Mad Man Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mad-man/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Feb 2011 11:16:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mad Man Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mad-man/ 32 32 La geografia della memoria cinematografica – Parte II https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-geografia-della-memoria-cinematografica-parte-ii/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-geografia-della-memoria-cinematografica-parte-ii/#comments Fri, 25 Feb 2011 11:16:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3841 di Roberto Manassero

Questo intervento riprende alcune riflessioni sulla memoria cinematografica e una sua possibile geografia nello spazio, già apparse su questo blog qualche settimana fa. (Vedi l’articolo)

Ripartiamo da Mad Men – da dove se no? – dal sentimento nostalgico chiamato in causa dall’ambientazione anni ’60 della serie tv e, soprattutto, dal racconto, in quel periodo e grazie a quel capitalismo d’avanguardia, della nascita di un sentimento del tempo, di un desiderio e una malinconia che la cultura pop ha trasformato in prodotto.
Nell’ultima puntata della prima stagione (The Wheel), Don Draper presenta l’idea pubblicitaria per lanciare sul mercato la macchina per diapositive Kodak, un carrello circolare che fa scorrere a scatto le fotografie e le proietta su uno schermo.

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di Roberto Manassero

Questo intervento riprende alcune riflessioni sulla memoria cinematografica e una sua possibile geografia nello spazio, già apparse su questo blog qualche settimana fa. (Vedi l’articolo)

Ripartiamo da Mad Men – da dove se no? – dal sentimento nostalgico chiamato in causa dall’ambientazione anni ’60 della serie tv e, soprattutto, dal racconto, in quel periodo e grazie a quel capitalismo d’avanguardia, della nascita di un sentimento del tempo, di un desiderio e una malinconia che la cultura pop ha trasformato in prodotto.
Nell’ultima puntata della prima stagione (The Wheel), Don Draper presenta l’idea pubblicitaria per lanciare sul mercato la macchina per diapositive Kodak, un carrello circolare che fa scorrere a scatto le fotografie e le proietta su uno schermo. «La tecnologia è un’esca luccicante», dice Don, ma il legame che instauriamo con gli oggetti, parafrasando il suo discorso, è qualcosa in più di un abbaglio: è un sentimento, una nostalgia, «una fitta al cuore molto più potente della memoria da sola». E intanto sullo schermo allestito nella sala riunioni passano le foto di famiglia dello stesso Don: lui e la moglie, i loro bambini, il giorno del matrimonio, la nascita dei figli, i giochi in giardino, i ricordi su pellicola che scorrono meccanici e la memoria che si fa rimpianto, consapevolezza di una perdita. «Questo apparecchio», dice Don, «è una macchina del tempo. Va avanti e indietro. Ci porta in un posto dove desideriamo ritornare. Non è una ruota. È un carosello. Ci permette di viaggiare come se fossimo bambini. Girare e girare, e ritornare di nuovo a casa. In un posto dove sappiamo di essere amati».
