Luciano Moggi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luciano-moggi/ un blog di approfondimento culturale Sat, 21 Mar 2015 13:05:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luciano Moggi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luciano-moggi/ 32 32 Una dichiarazione d’amore al Toro di uno che a Torino non ci è nato né ci ha vissuto https://minimaetmoralia.it/ritratti/una-dichiarazione-damore-al-toro/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/una-dichiarazione-damore-al-toro/#comments Sat, 21 Mar 2015 16:00:18 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25948 Su Rivista Undici, che vi invitiamo a leggere, è iniziata una serie di articoli sul tifo e le sue sfaccettature. Questa è la prima puntata, scritta da Ivan Carozzi e dedicata al Torino. Ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

Quando ho iniziato a tifare il Torino? Non c’è una risposta, perché è una domanda sull’origine. E io non so da dove vengo. La memoria può spingersi come una torcia fino ad un certo punto. Fino a quando la luce diventa intermittente. Poi non c’è più nulla. Solo buio. Il Torino è la squadra che tifava mio fratello, più grande di me di cinque anni. Questo lo so. Ma quando è iniziato? E chi ero io, prima, in quella pappa morbida, senza tempo, quando ancora non avevo cominciato a parlare, a contare con le dita, a formarmi, a diventare, fra tante cose, anche un tifoso? Prima di radicare nella polpa del cuore l’affezione determinata per un colore e una squadra? Un lunedì mattina di effervescenza, dopo la vittoria col Bilbao e il Napoli, dopo dodici risultati utili in campionato, ho scritto a mio fratello. Gli ho chiesto: ma tu ti ricordi, Massimo? Eccetera eccetera. Tu lo sai quando o perché hai iniziato a tenere per il Toro?

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torinoSu Rivista Undici, che vi invitiamo a leggere, è iniziata una serie di articoli sul tifo e le sue sfaccettature. Questa è la prima puntata, scritta da Ivan Carozzi e dedicata al Torino. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

Quando ho iniziato a tifare il Torino? Non c’è una risposta, perché è una domanda sull’origine. E io non so da dove vengo. La memoria può spingersi come una torcia fino ad un certo punto. Fino a quando la luce diventa intermittente. Poi non c’è più nulla. Solo buio. Il Torino è la squadra che tifava mio fratello, più grande di me di cinque anni. Questo lo so. Ma quando è iniziato? E chi ero io, prima, in quella pappa morbida, senza tempo, quando ancora non avevo cominciato a parlare, a contare con le dita, a formarmi, a diventare, fra tante cose, anche un tifoso? Prima di radicare nella polpa del cuore l’affezione determinata per un colore e una squadra? Un lunedì mattina di effervescenza, dopo la vittoria col Bilbao e il Napoli, dopo dodici risultati utili in campionato, ho scritto a mio fratello. Gli ho chiesto: ma tu ti ricordi, Massimo? Eccetera eccetera. Tu lo sai quando o perché hai iniziato a tenere per il Toro? Mi ha risposto che dev’essere stato non per via dello scudetto del 1976 – l’ultimo vinto – ma, stranamente, per il secondo posto in campionato dell’anno successivo. Dietro la Juventus. Un punto di distacco. Quando ho letto nel testo della mail la cifra “1977”, ho provato un breve straniamento. Io e mio fratello esistevamo già, nel 1977? Non mi sembrava vero. Ma è tutto documentato da un certo numero di fotografie. Da quel mondo di cose obsoleto e affettuoso in cui ci facciamo scaldare dalle braccia di nostro padre e nostra madre. Quanto avrà ruotato la Terra, dal 1977 ad oggi, sbocciando e sfiorendo ad ogni giro?

Sono nato in una piccola città dell’alta Toscana, non sono per niente alto, sono miope e ho gli occhi verdi, sto perdendo i capelli, ho una cicatrice vicino all’ombelico, mi piace leggere, mi piace scrivere, mi piace ascoltare la musica – specie la colonna sonora de Il petroliere – mi piacciono le gambe delle donne, penso alla pizza ogni giorno, detesto Jimmy Fallon, sono spesso molto infelice, incline alla dipendenza affettiva, ma non estraneo al mondo che ruota, ai volti delle persone che incontro per strada. E in mezzo a questi dati che mischiati mi formano, sopra queste scaglie, si rifrange sempre un po’ la luce, almeno un piccolo lampo, della mia fede: il Toro, chiodo piantato nella testa. Da qualche anno un po’ sul punto di uscire dal buco.

