l'Unità Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lunita/ un blog di approfondimento culturale Thu, 07 May 2015 06:06:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg l'Unità Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lunita/ 32 32 L’attacco ai giornalisti dell’Unità non riguarda solo loro https://minimaetmoralia.it/editoria/attacco-ai-giornalisti-dellunita-non-riguarda-solo-loro/ https://minimaetmoralia.it/editoria/attacco-ai-giornalisti-dellunita-non-riguarda-solo-loro/#comments Wed, 06 May 2015 14:49:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26668 Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale - che ringraziamo - e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell'Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto, Concita De Gregorio, che dell'Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

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concita-2Condividiamo con i lettori di minima&moralia questa riflessione di Alessandro Leogrande pubblicata su Internazionale – che ringraziamo – e esprimiamo il nostro sconcerto e la nostra solidarietà a tutti i giornalisti e agli ex direttori dell’Unità per quanto sta avvenendo. (nella foto,  Concita De Gregorio, che dell’Unità è stata direttore dal 2008 al 2011)

Ventisei giornalisti dell’Unità e gli ex direttori Concita De Gregorio, Claudio Sardo e Luca Landò sono chiamati a risarcire tutti quelli che, da Silvio Berlusconi ad alcuni generali dei servizi segreti, hanno fatto causa al quotidiano negli anni passati.

Dopo la chiusura del giornale la società editrice (la Nie di Renato Soru) si è dileguata e il Partito democratico, il partito di riferimento che ora vorrebbe riportare il giornale in edicola, finora si è limitato a dire che questo non è un suo problema.

In base alla legge della stampa, una causa di risarcimento danni coinvolge tre soggetti: l’autore dell’articolo, il direttore del giornale e l’editore. Ma se il terzo soggetto, che dovrebbe garantire i primi due, viene meno, giornalista e direttore si trovano esposti all’azione giudiziaria.

In questo caso, dopo un pronunciamento di primo grado, i giornalisti e gli ex direttori del giornale sono chiamati a vario titolo a pagare una cifra che complessivamente si aggira intorno al mezzo milione di euro. Una cifra notevole, per raggranellare la quale sono partiti i pignoramenti delle case e degli stipendi.

Sia, quindi, verso quei giornalisti che hanno lavorato e continuano a lavorare in territori difficili, in Sicilia e in Calabria. Sia verso gli ex direttori: la più vessata, Concita De Gregorio, ha subito quaranta cause.

Come sottolineato dalla Federazione nazionale della stampa, quello che sta succedendo agli ex giornalisti dell’Unità, nel silenzio della politica, è la spia di una crisi molto più profonda.

Negli ultimi anni sono decine le testate che hanno chiuso e ancora di più gli editori che sono evaporati, lasciando le redazioni non solo senza lavoro ma anche esposte al rischio di cause simili. Le querele e le richieste esorbitanti di risarcimento danni sono sempre abbondate nel mondo del giornalismo, e spesso sono state utilizzate come arma d’intimidazione contro le inchieste più scomode, contro i lavori di indagine più approfonditi.

Ma in un mondo dell’editoria disarticolato, rischia ora di crearsi un effetto perverso. I giornalisti sono esposti direttamente ai pignoramenti, a dover risarcire somme che non metterebbero insieme neanche in cinque-sei anni di retribuzioni, qualora non siano in grado di difendersi e farsi difendere adeguatamente nei processi. Unendo tutto ciò alla riduzione del numero di testate ancora solide, il panorama che ne viene fuori appare sempre più asfittico.

Sollecitato dalla Federazione nazionale della stampa, il tesoriere del Pd Francesco Bonifazi ha annunciato che il primo impegno sarà quello di destinare i residui contributi pubblici a un fondo di solidarietà per la libertà di informazione.

Tuttavia, al di là delle proposte, è evidente che il nodo Unità, oltre a essere la spia di una situazione più generale, riguardi direttamente anche il rapporto tra il Pd di Matteo Renzi e la testata storica che la nuova segreteria intende riportare in edicola.

Qual è il giudizio politico su queste “pendenze” del passato? E cosa dicono dello stato di salute della stampa? E, soprattutto: a cosa serve un giornale?

Di recente Franco Cassano, parlamentare del Partito democratico e autore di L’umiltà del male, ha ammesso di trovare “scandaloso che il più grande partito italiano non abbia un giornale, una sede nella quale si possa manifestare e costruire la sua opinione pubblica e che l’unico modo per conoscere l’opinione dei suoi dirigenti sia leggere le interviste che essi di volta in volta rilasciano ai grandi giornali. Sarebbe un modo attraverso il quale limitare il protagonismo esclusivo del leader e dei suoi critici”.

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Forza Gramsci! Le tentazioni di Santanchè e il destino de “L’Unità” https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/forza-gramsci-le-tentazioni-di-santanche-e-il-destino-de-lunita/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/forza-gramsci-le-tentazioni-di-santanche-e-il-destino-de-lunita/#comments Thu, 24 Jul 2014 05:39:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22428 di Sara Ventroni

“L’Unità non deve morire”, il thriller dell’estate. La trama? C’è uno storico quotidiano di sinistra che rischia di chiudere. Migliaia di lettori mandano messaggi di solidarietà ma nessun capitano coraggioso corre in soccorso. Intanto, il più grande partito di centrosinistra volge altrove lo sguardo. A quel punto un’imprenditrice di destra – con molta mascella e senza scrupoli - minaccia di comprare un pacchetto azionario: già sogna, la perfida cuneese, di stappare un Dom Perignon accavallando i tacchi sulle edizioni rilegate delle annate clandestine.

Ma non siamo in un romanzo, e la realtà sa essere più amara dell’immaginazione.

