Luis Miguel Dominguín Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luis-miguel-dominguin/ un blog di approfondimento culturale Sun, 08 May 2016 01:44:48 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luis Miguel Dominguín Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luis-miguel-dominguin/ 32 32 Luis Miguel Dominguín, il numero uno https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/#comments Sun, 08 May 2016 06:00:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30883 (fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

L'articolo Luis Miguel Dominguín, il numero uno proviene da Minima et Moralia.

]]>
REAPARICIÓN DE LUIS MIGUEL DOMINGUÍN EN LAS VENTAS CON EL TRAJE DE LUCES DISEÑADO POR ÉL MISMO

(fonte immagine)

C’era anche lui in quell’afoso pomeriggio del 28 agosto del 1947 a Linares, un’arena andalusa di terza categoria conosciuta solo tra i più stretti aficionados, quando un toro di neanche 300 chilogrammi di nome Islero che aveva le corna limate, “era andato dal parrucchiere” si ironizzava un tempo, scaraventò in aria Manolete, in quel momento il torero più famoso e ammirato di Spagna, lasciando senza fiato e in lacrime un’intero Paese.

All’epoca Luis Miguel Dominguín, in seguito per tutti solo Luis Miguel, o “il torero”, come solennemente lo chiamava Lucia Bosè, aveva solo 20 anni, ma già un portamento regale, un’infinita capacità di seduzione, una conoscenza taurina fuori dal comune e quella speciale superbia, misto di arroganza, paura, inquietudine e follia, necessaria per affrontare quello che Hemingway avrebbe chiamato il momento della verità. Non poteva che essere lui il predestinato, l’erede in grado di sostituire ‘el monstruo’ nel cuore di un popolo in lutto e in cerca di riscatto.

Dominguín non è stato il più grande. L’età dell’oro della corrida raggiunse l’apice intorno al II decennio del XX secolo, quando le arene di Spagna erano tutto uno sventolio di fazzoletti bianchi per applaudire le gesta dei sivigliani Joselilo el Gallo e Juan Belmonte, i due principi della tauromachia spagnola. Ma è stato ‘el numero 1’, come lui stesso si premurò di far sapere al mondo il 18 maggio del 1949 a Las Ventas, la scala della corrida di Madrid, quando durante un’esibizione alla Feria de San Isidro si voltò di fronte le gradinate e alzò l’indice destro verso il cielo, autoproclamandosi il migliore di tutti. “Il numero 1. Questo è stato Domenguín, hasta la muerte“.

Vederlo toreare era un po’ come leggere un classico: si poteva comprendere la bellezza dell’arte”, ha scritto Andrés Amorós nella biografia che ha dedicato al torero di Madrid. Si racconta che negli anni Cinquanta, quelli di massima popolarità, quando lo si poteva incontrare all’hotel Claridge di Londra con Ava Gardner o nella finca cubana a casa di Hemingway, per fargli arrivare una lettera, meglio se scritta da una trepidante ammiratrice, non ci fosse neanche bisogno di scrivere il suo nome sulla busta. Bastava fare un segno, con il disegno del numero 1.

Bellissimo, furbo, cinico, arrogante e con una forte propensione all’insolenza, “uno che va nelle arene come Jean Gabin va agli studi cinematografici”, scrisse lo scrittore francese Jean Cau, Dominguín ha incarnato, in un paese uscito con le ossa rotte dalla Guerra Civile, tutto quello che i suoi concittadini non avrebbero mai potuto avere: belle donne, denaro e gloria. Non si poteva certo definire un progressista, ma era troppo intelligente per finire ingabbiato nelle grigie dinamiche di un regime che gli concesse più di un privilegio ma che in cambio utilizzò il suo stile di vita, teoricamente deprecabile in quella Spagna così puritana degli anni Cinquanta, per cercare di migliorare l’immagine di una dittatura chiusa nella propria solitudine. Fin troppo nota era la sua personale amicizia con il Generalissimo. Durante una delle numerose battute di caccia che i due si concedevano, Franco una volta gli chiese: “quale dei tuoi fratelli é comunista?”. “Eccellenza – rispose – Los tres”.

