Luigi Cancrini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luigi-cancrini/ un blog di approfondimento culturale Fri, 08 Jan 2021 12:11:02 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luigi Cancrini Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luigi-cancrini/ 32 32 Perché anche la politica dovrebbe riflettere su Muccioli e San Patrignano https://minimaetmoralia.it/societa/perche-anche-la-politica-dovrebbe-riflettere-su-muccioli-e-san-patrignano/ https://minimaetmoralia.it/societa/perche-anche-la-politica-dovrebbe-riflettere-su-muccioli-e-san-patrignano/#comments Fri, 08 Jan 2021 12:11:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=47531 Pubblichiamo un pezzo uscito su Domani, che ringraziamo.

Parlare di tossicodipendenze è difficile, si oscilla fra logiche repressive e totale disinteresse, è molto raro leggere o vedere qualcosa sul consumo di droghe che porti a un ragionamento più ampio e vada oltre le nostre certezze. Questo, Sanpa, la serie Netflix su Vincenzo Muccioli, riesce a farlo, qualsiasi sia la posizione che abbiamo nei confronti di quella storia.

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Domani, che ringraziamo.

Parlare di tossicodipendenze è difficile, si oscilla fra logiche repressive e totale disinteresse, è molto raro leggere o vedere qualcosa sul consumo di droghe che porti a un ragionamento più ampio e vada oltre le nostre certezze. Questo, Sanpa, la serie Netflix su Vincenzo Muccioli, riesce a farlo, qualsiasi sia la posizione che abbiamo nei confronti di quella storia.

Da spettatori siamo portati subito al centro dell’evento, quando, nel 1978, nasce la comunità di San Patrignano, una risposta (non certo l’unica come sembra dalla serie) a politiche pubbliche che non riescono a fronteggiare la marea dell’eroina che sta spazzando via una generazione: Muccioli appare a tante famiglie ma anche a tanti “drogati”, un salvatore.

Ma non solo. Vincenzo Muccioli capisce che quello del recupero dei tossicodipendenti sta per diventare un affare. Sicuramente nel suo progetto iniziale pesa moltissimo anche la sua aspirazione a diventare una specie di guru, un mistico della riviera romagnola, ma certo il business non è secondario.

Le cinque puntate della serie Sanpa raccontano di una crescita esponenziale di soldi che portano in pochissimi anni la piccola comunità a diventare un luogo ricchissimo anche grazie al supporto finanziario della famiglia Moratti e di altri ricchi e disperati genitori (Enrico Maria Salerno, Paolo Villaggio) che vedono in San Patrignano l’ultima spiaggia per disintossicare i figli. E ancora: racconta anche la nascita di un approccio alla disintossicazione diverso da quello scelto dallo Stato, in comunità infatti viene assolutamente proibito l’uso di metadone o di psicofarmaci.

Infatti, e questo nella serie è molto chiaro, intorno a questa scelta “alternativa” al metadone nasce San Patrignano. Quello che appare è che il riminese decide, generosamente, di mettere una toppa là dove lo stato è assente. Ma lo stato non è così assente come sembra dalla miniserie: una nuova legge del 1975, che è andata finalmente a modificare quella del 1923 che regolava la gestione delle tossicodipendenze, prevede finanziamenti importanti per progetti sulla prevenzione e la cura. C’è chi se ne accorge come Francesco Cardella, editore siciliano: in Calabria, duemila persone lavorano alla sua comunità terapeutica. Fonda con Mauro Rostagno la comunità di Saman in Sicilia.

Achille Saletti è un avvocato penalista, nei primi anni Ottanta molti suoi clienti hanno grane con la giustizia per problemi di eroina. Inizia a collaborare con Saman e ricorda l’assoluta improvvisazione, lo sforzo di tanti volontari senza alcuna preparazione e soprattutto senza alcuno strumento: «Le strutture terapeutiche erano mandate avanti in modo empirico, improvvisato. In comunità per esempio non veniva dato niente, né farmaci né altro, si curavano le crisi di astinenza con la camomilla».