Nelle scuole, nelle piazze dove sono cresciuto, nessuno tifava per il Torino. Eccetto pochissimi che ho finito per conoscere e reputare, dentro di me, affiliati ad una religione abbastanza esotica ed arcana. Come gli yazidi.

Due episodi. Il primo è ambientato in una strada secondaria, una domenica pomeriggio in autunno. Avevo sei o sette anni e attraversavo la strada, deserta, seguendo alla radiolina la partita del Torino. Il boato dello stadio nell’orecchio. Passa una macchina, con un uomo e una donna a bordo, e m’investe. Un mese e mezzo di gesso, coccole e la ricalcificazione di una tibia e di un perone. Nello stesso periodo il maggiolino Volkswagen di mio padre aveva incollato sul lunotto un adesivo Forza Toro. Il secondo episodio si svolge in una gastronomia. A rammentarlo, oggi, mi ricorda i negozi e i bottegai di Newark descritti in Pastorale americana. Era un posto dove mi portava ogni tanto mio nonno. In fondo non aveva niente a che fare con Philip Roth. Il proprietario della gastronomia si chiamava Mannuccio. Era un amico di mio nonno. Entrambi erano commercianti e avevano un piccolo ruolo nel Partito Comunista locale. La gastronomia era anche la sede di un club granata e nel civico accanto, per combinazione, c’era una sede della Toro Assicurazioni, sormontata da un’insegna decorata con un disegno del bue con le corna. Il club gastronomia e gli uffici dell’Assicurazione erano per me due proiezioni stereometriche di una stessa deità. Quando entravo, Mannuccio mi chiamava dietro il bancone, mi appoggiava la testa sul tagliere, tenendola per un ciuffo e schiacciandola di fronte alla vetrina con i salami e i prosciutti. Poi alzava il coltello sporco di grasso e me lo puntava all’orecchio, che con il pollice teneva steso come una striscia di pasta sopra il legno del tagliere. Quindi mi chiedeva, col sigaro spento in bocca, di recitargli la formazione del Torino. «Martina, Danova, Francini, Galbiati, Leo Junior…». Allora posava il coltello, apriva e chiudeva una porta a soffietto e tornava con un gagliardetto e la foto della squadra autografata. Perciò uscivo dalla gastronomia comunicato. Mannuccio aveva fortificato il cromosoma e innervato in profondità la mia sessualità calcistica. C’è un terzo episodio. O meglio: una serie di episodi che si ripetono nell’infanzia. Giravo per le strade vicino alla casa dove sono nato. Giocavo a calcio in una piazza, con i miei amici di un tempo. E ogni tanto vedevamo spuntare Dante Bertoneri, col borsone e vestito in tuta d’acetato: lo fissavamo, col pallone sotto la punta delle scarpe, e lui ci ricambiava un sorriso sincero. Bertoneri era una grande promessa del Toro. Abitava proprio vicino a casa mia. Con una sua storia particolare, forse troppo emotivo, inadatto al mercato: una vittima di Luciano Moggi –  ha detto di sé Bertoneri – all’epoca in cui Moggi era un dirigente del Torino.

Per varie ragioni, crescendo, mi sono disaffezionato al calcio. Fino a un certo punto ho continuato a sognarmi il derby a ogni vigilia. Poi sono diventato troppo grande. Ho seguito sempre meno il campionato, anche perché il Toro aveva cominciato a scomparire in Serie B e a risalire in A per fare dei tornei orrendi. Però non potevo passare la domenica senza informarmi sul risultato della partita. Quando il Toro vince, oggi come allora, provo una felicità – molto privata – che non comunico a nessuno: una specie di piccola fosforescente medusa che si gonfia sotto lo sterno. Se perdeva mi sentivo bastonato. Tantomeno ne facevo parola con qualcuno. Al bar sono sempre l’unico granata, quando ogni tanto, a Milano, vado a vedermi un incontro, con la birra che sgasa nel boccale, i pixel verdi dello schermo e sul tavolo la ciotola di patatine. Se pareggia mi sento improvvisamente vuoto. Esco dal bar, solo e impossibile da comprendere. Se perde mi sento peggio, illividito dai neon blu della saletta Mediaset Premium e con la lingua ingrassata dalle patatine. Come l’ultima volta, quando abbiamo perso con lo Zenit a San Pietroburgo.

