Luisa Muraro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luisa-muraro/ un blog di approfondimento culturale Thu, 09 Jun 2016 23:21:47 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Luisa Muraro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/luisa-muraro/ 32 32 Andare al cuore delle cose. Gli scritti politici di Elvio Fachinelli https://minimaetmoralia.it/letteratura/elvio-fachinelli-scritti-politici/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/elvio-fachinelli-scritti-politici/#respond Fri, 10 Jun 2016 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31242 Curato con grande precisione filologica da Dario Borso, la raccolta di scritti politici di Elvio Fachinelli Al cuore delle cose è un insieme prezioso di scritti dello psicoanalista di Luserna, che ha la grande importanza di mettere insieme per la prima volta testi apparsi su riviste e quotidiani, la cui gran parte era divenuta, oggi, praticamente introvabile.

I saggi sono stati scritti tra il 1967 e il 1989, anno della morte di Fachinelli, ed è allora naturale intuire l'importanza di tale raccolta per addentrarsi nel pensiero di un dei più importanti psicoanalisti italiani, tanto importante da essere indicato, non a caso, da Lacan come suo miglior erede (investitura che, a titolo di cronaca, Fachinelli rifiutò). Il sottotitolo Scritti politici non deve però trarre in inganno: non si tratta di articoli che avevano un ruolo comprimario rispetto alla sua produzione psicoanalitica, ma si tratta invece, come sottolinea Borso nella sua prefazione, di testi importanti per indagare l'analisi più difficile di Fachinelli, quella condotta su un paziente imprevedibile e molto complesso, l'Italia.

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Curato con grande precisione filologica da Dario Borso, la raccolta di scritti politici di Elvio Fachinelli Al cuore delle cose è un insieme prezioso di scritti dello psicoanalista di Luserna, che ha la grande importanza di mettere insieme per la prima volta testi apparsi su riviste e quotidiani, la cui gran parte era divenuta, oggi, praticamente introvabile.

I saggi sono stati scritti tra il 1967 e il 1989, anno della morte di Fachinelli, ed è allora naturale intuire l’importanza di tale raccolta per addentrarsi nel pensiero di un dei più importanti psicoanalisti italiani, tanto importante da essere indicato, non a caso, da Lacan come suo miglior erede (investitura che, a titolo di cronaca, Fachinelli rifiutò). Il sottotitolo Scritti politici non deve però trarre in inganno: non si tratta di articoli che avevano un ruolo comprimario rispetto alla sua produzione psicoanalitica, ma si tratta invece, come sottolinea Borso nella sua prefazione, di testi importanti per indagare l’analisi più difficile di Fachinelli, quella condotta su un paziente imprevedibile e molto complesso, l’Italia.

Lo sforzo gnoseologico dello psicoanalista di Luserna che si respira nel gran numero di articoli riportati ne è testimonianza lampante. Si tratta di interventi anche lunghi, di veloci articoli o di veri e propri saggi, che hanno la caratteristica di essere sempre legati all’attualità e alle vicende che Fachinelli ha sempre conosciuto da vicino, apparsi per la maggior parte sulla rivista da lui fondata (con Luisa Muraro e Lea Melandri) L’erba voglio, sui Quaderni Piacentini e su L’espresso.

Il titolo semplice e diretto dato a questa raccolta, racconta il suo significato più autentico e profondo, nonché la natura di tutta la vicenda di Fachinelli: un’analisi che mai si è fermata all’apparenza o si è adagiata nella comodità, quanto piuttosto un’interrogazione perpetua che si smarcasse anche dal panorama speculativo a lui contemporaneo perché, come scrive Borso nella prefazione, Fachinelli «di Musatti, ergo di Freud, adottò lo sguardo obliquo, lo scarto del cavallo che spiazzato sa spiazzare». Nei saggi di Fachinelli si parla di tutti, senza distinzioni di classe o di genere: si incontrano così i ricchi e i poveri, gli intellettuali e gli operai ma soprattutto l’attenzione è verso le minoranze e verso i bambini, simbolo di quello sforzo pedagogico che ha sempre accompagnato la sua attività.

