Lucia Bosè Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lucia-bose/ un blog di approfondimento culturale Sun, 08 May 2016 01:44:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lucia Bosè Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lucia-bose/ 32 32 Luis Miguel Dominguín, il numero uno https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/#comments Sun, 08 May 2016 06:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30883 (fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

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REAPARICIÓN DE LUIS MIGUEL DOMINGUÍN EN LAS VENTAS CON EL TRAJE DE LUCES DISEÑADO POR ÉL MISMO

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C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

Dominguín non è stato il più grande. L’età dell’oro della corrida raggiunse l’apice intorno al II decennio del XX secolo, quando le arene di Spagna erano tutto uno sventolio di fazzoletti bianchi per applaudire le gesta dei sivigliani Joselilo el Gallo e Juan Belmonte, i due principi della tauromachia spagnola. Ma è stato ‘el numero 1’, come lui stesso si premurò di far sapere al mondo il 18 maggio del 1949 a Las Ventas, la scala della corrida di Madrid, quando durante un’esibizione alla Feria de San Isidro si voltò di fronte le gradinate e alzò l’indice destro verso il cielo, autoproclamandosi il migliore di tutti. “Il numero 1. Questo è stato Domenguín, hasta la muerte“.

Vederlo toreare era un po’ come leggere un classico: si poteva comprendere la bellezza dell’arte”, ha scritto Andrés Amorós nella biografia che ha dedicato al torero di Madrid. Si racconta che negli anni Cinquanta, quelli di massima popolarità, quando lo si poteva incontrare all’hotel Claridge di Londra con Ava Gardner o nella finca cubana a casa di Hemingway, per fargli arrivare una lettera, meglio se scritta da una trepidante ammiratrice, non ci fosse neanche bisogno di scrivere il suo nome sulla busta. Bastava fare un segno, con il disegno del numero 1.

Bellissimo, furbo, cinico, arrogante e con una forte propensione all’insolenza, “uno che va nelle arene come Jean Gabin va agli studi cinematografici”, scrisse lo scrittore francese Jean Cau, Dominguín ha incarnato, in un paese uscito con le ossa rotte dalla Guerra Civile, tutto quello che i suoi concittadini non avrebbero mai potuto avere: belle donne, denaro e gloria. Non si poteva certo definire un progressista, ma era troppo intelligente per finire ingabbiato nelle grigie dinamiche di un regime che gli concesse più di un privilegio ma che in cambio utilizzò il suo stile di vita, teoricamente deprecabile in quella Spagna così puritana degli anni Cinquanta, per cercare di migliorare l’immagine di una dittatura chiusa nella propria solitudine. Fin troppo nota era la sua personale amicizia con il Generalissimo. Durante una delle numerose battute di caccia che i due si concedevano, Franco una volta gli chiese: “quale dei tuoi fratelli é comunista?”. “Eccellenza – rispose – Los tres”.

Fuori dalle arene di Spagna la sua fama di matador è in parte offuscata da quella di ambasciatore del prestigio spagnolo. Parla inglese, frequenta l’aristocrazia, veste elegantemente. Es un senor, amato e odiato, ma di fronte al quale nessuna señorita è in grado di opporre una qualche forma di resistenza. La lista delle sue conquiste, da Romy Schneider a Lauren Bacall, da Brigitte Bardot a Lana Turner, era di gran lunga maggiore delle cicatrici che modellavano il suo corpo. Ma di grandi amori passati alla storia se ne ricordano principalmente due. Il primo con Ava Gardner, la “maya desnuda”, la musa di Hollywood che il fotografo taurino Paco Cano definì “con permesso della Vergine Maria, la donna più bella che abbia mai incontrato”.

Si incontrarono a Madrid nel 1953, quando lei stava girando “La contessa scalza” e si era presa una pausa, una delle tante, dalla burrascosa storia con Frank Sinatra. Più amanti che compagni, insieme resistettero un anno. Un famoso aneddoto, mai confermato dal protagonista, riguarda la loro prima notte d’amore. Lui si riveste e fa per andarsene e quando Ava le chiede dove diavolo stia andando, Dominguín risponde serafico: “a raccontarlo agli amici”.