Del Toro mi è rimasto questo, mescolato nei fondamenti: il piacere di perdere. La sconfitta come un fatto da rivendicare. L’aereo di Superga sbriciolato nelle ossa insieme al calcio. Anche in queste settimane, dopo la vittoria in Spagna col Bilbao e dopo i dodici risultati utili consecutivi in campionato, che mi hanno spinto a digitare quel messaggio a mio fratello. Questa cosa si è impastata al carattere, strutturalmente, e credo abbia deciso, in gran parte, la mia avversione epidermica per Matteo Renzi, uno a cui piace sventolare il 40,8% di una vittoria elettorale. Dentro di me lo categorizzo e calcolo come juventino. E chi sono da sempre glijuventini, giù, nel punto più umido e infossato della mia coscienza, dove i totem restano fissi e immobili come statue? Sono bambini viziati, che l’avvocato Agnelli porta ogni sabato in montagna a sciare. Non ho potuto che provare, per tutta la vita, una diffidenza invincibile, radicale. Lavorando in Tv, in un programma di La7, un giorno ho incontrato il proprietario della rete, il presidente del Torino Urbano Cairo. Ci siamo ritrovati dentro una piccola stanza per una sbicchierata, insieme a un mucchio di altra gente. Come in una pagina di copione firmato in basso Salce-Villaggio. Tappi di spumante contro un soffitto basso e il botto che ti entra nelle orecchie. Col velo giallo che si forma sull’occhio al terzo bicchiere, vedevo Cairo avvolto da una conchiglia di luce, tra quelle giacche che lo sfioravano e le mani che si tendevano per stringere la sua. Era il periodo magico di Alessio Cerci e Ciro Immobile. Lui era il mio capo. L’ho capito da animale. Nelle onde e nel magnetismo. Con il naso e l’olfatto. Era il superiore di Mannuccio. Gli ho detto «Grazie, Presidente», mentre tenevamo entrambi il bicchiere di plastica in mano. Mi ha rivolto un breve sorriso, nient’altro. Ero comunque entrato nel suo campo visivo. C’era stato un contatto. La mia immagine era caduta come un sassolino in fondo alla sua pupilla. Fino a diventare piccola come un quark. Ma la storia non finisce qui. Potrei un giorno anche smettere di tifare Toro e diventare una persona felice.

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Da Radio Deejay, al caso Moggi, a Fantozzi, a Elio, a Comunione e Liberazione… La “Sterminata domenica” di Claudio Giunta https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/ https://minimaetmoralia.it/libri/da-radio-deejay-al-caso-moggi-a-fantozzi-a-elio-a-comunione-e-liberazione-la-sterminata-domenica-di-claudio-giunta/#comments Tue, 11 Feb 2014 07:47:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18366 Questo pezzo è uscito sull'ultimo numero de Lo Straniero.

Nell'Italia degli ultimi trent'anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l'ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

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Questo pezzo è uscito sull’ultimo numero de Lo Straniero.

Nell’Italia degli ultimi trent’anni ci sono stati almeno due sistemi per negare la complessità, talmente efficaci da aver prodotto risultati.

Il primo è stato quello di ritenere (e dichiarare) che la complessità non fosse necessaria o addirittura fosse un male. Un rifiuto, questo, portato avanti da un populismo di destra impegnato a cavalcare l’ostilità del lumpen-ceto-medio-basso verso gli intellettuali, ostilità in qualche caso non del tutto ingiustificata (si pensi alla corporazione dei baroni universitari, o agli editorialisti talmente riflessivi da specchiarsi in Adorno), ma che nella stanza dei bottoni ha poi prodotto agghiaccianti risultati da espressionismo brianzolo quali Sandro Bondi o Mariastella Gelmini.