Non è infatti un caso né se il nome che più spesso si incontra tra le pagine è quello di don Lorenzo Milani, né se il testo che apre la raccolta è una recensione del libro scritto da don Milani e i suoi studenti Lettera a una professoressa, «il primo testo cinese  del nostro paese» come lo definisce Fachinelli. Leggendo questa recensione, apparsa nel luglio 1967, quindi immediatamente dopo l’uscita del libro, e da noi cronologicamente lontana, sui Quaderni Piacentini, si trovano in nuce molte delle idee che guideranno le altre analisi raccolte nel libro. Innanzitutto quando Fachinelli si concentra sul punto di vista da cui muove l’analisi della società, quello del «ragazzo contadino, e anche operaio, bocciato a scuola»: lo sguardo di Fachinelli ha sempre avuto questo carattere, quello, come detto, di andare al cuore delle cose partendo dal basso e mai, a differenza anche di profeti moderni, di appiccicare etichette che mai completano definizioni ed analisi.

Inoltre, prendendo ad esempio Gianni e Pierino del libro di Don Milani, e quindi il bambino in difficoltà e quello privilegiato, Fachinelli fa un’analisi estremamente precisa che illustra anche i processi culturali contemporanei: «La Cultura dunque, come Scuola e Istituzione, possiede una funzione di schermo morale in una doppia direzione, tale da mascherare il processo di selezione reale cui pure partecipa: Gianni vive come colpa la sua eliminazione, Pierino come qualità, come dote, la sua promozione».

Non è difficile intendere l’errore intrinseco nel processo di selezione dovuto a questo stato di cose, un errore che ancora oggi miete le sue incolpevoli vittime: l’escluso Gianni, che non può non considerare avvenuta la sua ferita, nutrirà sempre un «impacciato rispetto» verso la cultura dei Pierini che, nello stesso tempo, per rimuovere l’altro e quindi le deformità del loro valore, tenterà di fare come se l’altro non ci fosse e quindi di ergersi a Sacerdote e Mago della Cultura.

Se questi sono i processi della storia della cultura che ancora oggi incontriamo, tale storia si ripete quindi nella vita di ogni giorno e l’importanza di Lettera a una professoressa, suggerisce Fachinelli in anticipo rispetto a ben più censori lettori, è quella di essere un libro di base, per tutti, non solo per insegnanti e bambini, ma per ognuno di noi.

Altrettanto importanti, soprattutto per la sua capacità di leggere il fenomeno, sono le pagine dedicate alle rivoluzioni del 1968, che costituiscono un nucleo fondamentale sia all’interno del libro, che in tutte le riflessioni di Fachinelli. Nel lungo articolo Il desiderio dissidente, non a caso apparso sui Quaderni piacentini, rivista ancora oggi tutta da riscoprire per la sua importanza, l’analisi di Fachinelli si concentra soprattutto sui giovani contestatori, tentando di intendere da cosa sono mossi, e ignorando intelligentemente tutto il resto: rileggere oggi queste pagine rende evidente quanto il tempo stia dando ragione a questo peculiare tipo di lettura.

L’intuizione di Fachinelli che lo smarca dalle spesso sterili analisi del tempo (e questo articolo esce quasi in contemporanea rispetto alla lotta), è il tentativo di non assimilare la rivolta ad uno sforzo per liberarsi dalla repressione e dall’autoritarismo paterno, ma di leggere invece, attraverso una chiava lacaniana, e quindi sulla scorta della distinzione tra desiderio e bisogno, il desiderio che muove i gruppi di giovani, cioè la spinta a mantenersi in un continuo stato di desiderio, mai placato e soprattutto uguale per tutti, che porta ad eliminare la figura del leader e a porsi obiettivi sempre più ambiziosi: un desiderio di desiderio dissidente, sempre proseguendo con una terminologia lacaniana.

Ma a distanza di venti anni, in un’intervista del 1988, le conclusioni a cui arriva Fachinelli rileggendo il fenomeno sono amare, e soprattutto sono ben individuabili nelle dinamiche delle nostre società di oggi: il gruppo aperto senza leader non è riuscito ad imporsi su quello chiuso ed elitario e quindi, il processo di accomunamento della società si è di nuovo assopito, rinviando, questo il termine utilizzato da Fachinelli, la rivoluzione.

