Lupi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lupi/ un blog di approfondimento culturale Thu, 29 May 2014 16:23:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Lupi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/lupi/ 32 32 Expo Pride: lavorare gratis a Milano https://minimaetmoralia.it/lavoro/expo-pride-milano/ https://minimaetmoralia.it/lavoro/expo-pride-milano/#comments Thu, 29 May 2014 16:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21082 Pubblichiamo un articolo di Roberto Ciccarelli apparso su alias/il manifesto ringraziando l'autore e la testata.

di Roberto Ciccarelli

Metti il lavoro gratis di 18.500 mila giovani e studenti volontari, mentre la magistratura indaga su un giro di mazzette milionarie, arresta imprenditori e lobbisti e avrai un grande evento: l'Expo a Milano. Metti i comunicatori che chiedono «consigli» alla rete su come migliorare la kermesse che, nelle intenzioni delle alte sfere dello Stato, dovrebbe rilanciare la ripresa economica. Metti la rete più politica critica e brillante che c'è in Italia e avrai uno squarcio sul futuro del precariato in Italia: il lavoro gratis. Sono questi gli elementi che hanno dato vita il 21 maggio 2014 a quello che in gergo si chiama «epicfail» nella comunicazione, una catastrofe epica. Per la prima volta da quando i sindacati e l'Expo spa hanno siglato l'accordo sul lavoro all'Expo nel luglio 2013 c'è stato un goffo tentativo di Expo 2015 di cimentarsi in una discussione trasparente su un argomento che imbarazza tutti e viene taciuto come  il nefas – il non dicibile – in una tragedia greca.

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Pubblichiamo un articolo di Roberto Ciccarelli apparso su alias/il manifesto ringraziando l’autore e la testata.

di Roberto Ciccarelli

Metti il lavoro gratis di 18.500 mila giovani e studenti volontari, mentre la magistratura indaga su un giro di mazzette milionarie, arresta imprenditori e lobbisti e avrai un grande evento: l’Expo a Milano. Metti i comunicatori che chiedono «consigli» alla rete su come migliorare la kermesse che, nelle intenzioni delle alte sfere dello Stato, dovrebbe rilanciare la ripresa economica. Metti la rete più politica critica e brillante che c’è in Italia e avrai uno squarcio sul futuro del precariato in Italia: il lavoro gratis. Sono questi gli elementi che hanno dato vita il 21 maggio 2014 a quello che in gergo si chiama «epicfail» nella comunicazione, una catastrofe epica. Per la prima volta da quando i sindacati e l’Expo spa hanno siglato l’accordo sul lavoro all’Expo nel luglio 2013 c’è stato un goffo tentativo di Expo 2015 di cimentarsi in una discussione trasparente su un argomento che imbarazza tutti e viene taciuto come  il nefas – il non dicibile – in una tragedia greca.

L’hashtag su twitter #AskExpo è stato sommerso dai messaggi di centinaia di persone che hanno chiesto spiegazioni su un accordo che, per la prima volta nella storia del diritto del lavoro italiano, legittima il lavoro gratuito del 90% della forza lavoro impiegata direttamente nel «grande evento», mentre solo 835 persone, tra stagisti, apprendisti e contrattisti a termine, verranno «assunte» da 7 o 12 mesi. «Perché #Expo2015 – che doveva creare lavoro – scommette sul volontariato?» scrive @TwashWish. «Un evento pubblico pagato con soldi pubblici, sostenuto al 90% con lavoro gratis, chi guadagna però è privato perchè?» domanda @ufo_inthesky.

Inevitabile è stato l’intreccio tra il lavoro gratuito e gli arresti dell’8 maggio della «cupola degli appalti» composta tra gli altri dal direttore generale di Expo 2015 Spa, Angelo Paris, vari imprenditori e lobbisti provenienti da tangentopoli. «Con tutti i milioni investiti (alcuni magicamente scomparsi) che avete preso, mi venite a chiedere di volontari?». Contro la corruzione, la speculazione e il lavoro gratis prodotti dall’Expo il primo maggio scorso è sfilata la Mayday a Milano. La rete Attitudine NoExpo composta da Euromaydays and The Ned, Macao, Offtopic, La terra trema, San precario, Zam, Lambretta, Boccaccio, Rimake, Rimaflow, promette battaglia per il prossimo anno.

