Mafia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mafia/ un blog di approfondimento culturale Mon, 18 Jul 2022 10:44:46 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mafia Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mafia/ 32 32 Il silenzio. Intervista a Giovanni Tizian https://minimaetmoralia.it/interviste/il-silenzio-intervista-a-giovanni-tizian/ https://minimaetmoralia.it/interviste/il-silenzio-intervista-a-giovanni-tizian/#respond Tue, 19 Jul 2022 12:00:27 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=50840 di Federica Delogu “Quel 1992 che doveva cambiare l’Italia e ha lasciato ogni cosa immutata”. Sono passati trent’anni dalle stragi di mafia che hanno ucciso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e hanno sconvolto l’Italia. Giovanni Tizian, cronista d’inchiesta ed esperto di mafie, ripercorre nel libro Il Silenzio. Italia 1992-2022, edito da Laterza, questi […]

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di Federica Delogu

Quel 1992 che doveva cambiare l’Italia e ha lasciato ogni cosa immutata”.

Sono passati trent’anni dalle stragi di mafia che hanno ucciso i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e hanno sconvolto l’Italia. Giovanni Tizian, cronista d’inchiesta ed esperto di mafie, ripercorre nel libro Il Silenzio. Italia 1992-2022, edito da Laterza, questi trent’anni di storia italiana. Lo fa attraverso gli occhi della sua famiglia, che guarda la Sicilia del maxi processo dalla tv di un piccolo paese calabrese e la guarda con speranza, perché là si intravede quel cambiamento che la Calabria vedeva per sé allora lontanissimo.

Poi su quella stessa tv arrivano le immagini della bomba del 23 maggio 1992, “l’inizio della fine” scrive Tizian, perché “capimmo che se neanche il celebre pool antimafia di Palermo poteva niente contro la mafia, come avremmo potuto noi soli e abbandonati dalle istituzioni, in una Calabria ridotta in schiavitù, combattere contro le feroci cosche della ’ndrangheta che avevano ucciso mio padre e incendiato il mobilificio di famiglia?”

Cinquecento chili di tritolo sulla strada che dall’aeroporto di Punta Raisi va verso Palermo uccidono il magistrato Giovanni Falcone, sua moglie la giudice Francesca Morvillo e i tre agenti della scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Giovanni Tizian quel giorno aveva dieci anni e quando vede le immagini della strage in televisione grida alla nonna Amelia che hanno ucciso un giudice ed è iniziata la guerra. Poi, 57 giorni dopo, la scena si ripete. Il giudice Paolo Borsellino e i cinque agenti della sua scorta, Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina vengono uccisi in via D’Amelio a Palermo.

Pochi anni prima, il 23 ottobre del 1989, il padre di Giovanni, Giuseppe Tizian, era stato ucciso mentre tornava a casa in macchina da Locri, dove lavorava in banca. Un omicidio rimasto sempre senza colpevoli, archiviato negli anni per due volte, che ha lasciato la sua famiglia a fare i conti con un dolore senza giustizia.

Mentre la guerra di mafia entrava nelle case con le immagini dei telegiornali, Giovanni, la nonna Amelia, il nonno e la madre avevano conosciuto la guerra di ‘ndrangheta, l’esercito per le strade, l’ingiustizia. Pochi mesi prima dell’assassinio di Giuseppe Tizian il mobilificio di famiglia era stato completamente distrutto da un incendio, anche questo rimasto senza responsabili.

Io appartengo a una generazione che ha vissuto sulla propria pelle la violenza mafiosa – spiega Tizian -. Quello che successe in Sicilia noi in Calabria lo abbiamo vissuto come una sconfitta, perché negli anni del maxiprocesso guardavamo alla Sicilia come un esempio, speravamo che quella storia ci trascinasse fuori dall’incubo. Invece poi sono arrivate le stragi”.

In quegli anni la sua famiglia decide di lasciare la Calabria per trasferirsi a Modena, lontano dalla violenza e in una città in cui nessuno conosceva la loro storia.

Quella di Modena era una dimensione ovattata, scrive Tizian, ma poi anche là nella sua vita entra di nuovo la violenza della mafia. Nel 2006 aveva iniziato a lavorare per la Gazzetta di Modena. Scriveva delle mafie del nord, quelle che in tanti chiamavano e continuano a chiamare corruzione, e vent’anni dopo l’omicidio di suo padre Peppe, a Giovanni Tizian viene assegnata una scorta per le minacce ricevute da un colletto bianco in carcere per mafia che dirà che a quel giornalista bisognava “sparargli in bocca”.

Doveva cambiare tutto e non è cambiato niente”, dice la nonna Amelia quando viene a sapere della scorta. “Avevo 28 anni e vivere sotto scorta mi ha sconvolto – racconta Tizian – Mi occupavo da tempo di mafie al nord ma per quanto si possa essere consapevoli dei rischi alla fine non ci si pensa mai davvero. È stato un cambio di vita radicale, un periodo cupo, di sofferenza, e anche di paura, per me e per le persone che mi erano vicine. Ho sempre diffidato di chi dice che non bisogna aver paura. La considero invece un aiuto e un allarme che mi permette di stare attento. In quegli anni non potevo fare molte cose e i miei spostamenti erano limitati, che per un cronista equivale a rinunciare alla sua arma più importante, toccare le situazioni con mano. Quando mi hanno detto che mi avrebbero ridotto la scorta, nonostante la paura, l’ho vissuto come una sorta di liberazione”.

Con Il Silenzio Tizian ripercorre con durezza tutti questi anni, la mafia che sparisce dal discorso pubblico, identificata ormai solo con le sue manifestazioni più violente, mentre nel frattempo sono pubblicamente taciute le commistioni politiche, quelle interne ai partiti, alle istituzioni, agli affari sui grandi appalti. Una responsabilità che Tizian attribuisce a chi “pratica l’antimafia due volte l’anno, il 23 maggio e il 19 luglio”.

Nel discorso pubblico si tende a identificare la mafia con Totò Riina e il periodo stragista, – spiega ancora – ma quella era una mafia anomala. La mafia non è antistato, è dentro lo Stato e dialoga con le istituzioni. In trent’anni in questo paese abbiamo avuto la possibilità di cambiare tutto e invece non siamo stati in grado di cambiare niente. Non si è voluto mai davvero modificare l’atteggiamento mafioso, che è un atteggiamento di arroganza, prepotenza, scorciatoie. Nella quotidianità chi rispetta le regole ha uno svantaggio competitivo. E poi la mafia è diventata un discorso da passerella politica, evocata nelle commemorazioni per essere dimenticata il giorno dopo. Per chi come me e la mia famiglia ne ha subìto la violenza assistere a tutto questo è una grande sofferenza”.

Il linguaggio di Tizian è asciutto e doloroso, non eccede in descrizioni, racconta i fatti in maniera precisa ma non nasconde il dolore dell’ingiustizia, di un’occasione di cambiamento mancata e di parole svuotate che si ripetono ormai uguali di anno in anno e di commemorazione in commemorazione. L’immutabilità, quella che sua nonna citava per descrivere quegli anni, torna sempre nel suo racconto.

C’è stato prima di tutto un fallimento della giustizia – prosegue – che ha perso di vista il suo ruolo di istituzione vicina ai cittadini, anche quelli che non contano niente. La giustizia che si è dimenticata dei suoi cittadini e li ha suddivisi in categorie ha prodotto una sfiducia verso la totalità delle istituzioni. Per anni abbiamo ascoltato il racconto sull’omertà dei cittadini, ma non possiamo non considerare che il rapporto di fiducia si era rotto. Mentre decine di omicidi di persone per bene venivano archiviati in Calabria lo Stato investiva risorse solo per i sequestri di persona che coinvolgevano gli imprenditori del Nord, trattando con i boss”.

Ma nonostante la rabbia, il dolore, la frustrazione per ciò che non è mai cambiato Giovanni Tizian sottolinea che l’approccio unicamente repressivo del carcere duro è inutile. Lo considera solo un altro feticcio: “misure estreme in violazione dei diritti civili per risultati meno che mediocri e complicità diffuse che neppure il carcere duro può arginare”.