Questa lettura della società, non ancora metabolizzata perché poco letta e considerata, imperniata sulla definizione di desiderio dissidente torna più volte nel libro che è, lo si sarà inteso, come «un mosaico, o più ancora un puzzle», nelle riflessioni sulla cronaca, non snobisticamente ignorata, ma indagata perché nella sfera pubblica ha spazio «chi lacrima e chi sanguina» (nell’intervento Ritorno all’ordine Fachinelli scrive: «L’incubo è reale, questa volta, ed è qui la sua importanza collettiva»), sulla scuola (con i riferimenti per esempio alla sua pedagogia non autoritaria, estrinsecatasi ad esempio con la creazione del progetto dell’asilo autogestito in Porta Ticinese a Milano), sull’educazione, sulla produzione culturale (mirabili le pagine che Fachinelli dedica alla critica di L’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi) o sulla figura degli intellettuali (straordinario e molto divertente il brevissimo intervento Da abolire, dedicato all’intellettuale, «Che l’intellettuale, nell’uso comune, sia il simbolo di comuni impotenze? Un punto di incrocio di speranze e delusioni? Un capro espiatorio? Propongo: per dieci anni nessuno usi più questa parola»), individuandone sempre elementi distintivi, siano essi positivi o negativi, e mai fermandosi all’apparenza delle cose.

La chiusura del volume è occupata da un testo abbastanza impenetrabile, scritto nell’anno della morte dell’autore, che si intitola curiosamente Don Abbondio, il vittorioso in cui Fachinelli procede ad un’arguta interpretazione del comportamento del curato, prendendo in considerazione anche La storia della colonna infame di Alessandro Manzoni, mostrando così anche una lungimiranza critica non di poco conto. L’analisi del personaggio nella posizione di «vaso di terra cotta, costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro», l’indagine della natura delle sue paure e dei suoi comportamenti, viene utilizzata da Fachinelli per mettere in luce un carattere che torna ciclicamente anche nella vita quotidiana contemporanea.

Se infatti Don Abbondio, nei due episodi analizzati, cioè l’incontro con i bravi e la predica del cardinale Borromeo, mostra da un lato la sua paura (simbolizzata dalla sua celebre frase «disposto… disposto sempre all’ubbidienza») e dall’altro la lontananza verso una fede che non gli appartiene, e che gli fa avvertire quindi estranee le parole del cardinale, santo uomo, tali comportamenti, riassumibili nella prudenza, sono anche rintracciabili nella chiusura del romanzo e nelle ultime battute di Renzo, simbolo di una critica all’estremismo (ciò che Renzo dice di aver imparato di questa storia).

Ma la chiusura di Lucia sulla fiducia in Dio rappresenta l’eco delle parole del cardinale, nonché l’unica differenza rispetto alla vita di Don Abbondio. Ecco perché la morale negativa dell’opera di Manzoni non è sconfitta, ma solo attenuata dalla fede in Dio che, paradossalmente però, non può fare miracoli. E allora attenzione perché «se Don Abbondio è personaggio universale, non è però difficile rincontrarlo, vivo, presente, inattaccabile, insieme ai bravi e a diverse specie di conte zio, anche nella nostra comune vita quotidiana».

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La aporie del materno nel movimento delle donne https://minimaetmoralia.it/interventi/la-aporie-del-materno-nel-movimento-delle-donne/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-aporie-del-materno-nel-movimento-delle-donne/#comments Tue, 31 Mar 2015 18:11:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26020 Relazione al convegno “Madri senza tempo?”, Milano, 2011. (Immagine: Pablo Picasso, Les Demoiselles D'Avignon, particolare)

Aporia è un termine poco usato ma, in questo caso, più preciso che “contraddizioni”. Si usa quando si possono attribuire a uno stesso concetto ragionamenti opposti.

