Lucette Almanzor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lucette-almanzor/ un blog di approfondimento culturale Mon, 28 Jan 2013 17:36:42 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lucette Almanzor Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lucette-almanzor/ 32 32 Tutta una vita con Céline: il viaggio di Lucette al termine della notte https://minimaetmoralia.it/libri/tutta-una-vita-con-celine-il-viaggio-di-lucette-al-termine-della-notte/ https://minimaetmoralia.it/libri/tutta-una-vita-con-celine-il-viaggio-di-lucette-al-termine-della-notte/#respond Thu, 02 Aug 2012 08:50:52 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8815 Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita su «il Venerdì di Repubblica», su «Céline segreto» di Lucette Destouches e Véronique Robert (Lantana).

Lucette Almanzor aveva ventiquattro anni quando conobbe Louis Ferdinand Destouches, un seduttore da cui le amiche ballerine dell'Opéra tentarono invano di metterla in guardia. Era il 1936, e nella Parigi del Fronte Popolare, Destouches combatteva già battaglie solitarie e sprezzanti sotto il nome con cui sarebbe rimasto celebre: Céline. Aveva quarantadue anni, era ossessionato dalle ballerine ma detestava quelle che gli si concedevano troppo in fretta. Lucette aspettó un mese, nonostante l'attrazione fisica fortissima, e lo scrittore la ripagó con una promessa: "È con te che voglio finire la mia vita. Ti ho scelta per raccogliere la mia anima dopo la morte". Lucette avrebbe rispettato il patto.

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Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita su «il Venerdì di Repubblica», su «Céline segreto» di Lucette Destouches e Véronique Robert (Lantana).

Lucette Almanzor aveva ventiquattro anni quando conobbe Louis Ferdinand Destouches, un seduttore da cui le amiche ballerine dell’Opéra tentarono invano di metterla in guardia. Era il 1936, e nella Parigi del Fronte Popolare, Destouches combatteva già battaglie solitarie e sprezzanti sotto il nome con cui sarebbe rimasto celebre: Céline. Aveva quarantadue anni, era ossessionato dalle ballerine ma detestava quelle che gli si concedevano troppo in fretta. Lucette aspettó un mese, nonostante l’attrazione fisica fortissima, e lo scrittore la ripagó con una promessa: “È con te che voglio finire la mia vita. Ti ho scelta per raccogliere la mia anima dopo la morte”. Lucette avrebbe rispettato il patto.

Dal 1961 quando Céline morí, ha vissuto fino a oggi, a cent’anni, per difendere la memoria e l’anima del suo grande amore. Per il resto, soltanto corsi di danza per mantenere quell’indipendenza che le ha dato la possibilità di non cercare soldi alle spalle dello scrittore, mettendone in pericolo l’opera. Tra le sue allieve e amiche, dunque, a una sola è stato concesso di raccogliere le memorie che escono oggi in Italia. Céline segreto, di Lucette Destouches e Véronique Robert (Lantana, pp. 141, euro 14,50) è come un viaggio che in perfetto stile celiniano corre alla sorgente dell’emozione e ci racconta così anche un po’ di storia. La storia, in questo caso, è abbastanza nota. Il governo collaborazionista, la fuga attraverso la Germania in fiamme, Copenaghen, il carcere, il ritorno in patria e la vita da reietti alla periferia di Parigi, i cani, i gatti, le tartarughe e un pappagallo, la nuova notorietà, l’assalto dei giornalisti e la morte.

Venticinque anni di fughe, case, amicizie mai nate, e una fedeltà che supera ogni ostacolo e che non deve mai apparire tale. Con Céline infatti è vietato parlare di sentimenti, e la tenerezza dell’uomo non deve mai essere svelata. Su tutto vince un rigore sotterraneo che finisce per annichilire qualsiasi meschinità. Del resto, di meschinità ne incontriamo parecchie. E su tutte svetta l’immagine di Sartre che, durante l’occupazione nazista, chiede a Céline di intercedere perché venga messa in scena la sua pièce Le mosche. “Ma Louis non era al soldo di nessuno, intransigente con tutti, incapace di patteggiare con chicchessia, sempre solo contro tutti”. Nessuna concessione alla ricchezza o ai favoritismi degli ammiratori – negli ultimi anni, secondo Lucette, lo scrittore era già morto, ucciso dalle torture psicologiche dei mesi di carcere danese. Non si faceva pagare da chi curava, metteva su la maschera del mostro per deridere chi cercava in lui il mostro, spingeva Lucette a lavorare perché si curava della sua indipendenza, ripetendole “quando non si ha denaro, non si ha diritto di aprire bocca”. In realtà pensava solo a finire Rigodon e il giorno dopo aver scritto l’ultima parola morí.