Il secondo quello con Lucia Bosè, che nell’entourage del torero tutti conoscevano come l’italiana. “Era di una bellezza da togliere il fiato”, ha ripetuto frequentemente l’attrice, che aveva già lavorato con Antonioni e Soldati e che conobbe Luis Miguel all’età di 25 anni, ad un ricevimento d’ambasciata appena arrivata a Madrid. Al primo incontro si detestarono, al secondo finirono a letto per 3 giorni di fila. Due mesi dopo si ritrovarono davanti all’altare, con un testimone d’eccezione: il comunista Luchino Visconti. Quasi un affronto alla dittatura.

“Io non parlavo spagnolo, lui non parlava italiano, credo che così sia nata la passione, perché non ci intendevamo. Quando cominciammo a comprenderci cominciò la crisi”, ha raccontato in seguito Lucia Bosè, sintetizzando oltre un decennio di vita insieme, tra continue infedeltà, battute di caccia, sontuosi ricevimenti, sacrifici familiari e molta solitudine. Si dice che tra di loro non abbiano mai parlato di tori. Però ogni volta che lui indossava il traje de luces e si accingeva a entrare nell’arena lei si sedeva sul divano, accanto al telefono, in attesa di uno squillo che allentasse la tensione.

Quando non si trattava di donne, poi, c’era di mezzo l’arte, una delle 3 cose insieme all’amicizia e ai tori che “giustificano un’esistenza”. Lo racconta lo stesso Dominguín in un prezioso libretto, “Per Pablo”, originariamente pubblicato come prologo dell’album Toros y toreros di Picasso. Eppure, scrive Jacques Durand nella prefazione, “la relazione affettiva tra i due ci metterà del tempo a trovare la sua distanza, come in quelle faenas che cominciano nel sospetto, con passi di prova, di valutazione, persino di sofferenza”.

Picasso, che amava la lotta ostentata, il corpo a corpo, prima di conoscerlo raccontava che Dominguín era un torero da “Place Vendome”, non proprio un complimento; Luis Miguel invece si è sempre rifiutato di dedicargli l’uccisione di un toro ogni volta che andava a combattere in Francia, ad Arles, dove si conobbero nel ’50, grazie a Jean Cocteau. “Ho l’impressione che se io combattessi per lui e lui dipingesse per me, verrebbe meno la nostra relazione professionale”. Ci furono anche incomprensioni, come quella volta che Dominguín, ancora molto giovane, si dimenticò di andare in Provenza, dove Picasso lo aveva invitato per fargli un ritratto. “Quando io prometto a qualcuno di ritrarlo, di solito arriva immediatamente”, borbottò l’artista. “Pablo, cerca di comprendermi – fu la risposta – io voglio che tu ti occupi di me quando mi conoscerai bene. Non prima”. Fu una bella storia di amicizia, molto novecentesca, tra 2 persone che apparentemente non avrebbero potuto essere più diverse. Entrambi però condividevano il vecchio adagio di Hemingway, riportato in Fiesta: “non c’è  nessuno che viva la propria vita fino in fondo, a parte i toreri”.

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Dominguín e il rosa di Picasso https://minimaetmoralia.it/libri/dominguin-e-il-rosa-di-picasso/ https://minimaetmoralia.it/libri/dominguin-e-il-rosa-di-picasso/#respond Wed, 16 May 2012 10:18:31 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7722 Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», a proposito del libro «Per Pablo», scritto da Dominguìn, il torero marito di Lucia Bosè, per Pablo Picasso.

“Pablo è un uomo assai complesso, come tutto ciò che è semplice, come tutto ciò che è reale”. Si apre così un libriccino meraviglioso dedicato a Pablo Picasso fin dal titolo, Per Pablo (0 barra 0 edizioni, pp. 53, euro 6). A scrivere è un uomo che non sa scrivere e non sa cosa deve scrivere e non sa perché deve scrivere. E che finisce per scrivere pagine superbe. Forse perché l’unica cosa che sa è che l’arte a cui lui stesso si dedica “è il risultato di una difficile facilità, l’effetto di una tecnica che ci dona l’aria di essere naturali, addirittura di improvvisare”. Dunque qualcosa di molto simile all’artista a cui dedica le sue righe. Luis Miguel Dominguín ha trentasei anni nel 1960, quando Picasso gli chiede di inviare con urgenza qualcosa di scritto da pubblicare in apertura del suo album Toros y toreros. È sposato con Lucia Bosè da cinque anni e sta per diventare padre per la terza volta. È uno dei matador de toros più importanti di Spagna e certo fra i toreri è quello su cui circolano le storie più mirabolanti, relative soprattutto alle sue conquiste: Ava Gardner, Lana Turner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, su tutte. Ma nel momento in cui scrive per Picasso c’è ben altro in ballo. Qualcosa che ha a che fare con l’amicizia, l’arte e l’immortalità.

