Luisa Capelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luisa-capelli/ un blog di approfondimento culturale Fri, 04 Jul 2014 14:59:38 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luisa Capelli Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luisa-capelli/ 32 32 Che cosa vogliamo da un assessore alla cultura a Roma https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/ https://minimaetmoralia.it/politica/che-cosa-vogliamo-da-un-assessore-alla-cultura-a-roma/#comments Fri, 04 Jul 2014 13:21:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21923 Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell'impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell'ultim'ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia ("Manco sotto Carraro ho visto 'na roba del genere"), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino "lui e quella sua cazzo di bicicletta", non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: 'Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo', non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l'Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno... Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l'ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo - forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po' la strategia comunicativa che l'ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

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Sarà solo questione di percezione da cronache locali ma in questi giorni mi pare che Ignazio Marino si sia risvegliato dopo un prolungato letargo di vari mesi in cui è riuscito nell’impresa non facile di inimicarsi qualunque suo sostenitore della prima, della seconda, e dell’ultim’ora. Non so quanti articoli ho letto contro di lui sui quotidiani nazionali e romani, non so se lui stesso si sia reso conto del risentimento diffuso per la sua inerzia (“Manco sotto Carraro ho visto ‘na roba del genere”), non so se ha idea di quanti morti si becca ogni sera verso le sei dai pendolari sulla Ostiense-Viterbo o sulla Fara Sabina-Fiumicino “lui e quella sua cazzo di bicicletta”, non so quante persone anche a lui vicine mi hanno detto: ‘Non lo sopporta nessuno, fa tutto da solo, si crede stocazzo’, non so se lui sappia che tutti nel suo partito lo chiamano con sprezzo l’Allegro Chirurgo, non so quanto siano martellanti per le sue orecchie le voci che vorrebbero elezioni anticipate e una candidatura di Marianna Madia al suo posto addirittura il prossimo inverno… Di fatto, leggendo distrattamente i giornali, l’ho rivisto comparire in giro questi giorni, più tonico del solito, più assertivo – forse qualche ufficio stampa ha cercato di rivedere un po’ la strategia comunicativa che l’ha portato a essere in un anno di Campidoglio più odiato di Alemanno, e vi giuro non era facile.

Fatto sta che, per esempio, la riapertura dopo cinque mesi della Tangenziale , con una serie di dichiarazioni da amministratore lungimirante (“Avremmo potuto solo togliere la terra con la ‘pala’, come qualcuno suggeriva ironicamente con scritte sui new jersey e invece siamo andati in fondo per risolvere il problema sulla collina mettendo in sicurezza la vita di dozzine di famiglie che abitano in palazzine che erano a rischio.”) gli ha risparmiato le ulteriori bestemmie dei circa 50000 automobilisti che per più di 160 giorni si sono sobbarcati un’ora e mezza di traffico in più per andare e tornare dal lavoro. Tra quelli c’ero anche io e mi chiedo adesso che la questione è miracolosamente risolta se per caso non ci sia stato un sesquipedale deficit di comunicazione: le spiegazioni sul senso del riassetto stradale sarebbero state provvide anche prima della conclusione dei lavori?

Altro esempio: ieri Marino si è fatto vedere anche al Ninfeo di Valle Giulia, e ha rivendicato il ruolo attivo che il Comune ha scelto di tenere di nuovo per il Premio Strega – cinquantamila euro di stanziamenti: “È importante che Roma continui questa tradizione della sponsorizzazione, non possiamo sottrarci. È un premio importante, è molto significativo che da tanti anni si tenga nella nostra città e al quale hanno partecipato scrittori importantissimi come Umberto Eco”.

Insomma credo che Marino abbia realizzato che la sua immagine pubblica, soprattutto tra i giornalisti politici e gli operatori culturali a Roma (ossia quelli che questa immagine la modellano), si sia nutrita di un fortissimo discredito e che stia provando come può a rimediare.

Purtroppo per lui la questione non è solo di immagine. Perché il busillis che si trova a maneggiare in questi giorni è una patata incandescente: la questione dell’assessore alla Cultura.

Come saprete, Flavia Barca – in giunta per circa un anno, discussa e criticata assai soprattutto per la sua abulia – si è dimessa il ventisei maggio scorso, e da allora la sede di Piazza Campitelli è vacante. Ma quest’assenza non è solo letterale, assume piuttosto significati evidentemente simbolici, e produce un’esasperazione trasversale in chiunque si occupi anche solo marginalmente di cultura a Roma. L’espressione di questa rabbia virata all’incredulità si può esprimere a) in toni goliardici con l’occupazione per un giorno dell’assessorato da parte degli attivisti del Valle – vestiti con maschere, occhialini da mare e occhiali da sole, cappelli, in mano, pinne, fucili, ombrelloni, secchielli e palette, in conferenza stampa hanno fatto loro il minimo sindacale dell’incazzatura: “Dal Palladium all’Eliseo a un’Estate Romana sbrindellata, la situazione è ormai insostenibile. Per quanto ci riguarda invece, da tempo il sindaco sostiene che la soluzione è vicina, ma sono passati mesi e non siamo riusciti a parlarne”.

Oppure si può esprimere b) con editorialesse al veleno dal tono blasè come quella di Francesco Merlo: Il grande crac culturale titolava Repubblica in prima un lunghissimo articolo che non risparmiava nulla a Marino, con tiro fittissimo di strali (e anche qualche freccia spuntata – la topica sul Romaeuropafestival che chiude); dall’editoria ai teatri, dall’opera all’archeologia, tutto – secondo Merlo – sembra gestito male, se non malissimo a Roma.

