M.I.A. Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/m-i-a/ un blog di approfondimento culturale Sun, 03 Apr 2016 06:32:08 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg M.I.A. Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/m-i-a/ 32 32 M.I.A., i rifugiati, il giornalismo musicale. Una riflessione sul video di “Borders” https://minimaetmoralia.it/musica/m-ia-i-rifugiati-il-giornalismo-musicale-una-riflessione-sul-video-di-borders/ https://minimaetmoralia.it/musica/m-ia-i-rifugiati-il-giornalismo-musicale-una-riflessione-sul-video-di-borders/#comments Thu, 10 Dec 2015 15:15:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29306 Pubblichiamo un testo di Claudia Durastanti - che ringraziamo - scritto sul suo profilo Facebook.

di Claudia Durastanti

Certe volte mi chiedo se la mia recente disaffezione dal giornalismo musicale non dipenda anche dal fatto che mi ritrovo in un ecosistema in cui tre pagine di analisi semiotica su Justin Bieber o Miley Cyrus sono più "accettabili" di uno schieramento a favore di un video come Borders di M.I.A. Anzi, siamo nel paradosso per cui se un video con i profughi lo avesse fatto uno dei due cantanti in questione – che ogni tanto metto su Youtube pure io – la reazione di parte del giornalismo musicale internazionale sarebbe stata: «La verità che viene dal pop», «Dalla Disney alla crisi siriana: ecco perché abbiamo bisogno di artisti come Miley», «Justin fa aprire gli occhi ai suoi fan con un video duro e senza sconti».

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Pubblichiamo un testo di Claudia Durastanti – che ringraziamo – scritto sul suo profilo Facebook.

di Claudia Durastanti

Certe volte mi chiedo se la mia recente disaffezione dal giornalismo musicale non dipenda anche dal fatto che mi ritrovo in un ecosistema in cui tre pagine di analisi semiotica su Justin Bieber o Miley Cyrus sono più “accettabili” di uno schieramento a favore di un video come Borders di M.I.A. Anzi, siamo nel paradosso per cui se un video con i profughi lo avesse fatto uno dei due cantanti in questione – che ogni tanto metto su Youtube pure io – la reazione di parte del giornalismo musicale internazionale sarebbe stata: «La verità che viene dal pop», «Dalla Disney alla crisi siriana: ecco perché abbiamo bisogno di artisti come Miley», «Justin fa aprire gli occhi ai suoi fan con un video duro e senza sconti».

Le accuse di paraculaggine, per farla breve, sarebbero state inferiori o meno rumorose di quelle che vengono rivolte a M.I.A., un’artista che parla di rifugiati o di dissidenza da quando era una ragazzina che viveva ad Acton. Lo ha sempre fatto a modo suo, a volte in maniera urticante, e dopo quella famigerata intervista al New York Times Magazine che ne ha rivelato alcune contraddizioni all’insegna di un bel «chi ti autorizza a parlare di poveri se hai un Rolex» moralizzante e novecentesco, molti hanno iniziato a prenderla meno sul serio.

Ieri però M.I.A. ha fatto uscire un video coerente con la sua produzione, e a mio avviso molto meno indulgente di come poteva essere. Rispetto alle sue uscite glitterate e un po’ alla Refn, mi è sembrato persino sobrio e austero. Resta comunque un video troppo «bello» e parte del problema è il continuo sospetto nei confronti di un racconto estetizzato del disastro.

È la stessa cosa che è successa a Girlhood, il film di Céline Sciamma sulla banlieue. Ma il vero refugee porn ha raggiunto l’apice qualche mese fa con una foto che è diventata subito meme ed è finita in prima pagina sui giornali. M.I.A., se non altro, mostra dei rifugiati ancora vivi, e se scrivessi ancora per una rivista musicale, mi concentrerei su quello: chiederei chi sono, come è stato lavorare con lei, se pensano che la canzone sia scema, se sono stati pagati, se sono dei figuranti e basta, cosa ascoltano, da dove vengono, dove vivono adesso.

Sono domande che posso farmi leggendo Internazionale o guardando la BBC ogni giorno, però Borders ferisce l’attenzione in maniera diversa, ed è per questo che è riuscito: perché non devo assumere che può essere così per tanti altri ascoltatori? La canzone di protesta non vale solo quando non diventa un brand, altrimenti dovrei buttare via metà delle mie magliette dei Clash.