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Pubblichiamo una recensione di Matteo Nucci, uscita sul «Messaggero», a proposito del libro «Per Pablo», scritto da Dominguìn, il torero marito di Lucia Bosè, per Pablo Picasso.

“Pablo è un uomo assai complesso, come tutto ciò che è semplice, come tutto ciò che è reale”. Si apre così un libriccino meraviglioso dedicato a Pablo Picasso fin dal titolo, Per Pablo (0 barra 0 edizioni, pp. 53, euro 6). A scrivere è un uomo che non sa scrivere e non sa cosa deve scrivere e non sa perché deve scrivere. E che finisce per scrivere pagine superbe. Forse perché l’unica cosa che sa è che l’arte a cui lui stesso si dedica “è il risultato di una difficile facilità, l’effetto di una tecnica che ci dona l’aria di essere naturali, addirittura di improvvisare”. Dunque qualcosa di molto simile all’artista a cui dedica le sue righe. Luis Miguel Dominguín ha trentasei anni nel 1960, quando Picasso gli chiede di inviare con urgenza qualcosa di scritto da pubblicare in apertura del suo album Toros y toreros. È sposato con Lucia Bosè da cinque anni e sta per diventare padre per la terza volta. È uno dei matador de toros più importanti di Spagna e certo fra i toreri è quello su cui circolano le storie più mirabolanti, relative soprattutto alle sue conquiste: Ava Gardner, Lana Turner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, su tutte. Ma nel momento in cui scrive per Picasso c’è ben altro in ballo. Qualcosa che ha a che fare con l’amicizia, l’arte e l’immortalità.

Il pittore più famoso di Spagna, infatti, in Spagna non vive da molti anni. Quello che Dominguín chiama “il nostro ultimo Don Chisciotte”, è fedele al suo credo antifranchista e passa la maggior parte dell’anno in Francia, rimpiange la patria, e quando i toreri spagnoli si esibiscono nelle arene francesi, il più delle volte è sugli spalti. Tuttavia, a lui Dominguín non dedica i tori che uccide. Una volta, addirittura, manca l’appuntamento con il Maestro che gli ha chiesto di posare per lui. Del resto, a sua volta, ogni matador viene chiamato Maestro. Eppoi a Dominguín, a dispetto dell’età che li separa, ciò che più interessa di Picasso è l’amicizia. “Ho l’impressione che se io combattessi per lui e lui dipingesse per me, verrebbe meno la nostra relazione personale e ci lasceremmo trascinare sul piano professionale” scrive. Per poi aggiungere che quando Picasso gli mostra le sue opere nota nell’artista “un curioso pudore”, mentre, negli incontri dopo una corrida, lui stesso arriva a sentire “qualcosa che va oltre il pudore: la vergogna”. Sembra di leggere il Simposio platonico, quando Alcibiade descrive ciò che prova di fronte a Socrate. E invece si tratta del torero che sostiene di non saper tenere una penna in mano e di ignorare completamente il senso di quello che si trova a fare, lì al tavolino della sua tenuta andalusa. Ebbene, come Alcibiade riesce a dipingere “per immagini” la figura di Socrate, così al torero riesce quel che a pochi altri è riuscito: raccontare Picasso con immagini piene di una difficile facilità.

