zen e scene di austera delicatezza, perché di ben altra pasta è fatta l’umanità che vive nei Vicoli descritti da Nakagami Kenji in Mille anni di piacere (Einaudi, a cura di Antonietta Pastore, pp. 274, euro 17,50). Esiste da secoli nell’impero del Sol Levante una minoranza discriminata, una comunità di emarginati sparsi per tutto il paese e bollati con l’etichetta di burakumin, che alla lettera significa semplicemente «abitanti di un villaggio» ma nei fatti indica i discendenti di una casta di schiavi costretti ai lavori più umilianti e segregati in ghetti lontani dalle città.
Sul finire dell’Ottocento, con l’apertura del paese all’Occidente, la divisione della popolazione in classi venne abolita per legge ma, come sovente accade in casi del genere, il pregiudizio perdurò nel tempo. Nonostante il forte impegno del Movimento di Liberazione Buraku, ancora oggi circolano liste di persone di discendenza impura e non è raro che i genitori ingaggino un investigatore per accertare le origini di un aspirante genero. Si tratta di una minoranza invisibile perché rappresenta un problema del quale si preferisce non parlare apertamente e soprattutto perché nulla tradisce all’apparenza l’identità di queste persone da tenere a distanza. Per Nakagami, nato nel 1946 in un villaggio buraku, fu dunque naturale appassionarsi al jazz, espressione dei reietti per eccellenza, i neri d’America, nonché all’opera di Faulkner che, insieme a Genet, considerava come uno scrittore rivoluzionario.

Un figlio della vergogna
È probabile che a colpirlo in modo particolare sia stato proprio un personaggio come Joe Christmas, nel quale il marchio della negritudine non è immediatamente visibile ma rappresenta comunque una maledizione. In modo analogo, i protagonisti di Mille anni di piacere sono uomini bellissimi e lussuriosi destinati a morte prematura per una colpa che non sanno di avere. La loro esistenza si compie in un mondo a parte fatto di miseria, ignoranza, sesso e violenza. Tanto sesso e tanta violenza, soprattutto. Nakagami non risparmia nulla al lettore: ogni dettaglio, non importa quanto disgustoso, viene descritto con impietosa minuzia, ogni pagina è un pugno nello stomaco. Ciò nonostante si ha l’impressione di immergersi in storie nobili e dal sapore epico. Questi bassifondi, che Nakagami chiama semplicemente Vicoli con la v maiuscola come fossero il centro dell’universo, assurgono a una dimensione mitica e assoluta, tanto più che a raccontare il fato degli sfortunati giovani è la loro levatrice, una vecchia che alla maniera dei poeti tiene tutto a mente, perché non conosce l’uso della scrittura. In un altro libro, Il mare degli alberi morti (pubblicato anni fa da Marsilio), la saga di una famiglia buraku il cui protagonista è un giovane ossessionato dalla figura paterna che ha avuto contemporaneamente tre figli da tre donne diverse, si consuma esattamente come una tragedia greca: nel sangue e nell’incesto, tra maldicenze e odi ancestrali. Per quanto possano sembrare estremi e inauditi, i Vicoli stanno alla realtà nella quale è cresciuto Nakagami Kenji come l’immaginaria contea di Yoknapatawpha sta al vero Mississippi dei tempi di Faulkner. In un’intervista rilasciata nel 1989 al quotidiano francese Liberation, l’autore si definì un «figlio della vergogna» che scrive per un pubblico che non può leggere i suoi libri.

«Mia madre, mia sorella, mio fratello sono analfabeti come tutti i burakumin. Io ho potuto imparare a leggere e scrivere dopo la guerra, perché con l’occupazione americana fu istituita l’istruzione obbligatoria per tutti. Mia madre mi proibiva di leggere, diceva che faceva diventare matti. Quando ripenso a questa formazione, mi viene da considerarla un lusso. La letteratura delle origini era di tipo narrativo, si fondava sulla tradizione orale. Il No e il Kabuki vengono proprio da lì, dalla tradizione in cui io ho sguazzato da piccolo».

Dal ghetto all’Olimpo
Prima di intraprendere la carriera letteraria, Nakagami fece vari lavori, operaio in una fabbrica di auto, scaricatore di bagagli in un aeroporto. Trasferitosi a Tokyo negli anni Sessanta iniziò a frequentare gli ambienti di estrema sinistra, dove scoprì il jazz e scrittori occidentali come per l’appunto Faulkner, al quale fu spesso accostato dalla critica non soltanto per le effettive affinità, ma anche per la difficoltà di collocare un’opera tanto brutale ed esplicita all’intero del panorama giapponese. Nel 1976 vinse comunque il prestigioso premio Akutagawa.

Purtroppo, come i suoi personaggi, era destinato a una morte prematura. Se ne andò per un tumore ad appena quarantasei anni, in tempo però per riuscire a riscattare il ghetto che lo aveva visto nascere ed essere considerato uno degli scrittori più importanti del Novecento giapponese.

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