E allora che fare?” si chiede Tizian. E trova la risposta al di là della retorica politica e delle sentenze dei processi, nel mettere in discussione la cultura mafiosa diffusa e pervasiva, scardinare l’idea della mafia come un mero insieme di bande criminali, vederne e raccontarne gli appoggi e i legami, smantellare la presenza nell’atteggiamento quotidiano, parlare di mafie nelle scuole, confrontandosi con ragazzi e ragazze, fare del giornalismo uno strumento di contrasto.

I giornalisti – prosegue – hanno il compito di offrire gli strumenti per leggere la realtà. Siamo noi che decidiamo a quali aspetti di questo fenomeno dare priorità. La mafia ha tante facce e noi possiamo scegliere cosa e come raccontarla”.

Lui ne Il Silenzio sceglie di farlo attraverso la sua storia, come, ricorda, faceva sua nonna Amelia quando raccontava a tutti di lui bambino che vedeva in televisione le immagini delle stragi.

Lo raccontava – scrive Tizian – per connettere la nostra storia a quella nazionale rappresentata dagli attentati a Falcone e Borsellino. Perché la verità e la giustizia non sono un fatto privato, non sono dovute solo a una famiglia ma a tutta la nazione. Ogni qual volta un cittadino resta orfano di giustizia è una ferita per tutto l’organismo democratico”.

 

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La mafia garganica non è solo un film https://minimaetmoralia.it/cinema/mafia-garganica/ https://minimaetmoralia.it/cinema/mafia-garganica/#comments Wed, 11 Oct 2017 05:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35213 Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

In quest'epoca di sovresposizione drammaturgica della malavita, tra Gomorre e Suburre fin troppo glamour, allignava da tempo, nella penombra garganica, una mafia quasi ignorata dai media. Il sangue innocente, versato all'improvviso, ha spianato i riflettori sull'efferatezza di questa congrega di ex allevatori, assurti a trafficanti internazionali. Arcaicamente dediti a smaltire i cadaveri dei nemici nei trogoli dei maiali, o sul fondo delle locali gole carsiche.

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la loi dessin

Questo pezzo è uscito sul Corriere del Mezzogiorno.

In quest’epoca di sovresposizione drammaturgica della malavita, tra Gomorre e Suburre fin troppo glamour, allignava da tempo, nella penombra garganica, una mafia quasi ignorata dai media. Il sangue innocente, versato all’improvviso, ha spianato i riflettori sull’efferatezza di questa congrega di ex allevatori, assurti a trafficanti internazionali. Arcaicamente dediti a smaltire i cadaveri dei nemici nei trogoli dei maiali, o sul fondo delle locali gole carsiche.

Un fenomeno dai germi antichi, colti in embrione, nell’estate del 1956, dal parigino Roger Vailland. Scrittore di matrice surrealista, vagava da flaneur tutto il giorno, per le campagne garganiche. Raccogliendo rosmarino, lauro e cipolle selvatiche, osservava stupito “uomini seduti per ore e ore sugli scalini di casa, immobili, muti, in contemplazione del nulla”. Dietro il servilismo fatalista di tanti poveri cristi intravide una prepotenza organizzata, una mafia garganica che ancora non esisteva. In un bar di Carpino, fu sorpreso da un grappolo di facce scolpite dal sole, intente a giocarsi a carte litri di vino forte, accarezzando i coltelli sotto il tavolo. Individuò i meccanismi del rituale: un padrone e un sottopadrone, estratti a sorte, disponevano del vino pagato da tutti i giocatori. Il gioco aveva un nome solenne: la legge, da imporre e da subire, con perfida ferocia, assecondando i capricci del caso.

Dopo qualche giro di carte, il vino survoltava gli animi, alimentando rancori e basse insinuazioni, vero condimento del gioco. La vittima, designata dal padrone, veniva assetata o ubriacata, spesso costretta a subire in silenzio. Fatali le degenerazioni, frequenti gli spargimenti di sangue. Vailland rimase a bocca aperta, davanti a quel popolo capace di esorcizzare la protervia del potere, inflitto e subito, mettendola in scena. Ne fece materia da romanzo, sovrapponendo l’ossessione erotica del Surrealismo alla smania verghiana per la roba. Titolo, La loi, successivamente impresso su celluloide da Jules Dassin.

Il re del noir americano sbarcò nel 1958 sulle coste garganiche, seguito da un cast sfavillante. Don Cesare, gattopardesco feudatario locale, assunse la maestosità sorniona di Pierre Brasseur. La Lollobrigida incarnò una versione più sensuale della Bersagliera maggiorata di “Pane amore e fantasia”. Ad ansimarle addosso, il guappo Yves Montand, racketeer e trafficante, deciso a contendere a Don Cesare il diritto di esercitare la legge del più forte, nel gioco e nella vita.  La versione italiana del film risulterà ambientata in Corsica, per eludere una censura irritata da quel Gargano affollato di criminali, legittimati dalla connivenza delle forze dell’ordine e dall’omertosa passività popolare.

Eppure lo sguardo di Dassin è pieno di pietas: “Sono venuto qui per conoscere. Nemmeno voi italiani sapete cos’è il mezzogiorno” sussurra in un’intervista a bordo set. In quella strana isola ancorata al Tavoliere, tra rocce, stalle e trabucchi, dove il tempo sembra avvitarsi su se stesso ed escludere illusioni di progresso, Dassin scrive un altro capitolo sulla ferinità umana. Rilevando una distanza breve tra i familiari bassifondi urbani e la crudezza rurale del Gargano.

Eppure, nel finale del film, cestina il pessimismo di Vailland e lascia che la Lollo ceda le sue grazie all’agronomo Mastroianni, arrivato a Carpino per bonificare le paludi, creando impresa e lavoro. Il protomafioso Montand, rimasto a bocca asciutta, vaga smarrito nella piazza, fra i mormorii liberatori dei contadini. “Quello non la farà mai più, la legge” sentenziano, come un coro greco.

Nella stessa piazza, quasi sessant’anni dopo, si gioca ancora alla Legge. Ci si può imbattere perfino in qualche comparsa superstite, oggi novantenne. Il vino scorre ancora copioso: tra lazzi, mugugni e risate, si organizza  il lavoro nei campi, selezionando braccianti. Nel periodo della raccolta delle olive si presentano anche gruppi di nigeriani e camerunensi. Speranzosi di rimediare un pugno di spiccioli, per una giornata di lavoro in campagna.

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Una strage di mafia, trent’anni fa https://minimaetmoralia.it/estratti/una-strage-di-mafia-trentanni-fa/ https://minimaetmoralia.it/estratti/una-strage-di-mafia-trentanni-fa/#comments Wed, 10 Jun 2015 05:30:38 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27222 Trent'anni fa, il 2 aprile 1985, un'autobomba esplose a Pizzolungo, vicino Trapani, uccidendo Barbara Rizzo, 31 anni, e due dei suoi tre figli, Giuseppe e Salvatore, entrambi di 6 anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo, sopravvissuto alla strage.
Pubblichiamo un estratto dal libro Sola con te in un futuro aprile, pubblicato da Fandango e scritto da Michela Gargiulo e Margherita Asta, figlia di Barbara scampata all'attentato.

di Michela Gargiulo e Margherita Asta

La cattedrale di San Lorenzo è piena di gente, io e mio padre non riusciamo a passare. Entriamo da un ingresso laterale. Il nostro posto è davanti all’altare.

Davanti a noi ci sono le bare di mia madre e dei miei fratelli. Al centro quella scura di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto a lei quelle più piccole e bianche, con i gigli, di Salvatore e Giuseppe. Quando sono uscita di casa, questa mattina, ho trovato il pallone di Giuseppe, era dietro la magnolia.

