Lucia Azzolina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lucia-azzolina/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Sep 2020 13:58:59 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lucia Azzolina Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lucia-azzolina/ 32 32 Il banco nazionale https://minimaetmoralia.it/attualita/il-banco-nazionale/ https://minimaetmoralia.it/attualita/il-banco-nazionale/#comments Fri, 25 Sep 2020 13:58:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44194 Photo by Ivan Aleksic on Unsplash

di Simone di Biasio

Una quindicina di anni fa, al quarto anno di un liceo di provincia, con i compagni di classe decidemmo, nel breve intervallo che separa la fine di una materia dall’inizio dell’altra, di giocare un tiro alla prof d’inglese. Due di noi spostarono così la cattedra in fondo all’aula e altri sostituirono quello spazio vuoto con uno dei nostri banchi.

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di Simone di Biasio

Una quindicina di anni fa, al quarto anno di un liceo di provincia, con i compagni di classe decidemmo, nel breve intervallo che separa la fine di una materia dall’inizio dell’altra, di giocare un tiro alla prof d’inglese. Due di noi spostarono così la cattedra in fondo all’aula e altri sostituirono quello spazio vuoto con uno dei nostri banchi.

Quando arrivò l’insegnante, bassa statura con occhiali tondi su naso con gobbetta e chiara incapacità di padroneggiare la classe (e la lingua), di fronte a quell’inedito assetto ci domandò con aria ironica: “Credete di essere simpatici? Rimettete tutto a posto”. Fu clemente: nessuna nota sul registro. Ma noi non volevamo essere simpatici, e forse non volevamo nemmeno dire quello che sto per scrivere.

Epperò, nostra boutade a parte, i ruoli alla fine si sono davvero capovolti, o comunque più allineati, sebbene la cattedra sia rimasta sempre al suo posto e Della Loggia abbia provato persino a tirare fuori dalla loggia il ritorno del predellino. Forse quella mattina a scuola, nel nostro piccolo, e inconsapevole, stavamo spostando fisicamente il power point, come direbbe Michel Serres, lo stavamo rendendo “diffuso”: «Una volta lo spazio dell’aula si configurava come un campo di forze il cui centro orchestrale di gravità si trovava sulla pedana, nel punto focale della cattedra, letteralmente un power point. L’aula di una volta è archiviata, anche se si vedono ancora aule fatte solo così, anche se non se ne sanno costruire di diverse».

Da anni si parla di “classi capovolte”, come quella che provammo a disegnare semi-ignari. Si parla di classi senza muri, ma una cosa resta lì, sebbene ora si muova: il banco. Possibile che nessuno abbia ancora mai scritto una “storia del banco”? In pedagogia, ad ogni modo, la discussione è assai annosa e, al solito, spesso lontana dalla realtà. E la questione (pedagogica e non soltanto), a grandi linee, è sempre stata una questione di spazi, di posti, di banchi. Come in questi giorni incerti, alle soglie dell’anno scolastico 2020/2021, che si preannuncia tra i più tormentati della storia dell’uomo e della scuola.

Abbiamo tutti postato meme sui banchi con le rotelle postpandemici, dileggiato apertamente l’Azzolina nazionale. Ma come, il banco è pensato per fare stare fermo al suo posto e adesso lui deambula? Il banco viene incontro agli scolari? Da che doveva essere casa, il banco nel tempo si è fatto covo, trincea, casa sull’albero. È “sotto” il banco che vive lo studente: pizzini, chewingum, persino segnali di fumo, nel tempo gli smartphone – coi suoi continui e fallimentari tentativi di estromissione. Lo studente costretto in quella posizione e con quello strumento ha imparato a conviverci (come oggi dobbiamo convivere con), se n’è impossessato, per sua fortuna.

«Esiste un piccolo crostaceo, il paguro, che, essendo nudo, sceglie una conchiglia vuota e vi si adatta dentro: quando è cresciuto e la conchiglia si è fatta troppo stretta, esce fuori e s’interna in una più grande. Ciò il paguro lo fa da sé, senza uno scienziato che lo misuri e un maestro che gli scelga la conchiglia. Ma un bambino, per noi e per la scienza, è inferiore a questi ignobili invertebrati!». Il paragone paguro-bambino è opera di Maria Montessori (di cui quest’anno si celebrano i 150 anni dalla nascita) e l’accostamento nasce proprio in riferimento al rigore scientifico con cui si son sempre costruiti i banchi di scuola.

