Luis Sepulveda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luis-sepulveda/ un blog di approfondimento culturale Sat, 13 Jun 2015 14:00:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luis Sepulveda Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luis-sepulveda/ 32 32 Come si racconta una storia: l’incipit secondo Jhumpa Lahiri https://minimaetmoralia.it/estratti/come-si-racconta-una-storia-lincipit-secondo-jhumpa-lahiri/ https://minimaetmoralia.it/estratti/come-si-racconta-una-storia-lincipit-secondo-jhumpa-lahiri/#comments Sat, 13 Jun 2015 06:00:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27296 È in libreria per nottetempo L'arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall'ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l'intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l'incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

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È in libreria per nottetempo L’arte di raccontare, dieci interviste di Caterina Bonvicini e Alberto Garlini a John Banville, Emmanuel Carrère, Javier Cercas, Jhumpa Lahiri, Petros Markaris, Yasmina Reza, Colm Tóibín, Edward St Aubyn, Elizabeth Strout e Luis Sepúlveda. Le conversazioni riguardano metodi di lavoro e tecniche di scrittura, dalla costruzione dei personaggi ai dialoghi, dall’ambientazione al punto di vista. Pubblichiamo di seguito l’intervista di Caterina BonviciniJhumpa Lahiri: il tema è l’incipit di una storia(fonte immagine)

di Caterina Bonvincini

Jhumpa Lahiri, una delle migliori scrittrici americane contemporanee, Premio Pulitzer nel 2000, di origine bengalese ma cresciuta negli Stati Uniti, da un paio di anni ha lasciato New York per trasferirsi a Roma e studiare la nostra lingua. L’ha imparata così bene che ha pubblicato un libro in italiano (In altre parole).

Nei suoi romanzi, editi da Guanda, fin dalle prime pagine compare il cuore della storia che verrà. Nell’Omonimo assistiamo al parto e al dilemma intorno al nome del neonato, che poi è un dilemma fra culture, quella indiana e quella americana, tra modi diversi di definire l’identità. Nella Moglie vediamo due fratelli ancora bambini, Subhash e Udayan, davanti al golf club di Calcutta, luogo simbolo delle differenze tra il mondo indiano e quello occidentale, luogo che tornerà tragicamente dopo, quando Udayan ormai adulto verrà ucciso dalla polizia per aver progettato un attentato proprio lí. Sono incipit potenti, molto evocativi, che prefigurano il resto.

C.B.: Quando comincia una storia ha già tutto chiaro?

J.L.: Non è chiaro, all’inizio. Spesso ho un’idea, ma è un’idea molto vaga. Provo a entrare nel mondo della storia, cerco la porta giusta. Può essere quella porta oppure un’altra, oppure una finestra, non lo so, ma devo trovarmi dentro la storia, devo trovare l’ingresso. È difficile, perché spesso una storia non comincia con l’incipit.

Come si arriva all’incipit allora?

Io ci arrivo scrivendo e pensando. A volte comincio una storia, scrivo, scrivo e a un certo punto mi dico: “Ah, deve iniziare qui!” E magari succede dopo aver scritto molte pagine. Arrivo a un momento che mi sembra giusto, spesso ci vuole qualche mese per scoprire l’incipit. Lo spunto può essere un dettaglio, una scena, un pezzettino di dialogo, dipende. Di rado un incipit è ovvio, di rado si presenta così, purtroppo.

Un esempio?

Con La moglie io sapevo che la descrizione dell’ambiente era l’incipit giusto. Ma ci ho messo anni per ridurre quella descrizione a una pagina. Prima era un capitolo di otto o nove pagine e mi sembrava troppo. Ho dovuto togliere tutto. La scena al Tolly Club è arrivata dopo qualche anno. Perché io devo capire innanzitutto i personaggi, senza averli capiti non riesco a capire la storia: loro mi danno tutto, anche la struttura.

Ci parla del lavoro preliminare, quello che si svolge nella sua mente, prima di cominciare? Quando capisce che un’idea può diventare un romanzo?

Non riesco a capire senza scrivere. Ho in mente una cosa, un’idea vaga, poi prendo qualche appunto o scrivo un paragrafo, una descrizione: un viso, un paesaggio, un sentimento, un’emozione. Poi, però, ci vuole un motore. Capisco che è giusto quando c’è un movimento, quando la storia si svolge. Allora è chiaro: se c’è un movimento che posso seguire, c’è un’energia, c’è qualcosa di inevitabile.

Che cosa deve avere un incipit per catturare il lettore fin dalle prime righe? Ci sono inizi lenti e inizi folgoranti. Lei cosa preferisce?

Dipende. Può essere lento o può essere folgorante. A me piace cambiare. Per esempio, ho scritto un racconto intitolato Una volta nella vita che inizia molto lentamente: non si capisce dove andrà la storia, è un incipit disteso, non c’è una tensione o un dramma che si vede subito. Ma è arrivato così. Come si entra in un posto? Si può entrare direttamente: ecco la porta, andiamo. Ma la via può anche essere lunga, rilassata. A me piace seguire il mio istinto, non ho nessuna formula.