La domanda da cui sono partita è la seguente: il materno (maternità reale, simbolica, doti femminili, ecc.), così come è comparso in varie fasi del movimento delle donne, è una permanenza, un’invariante, cioè un’identità, un ruolo che ereditiamo da quella che è stata considerata tradizionalmente la “differenza femminile” – una differenza desunta più o meno de terministicamente dalla capacità biologica di fare figli -, oppure un fattore di cambiamento? Ma, soprattutto, ed è qui che vedo l’aporia, si può pensare che quella che è stata la ragione dell’esclusione delle donne dalla vita pubblica - la riduzione a un tutto omogeneo come il genere, l’identificazione attraverso il sesso di appartenenza, il corpo, la sessualità, la cura necessaria  alla conservazione della vita - possa, con un semplice capovolgimento, dal negativo al positivo, diventare un’opportunità di emancipazione, di liberazione o di potere femminile?

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Relazione al convegno “Madri senza tempo?”, Milano, 2011. (Immagine: Pablo Picasso, Les Demoiselles D’Avignon, particolare)

Aporia è un termine poco usato ma, in questo caso, più preciso che “contraddizioni”. Si usa quando si possono attribuire a uno stesso concetto ragionamenti opposti.

La domanda da cui sono partita è la seguente: il materno (maternità reale, simbolica, doti femminili, ecc.), così come è comparso in varie fasi del movimento delle donne, è una permanenza, un’invariante, cioè un’identità, un ruolo che ereditiamo da quella che è stata considerata tradizionalmente la “differenza femminile” – una differenza desunta più o meno de terministicamente dalla capacità biologica di fare figli -, oppure un fattore di cambiamento? Ma, soprattutto, ed è qui che vedo l’aporia, si può pensare che quella che è stata la ragione dell’esclusione delle donne dalla vita pubblica – la riduzione a un tutto omogeneo come il genere, l’identificazione attraverso il sesso di appartenenza, il corpo, la sessualità, la cura necessaria  alla conservazione della vita – possa, con un semplice capovolgimento, dal negativo al positivo, diventare un’opportunità di emancipazione, di liberazione o di potere femminile?

Perché parlo di capovolgimento?

Si può ipotizzare che all’origine del processo di differenziazione che ha visto l’uomo riservare a se stesso il versante della storia (pensiero, linguaggio, decisionalità politica) e alla donna quello della natura, dell’animalità, del supporto indispensabile al suo destino pubblico, ci sia, oltre e più ancora che la capacità generativa femminile – rispetto alla quale l’uomo si è trovato in posizione di marginalità, invidia, bisogno di rivalsa -, l’esperienza della nascita dal corpo della donna, un vissuto di inermità, dipendenza, sopravvalutazione della potenza materna da parte dell’uomo figlio.

Come dice candidamente Rousseau, nella guerra tra i sessi, è stato il più debole ad avere la meglio sul più forte.

Il dominio maschile si impone come rivalsa, controllo, sfruttamento della donna-madre, che verrà così a trovarsi al centro di una evidente contraddizione: esaltazione immaginativa, per dirla con le parole di Virginia Woolf, e insignificanza storica. Tradotto in termini più attuali: assistiamo oggi da un lato al riconoscimento, quanto meno verbale, delle “doti femminili” come risorsa preziosa per l’economia e la politica, e dall’altro a quello che Marina Piazza chiama, documentandolo ampiamente in un libro omonimo, “lo scacco della maternità”. (1)

Questa aporia, che ha a che fare con l’origine del rapporto tra i sessi, con la costruzione  delle identità di genere, e soprattutto con la collocazione del materno al centro della “differenza femminile”, della sua presunta ‘naturalità’, non poteva non emergere in quei movimenti delle donne che hanno pensato di avvalersi della figura reale o simbolica della madre per emanciparsi. Uso volutamente la parola emancipazione per indicare sia l’emancipazionismo tra ‘800 e ‘900, sia le teorie filosofiche del “pensiero della differenza” degli anni ’80 e ’90, sia quella che oggi viene definita la “femminilizzazione” dello spazio pubblico, considerata anche da alcuni gruppi femministi un’opportunità per acquisire potere e portare cambiamenti significativi al mondo del lavoro e della politica. Riservo invece la parola liberazione a quello scarto, o discontinuità, che ha prodotto nella coscienza storica il femminismo degli anni ’70, in cui è stata proprio l’identificazione della donna con la madre, della sessualità con la procreazione, a essere fatta oggetto di critica e di cambiamento.