Nel saggio “La scoperta del bambino” la donna che ha cambiato il volto dell’educazione sostiene che tale «principio di repressione estesa talora fino quasi alla schiavitù, informando gran parte della pedagogia, ha informato anche lo stesso principio della scuola. Una prova – il banco. Ecco per esempio una luminosa prova degli errori della primitiva pedagogia scientifica materialistica, la quale s’illudeva di portar le sue pietre sparse alla riedificazione del piccolo, crollante edificio della scuola. Esisteva il banco bruto e cieco ove si ammassavano gli scolari: viene la scienza e perfeziona il banco […] costruito in modo che il fanciullo sia il più possibilmente visibile nella sua immobilità: tutta questa separazione ha l’intento occulto di prevenire gli atti di perversione sessuale in piena classe, perfino anche negli asili d’infanzia. […] Su questa via i banchi progrediscono in perfezione: tutti i cultori della cosiddetta pedagogia scientifica ne idearono il modello; non poche nazioni andarono orgogliose del loro banco nazionale».

Il banco nazionale. Il banco di prova. Visti i possibili movimenti, i saltimbanchi delle anime nostre. Linguisticamente il banco ci offre molte prove. Questo “dispositivo” didattico oggi è in crisi, e la pandemia non è la causa, bensì un acceleratore. Riprendendo ancora il Serres di “Non è un mondo per vecchi”, «la focalizzazione verso la pedana dove il portavoce richiede silenzio e immobilità riproduce, nel dominio pedagogico, quelli dell’aula di tribunale verso il giudice, del teatro verso la scena, della corte verso il trono, della chiesa verso l’altare, della casa verso il focolare, della molteplicità verso l’uno»[1]. Il banco è in crisi. Ed è, peraltro, già musealizzato, come si può notare visitando il Museo della Scuola e dell’Educazione dell’Università di Roma Tre, in cui è riprodotta fedelmente una classe delle “scuolette” dell’agro romano di inizio Novecento.

Più o meno gli stessi anni in cui Montessori già sosteneva che «è una conquista di libertà quella che occorre; non il meccanismo di un banco. Che se pure il banco fosse utile allo scheletro del bambino, esso sarebbe dannoso all’igiene dell’ambiente, per la difficoltà che presenta a essere rimosso per le pulizie; mentre il piano su cui il fanciullo posa i piedi, non potendosi sollevare, accumula il pulviscolo trasportato dalla strada ogni giorno da tanti piccoli piedi. Oggi il mobilio delle case si trasforma nel senso di divenir più leggero e semplice, affinché possa rimuoversi tutto con facilità, ed essere possibilmente pulito ogni giorno, se non addirittura lavato: ma la scuola è sorda alle trasformazioni dell’ambiente». Ancora questioni di igiene, o di igienizzazione per meglio dire, di iperigienizzazione a voler stradire. Non sappiamo cosa sarà dopo il banco, ma sappiamo che possiamo provare a immaginarlo.

Immaginarlo in movimento. Socrate non concepiva l’insegnamento se non camminando, se non spostandosi. Apprendere è prendere, afferrare qualcosa: fermi è più difficile. Si può sostare soltanto dopo aver percorso. Non a caso parliamo di “percorsi” di studio: la parola è sempre la sua etimologia, il viaggio che ha fatto nella lingua. Il banco ambulante, da me medesimo visto inizialmente con occhio interrogativo, offre in verità una qualche possibilità, rappresenta ad ogni modo una novità, in un certo “moto”. Inutile immaginarsi studenti scorazzare sui monobanchi-pattini, è soltanto un sogno. “La ruota è un estensione del piede”, secondo Marshall McLuhan che letteralmente disegna, insieme a Quentin Fiore, anche un nuovo modello di istruzione nel suo “anti-libro” del 1967 dal titolo “Il medium è il massaggio” (nessun errore di battitura, proprio “massaggio”, mass/age nell’originale): «Di fronte a una situazione completamente nuova, tendiamo sempre ad aggrapparci agli oggetti e ai sapori del passato più recente. Guardiamo il presente in uno specchietto retrovisore». Silenzio, qualcuno potrebbe avere l’idea di impiantare uno specchietto retrovisore a questi banchi ambulanti, e chissà cosa potremmo vederci.