Fuori dalle arene di Spagna la sua fama di matador è in parte offuscata da quella di ambasciatore del prestigio spagnolo. Parla inglese, frequenta l’aristocrazia, veste elegantemente. Es un senor, amato e odiato, ma di fronte al quale nessuna señorita è in grado di opporre una qualche forma di resistenza. La lista delle sue conquiste, da Romy Schneider a Lauren Bacall, da Brigitte Bardot a Lana Turner, era di gran lunga maggiore delle cicatrici che modellavano il suo corpo. Ma di grandi amori passati alla storia se ne ricordano principalmente due. Il primo con Ava Gardner, la “maya desnuda”, la musa di Hollywood che il fotografo taurino Paco Cano definì “con permesso della Vergine Maria, la donna più bella che abbia mai incontrato”.

Si incontrarono a Madrid nel 1953, quando lei stava girando “La contessa scalza” e si era presa una pausa, una delle tante, dalla burrascosa storia con Frank Sinatra. Più amanti che compagni, insieme resistettero un anno. Un famoso aneddoto, mai confermato dal protagonista, riguarda la loro prima notte d’amore. Lui si riveste e fa per andarsene e quando Ava le chiede dove diavolo stia andando, Dominguín risponde serafico: “a raccontarlo agli amici”.

Il secondo quello con Lucia Bosè, che nell’entourage del torero tutti conoscevano come l’italiana. “Era di una bellezza da togliere il fiato”, ha ripetuto frequentemente l’attrice, che aveva già lavorato con Antonioni e Soldati e che conobbe Luis Miguel all’età di 25 anni, ad un ricevimento d’ambasciata appena arrivata a Madrid. Al primo incontro si detestarono, al secondo finirono a letto per 3 giorni di fila. Due mesi dopo si ritrovarono davanti all’altare, con un testimone d’eccezione: il comunista Luchino Visconti. Quasi un affronto alla dittatura.

“Io non parlavo spagnolo, lui non parlava italiano, credo che così sia nata la passione, perché non ci intendevamo. Quando cominciammo a comprenderci cominciò la crisi”, ha raccontato in seguito Lucia Bosè, sintetizzando oltre un decennio di vita insieme, tra continue infedeltà, battute di caccia, sontuosi ricevimenti, sacrifici familiari e molta solitudine. Si dice che tra di loro non abbiano mai parlato di tori. Però ogni volta che lui indossava il traje de luces e si accingeva a entrare nell’arena lei si sedeva sul divano, accanto al telefono, in attesa di uno squillo che allentasse la tensione.

Quando non si trattava di donne, poi, c’era di mezzo l’arte, una delle 3 cose insieme all’amicizia e ai tori che “giustificano un’esistenza”. Lo racconta lo stesso Dominguín in un prezioso libretto, “Per Pablo”, originariamente pubblicato come prologo dell’album Toros y toreros di Picasso. Eppure, scrive Jacques Durand nella prefazione, “la relazione affettiva tra i due ci metterà del tempo a trovare la sua distanza, come in quelle faenas che cominciano nel sospetto, con passi di prova, di valutazione, persino di sofferenza”.

Picasso, che amava la lotta ostentata, il corpo a corpo, prima di conoscerlo raccontava che Dominguín era un torero da “Place Vendome”, non proprio un complimento; Luis Miguel invece si è sempre rifiutato di dedicargli l’uccisione di un toro ogni volta che andava a combattere in Francia, ad Arles, dove si conobbero nel ’50, grazie a Jean Cocteau. “Ho l’impressione che se io combattessi per lui e lui dipingesse per me, verrebbe meno la nostra relazione professionale”. Ci furono anche incomprensioni, come quella volta che Dominguín, ancora molto giovane, si dimenticò di andare in Provenza, dove Picasso lo aveva invitato per fargli un ritratto. “Quando io prometto a qualcuno di ritrarlo, di solito arriva immediatamente”, borbottò l’artista. “Pablo, cerca di comprendermi – fu la risposta – io voglio che tu ti occupi di me quando mi conoscerai bene. Non prima”. Fu una bella storia di amicizia, molto novecentesca, tra 2 persone che apparentemente non avrebbero potuto essere più diverse. Entrambi però condividevano il vecchio adagio di Hemingway, riportato in Fiesta: “non c’è  nessuno che viva la propria vita fino in fondo, a parte i toreri”.