Perché l’Unità rischia di chiudere davvero, anche se la redazione è viva e il giornale – come è accaduto lo scorso febbraio, con l’inserto per il novantesimo compleanno – è ancora capace di andare a ruba.

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di Sara Ventroni

“L’Unità non deve morire”, il thriller dell’estate. La trama? C’è uno storico quotidiano di sinistra che rischia di chiudere. Migliaia di lettori mandano messaggi di solidarietà ma nessun capitano coraggioso corre in soccorso. Intanto, il più grande partito di centrosinistra volge altrove lo sguardo. A quel punto un’imprenditrice di destra – con molta mascella e senza scrupoli – minaccia di comprare un pacchetto azionario: già sogna, la perfida cuneese, di stappare un Dom Perignon accavallando i tacchi sulle edizioni rilegate delle annate clandestine.

Ma non siamo in un romanzo, e la realtà sa essere più amara dell’immaginazione.

Perché l’Unità rischia di chiudere davvero, anche se la redazione è viva e il giornale – come è accaduto lo scorso febbraio, con l’inserto per il novantesimo compleanno – è ancora capace di andare a ruba.

Sull’orlo di un esaurimento nervoso, l’Unità va esaurita nelle edicole: così, con un paradosso di fine luglio, rischia di finire in malora la storia di un quotidiano che ha ancora molto da raccontare.

In questa faccenda manca la logica. Se fosse un romanzo, diremmo che la trama non tiene.

In questi mesi sono stati detti e scritti mille e uno motivi per cui l’Unità non deve chiudere. Sono tutti motivi giusti. Ed è giusto ricordarli. S’è evocato lo spirito di Antonio Gramsci, e s’è ricordata – come testamento politico – la sua lettera del 1923: “Il giornale non dovrà avere alcuna indicazione di partito. Dovrà essere un giornale di sinistra. Io propongo come titolo l’Unità puro e semplice che sarà un significato per gli operai e avrà un significato più generale”.

Si sono raccontate storie, ricordi e memorie: non per nostalgia, ma per far sapere ai potenziali futuri acquirenti che la testata non è una scatola vuota. Un brand cool. Un marchio registrato con l’apostrofo.

Se oggi il nome de l’Unità ha valore di mercato è perché sotto il logo non c’è il nulla, ma un valore storico capace di attrazione sul presente. Bisogna diffidare delle contraffazioni. L’Unità ha un sapore riconoscibile. Se alteri la chimica perdi il gusto, come la Coca-Cola. Diversamente dalla Coca-Cola, però, l’Unità ha una formula segreta che tutti conoscono. Tutti sanno di cosa è composta: l’Unità, per sua natura, è di sinistra. E a novant’anni non si cambia.

Si sono raccontate, in questi mesi, le ragioni della ragione, ma non si sono dette le ragioni del Cuore, inteso come organo cartaceo, glorioso inserto della nostra adolescenza, l’I-Ching di conforto per trovare un nonsenso a questo mondo che un senso, purtroppo, ce l’ha.

C’è chi si è formato su Benedetto Croce, chi sul Manuale delle Giovani Marmotte; la mia generazione non ha fatto la guerra, ma si è inventata una coscienza clandestina sul “settimanale di resistenza umana” partorito dall’Unità.

Noi che in meno di quarant’anni abbiamo visto il Partito cambiare quattro nomi come fosse un taglio di capelli; noi che abbiamo visto morire due Repubbliche e non abbiamo fatto niente per salvarle; noi quasi-coetanei involontari di Capezzone, eravamo destinati a diventare ottimisti come dei funzionari di partito e malinconici come dei clown. Abbiamo la battuta facile e la memoria lunga. Oggi possiamo scandire i titoli come fossero decasillabi: “Scatta l’ora legale: panico tra i socialisti”. Oppure: “Il PCI cambia nome: da oggi si chiama Mario”. Parliamo di pagine indimenticabili. Perché ci vuole coraggio a ridere nel pianto, sperando di ritrovare, nel buon umore, anche il buon senso.

Ridere della propria fine imminente è sintomo di salute. È segno che si ha ancora la forza di scongiurarla, la fine. Se dunque l’Unità ha i giorni contati, è ora di passare alla satira come prosecuzione della lotta con altri mezzi. Il romanzo de l’Unità non è un noir: non c’è spargimento di inchiostro, e nessuno muore alla fine. Nemmeno il giornale. La storia dell’Unità è un’opera aperta.

Nel primo finale Daniela Santanchè si reca nella più vicina edicola e compra l’Unità per un euro e trenta. Poi passa all’abbonamento annuale.

Nel secondo finale Daniela Santanchè visita in carcere Marcello Dell’Utri portandogli in dono un quaderno vuoto dove scrivere un falso “quaderno dal carcere” di Gramsci.

Nel terzo finale Daniela Santanchè si fa la permanente e irrompe a piazza Affari gridando: “Opa e sempre, Resistenza!”

Questo articolo è uscito su “L’Unità”. Ringraziamo l’autrice.