In questa cornice, si inserisce un’altra vergogna tenuta ben nascosta: il taglio di 25 milioni di euro ai fondi per la stabilizzazione dei precari della pubblica amministrazione destinati al comune di Milano per Expo2015. La norma è stata inserita proditoriamente nel «piano Lupi» sull’emergenza abitativa con il quale il governo Renzi si vendicherà contro i poveri che occupano le case tagliando luce, acqua e gas.

Dal twitter ufficiale Expo 2015 assicurano che il numero dei volontari è stato ridotto a 10 mila, 7 mila dei quali saranno impegnati fino a 14 giorni. La ragione del ridimensionamento dei numeri  non è stata spiegata, forse si teme che i volontari chiamati a lavorare gratis non rispondano con l’entusiasmo auspicato all’inizio. Il programma prevede un doppio binario: un’«esperienza breve» per chi vuole dedicare all’evento 5 ore e mezza del suo tempo per due settimane. Ci sono poi i volontari di «lungo periodo» che potranno partecipare a progetti di servizio civile e di «Dote Comune Expo» per il semestre di Expo per 5 giorni a settimana. I «volontari per un giorno» sono volontari aziendali. Per 5 ore al giorno si dedicheranno ad Expo. Gli studenti del Progetto scuola faranno da guide ai coetanei nei padiglioni. La selezione verrà gestita dai Centri di servizio per il volontariato (Csv) e dai sindacati che formeranno i volontari selezionati.

Nelle prossime settimane partiranno inoltre le procedure per l’assunzione di altri 340 lavoratori under 29 per i ruoli di supporto e segreteria. e di 195 stagisti con un rimborso da 516 euro mensili. Il 10% di queste assunzioni a termine verranno effettuate tra i lavoratori che si trovano in cassa integrazione straordinaria o in deroga, sono in mobilità o in disoccupazione. Con ogni probabilità, al termine dell’esposizione, torneranno ad essere precari in attesa di una chiamata in occasione di una fiera, un festival o un intrattenimento prodotto dal bacino del lavoro immateriale milanese.

Uno degli aspetti più inquietanti dell’accordo Expo è la creazione di un doppio livello tra precari e volontari: da una parte ci sono i contrattisti a termine, apprendisti e stagisti che otterranno qualifiche di «operatore Grande Evento», «specialista grande Evento» o di «tecnico sistemi di gestione Grande Evento». Dall’altra parte, ci sono le «sentinelle» che lavorano gratis e devono dimostrare di condividere i valori dell’Expo: «nutrire il pianeta» e «assicurare un’alimentazione buona, sana, sufficiente e sostenibile». Valori, in effetti, difficili da non condividere. L’Expo 2015 chiede ai volontari l’impegno gratuito del tempo in cambio di una vetrina persona in cui allargare il «network relazionale», sperando in uno stage o di un lavoro.

Per entrambi il destino è unico, quello della «porta girevole»: chi lavora passerà il tempo tra il nero e il sommerso, tra l’inoccupazione e l’apprendistato, tra il precariato e il lavoro gratuito. E viceversa, all’infinito. Con il consenso dei sindacati, quello dell’Expo è solo il primo passo verso la generalizzazione del lavoro sottopagato o gratuito in tutto il paese. Appoggiandosi alle reti del volontariato e del terzo settore si vuole mettere in concorrenza precari e volontari bruciandoli in nome del «sempre meglio che niente». Meglio essere schiavi che disoccupati.

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La vittoria di Bologna. E ora? https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-vittoria-di-bologna-e-ora/#comments Fri, 31 May 2013 08:42:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14509 di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l'alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. [...] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

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di Francesca Coin

Inizio da quanto è avvenuto martedì 28 maggio. A due giorni dal voto, infatti, dopo che l’alleanza PD, PDL, Curia, Lega nord, Scelta Civica, Cei, Cl, Confindustria, Carrozza-Lupi-Merola-Bagnasco-Renzi-Prodi-Gasparri-Casini-e chi per essi ha inesorabilmente perso la campagna referendaria sul finanziamento pubblico alle scuole paritarie private, decretando la vittoria di trecento mamme, auto-convocat@ e papà, il sito del Comune di Bologna Iperbole ha eliminato dalle sue pagine tutti i dati sul referendum e sul voto. Così, spiegava il comitato, “dopo aver ostacolato il diritto di voto dei cittadini mettendo a disposizione meno della metà dei seggi delle elezioni amministrative e politiche e collocandoli in luoghi assurdi a più di 5 chilometri dalla residenza, ora si vuole nascondere la vittoria dei 51.000 che hanno chiesto un’inversione di tendenza nella politica scolastica del comune. […] Non si vuole far sapere che l’ipotesi B ha perso in tutte le zone popolari e vinto solo fra i cittadini che abitano i colli di Bologna?” Parto da qui perché questo avvenimento consente una domanda centrale ovvero: e adesso? In altre parole, a che servono i referendum oggi, quando subito la post-democrazia tende ad archiviarli?