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mafia

Trent’anni fa, il 2 aprile 1985, un’autobomba esplose a Pizzolungo, vicino Trapani, uccidendo Barbara Rizzo, 31 anni, e due dei suoi tre figli, Giuseppe e Salvatore, entrambi di 6 anni. Il tritolo era destinato al magistrato Carlo Palermo, sopravvissuto alla strage.
Pubblichiamo un estratto dal libro Sola con te in un futuro aprile, pubblicato da Fandango e scritto da Michela Gargiulo Margherita Asta, figlia di Barbara scampata all’attentato.

di Michela Gargiulo e Margherita Asta

La cattedrale di San Lorenzo è piena di gente, io e mio padre non riusciamo a passare. Entriamo da un ingresso laterale. Il nostro posto è davanti all’altare.

Davanti a noi ci sono le bare di mia madre e dei miei fratelli. Al centro quella scura di mogano, con i gladioli rosa sopra, accanto a lei quelle più piccole e bianche, con i gigli, di Salvatore e Giuseppe. Quando sono uscita di casa, questa mattina, ho trovato il pallone di Giuseppe, era dietro la magnolia.

Non riesco a piangere, in mezzo a tutta questa gente. Mio padre invece non riesce a smettere. Ha la giacca e la cravatta nere. È molto debole. Io sono stretta in quel cappottino blu che la mamma sosteneva non andasse bene per giocare. Ora serve per i funerali.

Ai lati delle bare ci sono i compagni di scuola dei miei fratelli. Non conosco i nomi ma i loro visi sì. Ci sono i bambini della prima elementare dentro questa chiesa. Si guardano intorno smarriti, impauriti. Non dovevano essere qui oggi, non dovevo esserci neppure io.

Il vescovo, monsignor Romano, si commuove ricordando i miei fratelli. Li conosceva. Lo scorso anno, alla recita di Natale, Salvatore era Gesù Bambino e Giuseppe un angelo.

Mi guardano tristi i due carabinieri davanti a me. Reggono una corona di fiori, c’è scritto Pertini. Accanto ce n’è un’altra del presidente del consiglio Craxi. Vista così da vicino sembra una cosa immensa, grande e ordinata, con tutti i fiori stretti a rubarsi lo spazio.

Ci sono fiori dappertutto, e polizia e carabinieri anche in chiesa. Ci sono tutti questi uomini in divisa e i gonfaloni del comune, e non so spiegarmelo. Forse è per la morte dei miei fratelli, che erano dei bambini, forse è per questo che tutti hanno voluto partecipare.

Mio padre mi stringe la mano e guarda per terra. Un bambino sta salendo le scale del pulpito. Lo riconosco è Michele, Michele Marchingiglio, un compagno di scuola di Giuseppe e Salvatore. Ha in mano un foglio di quaderno. Sembra ancora più piccolo su quell’altare.

“Gesù rendi buoni i cuori dei malviventi del barbaro attentato di ieri e dai la pace eterna alle vittime innocenti, alla mamma e ai bambini Salvatore e Giuseppe Asta.”

Penso a quanto sia piccolo quel bambino sull’altare, e a quanto sono piccoli i miei fratelli dentro le bare e finalmente piango.

Il vescovo chiude la sua omelia.

“Purtroppo la morte è venuta a bussare alle nostre case. Una morte cieca, voluta da una mente perversa e da mano omicida. E ancora una volta la rabbia mafiosa ha macchiato le nostre strade…”

Mi volto verso mio padre. Cosa c’entra la rabbia, voglio chiedergli, cosa c’entra la mafia con quello che è successo a mia madre e ai miei fratelli. Noi con certe cose non c’entriamo niente. Ma papà continua a piangere e queste sono domande che non ho il coraggio di fare.

La messa è finita. Solo ora mi rendo conto di quante persone hanno partecipato. Non avevo mai visto una cerimonia funebre così a Trapani. Solo alla televisione mi era capitato di vedere tanta gente e tante corone. Ma nei funerali di persone importanti: attori, ministri, capi di stato. Oggi, invece, sono tutti qui per mia madre e i miei fratelli. Per noi, gente normale. Lo imparo in questo preciso momento il significato della parola folla. La folla io, per la prima volta, l’ho vista oggi. Una folla è quando in una chiesa non c’è più spazio.

La gente inizia a uscire. Io e papà invece restiamo fermi. Molte persone si avvicinano a noi, tutti vogliono farci le condoglianze.

Un signore distinto che non ho mai visto prima stringe forte la mia mano, poi abbraccia mio padre.

“Signor Asta, sono Antonio Palermo. Le porto anche le condoglianze di mio figlio che è ancora in ospedale.”

Lo sguardo di mio padre si fa più attento, come per dire qualcosa di importante che non gli viene, non ce n’è il tempo. È già il turno di qualcun altro, condoglianze, altri baci sulle guance, altre strette di mano.

Accanto a me c’è una signora anziana vestita di nero. Ha in mano un rosario, i suoi occhi hanno pianto per tutta la cerimonia. L’accompagno mentalmente mentre recita l’ultima preghiera:

“L’eterno riposo dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace.
Amen.”

Fuori dalla cattedrale seguiamo le tre bare. La folla si apre intorno a noi per farci passare. Tutti gettano fiori sul sagrato. Una pioggia leggera di petali. La strada è un tappeto colorato e noi ci passiamo sopra mentre accompagniamo mia madre e i miei fratelli nel loro ultimo viaggio. Metto un piede davanti all’altro ma piano, sono morbidi, ho paura di fargli male. Da quel giorno non sono più riuscita a camminare a piedi nudi su un prato.

Percorriamo a piedi la strada fino al cimitero. Piazza Vittorio Emanuele è piena di gente, un corteo che sfila, ci sono anche i ragazzi delle scuole con i loro zainetti colorati. No, queste persone non sono qui per i funerali, deve essere una manifestazione in difesa di qualcuno, uno sciopero.

“La mafia a Trapani esiste.”

Lo hanno scritto su un cartello enorme e ora se lo portano dietro facendolo correre sulle loro teste, le braccia in alto. “Coraggio giudice” urla qualcuno. Altre persone, contemporaneamente intonano in coro: “Dieci, cento Palermo”.

La folla è compatta ma scorre quando ci vedono passare. Arriviamo al cancello, sfioro delicatamente le bare della mia mamma e dei miei fratelli come a volerle accarezzare.

Zio Vincenzo viene a prenderci con la macchina. Abbiamo tutti delle facce stanchissime. Tra pochi minuti saremo di nuovo a casa, in qualche modo che non capisco saremo al sicuro.

Imbocchiamo la provinciale, mio padre è seduto accanto a me con gli occhi chiusi, sembra stia dormendo. Guardo il mare oltre il finestrino, sono due giorni che dalla litoranea non si poteva passare, la strada era chiusa per via dell’incidente.

Arriviamo al distributore, siamo vicini a casa, davanti a noi c’è l’hotel Tirreno. La macchina rallenta improvvisamente, c’è una buca enorme sull’asfalto, sembra sia esploso un vulcano.

Sul muro bianco della villa davanti a noi c’è una macchia rossa. Non faccio neanche in tempo a vederla bene.

“Papà, è sangue nostro questo?”

Le zie hanno rassettato casa, non so quando l’hanno fatto. Tutto è pulito e ordinato. Non abbiamo il tempo di rimanere soli, io e papà, e questo è un bene. Zia Vita e gli altri sono già arrivati, le loro voci riempiono di nuovo la casa, anche se con discrezione.

Dalla finestra vedo una macchina della polizia che si ferma nel vialetto. Due uomini si avvicinano alla porta, suonano, sono io quella che va ad aprire.

“Asta?”

“Sì, sono Margherita.”

“La figlia di Barbara Rizzo?”

Non ho mai sentito ripetere tante volte il cognome di mia madre da nubile come in questi due giorni, “sì, sono io.”

Sento dietro di me i passi di papà e della zia Vita, mi faccio da parte. La presenza di mio padre sembra imbarazzare ancora di più il poliziotto.

“Signor Asta, questi sono gli oggetti di sua moglie. Qui ci sono quelli dei suoi bambini.”

Sono due sacchetti di plastica bianca, sembrano quelli della spesa. Il poliziotto allunga le braccia e li porge a mio padre.