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Nessuna solidarietà per i giornali che chiudono? https://minimaetmoralia.it/editoria/nessuna-solidarieta-per-i-giornali-che-chiudono/ https://minimaetmoralia.it/editoria/nessuna-solidarieta-per-i-giornali-che-chiudono/#comments Tue, 08 Jul 2014 23:18:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22034 I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso - casse integrazioni ballerine - e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito - i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l'azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po' malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell'università telematica eCampus e un video sull'eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un'onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull'orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l'ossigeno... Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

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I giornali chiudono. Alle volte in modo velocissimo. Pubblico di Luca Telese per esempio ci ha messo poco più di tre mesi. Ha dilapidato 650.000 euro e lasciato un sacco di giornalisti a spasso – casse integrazioni ballerine – e almeno un centinaio di collaboratori non pagati. Anche Pagina 99 ha chiuso il quotidiano dopo un paio di mesi per reinventarsi come settimanale. Ha chiuso Terra: giornale ecologista, dal 2009 al 2011 era in edicola tutti i giorni, 16 pagine 1 euro, poi è diventato mensile, poi non è più uscito – i giornalisti, che avevano fatto istanza di fallimento, sono ancora in causa con l’azienda per il saldo degli arretrati e sono finiti tutti in cassa integrazione (il sito è completamente bianco con delle scrittine html un po’ malinconiche). Liberazione ha salutato i suoi lettori il 19 marzo scorso dopo aver provato a restringersi, rinnovarsi, uscire solo on line (sul sito, cristallizzato da quattro mesi, campeggiano un comunicato di Paolo Ferrero, una pubblicità dell’università telematica eCampus e un video sull’eredità di Chavez nel nuovo Venezuela). Il riformista ha chiuso definitivamente due anni fa; qualcuno che ci lavorò ancora spera nei soldi di un’onda lunghissima del liquidatore. Hanno chiuso la maggior parte delle edizioni locali dei quotiani nazionali. E le riviste, come XL. E i grandi e piccoli quotidiani dimagriscono, prepensionano, ondeggiano sull’orlo del precipizio, non assumono, licenziano, sopravvivono con la cassa integrazione a rotazione, abbassano i compensi a un livello talmente infimo che scarseggia persino l’ossigeno… Dal Foglio al manifesto, dal neonato Garantista alle corazzate Repubblica e Corriere.

Certo, si potrebbe osservare, ancora con la carta nel 2014… Ma anche i giornali on-line sembra rischino di chiudere. Il sito del Paese sera – “la voce di Roma”, solo digitale da anni ormai – è ancora funzionante, ma seconda notizia in home page, dopo quella del traffico della Capitale lento e costoso, è questa: “La proprietà ha annunciato informalmente che tra qualche giorno porrà in essere la liquidazione della società. I contratti rinnovati dai giornalisti nel mese di marzo diventeranno carta straccia. Il gruppo Parsitalia Media ha fatto un passo indietro, nonostante avesse già fatto investimenti in funzione dell’ingresso nella società”. Italia Oggi nemmeno un mese fa declamava una sorta di bollettino medico per Linkiesta e per l’Huffington Post, un milione di euro di perdite annuali per uno. Un po’ meglio gli altri, ma con rossi considerevoli: Il Post, Lettera 43, Blitz Quotidiano
E infine in questi giorni d’estate – i peggiori per essere sensibili agli interessi dei lavoratori, me ne rendo conto – l’allarme suona per l’Unità. La casa editrice, la NIE di Matteo Fago, è in liquidazione; il PD non sa bene che fare. Renzi l’ultima volta che ne ha parlato ha buttato lì l’ipotesi di una spending review casareccia: due giornali per un partito sono troppi. Intendeva l’Unità ed Europa, che vive quasi solamente on line ormai.
E potrei continuare. A spulciare la rete, emerge una fungaia di comunicati sindacali agguerriti, di appelli dei giornalisti all’editore affinché con un orgoglio imprevisto salvi la baracca, agli investitori che samaritanamente ci ripensino, ai lettori che solidarizzino. L’impressione è quella di osservare una montagna che crolla, al rallentatore. Una parabola impietosa, ma forse normale, quasi fatale uno direbbe: nell’era dell’informazione su internet, tutto cambia, tutto ciò che è solido evapora nell’aria.
C’è un elemento di questo declino dei giornali che però appare meno prevedibile del resto. C’è una nota che stona nelle pagine dei commiati, delle lettere di solidarietà. I commenti.
I commenti dei lettori sono un coro decisamente uniforme, e – almeno per me – spiazzante. Dicono: “Chi è causa del suo male pianga se stesso. Se è diventata come i giornali di B. questa è la fine che merita.”, “Si trovino un lavoro con le loro competenze (se le hanno…), e se avranno successo sarà per meritocrazia e non grazie ai finanziamenti pubblici. La pacchia è finita!”, “Finalmente. Chiudessero ste merde”, “Se non hanno lettori perchè dovremmo pagare tutti noi i loro stipendi? Io non leggo quel giornale e quindi non voglio finanziarlo!”, “Godo. Giornale divoratore di soldi pubblici. Si cercheranno un lavoro vero. Come me, che lavoro senza che lo Stato mi sovvenzioni”. “Questi giornaletti senza aiuti di stato non vanno da nessuna parte. Speriamo ne chiudano altri, di quelli che prendono i nostri soldi”.
Su facebook, su twitter, ovunque, il tenore è simile. Chi si mette dalla parte dei lavoratori, viene sbeffeggiato. Chi ricorda la storia della testata o si appella al valore del pluralismo, considerato uno zombie. Chi difende il finanziamento pubblico, direttamente un ladro. Anche tra colleghi, tra giornalisti, la solidarietà è solo di facciata, si sente piuttosto un’aria da mors tua, viticina mea. È arrivato il repulisti. Soffiano gli spiriti animali.
Che senso ha tutto questo? Sono così brutti, vecchi, sorpassati, malgestiti questi giornali che chiudono, quelli sprofondati nella crisi nera, quelli che provano a respirare con più forza mentre noi vediamo la corda che si stringe rapidamente intorno al loro collo? Sono così mal pensati anche i giornali nuovi? Sono vittime di business model toppati in pieno quelli che accumulano debiti incompensabili?
A quale segno dei tempi stiamo assistendo? Cosa vuol dire: che la coscienza di classe è un residuato novecentesco canceroso da ripulire tipo l’eternit? Che una civiltà giornalistica di tutelati (professionisti, articolo 1…) sta finendo, distrutta dalle orde di freelance, forse preparati, sicuramente sottopagati, sconfitta – leggi: schiantata – dagli eserciti di opliti produci-click? Perché non si manifesta nessuna solidarietà tra lavoratori? Perché effettivamente ci si sente in due trincee opposte: i vecchi e i giovani? Perché c’è un retrogusto dolce a veder affondare quel giornale in cui un caporedattore l’altroieri mi ha rifiutato un pezzo, non rispondeva mai alle mail e adesso è disoccupato come me? O è una banalissima Schadenfreude? Gioiamo delle disgrazie altrui, proviamo un piacere misto al sublime nel contemplare il disastro, declini che somigliano a affondamenti: finalmente se ne vanno a casa, quelli scarsi, gli stipendiati coi soldi pubblici, i parassiti, chiedessero i soldi agli strozzini per pagarsi i mutui?
Ma seppure questa è la risposta di default, l’istinto, la reazione belluina, la dichiarazione à la Grillo – grande pedagogo dell’odia il prossimo tuo – c’è un altro interrogativo più pungente che ci si rivela appena le bollicine sulla superficie si sono dileguate e la pietra legata alla corda si è ormai inabissata: noi, siamo sicuri di essere quelli bravi noi? Quelli che – nella crisi di sistema – si salverebbero, perché hanno affinato le competenze: le lingue fluenti, la dimestichezza con wordpress e con le infografiche, la velocità, la disponibilità perenne, la versatilità?
E ancora, più a fondo, una domanda che scova un’altra domanda, come se avessimo scoperto una vena scavando in un terreno che non pensavamo così friabile: Noi, che cosa proviamo? Quale sentimento, dico?
Visto che non abbiamo avuto mai nessuna certezza, possiamo sempre sentirci al riparo nella stiva, come gli schiavi nelle rotte dall’Africa all’America nel 1700?
Conosciamo bene il futuro che ci aspetta; allora forse è preferibile soccombere nella prossima burrasca?