E Luigi Cancrini, da me intervistato per un libro scritto tre anni fa (Piccola città. Una storia comune di eroina, Laterza): «Fu in quel momento che apparvero personaggi come Vincenzo Muccioli che, iniziando da una vicenda sua personale che lui raccontava come una conversione religiosa, in buona fede, mise in piedi questa grande impresa». San Patrignano, Ceis, Gruppo Abele, don Riboldi, Saman. La «comunità» di recupero entra a far parte dell’immaginario nazionale come alternativa ai luoghi di somministrazione del metadone pubblici, ben descritti da Carlo Rivolta nei suoi articoli sul quotidiano «La Repubblica».

«Il centro del Comune così funziona solo al pomeriggio per la distribuzione del metadone e alla mattina per l’assistenza psicologica. Sono tornato di pomeriggio. Questa volta il girone era pieno di ‘dannati’ che aspettavano il loro turno (…). Una ragazzina bionda, capelli lunghi, un viso molto dolce e triste, mi ha raccontato la sua storia: ‘Vengo qui da due mesi. Appena arrivata mi hanno fatto compilare una scheda. C’è la mia condizione sociale. Mi hanno chiesto subito se volevo assistenza psichiatrica. Ho detto di no, da allora nessuno si è mai più interessato al mio stato psichico. E io invece sto male: prima avevo degli amici, quelli con cui mi bucavo, ora mi hanno isolata. Qui al Centro invece siamo tutti divisi, ci vergogniamo tutti un po’ di essere qui, e tra noi non c’è rapporto. Tantomeno abbiamo il minimo rapporto con gli assistenti sociali. Insomma si viene qui, si prende il metadone, e si va via. Chi vuole tirarsi fuori dall’ero, in pratica lo fa da solo».

Non dimentichiamola questa solitudine e la vergogna mentre guardiamo il documentario Sanpa. Quando sentiamo ragazzi e ragazze che dicono di preferire le catene a quella solitudine, vista dal loro punto di vista, quella scelta è plausibile, disperata e plausibile.

E non dimentichiamo neppure il contesto, che è del tutto assente nella miniserie: nel 1978 la legge 180, più conosciuta come legge Basaglia, chiude i manicomi dove la legge del 1923 rinchiudeva i tossici (i medici avevano l’obbligo di denuncia).

Bene una volta chiusi i manicomi dove si mettono i drogati? In carcere? Costa troppo allo stato e poi a volte il tossico non ha nemmeno commesso un reato visto che dopo il 1975 il consumo non è più considerato tale. Intanto la marea dell’eroina monta, e le famiglie sono disperate, e le famiglie, come si dice a un certo punto nella miniserie, sono migliaia e migliaia, pressione politica, voti. Così nasce questo kibbutz all’italiana (espressione di Giovanni Minoli), San Patrignano, dove il lavoro e la vita comunitaria sembrano essere la risposta al male di vivere dei tossici. Ma non è un “poema pedagogico” quello che scrive Muccioli sulla collina sopra Rimini, è piuttosto un progetto di controllo totale, che ricorda quelli di Osho o di Ron Hubbard che negli stessi anni, decide anche lui di salvare i tossicodipendenti.

Da questo frainteso concetto di “comunità”, da questa idea patriarcale della relazione fra terapeuta e “malati” nasce il metodo San Patrignano, che non disdegna il ceffone quando è necessario, e la reclusione, e le catene, a ricreare il manicomio proprio mentre nel resto del paese si sta cercando di smantellarlo. Il resto (ascesa e declino, AIDS, processi) è storia (o meglio miniserie).

Come ogni racconto ben concepito la serie su San Patrignano lascia aperte molte domande: quanto delle future politiche sulle droghe prendono corpo lì, sulla collina, quanto il modello patriarcale imposto da Muccioli ha plasmato e plasma il discorso sulle droghe. Muccioli ripete spesso di essere un padre per i suoi ragazzi. Ma siamo sicuri che la famiglia sia un luogo salvifico, sempre? Come scrisse Cancrini nel suo primo studio Esperienza di una ricerca sulle tossicomanie: «Le famiglie dei tossicomani si dividono in due specie: «Mi aspetto molto da te. Non mi aspetto niente da te». Muccioli si aspetta molto dai “suoi” ragazzi, ma cosa dà in cambio?