In quello di Giuseppe e Salvatore ci sono delle pagine dei libri di scuola, alcuni fogli strappati con i loro disegni. Ci sono due scarpe da tennis, mi sembrano quelle di Salvatore. Rosse con la linguetta autoadesiva perché ancora non aveva imparato ad allacciarle da solo.

Dove sono i vestiti, la cartella, i quaderni?

Apro quello di mia madre.

C’è il suo portafoglio, la fede, la custodia degli occhiali, l’anello con lo zaffiro e i brillanti e quello d’ambra, il suo preferito.

C’è solo questo, di mia madre non è rimasto altro.

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Segreti di Stato e romanzo delle stragi https://minimaetmoralia.it/libri/segreti-di-stato-e-romanzo-delle-stragi/ https://minimaetmoralia.it/libri/segreti-di-stato-e-romanzo-delle-stragi/#comments Tue, 22 Apr 2014 18:47:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20194 Il governo Renzi ha deciso di aprire gli archivi sulle stragi. E' cioè stata firmata la direttiva che consente la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E' dubbio se tutto questo potrà davvero ricompattare (e rendere leggibile) il lungo agghiacciante incredibile romanzo delle stragi che fa dell'Italia un paese unico in Europa. C'è la speranza che si decida a questo punto di pubblicare anche i documenti secretati sulle stragi di mafia. Come auspicio e monito ripubblichiamo un'intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

«Pensare un'azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, «Il ritorno del principe». Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato "osceno". «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

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Il governo Renzi ha deciso di aprire gli archivi sulle stragi. E’ cioè stata firmata la direttiva che consente la declassificazione degli atti relativi ai fatti di Ustica, Peteano, Italicus, Piazza Fontana, Piazza della Loggia, Gioia Tauro, stazione di Bologna, rapido 904. E’ dubbio se tutto questo potrà davvero ricompattare (e rendere leggibile) il lungo agghiacciante incredibile romanzo delle stragi che fa dell’Italia un paese unico in Europa. C’è la speranza che si decida a questo punto di pubblicare anche i documenti secretati sulle stragi di mafia. Come auspicio e monito ripubblichiamo un’intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, «Il ritorno del principe». Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato “osceno”. «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

– Nel suo libro «Il ritorno del principe» lei sostiene che la questione criminale italiana sia inscindibile da quella dello Stato e della democrazia. È un’affermazione molto forte…

La storia italiana è una storia diversa da quella degli altri paesi di democrazia europea avanzata, perché nei paesi come la Francia, come l’Inghilterra, come la Gemania quasi non esiste una questione criminale, o meglio, la questione criminale è un capitolo assolutamente marginale e secondario della storia nazionale, di cui si occupano soltanto gli specialisti, i magistrati e i criminologi, perché tranne poche eccezioni le gesta criminali sono quelle della criminalità comune: rapine, omicidi e traffico di stupefacenti. In Italia non è così. Perché in Italia la questione criminale è sempre stata inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, la storia con la ‘s’ maiuscola. I protagonisti delle vicende criminali non sono stati soltanto esponenti delle classi disagiate e popolari, ma anche pezzi importanti della classe dirigente.

– Cos’è l'”Oscenità del potere”?

L’impostura culturale che la mafia è solo una storia di brutti sporchi e cattivi, di cui sono protagonisti personaggi come Riina, Provenzano o i casalesi. La realtà è che, tranne un breve periodo che dura dal 1980 al 1990, i più grandi capi della mafia sono sempre stati borghesi. Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano era un medico chirurgo: il dottor Michele Navarra.

– Quali sono i pericoli che l’Italia corre se il potere criminale dovesse continuare a rimanere fuori dalla scena, ‘osceno’ insomma?

La lezione della storia ci insegna che in questo paese nessuno – fosse di centro, destra o sinistra – ha mai potuto governare senza venire a patti con questo blocco sociale che è anche il principale responsabile del sottosviluppo del Mezzogiorno, della privazione sistematica della risorse. Situazione che oggi è più grave: a causa di fattori macrosistemici come l’avanzare del federalismo fiscale, il tetto massimo stabilito alla spesa pubblica dopo il trattato di Maastricht e altri fattori di crisi economica, il Sud precipita sempre di più in una situazione di degrado economico, la forbice del differenziale tra Nord e Sud aumenta, una parte del Nord tende a staccarsi per seguire la locomotiva del Nord Europa e abbandonare il Sud al suo destino. Questo Sud privato di risorse avrà il problema di garantire a milioni di persone di mettere insieme il pranzo e la cena. In assenza di spesa pubblica il pericolo è che per evitare che il sud diventi una polveriera sociale ci si affida all’economia alternativa del crimine, cioè che il Sud diventi un’enorme zona di no-tax, una sorta di Singapore del Mediterraneo, dove l’economia si genererà grazie al porto franco, all’afflusso di capitali sporchi, alle case da gioco alla benzina defiscalizzata e quant’altro.

– Eppure quel blocco sociale sembra ancora molto forte…

Noi continuiamo ad avere un Parlamento, consigli regionali, governi, e organi rappresentativi affollati di persone che sono state condannate per mafia, e che restano ciò nonostante restano degli ‘intoccabili’. Continuiamo ad avere quella che poco fa ho chiamato borghesia mafiosa, che è un pezzo importante di classe dirigente, ed è il vero terreno su cui si gioca il futuro della lotta alla mafia. Nel libro leggo il sistema di potere mafioso attraverso la lente dei ‘Promessi sposi’: non ci si può illudere di sconfiggere la mafia arrestando solo i bravi.

– In quali condizioni prospera l'”offerta” sociale mafiosa rispetto a quella legale dello Stato?

Quando le persone non hanno la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti, quando sono costretti a piegarsi per avere un lavoro, per avere un minimo di dignità sociale, quando uno Stato non è in grado di offrire occupazione e pari dignità ai cittadini. È allora che molta gente è spinta a mettersi nelle mani della mafia che quantomeno garantisce una sopravvivenza economica.

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La strana mafia fantasma del Tavoliere delle Puglie https://minimaetmoralia.it/societa/puglia-mafia/ https://minimaetmoralia.it/societa/puglia-mafia/#comments Fri, 30 Aug 2013 13:27:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15305 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: funito@.)

A Foggia non si parla mai di mafia. Non lo si fa mai, come se non esistesse, come se non avesse colpito una vastissima provincia, dal Gargano al Basso Tavoliere, con una lunga scia di sangue. Come se non si fosse fatta – anche qui, come in altre lande – sistema. A lanciare l'allarme è Domenico Seccia, ancora per poco procuratore di Lucera, paesone a Nord di Foggia. Ancora per poco, perché quello di Lucera (sinora competente su una porzione notevole della Puglia settentrionale) è uno dei tribunali che a metà settembre verrà soppresso. In epoca di spending review giudiziaria, non si va per il sottile: tuttavia Seccia è convito che ci sia uno strettissimo legame tra la soppressione, gli effetti nefasti che avrà e la lunga sottovalutazione della mafia garganica.

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mafia

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica. (Immagine: funito@.)

A Foggia non si parla mai di mafia. Non lo si fa mai, come se non esistesse, come se non avesse colpito una vastissima provincia, dal Gargano al Basso Tavoliere, con una lunga scia di sangue. Come se non si fosse fatta – anche qui, come in altre lande – sistema. A lanciare l’allarme è Domenico Seccia, ancora per poco procuratore di Lucera, paesone a Nord di Foggia. Ancora per poco, perché quello di Lucera (sinora competente su una porzione notevole della Puglia settentrionale) è uno dei tribunali che a metà settembre verrà soppresso. In epoca di spending review giudiziaria, non si va per il sottile: tuttavia Seccia è convito che ci sia uno strettissimo legame tra la soppressione, gli effetti nefasti che avrà e la lunga sottovalutazione della mafia garganica.

Domenico Seccia è un magistrato pacato, di quelli che non gridano o lanciano peana, ma continuano a riflettere anche davanti alle costanti intimidazioni e minacce di morte. Da tre anni è procuratore a Lucera, dopo essere stato per un decennio sostituto procuratore presso la Direzione distrettuale antimafia di Bari. Ascoltandolo ragionare, pare quasi un illuminista meridionale d’altri tempi che intorno a sé vede franare un intero mondo, mentre emerge tra le macerie una nuova, silente oligarchia. Più che il tremendismo di molti racconti di mafia, è la metafora del muro di gomma che aiuta a capire ciò che accade da queste parti.