Ci si accorge in sostanza che l’espropriazione più profonda che le donne hanno subìto riguarda, più ancora che il loro ruolo di genitrici, la loro individualità, il loro essere, prima che mogli e madri, delle persone. È solo nel momento in cui le donne riconoscono e si legittimano una sessualità propria che la maternità  da destino può diventare una scelta.

Negli anni ’70 quindi si profila un orizzonte interpretativo nuovo, inedito, rivoluzionario rispetto all’esistente: al posto della coppia originaria madre e figlio – quella su cui si può ipotizzare che si sia costruita la visione dualistica del mondo che è arrivata fino a noi – viene messa la relazione tra individui di un sesso e dell’altro; si comincia a distinguere la femminilità e la maschilità come costruzioni sociali, culturali, immaginarie, dall’essere reale dell’uomo e della donna. Si tratta di uno spostamento radicale di prospettiva che si tradurrà nelle pratiche anomale dell’ “autocoscienza” e della “pratica dell’inconscio”: una riflessione collettiva sui vissuti personali, l’analisi della violenza che passa invisibile attraverso l’incorporazione di modelli di potere imposti, la lenta modificazione di sé come presupposto per la modificazione del mondo.

L’autocoscienza, come scrive Maria Luisa Boccia nel suo libro La differenza politica, è la prima forma di un “pensare differentemente la politica”, vuol dire portare l’attenzione sulla soggettività di ognuna, attraverso la relazione con le altre donne, intendere la libertà come processo di liberazione (presa di coscienza) dalla complicità profonda con il pensiero maschile. 

“Una donna deve innanzitutto logorare dentro di sé i legami con l’identità di cui la cultura dell’uomo l’ha dotata. All’identità femminile, prodotta dall’uomo, subentra ‘un io non conforme’ alla femminilità ed è da questo movimento della singolarità in relazione che prende forma la soggettività sessuata.” (2)

È da questa critica alla femminilità tradizionalmente intesa che parte la presa di distanza del movimento degli anni ’70 dall’emancipazionismo  del primo Novecento.

Nella ricostruzione storica che ne fa Annarita Buttafuoco nel suo libro Questioni di cittadinanza (3) si dice chiaramente che il ruolo materno è il “luogo” in cui si sono giocate sia l’esclusione delle donne dalla cittadinanza, sia, da parte di queste, la pretesa che proprio la “natura” femminile dovesse costituire “un requisito essenziale per la piena assunzione dei diritti”. Il corpo generante, considerato per secoli solo come oggetto con funzioni e bisogni specifici da gestire e disciplinare, viene portato sulla scena pubblica come valore civile, capace di creare forme più umane di socialità e, nel caso del colonialismo, come sostegno materiale e psicologico alla nazione.

Dopo anni di pacifismo, di fronte all’impresa libica, ricompare nelle posizioni delle emancipazioniste la donna madre, custode della purezza razziale, educatrice delle donne colonizzate, dedita all’incivilimento dei popoli ‘selvaggi’. (4)

La contraddizione è evidente: da un lato, l’estensione alla sfera pubblica delle “virtù del cuore”, o “virtù domestiche”, produce cambiamenti importanti nell’idea di politica e di società. Le associazioni femminili che nascono in quegli anni prefigurano lo stato sociale, ma è anche vero che, così centrata sul materno, l’emancipazione, come scrive Boccia, “ha rafforzato la categoria di genere dotando di rilevanza e dignità politica un insieme di contenuti psicologici, sociali, culturali, presupposti comuni a tutte le donne”. (5)

La maternità dunque resta il tratto distintivo dell’identità femminile. Quello che viene proposto è solo un ribaltamento.