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Lettori militanti https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-militanti/ https://minimaetmoralia.it/interventi/lettori-militanti/#comments Mon, 16 Jan 2012 09:37:07 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=6195 Questo articolo è uscito per «l’Unità». di Giancarlo Liviano d’Arcangelo Quando per lasciarsi andare ai più personali percorsi di senso, all’immaginazione libera di luoghi e volti sconosciuti, e fondersi infine alle vite avventurose altrui per amare, compatire o detestare con la fantasia, si poteva soltanto leggere libri, (i pochi che si trovavano a disposizione), la lettura […]

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Questo articolo è uscito per «l’Unità».

di Giancarlo Liviano d’Arcangelo

Quando per lasciarsi andare ai più personali percorsi di senso, all’immaginazione libera di luoghi e volti sconosciuti, e fondersi infine alle vite avventurose altrui per amare, compatire o detestare con la fantasia, si poteva soltanto leggere libri, (i pochi che si trovavano a disposizione), la lettura era soprattutto un momento privato, intimo, da praticare in assoluta solitudine. Solo i nobili, come racconta Dostoevskij ne «I Demoni», si riunivano a casa dei mecenati per leggere passi e discuterne. Ma se nel salotto di Varvara Petrovna il principe Stavroghin e Stepan Trofimovic discutevano di questioni morali e politiche, nei circoli dei lettori, nei gruppi di lettura e negli eventi organizzati dai presidi del libro in tutta Italia, sono soprattutto i generi narrativi l’oggetto del contendere, e la lettura è diventata un’attività da condividere con la gente del quartiere, o con chi condivide gli stessi gusti e le stesse passioni. Ed ecco che i veri lettori militanti, quelli che per intenderci formano lo zoccolo duro delle poche centinaia di migliaia d’italiani che leggono più di dieci libri l’anno, si dedicano a un programma di letture organizzato e condiviso. Forse quest’esigenza nasce dal bisogno di difendersi dal mare magnum delle pubblicazioni, o dal marketing editoriale che punta a confondere le acque, con le annunciazioni quotidiane di almeno un paio di capolavori. O forse la chiave della lettura condivisa è semplicemente il bisogno di esprimersi, di abbandonarsi per una parte del proprio tempo libero ad attività che esulino dal meccanismo del culto dell’io alienato e alienante, per riscoprire il piacere dello scambio di idee, opinioni, visioni della vita e credenze, appoggiandosi alla pagina scritta del romanzo. Il Circolo dei Lettori di Torino, nato nel 2006, è stato in Italia un vero e proprio precursore di questo modo d’interpretare la lettura, e oggi, dopo cinque anni di attività, può contare su un esercito di circa trenta mila iscritti, vasto bacino d’utenza cui attingere per le molte attività organizzate. Gruppi di lettura affidati a «garanti» che si occupano di scegliere i materiali e di coinvolgere i lettori sviluppando tematiche a largo raggio, (dalle biografie dei gradi scrittori a conversazioni libere, senza regole, se non quella di parlare dei libri che si sono amati alla follia). E ancora, accostamenti tra musica e letteratura, tra cinema e letteratura, letture di capolavori in lingua originale, letture consumate all’ora del tè o dell’aperitivo, con un pubblico in target con i contenuti sviscerati, più giovane quando si parla di fumetti e purtroppo più anziano quando le letture comunitarie riguardano generi più tradizionali come il romanzo.