Seccia ha scritto di recente un libro, a metà tra saggio e memoir, per la casa editrice La meridiana di Molfetta, La mafia sociale (con prefazione di Raffaele Cantone), che fa seguito a un altro libro scritto per lo stesso editore nel 2011, La mafia innominabile. Tema di entrambi i volumi è la mafia foggiana (quella del capoluogo, quella del Gargano, quella che ha conquistato la costa adriatica) e il silenzio che la circonda. Nel suo ultimo libro, il  procuratore scrive: “È impressionante il mutismo che regna in città su un tema decisivo come la mafia. Non se ne parla, perché la mafia è altrove. Eppure la mafia da tempo ci è entrata nelle ossa. Non è riconosciuta, non c’è informazione, ma è ormai parte di questa terra. Se sommiamo i tempi della mattanza, le guerre di mafia in città, sono quasi 34 anni che i foggiani assistono ad azioni mafiose.”

Seccia esorta a maneggiare con cura le parole. A lungo, ad esempio, si è adottato il termine ancestrale “faida” per spiegare la guerra tra due clan di Monte Sant’Angelo, sul Gargano: i Li Bergolis da una parte e i Primosa-Alfieri dall’altra. I due gruppi si sono sterminati per un trentennio con omicidi plateali, eseguiti anche in pieno giorno e nelle piazze del paese, e allo stesso tempo chirurgici, poiché in grado di risalire o di ridiscendere con precisione lungo gli alberi genealogici.

Eppure, dice il procuratore, non ci si è posti la domanda più semplice: perché si ammazzano? Il termine “faida” spiega davvero tutto, o rischia di essere una interpretazione tautologica che nasconde altro?

La posta in gioco che ha determinato quella lunga catena di omicidi non è solo l’onore da difendere in modo primitivo, ma il potere sul territorio. Quando ancora si parlava di faida pastorale, di arcadia criminale, i clan di Monte Sant’Angelo e San Nicandro Garganico erano già scesi a valle. Avevano già conquistato Vieste, Rodi, Peschici e i paesi più ricchi di una costa dedita al commercio e al turismo. Avevano giù conquistato Manfredonia e il suo porto.

Lo stesso vale per Foggia, il grande capoluogo della Puglia settentrionale. Ci sono clan che hanno prosperato sulla droga e sull’usura, strutturandosi sullo stesso modello delle ‘ndrine calabresi. Alla mafia dei vecchi boss come Rocco Moretti o Giosuè Rizzi (detto il “papa”) si è sostituita una mafia sempre più integrata nei gangli della società, in grado di farsi imprenditrice. Basta vedere come, in tempi di crisi, questa mafia “mutata” estenda il proprio controllo sulle imprese pulite. Presta soldi a usura alle aziende in difficoltà: poi alza ad arte gli interessi, le fa fallire per insolvenza e le rileva. I frequenti attentati contro gli imprenditori, le gambizzazioni eclatanti, sono solo la punta dell’iceberg di un sommovimento profondo nell’economia del territorio. Eppure non se ne parla a sufficienza. Anche in questo caso l’uso di parole sbagliate ha sminuito il fenomeno: ogni volta che si è parlato di “criminalità” o di “guerra tra bande”, anziché di mafia vera e propria, si è lasciato all’Antistato un ampio margine per prosperare.

In La mafia sociale, come già in La mafia innominabile, non ci sono solo analisi e riflessioni, ma anche storie e ritratti di una provincia generalmente lontana dai riflettori. Ci sono anche le voci fuori dal coro, spesso femminili, in un mondo che sovente usa il peggior maschilismo per cementare vecchi e nuovi poteri. Come quella di Francesca, giovane imprenditrice cui hanno ucciso la madre e incendiato l’azienda del padre alle pendici del Gargano: nonostante tutto ciò, ha avuto la forza di ricominciare “in un’altra parte di d’Italia”. O come la collaboratrice di giustizia Rosa Lidia Di Fiore, che ha avuto il coraggio di testimoniare contro gli uomini del suo clan.

Negli ultimi anni ci sono stati processi e sentenze, eppure – scrive Seccia – molta strada deve essere ancora fatta per descrivere il fenomeno mafioso, per cogliere le sue mutazioni, per comprendere le analogie e le differenze con i modelli siciliani o calabresi. C’è una sfida culturale, ancora una volta dal sapore sciasciano e illuministico, alle spalle dell’azione giudiziaria: “La mafia garganica è un potere presente e vicino, che non puoi sconfiggere, contrastare, sfuggire, batterlo, rovesciare o riformare… Questo è il potere di questa mafia, cui non va attribuita alcuna patina folcloristica, senza alcun alone di suburra, di mielosa analisi.”

Con la soppressione del tribunale di Lucera, Domenico Seccia lascerà la Puglia per raggiungere la procura di Fermo. Un enorme territorio di 7 mila chilometri quadrati rientrerà sotto la competenza del solo Tribunale di Foggia.

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Ricordando Giuseppe Fava https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/ricordando-giuseppe-fava/#respond Sat, 05 Jan 2013 14:00:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12261 Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull'emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l'Orso d'oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

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Il 5 gennaio del 1984 moriva Giuseppe Fava. Lo ricordiamo con un pezzo di Mario Valentini. (Fonte immagine: Coordinamento Fava.)

di Mario Valentini

Nel mese di maggio del 2012, durante i giorni del ventennale della strage di Capaci, ero impegnato a progettare un evento pubblico su Giuseppe Fava all’interno di una rassegna su Werner Schroeter, uno dei principali autori del Nuovo Cinema Tedesco. Tra i film di Schroeter programmati c’era Palermo oder Wolfsburg, mai circolato in Italia, un film sull’emigrazione siciliana in Germania che nel 1980 vinse l’Orso d’oro a Berlino. Il film era stato sceneggiato dallo stesso Schroeter con Giuseppe Fava, che poi aveva rimesso mano alla sceneggiatura e ne aveva tratto il suo ultimo romanzo, Passione di Michele. È forse il suo romanzo più bello e non parla, direi quasi per nulla, di mafia. Speravo che l’evento palermitano potesse essere una buona occasione perché qualcuno cominciasse a riconsiderare in sede critica una parte della sua opera forse troppo frettolosamente accantonata.

In quei giorni, le vicende di Fava e di Falcone mi avevano portato a riflettere sui rapporti mai semplici che intercorrono tra memoria storica e memoria pubblica, soprattutto nei discorsi riguardanti la mafia.

La memoria pubblica, pensavo, è quasi sempre regolata sul presente. È patrimonio largamente condiviso di un popolo che la fa funzionare anche per definire una propria identità collettiva. Attraverso la memoria pubblica si aspira sempre a creare una forma di egemonia affermando un sistema di valori e rintracciando un qualche tipo di esemplarità che abbia anche funzione morale.

La memoria storica invece, come per lunghissimi anni è stato per figure come Fava Impastato Rostagno Siani e numerose altre vittime delle mafie, può anche essere pura resistenza: essa può ridursi a essere difesa da una sparuta minoranza di persone, mantenendo nonostante questo tutto il suo vigore e la sua spinta propulsiva.

Nel rievocare un evento in quanto memoria pubblica spesso i documenti vengono fatti funzionare come storie significative. In quanto memoria storica, invece, i documenti sono sempre reperti archeologici e, appunto per questo, sono inizialmente illeggibili e non assimilabili al presente. È proprio la loro distanza, la loro radicale differenza, a renderli strumenti dotati di un potenziale critico capace di sovvertire le nostre certezze. Solo a fatica e con grande sforzo di persuasione, pensavo poi, alcune verità storiche si fanno strada pian piano nella memoria pubblica affermando la propria autorevolezza. Non di rado, quando questo accade, nel produrre una nuova visione dei fatti passati si fanno anche portatrici di nuove visioni del mondo. Iniziano a funzionare nel presente modificandolo.