D’altronde, forse, come un perfetto esperto di maieutica, Picasso ha lasciato intuire al torero una grande verità: che non ci sono leggi né autorità, che ci si deve comportare come la propria arte ha insegnato, che si deve tirare fuori tutto da se stessi. A Dominguín, che gli ha chiesto conto di qualche nozione di pittura per diventare un miglior interprete, Picasso ha risposto: “Verrà il momento in cui ti renderai conto che, senza l’aiuto di nessuno, le nozioni che mi chiedi le avrai già apprese”. Il torero accetta la sfida e si lascia portare. Così scopre, scrivendo, di saper dire ciò che sente. E parte da un colore. Perché proprio come i toreri, Picasso padroneggia alla perfezione il primo colore con cui si affronta il toro. “Confesso di saper distinguere a malapena il nero dal bianco o il rosso dal blu” scrive Dominguín, “ma adesso che ci penso c’è un colore che conosco bene: il rosa. Il rosa di Picasso. Perché in fin dei conti io affermo che Picasso è Rosa. Rosa con il tragico del nero, la forza del rosso e più puro del bianco. Ecco cos’è lui per me”.

Come i grandi toreri spagnoli, poi, Picasso è animato dal “duende”, quello spirito trasfiguratore, indefinibile e sfuggente con cui ha giocato in pagine sublimi García Lorca e di cui si riappropria Dominguín. “È un soffio, dice qualcuno, è un nonsocché, lo si possiede o non lo si possiede, dicono altri; può darsi che sia la sorgente dell’arte, poiché sono giunto alla conclusione che importante è tutto ciò che è impossibile definire con esattezza”. Questo “duende” tutto andaluso, spesso gitano, secondo Dominguín, è il segreto di Picasso, delle sue “mani infaticabili e di continuo indaffarate”, del suo animo fanciullesco a settantanove anni, della Malaga andalusa dove è nato e che adesso è costretto a rimpiangere, e della terra di Castiglia che ha formato il suo stile di pittore, “una campagna talvolta così arida e così povera da avere come soli proprietari i filosofi, i poeti e i sognatori”. Quella stessa “Castiglia di pietraie, di grano e di uva da buon vino, di pascoli e di tori immobili nella loro posa scultorea” in cui Dominguín è diventato torero. Il simile conosce il simile, probabilmente. Il matador forse spera di essere posseduto anche lui dal “duende” di Picasso, ma non può concedersi il lusso di scriverlo. Si limita a raccontare quel che gli chiese il pittore: “Perché combatti i tori, Luis Miguel?” e la sua risposta dopo un breve silenzio: “Perché dipingi Pablo?” Un altro silenzio. Stavolta definitivo. “Si è quel che si è perché bisogna pur essere qualcosa” commenta Dominguín. E infine confessa: “Indosso il “vestito di luci”, il vestito torero, per accedere a qualcosa che mi trascende”.

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Lucia Bosè e Luis Miguel Dominguín https://minimaetmoralia.it/ritratti/lucia-bose-e-luis-miguel-dominguin/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/lucia-bose-e-luis-miguel-dominguin/#comments Tue, 09 Aug 2011 13:35:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4956 La prima volta in cui s'incontrarono fu a Madrid. Lui si avvicinò in punta di piedi – sembrava camminare sul nulla come sanno fare solo i ballerini e i toreri. Lei lasciò che le prendesse la mano e gli sorrise nel suo volto diafano e di una bellezza oltremondana. Chi era lì pensò che fossero già due parti solo materialmente separate di una coppia nata per vivere in un'altra dimensione. In realtà, dopo sorrisi e parole di circostanza, Lucia Bosé si allontanò pensierosa. Le pareva di aver appena conosciuto un uomo di antipatia assoluta: “Uno che recita più di tutti gli attori che ho incontrato” si confidò. “Recita la parte del torero rubacuori, padreterno e fatale”. Pochi giorni dopo già uscivano insieme. Un mese e lui le disse: “Ci sposiamo”. Due mesi e Luchino Visconti salì sull'altare per far loro da testimone.

Aveva ventiquattr'anni, Lucia Borloni, in arte Bosè, quattro meno dell'uomo che sposava. Commessa nella pasticceria Galli di Milano, era stata eletta miss Italia sedicenne e aveva recitato per registi come Antonioni, Soldati, Emmer – la sua carriera nel cinema era lanciatissima. Lui era della più influente famiglia torera di Madrid, sfidava animali fin da quando aveva undici anni, si era dichiarato il numero uno ormai da parecchie stagioni, era stato a fianco di Manolete il giorno della sua morte nell'arena, aveva toreato decine di volte di fronte a Hemingway. Per lei il torero fu il primo. Per lui l'attrice fu l'ennesima, ma stavolta apparentemente fatale. L'amore infatti travolse ogni cosa.