È più difficile invece, secondo le parole degli organizzatori, trovare lettori di mezza età, spesso impossibilitati a nutrire la propria mente a causa dello stile di vita frenetico. Il successo del Circolo dei lettori ha fatto, in un certo senso, giurisprudenza. S’è sparsa la voce. Sono molti gli esempi postivi di emulazione, e sono nati circoli coriacei e motivati a Verona e a Perugia, solo per citare i più attivi, mentre e si sono propagati come edera più di duecento gruppi o club di lettori in tutta Italia, da Pordenone a Palermo. Molto spesso sono nate partnership con piccole librerie che lavorano alla vecchia maniera, selezionando e consigliando libri secondo le attitudini di ciascun lettore fidelizzato, o con le biblioteche pubbliche che concedono gli spazi per gli incontri e i materiali “didattici”, per far sì che gli incontri obbediscano alla politica del costo zero. Anche a Roma i gruppi di lettura sono una realtà. Si va da gruppi legati all’esperienza territoriale, come il gruppo Monteverdelegge, che organizza incontri mensili a tema, letture a domicilio per gli anziani e gruppi sulla poesia, all’attività costante promossa da librerie piuttosto note, come la Flexi e la Griot. Ricco di eventi è anche il programma di Donne di carta, un vero e proprio collettivo interamente femminile che nasce da un rapporto sinergico tra diverse professioni legate all’editoria e alla cultura, e che ha prodotto un vero movimento attivista intorno ai libri. Tra le loro idee, degne di nota sono l’Accademia della lettura, un evento itinerante basato su una commistione tra scambio o vendita di oggetti, convivialità e libri, la Radio on-line Libriamoci Web e soprattutto Le persone Libro, un gruppo che riunisce veri e propri soldati della lettura che come gli antichi aedi omerici scelgono un libro, ne imparano intere pagine a memoria, e si riuniscono una volta a settimana per ascoltarsi a vicenda. Si tratta della versione italiana di un’idea chiamata «Proyecto Fahrenheit 451 – Las personas libro», sviluppata in primo luogo a Madrid. Altra realtà decisiva per la promozione della lettura sono i molti presidi del libro che tengono duro in tutta Italia, e che con pochissimi fondi e scarso appoggio delle istituzioni si muovono sul territorio invitando autori e organizzando presentazioni e letture, affidandosi solo alla volontà dei membri, alla loro passione e al desiderio innato di assecondare quel bisogno di vitalità culturale che lontano dai grandi centri trova pochissime valvole di sfogo. Che il concetto di militanza verso l’ideale della lettura sia decisivo in questa forma di attivismo dal basso, lo testimoniano molti dei nomi scelti dai gruppi, spesso esplicativi e sempre evocativi: si va dal gruppo Adesso Sfogliami a Il furore del Libro, da Tutta un’altra vita a Liberi di leggere, da Profumo di Pagine a Il cerchio Magico. Perché sia chiaro che vivere attivamente il grande amore verso i libri e i loro autori non significa solo comportarsi come la terrorizzante lettrice-carceriera Kathy Bates in Misery non deve morire.

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Intervista ad Agota Kristof, scrittrice del dolore e dell’esilio https://minimaetmoralia.it/interviste/addio-agota-kristof-la-scrittrice-dellesilio-e-del-dolore/ https://minimaetmoralia.it/interviste/addio-agota-kristof-la-scrittrice-dellesilio-e-del-dolore/#comments Thu, 28 Jul 2011 10:19:53 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4839 È morta ieri a Neuchatel, in Svizzera, all’età di 76 anni, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Stamattina la ricordiamo con un’intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

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È morta ieri a Neuchatel, in Svizzera, all’età di 76 anni, la scrittrice ungherese Agota Kristof. Stamattina la ricordiamo con un’intervista di Michele De Mieri uscita per l’Unità.

di Michele De Mieri

Minuscola e leggera, con un passo claudicante e un paio di grossi occhiali a fare da schermo ai due occhi quasi sempre socchiusi, Agota Kristof si lascia avvicinare per le interviste che man mano diventano una sorpresa: ben presto infatti la taciturna scrittrice di culto, nata in Ungheria nel 1935 e trasferitasi in Svizzera a 21 anni dopo i fatti in Ungheria, parla di tutto, confessa che non scriverà mai più nulla di così interessante come i tre libri della Trilogia della città di K, non fa sconti alla versione filmica del suo Ieri (firmata da Silvio Soldini col titolo Brucio nel vento): “Troppo melensa e poi l’attrice non era in grado di dare corpo al personaggio di Line”, confessa di leggere pochissimo e di guardare molto la televisione: “prima amavo molto il cinema ma ora ho paura di uscire da sola la sera”. Timori, crediamo, non d’ordine pubblico: a Neuchatel riesce difficile immaginarsi una delinquenza comune che rende le strade insicure le serate, come i suoi personaggi la Kristof ha altre antenne per sentire chissà quali, ben diverse paure.

Come ha cominciato a scrivere e cosa ha significato per lei il passaggio dalla sua lingua madre al francese?
Un mio personaggio, in Ieri dice che è diventando assolutamente niente che si può diventare scrittori. Devo dire che quest’affermazione vale anche per me. Fin dall’infanzia ho amato leggere e scrivere. Tutte le altre cose non avevano nessuna importanza, ma non volevo fare degli studi letterari, diventare un professore. No, non amavo quella strada: ho preferito andare a lavorare in una fabbrica. Lì potevo concentrarmi sulla scrittura, sui miei pensieri, vicino alla macchina che io usavo in fabbrica c’era un foglio su cui scrivevo i miei versi, ed era la cadenza delle macchine a darmi il ritmo di quella poesia. Allora scrivevo in ungherese. Poi ho scritto pochissimo per molti anni: avevo abbandonato il mio paese e stavo lasciando anche la mia lingua per il francese che non conoscevo bene e così mi esercitavo con dialoghi teatrali. Oggi quelle mie prime opere in francese mi sembrano quasi tutte orribili. Non tutte, qualcuna buona c’è. Erano gli anni Settanta.