L’uccisione di Giuseppe Fava, di cui oggi ricorre il ventinovesimo anniversario, già ai tempi in cui è avvenuta era portatrice di una verità storica, per affermare la quale tanto per cambiare ci sono voluti poi anni e anni di battaglie in tribunale: un atto di accusa circostanziato contro un sistema di potere, di tipo mafioso, attivo a Catania tra gli anni ’70 e l’inizio degli anni ‘80. Verità fino a quel momento diffusamente negata dal comune discorso pubblico e che Pippo Fava come voce isolata, o lupo solitario come gli piaceva definirsi, con il suo aggressivo giornalismo di denuncia, gettava in faccia senza mezze parole alla sua città e all’Italia intera.

Giuseppe Fava negli ultimi anni di attività si era trovato a dovere difendere la sua indipendenza, resistendo a licenziamenti, pressioni indebite, censure. Si era inventato uno spazio di assoluta autonomia che gli consentisse di continuare a lavorare in modo libero. Per fare questo aveva messo in campo ogni strumento espressivo a sua disposizione: la caricatura accanto all’inchiesta, la rappresentazione ferocemente sarcastica accanto all’articolo d’opinione, il travestimento istrionico accanto al reportage. Inventava verbali grotteschi di finti convegni di mafia in cui i padrini dibattevano come se fossero la giuria di un grande festival su quale dovesse essere votato come “delitto dell’anno”. Accompagnava questi articoli con schizzi di “mafiosi acrobati” o di “mafiosi sopra e sotto”. Si faceva beffe del killer mafioso mostrandone tutta la pochezza. Poi scriveva anche l’articolo ben noto sul sistema di potere instaurato dai “quattro cavalieri dell’apocalisse mafiosa” a Catania. In questo modo di procedere, tra guitto e giornalista informato, assomigliava al Peppino Impastato di Onda pazza, che si faceva beffe di Tano Badalamenti sfottendolo con il nome di grande capo Tano Seduto e poi denunciava la spartizione di denaro pubblico avvenuta nella commissione edilizia del Comune di Cinisi.

Se oggi esiste una memoria pubblica di Fava, sempre piuttosto flebile, riguarda il Fava fondatore del periodico I Siciliani. È stata l’attività di denuncia portata avanti con quel mensile autofinanziato a condurre il giornalista alla morte ed è grazie ai suoi compagni di quegli anni e ai suoi familiari se almeno questa memoria è rimasta viva, resistendo a insabbiamenti e depistaggi. Ma nella percezione collettiva diffusa il riconoscimento di Fava come vittima della mafia ha comportato una strana forma di smemoratezza rispetto a tutto ciò che di altro aveva fatto.

Nato nel 1925, Giuseppe Fava è stato ucciso all’età di quasi 59 anni, il 5 gennaio 1984. Il primo numero de I Siciliani era uscito esattamente un anno prima, a gennaio del 1983. Ci sono dunque circa 35 anni di attività che non vengono considerati quasi mai. Un recente libro di Massimo Gamba dal titolo Il Siciliano rappresenta il primo tentativo di trattazione biografica dell’intera attività dell’autore siciliano e fornisce una quantità di notizie preziose per una sua riconsiderazione critica. Ma è solo il primo passo di un lavoro ancora tutto da impostare.

Negli anni ’70 Fava era noto forse più come scrittore e drammaturgo che come giornalista. Due suoi romanzi, Gente di rispetto e Prima che vi uccidano, oggi li definiremmo dei best-seller, con le circa 70.000 copie vendute. Da uno di essi era stato tratto un film per la regia di Luigi Zampa. I suoi testi teatrali, molti dei quali messi in scena dallo Stabile di Catania di Turi Ferro, circolavano in tutta Italia vincendo premi.  Verso la fine degli anni ’70 si era trasferito a Roma, dove aveva collaborato con la RAI a programmi televisivi e radiofonici. Aveva firmato per Raitre una serie di inchieste televisive sulla Sicilia. Nel 1977 aveva condotto un programma radiofonico del mattino per Radio Rai, dal titolo “Voi ed io”. Un bel libro di inchieste dal titolo Processo alla Sicilia lo aveva pubblicato molti anni prima, nel 1970. E ancora prima era uscita la sua prima opera narrativa, Pagine, che raccoglieva racconti pubblicati nel corso degli anni ’60 sui quotidiani in cui aveva lavorato come cronista. Insomma, una attività intensa che gli aveva dato, tra gli autori siciliani suoi contemporanei, una notorietà seconda forse solo a quella di Sciascia.

Una produzione, rispetto a quella di Sciascia, più apertamente contaminata, che si prefiggeva di essere popolare. Ma che proprio per questo possiede tratti di piena contemporaneità. Fava riusciva infatti a utilizzare, con grande facilità e con una versatilità dirompente, tutti i mezzi che l’industria culturale del tempo offriva: teatro, cinema, radio, giornalismo, televisione, letteratura, perfino arti visive. Cos’è allora che ci allontana oggi da una riconsiderazione critica della sua opera che ne sappia leggere pregi e limiti, considerandone i tratti distintivi accanto ai punti di caduta (che certamente ci sono, dovuti forse a una grande velocità di esecuzione e a una generosità che ogni tanto sulla pagina trasborda per difetto di misura)? Può davvero l’identificazione del suo personaggio con il suo destino di vittima di mafia avere posto in ombra tutto il resto?

Di certo la letteratura di Giuseppe Fava è totalmente alternativa rispetto al canone più accreditato nella tradizione siciliana del secondo Novecento, la cosiddetta linea Sciascia-Bufalino-Consolo, e per questo forse i critici non sanno bene come considerarlo. Se come giornalista, scrittore, autore teatrale, intellettuale scomodo o che. Nei suoi confronti aleggia tra gli specialisti una sorta di snobismo. Perché la sua opera non è mai professorale, i suoi costrutti non sanno mai di latino. La sua è piuttosto l’opera spuria di uno che non si è tirato mai indietro quando c’era da sporcarsi le mani, che ha battuto da cronista in cerca di storie le strade di tutta la Sicilia, fino ai più fetidi catoi, per poi sistemare nel chiuso di una fumosa redazione, più in fretta possibile, pezzi veloci da consegnare alle rotative. E di questa velocità di esecuzione e di giudizio, con i rischi che implica, è innervata tutta la sua opera.

A rileggere, oggi, alcune delle sue opere però si hanno non poche sorprese.

Il consiglio è di cominciare la rilettura, anche per sottrarre la figura di Fava al tema unico della lotta alla mafia, proprio da Passione di Michele, romanzo che si fa leggere tutto d’un fiato. Vi si narrano le vicende di un giovane ragazzo di Palma di Montechiaro costretto a emigrare nella Germania dei grandi stabilimenti industriali, finché non approda alla catena di montaggio della Volkswagen, a Wolfsburg. Attraverso un crescendo di eventi drammatici ispirati alla cronaca del tempo, con una resa sempre molto precisa e documentata dei contesti e degli ambienti dell’emigrazione italiana, la vicenda si trasforma pagina dopo pagina da possibile romanzo di formazione al romanzo di uno sradicamento senza alcuna possibilità ricomposizione. Michele diventa lo straniero. Il processo finale per omicidio, attraverso una serie di passaggi visionari e un gioco delle parti dai toni spesso grotteschi, è anche la messa in scena di un’insanabile frattura culturale, con tutta la componente di pregiudizio che normalmente si incista nei dibattimenti quando un fatto di cronaca diventa evento mediatico che agita l’opinione pubblica.

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Trova i nomi mancanti: un piccolo gioco enigmistico a partire da un articolo di Roberto Saviano https://minimaetmoralia.it/inchieste/trova-i-nomi-mancanti-un-piccolo-gioco-enigmistico-a-partire-da-un-articolo-di-roberto-saviano/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/trova-i-nomi-mancanti-un-piccolo-gioco-enigmistico-a-partire-da-un-articolo-di-roberto-saviano/#comments Tue, 28 Aug 2012 00:38:10 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9193 Nel seguente articolo uscito ieri contemporaneamente sul New York Times e su Repubblica, Roberto Saviano usa 14 volte la parola banche, 10 la parola banca, 8 la parola capitali. Sottolinea i punti nel testo dove questo accade, e - se sei un bravo solutore - scopri se accanto a ognuna di queste o altre occorrenze simili, ci siano dei nomi propri.