Oggi riflettere sulla storia di Muccioli in modo serio è fondamentale per criticare fino in fondo quell’impostazione che vede solo due possibilità di salvezza per i “drogati”: il salvatore o il padre padrone, comunque la figura forte che deresponsabilizza il resto della società che delega e si volta dall’altra parte.

E magari, grazie alla serie, la politica si ricorderà che la Conferenza nazionale sulle droghe non viene convocata da 11 anni come ricorda Claudio Cippitelli, operatore romano: «Ricordo la Prima Conferenza Nazionale sulle droghe di Palermo, nel 1993. Era previsto l’intervento di Muccioli e lui, avvertito dallo staff di San Patrignano della presenza del padre di Giuseppe Maranzano in sala, si dava alla fuga. Non so se vedrò Sanpa su Netflix, non so se ho voglia di tornare a discutere questioni di oltre 40 anni fa, mentre non viene organizzata la Conferenza Nazionale sulle droghe da 11 anni (secondo la legge da celebrare ogni 3 anni)».

Infine: la dipendenza va guardata dritta negli occhi, le interviste agli ex ospiti della comunità ci consentono di farlo e sono la parte più bella e importante di questo lavoro che per una volta sembra dire: non c’è niente di cui vergognarsi nelle vostre storie, parlatene, parliamone. E grazie di avercele raccontate.

 

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Dai rifiuti nascono i fiori. La poesia delle “Cose belle”, un documentario dei sogni perduti https://minimaetmoralia.it/cinema/le-cose-belle/ https://minimaetmoralia.it/cinema/le-cose-belle/#comments Tue, 09 Sep 2014 13:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23169 Questo pezzo è uscito su l'Unità.

di Luigi Cancrini 

«Le cose belle» è un piccolo (appena 10 copie) e delizioso film documentario che andrebbe distribuito in tutte le sale del paese, perché è un film lirico e malinconico che racconta dal vivo e dal vero l'importanza di non arrendersi e coltivare la capacità di sognare.

Agostino Ferrente e Giovanni Piperno: i due registi che lo hanno realizzato, ritrovando i quattro adolescenti che nel 1999 avevano loro consegnato i propri desideri per il futuro.

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Questo pezzo è uscito su l’Unità.

di Luigi Cancrini 

«Le cose belle» è un piccolo (appena 10 copie) e delizioso film documentario che andrebbe distribuito in tutte le sale del paese, perché è un film lirico e malinconico che racconta dal vivo e dal vero l’importanza di non arrendersi e coltivare la capacità di sognare.

Agostino Ferrente e Giovanni Piperno: i due registi che lo hanno realizzato, ritrovando i quattro adolescenti che nel 1999 avevano loro consegnato i propri desideri per il futuro.

Come è nata l’idea di questo vostro film? 

Il film è una sorta di completamento di un primo documentario di 52 minuti realizzato nel 1999 per Rai3, quando con una sua trasmissione, C’era una volta, aveva aperto a produzioni e registi indipendenti una sua serie sulla condizione dell’infanzia nel mondo. Io, Giovanni, portai delle proposte al responsabile della trasmissione tra le quali c’era anche un lavoro fatto con Agostino (Il film di Mario). Fu lui a suggerirci che avremmo dovuto lavorare insieme, perché eravamo fatti l’uno per l’altro, ad un nuovo documentario da realizzare ragazzini del sud italiano che noi decidemmo di ambientare a Napoli.