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[1] M. Serres, Non è un mondo per vecchi, Bollati Boringhieri, Torino, 2013, p. 34

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Lettera Aperta alla ministra Azzolina https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lettera-aperta-alla-ministra-azzolina/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/lettera-aperta-alla-ministra-azzolina/#comments Fri, 24 Apr 2020 05:30:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=43088 Photo by moren hsu on Unsplash

Gentile Ministra Azzolina,

è stato detto, forse negli ultimi tempi in maniera più impellente, quanto i bambini siano stati ignorati dal Governo. Attraverso ciò che non dicevano i decreti sui bambini, ciò che non è stato precisato riguardo loro, ciò che è stato vietato e basta, senza porre al centro le conseguenze disastrose e pericolose di questi divieti, è emersa una miopia accidiosa, se non una irresponsabile cecità, che ha reso l’infanzia il luogo di questo Paese di cui più vergognarsi. L’infanzia e la vecchiaia – vicini per fisiologia, per fragilità, per dinamiche umane – sono gli aspetti della nostra esistenza di cui avere più cura, invece risultano il fallimento più eclatante e grave delle nostre attuali azioni. Perché, come diceva Marguerite Yourcenar, l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere.

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Photo by moren hsu on Unsplash

Gentile Ministra Azzolina,

è stato detto, forse negli ultimi tempi in maniera più impellente, quanto i bambini siano stati ignorati dal Governo. Attraverso ciò che non dicevano i decreti sui bambini, ciò che non è stato precisato riguardo loro, ciò che è stato vietato e basta, senza porre al centro le conseguenze disastrose e pericolose di questi divieti, è emersa una miopia accidiosa, se non una irresponsabile cecità, che ha reso l’infanzia il luogo di questo Paese di cui più vergognarsi. L’infanzia e la vecchiaia – vicini per fisiologia, per fragilità, per dinamiche umane – sono gli aspetti della nostra esistenza di cui avere più cura, invece risultano il fallimento più eclatante e grave delle nostre attuali azioni. Perché, come diceva Marguerite Yourcenar, l’infanzia e la vecchiaia non solo si ricongiungono, ma sono i due stati più profondi che ci è dato vivere.

Vigliaccamente ci siamo, come società, rifiutati di procedere in questa profondità, lasciando vecchi e bambini soli nell’oscura, abissale invisibilità che tutte le profondità contemplano.

Ora come ora io immagino che lei non verrà ricordata come la Ministra che ha salvato i bambini dalla pandemia, ma come la Ministra che li ha condannati a un triste futuro.

Non riesco a immaginare quanto debba pesare la fatica di sedere dove siede lei adesso. Non riesco a immaginare quale sia il suo pensiero la sera, mentre si addormenta, riflettendo su quanto le sue scelte – sue, e ovviamente del suo staff – influiscano sul futuro di milioni di cittadini, tra adulti e bambini.

Non riesco a immaginare se lei lo immagina. Se, proprio prima di addormentarsi, nell’attimo in cui si scivola nello stato di cedimento proprio del sonno, nel momento in cui siamo più abbandonati a noi stessi, e quindi più onesti con la nostra coscienza, non riesco a immaginare se in quel momento lei si chieda: cosa sto facendo? Ma lo sto facendo?

Non riesco a immaginare ma lo sto immaginando, visto che è solo l’immaginazione che ci permette di infilarci nei panni degli altri. Ed è per questo che chiedo a lei prima di tutto immaginazione, perché è solo dentro questo sforzo astratto e audace, che lei può mettersi vicino a noi. Può, dentro lo sforzo immaginifico, capire come ci stiamo sentendo e, con uno sforzo ancora più acrobatico, capire come si sentono i bambini adesso. Senza immaginazione non può capire, e quindi risolvere.

Io immagino la sua fatica. Ed è per questo che le ho scritto: per stare con lei in questa fatica. Io come migliaia di altri cittadini che le stanno scrivendo, chiedendo, che suggeriscono, che invocano. Siamo con lei in questo sforzo immaginativo, per cercare di capire come aprire le scuole a Settembre in sicurezza. E le scuole devono riaprire in sicurezza a Settembre non perché il Paese ha bisogno dei suoi genitori che si rimettano a lavorare come silenziosi criceti in una gabbia.