Mafie, i padroni della crisi

di Roberto Saviano

I capitali mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell'Occidente, per infiltrare in maniera capillare l'economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l'effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell'Ufficio Droga e Crimine dell'Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l'unico capitale d'investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.

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Nel seguente articolo uscito ieri contemporaneamente sul New York Times e su Repubblica, Roberto Saviano usa 14 volte la parola banche, 10 la parola banca, 8 la parola capitali. Sottolinea i punti nel testo dove questo accade, e – se sei un bravo solutore – scopri se accanto a ognuna di queste o altre occorrenze simili, ci siano dei nomi propri.

Mafie, i padroni della crisi

di Roberto Saviano

I capitali mafiosi stanno traendo profitto dalla crisi economica europea e, più in generale, dalla crisi economica dell’Occidente, per infiltrare in maniera capillare l’economia legale. Eppure i capitali mafiosi non sono solo l’effetto della crisi globale, ma anche e soprattutto la causa, perché presenti nei flussi economici sin dalle origini di questa crisi. Nel dicembre 2009, il responsabile dell’Ufficio Droga e Crimine dell’Onu, Antonio Maria Costa, rivelò di avere le prove che i guadagni delle organizzazioni criminali fossero l’unico capitale d’investimento liquido che alcune banche avevano avuto a disposizione durante la crisi del 2008 per evitare il collasso.

Secondo le stime del Fmi tra gennaio 2007 e settembre 2009 le banche statunitensi ed europee persero più di 1 bilione di dollari in titoli tossici e prestiti inesigibili e più di 200 erogatori di mutui ipotecari andarono in bancarotta. Molti grandi istituti di credito fallirono, furono rilevati o commissionati dal governo. È possibile dunque individuare il momento esatto in cui le organizzazioni criminali italiane, russe, balcaniche, giapponesi, africane, indiane sono diventate determinanti per l’economia internazionale. Ciò è avvenuto nella seconda metà del 2008, quando la liquidità era diventata il problema principale del sistema bancario. Il sistema era praticamente paralizzato a causa della riluttanza delle banche a concedere prestiti e solo le organizzazioni criminali sembravano avere enormi quantità di denaro contante da investire, da riciclare.

Una recente inchiesta di due economisti colombiani, Alejandro Gaviria e Daniel Mejiia dell’Università di Bogotà, ha rivelato che il 97,4% degli introiti provenienti dal narcotraffico in Colombia viene puntualmente riciclato da circuiti bancari di Usa ed Europa attraverso varie operazioni finanziarie. Stiamo parlando di centinaia di miliardi di dollari. Il riciclaggio avviene attraverso un sistema di pacchetti azionari, un meccanismo di scatole cinesi per cui i soldi contanti vengono trasformati in titoli elettronici, fatti passare da un Paese all’altro, e quando arrivano in un altro continente sono pressoché puliti e, soprattutto, irrintracciabili. Così i prestiti interbancari iniziarono a essere sistematicamente finanziati con i soldi provenienti dal traffico di droga e da altre attività illecite. Alcune banche si salvarono solo grazie a questi soldi. Gran parte dei 352 miliardi di dollari provenienti dal narcotraffico sono stati assorbiti dal sistema economico legale, perfettamente riciclati. Questo non dimostra soltanto che in tempo di crisi le difese immunitarie delle banche si abbassano pericolosamente, ma anche che in tempo di ripresa economica i capitali criminali determineranno le politiche finanziarie delle banche salve grazie ai capitali criminali. Questa dinamica spinge a interrogarsi sul peso che le organizzazioni criminali hanno sul sistema economico in tempo di crisi e a considerare necessario un maggiore controllo del settore bancario.

E se i soldi della droga sono così utili alle banche e ai Paesi che li riciclano, ciò aiuta a spiegare anche come mai la lotta alla droga in molti Paesi occidentali viene fatta “con il freno a mano”, soprattutto in momenti di crisi in cui la liquidità monetaria è vista come un’oasi nel deserto. Si prendono di mira solo la fase produttiva e le attività dei cartelli criminali, e si trascura la fase di riciclaggio dei proventi. In definitiva si combatte la microeconomia della droga, ma non la macroeconomia. Basti pensare che se in Colombia esistono misure altamente restrittive per impedire l’immissione nelle banche di ingenti quantità di denaro, negli Usa la legge sulla privacy e il segreto bancario permette la creazione di un fondo bancario senza conoscerne l’origine. Il sospetto, quindi, è che le istituzioni americane ed europee sappiano molto di più di quanto dicano e che attaccare i grandi gruppi finanziari non sia facile per i governi.

I capitali criminali stanno tornando nelle banche. In questo contesto, i momenti più critici sono stati la crisi finanziaria in Russia  –  le cui cause furono attribuite anche al dilagare della mafia russa  –  e quelle globali del 2003 e del 2007-2008. Il settore finanziario si ritrovò a corto di liquidità, così le banche si aprirono ai cartelli criminali che avevano soldi da investire. “Le banche negli Stati Uniti sono usate per accogliere grandi quantità di capitali illeciti occultati nei miliardi di dollari che vengono trasferiti tra banca e banca ogni giorno”, ha dichiarato il capo della Sezione Riciclaggio del Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti, Jennifer Shasky Calvery, a febbraio 2012 durante una seduta al congresso sul crimine organizzato. New York e Londra sarebbero diventate le due più grandi lavanderie di denaro sporco del mondo. Non più i paradisi fiscali come le Cayman Islands, o la Isle of Man. Ma la City e Wall Street. Durante la crisi, le banche diventano più convenienti e soprattutto sicure per il riciclaggio. Quando si riunisce, il G20 dovrebbe farlo con la sola priorità di costruire nuove regole per far fronte all’economia criminale, forza assai più potente del terrorismo nello svuotare la democrazia ed erodere i diritti, compromettere i mercati, concedere apparenti
ricchezze.

La Grecia da molti anni vive un’aggressione criminale che l’Europa e i governi greci hanno sottovalutato. Questa aggressione è certamente uno degli elementi che hanno portato al disastro economico e alla fragilità delle istituzioni. L’Indice di Corruzione 2011 stilato da Transparency International vede la Grecia allo stesso livello della Colombia. La corruzione in Grecia è costata circa 860 milioni di euro nel 2009 e circa 590 nel 2010. Tra le istituzioni più corrotte del Paese ci sarebbero ospedali e uffici dell’erario. Questi dati dicono chiaramente che la Grecia è da decenni terra di investimento mafioso. Non è un caso che il più grande vertice della mafia russa degli ultimi anni si sarebbe tenuto a dicembre 2010 proprio in Grecia, in un ristorante di Salonicco. Vi avrebbero preso parte i rappresentanti di una sessantina di famiglie mafiose per porre fine a una guerra sanguinosa iniziata nel 2008 e che ha coinvolto anche la Grecia, dove nel maggio 2010 morì improvvisamente Lavrenty Chokladis, rappresentate per l’Europa del padrino 73enne Aslan Usoyan detto “Nonno Hassan”. Ora, a causa della crisi, i greci hanno dovuto mettere mano ai loro risparmi: circa 50 miliardi di euro sono stati prelevati dalle banche greche dal 2009 al 2011. Venendo a mancare i canali di prestito ufficiali, sempre più persone ricorrono ai prestiti illegali, rivolgendosi agli strozzini.