L'articolo Luis Miguel Dominguín, il numero uno proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/ritratti/luis-miguel-dominguin/feed/ 3
La Barcellona dimenticata di Vázquez Montalbán https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-barcellona-dimenticata-di-montalban/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-barcellona-dimenticata-di-montalban/#comments Fri, 05 Feb 2016 06:30:43 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29849 Questo articolo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

“Vengo da parte di Pepe Carvalho, póngame lo que ustedes quieran”, era il suggerimento che Manolo aveva elargito ad amici e ammiratori che facevano la fila per accaparrarsi un tavolo a Casa Leopoldo, in Carrer de Sant Rafael, cuore pulsante della vecchia Barcellona, un barrio dove prima dell’arrivo “dei missili intelligenti lanciati dagli urbanisti” comandavano puttane, gitani e marinai, una sorta di girone dei dannati composto in prevalenza da immigrati locali e represaliados, le vittime del franchismo.

Pochi però erano gli avventori pienamente consapevoli che, una volta terminata la fase dell’immaginazione, elaborata in anni di attente e scrupolose letture, bisognava essere preparati a trovarsi di fronte alcuni strabilianti piatti come l‘Escudella i carn dolla, un sontuoso bollito con carne di vitello, manzo, orecchio di maiale e tante altre diavolerie messe insieme, esempio sopraffino della cucina catalana povera. Quasi nessuno era in grado di affrontare con serenità un piatto di tale portata, ma in fondo non era questo l’obiettivo.

L'articolo La Barcellona dimenticata di Vázquez Montalbán proviene da Minima et Moralia.

]]>
montalban

Questo articolo è uscito sul Manifesto, che ringraziamo (fonte immagine).

“Vengo da parte di Pepe Carvalho, póngame lo que ustedes quieran”, era il suggerimento che Manolo aveva elargito ad amici e ammiratori che facevano la fila per accaparrarsi un tavolo a Casa Leopoldo, in Carrer de Sant Rafael, cuore pulsante della vecchia Barcellona, un barrio dove prima dell’arrivo “dei missili intelligenti lanciati dagli urbanisti” comandavano puttane, gitani e marinai, una sorta di girone dei dannati composto in prevalenza da immigrati locali e represaliados, le vittime del franchismo.

Pochi però erano gli avventori pienamente consapevoli che, una volta terminata la fase dell’immaginazione, elaborata in anni di attente e scrupolose letture, bisognava essere preparati a trovarsi di fronte alcuni strabilianti piatti come l‘Escudella i carn dolla, un sontuoso bollito con carne di vitello, manzo, orecchio di maiale e tante altre diavolerie messe insieme, esempio sopraffino della cucina catalana povera. Quasi nessuno era in grado di affrontare con serenità un piatto di tale portata, ma in fondo non era questo l’obiettivo.

A Casa Leopoldo in realtà negli ultimi anni si andava in silenzioso pellegrinaggio alla ricerca di tracce e di ricordi che facessero tornare in vita il più bizzarro e improbabile detective tutto il mediterraneo, un giovanotto che sembrava nato anziano anche per via del suo look trascurato, nonostante indossasse abiti di sartoria dell’Ensanche, che fumava Montecristo, beveva Chablis e mangiava rognone al curry, aveva un oscuro passato nella Cia dopo essere stato marxista, faceva del sano cinismo la sua bandiera, era fidanzato con una prostituta, la celebre Charo, e annoverava tra i suoi hobby anche quello di bruciare di volta in volta uno dei suoi 3500 volumi, tra cui molti classici, che possedeva in casa per riscaldarsi davanti al camino. Un singolare sfizio che proseguiva anche nei mesi estivi. In Tatuaggio, che molti considerano il primo vero libro della serie di Carvalho, anche Don Chisciotte sarà trasformato “in un mucchio di parole dimenticate”. Un comportamento che nessun castillano avrebbe mai osato anche solamente pensare.