In sovrappiù, alla mancanza dichiaratamente strutturale di fondi, alla chiusura di luoghi storici (vedi ieri il pezzo sulla quella, probabile, dell’Eliseo), alla diciamo nonsimpatia di Marino, alla sua idea di mecenatismo quantomeno discutibile (vendere agli sceicchi del Qatar il “brand Roma”?), alla vacanza dell’assessorato, al comunicato dell’ultim’ora in cui liquida in due righe il lungo processo dialettico che c’è stato con gli occupanti del Valle con il precedente assessore (se ne devono andarè, è strigni strigni la sua miopissima posizione), è arrivata anche la polemica sugli esiti del bando dell’Estate Romana – Graziano Graziani l’ha ricostruita in questo pezzo, L’estate del nostro scontento, in cui al di là della contingenza delle accuse incrociate, sottolinea una questione di fondo rispetto alla questione delle politiche culturali, quella di una condivisione sulla valutazione: “Ciò che è un valore incontrovertibile per un settore della città è frutto di amicizie politiche per un’altra. Ciò che per qualcuno è una manifestazione storica, per altri è il segno di una città inamovibile che non è in grado di rinnovarsi”. Cosa significa? Che per molti anni l’organizzazione culturale a Roma è funzionata a isole, se non a feudi, automatisimi spesso divenute cancrene, con un’ignoranza reciproca rivendicata e nessuna visione di sistema.

Rispetto a questo tipo di critiche come ha reagito Marino? È molto interessante leggersi per intero l’intervista che gli ha fatto Concetto Vecchio per Repubblica. Eccola.

Sindaco Marino, “Repubblica” denuncia il degrado della cultura a Roma, il senatore Zanda la invita a un colpo di reni, e il capogruppo del Pd in Comune dice che bisogna cambiare passo. Lei pensa di essere ancora in sintonia con il suo partito e con la città?
Sì, assolutamente. Guardi che i romani sono contenti che ci sia un sindaco che vada in giro in bici. Ogni volta incontro un cittadino che mi pianta le mani sul manubrio e non mi lascia andare finché non mi ha raccontato la dimensione della buca davanti a casa sua. Preferivano forse un sindaco in autoblu?
Veramente le rimproverano di non avere una visione sul futuro della città.
Forse si dimentica la crisi nella quale ci dibattiamo. I consumi culturali diminuiscono dappertutto, le vendite dei libri sono in calo, la gente risparmia anche sulle cure odontoiatriche. La riprova è che nella notte dei musei, quando si entrava a un euro, abbiamo registrato 250mila presenze: con la mia bicicletta sono andato a controllare la fila alla mostra di Frida Kahlo, beh arrivava a piazza Venezia.
Insomma, è solo colpa della crisi?
No, non dico questo. Credo, ad esempio, che i privati devono dare di più. Così il sistema non regge. La filantropia è stata troppo trascurata. I donatori del Teatro dell’Opera hanno versato appena 3 milioni di euro su un bilancio di 58. È troppo poco. Però mi reputo soddisfatto: il Teatro l’ho ereditato con un disavanzo di 10,4 milioni euro e quest’anno avremo un attivo di 200mila.
Sì, ma la sua giunta non ha nemmeno un assessore alla Cultura. Com’è possibile?
Solo da un mese. Ho lavorato bene con Flavia Barca, ma ora serve una figura di eccellenza, che abbia chiara la dimensione della sfida. Fare l’assessore alla Cultura a Roma è come fare il ministro in un medio paese europeo.
Sarà il professore Andrea Carandini?
È una persona straordinaria, ma ho una rosa di candidati, e prima di scegliere voglio compiere un’operazione di ascolto.
E quanto ci vuole?
Il tempo che ci vuole.
Le rimproverano anche il mancato governo. Perché non fa le nomine?
A quali si riferisce?
Assessore a parte, sono senza vertice il Macro, le biblioteche, la Casa del cinema. Come lo spiega?
Ma la casa del cinema scade a settembre, sulle biblioteche opereremo a giorni e non perché il tema è stato sollevato dai giornali.
Lei che voto si dà?
Il voto me lo daranno gli elettori tra quattro anni.
E lei pensa di convincerli?
(Marino si alza e ci invita sul balconcino con vista sui Fori). Guardi lì, il Foro di Augusto. Fino a settembre la sera c’è una rivisitazione storica con Piero Angela. Abbiamo venduto 30mila biglietti a 15 euro. È un successo, no? E le Scuderie del Quirinale aperte tutta l’estate, vogliamo parlarne?
Non è troppo poco quel che ricavate dal sistema dei musei? Francesco Merlo si è trovato al Montemartini con altre quattro persone.
Ho controllato: il Montemartini fa 112 biglietti al giorno, 41mila all’anno. Non è tanto, convengo, ma i Musei capitolini fanno 500mila ingressi.
Infatti, sono gli unici. Avete un giacimento enorme e non lo fate fruttare. Non è un delitto?
I piccoli musei bisognerebbe renderli gratis. Prenda il Carlo Bilotti: ha 18 De Chirico, ma ogni visitatore ci costa 45 euro. Bisognerebbe eliminare la biglietteria, spostare il personale alle Scuderie del Quirinale: dove davvero serve.
Roma è l’unica città al mondo con due soprintendenze. Le sembra sostenibile?
Non lo è, e ne ho già parlato con il ministro Franceschini. Stiamo lavorando benissimo con lui. Guardi, quello spicchio, il Foro di Cesare: è nostro. Il resto no.
Lei a marzo è andato dagli emiri a proporre il brand Roma. Che ne è stato?
Ne ho parlato con il sultano Bin Abdulaziz, e poi l’ambasciatore in Qatar e anche con la first lady azera. Sono disposti a restaurare i nostri monumenti, ma in cambio vorrebbero esporre le nostre opere nei loro Paesi.
Il concerto dei Rolling Stones è stato un successo, ma tutti parlano solo dei 7mila euro per il Circo Massimo. Lei sconta un problema d’immagine?
Io penso che ci sia un po’ di provincialismo. È stata una straordinaria vittoria, tutti i media del mondo hanno celebrato l’evento e noi qua a parlare ancora dei 7mila euro. Mah!
Ma al suo partito che la critica sulla cultura cosa risponde?
Che ho portato la cultura nelle periferie. Lo sa che quaranta su 57 eventi dell’estate romana si terranno fuori dal centro storico. Questa è la mia visione.
La sua solitudine non nasce dal fatto che Renzi è freddo con lei? Teme l’ombra della Madia?
Non è vero. I rapporti sono ottimi. Sono reduce da un importante colloquio con Delrio.
Fare il sindaco di Roma è più difficile che fare il chirurgo?
Molto di più, in sala operatoria devi salvare una vita umana alla volta. Ma non sono preparato psicologicamente alla sconfitta. Non posso che vincere.