E i tre libri della “Trilogia” come nascono?
Dopo le pièces teatrali cominciai a scrivere delle piccole novelle, volevo parlare della mia infanzia durante la guerra, vissuta con mio fratello maggiore. Scrivevo sempre delle scene corte, una o due pagine, poi queste scene, con il loro titolo, diventavano capitoli del mio romanzo. Quindi cambiai il mio nome e quello di mio fratello e trasformai i personaggi in due maschi e poi in due gemelli. Da quel momento non scrissi solo di cose da me vissute ma cominciai a immaginare altro. Lasciai l’autobiografia e riorganizzai quei capitoli per uno struttura romanzesca.

Come ha raggiunto questo stile essenziale, duro, secco?
All’inizio non era per niente così. Anche quando scrivevo in ungherese ero melliflua, romantica, troppo letteraria. Le mie prime cose in francese, quelle per il teatro, erano scritte in una lingua normale, quotidiana. Solo quando ho cominciato a scrivere i capitoli della prima parte della Trilogia ho cercato fortemente un nuovo linguaggio: dovevo rendere lo stile di un libro scritto da dei bambini (i due gemelli n.d.r.), anche se un po’ speciali, molto intelligenti e autodidatti, che amano i dizionari com’eravamo io e mio fratello. Per la verità chi mi ha messo definitivamente sulla buona strada è stato mio figlio quando aveva dieci, dodici anni, io l’osservavo molto scrivere, studiavo il modo e il contenuto, e cercavo di apprendere quello stile, quel punto di vista. Il mio stile è figlio di mio figlio.

Lei sembra indicarci che solo attraverso il dolore possiamo avere un’opportunità di comprendere gli altri, il mondo…
Questo è vero, ma lo è solo per me. E’ il mio modo di mettermi in contatto col mondo, ma non posso dire che questo sia valido per le altre persone.

Oggi come vive la separazione col suo paese, con quella lingua? Legge letteratura ungherese? Torna spesso in Ungheria?
Io non volevo lasciare il mio paese. Lo rimprovero sempre al mio ex marito: era lui che aveva paura dopo i fatti del ’56, io non avevo nulla da temere, lavoravo in fabbrica e amavo scrivere. All’inizio non capivo cosa c’entravano per me la Svizzera, la lingua francese. E’ stata una separazione difficile, soprattutto quella della mia lingua, ma non potevo continuare, come hanno fatto alcuni altri scrittori dell’Est. A scrivere in una lingua che non parlavo più quotidianamente. Non avrei avuto neppure lettori. E così scrivere in francese è stata una necessità oltre che una sfida. Mi dicevo: “come può accadere questo, io che sto scrivendo in una lingua che non è la mia”. Era un po’ un miracolo. Oggi mi capita di ritornare in Ungheria, ho pure il doppio passaporto, ma per brevi periodi, io vivo in Svizzera vicino ai miei figli. Tra gli scrittori ungheresi conosco bene e personalmente Imre Kertész, sono stata felice per il suo Nobel. Sa, è stato per anni povero e senza successo.

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Salvemini e la campagna in Libia https://minimaetmoralia.it/interventi/salvemini-e-la-campagna-in-libia/ https://minimaetmoralia.it/interventi/salvemini-e-la-campagna-in-libia/#comments Tue, 26 Apr 2011 08:51:01 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4246 Perché siamo andati in Libia? Esattamente cento anni fa, non in queste settimane, Gaetano Salvemini si pose questa domanda in un paese che si stava avviando verso il suo più colossale disastro coloniale sull'altra sponda del Mediterraneo. La Storia ha i suoi corsi e ricorsi, e quanto avviene oggi in Libia – anche se in gran parte determinato dallo straripare della primavera araba in tutto il Maghreb – rivela ancora alcune cicatrici di quel passato lontano.