Il secondo modo per negare la complessità, sul fronte opposto, ha visto per protagonisti quei “professori di filosofia che aspettano la fine dei tempi o la fine del Capitalismo chiosando Heidegger” (cit. Giunta), e che, proprio per questo ­– rifiutandosi di frequentare ciò che il mondo nel frattempo è diventato fuori dal Palazzo accademico, ma soprattutto non intuendo che persuadersi di essere geneticamente incompatibili con il mondo di Bouvard e Pécuchet è un indizio che conduce a molte prove – afferrano e restituiscono di tutto il resto una parte troppo piccola per come pretendono di essere consegnati alla posterità (indizio numero due).

Di tutto questo prova a rendere giustizia Claudio Giunta in Una sterminata domenica (Il Mulino), una serie di saggi (forse sarebbe corretto definirli reportage) sul paesaggio italiano visitato attraverso esperienze che una certa prosopopea d’antan avrebbe definito middlebrow e Giunta ha l’onestà (e il tempismo) di chiamare col nome più appropriato: pop.

Se i nostri luoghi geografici sono più standardizzati rispetto ai tempi in cui Milano e Lampedusa non erano uniti neanche dalla lingua, le “increspature” del paesaggio che diventano significative non sono solo fisiche ma anche sacche di immaginario, microcosmi semantici, vicende di cronaca, avventure imprenditoriali, piccoli e meno piccoli sistemi di potere che mescolano tra loro proprio l’immaginario e l’impresa commerciale.

Ecco dunque l’Italia restituita attraverso il meeting di Cl, la saga di Fantozzi, il percorso degli Elio e le Storie Tese, il caso Moggi, il fenomeno Radio Deejay.

I libri che in questi anni hanno fritto l’aria intelligentemente con la scusa (o era la causa?) dei cultural studies non si contano, ma Giunta evita le trappole in cui la nostra esperienza (cioè l’esaurita pazienza) di lettori ritiene ormai che un libro del genere debba cadere poche pagine o righe prima che in effetti lo faccia.

Proverò a elencare qualche motivo per il quale la strategia di Giunta mi sembra invece interessante, e soprattutto lo faccia muovere in quella fascia d’esperienza che sta sotto il Tannhäuser non più di quanto sorvoli i raduni di Pontida, senza farsi fregare dal fantasma della fresca eruditissima ma alla distanza anche un po’ ingenua euforia da sdoganamento dei Sessanta (Umberto Eco, che per il pop fu ciò che oggi un cinquantenne potrebbe rappresentare per internet rispetto a un nativo digitale) né dal colpevole feticismo un po’ suicida del decennio successivo (non mi basta rintracciare una scheggia di Sid Vicious in Carlo Freccero e altri situazionisti tricolori per definire più punk che establishment la sua tv, non più di quanto mi sentirei di dire che la carriera politica di Gianni De Michelis fu segnata da Tony Manero più che dalla Enimont).

Una mossa di Giunta è allora quella di prestare inizialmente il fianco con onestà all’altro da sé, riconoscendogli dei meriti, in certi casi riconoscendo se stesso – molto sanamente – in una parte mai nel tutto estranea all’oggetto d’indagine. Da questo punto di vista, un precursore recente di questo modo di procedere è Forza Simba, il reportage che David Foster Wallace scrisse nel 2000 per «Rolling Stone» sulla campagna elettorale di John McCain per le primarie repubblicane. Cosa faceva in quel caso di interessante DFW? Osservava le gesta di un uomo politico che rappresentava un universo assai lontano dal proprio e una sfera di valori addirittura opposta, senza che questo gli impedisse di provare anche ammirazione (per come, ad esempio, prigioniero in Vietnam, nonostante le torture subite nel corso della detenzione, McCain rifiutò la propria liberazione privilegiando quella di un soldato semplice precedentemente catturato), ma senza soprattutto che questa ammirazione annullasse mai le differenze ideologiche, il che è proprio la via d’uscita da quel manicheismo permeabile che è solo uno dei paradossi in cui si è mosso in questi anni il dibattito pubblico.

Allo stesso modo (con una lingua davvero efficace, cioè limpida senza evanescenze, empatica senza euforia, severa senza anatemi da scagliare) Giunta è capace di infilarsi al meeting di Comunione e Liberazione lasciando che le perplessità per il revisionismo imperante (Leopardi ridotto a un inguaribile ottimista, la conquista delle Americhe non il preludio di un genocidio ma la missione spirituale che salvò l’anima di milioni di nativi, e così via) tentennino un attimo di fronte all’incredibile gentilezza con cui i militanti di CL trattano tutti, compreso lui e gli altri laici che si sono avventurati nel territorio sconosciuto. Una gentilezza mai sperimentata negli ambienti di sinistra né tra i militanti del PDL (avversari magari sul piano ideologico, ma non così “estranei” e “paralizzanti” come i ciellini), tanto da far scrivere a Giunta che in certi casi “la gentilezza è più importante della verità”.