Non ci vuole un’analista della comunicazione per evidenziare come Marino sembri sempre sul chi va là, si dimostri scioccamente  impermeabile alle critiche, rivendichi in modo spocchioso i suoi successi (“Sono andato a controllare con la mia bicicletta…”), non usi nemmeno un minimo di captatio benevolentiae, e come per un politico dire di sé “non sono preparato psicologicamente alla sconfitta” non sia la battuta migliore. Ma è un altro il passaggio che m’interessa sottolineare, quello sulla nomina dell’assessore alla Cultura. “Ho lavorato bene con Flavia Barca per un anno, ora serve una figura di eccellenza”, dice. Il che vuol dire, per chi legge: la Barca non lo era. Anche qui, non proprio un’uscita elegante. E vuol dire: serve un nome altisonante. E l’unico che cita anche Marino è quello di Andrea Carandini, classe 1937, archeologo di fama, attuale presidente del Fai.

Ora credo che in nodo della questione sia proprio qui: nel pensare – dopo aver letto gli articoli di Merlo e di Graziani o dopo aver visto cosa vuol dire fare il sindaco di Roma per un anno – che una personalità come Carandini possa essere una figura indicata per un impegno – Marino qui lo riconosce – che “è come fare il ministro in un medio paese europeo”. L’impressione che io, come molti altri abbiamo di molti che hanno amministrato la città in questi anni è la loro poca conoscenza del territorio. L’immagine di una Roma “grande bellezza” o quella di una Roma “sacro Gra”, con un centro storico bellissimo e decadente e le periferie degradate da riqualificare è una specie di pregiudizio molle e insinuante che spinge a costruirsi idee di una città inesistenti, frutto di percezioni ristrette, semplificanti…

La critica di mancanza di visione che si rimprovera a Marino e che Marino, anche questa ovviamente, respinge al mittente ha proprio questo senso: all’assessorato di Roma non serve una figura di eccellenza, ma un amministratore dotato di competenza e umiltà da una parte e originalità dall’altra. Qualcuno che in questi anni, spesso bui, e stracolmi delle retoriche peggiori, dalla Roma futurista di Alemanno e dei gran premi automobilistici all’Eur, alla finta grandeur veltroniana, abbia lavorato con costanza anche nell’ombra, scontrandosi con le rendite di posizione, interpretando e provando a contrastrare la crisi di sistema che il mondo della cultura attraversa, provando a inventare modelli e iniziative e non solo a fare il burocrate. Ogni ambito, anche a Roma, ha prodotto per fortuna figure di questo genere, nomi riconosciuti in modo trasversale. La fatica che Barca ha fatto per un anno per conoscere, incontrare, intessere rapporti, formare tavoli di lavoro, etc… potrebbe essere risparmiata al futuro assessore, se per esempio questa consapevolezza se la fosse già creata in anni di presenza sul territorio.

Provo a farli questi nomi negli ambiti che conosco. Nel mondo del libro (tra parentesi, rimango abbastanza freddo per l’elezione di Paola Gaglianone al presidente delle Biblioteche romane eletta due giorni fa: di quale riconoscimento si faceva forte? quale inventività aveva dimostrato in questi anni? Si vedrà) spicca per la quantità e la qualità dell’impegno da anni una persona come Luisa Capelli. Antropologa di formazione internazionale, fondatrice di uno dei migliori progetti editoriali italiani degli ultimi anni, Meltemi, docente (con un contratto economicamente ridicolo) a Tor Vergata di Economia e gestione delle imprese editoriali, curatrice e organizzatrice da un po’ di tempo delle giornate sull’editoria Librinnovando, esperta come pochi altri in italia di editoria digitale, e soprattutto capace di avere una visione politica sul futuro dei libri: dai rapporti tra istituzioni e privati, alle questioni di sistema, la proprietà intellettuale, l’accesso ai contenuti, etc… È una persona con una solida formazione novecentesca, ma che non ha nessuna di quelle nostalgie bibliofile che molti spacciano per passioni, se non per competenze… Darle un ruolo di assessore o almeno di direttrice della Casa delle Letterature dimostrerebbe un coraggio inedito per Marino, e sarebbe ripagato dalla possibilità che Roma – la città di una Biblioteca Nazionale (oggi caricatura di se stessa), delle biblioteche storiche, degli archivi, della piccola e media editoria – diventasse un vero polo editoriale e una città della cultura del libro.