Quanto a lei, il seguito è stato salvarlo dai nemici, impedendo per esempio la ripubblicazione dei famosi libelli antisemiti “esistiti in un certo contesto storico” e che oggi potrebbero “esercitare un potere malefico” del tutto estraneo alla volontà dell’autore che ripeté sempre di averli scritti per evitare la guerra. Ma qualsiasi discussione qui sarebbe inutile. Vale soltanto una perfetta definizione che Lucette offre del marito di passaggio, quasi senza accorgersene, quando mormora: “nessuno poteva afferrarlo, era uno spirito, era come l’acqua”.

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Al principio era l’emozione https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/al-principio-era-lemozione/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/al-principio-era-lemozione/#comments Fri, 13 Jan 2012 09:37:46 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6188 Un articolo di Matteo Nucci uscito sul «Messaggero» che prende in esame la controversa figura di Louis-Ferdinand Destouches, meglio noto come Céline. Si è appena concluso l’anno del cinquantennale dalla sua morte: nessuna celebrazione in Francia per questo artista dalla zona d’ombra piuttosto estesa, di contro tanti saggi, biografie e nuove edizioni della sua opera uscite negli ultimi mesi hanno compensato a questa mancanza, a dimostrazione che le parole di sua moglie Lucette Almanzor sul fatto che a lui bastassero i lettori non sono così lontane dal vero.

L’anno delle celebrazioni mancate è passato. Il mezzo secolo dalla morte di Louis-Ferdinand Destouches, meglio noto come Céline, è scivolato via senza festeggiamenti ufficiali, visto lo sdegno che ancora suscitano i celebri scritti antisemiti.

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Un articolo di Matteo Nucci uscito sul «Messaggero» che prende in esame la controversa figura di Louis-Ferdinand Destouches, meglio noto come Céline. Si è appena concluso l’anno del cinquantennale dalla sua morte: nessuna celebrazione in Francia per questo artista dalla zona d’ombra piuttosto estesa, di contro tanti saggi, biografie e nuove edizioni della sua opera uscite negli ultimi mesi hanno compensato a questa mancanza, a dimostrazione che le parole di sua moglie Lucette Almanzor sul fatto che a lui bastassero i lettori non sono così lontane dal vero. 

L’anno delle celebrazioni mancate è passato. Il mezzo secolo dalla morte di Louis-Ferdinand Destouches, meglio noto come Céline, è scivolato via senza festeggiamenti ufficiali, visto lo sdegno che ancora suscitano i celebri scritti antisemiti. Ma a giudicare dalle librerie francesi, dove si affollano riedizioni, studi, biografie, ha avuto ragione piuttosto François Gibault, avvocato esperto céliniano, autore di una monumentale biografia, nonché massimo confidente di Lucette Almanzor, moglie dello scrittore, oggi novantanovenne: “Ha fatto bene, il Ministro della Cultura. Céline non ha nessun bisogno di essere celebrato dallo Stato. A lui bastano i lettori”. I libelli antisemiti, insomma, continuano a far polemica e non è un caso che proprio a essi e soprattutto a “Bagatelle per un massacro” siano dedicate le due novità italiane. Francesco Germinario in Céline: letteratura politica e antisemitismo (UTET) e Riccardo De Benedetti in Céline e il caso delle “Bagatelle” (Medusa) indagano infatti la “zona d’ombra” dello scrittore di pamphlet, e spingono a evitare il luogo comune in base a cui esisterebbero due Céline: da una parte lo scrittore straordinario; dall’altra il pornografo razzista.