Se non fosse che, poche pagine dopo, con un colpo di coda che ho capito essere un marchio di fabbrica (una sorta di istantaneo terzo atto, un contro-contro movimento) del discorso retorico che presiede Una sterminata domenica, Giunta scrive: “infine, questa coazione ad allargare il cerchio dell’amicizia del movimento non è senza rapporto con la sua traiettoria politica: cioè soprattutto con l’enorme rete di poteri e di interessi che è la Compagnia delle Opere e col filo doppio che ha legato e ancora lega in questi anni CL – il movimento nato per «proporre la presenza di Cristo come unica vera risposta alle esigenze profonde della vita umana di ogni tempo» – a Silvio Berlusconi”.

Interrogati su questo aspetto, due o tre attivisti rispondono che, semplicemente, in politica i ciellini appoggiano quelli che gli danno più spazio, che li aiutano a raggiungere i loro obiettivi. “E così pare proprio”, conclude Giunta, “che questi paladini dell’antirelativismo abbiano accettato di sottoscrivere lo slogan stesso del relativismo: anything goes, tutto va bene purché serva «a raggiungere i nostri obiettivi»”.

Ecco, in tre tempi, restituita la complessità: a) al meeting di Cl si spacciano per verità assodate tesi storiche ai limiti dell’assurdo, che accostano i ciellini ai raeliani e agli invasati di Scientology, b) i ciellini sono di una gentilezza disarmante. Questa gentilezza è in buona fede, fa bene, è una cosa buona, lo è al di là del fatto che chi la pratica è convinto che Leopardi in fondo “pensasse positivo”, c) la gentilezza in questione non è un astuto mezzo per raggiungere fini turpi, è un valore in sé, questo bisogna avere l’onestà di riconoscerlo, ma questo non toglie tuttavia che Comunione e Liberazione sia anche un gigantesco sistema di potere che fa paura, e che intimamente potrebbe non avere molto a che fare col Vangelo nonostante la buona fede dei militanti.

Stessa cosa per il fenomeno Radio Deejay, di cui Giunta è un ascoltatore accanito: a) chi pensi che Linus, Nicola, Albertino, Fabio Volo e compagnia siano un’accolita di fighetti miliardari dovrebbe ricordare che erano piuttosto un gruppo di proletari (quasi tutti di sinistra) a cui trent’anni fa riuscì di costruire un impero mediatico a suon di duro e onesto lavoro e alcune idee eccellenti, b) per i parametri del pop “Deejay chiama Italia” è una trasmissione perfetta, i conduttori usano un italiano chiaro e pulito, costruzioni linguistiche che le trasmissioni delle altre emittenti private nazionali si sognano, c) a “Deejay chiama Italia” non si parla di come Lacan abbia aggiornato Freud, ma il problema in questi casi sarebbe in chi cerchi un articolo di «Tel Quel» nelle telefonate con gli ascoltatori (telefonate che tuttavia, se ascoltate con attenzione, per la capacità che i conduttori hanno di far aprire gli interlocutori in modo sempre garbato, senza mai ricorrere alla volgarità, potrebbero riservare non poche sorprese), d) Fabio Volo ha la colpa di trattare radiofonicamente la letteratura alla stregua dei bigliettini dei Baci Perugina e quella ancor più grave di spacciare per romanzi i suoi non-libri, e tuttavia: poco prima delle ultime elezioni è stato tra i pochi, potendo disporre della sua audience, ad attaccare Berlusconi (senza risparmiare il PD) con una frontalità mancata a molti intellettuali; ogni anno rinuncia a molte centinaia di migliaia di euro rifiutandosi di sponsorizzare o fare la pubblicità per alcunché, e) Linus è uno stakanovista e un organizzatore del lavoro fenomenale, f) Linus ha il terrore di invecchiare, non riesce a diventare adulto, il modo in cui mitizza le sue origini proletarie da un certo punto in poi ha cominciato a diventare sospetto, g) il fatto di essere diventato miliardario, se da una parte non lo ha portato ad avere un rapporto osceno col denaro (la sua mancanza di ostentazione, come del resto quella di Fabio Volo, è proverbiale) dall’altra non ha impedito un certo scollamento dalla realtà, h) anche per questo forse da qualche tempo Linus porta avanti, all’interno del proprio gruppo, una politica del lavoro (e soprattutto dei licenziamenti) a dir poco discutibile, certamente non in linea con i valori da cui vorrebbe essere ispirato, h) tutti i meriti di Radio Deejay non tolgono che in fondo in fondo l’emittente non sia altro che uno tra i più accettabili, puliti, edulcorati frammenti che tutti quanti insieme formano però la “vera anima nera di quello che chiamiamo neo o tardo capitalismo”, vale a dire lo show business.