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Questo articolo è uscito per il Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Perché siamo andati in Libia? Esattamente cento anni fa, non in queste settimane, Gaetano Salvemini si pose questa domanda in un paese che si stava avviando verso il suo più colossale disastro coloniale sull’altra sponda del Mediterraneo. La Storia ha i suoi corsi e ricorsi, e quanto avviene oggi in Libia – anche se in gran parte determinato dallo straripare della primavera araba in tutto il Maghreb – rivela ancora alcune cicatrici di quel passato lontano.
“Sia il quando, sia il perché, sia il come della impresa libica non si spiegano, se non tenendo presenti la incultura, la leggerezza, la facile suggestionabilità, il fatuo pappagallismo delle classi dirigenti italiane,”, scriveva Salvemini. Allora il vento nazionalista che soffiava sul fuoco della conquista della Libia era fortissimo. Tanto forte che quell’impresa fu subito dipinta come una “fatalità storica”, necessaria all’Italia per sedersi al banchetto delle grandi potenze europee. In pochi ebbero la forza e il coraggio intellettuale di opporsi, e Salvemini fu sicuramente la voce più lucida tra gli oppositori dell’intervento bellico.
Aveva cominciato a criticare le fondamenta dell’azione militare già su La Voce di Prezzolini. In seguito, distaccandosene per l’atteggiamento troppo tiepido della testata nei confronti del governo, fondò un proprio settimanale, L’Unità, che proprio a partire dalla questione libica avrebbe animato il dibattito politico italiano per tutti gli anni dieci del secolo scorso. Scriveva Salvemini nell’editoriale di apertura del primo numero de L’Unità che il nazionalismo non è solo un movimento antidemocratico: “è soprattutto la volontà arbitraria di negare i problemi della nostra vita interna e di farli dimenticare con diversivi di avventure diplomatiche e militari, a vantaggio di tutti quegl’interessi parassitari e antinazionali che da un vigoroso sforzo di riforme interne uscirebbero distrutti”.
Tutti gli articoli di Salvemini sulla Libia sono stati in seguito raccolti nel volume Come siamo andati in Libia (Libreria della Voce 1914). Oggi è possibile consultarli in Come siamo andati in Libia e altri scritti dal 1900 al 1915, il primo dei quattro volumi delle Opere Complete di Gaetano Salvemini dedicati agli “Scritti di politica estera”. La monumentale collana è stata realizzata dalla Feltrinelli negli anni sessanta.
Gli scritti sulla Libia dimostrano chiaramente il suo grande interesse per le questioni di politica estera. Ma rivelano anche qualcos’altro. Il principale obiettivo polemico dello storico pugliese non era il governo, ma soprattutto la mistificazione giornalistica ordita dalla principali testate italiane. Una mistificazione tesa a dipingere la Tripolitana come una nuova terra dell’Eden, tanto fertile da poter accogliere centinaia di migliaia di italiani affamati. A tal scopo vennero perfino stravolte le traduzioni di Erodoto e Plinio per dimostrare come un tempo quella terra fosse ricchissima. A fine novembre nel 1911 (la guerra fu dichiarata in settembre) la campagna giornalistica aveva già prodotto, oltre al sostegno all’intervento, la richiesta di 21mila passaporti, soprattutto da parte di contadini meridionali.
Ma tutto ciò era falso. La Tripolitania era solo uno scatolone di sabbia: “Il guaio è che l’ipotesi della ricchezza naturale è fondata, salvo che per qualche ristretta zona della Cirenaica, su una colossale mistificazione giornalistica. Il suolo tripolino è esausto, assetato, malarico, disboscato, ingrato più che l’Italia meridionale. Ad affermare ciò siamo in pochi oggi in Italia, contro la valanga dei falsari, dei geografi, degli esploratori, degli agronomi e degli economisti tripolini improvvisati”.
L’intera comunità nazionale fu abbacinata da quei resoconti, e spinse il governo giolittiano a una guerra più lunga del previsto. Rileggere oggi questi scritti permette di avvicinarci alle origini del colonialismo italiano, all’inizio di una serie di nefandezze che raggiungeranno il loro apice negli anni trenta, quando il fascismo decise di usare il gas contro i civili.
Una volta che la guerra ebbe inizio, Salvemini in modo molto pragmatico consigliò di chiuderla in fretta e di limitarsi al controllo della costa libica, di non addentrarsi nell’interno. Ma, anche in questo caso, almeno nelle intenzioni, si volle far prendere al corso degli eventi un’altra piega.
Il resto è storia nota. La seconda guerra mondiale, il crollo del fascismo, la fine delle colonie, l’indipendenza della Libia, la creazione del regime di Gheddafi, quarant’anni di dittatura. E poi, la rivolta di questi mesi, la repressione del rais, l’intervento occidentale.
Sono passati esattamente cent’anni da quegli scritti di Salvemini. Fosse stato vivo nel 2011, non avrebbe esitato un istante a cogliere la portata dei rivolgimenti nel mondo arabo, e a definire Gheddafi per quello che è: un tiranno sanguinario al comando di uno stato totalitario, con cui non si può avere alcun rapporto. Il fatto che si sia presentato sulla scena come leader post-coloniale non allevia le sue colpe. Ma tant’è, la storia delle classi dirigenti italiane (e non solo di esse) è fatta di leggerezza e incultura, e forse anche di fatuo pappagallismo.

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In memoria di Jerry Masslo https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-memoria-di-jerry-masslo/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/in-memoria-di-jerry-masslo/#comments Fri, 04 Sep 2009 06:27:55 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=585 Una versione leggermente più breve di questo articolo è uscita su l’Unità del 25 agosto scorso, a vent’anni esatti dall’omicidio di Jerry Masslo. Masslo, attivista politico fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, si trovava a Villa Literno per raccogliere i pomodori insieme a migliaia di altri braccianti africani, sfruttati e sottopagati. Quando un gruppo di balordi, a […]

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Una versione leggermente più breve di questo articolo è uscita su l’Unità del 25 agosto scorso, a vent’anni esatti dall’omicidio di Jerry Masslo. Masslo, attivista politico fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, si trovava a Villa Literno per raccogliere i pomodori insieme a migliaia di altri braccianti africani, sfruttati e sottopagati. Quando un gruppo di balordi, a notte inoltrata, entrò nel casolare dove dormiva per rubarvi i pochi averi, oppose resistenza. Fu freddato a colpi di pistola. Era il 1989. 