“Pepe in fondo è un picaro che fa il detective, uno che si arrabatta, un povero Cristo, uno del Sud, insomma, come siamo noi del Sud”, aveva scritto una volta Antonio Tabucchi, rivelando di fatto l’anima del suo autore, Manuel Vázquez Montalbán, che aveva iniziato la serie dell’investigatore nei primi anni Settanta in parte per una “scommessa etilica” tra amici, in parte per rompere un cliché, frutto di un complesso d’inferiorità con l’allora cultura sudamericana, in base al quale o si scrivevano cose innovative o era meglio intraprendere sin da subito un’altra professione.

“Non se ne poteva più di questa scrittura d’avanguardia. Mi ricordo che Rafael Alberti diceva che i personaggi di questi romanzi impiegavano trenta pagine per salire le scale”, dirà anni dopo Manolo, quando le storie di Pepe Carvalho avevano varcato i confini spagnoli ottenendo successi planetari. Forse perché le picaresche avventure del suo investigatore, che nelle sue strampalate e originali indagini si faceva aiutare da altri straordinari personaggi (Bromuro, Biscuter) non meno disgraziati di lui, raccontavano, sotto gli espedienti di un genere che allora si poteva ancora chiamare poliziesco, le primissime cronache della Spagna della transizione.

Montalbán abitava a vallvidrera, “la montagna benestante che vigila su Barcellona”, ma era un “hijo de barrio verdadero”, un figlio del barrio, nato in calle Botella, un quartiere che oggi prende il nome di Raval ma che tutti allora chiamavano barrio Chino, anche se gli immigrati non erano asiatici bensì in prevalenza andalusi, saliti al nord in cerca di fortuna. Qualcuno però aveva oltrepassato l’Atlantico e si era spinto fino in America, scoprendo che quasi ogni città aveva la sua Chinatown, e al ritorno aveva deciso di etichettare in questo modo, in senso dispregiativo, il quartiere per eccellenza più promiscuo di Barcellona, dove si maneggiavano i coltelli e si frequentavo i bordelli, i più famosi erano El Gato Negro o Cal Sacristá, e dove le strette stradine di quartiere odoravano di soffritto, tabacco consunto e pennicillina di contrabbando.

È nel barrio Chino che il mondo reale e quello immaginario dello scrittore catalano trovavano idealmente un punto di incontro. Pepe Carvalho gironzolava spesso da queste parti, pranzava alla Boqueria, aveva il suo studio sulla Rambla, a pochi passi, e lo stesso si può dire di Montalbán. “Lo incontrai per la prima volta a Casa Leopoldo. Era il suo ristorante preferito, mi aveva dato appuntamento lì alle 2, c’era solo lui quando sono arrivata. Ci siamo alzati da tavola alle 6… E da allora sempre lì ci siamo incontrati”, ha ricordato Inge Feltrinelli, editor italiano dello scrittore. Ora che da qualche mese le serrande del locale sono rimaste abbassate, sintomo di una crisi economica che non fa sconti, gli anziani del barrio raccontano che per conoscere veramente la città bisognava aver cenato almeno una volta da Casa Leopoldo.

È stato così sin dai tempi di Franco, quando modesti generali inutilmente tronfi di arroganza dopo aver mangiato il possibile e bevuto l’impossibile estraevano la pistola dal cinturone sbattendola sul tavolo ed esclamando: “e ora vediamo quando dobbiamo pagare”. Poi negli anni erano passati più o meno tutti, dapprima i toreri, compreso sua maestà Luis Miguel Dominguín, che prima di andare a toreare in Francia ogni tanto faceva un salto per deliziare i commensali con frammenti di racconti della sua amicizia con Picasso, poi gli amanti dei toreri, gli artisti, i pittori, tutto il variegato mondo intellettuale della città e alla fine anche gli industriali, che piantavano le mogli al Gran Teatre del Liceu, sulla Rambla, dove le signore della buona borghesia catalana assistevano all’Opera, per andare con le amanti a provare el bacalao a braz che Rosa Gil cucinava meglio dei cugini portoghesi.