Almeno, non solo per questo. È ovvio che far ripartire il sistema economico del Paese è fondamentale, come altrettanto fondamentale è la sua salute pubblica, come lo è la sua salute democratica, come altrettanto lo è ogni singola componente del nostro stare insieme. Il rispetto di cui parlava Pericle nel suo discorso agli Ateniesi, consisteva proprio in questo: che in una democrazia gli amministratori si qualificano non rispetto a pochi, ma rispetto a tutti.

In questi tutti, è stato lampante che i bambini non sono stati contemplati. E per rimanere negli argini leciti, ideologici e giusti di un Paese civile, è ora che si ripari al danno, che si pensi ai bambini come parte integrante del nostro sistema democratico, che si riqualifichi il ruolo di chi amministra tutti noi.

La domanda giusta da porsi non è: come fare a far ripartire le scuole in sicurezza per far tornare i genitori a lavorare? Certo, capire come impegnare i genitori nella propria attività, mettendo anche il Paese in condizione di ripartire, è una questione altrettanto impellente, senza considerare  che, in quest’ottica, le donne nella maggior parte dei casi saranno marginalizzate dal mondo del lavoro se non si pensa a come sostenere le famiglie con la gestione dei figli.

Ma dal mio punto di vista, la domanda giusta, più urgente, da porsi è: come far ripartire la scuola in sicurezza, perché prima di tutto è un bisogno essenziale, e sacrosanto, proprio dei bambini?

In questa domanda, e quindi nella sua doverosa risposta, risiederebbe l’attenzione, la cura e la dedizione richiesta al suo Ministero – da quello dell’Economia ce ne aspettiamo un’altra, da quello degli Esteri un’altra ancora…. Ma dal suo questo ci aspettiamo: che ci sia cura e attenzione e empatia.

I bambini (da 0 agli 11, 12 anni) che stanno affrontando la quarantena, e che affronteranno la propria vita in modo comunque restrittivo nelle prossime fasi, sono coloro che stanno formando la propria identità, socialità, qualità umana, e vorrei spingermi a dire anche moralità, proprio in questo momento. E non sono io la persona adatta a dirlo – immagino, immagino che lei si sia circondata di pedagogisti e psicologi dell’età evolutiva –ma è proprio durante questa età che il pensiero si forma soprattutto attraverso attività pratiche e sociali: con la condivisione esperienziale, con le strategie attuate dal bambino per imparare a stare coi coetanei, col contatto e con la socialità in ogni sua forma, costruendo la propria autonomia attraverso il rapporto con i propri pari, con la relazione affettiva con gli insegnanti.

Con gli altri genitori della materna di mia figlia – dai tre ai sei anni – ci confrontiamo ogni giorno che passa, su aspetti quotidiani sempre più drammatici.

Bimbi che cominciano a chiudersi, rifiutandosi di parlare al telefono con i nonni, o con i maestri, o con i compagni. Bimbi che risultano sempre più svogliati, seriamente regrediti.  Bimbi che non dormono più o tormentati dagli incubi, che si svegliano gridando aiuto. Quelli che dicono ai genitori (sempre più emotivamente provati): Mamma, non voglio chiudere gli occhi perché ho paura di sognare.

E queste sono testimonianze di chi vive in contesti più o meno sani, con situazioni economiche poco problematiche, in nuclei familiari più o meno attenti. Ma proviamo a immaginare cosa sta succedendo, o succederà, ai bambini che vivono in ambienti disagiati, se non pericolosi, in condizioni economiche fragili, e drammaticamente esposti ai problemi sorti con questa crisi, o alle realtà familiari che si trovano a gestire questa situazione con una qualsiasi forma di disabilità. Proviamo a immaginare, Ministra.

Un bambino privato della socialità nella sua prima infanzia è un cittadino a cui si sta rifiutando la democrazia.

Deve essere complicatissimo immaginare i modi in cui evitare tutto ciò e restituire quello che spetta ai nostri bambini – ai suoi bambini, come ama dire lei –quando invece la salute pubblica, che pure è sacrosanta garantire, ci richiede quasi l’opposto: distanziamento, limitati contatti fisici e attività di gruppo.