L’unico problema che ho con Borders, semmai, è quello sulla sua circolazione. M.I.A. si impegna da anni a farci vedere un mondo «più largo» e ad accompagnare una transizione: basta leggere un articolo qualsiasi su The New Inquiry per rendersi conto che il folk bianco di mezza età e i problemi dell’intellettuale di Brooklyn giovane e triste stanno diventando cosmologicamente irrilevanti. Questa canzone chi la ascolta e quanto esce davvero fuori dal reame di Pitchfork?

Non lo so ancora, ma se dovessi trovare la maglietta FLY PIRATES a un mercato delle pulci a Parigi o a Londra dove Scarface e Rihanna regnano imperanti o vederla addosso a qualcuno che sta portando avanti campagne per migliorare l’accoglienza dei rifugiati o È un rifugiato, probabilmente sorriderei invece di pensare che tutto diventa commodificabile, digeribile e futile.

Per una volta, penserei al messaggio prima che al mercato. E al fatto che – nonostante il giornalismo musicale triste, novecentesco e bianco – vivo davvero in un mondo più largo.

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Ragazza Y https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/tavi-gevinson/#respond Tue, 21 Oct 2014 15:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23842 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott'anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d'America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper's Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Foto: Annie Leibovitz)

A diciott’anni ha fondato e dirige una delle riviste di cultura pop e moda indipendenti più belle e nuove d’America. Tavi Gevinson è nata nel 1996 a Chicago ed è cresciuta a Oak Park, Illinois. Ha iniziato a farsi notare (dalle sue coetanee e non solo) quando di anni ne aveva dodici e ha aperto il suo primo blog di moda, Style Rookie. A quindici anni ha esteso il blog alla cultura pop (letteratura, musica e fumetto soprattutto) e al neo-femminismo, e lo ha trasformato nella bellissima webzine Rookie Magazine. Nel frattempo ha iniziato a scrivere per Harper’s Bazaar, a essere regolarmente invitata alle settimane della moda di New York e Parigi e fotografata e/o intervistata a ogni sua apparizione pubblica.

Oggi di anni ne ha diciotto e il materiale raccolto nel suo blog è stato felicemente raccolto in due grandi libri (Rookie Yearbook OneRookie Yearbook Two, pubblicati entrambi dall’editore canadese Drawn & Quarterly) pieni di foto, collage, adesivi, tarocchi da staccare e collezionare, playlist, contributi e interviste a varia celebrità come Miranda July, Lena Dunham, Jon Hamm, Zooey Deschanel, David Sedaris, John Waters, Chloe Sevigny, Liz Phair, Daniel Clowes, Carrie Brownstein, Chris Ware e Morrissey. Il terzo volume è in arrivo in ottobre (Rookie Yearbook Three, uscirà per Razorbill, il marchio young adult di Penguin) con interviste a Sofia Coppola, Greta Gerwig e Kim Gordon, e contributi di Dakota e Elle Fanning, Grimes e Kelis.

Gevinson nel frattempo ha intrapreso la carriera di attrice che l’ha vista esordire nel corto First Bass, dare voce insieme a Kathy Bates al corto di animazione Cadaver e a uno dei personaggi dell’ultima stagione dei Simpson, e ottenere una parte nel lungometraggio Non dico altro della regista Nicole Holofcener. Compare anche nel bel documentario sulla musicista, attivista e riot grrrl Kathleen Hanna The Punk Singer, a rappresentare le più giovani, quelle che si riconoscono come figlie spirituali di Joan Jett o M.I.A., hanno usato al meglio i loro insegnamenti e negli anni duemila cercano di essere riot a modo loro.

Su vimeo c’è un video in cui Gevinson canta (bene) Heart of Gold di Neil Young, e su youtube c’è una sua conferenza in cui spiega “l’imprevedibilità della Generazione Y” (quella che raduna la moltitudine di gente nata dagli anni ottanta in avanti) e insiste su quanto la rapidità di tecnologie e mode renda più democratico tutto ampliando così tanto la gamma delle possibilità che fare diventa una necessità. Lei dimostrazione vivente.

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