Nei racconti, spesso lei comincia da un accidente o da una situazione: da un guasto alla luce o da un trasloco. L’incipit di un racconto dev’essere diverso da quello di un romanzo?

L’inizio deve introdurre gli elementi della storia. Il romanzo può iniziare in modo più lento, invece nel racconto è importante iniziare in mezzo alle cose, l’incipit deve essere più veloce perché tutto è più urgente. Dà velocità al racconto, un incipit del genere, è importante. Un racconto è come un treno che passa. Un romanzo è come andare in macchina: si entra, si gira la chiave, poi si accelera.

Scrive in ordine, partendo dall’inizio, oppure torna indietro? Fa molte stesure?

Una valanga. Ogni stesura è molto imperfetta. Vado avanti e torno indietro continuamente. Di solito scrivo a mano e poi lavoro al computer. Poi c’è un manoscritto, qualcosa di stampato, insomma. Rileggo sulla carta, prendo appunti ai margini e torno sullo schermo. A me serve qualcosa di fisico in mano, di palpabile. Senza, non riesco a capire quello che scrivo. Sullo schermo c’è una distanza che non mi piace. E preferisco sempre scrivere a mano.

E passa del tempo fra una stesura e l’altra?

A me piace molto lasciar riposare un manoscritto almeno per qualche mese. L’omonimo, per esempio: ho iniziato a scriverlo e poi non l’ho toccato per due anni. Temevo che fosse un fallimento. Un giorno l’ho riletto e sono riuscita a vedere delle cose che mi sfuggivano. Non è un processo lineare. Inizio con intensità, poi c’è un momento in cui sembra impossibile andare avanti. E ci ritorno. Anche con La moglie è stato così perché ho iniziato quel romanzo nel ’97, con la scena madre, in cui Udayan viene ucciso. È la prima cosa che ho scritto. Dopodiché, non sono più riuscita ad andare avanti. Sembrava una porta chiusa. Quindi ho messo le pagine in un armadio. Ho pubblicato altri tre libri e dopo dieci anni l’ho ripreso.

Quindi La moglie in realtà è il suo primo romanzo?

Sí, lo è. È incredibile, ma in realtà è il primo. Io lo ritengo il mio primo libro insomma, ma non l’avrei mai scritto senza i successivi…

Quando nasce un personaggio nella sua mente o sulla pagina, lei lo conosce già o lo scopre nel tempo?

Io scopro tutto tramite la scrittura. I personaggi cominciano ad accompagnarmi, come fantasmi accanto a me. Prendo il tè e loro sono lì, nella periferia della visione, sempre, per tutto il periodo della scrittura. In questo modo crescono i personaggi, piano piano, perché penso sempre a loro. Mi appaiono anche fisicamente.

E la stupiscono, fanno delle cose che non si aspettava da loro?

Certo. Per esempio io non sapevo che la moglie se ne sarebbe andata, non lo sapevo. Mi chiedo ancora adesso: “Ma chi è? Da dove è venuta?” Vengono dal cervello, i personaggi, o dalle suggestioni. Magari conosco una persona, scambiamo due parole, mi dice qualcosa che rimane con me e questo qualcosa diventa uno spunto. La persona in questione, poverina, non è consapevole di avermi regalato un punto di partenza che mi interessa, ma spesso è così.

Quali sono gli incipit di romanzo che le piacciono di più?

La camera di Giovanni di James Baldwin. García Márquez ha degli incipit fantastici. C’è una situazione già iniziata, ricca e complessa, poi arriviamo noi lettori per raggiungere la storia. Questo mi piace!

Tre cose da non fare.

1. Non giudicare.

2. Non essere impaziente.

3. Non restare in superficie.

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Un festival per raccontare la scrittura e gli scrittori https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrittura-festival/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrittura-festival/#comments Wed, 13 May 2015 14:00:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26803 Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

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Dal 18 al 24 maggio a Ravenna si terrà la seconda edizione di Scrittura festival. Pubblichiamo un intervento del direttore artistico Matteo Cavezzali. (Fonte immagine)

di Matteo Cavezzali

C’è chi scrive per raccontare una storia. C’è chi scrive per ammazzare il tempo. C’è chi scrive perché non sa fare altro. C’è chi scrive perché gliel’ha ordinato la maestra. C’è chi lo fa per necessità. C’è chi scrive per dire che è in ritardo, chi per mandare un bacio, c’è chi scrive perché un giorno non ci sarà più. C’è chi scrive per fermare un pensiero sulla carta. C’è chi scrive per non dimenticare, chi per dimenticare. C’è chi scrive prima di andare a letto e chi scrive perché non riesce a dormire. C’è chi scrive perché vuol ricevere apprezzamenti, c’è chi scrive perché non ha paura di farsi odiare. C’è chi scrive perché ha un libro in testa, c’è chi scrive perché vuole essere chiamato “scrittore”. C’è chi scrive perché non ha voce per gridare. C’è chi scrive come terapia. C’è chi scrive perché è innamorato e quella sera c’è la luna piena. C’è chi scrive perché si annoia. C’è chi scrive perché è stonato o non sa disegnare. C’è chi scrive perché si è trovato una penna in mano e un foglio bianco. C’è chi scrive davanti alla finestra, chi sul treno e chi sul water. C’è chi scrive perché il computer non riesce più a connettersi a internet. C’è chi scrive solo per portarsi a letto le ragazze. C’è chi scrive perché ha un rimorso.