Donna generosa e brillante, nipote di quel Leopoldo che aveva aperto il locale nel lontano 1929, Rosa è stata l’ultima amatissima padrona di casa. La chiamavano la viuda alegre, la vedova allegra, per via di un marito torero, Josè Falcon, morto dopo appena 8 mesi di matrimonio nel lontano 1974 alla Monumental, la storica plaza di Barcellona, quando un toro di oltre 500 chilogrammi chiamato Cuchareto lo aveva scaraventato in aria all’improvviso, senza possibilità di salvezza. Anche il padre di Rosa era stato un torero. Si chiamava German e per un breve periodo, all’età di 18 anni, era stato spedito da Franco come tanti altri giovani a costruire campi di concentramento nazista in Francia, nella stagione del Governo di Vichy. Poi un impresario dei toreri che si chiamava Balanà e aveva, come gran parte del ‘mundillo’, buone entrature nel regime franchista, era riuscito a convincere le autorità che il ragazzo sarebbe stato un promettente torero e che dunque bisognava liberarlo dai lavori forzati e rispedirlo a casa al più presto.

Naturalmente non era così bravo, ma si dice che German avanzasse tra i tavoli dell’osteria con la stessa eleganza con la quale avrebbe potuto eseguire una faena. Non a caso lo chiamavano El Exquisito. Storie di altri tempi, di una Barcellona che non esiste quasi più.

“Negli ultimi tempi Montalbán non era contento di come la città stesse cambiando, soprattutto gli faceva male la perdita del paesaggio della memoria”, ricorda Hado Lyria, amica intima di Manolo e traduttrice di tutti i suoi innumerevoli scritti. “Raval era il quartiere degli operai e dei represaliados, era un reticolo di strade con archi, vicoli e negozi, ma con la scusa di mandare via poveri e puttane hanno praticamente distrutto tutto. Una tragedia dolorosa che lui ha anche raccontato in un piccolo libro, ‘Il labirinto Greco’”, dove la ricerca di un giovane immigrato ellenico, bello come può esserlo solamente una statua, avrebbe portato Pepe Carvalho in un tour nei quartieri devastati dalla speculazione edilizia, che aveva avuto tra le altre cose il demerito di tramutare in cantiere ogni angolo di memoria residua.

Dei lavori eseguiti per i Giochi Olimpici del ’92 che avevano contribuito a ridisegnare la città Montalbán aveva apprezzato l’apertura verso il mare, che dava finalmente respiro a una città soffocata, e i nuovi collegamenti che facilitavano gli accessi alle colline alle sue spalle. Ma era convinto che si fosse definitivamente perso quell’immaginario barcellonese di “città peccatrice, portuale, oscuramente minacciosa”, letterariamente codificato prima con l’arrivo degli scrittori francesi, come Pieyre de Mandiargues e soprattutto Jean Genet, che nel “Diario di un ladro”, autoritratto sui suoi singolari vagabondaggi europei nell’Europa degli anni Trenta, racconta la vita della sordida Raval dell’epoca, e poi con gli scritti della cosiddetta retroguardia repubblicana, a cominciare naturalmente dall’Orwell di “Omaggio alla Catalogna”.

Il tema della memoria d’altronde ha attraversato gran parte di tutta la sua produzione, anche di quella che lo scrittore catalano chiamava “la memoria del paladar”, che secondo lui nella Spagna diventata democratica godeva di maggior salute della memoria storica. Non a caso Montalbán con le storie del suo investigatore, che nelle notti insonni era in grado di inventarsi ai fornelli ricette talmente sperimentali da risultare temibili per la sua stessa salute, era stato uno dei primissimi a sdoganare la gastronomia fino a farne un oggetto letterario, una deplorevole debolezza borghese secondo la “gauche divine” di allora, quando gli uomini consultavano lo strizzacervelli anche per consultarsi sul colore del foulard e le donne correvano a Perpignan, nella Francia catalana appena al di la del confine, per vedere il viso (e non solo) di Marlon Brando in Ultimo Tango a Parigi.