Ma per guardare a quest’unità il metodo migliore è certo leggerlo, Céline, e semmai rincorrerlo in un prezioso libriccino, regalo del 2011 italiano. Si tratta delle conversazioni che uno scrittore e giornalista belga, Robert Poulet, ebbe con il reietto, da poco tornato in Francia dopo la fuga in Danimarca e i diciotto mesi di galera, rincorso dalla mai provata accusa di collaborazionismo. Aspettando che anche qui arrivi parte delle nuove pubblicazioni sfornate in Francia, è un piacere seguire Poulet che racconta l’uomo, lo lascia parlare, lo invita a sfogarsi. Il mio amico Céline (Elliot) si apre nel 1956 quando per la prima volta Poulet si affaccia al cancello su Route des Gardes a Meudon, periferia di Parigi. La rete che circonda il villino è rattoppata e percorsa dal filo spinato. La buca delle lettere è spesso zeppa di minacce e insulti. Il piccolo ambulatorio che il Dottor Destouches ha aperto non è molto frequentato ma quando qualche poveretto dei dintorni viene a chiedere una visita, ne esce in genere sorridente perché il Dottore non sa farsi pagare. “Sono tutti al verde più di me” spiega Céline a Poulet, quasi temesse di essere preso per un filantropo. Lui ai suoi soldi ci tiene eccome. Ha scritto solo per procurarsi qualche franco – lo ripete più volte. Aveva anche messo da parte un po’ di denaro spedito poi sotto forma di oro in Danimarca, dove tutto è andato perduto.

I cani abbaiano, le tartarughe si affannano in giro per il giardino sbrecciato, la moglie Lucette accoglie le ragazzine iscritte ai suoi corsi di danza, il pappagallo si fa la sua cantatina, rigorosamente in casa perché fuori irrita un vicino (“pensi che se prendeva un po’ d’aria in terrazza il vicino incacchiato accendeva il giradischi. Un disco che glielo raccomando. Speciale, fatto apposta. Una rara scelta di urli e casini vari, che manco gli zulu. Non faceva mica una piega: contro il pappagallo? L’altoparlante! Automatismo perfetto”). Via via, Céline dà confidenza a Poulet. Comincia a raccontargli la fatica immensa con cui scrive (“ogni frase la ricomincio dieci, venti volte… E quei cretini credono che improvviso… Tutto calcolato al millimetro, miei cari!”), ritmi che viaggiano su dieci pagine al mese “soffrendo, sbuffando” sotto gli occhi del gatto. Spiega la cura con cui ha creato il proprio stile paragonandolo ai merletti che faceva sua madre (Sono scomparsi dalla circolazione. Per farli ci voleva un tempo enorme. Oggi li fanno a macchina”), pur di andare in presa diretta sulle sensazioni (“San Giovanni dice che in principio era il verbo. (…) Io invece dico: “Al principio era l’emozione”). Ritorna più volte su una questione centrale: la verità si dice arrangiandola, barando, perché “bisogna modificarle, le cose vere, per dire la verità”. Questo è il segreto e Céline lo sputa alla maniera sua: “Per non essere falso, come tutti, io sono andato al di là del vero. E vi ho incastrato!”

Poulet segue il suo interlocutore mentre, a poco a poco, ne diventa amico. Lo invita a decantare il corpo delle donne, lo lascia autodenigrarsi (e commenta: “ogni volta che si autodenigra, voi state all’erta e indagate: immancabilmente scoprirete una segreta delicatezza”), lo spinge a ridere della società letteraria, lo pungola sui suoi pamphlet  (“sono in realtà libelli contro la guerra”), gli fa ricordare gli inzi. Quando era soltanto un medico dei bassifondi e il suo manoscritto, scartato da Gallimard, finì sotto gli occhi esterrefatti di Denoël che si dimostrò subito pronto a tutto e che per prima cosa dovette rintracciare l’autore, visto che le cartelle di Viaggio al termine della notte erano state recapitate in forma anonima. Arriva, infine, anche il tempo per parlare della morte. “Ce l’ho sempre davanti, la morte” dice lui, i capelli spettinati, lo sguardo limpido, camminando in lungo e in largo per la casa. “Per il momento mi basta proteggere mia moglie dai dispiaceri che avrà quando non ci sarò più. (…) Mica mi rattrista, ‘st’assillo, mica mi paralizza, come invece tanti morti-vivi che ci giocano a nascondino, con la putrefazione”. Il momento sarebbe arrivato pochi anni dopo. Il mondo lo venne a sapere con tre giorni di ritardo. Si era raccomandato alla moglie di non dirlo, di non chiamare un medico, di spedirlo in una fossa comune. Su ques’ultimo punto, Lucette non ebbe la forza di accontentarlo.

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