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La prima volta in cui s’incontrarono fu a Madrid. Lui si avvicinò in punta di piedi – sembrava camminare sul nulla come sanno fare solo i ballerini e i toreri. Lei lasciò che le prendesse la mano e gli sorrise nel suo volto diafano e di una bellezza oltremondana. Chi era lì pensò che fossero già due parti solo materialmente separate di una coppia nata per vivere in un’altra dimensione. In realtà, dopo sorrisi e parole di circostanza, Lucia Bosé si allontanò pensierosa. Le pareva di aver appena conosciuto un uomo di antipatia assoluta: “Uno che recita più di tutti gli attori che ho incontrato” si confidò. “Recita la parte del torero rubacuori, padreterno e fatale”. Pochi giorni dopo già uscivano insieme. Un mese e lui le disse: “Ci sposiamo”. Due mesi e Luchino Visconti salì sull’altare per far loro da testimone.

Aveva ventiquattr’anni, Lucia Borloni, in arte Bosè, quattro meno dell’uomo che sposava. Commessa nella pasticceria Galli di Milano, era stata eletta miss Italia sedicenne e aveva recitato per registi come Antonioni, Soldati, Emmer – la sua carriera nel cinema era lanciatissima. Lui era della più influente famiglia torera di Madrid, sfidava animali fin da quando aveva undici anni, si era dichiarato il numero uno ormai da parecchie stagioni, era stato a fianco di Manolete il giorno della sua morte nell’arena, aveva toreato decine di volte di fronte a Hemingway. Per lei il torero fu il primo. Per lui l’attrice fu l’ennesima, ma stavolta apparentemente fatale. L’amore infatti travolse ogni cosa.

Quando si rividero dopo quella prima volta a Madrid, Luis Dominguin le parve “di una bellezza che lascia senza fiato”. In effetti chi tentava di dominarsi era il torero. Capace  per mestiere di dissimulare il sentimento – che sia l’eccessiva confidenza o la temibile paura – fece ricorso al massimo autocontrollo per mantenersi elegante e posato. Le propose di rivedersi con tranquillità. Pochi giorni dopo, la ragazza che aveva resistito a qualsiasi tentazione perse la verginità e rimase a letto con il matador per tre giorni. Stavolta, lui non si alzò subito dopo, come aveva fatto con Ava Gardner, dichiarandole sbrigativo: “Vado a dirlo agli amici”. Né fece quel che aveva fatto con Lana Turner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, tanto per dirne qualcuna tra le decine. Lucia diventava sua moglie.

Mentre le innumerevoli amanti perdevano il sogno di conquistare il torero e una di loro, l’attrice cecoslovacca Miroslava Stern, venne trovata morta, suicida, con la foto del matador in mano, casa Dominguin per Lucia divenne un rifugio da tutto e da tutti, anche più di un rifugio. Aveva subito abbandonato la carriera e aveva accettato di non uscire più di casa se non con il marito. Era seguita  costantemente da quattordici persone in servizio, pronte a soddisfarne ogni desiderio, pronte anche a evitare che fosse presa dalla voglia di andarsene al parrucchiere da sola.

Vivere con un torero è complicato e Lucia Bosè se ne accorse in fretta. Lo racconta meglio di ogni cosa un altro dei detti celebri di Dominguin: “Ho sul corpo più di cento ferite. Portano il nome delle donne che ho avuto. I tori le conoscevano e ne erano gelosi”. Per una ragazza innamorata, nelle cicatrici che segnano la silhouette perfetta dell’amante, c’è il pericolo della morte che l’uomo ha deciso di sfidare continuamente: quel che può creare in un vero torero “occhi da leggenda: il carisma di chi ogni giorno si gioca la vita”. Ma ciò che della frase di Dominguin non si può fraintendere è la gelosia che gira attorno al corpo del seduttore, una gelosia suscitata, ma anche provata con lo spirito del persecutore. Il mondo di Dominguin, infatti, è un mondo di avvicinamenti e respingimenti diabolici, sottomissioni e rivalse, amore e morte. “Dà più cornate la fame che il peggior toro” si dice in ambiente taurino. Alla Cerveceria Alemana di Madrid in plaza Santa Ana, dove la famiglia Dominguin ha il suo “ufficio”, si preferisce la versione popolare del detto: “Danno più cornate le donne”. Ancora una volta, quell’ostentazione machista tipica della Spagna profonda nasconde ben altre verità: dalle corna dei tori, a quelle di letto, in cui Dominguin certamente eccelle.