“Oggi a sinistra sembrano tutti gourmet ma allora in certi ambienti non si parlava di gastronomia. Manolo mi aveva raccontato che in Germania il suo primo editore aveva eliminato, nella traduzione, quasi tutte le parti legate al cibo, proprio perché considerate poco interessanti e non letterarie”, ricorda Haydo Lyria. Naturalmente uno volta scoperto l’inganno aveva immediatamente cambiato casa editrice. “Il sesso e la gastronomia”, ripeteva Montalbán, sono le cose più serie che esistono”. E ora che la città non è più quel “paradiso populista” ma si è un po’ imborghesita sotto la bandiera dell’autocompiaciuto postmodernismo catalano, per usare le parole di Robert Hughes, critico d’arte e autore di una monumentale biografia sulla città, nei momenti di malinconia ci si può sempre rifugiare nei pensieri di Pepe Carvalho. “Finché ci saranno puttane giovani — era uno dei suoi motti — ci sarà arte contemporanea”.

L'articolo La Barcellona dimenticata di Vázquez Montalbán proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-barcellona-dimenticata-di-montalban/feed/ 2
Lucia Bosè e Luis Miguel Dominguín https://minimaetmoralia.it/ritratti/lucia-bose-e-luis-miguel-dominguin/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/lucia-bose-e-luis-miguel-dominguin/#comments Tue, 09 Aug 2011 13:35:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4956 La prima volta in cui s'incontrarono fu a Madrid. Lui si avvicinò in punta di piedi – sembrava camminare sul nulla come sanno fare solo i ballerini e i toreri. Lei lasciò che le prendesse la mano e gli sorrise nel suo volto diafano e di una bellezza oltremondana. Chi era lì pensò che fossero già due parti solo materialmente separate di una coppia nata per vivere in un'altra dimensione. In realtà, dopo sorrisi e parole di circostanza, Lucia Bosé si allontanò pensierosa. Le pareva di aver appena conosciuto un uomo di antipatia assoluta: “Uno che recita più di tutti gli attori che ho incontrato” si confidò. “Recita la parte del torero rubacuori, padreterno e fatale”. Pochi giorni dopo già uscivano insieme. Un mese e lui le disse: “Ci sposiamo”. Due mesi e Luchino Visconti salì sull'altare per far loro da testimone.

Aveva ventiquattr'anni, Lucia Borloni, in arte Bosè, quattro meno dell'uomo che sposava. Commessa nella pasticceria Galli di Milano, era stata eletta miss Italia sedicenne e aveva recitato per registi come Antonioni, Soldati, Emmer – la sua carriera nel cinema era lanciatissima. Lui era della più influente famiglia torera di Madrid, sfidava animali fin da quando aveva undici anni, si era dichiarato il numero uno ormai da parecchie stagioni, era stato a fianco di Manolete il giorno della sua morte nell'arena, aveva toreato decine di volte di fronte a Hemingway. Per lei il torero fu il primo. Per lui l'attrice fu l'ennesima, ma stavolta apparentemente fatale. L'amore infatti travolse ogni cosa.

L'articolo Lucia Bosè e Luis Miguel Dominguín proviene da Minima et Moralia.