Vogliamo fare un’altro nome, un altro nome eccellente ma non di fama? Una donna che negli ultimi anni in tutta Italia è stata capace di ripensare intorno ai libri e alle biblioteche un diverso rapporto tra istituzioni e cittadini, facendo, nel suo piccolo, della cultura veramente la chiave di un nuovo welfare, e riconoscendo alle biblioteche il ruolo di presidi democratici? Antonella Agnoli. Qui trovate il suo curriculum. Agnoli ha lavorato in piccoli comuni e grandi città, a Venezia, a Bologna, a Seattle, a Helsinki, a Maiolatis Spontini, a Cinisello Balsamo, progettando biblioteche multimediali che nel giro di poco tempo hanno completamente trasformato l’accesso alla cultura dei luoghi dove si inserivano. Utenti della biblioteca moltiplicati anche di dieci volte, una partecipazione civile inusitata. I suoi libri, Le piazze del sapere, o l’ultimoLa biblioteca che vorrei. Non sarebbe sfidante investire su  di lei, sulla sua visione?

Per il mondo del teatro il nome che può venire in mente con facilità non solo a me è quello di Veronica Cruciani. Regista quarantenne, il cui lavoro sul palco è oggetto di una stima condivisa da tutti gli addetti teatrali, mainstream e indipendenti, ha dalla sua un’esperienza da imitare: negli ultimi dieci anni è riuscita, con un impegno e una costanza unici, a creare al Quarticciolo, nella periferia orientale di Roma, un modello di teatro di quartiere riconosciuto, lodato, tanto da chi fa teatro che da chi semplicemente ci abita vicino. La sfida di poter coniugare sperimentazione con teatro popolare (Muta Imago, Michele Santeramo o Virgilio Sieni con Valerio Aprea, Massimiliano Bruno, Geppy Cucciari), la capacità di coinvolgere le scuole, gli universitari, i centri anziani, gli utenti della biblioteca, è stata vinta. Con pochissimi soldi a disposizione – quest’anno ha fatto il direttore artistico gratis – e con la minaccia molto attuale che il budget dell’anno prossimo le venga decurtato di un quarto, ha trasformato un teatro di cintura in quello che doveva essere, non una microcattedrale nel deserto, ma un riferimento per tutto il quartiere.

Capelli e Cruciani (come anche Agnoli) hanno di fatto svolto un ruolo di supplenza in questi anni, hanno mostrato come si possa conservare e trasmettere il senso del pubblico, hanno usato i contributi degli attori privati sempre nell’ottiva di una funzione pubblica, hanno cercato di capire come trovare nuove modalità di finanziamento partecipato. Si sono fatte un mazzo encomiabile. Non è per me un valore positivo in sé svolgere una supplenza rispetto alla politica: Capelli e Cruciani sanno fare benissimo il loro mestiere – l’editore e la regista – ma hanno compreso che, in una fase di crisi, non ci si può limitare all’eccellenza nell’impegno professionale: occorre invece provare a riformare le condizioni di sistema, dato che la produzione teatrale o la produzione libraria si sono modificate profondamente negli ultimi anni.

Sono proposte quelle che ho provato a fare, che – più che i tre nomi in sé – indicano delle caratteristiche, un metodo, e soprattutto un’aspettativa. Che la politica accompagni i processi virtuosi, e non li eterodiriga. Un assessore alla cultura deve sorprenderci, inventare quello che non c’è. Non è detto che debba essere un non politico a rivestire il ruolo di assessore: ce ne sono – anche a Roma (Andrea Valeri, per esempio nel primo municipio) di amministratori locali, di funzionari che riescono a combinare insieme capacità gestionale e inventiva, rapidità nel governare la macchina amministrativa e visione. Sarebbe bello anche che Marino, che si fa vanto di un nuovo modo di fare politica, rendesse trasparenti i criteri dei suoi processi decisionali. Non si tratta di azzeccare il nome, ma di capire quali sono i desideri che esprime una città.

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Dove finisce Masterpiece: stampato in centomila copie* (*tra carta e digitale) https://minimaetmoralia.it/editoria/dove-finisce-masterpiece-stampato-in-centomila-copie-tra-carta-e-digitale/ https://minimaetmoralia.it/editoria/dove-finisce-masterpiece-stampato-in-centomila-copie-tra-carta-e-digitale/#comments Fri, 09 May 2014 15:27:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20628 In attesa dell’uscita del suo Come finisce il libro, un’indagine sullo stato dell’arte dell’editoria ai tempi di Amazon, del crollo (davvero irreversibile?) dei fatturati e dell’e-book, proponiamo questo pezzo di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) su un recente episodio che, dello stato dell’arte di parte dell’editoria italiana, può forse essere inteso come specchio deformante.  di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) In un […]

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In attesa dell’uscita del suo Come finisce il libro, un’indagine sullo stato dell’arte dell’editoria ai tempi di Amazon, del crollo (davvero irreversibile?) dei fatturati e dell’e-book, proponiamo questo pezzo di Alessandro Gazoia  (jumpinshark) su un recente episodio che, dello stato dell’arte di parte dell’editoria italiana, può forse essere inteso come specchio deformante. 

di Alessandro Gazoia  (jumpinshark)

In un post sul blog del Corriere della Sera dedicato a Masterpiece si loda “il coraggio di Bompiani nel pubblicare in centomila copie (tremano i polsi solo a pronunciare queste cifre, anche se si tratta di una bipartizione carta-digitale)” Vita Migliore di Nikola Savic, il romanzo vincitore di quel reality. A un commentatore un poco cinico tremano i polsi solo a pronunciare “bipartizione carta-digitale” per la tiratura di un libro. Oggi solitamente una casa editrice invia in tipografia un file digitale da stampare in un certo numero di esemplari cartacei, e può anche preparare (in proprio o attraverso collaboratori) uno o più formati digitali per la vendita come libro elettronico.

Accade già per alcuni libri, soprattutto best-seller della letteratura di genere in lingua inglese, che le vendite dell’ebook siano superiori a quelle “analogiche”, del libro di carta, ma nessun editore o autore autopubblicato di successo (come Hugh Howey) pensa a un libro “da pubblicare in 20.000 copie cartacee e 80.000 digitali” e in concreto nessuno prepara, in proprio o con l’aiuto di esperti, 80.000 identici file epub da immettere sul mercato. La “bipartizione carta-digitale” sembra quindi a un commentatore un poco cinico un goffo trucco per gonfiare la tiratura, mentre l’offerta di Vita Migliore insieme al Corriere della Sera incide direttamente su quella e sul venduto.