Quel posto, che Mad Men racconta unendo memoria, tecnologia e immortalità dell’immagine – il cinema, insomma – è il posto dove finiscono le immagini, meglio ancora il loro ricordo. Ed è lo stesso da cui nasce la geografia della memoria cinematografica, che è il tentativo di recuperare uno spazio e un tempo perduti.
Il movimento lento e circolare del carosello, la giostra che trasforma i ricordi di Don in immaginario familiare comune, lascia il tempo necessario all’emotività di ogni immagine, crea lo spazio per la commozione. Il ritmo cadenzato, sottolineato dalla solennità delle parole di Don (studiate per sedurre e vendere), fa pensare per antitesi alla velocità con cui la società contemporanea, la stessa di cui Mad Men traccia l’albero genealogico, consuma immagini e storie, dall’ingorgo visivo dell’informazione allo scorrere orizzontale dei download, da cui si giudica il nostro grado di collegamento con il mondo.
«La velocità è creatrice di oggetti puri», scrive Baudrillard in L’America, «è essa stessa un oggetto puro, perché cancella il suolo e i riferimenti territoriali, perché risale il corso del tempo per annullarlo, perché va più in fretta della propria causa e ne risale il corpo per annientarla».
Ecco perché Mad Men e i ricordi dispensati dal Carosello: perché la memoria cinematografica lavora all’opposto della velocità, risale il corso del tempo per ritrovarlo, combatte la pratica cannibale della cultura contemporanea per raccogliere i sedimenti del tempo in uno spazio-luogo unico.
Nel deserto americano teatro di spot commerciali, ad esempio, in uno spazio piatto solcato da automobili di cui si celebra la velocità annullandone il peso, la memoria cinematografica, in un panorama ampiamente sfruttato come set visivo e narrativo, opera invece con lentezza, cercando all’opposto la materialità dell’indefinito: non vuole vendere o sedurre, ma portare nel presente il ricordo di una visione che spazia ovunque. Se la pubblicità cerca sempre di annientare la natura concreta dell’oggetto, la memoria ridiscute la purezza dell’immagine singola e la collega alla realtà geografica da cui è nata: le asperità dorate dello Zabriskie Point, nella Death Valley californiana, si dischiudono come una scenografia di cartapesta al levarsi del sole, e a ogni centimetro di roccia lo sguardo che nasce dal ricordo richiede all’immagine di Antonioni di sovrapporsi al reale, annullata dalla propria fugacità ma incastonata in quella terra giallastra.
Poco più a sud del belvedere antonioniano, il ricordo di decenni di sguardi da cinema western trova poi una risultante definitiva nel biancore abbacinante del lago di sale: è qui che Gus Van Sant ha girato diverse sequenze del suo Gerry e trasformato lo spazio in oggetto puro di per sé, trovando l’immobilità del tempo alla fine di quell’immaginario americano distrutto dallo shock dell’11 settembre.