Le donne – scrive Buttafuoco – ribaltano l’accezione negativa di quel modello: della sensibilità, della oblatività ‘femminili’, della maternità, tentano di fare il loro punto di forza, sostenendo che proprio questo loro compito ‘naturale’ richiede piena assunzione di responsabilità da parte loro nella politica e nella vita sociale.” (6)

Negli anni ’80-90 le intuizioni più originali di una soggettività femminile plurale del primo femminismo sembrano scomparire, proprio nel momento in cui il movimento delle donne si andava trasformando in femminismo diffuso. La differenza tra i sessi trova un nuovo terreno di elaborazione, da un lato nella ricerca sociologica – gli “studi di genere” -, dall’altro nella filosofia, mentre si eclissa, insieme alle tematiche del corpo, la psicanalisi. O meglio: resta in una parte minoritaria del femminismo, per esempio quella che avvierà a Milano la riflessione su “sessualità e simbolico” confluita poi nella Libera Università delle donne e nella rivista “Lapis”.

Il movimento delle donne comincia in quegli anni a diversificarsi, non senza conflitti.

Vengono a occupare il posto di maggiore rilevanza, anche mediatica, le teorie filosofiche del “pensiero della differenza”. Mi riferisco in particolare a Luce Irigaray, a Luisa Muraro e alla Libreria delle donne di Milano.

La messa a tema della “differenza femminile”, identificata ancora una volta con la figura della madre – biologica per Irigaray, simbolica per Muraro – e ridefinita in chiave di positività, si può interpretare per certi aspetti come un ritorno a posizioni più rassicuranti, uscita da pratiche che sembravano allontanare ancora di più le donne dalla polis, per aver spinto la politica fino ai confini dell’inconscio, pratiche che sembravano interminabili come la “tela di Penelope”.

Nel suo libro, La democrazia  comincia da due, Irigaray propone di riformulare il patto di cittadinanza dandogli un fondamento oggettivo, a partire dall’esistenza di due soggetti, due identità, due visioni del mondo. Quale sia e da dove derivi “l’identità naturale femminile” è detto con chiarezza: le donne sono portatrici di una cultura della vita, del corpo, della sensibilità , che viene dalla loro morfologia corporea e dalla capacità procreativa. La rifondazione della società partirebbe perciò “dal dialogo nella differenza, da un due che non sarebbe soltanto una coppia nell’intimità del focolare, ma una coppia civile, politica”. (7)

In uno degli ultimi libri tradotti in Italia, Condividere il mondo (8) appare chiaro che il dialogo tra i due generi, la cui identità resta sostanzialmente quella tradizionale, anche se ribaltata e riletta in chiave di positività, ricalca il sogno d’amore, come sogno di ricongiungimento armonioso di “nature” complementari, “feconde” solo nell’incontro.

In Italia il materno, come fondamento della differenza sessuale assume una forma teorica particolare – filosofica, logica, metafisica, fideistica – nelle posizioni di Luisa Muraro e della Libreria delle donne.

Per la sua esistenza libera, sostiene Luisa Muraro ne L’ordine simbolico della madre la donna ha bisogno di un ordine simbolico che metta al centro la potenza materna, che non spogli la madre delle sue qualità. In altre parole, si tratta di venire a capo di una usurpazione: gli uomini hanno avuto “famigliarità” con la matrice della vita, “mostrando di averla frequentata e di aver imparato la sua arte”; hanno esaltato la madre, ma l’hanno espropriata della sua potenza, rovesciando così l’ordine delle cose.

Si tratta perciò soltanto di agire di nuovo sulla base di un  principio logico, metafisico, linguistico, sottratto al “dominio capriccioso del reale”, perché sia restituita alla madre la potenza e l’autorità di cui è stata derubata. In questo senso, dice Muraro, deve essere inteso anche il “saper amare la madre”: “qualcosa che basta dire perché sia vero”.(9)

La grandezza e la superiorità della madre non vengono fatte dipendere dalla capacità biologica di fare figli, ma dal fatto che la madre è colei che dà insieme il corpo e la parola. È questa sua superiorità iniziale che va riconosciuta per principio: una verità che si impone da sé, sul piano logico e metafisico.