Nessuno si aspettava una tale risonanza del referendum Bolognese. La disparità di forze, ben rappresentata dalla metafora di Davide contro Golia, si è tradotta, infatti, in una disparità nella capacità di auto-rappresentazione delle ragioni di A e B, e in una disparità di presenza nel discorso pubblico, basti pensare alle modalità con cui il Resto del Carlino per settimane ha lavorato attivamente alla campagna del B sino ad utilizzare l’immagine dei bambini come testimonial. Questo dialogo asimmetrico ha visto protagoniste tutte le principali testate e i media locali e nazionali, obbligando la A a misurarsi continuamente con i tentativi di distorsione informativa della B.

Le ragioni di A e B erano, di fatto, antitetiche. Ciò che il B definiva come libertà di scelta della scuola preferita da parte dei genitori per la A coincideva con la negazione del diritto d’accesso alla scuola, cosa che a Bologna riguardava 102 bambini nel 2012. Ciò che il B definiva come scuola laica, in realtà sottendeva un progetto formativo confessionale, non a caso il Manifesto per il B indicava lo “sviluppo umano integrale” come finalità universale dell’istruzione, tacendo che lo “sviluppo umano integrale” è il tema dell’Enciclica Caritas in Veritate di Benedetto XVI. Ciò che il B definiva “senza oneri per lo stato”, reinterpretando l’articolo 33 della Costituzione, era in realtà “con oneri per lo stato”, in un ripensamento del dettato costituzionale che Rodotà ha giustamente definito “un po’ vergognoso”. Ciò che per la B era scuola pubblica, per la A era scuola paritaria privata, non a caso nel dopo-voto Bagnasco ha accusato: “mi sembra che non sia stata espressa ufficialmente la convinzione, la consapevolezza che, come dice la legge del 2000, nel nostro sistema di istruzione pubblica, non ci sono solo le scuole dirette dallo Stato ma anche quelle dirette da altri soggetti che pero’ sono riconosciuti parte integrante del sistema pubblico”, quasi a trasformare l’equipollenza del servizio offerto dalle scuole paritarie con l’equivalenza tra pubblico e privato. La differente capacità di rappresentazione, pertanto, si è tradotta in un dibattito pubblico sbilanciato, confuso, a tratti mistificante, volto ad oscurare le ragioni della A sino al giorno del voto.

Eccoci dunque al 26 maggio. Già la stampa ne ha parlato. Un numero di seggi dimezzato rispetto alle amministrative, seggi distanti talvolta diversi chilometri dalla residenza dei singoli elettori, lettere di convocazione non pervenute e code di votanti che ignoravano dove si trovasse il loro seggio, questo è lo scenario con il quale si sono confrontati i volontari della A lungo tutta la giornata del 26, mentre improvvisavano modalità di informazione e servizio navetta volte a facilitare le operazioni di voto. Questi nodi andavano di pari passo con una straordinaria affluenza mattutina, una affluenza che vedeva protagonsiti anzitutto gli elettori delle chiese e dalle parrocchie, quasi il B avesse dovuto ricorrere anzitutto a credenti e anziani, madri e sorelle per votare “B come Bologna, B come bambini”.

A tutt’oggi continuano le segnalazioni di incorrettezze ai seggi: dalle indicazioni di voto ricevute in pieno silenzio elettorale via sms direttamente dal Partito Democratico, a episodi di volantinaggio pro B fuori dai seggi, le testimonianze parlano di tutto fuorché di una campagna serena. Come scrive un elettore: “ieri ho chiamato la mia nonna, 89 anni, che è andata a votare per noi, e mi ha detto di avere votato B come bambini perché le avevano consigliato così e le avevano dato i volantini mentre andava al seggio. Ecco io non ho avuto cuore di dirle la verità, perché ci sarebbe stata male con la fatica che ha fatto ad andare al seggio col carriolino… come lei chissà quante altre persone anziane”.