]]>
 

La prima volta in cui s’incontrarono fu a Madrid. Lui si avvicinò in punta di piedi – sembrava camminare sul nulla come sanno fare solo i ballerini e i toreri. Lei lasciò che le prendesse la mano e gli sorrise nel suo volto diafano e di una bellezza oltremondana. Chi era lì pensò che fossero già due parti solo materialmente separate di una coppia nata per vivere in un’altra dimensione. In realtà, dopo sorrisi e parole di circostanza, Lucia Bosé si allontanò pensierosa. Le pareva di aver appena conosciuto un uomo di antipatia assoluta: “Uno che recita più di tutti gli attori che ho incontrato” si confidò. “Recita la parte del torero rubacuori, padreterno e fatale”. Pochi giorni dopo già uscivano insieme. Un mese e lui le disse: “Ci sposiamo”. Due mesi e Luchino Visconti salì sull’altare per far loro da testimone.

Aveva ventiquattr’anni, Lucia Borloni, in arte Bosè, quattro meno dell’uomo che sposava. Commessa nella pasticceria Galli di Milano, era stata eletta miss Italia sedicenne e aveva recitato per registi come Antonioni, Soldati, Emmer – la sua carriera nel cinema era lanciatissima. Lui era della più influente famiglia torera di Madrid, sfidava animali fin da quando aveva undici anni, si era dichiarato il numero uno ormai da parecchie stagioni, era stato a fianco di Manolete il giorno della sua morte nell’arena, aveva toreato decine di volte di fronte a Hemingway. Per lei il torero fu il primo. Per lui l’attrice fu l’ennesima, ma stavolta apparentemente fatale. L’amore infatti travolse ogni cosa.

Quando si rividero dopo quella prima volta a Madrid, Luis Dominguin le parve “di una bellezza che lascia senza fiato”. In effetti chi tentava di dominarsi era il torero. Capace  per mestiere di dissimulare il sentimento – che sia l’eccessiva confidenza o la temibile paura – fece ricorso al massimo autocontrollo per mantenersi elegante e posato. Le propose di rivedersi con tranquillità. Pochi giorni dopo, la ragazza che aveva resistito a qualsiasi tentazione perse la verginità e rimase a letto con il matador per tre giorni. Stavolta, lui non si alzò subito dopo, come aveva fatto con Ava Gardner, dichiarandole sbrigativo: “Vado a dirlo agli amici”. Né fece quel che aveva fatto con Lana Turner, Rita Hayworth, Lauren Bacall, tanto per dirne qualcuna tra le decine. Lucia diventava sua moglie.

Mentre le innumerevoli amanti perdevano il sogno di conquistare il torero e una di loro, l’attrice cecoslovacca Miroslava Stern, venne trovata morta, suicida, con la foto del matador in mano, casa Dominguin per Lucia divenne un rifugio da tutto e da tutti, anche più di un rifugio. Aveva subito abbandonato la carriera e aveva accettato di non uscire più di casa se non con il marito. Era seguita  costantemente da quattordici persone in servizio, pronte a soddisfarne ogni desiderio, pronte anche a evitare che fosse presa dalla voglia di andarsene al parrucchiere da sola.

Vivere con un torero è complicato e Lucia Bosè se ne accorse in fretta. Lo racconta meglio di ogni cosa un altro dei detti celebri di Dominguin: “Ho sul corpo più di cento ferite. Portano il nome delle donne che ho avuto. I tori le conoscevano e ne erano gelosi”. Per una ragazza innamorata, nelle cicatrici che segnano la silhouette perfetta dell’amante, c’è il pericolo della morte che l’uomo ha deciso di sfidare continuamente: quel che può creare in un vero torero “occhi da leggenda: il carisma di chi ogni giorno si gioca la vita”. Ma ciò che della frase di Dominguin non si può fraintendere è la gelosia che gira attorno al corpo del seduttore, una gelosia suscitata, ma anche provata con lo spirito del persecutore. Il mondo di Dominguin, infatti, è un mondo di avvicinamenti e respingimenti diabolici, sottomissioni e rivalse, amore e morte. “Dà più cornate la fame che il peggior toro” si dice in ambiente taurino. Alla Cerveceria Alemana di Madrid in plaza Santa Ana, dove la famiglia Dominguin ha il suo “ufficio”, si preferisce la versione popolare del detto: “Danno più cornate le donne”. Ancora una volta, quell’ostentazione machista tipica della Spagna profonda nasconde ben altre verità: dalle corna dei tori, a quelle di letto, in cui Dominguin certamente eccelle.