La produzione aveva delle scadenze, cioè una data di messa in onda già fissata e noi abbiamo avuto solo quattro settimane per individuare i ragazzini protagonisti e tre settimane per girare. Il documentario lo intitolammo Intervista a mia madre, giacché chiedemmo a tre di loro di intervistare, telecamera alla mano, le rispettive mamme (che nel bene e nel male erano le figure principali delle loro famiglie). Andò molto bene in termini di ascolto e critiche, ma a noi era rimasta la voglia di approfondire le loro storie e dopo due anni siamo tornati e abbiamo insegnato loro ad usare le telecamere senza la nostra presenza. Sono stati i ragazzi allora a girare dei nuovi materiali che noi poi abbiamo utilizzato per scrivere il progetto di un film a metà strada fra finzione e documentario. Ci sono voluti poi dieci anni dal primo documentario, però, perché una piccola produttrice napoletana indipendente, che si chiama Antonella Di Nocera, che è stata anche, purtroppo per poco tempo, Assessore alla Cultura del Comune di Napoli, riuscisse a trovare un finanziamento che ci consentisse l’inizio delle riprese che sono durate dal 2009 al 2013.

Quindi per voi l’idea è stata da subito quella di seguire queste situazioni? 

Più che un’idea concreta, un desiderio. Già nel precedente documentario spesso chiedevamo a loro come s’immaginavano da grandi. Addirittura uno dei ragazzini, Fabio, fa una battuta: Che ci fate con 52 minuti? 52 minuti bastano solo per farmi spostare da qui a lì. Dovete fare un film di almeno un’ora e mezza!

Che tipo di rapporto avete avuto con i protagonisti del vostro film?

Ci siamo messi molto in gioco. Siamo in qualche modo entrati nella loro vita. Nelle loro famiglie. A prescindere da ciò che poi sarebbe diventato materiale filmico. Per Adele siamo riusciti ad ottenere un aiuto da Marco Rossi Doria, allora responsabile del progetto “Chance” dei “maestri di strada” grazie al quale è riuscita ad ottenere licenza media. In linea di massima, però, non avevamo i mezzi per dare davvero una mano che poi non è quello il compito di un documentarista. Quelle che emergevano in contatto con noi erano delle loro potenzialità. Delle risorse che magari sarebbero rimaste inespresse senza il nostro incontro, visto che il contesto sociale in cui sono nati e cresciuti non li aiutava affatto.

Con risultati sempre positivi?

In alcuni casi sì. Quello che molto ci siamo chiesti, fra noi, però, è se le aspettative suscitate dal trovarsi coinvolti in un film che è stato visto da loro e da quelli che accanto a loro vivevano sono state più alte di quelle che la realtà poteva permettere loro di realizzare. C’è sempre la delusione dietro l’angolo per chi non raggiunge gli obiettivi che in un certo momento pensa di poter raggiungere.

Le storie dei vostri ragazzi sfiorano continuamente la patologia. Per quello che vi risulta sono state “intercettate” dai servizi sanitari e sociali? 

No, se non sporadicamente, in modo quasi casuale. Come se queste vicende non avessero mai superato, in quel contesto, il limite di una “normalità” sentita, alla fine, come quasi rassicurante. I servizi sociali esistevano e hanno lavorato bene, d’altra parte, come ben provato dal caso del fratello di Adele, il ragazzo che aveva chiesto aiuto, ottenendolo, per il suo sentirsi donna e non uomo. In un clima caratterizzato da una totale assenza di pregiudizio e da una efficacia a prima vista impensabile in quella che comunque si presentava ai nostri occhi come una situazione non certo di benessere economico e apertura culturale.

Quella che si sente con forza particolare nel materiale che avete girato è la forza dei legami familiari. È così? 

Sicuramente sì. Il legame con la madre ma anche con i padri e i fratelli o le sorelle è sempre in primo piano. Condiziona profondamente la vita. Confermando un senso di appartenenza quasi totale, come se l’organismo vivente fosse la famiglia e i singoli ne fossero dei pezzi, le membra di un unico corpo.

I vostri ragazzi sono cresciuti in un ambiente duro ed hanno vissuto una vita difficile. Nessuno di loro è scivolato, tuttavia, in una situazione deviante: nonostante questo sia abbastanza comune in quei contesti. 