La memoria cinematografica, però, non è un semplice dialogo privato tra lo spettatore e l’immaginario. È un ricordo che nasce da una forma di amnesia: ancora Baudrillard, attraversando le distese del deserto americano, scrive che «correre in macchina è una forma spettacolare di amnesia. Tutto da scoprire, tutto da cancellare». E il viaggio assume una nuova forma di luminosità, scrive ancora: «quella della distanza eccessiva, della distanza ineluttabile, dell’infinito dei volti e delle distanze anonime…».
Vero, ma non con il cinema. O proprio grazie al cinema, che con le sue tracce abbandonate ovunque salva dall’anonimato volti e distanze. Lo spazio americano, che il cinema annulla per rendere unico e universale, trova la sua identità in quanto location, in quanto spazio già immaginato.
Non c’è differenza, dunque, nel passare dal deserto alla metropoli: quello che si dice di New York, in fondo, lo sappiamo tutti. E cioè che ci siamo già stati prima ancora di andarci, che il suo spazio è naturalmente cinematografico.
New York non può che vivere attraverso il ricordo e la memoria. Camminare per le sue vie è come trovarsi di fronte un gigantesco trompe-l’œil in split screen, con l’originale da una parte e la trasfigurazione ideale dall’altra. New York è condannata a essere modello di un’immagine ricordata. E lo spettatore-viaggiatore a viverla come un’esperienza di seconda mano.
Dalla metropoli color seppia del Padrino – Parte II alle panoramiche aeree su downtown di Oliver Stone, passando per il 16mm sgranato dell’underground, New York è imprigionata dalla sua stessa iconografia. E quando in un film capita di osservare (e vivere) luoghi inattesi, ciò che si perde è il senso dell’orientamento, come in una città di cui non si conoscono le vie: di fronte ad American Gangster di Ridley Scott, ad esempio, e alla visione di una New York periferica inedita, non sobborgo, cioè, ma accumulo di condomini moderni e spersonalizzati, la percezione è quella di un mondo mai appartenuto al cinema. E il film è un thriller senza thriller, uno sguardo su un decennio, gli anni ’60, che altri hanno raccontato come avanguardia del sogno e che Scott (come Mad Men, in fondo) descrive come culla della tragedia.
Il paesaggio urbano di American Gangster esiste, a differenza del Central Park di Spettacolo di varietà: ma non per questo i trasparenti e le scenografie di Minnelli sono fasulli. Anzi, c’è più New York negli angoli di cartapesta nei quali si rifugiano a danzare Fred Astaire e Cyd Charisse di quanta non ce ne sia in Scott. Perché quella di Minnelli è l’immagine condivisa della città, certo, e perché negli spazi chiusi del film, nell’intimità creata dalla messinscena, lo spettatore trova un riparo, vivendo un’esperienza d’inclusione che consente di sperimentare soggettivamente ciò che in realtà è dato come consumo di massa.
La stessa cosa succede solcando per davvero le vie di New York, che a in ogni suo angolo è il risultato di un’appropriazione del viaggiatore-spettatore, una realtà mummificata in presa diretta, un presente che è già passato. La Manhattan di Woody Allen, in questo senso, non è che il sogno prolungato di un’intera generazione, la proiezione di sentimenti e conflitti psicologici che Allen ha interpretato universalmente: la risultante, anche qui, di ricordi e rimpianti, di verità e stravolgimenti immaginifici.
Riconoscimento e stravolgimento: il cinema non sarebbe così amato se si limitasse a offrire un solo tipo di esperienza emotiva. Il cinema (specie quello americano, meglio ancora se classico), è contraddizione e unione degli opposti, laddove le sue città sono una inestricabile unione di realtà e sogno, porzione e totalità, ripresa oggettiva e visione soggettiva.
Ancora Allen e ancora Central Park possono fornirne un’idea complessiva. Il film è Un’altra donna, la scena quella finale, in cui la protagonista Marion legge il romanzo di un amico scrittore da sempre innamorato di lei e autore di una storia ispirata alla loro relazione mai nata. Nell’incertezza che confonde il sogno nel ricordo, nella dimensione ideale che trasfigura le parole, Allen allestisce l’avventura di Marion nel parco, sotto l’arcata di uno dei suoi tanti ponti, trasformando, non diversamente da Minnelli, un luogo reale in set ideale di un bacio mai dato.
Il ricordo scivola indistinguibile nell’immaginazione, ma quest’ultima si forma sulla realtà, creando un’esperienza soggettiva che nasce dall’oggettività del testo: il sogno della lettrice diventa così simile a quello del viaggiatore/spettatore, anch’egli sonnambulo in uno spazio trasfigurato dalla memoria e destinato a trasformarsi in rifugio nostalgico e perduto.
«E mi chiesi se un ricordo è una cosa che si ha o una cosa che si è persa», dice Marion alla fine del film: poche volte il cinema è stato così commovente e lucido nel parlare della propria natura.