E così via (con diversi gradi di fascinazione che diventa anche diffidenza, e viceversa) per Fantozzi, per Elio e le Storie Tese, per Luciano Moggi.

La cosa interessante – oserei dire la novità – del discorso di Giunta è che i punti delle sue analisi cercano di restituire più complessità che sintesi, non si divorano l’un l’altro perché ne resti vivo uno come vorrebbe la logica del succitato manicheismo permeabile.

Il fatto che Fabio Volo sia un non scrittore spacciato per storyteller non toglie che in certi casi abbia mostrato (nel proprio ambiente e dal proprio speakers’ corner) un coraggio che alcuni scrittori-scrittori e intellettuali-intellettuali non praticano nei propri, il che non lo riabilita certo come scrittore. Il fatto che si abbia il dovere di tenere il punto su Leopardi discutendo con un militante di CL (e che si debba tenere ben presente che CL è una struttura di potere anche molto pericolosa) non toglie che a quel militante si debba riconoscere la virtù della gentilezza e di una certa empatia (e che magari gentilezza ed empatia sia giusto rivendicarle lì dove sono totalmente assenti, ad esempio quelle redazioni o quei dipartimenti universitari nati per cambiare il mondo nel nome di Marx). In un paese in cui lo scontro si è fatto binario, e quindi stupido, alzare il tiro del discorso in questo modo è un merito.

Infine. Tra le righe di Una sterminata domenica serpeggiano i segni di una cultura solida (tra le altre pubblicazioni dell’autore c’è ad esempio un commento alle «Rime» di Dante). Tuttavia Claudio Giunta non è una forza del passato che sconta sulla propria pelle le contraddizioni del presente. Non è un aquinate di Alessandria che in un paese di acquasantiere e busti di Togliatti getta scompiglio mischiando Bibbia e Dylan Dog. Non è neanche un bombarolo degli anni Settanta convinto di ritrovare stralci di libretto rosso tra Bombolo, er Monnezza e Edwige Fenech. Per privilegio di anagrafe, come quasi tutti quelli della sua generazione, Giunta ha ascoltato la voce di Cristina D’Avena prima di quella di Rilke, ha seguito le avventure di Pentothal e Zanardi prima di quelle di Julien Sorel. Di questo non si fa un vanto né per questo si autocommisera. Ne prende atto, e dalla presa d’atto comincia con onestà la propria indagine.

Quali siano i limiti e le vere trappole da evitare per questo genere di approccio (quali rischino di disinnescarlo strada facendo come è successo agli “esploratori” delle generazioni precedenti) lo capiremo nei prossimi anni, per ora mi sembra interessante che un discorso di questo tipo inizi ad avere il suo spazio.

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Compagno Zeman https://minimaetmoralia.it/sport/compagno-zeman/ https://minimaetmoralia.it/sport/compagno-zeman/#comments Fri, 07 Sep 2012 09:32:08 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9368 Ieri è uscito su «Libero» un articolo di Giuseppe Pollicelli dal titolo «Altro che ribelle: belle parole e pochi fatti. Zdenek è un comunista...». Pubblichiamo la risposta di Emiliano Sbaraglia

Cari vecchi comunisti,

nascosti ormai alla perfezione tra le pieghe della società italiana, finalmente una bella notizia: non siete più soli. Pochi sì, ma meno soli. Insieme a voi da oggi un compagno insospettabile: Zdenek Zeman. Ebbene sì, proprio lui, l'attuale allenatore della Roma, icona del calcio pulito, come hanno scolpito con onesta perfidia in uno striscione della curva interista, da leggere in chiave chiaramente anti-juventina.