Molti scrittori italiani, pure bravissimi e pubblicati da grandi editori, non superano coi loro libri qualche migliaio di copie vendute. Si tirano prime edizioni sopra i venticinquemila esemplari solo per i previsti best-seller di stagione, e giusto per un Saviano o un Dan Brown le centomila copie sono sorpassate. L’Armata dei Sonnambuli di Wu Ming, romanzo atteso a lungo dai numerosi e affezionati lettori, è stato stampato da Einaudi in una prima edizione di quarantamila copie. Gli autori sono giustamente entusiasti per averne venduto cinquemila nella prima settimana piazzandosi al terzo posto assoluto nelle classifiche Nielsen; in alcune librerie il testo è andato esaurito e una ristampa è stata già approntata, mentre l’ebook non è ancora in commercio.

Oltre i casi e numeri singoli è utile esercizio provare a considerare sul serio la “pubblicazione di …mila copie in digitale”. Faccio quindi un piccolo esperimento: prendo le bozze di stampa in pdf a bassa risoluzione di un saggio di centocinquanta pagine, appena tirato in una prima edizione di 2500 esemplari; e raggiungo le 100.000 copie “bipartite” creando 97.500 copie del pdf con il mio malandato computer. La cartella contenente gli ebook tutti uguali fuorché nel nome si riempie in un quarto d’ora e occupa 24GB [1]. Il costo totale dell’operazione è quantificabile in una manciata di euro. Stampare 97.500 copie cartacee di un libro di centocinquanta pagine richiede attrezzature professionali che umiliano il mio pc e ha un costo ben più alto: dobbiamo aggiungere ai pochi euro tre o quattro zeri.

L’elenco delle differenze tra centomila copie analogiche e  digitali potrebbe continuare a lungo: le prime necessitano di un ampio magazzino per essere conservate, le seconde stanno comodamente su una scheda di memoria microSD poco più grande di un’unghia; l’invio al macero dei volumi cartacei invenduti è molto più oneroso di un canc su una cartella del computer ecc. Insomma, per stampare e conservare centomila copie cartacee ci vuole una struttura industriale; per “stampare” e conservare centomila copie digitali sono sufficienti qualche minuto di processore del proprio pc e un po’ di spazio su disco.

La carta e la stampa non sono la voce che incide di più nel costo di un libro; questa credenza è però piuttosto diffusa e una volta collegata a quella che un oggetto digitale in sé non costi nulla, poiché “immateriale”, porta a considerare troppo alto il prezzo di un libro elettronico. Un lettore di questo post potrebbe dire: “4.99€ per un ebook è troppo, produrlo non costa niente e insomma l’hai mostrato pure tu poco sopra”.

Un qualsiasi libro ha una serie di costi in larga parte indipendenti dalla realizzazione finale in un certo numero di copie su carta o in digitale. Progettazione, scrittura o traduzione, editing, lettura della bozze, copertina, marketing, non sono strettamente legati alla tiratura e alla “forma”: hanno un costo fisso e irrecuperabile. Inoltre sia per il libro di carta che per quello digitale vale il principio del costo marginale zero, ovvero il costo di produzione di una copia in più è trascurabile rispetto al produrre la prima unità. Con il libro di carta, fuor di principio, rimangono però forti alcune costrizioni materiali: Einaudi non avvia un progetto di libro da stampare in sole trenta copie e allo stesso modo non ristampa un libro in sole trenta copie; mentre con l’ebook alcune di queste costrizioni tendono a scomparire: tre o trenta copie in più vengono generate secondo l’occorrenza a un costo irrisorio (ma un editore digitale non avvierà comunque un progetto serio di ebook con la speranza di venderne solo trenta copie, appunto per i costi fissi  ricordati sopra).

La commercializzazione del libro di carta coinvolge tre soggetti principali: l’editore, il distributore e  il libraio. Anche a causa del particolare meccanismo delle rese (il librario ordina dieci copie di Vita Migliore, ne vende tre e dopo un mese e mezzo ne rende sette, per poi riordinarne tre dopo novanta giorni… e il ciclo ricomincia) il distributore, che si fa carico di rifornire le librerie e di gestire questi passaggi, incide molto sul prezzo finale (cfr Luisa Capelli). Il libro di carta ha quindi una particolare economia e non stupisce che sia molto forte la spinta economica verso l’integrazione verticale (una singola azienda assume i ruoli di editore, distributore, libraio) e pure quella orizzontale (in RCS Media Group troviamo Il Corriere della Sera, tra i quotidiani, e Rizzoli, Bompiani, Marsilio ecc.).

Veniamo quindi alla conclusione del nostro ragionamento: possiamo creare con facilità migliaia di copie identiche di un ebook ma non ha senso sovrapporre la stampa, e quindi l’intero ciclo di vendita e gestione del libro di carta, alla commercializzazione del libro digitale. Anche chi non conosca dall’interno l’editoria, rifacendosi alla propria esperienza coi file digitali, troverà forzato l’accostamento. Molti di noi hanno inviato per email decine o centinaia di copie di un documento digitale dal nome CV.doc ad altrettanti soggetti diversi, ma nessuno di noi ha creato in anticipo mille copie carbone digitali dello stesso documento: quando abbiamo una nuova azienda da contattare prendiamo il documento (spesso già conservato in rete, “in the cloud”) e lo alleghiamo. Allo stesso modo, senza essere esperti di commercio online di beni digitali, ci pare sensato immaginare che Mondadori non invii ad Amazon 50.000 copie digitali identiche del nuovo libro di Fabio Volo ma una singola “copia master” dell’ebook che creerà una propria riproduzione perfetta a ogni nuovo ordine, effettuato online e con trasferimento telematico del bene digitale al cliente (compri l’ebook, Amazon crea la copia e la invia al tuo Kindle) [2].