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Mad Man Myself https://minimaetmoralia.it/televisione/mad-man-myself/ https://minimaetmoralia.it/televisione/mad-man-myself/#comments Tue, 25 Jan 2011 09:53:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3677 Questo articolo è uscito su D-Repubblica.

di Tiziana Lo Porto

Rispondete, senza pensarci troppo, alle seguenti domande. Amate Mad Men? Trovate che sia la miglior serie televisiva che sia mai stata prodotta? Trovate che sia di gran lunga migliore degli ultimi dieci film italiani che avete visto al cinema? Meglio del cinema? Siete innamorati di Joan Holloway? Di Betty Draper? Di Don Draper? Siete innamorate dei vestiti di Joan Holloway e Betty Draper? Dei vestiti di Don Draper? Vi siete fatti un vestito come quello di Don Draper? Fumate Lucky Strike? Bevete rye whiskey? Vi sentite un po’ Peggy Olson? Vi sentite totalmente Peggy Olson? Vi pettinate come Peggy Olson? Vi pettinate come Betty Draper? Avete letto tutto Francis Scott Fitzgerald dopo avere visto un suo libro in mano a Betty?

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di Tiziana Lo Porto

Rispondete, senza pensarci troppo, alle seguenti domande. Amate Mad Men? Trovate che sia la miglior serie televisiva che sia mai stata prodotta? Trovate che sia di gran lunga migliore degli ultimi dieci film italiani che avete visto al cinema? Meglio del cinema? Siete innamorati di Joan Holloway? Di Betty Draper? Di Don Draper? Siete innamorate dei vestiti di Joan Holloway e Betty Draper? Dei vestiti di Don Draper? Vi siete fatti un vestito come quello di Don Draper? Fumate Lucky Strike? Bevete rye whiskey? Vi sentite un po’ Peggy Olson? Vi sentite totalmente Peggy Olson? Vi pettinate come Peggy Olson? Vi pettinate come Betty Draper? Avete letto tutto Francis Scott Fitzgerald dopo avere visto un suo libro in mano a Betty? Avete appena riletto L’amante di Lady Chatterly? Frequentate solo gente che guarda Mad Men? Preferite non frequentare nessuno e restarvene a casa a guardare Mad Men? Avete guardato tutta l’ultima stagione di Mad Men sullo schermo di un computer 13 pollici che non è nemmeno un Mac e ha l’audio che fa schifo perché “intanto la vedo così e poi caso mai me la rivedo”? Benvenuti nel club. Siete anche voi dei Mad Men junkie. Dipendete così tanto da Don Draper & co. che se qualcuno vi domanda “ma la quarta stagione l’hai vista?” vi ritrovate a mentire. Dite che no, che ancora non l’avete vista. Perché ormai lo sapete che tra chi ha già visto tutte e quattro le stagioni delle serie e chi tornando a casa ha ancora almeno un paio di puntate da consumare, vince sempre e comunque il secondo. Lui è più fortunato di voi. Lui sa cosa fare. Lui ha Mad Men da guardare. Così, sospirate a mente, fate spallucce, e con la tristezza nel cuore rispondete: “Sì, ma solo qualche puntata”. Voi però le cinquantadue puntate di Mad Men le avete viste tutte quante (e c’è anche chi, finito il giro, ricomincia). E quando vi ritrovate da soli, seduti sul divano del soggiorno a contemplare uno schermo vuoto, la bugia di poche ore fa non vi è più di alcun aiuto. Inutile negarlo: anche la quarta stagione di Mad Men è andata, e voi siete in piena crisi da astinenza. Astinenza da Mad Men. Che fare? Con l’aiuto di letture mirate e (più di) qualche ora spesa a googlizzare, ecco un pratico catalogo utile per affrontare i lunghi mesi che vi separano dalla prossima stagione. Un pronto soccorso che non sostituisce la serie (Mad Men è insostituibile), ma che comunque soccorre.

Bambole di carta
Se le è inventate Dyna Moe, artista americana che firma i testi e i disegni del volume Mad Men: The Illustrated World. Si trova su Amazon, costa 15 dollari e lo pubblica Perigee. Dentro il libro, insieme alle irresistibili bambole di carta di Joan Holloway da ritagliare (tre bamboline e decine di vestitini e accessori), un’ottantina di magnifiche coloratissime tavole che ripropongono in chiave pop le pagine illustrate delle riviste femminili degli anni Sessanta, dispensando consigli di bellezza, arredamento e bricolage, ricette per cocktail e picnic, giochi per adulti e bambini, e indirizzi di boutique, bar e ristoranti newyorkesi visti in Mad Men e realmente esistenti.

Barbie
Sono quattro – Betty e Don Draper, Joan Holloway e Roger Sterling – e ci piacciono moltissimo. La Mattel le ha messe in commercio la scorsa primavera, costano poco meno di 75 dollari e fanno parte della serie Mad Men Barbie Collectors. A piacerci è soprattutto la barbie Joan Holloway e l’idea che a essere vestita e svestita dalle bambine di questi nostri anni Dieci sia una formosissima bambola di plastica dalla chioma rosso fuoco, che non uscirebbe mai di casa senza rossetto, borsetta e tacchi di almeno sette centimetri. Joan-Barbie di sicuro non evita gli specchi, e sa che l’eleganza può rivelarsi più divertente e utile della noiosissima, ordinaria comodità.