Lontana da tutti, la ragazza italiana, caparbia e determinata, soffre senza chiedere compatimenti per le “assenze” di quello che chiamerà sempre e soltanto “il torero”. Finge distacco e fa a pieno titolo la madre dei tre figli che via via le nascono mentre altri, numerosi, ne perde. Con Miguel, Lucia e Paola c’è sempre meno tempo da dedicare alle preoccupazioni. Del resto, la vita mondana della coppia non si è interrotta. Semmai è stata coronata da un’amicizia particolare: quella di un piccolo artista da sempre innamorato della bellezza femminile che a Lucia è stato presentato da Jean Cocteau. Pablo Picasso non dimenticherà mai il primo incontro con la Bosè. Più tardi ne dipinge il volto in una frase: “un perfetto mosaico di ossa”, poi diventa amico del marito, di cui esalta l’arte. Infine diventa padrino del piccolo Miguel che tiene spesso con sé nel suo atelier. L’artista però, per i coniugi Dominguin, non è che l’apice di una vita sulla ribalta. Viaggi ovunque, un aereo privato, la protezione del Generalisimo Franco, weekend a Marbella, Biarritz, Bilbao, amicizie fra i migliori flamenchisti del Paese, ogni tanto un pomeriggio con Salvador Dalì: “esuberante, irresistibile”. I giorni sono scanditi dalle attese e le esplosioni di lusso, le amarezze, i tradimenti, la solitudine. La tenuta andalusa dove Luis Miguel si è messo ad allevare tori è diventato il buen retiro principale, ma ogni reggia di Spagna comincia a somigliare per la ragazza sempre più a una prigione.

Le incomprensioni infine crescono inarrestabili. Ruotano tutte attorno a plazas e letti. Dei tradimenti è meglio non parlare neppure. Dei tori invece non si può fare a meno. A Lucia Bosè la corrida non piace e questo rischia di rivelarsi un crimine più insopportabile di qualunque altra debolezza o rancore. La fine viene scritta a lettere di fuoco. Il matrimonio è durato poco più di tredici anni. La vita però per Lucia semmai ricomincia: pochi mesi e riprende a lavorare. Come attrice, sembra maturata più che se avesse calcato palchi ogni giorno degli anni di lontananza. C’è una donna adesso, non più una bambina, per registi come i fratelli Taviani e Fellini. C’è una madre che riesce a dedicarsi costantemente ai figli – “la cosa più bella che il torero mi ha dato in una storia che è finita come finisce tutto. Come quando sul palco cala il sipario”.

Luis Miguel tornerà a sposarsi. Lucia no. Al torero non consentirà di rifarlo in chiesa, rifiutandosi sempre di ammettere la rottura presso la Sacra Rota. Il matrimonio è una volta sola – su questo la Bosè non ha altra parola. Quel che l’ha resa diversa da tutte le decine di donne di cui i tori erano stati gelosi è un marchio che deve restare indelebile. Più doloroso e più orgasmico di qualsiasi ferita da corrida. Perché l’amore può essere insieme più dolce e più amaro di ogni cosa, proprio come diceva Saffo. Alla fine, resta un disegno perfetto per raccontare quella storia. Esce dalle mani di Picasso. Sono linee sottili e ondulate in una magia tipica solo dei grandi artisti. Pochi tratti che si uniscono in un toro sollevato in volo da due piccole ali. “I tori sono angeli con le corna” disse Picasso consegnando il disegno a Lucia. Lei lo tenne sempre nei propri cassetti. Di sé avrebbe detto: “Adoro gli angeli ma sono attratta dei diavoli”. Del marito avrebbe sentenziato: “Il torero era un diavolo. Ma una piuma d’angelo gli era rimasta attaccata”.

L'articolo Lucia Bosè e Luis Miguel Dominguín proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/ritratti/lucia-bose-e-luis-miguel-dominguin/feed/ 2