Anche in questo caso siamo di fronte a un capovolgimento: il materno si sposta, cambiato di segno, dal versante della natura, dove l’uomo l’ha confinato, a quello della filosofia, della logica. Uno spostamento che procede in analogia con quello che ha visto il pensiero maschile differenziarsi dal suo fondamento naturale, cancellare il il corpo e la vita psichica. Si potrebbe definirla una rivalsa nel simbolico, un uso della filosofia diverso, ma solo nei contenuti, da quello che ne ha fatto l’uomo, e che perciò non esce dal dualismo corpo/pensiero, di cui la filosofia stessa, come libertà dal “dominio capriccioso del reale”, è una conseguenza.

L’interezza, unità di corpo e mente, non sarebbe più, come aveva pensato il primo femminismo, il frutto di un processo di modificazione di sé come svelamento di una visione interiorizzata del mondo, ma una verità logica garantita dalla “contrattazione con la madre” e da una pratica, come l’”affidamento” che traduce nella vita adulta “l’antica relazione con la madre per farvela rivivere come principio di autorità simbolica”.

In conclusione:

– mantenere la centralità del materno vuol dire restare, sia pure in modo diverso da quello che è stato per il movimento delle donne precedente agli anni ’70, dentro logiche emancipatorie, confermare, anziché mettere in discussione, la rappresentazione della donne come “genere”, portatrici di una identità in cui tutte dovrebbero riconoscersi;

– significa attenersi all’impianto dualistico che ha costruito il maschile e il femminile come poli complementari, limitandosi a rovesciare priorità e valori, e quindi non uscire dal dilemma uguaglianza/differenza: cioè altalenare tra assimilazione al maschile, visto come neutro, universale, e la tutela o valorizzazione della specificità femminile;

– vuol dire fare del “genere” il paradigma teorico-politico di un soggetto collettivo. I significati tradizionali della femminilità così “si ripropongono con movimento rovesciato e non più circoscritto alla sfera famigliare” (Boccia).  Ci si allontana dalle pratiche, come l’autocoscienza, che avevano al centro la costruzione di individualità sessuate , autonome da modelli imposti.

Oggi, per molte donne la maternità non è più un destino, si può scegliere di fare o non fare figli. Resta la tentazione, nelle battaglie pubbliche, di fare del materno la propria ‘carta di identità’, il requisito di valore e autorevolezza per una cittadinanza completa.

È per questo che la femminilizzazione della sfera pubblica – l’esaltazione delle doti femminili tradizionali come “risorse” per l’economia e la politica- viene vista anche da una parte del femminismo come un’opportunità.

Penso che ci servirebbe, tenuto conto del desiderio che oggi molte donne manifestano di “contare” nella vita pubblica, l’analisi e il confronto dei due orientamenti che hanno caratterizzato finora il movimento delle donne, l’emancipazione e la liberazione, nel tentativo di uscire da astratte contrapposizioni e con l’attenzione invece ai nessi che ci sono sempre stati, soprattutto se guardiamo all’esperienza di ogni singola donna.

Note:

(1)  (a cura di) Marina Piazza, Attacco alla maternità. Donne, aziende, istituzioni, Nuova Dimensione, Portogruaro (Ve), 2009.

(2)  Maria Luisa Boccia, La differenza politica. Donne e cittadinanza, Il Saggiatore, Milano 2002, p.51.

(3)  Annarita Buttafuoco, Questioni di cittadinanza, Protagon Edizioni Toscani, Siena 1997.

(4)  Catia Papa, Sotto altri cieli. L’oltremare nel movimento femminile italiano, Viella, Roma 2009.

(5)  Maria Luisa Boccia, op.cit., p.136.

(6)  Annarita Buttafuoco, op.cit., p.19.

(7)  Luce Irigaray, La democrazia comincia da due, Bollati Boringhieri, Torino 1994, p. 150.

(8)  Luce Irigaray, Condividere il mondo, Bollati Boringhieri, Torino 2009.

(9)  Luisa Muraro, L’ordine simbolico della madre,  Editori Riuniti, Roma 1991, p. 26.

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