Biancheria intima
La prima cosa che s’impara leggendo il libro di consigli di moda scritto dalla pluripremiata costumista di Mad Men Janie Bryant, è che la biancheria è fondamentale. “Corsetti, bustini e giarrettiere incidono nel modo in cui una donna cammina, si siede, o sospira”, dice Janie, che si serve di biancheria intima rigorosamente anni Sessanta per aiutare le attrici a entrare nei personaggi che devono interpretare. Per chi volesse approfondire l’argomento, il libro (firmato dalla Bryant insieme alla giornalista di moda Monica Corcoran Harel e illustrato da Robert Best) si chiama The Fashion File: Advice, Tips and Inspiration from the Costume Designers of Mad Men, costa 26,99 dollari, ed è pubblicato in America da Hachette.

Cocktail
Ai cocktail ci ha pensato la Apple. Si chiama Mad Men Cocktail Culture ed è una nuova applicazione dell’iPhone che sfida a fare un Old Fashioned buono come quello che fa Don Draper, o un Tom Collins con la stessa abilità con cui lo fa sua figlia Sally. L’applicazione costa 99 centesimi e consiste in un quiz con domande su come preparare undici cocktail tipici degli anni Sessanta. Sempre dedicate ai cocktail quattro pagine di Mad Men: The Illustrated World con dentro le ricette a fumetti di Bloody Mary, Cuba Libre, Mint Julep, Whiskey Sour, Frozen Daiquiri, Hot Toddy, Sloe Gin Fizz e vari altri superalcolici vintage.

Cosmetici
“Chiamatelo effetto Mad Men o prendetela come un’eccezione femminile alla solita austerità autunnale, ma ultimamente ci sono labbra rosse in ogni dove”, osservava poche settimane fa il Los Angeles Times. E di fatto il rossetto abbonda sulle bocche delle interpreti di Mad Men. Usatelo di qualunque marca, basta che sia rosso mat. Per le unghie cercate invece l’elegante cofanetto di smalti ideato e messo in commercio da Janie Bryant insieme alla Nailtini. Oro, bronzo, platino e blu iridescente le quattro tonalità vintage scelte dalla costumista di Mad Men, ribattezzate per la circonstanza con i nomi di quattro tessuti degli anni Sessanta: Bourbon Satin, French 75, Deauville e Stinger.

Libri
Da un anno a questa parte i libri su Mad Men affollano vetrine e scaffali di librerie anglofone. Si va da Mad Men and Philosophy: Nothing Is as It Seems, curato da Rod Carveth, William Irwin e James B. South e pubblicato dalla casa editrice John Wiley & Sons, a The Ultimate Guide to Mad Men di Will Dean, guida alla serie edita dal quotidiano inglese The Guardian. Tra le ultime uscite c’è la finta biografia di Roger Sterling (quella che scrive nella quarta stagione), Sterling’s Gold: Wit and Wisdom of an Ad Man, pubblicata da Grove Press. Tra i ripescaggi, oltre ai già citati D.H. Lawrence e Francis Scott Fitzgerald, ci sono L’Atlantide di Ayn Rand (paladina del capitalismo nonché scrittrice di culto per Bert Cooper) e le poesie di Frank O’Hara (all’indomani della messa in onda della puntata in cui Don Draper legge una poesia di O’Hara, il suo Meditations in an Emergency è balzato nella top 50 dei libri più venduti da Amazon.com).