Quanto suona insensato Amazon che scrive a Bompiani; “abbiamo esaurito le 20.000 copie digitali da voi fornite di Vita Migliore, vi preghiamo di inviarcene altre 10.000 al più presto”? Gli ebook funzionano in modo diverso dalla carta, per loro proprietà “essenziali” che modificano tutto il circuito di gestione e commercializzazione del libro di carta e con questo, sia chiaro, non voglio dire che sono migliori sotto ogni aspetto per ogni lettore e rendono sorpassata la tecnologia del “libro analogico” . Possiamo pure immaginare una libreria indipendente del 2019 che venda anche ebook in un negozio fisico e li trasferisca a un indirizzo email o a un dispositivo (le future evoluzioni di tablet ed e-reader) però non potrà accadere che il librario si trovi imbarazzato nel dire “ho finito l’ebook dell’Armata dei Sonnambuli, mi spiace, arriva di nuovo tra un paio di settimane” o si rammarichi dei troppi Dan Brown ordinati e mandati in resa. Inoltre la piccola libreria potrebbe ospitare in negozio qualche migliaio di volumi cartacei e offrire qualche centinaia di migliaia di volumi digitali. Nel primo caso abbiamo un limite fisico (i metri quadri), nel secondo quel limite è trascurabile e il problema è l’infrastruttura commerciale.

Le “centomila copie tra cartaceo e digitale” di Vita Migliore sono una trovata di marketing che forse funziona un poco giusto la prima volta e, a un livello più profondo, segnalano l’inizio di una comunque lenta e parziale transizione al digitale. Un editore, per onestà commerciale e a scarico di coscienza, potrebbe persino ripetere il mio esperimento creando copie elettroniche su un pc aziendale e mettere quindi su ogni libro in uscita una fascetta con stampato in centomila copie, anzi cinquecentomila, anzi osiamo ancora di più: stampato in un milione di copie! Ma il trucco e la sfacciataggine stancherebbero presto; soprattutto non cambierebbero né le vendite reali, di libri ed ebook, né il basso numero (quattro milioni circa) di “lettori forti” che comprano una buona parte di quelle copie reali e tengono in piedi il settore dell’editoria (su questi pochi lettori, di libri cartacei ed elettronici, torneremo nel prossimo intervento).

 

[1] Per evitare i davvero troppi “incolla e rinomina” a mano ho scritto un programmino di tre righe che numera in modo progressivo i nuovi file (“cs1.pdf”, “cs2.pdf” ecc.).

[2] Ora non entriamo in dettagli tecnici come la “protezione personalizzata” del file con il dispositivo DRM e la creazione di copie su vari server per ragioni di ridondanza ed efficienza.

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Tutta la fortuna dello stare un sabato pomeriggio a Librinnovando in una Torvergata deserta (ps. la parte polemica è in fondo) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/tutta-la-fortuna-dello-stare-un-sabato-pomeriggio-a-librinnovando-in-una-torvergata-deserta/#comments Tue, 01 May 2012 19:11:03 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7672 La novità dell'edizione di Librinnovando di quest'anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c'è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l'ha potuto constatare. Chi non c'è stato può farsene un'idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell'ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell'editoria non può e non dev'essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell'Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc...