Insomma, l’oscuramento delle ragioni della A è andato di pari passo con difficoltà di voto e una campagna proB che ha trovato reclute anzitutto tra la popolazione >70, la curia e i ceti più ricchi, come ha osservato Liuzzi sul Fatto Quotidiano. Quando parliamo delle percentuali di voto, dunque, dobbiamo partire da qui, da una campagna incalzante nonostante la quale molti elettori tradizionalmente piddini hanno votato contro il partito, e molti altri per evitare di votare contro il partito hanno preferito non votare per nulla. Evitando di scendere nelle acrobazie interpretative dei proB, dunque, non possiamo ignorare il contesto né d’altro canto possiamo dire che tutto è andato bene. Più che le cifre dell’affluenza, però, che per un referendum consultivo di un solo giorno sono, di fatto, elevate, come ha dichiarato Corbetta, forse il B dovrebbe chiedersi perchè tutti i suoi sforzi sono andati a vuoto, come forse la A dovrebbe chiedersi perché tra i votanti proA è mancata la fascia d’età < 35, sebbene notoriamente Bologna sia una città in buona parte popolata di studenti non residenti.

E qui torniamo alla domanda iniziale. E ora? A che serve un referendum nella post-democrazia? E’ questa la domanda più importante. A fronte di un regime informativo sempre più liofilizzato, spolpato cioè dei temi che stanno al cuore della vita, l’istruzione, la sanità e i diritti; in un contesto in cui le istituzioni democratiche sono poco più che contenitori formali, in cui la competizione elettorale è avanspettacolo e il processo elettorale stesso, si pensi alle ultime elezioni, è meramente rituale, sarebbe ingenuo pensare a un referendum consultivo come a una pratica  risolutiva. Chi, da sinistra, in questi giorni ha ripetuto che un’affluenza al 30% compromette l’efficacia delle proposte referendarie, di fatto sottovaluta l’opposizione che questo referendum ha ricevuto, e tradisce la speranza che, qualora l’affluenza fosse stata più alta, la volontà referendaria sarebbe stata rispettata. Non è così, e forse è meglio esserne cinicamente persuasi. Bologna non garantisce nessun risultato.

Dice un’altra cosa: dice che le ragioni dei referendari sono legittime, e lo sono non solo perché lo dice la Costituzione, ma perché lo credono i bolognesi. Bologna dice che le ragioni della A hanno prodotto un concetto di vero e falso, giusto e sbagliato che supera la capacità di veridizione del mercato, della fede e della politica. Nonostante il martellante spettacolo che a reti unificate ha sostenuto le ragioni di PD PDL e Curia, e il continuo tentativo di oscurare le alternative e le altre possibilità, Bologna dice che queste alternative esistono, e non solo: sono legittime, contro-egemoniche e maggioritarie. In questo contesto sarebbe errato pensare al risultato bolognese come a una fine. Bologna è un inizio, è un inizio denso di responsabilità e carico di significati.

Come spenderlo, dunque? Di questo immagino che i referendari discuteranno nei prossimi giorni. Di certo, a giudicare dal contesto le partite sul tavolo sono tante. Bologna riguarda tutti quei Comuni che desiderano ripetere l’esperienza del referendum in altre parti d’Italia, per affermare che l’accesso alla scuola e ai saperi è un diritto inalienabile, universale e di tutti. Il referendum vive anche nella lotta delle insegnanti contro l’ASP, il progetto del Comune di cedere la gestione di tutti i servizi educativi e socio-sanitari a una sola Azienda di Servizi alla Persona, in un processo di esternalizzazione della governance tipico dell’epoca post-democratica e contro il quale da settimane si mobilitano le mamme le maestre e le insegnanti di Bologna. E poi Bologna riguarda l’Italia.

Infatti il referendum non nasce solo nelle scuole dell’infanzia: nasce nei comitati dell’acqua, che nel 2011 hanno riempito lo strumento referendario di nuove pratiche politiche; vive tra gli studenti dell’Onda e dei movimenti anti-Gelmini, che da anni lottano contro la privatizzazione dell’istruzione e dei saperi. Vive nella Costituente dei beni comuni autoconvocatasi al Teatro Valle, che da tempo afferma un nuovo diritto e nuove pratiche di cittadinanza. Ovunque si scelga di andare, dunque, da qui bisognerà ripartire, dalla produzione di finalità e pratiche condivise con chi immagina altre forme di vita, nella post-democrazia. All’epoca del referendum sull’acqua Erri de Luca scriveva: “chi vuole privatizzare l’acqua deve dimostrare di essere anche il padrone delle nuvole, della pioggia, dei ghiacciai, degli arcobaleni”. A Bologna ci hanno riprovato, ma anche questa volta abbiamo vinto noi.

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