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Ieri è uscito su «Libero» un articolo di Giuseppe Pollicelli dal titolo «Altro che ribelle: belle parole e pochi fatti. Zdenek è un comunista…». Pubblichiamo la risposta di Emiliano Sbaraglia

Cari vecchi comunisti,

nascosti ormai alla perfezione tra le pieghe della società italiana, finalmente una bella notizia: non siete più soli. Pochi sì, ma meno soli. Insieme a voi da oggi un compagno insospettabile: Zdenek Zeman. Ebbene sì, proprio lui, l’attuale allenatore della Roma, icona del calcio pulito, come hanno scolpito con onesta perfidia in uno striscione della curva interista, da leggere in chiave chiaramente anti-juventina.

La tesi viene espressa in un articolo di tale Giuseppe Pollicelli, firma di “Libero”, il giornale che è riuscito nell’ardita impresa di includere tra i suoi opinionisti Lucky Luciano Moggi, ovviamente dopo la sua condanna. E che sia proprio Big Luciano tra gli ispiratori del pezzo in questione sembra più che probabile, date le inesattezze e le intenzioni piuttosto palesi di voler colpire la persona, provocandolo negli affetti più cari, prendendo come pretesto il suo integralista credo calcistico, tutto gradoni e 4-3-3, che secondo Pollicelli rappresenterebbe la prova provata di un’ideologia incrollabile, di una fede cieca nelle proprie convinzioni, proprio come Baffone insegna.

Facile immaginare le reazioni del tifo romanista, trasformatosi nel tempo, dopo l’estinzione dello storico Cucs intorno alla metà degli anni novanta, in un bacino di reclutamento della nuova destra, almeno in alcuni spicchi di Curva Sud. Ma al di là delle questioni ideologiche, che non appartengono più a questo secolo, il tifo giallorosso per fortuna è anche e soprattutto molto altro, e mantiene le radici di quella sua componente ironica tipica del romano verace, testaccino e trasteverino, al quale basta una battuta per smontare le tue elucubrazioni, mettendoti impietosamente a nudo.

Così al bar, in radio o nel web, si commenta il buon Pollicelli: “Pare che nelle scuole intorno a Trigoria i ragazzini nun ce li mannano più, pe’ paura che se li magna Zeman”. “Domani all’allenamento je toccano li Stalingradoni”. “Ao’, er vice- allenatore nun se trova più: se chiamava Trotsky”. E via di questo passo.

Cari vecchi fasci,

ben visibili e riconoscibili tra le pieghe (piaghe?) della società italiana, se tifate Roma non abbiate timore: Zdenek Zeman non è comunista. Uno che scappa da Praga, la sua città, dopo l’arrivo dei carri armati sovietici, vedendo spazzar via i sogni della  Primavera, non può essere comunista, nel pensiero e nell’azione.

Le idee calcistiche di Zeman, per l’appunto, appartengono solo ed esclusivamente al mondo del calcio, quel mondo del calcio che in Italia lo ha esiliato per anni, reo di aver detto chiaro e tondo ciò che tanti sapevano e che poi (carte e morti per doping testimoniano) si è purtroppo rivelato essere vero. Altro che godere (come il comunismo) “di un occhio di riguardo da parte dei media che lo trattano alla stregua di un santo o di un eroe”, come scritto nell’articolo.

L’impressione è che qualcuno cominci ad avere paura, paura del successo in campionato di un uomo scomodo, un successo che non andrebbe giù a molti. Moltissimi.

Nel frattempo il boemo tira dritto, alla ricerca del risultato. E se si trova un Totti tra le mani, da dover preservare in una teca di cristallo, magari è disposto pure a modificare in corsa il suo leggendario 4-3-3, e la sua proverbiale visione del collettivo: “Per me giocatori sono tutti uguali. Sono tutti dei figli”. E infatti, in ogni caso, i gradoni (da oggi Stalingradoni) non li risparmia nemmeno al trentaseienne capitano della sua Roma, che dal primo giorno di ritiro suda più di tutti gli altri, con il sorriso sulle labbra.

Compagno Zeman.

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