Pensando a tutti loro è nata l’idea di creare un festival, per chiedere agli scrittori cos’è per loro la scrittura. Perché hanno deciso di scrivere e in che modo hanno voluto farlo. Lo abbiamo chiamato semplicemente “Scrittura festival” e da due anni si svolge a Ravenna dal 18 al 24 maggio. Abbiamo scelto autori che con la propria penna avessero raccontato storie dal forte impatto sociale attraverso la narrazione, come Luis Sepulveda, ospite l’anno scorso, e David Grossman che sarà a Ravenna il 23 maggio.

Sepulveda e Grossman sono due autori che hanno vissuto, prima di scrivere. Hanno messo la propria vita in gioco. Sepulveda trascorrendo anni nelle carceri della dittatura di Pinochet, Grossman esponendosi in prima persona contro le politiche di Israele, al punto da vedersi negare il premio Israele per la letteratura per un esplicito veto posto da Nethanyau. Hanno vissuto, e poi hanno scritto.

Hemingway diceva che non si può scrivere senza prima aver vissuto. Non so se sia vero, ma per loro è stato così. Per altri forse lo è stato meno. Philip Dick sicuramente non aveva mai visto androidi o cloni, ma la sua vita era stata movimentata al punto da farla allontanare molto dalla norma. Nel bene o nel male. Su Bukowski si sente dire di tutto, anche che fosse in realtà un bravo ragazzo lontano dagli eccessi che descriveva. Anche se in molti lo hanno visto spesso all’ippodromo. Kafka o Pessoa avevano vite meno romantiche, ma non per questo non sono stati grandi autori. E allora cos’è che ci porta a scrivere? Qual è quell’impulso che porta una persona a scrivere una storia anziché a raccontarla a voce agli amici o dimenticarla?

Pare che il primo testo scritto sia comparso negli ultimi secoli del quarto millennio prima di Cristo in Mesopotamia. Non era un racconto, né tantomeno una poesia, ma si trattava dell’archivio di un magazzino. Quanto grano era entrato, quanto ne era uscito e soprattutto chi aveva dei debiti da saldare con il proprietario. Insomma forse l’inventore della scrittura era un commerciante che voleva ricordarsi chi gli doveva dei soldi. Un inizio che dava poche speranze, direi. Come si è arrivati a Shakespeare e Dante partendo da un elenco di debitori della Mesopotamia? Beh, ovviamente il linguaggio scritto è un contenitore che si adatta e si modifica a seconda del contenuto. I linguisti hanno compiuto studi molto affascinanti per scoprire se in una persona nasce prima il pensiero, che viene poi ordinato nella parola, o se è la stessa parola che ha in qualche modo generato il pensiero dandogli una forma.

Lo stesso procedimento, in maniera leggermente diversa, si potrebbe riportare alla parola scritta. Perché scriviamo diversamente da come parliamo? Cambiamo modo di pensare quando parliamo con un lettore sconosciuto, di cui non sappiamo nulla, rispetto a una persona che abbiamo davanti in carne e ossa? Il retaggio culturale che ha portato il linguaggio scritto ad allontanarsi della forma orale sarà forse superato con il massiccio uso della scrittura “istintiva” introdotto dai social network? Sicuramente questi nuovi mezzi che riportano in auge la scrittura influiranno molto nei giovani autori, ma in che modo? Seguendone i canoni (e anche i vizi) o discostandosene?

A Scrittura festival parleremo anche di questo. Parleremo di libri, di editoria e di parole. Ne parleremo con editori, giornalisti e autori come Andrea De Carlo, Marco Missiroli, Carlo Lucarelli, Christian Raimo, Lidia Ravera e Francesco Piccolo, che peraltro ha scritto un interessantissimo pamphlet intitolato “Scrivere è un tic” edito da minimum fax proprio sui metodi e le piccole ossessioni degli scrittori. Nel libro Piccolo parla di chi non riusciva a scrivere senza caffè come Balzac e anche di chi per vivere faceva un lavoro molto diverso dallo scrittore, come Fenoglio che lavorava per un’azienda vinicola e scriveva i suoi romanzi nel retro dei documenti. Documenti in cui l’azienda vinicola appuntava i nomi di chi gli doveva dei soldi, proprio come quell’antico mercante della Mesopotamia.

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