Masslo_blogVent’anni fa, in quella calda estate che precedette la caduta del Muro di Berlino, il barbaro omicidio di Jerry Masslo produsse uno spartiacque nella percezione del razzismo e del «lavoro migrante» in Italia. Un fremito scosse il paese. Il 28 agosto i funerali furono trasmessi dalla Rai; il 20 settembre in Terra di Lavoro fu organizzato il primo sciopero nero contro i caporali legati alla camorra; il 7 ottobre una grande corteo di oltre 200 mila persone sfilò per le strade di Roma. Dopo l’assassinio sorsero e si moltiplicarono le prime associazioni antirazziste e si arrivò, nel 1990, alla legge Martelli sull’immigrazione.
Da allora altre leggi (non sempre migliori) sono state promulgate fino alle nefandezze del recente «pacchetto sicurezza», mentre l’universo degli immigrati in Italia è profondamente mutato. È divenuto più complesso, articolato, frastagliato, componendosi di milioni di uomini e donne. Vista da questa prospettiva, il 1989 può apparire un’epoca lontana. Eppure non lo è, perché dopo la morte di Jerry Masslo altri braccianti stranieri sono stati uccisi come lui.
Le nostre campagne si sono globalizzate. Da Villa Literno a Castelvolturno, da Orta Nova a Cerignola, da Rosarno a Cassibile, da Vittoria a Sabaudia. Laddove i lavori di raccolta agricola si fanno più duri, e le paghe scendono ben al di sotto di quello che eufemisticamente può essere definito «sottosalario», gli italiani non ci sono più. Ai cafoni di un tempo, pugliesi, lucani, siciliani, si sono sostituiti altri cafoni. Dapprima i braccianti neri e maghrebini. Poi anche quelli dell’Europa dell’Est: polacchi, rumeni, albanesi, bulgari, ucraini… La forza lavoro nelle nostre campagne si è globalizzata in un modo tale che quando Masslo venne ucciso era appena intuibile. Ma nella seconda metà degli anni novanta del Novecento e nei primi anni del XXI secolo la mutazione antropologica del bracciantato è diventata sempre più tumultuosa. Tuttavia, pur cambiando le lingue e i paesi di provenienza, non è mutato di una sola virgola il modo di lavorare, né i rapporti di forza che lo regolano. A smistare e inquadrare i braccianti nei campi sono ancora i caporali, a volte italiani, altre volte stranieri, con la loro insensibilità, tracotanza, arroganza ben voluta dagli imprenditori agricoli che intendono calmierare il costo del lavoro. In questi vent’anni nulla è cambiato. I braccianti vengono pagati meno di venti euro al giorno per 10-12 ore di lavoro in condizioni disumane. E la spirale di degrado, violenza, sottomissione continua ben oltre l’orario di lavoro nei casolari fatiscenti in cui sono costretti a vivere e che sono quasi sempre sotto il controllo degli stessi caporali. Il fatto di incontrare un bracciantato più debole di quello italiano del passato (più debole perché privo della tutela delle leggi e del diritto di voto) ha spinto una parte consistente del nuovo caporalato ad adottare forme di riduzione in schiavitù sinora sconosciute, ma molto più redditizie.
mani_blogInsomma, la civiltà contadina cantata da Levi e Scotellaro è morta e sepolta; ma non è certo morta e sepolta la violenza contro i cafoni. In questo l’assassinio di Jerry Masslo non è uno spartiacque che ha prodotto un’inversione di rotta. Al contrario, è la prima pietra di una lunga serie di aggressioni e spedizioni punitive, in molti casi sfociate in omicidi.
Basta citare alcuni casi di cronaca. Basta ricordare la strage di Castelvolturno del settembre 2008, quando sotto i colpi dei kalashnikov della camorra caddero sei africani. O il caso dei due ivoriani presi a pistolettate davanti al «ghetto» di Rosarno nel dicembre dello stesso anno. Basta ricordare la storia di Sing Navte, il manovale indiano bruciato per divertimento alla stazione di Nettuno. O quella di Vijai Kumar, il bracciante morto di superlavoro a Viadana, nel mantovano, e fatto trasportare dal padrone lontano dal suo terreno per non correre rischi. Basta ricordare, per chi voglia farlo, la storia del giovane albanese Hiso Telaray, ucciso in provincia di Foggia nel 1999 dai suoi caporali, per il solo fatto di essersi ribellato a quella brutale condizione di dominio dell’uomo sull’uomo. Indagare sulle morti e sulle violenze ai danni dei braccianti stranieri (sia nei casi delle rapine dei balordi, sia nei casi di ritorsione dei caporali, sia nei casi di violenza gratuita) è molto difficile, come sanno tutte le procure che si sono trovate a indagare. Al di là dell’indifferenza generale, ci si deve costantemente scontrare contro un muro di gomma fatto di reticenze, non detti, non ricordo, che quasi sempre impedisce l’accertamento della verità. Lo sa bene, ad esempio, la Direzione distrettuale antimafia di Bari che ha aperto un fascicolo di inchiesta per la morte sospetta di almeno dieci braccianti polacchi nel Tavoliere, senza riuscire a individuare i colpevoli.
Jerry Masslo, che era un militante politico ed era scappato dal Sudafrica dell’apartheid senza trovare in Italia un’accoglienza adeguata, aveva capito perfettamente le leggi che regolano l’anarchia rurale e il rapporto tra italiani e stranieri nel nostro paese. Aveva capito perfettamente quale fosse la posta in gioco, il rivolgimento in atto. E con parole che non possono definirsi altrimenti che profetiche lo aveva detto a una troupe del Tg2 che casualmente lo aveva intervistato poco prima della tragica notte tra il 24 e il 25 agosto. «Pensavo di trovar in Italia uno spazio di vita», disse a chi lo intervistava, «una ventata di civiltà, un’accoglienza che mi permettesse di vivere in pace e di coltivare il sogno di un domani senza barriere né pregiudizi. Invece sono deluso. Avere la pelle nera in questo paese è un limite alla convivenza civile. Il razzismo è anche qui: è fatto di prepotenze, di soprusi, di violenze quotidiane con chi non chiede altro che solidarietà e rispetto. Noi del terzo mondo stiamo contribuendo allo sviluppo del vostro paese, ma sembra che ciò non abbia alcun peso. Prima o poi qualcuno di noi verrà ammazzato ed allora ci si accorgerà che esistiamo».

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