Sì. L’immagine che ne abbiamo avuto a volte è quella dei fiori, che crescono belli anche in mezzo ai rifiuti. E se il fiore è una metafora, i rifiuti nel periodo delle nostre riprese non lo erano, essendone la città sommersa come raccontato a livello globale da un romanzo e un film di successo come Gomorra.

La forza dei legami famigliari, il senso di appartenenza e di vicinanza potrebbero aver agito come un fattore di protezione. Nella mia esperienza di infanzie infelici (nel Centro Aiuto al Bambino Maltrattato e alla Famiglia del Comune di Roma) la caratteristica delle situazioni più gravi è quella di venir fuori da famiglie in cui i genitori trascurano pesantemente (la parola inglese, molto espressiva è “neglect”) i loro figli lasciandoli esposti alla violenza fisica e a quella psicologica dell’abbandono. 

Non siamo in grado di confermarlo se non forse intuitivamente. Sì. Questa potrebbe essere una spiegazione. Anche se la forza del legame, a volte, ci ha spaventato.

Perché?

Abbiamo discusso molto, per esempio, su Enzo. Il padre, secondo me, Giovanni, ha limitato molto la sua possibilità di vivere la vita normale e spensierata, di un dodicenne, “costringendolo” ad esibirsi cantando con lui nelle trattorie già da quando era piccolo. Secondo Agostino, invece, oltre a questo aspetto, innegabile, c’era anche il fatto che Enzo si è sentito utile da subito e ha potuto coltivare quello che comunque era un talento. E infatti quando li abbiamo ritrovati adulti, era l’unico dei quattro che avesse una vita lavorativa in qualche modo strutturata.

Un talento vero? 

“Quando siamo tornati nel 2009 ne abbiamo dubitato, giacché si rifiutava sempre di cantare. Però durante un corcertino organizzata a Venezia per presentare il film ancora in progress lui ci ha chiesto di cantare Passione che non aveva voluto mai cantare durante le riprese e noi gliene abbiamo dato la possibilità: ebbene, lo ha fatto in modo talmente straordinario che decidemmo subito di riaprire il film e girare ex novo la scena con la quale lo abbiamo chiuso.”

Cosa fa Enzo adesso? 

Canta. Nei ristoranti. E con un certo successo.

Come è stato accolto il film a Napoli? 

Alcuni, soprattutto se intellettuali, ma solo all’inizio, hanno sofferto rispecchiandosi un volto di Napoli evidentemente problematico. In un certo senso si sono adeguati alla famigerata critica di Andreotti al neorealismo, secondo cui i panni si lavano in famiglia ed evidentemente noi registi, uno romano, l’altro pugliese, non eravamo considerati parte della famiglia. Quindi hanno pensato che fossimo andati lì con uno sguardo simile a quello del turista che fa un “safari”.

E voi che ne pensate? 

Che non è vero. Che abbiamo fatto vedere soprattutto “le cose belle”. Quelle che ci sono anche in realtà periferiche povere e molto trascurate: soprattutto da chi fa politica. E che noi abbiamo conosciuto e sentito, invece, come una realtà umana complessa da cui c’è stato molto da imparare. Attraversata da lampi di umanità. Dolente e allegra. Straordinariamente coerente con le canzoni che per noi ce la raccontano da sempre. Che era importante conoscere e far conoscere.

Cosa ve ne è restato? 

Una malinconia forte perché ciò a cui storie così ti mettono di fronte è la sofferenza di persone che nascono e vivono in luoghi molto più difficili di quelli in cui siamo nati e cresciuti noi. Anche se loro affrontano questa sofferenza con una dignità a tratti davvero straordinaria, facendone in vario modo musica e poesia.

Come se quello cui ci si trova di fronte fosse comunque un grande spreco quotidiano di risorse umane. 

Tornando alla metafora dei fiori, diciamo che ce ne sono tanti, il compito dei registi può essere quello di individuarli, poi spetta ad altri annaffiati. Certo lo spreco c’è! E non è facile o forse possibile porre rimedio da parte di chi lo sente e lo condivide con loro.

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