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La novità dell’edizione di Librinnovando di quest’anno è stato il suo carattere schiettamente politico. Chi c’è stato, il weekend dal 27-28 a Roma, l’ha potuto constatare. Chi non c’è stato può farsene un’idea dallo storify, o dal report del Tropico del Libro. Molte delle persone intervenute, tra organizzatori e partecipanti, Luisa Capelli o eFFe o Andrea Libero Carbone o Simone Ghelli o o o hanno mostrato nel corso dell’ultimo anno come lo sforzo di innovazione nell’editoria non può e non dev’essere disgiunto da una militanza culturale o politica tout-court: per le politiche culturali cittadine (vedi il caso del festival dell’Inedito), per le questione del reddito e della qualità del lavoro (vedi i questionario di Re.re.pre, Precariementi, TQ sul lavoro editoriale), per le questioni legate alla proprietà intellettuale (vedi il libro di Boldrin & Levine), etc…
Per questo gli interventi delle istituzioni culturali di inizio mattinata sono parsi fiacchi e poco centrati. Perché le istituzioni stanno cambiando, e o si prendono a cuore direttamente le questioni politiche oppure parlano un linguaggio autoriferito.
Così è stato particolarmente deprimente al limite dell’insultante (per i ragazzi volontari che si stavano sobbarcando l’organizzazione della giornata senza neanche un bar aperto) il saluto di Rino Caputo, preside della facoltà di Lettere e Filosofia, che ha fatto un discorsetto di grazie e prego, con una competenza dell’argomento che manco mio nonno, con una chiusa autoincensatoria, ha detto che anche lui adesso ha “una rivista digitale”. Ha voluto sottolineare che tra libro e ebook ci sono differenze ma pure affinità. Per esempio sono tutte e due parole di cinque lettere, ma le lettere sono diverse.
Anche Flavia Cristiano del Centro per il libro e la lettura non è stata particolarmente brillante. Non ha espresso nessuna visione, non ha delineato nessun progetto a lungo termine, non ha fatto alcuna analisi profonda nazionale o internazionale, non si è espressa sulle questioni urgenti per l’editoria, si è limitata a dire che “bisogna fare rete”, che il Cepell è disposto a “dare visibilità alle iniziative”, che sarà organizzato un flash-mob tutti con i libri in mano, che il bookcrossing viva…
Io ero abbastanza inviperito per l’ignoranza di Caputo (il Presidente della Conferenza Nazionale dei Presidi delle Facoltà di Lettere e Filosofia delle Università italiane!!) e deluso per l’understatement eccessivo di Cristiano. Ormai quando sento dire “fare rete”, penso che qualcuno sta sfruttando il lavoro di qualcun altro. Allo stesso modo quando penso che il Cepell possa dare visibilità alle iniziative dal basso, mi viene da pensare: quale visibilità ha il Cepell in più rispetto a decine di riviste di riferimento del panorama italiano? Se voleva dare visibilità, poteva occuparsi dello streaming e dello storify invece dei volontari, no? Oppure dargli qualche soldo.
Ancora di più si è constatato come la politica di Gian Arturo Ferrari in questo momento così delicato per l’editoria (“Fotografare la realtà”, ha detto alla conferenza stampa di presentazione dei dati Nielsen) è una politica perdente e colpevole. Occorre militanza.
Cosa mi veniva da chiedere a Caputo e Cristiano? Di formare e autoformarsi, come stanno facendo centinaia di persone. Per esempio come? Beh, per esempio restando per la durata dei lavori, e non scappandosene dopo i saluti di rito.
La stessa impressione che il discorso sull’editoria -toccasse temi centrali del dibattito politico, si è avuto negli interventi molto interessanti di Roncaglia e Spedicato, proprio perché capaci di ragionare sull’editoria ai tempi di Amazon, Apple e Google, ossia tre aziende che non hanno nel loro core business l’editoria. Lo stesso bisogno di confronto politico era palpabile nell’incontro sulla scuola: Doriana Bardi, i rappresentanti del gruppo Garamond e di Giunti Scuola tutti e tre uniti nel difficile compito di dover parlare di un’editoria scolastica che – per come è oggi – pensata, realizzata, voluta da decreti politici, somiglia a una manualistica tolemaica ai tempi di Copernico. Ottocentomila euro di fatturato per cosa? Libri con i CD Rom! Edizioni che di anno si rinnovano solo per modo di dire! Insegnanti che non sono capaci di usare gli strumenti informatici! È impossibile, viene fuori chiaramente, cercare di capire e alimentare le trasformazioni se non si cambiano le infrastrutture della conoscenza, delle quali l’editoria, in questo caso quella scolastica, è solo una parte della sovrastruttura.
Stesso discorso sulle biblioteche. La battaglia che porta avanti Agnoli la conoscete, anche se ogni volta che parla dal vivo c’è da imparare proprio perché aggiunge i dettagli degli incontri che fa in tutta l’Italia dove va a presentare il suo libro.

L’incontro più acceso è stato invece quello sul selfpublishing. Acceso soprattutto perché tra gli invitati a parlare c’era Edoardo Brugnatelli, editor di Strade Blu Mondadori e incaricato sempre da Mondadori a progettare e coordinare una nuova piattaforma sul selfpublishing che pare, si dice ormai da mesi, dovrà essere inaugurata a breve. Brugnatelli ha fatto un discorso molto enfatico su quello che ha in mente, citando come sua fonte di ispirazione Dave Eggers e la sua idea di letteratura (“ognuno ha una storia dentro di sé”) e di lavoro sulla scrittura (la scuola Valencia 826, famosa scuola di scrittura per ragazzi, che si trova in un quartiere difficile di San Francisco). Oltre a Dave Eggers ha citato wikipedia, modelli collaborativi di apprendimento, ha parlato di comunità, e ogni tanto ha citato – quasi fosse un claim del progetto ancora in progress – questa frase “Se hai una storia, raccontala bene”, esplicitando che rispetto al progetto ilmiolibro.it, che si propone innanzitutto come piattaforma di print-on-demand, quello di Mondadori ha più un interesse nella cura editoriale.
Alla fine della sua prolusione, la domanda che io gli ho fatto, ma che era quasi automatica, era: “Ma è un progetto profit o no-profit”. Brugnatelli ha risposto: “Beh, ci vorremmo rientrare delle spese”. “Quindi no-profit?”. Ha cincischiato, puntualizzando che nemmeno minimum fax è una onlus. E questo è chiaro, ho pensato, ma proprio per questo non si occupa di selfpublishing, ossia di volontariato per come ci veniva descritto da Brugnatelli. Allo stesso modo Valencia 826 o Wikipedia ricevono un sacco di donazioni e vengono tenute in piedi da un sacco di lavoro volontario proprio perché non sono delle società come minimum fax o come Mondadori.
L’impressione che si aveva in tutto il discorso di Brugnatelli era quello di un’ansia di fronte a un enigma economico di difficile soluzione. Feltrinelli con la scuola Holden e Repubblica l’ha risolto per adesso. Ha trovato come fare soldi sulle speranze e le velleità delle persone. È ilmiolibro.it – come recita il sito oggi: “Tutto quello che hai scritto diventa un libro”. E ancora una volta uno si chiede: perché? Oppure: contento tu.
Io sarò un uomo col cuore duro, ancorato alla cittadella oscura della vecchia editoria feroce, da quando è aperto ilmiolibro.it, non conosco nessuno – nessuno, nessun lettore! zero! – che abbia comprato un libro del miolibro. È chiaro che i duecentomila visitatori del sito e i ventimila utenti non sono una comunità di lettori, o sono lettori debolissimi simili a quelli che prendono anabolizzanti per avere il fisico da mostrare in palestra senza esercitarsi un minimo coi pesi. Guardate la vetrina dei più venduti e dei più consigliati, non vi prende una grande tristezza?
Quello che le case editrici sono tentate di fare, e Feltrinelli c’è riuscita, è ciò che spiegava Andrea Libero Carbone l’altro giorno a Librinnovando. Siccome c’è un mercato in cui diminuisce
(meno lettori che comprano libri) e la domanda invece è sempre stabile se non aumenta (“Se l’hai scritto va stampato”, ma anche “C’è una storia dentro di te, raccontala bene”), gli editori pensano di trasformare parte di quest’eccesso di offerta in domanda. Invece di pensare a come creare nuovi lettori (promuovere la lettura no, eh?), è molto più semplice creare un mercato di scrittori. Come Feltrinelli e ilmiolibro.it, anche Brugnatelli insisteva molto sulla possibilità di Mondadori di promuovere gli scrittori sefpublisher. Ma anche qui la domanda che uno si fa è: come? come promuovere una comunità di ventimila o centomila scrittori? Che vuol dire promuovere? Chi promuove cosa?
Brugnatelli replicava che non era così: che il suo progetto si basa sulla cooperazione, e sulla qualità del lavoro editoriale. (Non sulla militanza sociale, come Valencia o Wikipedia dunque?) Ma anche qui le controrepliche che venivano erano altre: ma non avete già Nuovi argomenti come palestra di scrittori esordienti e critici che discutono i lavori di narrativa e poesia? Ma questo ruolo di apprendimento cooperativo non è semplicemente quello che dovrebbe fare e potrebbe fare l’università pubblica, i corsi di letteratura, lo studio dei classici, etc… che è il luogo in cui molti di noi hanno imparato a confrontarsi con la scrittura? Non vi sembra un po’ colpevole nel momento in cui l’università pubblica sta collassando e la scuola uguale, non occuparvi di creare lì i nuovi possibili lettori e non illuderli che ci sia una piattaforma tipo Valencia 826 o tipo Wikipedia dove tu sei parte del gioco ma i soldi vanno a qualcun altro?