Me ne rendo conto, e mi rendo conto che tutto ciò rappresenta un nodo delicato e di difficilissima gestione. Ma il suo Ministero è chiamato a fare proprio questo: a risolvere queste contraddizioni, a trovare soluzioni, a capire come garantire la democrazia – che in questo caso corrisponde alla salvezza – a tutti. Tutti, non pochi.

Limitarsi a dire: restare a casa, distanziate i contatti; oppure parlare di didattica a distanza per chi non ha bisogno della didattica (mi rendo conto anche di tutte le problematicità della DAD, ma qui vorrei porre l’attenzione su altro) non serve a nulla. Non serve ai bambini delle scuole materne e a quelli dell’asilo nido, che si trovano sprovvisti di qualsiasi copertura o progetto riparatore.  Tutto questo non serve a nulla, signora Ministra, perché non immaginare significa evocare il cosa, ma non il come.

Evitando la trasparenza con i suoi piccoli allievi e le loro famiglie, arginando le risposte agli interrogativi che da più parti le stanno porgendo, mette in evidenza che non è stato evocato ancora alcun come.

Adesso, invece, è proprio il momento del come. Di come si occuperà dei suoi bambini, di come immaginerà il loro futuro – tempo che non le appartiene di diritto, ma che noi le stiamo affidando, visto che è lei a trovarsi nel posto in cui risiede la fiducia che sta alla base del nostro patto sociale.

Le assicuro che noi non ci aspettiamo la perfezione, da lei. Ma a problemi complessi sono necessarie soluzioni complesse. Ne sono state fatte molte di proposte, abbiamo esempi di altre Nazioni che stanno affrontando la questione con vari approcci, e anche se noi abbiamo scelto altre vie come Paese – decisione contestabile, ma legittima – questo non significa che non possiamo guardare a questi Paesi per ispirarci, o per evitare errori.

Ciò che è certo, è che oggi l’errore più grave sarebbe quello di non muoversi per tempo.

Ripensare alle modalità con cui andranno riaperte le scuole in sicurezza – tutte, dai nidi alle secondarie – processo che riguarda oltre otto milioni di alunni e più di un milione di insegnanti, richiede tempi organizzativi ampi, impegni economici serissimi, e strategie, molte strategie.

Da più parti, dalle richieste dei pedagogisti, ai gruppi di insegnanti e genitori coinvolti in organizzazioni attive per il progetto scuola, sono state avanzate idee e proposte studiate ad hoc, per coniugare le contraddizioni di questa situazione: distanziamento e necessità di relazione per i bambini. Si è pensato allo scaglionamento per turni in orari ridotti e differiti; a test sierologici per bambini e ragazzi, al ripensamento di situazioni di assembramento come il pranzo, a supplenze extra per sostituire il personale più a rischio, alla sanificazione periodica degli ambienti, alla riorganizzazione del rapporto spazio/numero di alunni, alla riapertura secondo il differenziamento geografico per indice di contagio, a programmi specifici di attività giornaliera da fare all’aperto. Soprattutto, bisogna sfruttare questo momento per la regolarizzazione dei docenti precari, del personale Ata, e per la messa in sicurezza di tutte le fasce a rischio di queste professionalità, con tamponi e test sierologici regolari. Più di tutto, bisogna rinsaldare, o ricostruire, il rapporto di fiducia che lega i cittadini – in questo caso i bambini e le loro famiglie, gli insegnanti e tutto il personale scolastico – per far sì che chi ritorna al lavoro si senta al sicuro, tutelato e seguito. Senza questo aspetto nessun insegnante tornerà nella propria aula convinto di svolgere il proprio lavoro, e nessun bambino verrà accompagnato nel luogo sano e costruttivo che deve essere la scuola.

Per ricostruire questo legame c’è bisogno di trasparenza, che è l’ingrediente bianco della democrazia. E del contatto vostro con noi, che è l’ingrediente invisibile della democrazia. L’invisibilità di un virus ci sta mettendo a terra, ed è anche su questa invisibilità tutta umana che bisogna lavorare.

È evidente che tutto ciò richiede uno sforzo economico e organizzativo enorme, come enormi sono gli sforzi che si fanno, storicamente, dopo qualsiasi crisi di portata globale. D’altro canto, se c’è qualcosa da sacrificare a discapito di più imminenti urgenze, spero che si dia per scontato che non siano i bambini.

Vero, Ministra, che i bambini non sono sacrificabili?

 

Con molta cordialità
Rossella Milone

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