Poster
I più belli sono quelli di Stanley Chow, disegnatore e grafico pubblicitario inglese che da anni realizza magnifici ritratti pop di varie celebrità. Don Draper, Joan Holloway e Peggy Olson i tre della serie dedicata a Mad Men. Costano 20 dollari l’uno (oppure 50 dollari i tre) e sono acquistabili sul sito stanleychow.com. Interrogato sull’argomento, Stanley Chow confessa: “Credo che il modo in cui la gente viveva e si comportava negli anni Sessanta affascini chiunque. Ma il motivo per cui io amo Mad Men è che amo Don Draper”. E anche Stanley è uno di noi.

Pubblicità
Qui è il caso di dire: chi disprezza compra. Noi che abbiamo passato le nostre giovinezze a disdegnare le pubblicità e chi le fa, ci ritroviamo ad ammettere che quello del pubblicitario non è affatto un brutto mestiere. Anzi. E se pensate che la “golden age” della pubblicità sia finita insieme agli anni Sessanta, cercate in rete uno studio di marketing dal titolo “The New Golden Age of Advertising”. Scoprirete che, grazie a Internet, gli anni d’oro sono proprio questi in cui viviamo. Dice ancora Stanley Chow: “In cosa è cambiato il mondo della pubblicità in questi quarant’anni? Oggi di Peggy Olson ce ne sono a centinaia”. E per fortuna la cosa non vale solo per la pubblicità.

Sigarette
No, non vi stiamo consigliando di cominciare o riprendere a fumare. Non fatelo. Vogliamo solo denunciare la nostra simpatia per lo sdoganamento che Mad Men ha fatto del politically incorrect. In Mad Men c’è gente che fuma, che beve, che tradisce le mogli. Lo fanno perché sono intrappolati negli anni Sessanta, questo lo sappiamo, ma a noi stanno enormemente simpatici. Così umani.

Simpsons
Per misurare la celebrità di qualcuno o qualcosa, basta guardare I Simpsons. Tutto ciò che finisce in una puntata dei Simpsons, non può che essere famoso. Per cui andate su youtube e digitate Mad Men e Simpsons. Troverete una breve ma riuscita parodia della sigla iniziale di Mad Men interpretata da Homer Simpson. Sempre su youtube, digitate Mad Men e Sesame Street. Troverete la versione Muppet Show della sigla iniziale della serie, seguita da un paio di minuti di gag in cui il Muppet Don Draper e due colleghi pubblicitari sono alle prese con la reclame di un barattolo di miele.

Tacchi
Le scarpe contano quasi quanto la biancheria. “Non credo che riusciremmo a fare il nostro lavoro senza quei vestiti, quella biancheria e quei tacchi”, dichiara Elisabeth Moss/Peggy Olson, elogiando il lavoro della costumista della serie. “Più alti sono meglio è”, aggiunge Christina Hendricks/Joan Holloway (eletta quest’anno da Esquire la donna più sexy vivente), che ammette di riuscire ad ancheggiare in modo a dir poco perfetto grazie a tacchi di almeno sette centimetri. Consigliati da Janie Bryant nel suo libro (e inseriti tra i dieci capi di abbigliamento che non dovrebbero mai mancare nei nostri guardaroba) anche i sandali e gli stivali di pelle alti sopra il ginocchio.

Vestiti
Uomini che avete soldi da spendere: Janie Bryant ha disegnato per Brooks Brothers un abito stile Don Draper che si chiama “Mad Men Edition”. Donne che non avete soldi da spendere: H&M ha appena lanciato una nuova collezione ispirata alla serie. Uomini e donne che non avete nemmeno un euro in tasca: saccheggiate armadi e bauli di madri, padri, zii e nonni. Tanto, si sa, dopo gli anni ottanta nella moda nessuno inventa più niente. E il futuro è nel vintage. C’è poi una quarta opzione, ed è quella del cucirsi gli abiti da sé. Basta cercare in rete per trovare gruppi di cucito in cui donne volenterose si scambiano dritte e modelli per realizzare graziosi abiti anni Sessanta ispirati alla serie. Tanto in qualche modo bisogna pur tenersi occupati.

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