Lontana da tutti, la ragazza italiana, caparbia e determinata, soffre senza chiedere compatimenti per le “assenze” di quello che chiamerà sempre e soltanto “il torero”. Finge distacco e fa a pieno titolo la madre dei tre figli che via via le nascono mentre altri, numerosi, ne perde. Con Miguel, Lucia e Paola c’è sempre meno tempo da dedicare alle preoccupazioni. Del resto, la vita mondana della coppia non si è interrotta. Semmai è stata coronata da un’amicizia particolare: quella di un piccolo artista da sempre innamorato della bellezza femminile che a Lucia è stato presentato da Jean Cocteau. Pablo Picasso non dimenticherà mai il primo incontro con la Bosè. Più tardi ne dipinge il volto in una frase: “un perfetto mosaico di ossa”, poi diventa amico del marito, di cui esalta l’arte. Infine diventa padrino del piccolo Miguel che tiene spesso con sé nel suo atelier. L’artista però, per i coniugi Dominguin, non è che l’apice di una vita sulla ribalta. Viaggi ovunque, un aereo privato, la protezione del Generalisimo Franco, weekend a Marbella, Biarritz, Bilbao, amicizie fra i migliori flamenchisti del Paese, ogni tanto un pomeriggio con Salvador Dalì: “esuberante, irresistibile”. I giorni sono scanditi dalle attese e le esplosioni di lusso, le amarezze, i tradimenti, la solitudine. La tenuta andalusa dove Luis Miguel si è messo ad allevare tori è diventato il buen retiro principale, ma ogni reggia di Spagna comincia a somigliare per la ragazza sempre più a una prigione.

Le incomprensioni infine crescono inarrestabili. Ruotano tutte attorno a plazas e letti. Dei tradimenti è meglio non parlare neppure. Dei tori invece non si può fare a meno. A Lucia Bosè la corrida non piace e questo rischia di rivelarsi un crimine più insopportabile di qualunque altra debolezza o rancore. La fine viene scritta a lettere di fuoco. Il matrimonio è durato poco più di tredici anni. La vita però per Lucia semmai ricomincia: pochi mesi e riprende a lavorare. Come attrice, sembra maturata più che se avesse calcato palchi ogni giorno degli anni di lontananza. C’è una donna adesso, non più una bambina, per registi come i fratelli Taviani e Fellini. C’è una madre che riesce a dedicarsi costantemente ai figli – “la cosa più bella che il torero mi ha dato in una storia che è finita come finisce tutto. Come quando sul palco cala il sipario”.

Luis Miguel tornerà a sposarsi. Lucia no. Al torero non consentirà di rifarlo in chiesa, rifiutandosi sempre di ammettere la rottura presso la Sacra Rota. Il matrimonio è una volta sola – su questo la Bosè non ha altra parola. Quel che l’ha resa diversa da tutte le decine di donne di cui i tori erano stati gelosi è un marchio che deve restare indelebile. Più doloroso e più orgasmico di qualsiasi ferita da corrida. Perché l’amore può essere insieme più dolce e più amaro di ogni cosa, proprio come diceva Saffo. Alla fine, resta un disegno perfetto per raccontare quella storia. Esce dalle mani di Picasso. Sono linee sottili e ondulate in una magia tipica solo dei grandi artisti. Pochi tratti che si uniscono in un toro sollevato in volo da due piccole ali. “I tori sono angeli con le corna” disse Picasso consegnando il disegno a Lucia. Lei lo tenne sempre nei propri cassetti. Di sé avrebbe detto: “Adoro gli angeli ma sono attratta dei diavoli”. Del marito avrebbe sentenziato: “Il torero era un diavolo. Ma una piuma d’angelo gli era rimasta attaccata”.

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