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Sul pubblicare per Berlusconi https://minimaetmoralia.it/editoria/sul-pubblicare-per-berlusconi/ https://minimaetmoralia.it/editoria/sul-pubblicare-per-berlusconi/#comments Mon, 25 Jan 2010 15:31:36 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=1589 In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza […]

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In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza dell’autore e del critico, in un incontro pubblico che si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. E di questo e di altro parla Tiziano Scarpa in un pezzo uscito sulla Stampa e ripreso qui. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il gruppo Mondadori pur non condividendo le idee e la politica culturale della proprietà. L’articolo che pubblichiamo qui di seguito, scritto da Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie, risponde in qualche modo al pezzo della Janeczek ed è stato pubblicato sul Manifesto di ieri, domenica 24 gennaio 2009.


di Vincenzo Ostuni

Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com’era scontato, non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un’intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall’appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori». Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest’ultimo aspetto a stupirci. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell’ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c’è ancora), o dall’indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all’opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l’occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all’interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?

Comunque la si veda, la questione desta imbarazzo. Chi, autore, si dissocia dal gruppo – e casi ve ne sono – lo fa senza clamore, come temendo di danneggiare qualcuno ingiustamente; chi vi rimane o vi entra, lo fa alla chetichella, accennando appena alla propria distanza dalla proprietà. Un fatto è certo: vi capiterà di rado, se non mai, di sentir dire nella stessa frase da un autore Einaudi quel che pensa di Berlusconi e rammentare il rapporto contrattuale che lo lega al Cavaliere; non ascolterete nessuno dire «Berlusconi è XYZ ed è l’editore dei miei libri». Col tempo anche quegli XYZ si attenueranno, per una banale razionalizzazione da coda di paglia. Teste altrimenti pensanti insisteranno oltremodo che il problema non è B., che attaccarlo sottrae consensi alla sinistra distogliendola dall’unico scopo: costruire una maggioranza ad ogni costo, come se la missione dell’intellettuale fosse interpretare in trentaduesimo il moderatismo accattavoti di un qualsiasi quadro del PD. E i toni si ridurranno a quelli di una imbelle, semmai dotta, strigliatina.

Siamo d’accordo, il problema non è Berlusconi, ma la mutazione teratomorfa del capitalismo avanzato che, nella sua versione cisalpina, battezzeremmo Berluscoleviatano: un dispositivo informativo-economico-politico-criminale che perverte l’elettorato con la spettacolarizzazione della mediocrità e lo sdoganamento della rapacità individuale e d’impresa. Ma siamo certi che lasciarsene contrattualizzare non sia, pur nel nostro piccolo, avallarlo o anche pascerlo? Siamo certi che da un lato la timidezza critica di cui sopra, dall’altro l’autocertificazione costituita per B. dal pubblicare (occasionalmente!) autori dallo specchiato protagonismo morale come Roberto Saviano – siamo certi che questi fattori non estenuino la già erosa capacità critica della nostra classe intellettuale? Siamo certi che stipulare un contratto con Mondadori – scelta nel 95% dei casi fungibile – sia oggi accettabile, visto che la stessa acquisizione del gruppo è avvenuta corrompendo un giudice? Visti i casi di chiara censura a Saramago, a Raboni e ad altri, e le ineleganti veroniche a giustifica? E visto lo scotoma cosmico, nel catalogo recente del maggior gruppo italiano, di pubblicazioni avverse toto corde all’attuale governo? Saviano ha replicato a un’accusa di Feltri dicendosi non già stipendiato di Berlusconi, ma semmai viceversa. Ecco: se pubblicaste un bestseller con lui, sareste lieti di ingrossarne le tasche? E ancora, qualcuno dei suoi autori di sinistra può dirsi titolare di una visione strategica di tale respiro da scusare nella tattica una non alta asticella morale, come quando si lottava tutti per l’ideologia? Purtroppo non l’abbiamo. Lavoriamoci sodo, e intanto proviamo a tenere alta la testa.

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