Secondo alcuni dati, in Grecia, il mercato nero dei prestiti illegali avrebbe un giro d’affari di circa 5 miliardi di euro all’anno; secondo il governo, invece, sarebbe addirittura pari al doppio, cioè 10 miliardi. Attività che pare sia quadruplicata dall’inizio della crisi nel 2009. Di questa cifra, più della metà rimane nelle tasche degli usurai, che applicano tassi di interesse a partire dal 60% annuo. A gennaio a Salonicco (seconda città più grande della Grecia) è stata sgominata un’organizzazione criminale che prestava soldi a un tasso di interesse tra il 5 e il 15% a settimana. E per chi non pagava erano previste punizioni. Il gruppo era attivo a Salonicco da più di 15 anni ed era composto da 53 estorsori, tra cui due avvocati, un medico, un dipendente di una squadra di calcio. Il numero di vittime accertate è tra 1.500 e 2.000, per un guadagno totale di circa 1 miliardo di euro.
Nell’organizzazione spunta il nome di Marcos Karamberis, il proprietario di un ristorante che si era candidato come vice-governatore dell’Imathia, regione della Grecia settentrionale. Un ruolo di spicco era svolto dai fratelli Konstantinos e Marios Meletis, in passato accusati di traffico di droga. Tra i nomi degli accusati vi è anche quello di Dimitrios Lambakis, imprenditore di 54 anni, proprietario di una fabbrica per la produzione di pasta sfoglia a Halkidiki: secondo la polizia la fabbrica era stata rilavata dagli usurai perché il precedente proprietario non era riuscito a pagare i suoi debiti. Secondo fonti del Ministero delle Finanze greco, molte delle operazioni di usura in Grecia sono connesse alle bande del crimine organizzato dei Balcani e dell’Est Europa. Quando la Romania e la Bulgaria entrarono a far parte dell’Unione Europea nel 2007, le bande criminali guadagnarono un facile accesso alla Grecia. Le loro principali attività sono il traffico di donne e di eroina, l’usura è solo un affare secondario.

Ma il mercato nero che ha le cifre più incisive nel contrabbando greco è quello che riguarda il petrolio. Dal contrabbando di gasolio illegale si ricavano fino a 3 miliardi di euro all’anno (dati del 2008). Le leggi greche fissano il prezzo del gasolio per uso navale/ marittimo  –  l’industria navale è il fiore all’occhiello dell’economia greca  –  a un terzo rispetto al prezzo del gasolio per le automobili o per il riscaldamento domestico. Succede però che i trafficanti trasformino il combustibile navale economico in costoso combustibile per case e automobili. È una pratica che richiede un’ampia infrastruttura criminale, inclusi depositi illegali vicino ai porti e alle grandi città per stoccare il combustibile navale, che viene adulterato e rivenduto per altro uso. Si stima che il 20% della benzina venduta in Grecia venga dal mercato illegale: i benzinai, a quel che si dice, vendono una benzina che sarebbe un mix di carburante comprato legalmente e carburante acquistato sul mercato nero, cosa che permette ai rivenditori di guadagnare di più ed evitare le tasse. Inoltre la Grecia importa il 99% del suo carburante, eppure secondo le cifre ufficiali riuscirebbe a esportarne ai Paesi vicini più di quanto importa. Panos Kostakos, politologo greco, ricorda che “La Grecia è il luogo di nascita della democrazia, ma il guaio è che l’attuale sistema politico è una Mafiocrazia Parlamentare. Dovremmo sempre tenerlo a mente quando discutiamo questioni di legge, ordine e giustizia”.

La Grecia da molto tempo assieme alla Spagna è la porta delle rotte della cocaina in Europa. Nel dicembre 2011 un’indagine dell’antimafia di Milano ha portato all’arresto complessivamente di 11 persone al sequestro di 117 chili di cocaina, 48 di hashish e di vari automezzi utilizzati per un traffico illecito di droga dal Sudamerica in Italia attraverso la Grecia. Anche dietro la crisi spagnola ci sono anni di potere dei capitali criminali, di assenza di regole, di contrasto soltanto ai segmenti militari delle organizzazioni. Oggi la Spagna è colonizzata da gruppi criminali autoctoni (i galiziani, i baschi e gli andalusi) e da organizzazioni straniere (italiane, russe, colombiane e messicane). Storicamente è sempre stata un rifugio per i latitanti italiani, sebbene con l’entrata in vigore del mandato di cattura europeo le cose siano cambiate. Anche la legislazione antimafia spagnola è migliorata, ma il Paese continua a offrire grandi opportunità di riciclaggio, che con l’attuale crisi europea sono diventate ancora più grandi. Il boom immobiliare che la Spagna ha avuto dal 1997 al 2007 è sicuramente stato manna per queste organizzazioni, che hanno investito i loro guadagni sporchi nel mattone iberico.

Zakhar Kalashov e Taniel Oniani, arrestati rispettivamente nel 2006 e nel 2011, sono esponenti dell’organizzazione denominata “Ladri nella legge” attiva in Russia e Georgia; reinvestivano i ricavi dei loro traffici nel mercato immobiliare spagnolo. La Spagna poi è stata per tanti anni punto d’arrivo privilegiato in Europa per i trafficanti di cocaina: qui, seguendo la rotta atlantica, sbarcavano i carichi provenienti dalla Colombia, prima che le misure antimafia europee costringessero le organizzazioni a deviare il percorso verso l’Africa. Il boss del clan dei casalesi Nunzio De Falco risiedeva a Granada, dove ufficialmente gestiva un ristorante, ma in realtà trafficava droga. Gli “Spagnoli di Scampia”  –  come Raffaele Amato, arrestato a Marbella nel 2009  –  stavano a Madrid, Barcellona e Costa del Sol e investivano nel mercato immobiliare e in finanziarie. Roberto Pannunzi e suo figlio Alessandro, broker del narcotraffico legati a varie ‘ndrine calabresi, utilizzavano la Spagna come base operativa per i loro traffici. Sebbene la “rotta africana” abbia modificato i percorsi della polvere bianca e la collocazione delle organizzazioni, la rotta atlantica non è stata abbandonata, si è solo ridimensionata. La Spagna, quindi, rappresenta ancora uno snodo fondamentale per il traffico di cocaina verso i Paesi europei. In una situazione del genere la proposta del magnate americano Sheldon Adelson di un investimento di 35 miliardi di dollari per Eurovegas, un complesso di casinò, attrazioni e strutture turistiche sulla scia di Las Vegas, da realizzarsi in Catalogna o vicino a Madrid, rischia di trasformare quei luoghi nel centro
di riciclaggio mafioso dell’Occidente.

Nel 2006 ci fu un’indagine della Banca Centrale di Spagna volta a spiegare l’incredibile quantità di banconote da 500 euro presenti sul territorio nazionale, soprannominate “Bin Laden” perché se ne parla tanto ma si vedono pochissimo, come accadeva per il capo talebano. Le banconote da 500 euro sono utilizzate molto di frequente dalle organizzazioni criminali perché occupano poco spazio per il trasporto e per lo stoccaggio: in una cassetta di sicurezza da 45 cm stanno fino a 10 milioni di euro in pezzi da 500. Nel 2010 le agenzie di cambio inglesi smisero di convertirla dopo aver scoperto che il 90% delle transazioni erano collegate a fenomeni criminali come narcotraffico o riciclaggio. Eppure, ancora nel 2011 le banconote da 500 euro rappresentavano il 71,4% del valore di tutte le banconote presenti in Spagna.

L’Italia, purtroppo, non fa eccezione. La mafia italiana ogni anno (rapporto SOS impresa) può contare su una liquidità di 65 miliardi con un utile di circa 25 miliardi superiore all’ultima manovra finanziaria italiana. Le organizzazioni mafiose incidono direttamente sul mondo dell’impresa per 100 miliardi, pari al 7% del Pil nazionale. Tutti soldi di cui Stato e cittadini onesti vengono privati, e che finiscono invece nelle tasche dei mafiosi. “Sconfiggeremo la mafia entro la fine della legislatura”, aveva dichiarato il Premier Berlusconi nel 2009. “In tre anni sconfiggeremo la mafia, la camorra e la ‘ndrangheta”, aveva ribadito nel 2010. Una delle tante promesse non mantenute. Il Premier italiano Mario Monti ha dichiarato che l’Italia si trova in uno stato di difficoltà soprattutto a causa dell’evasione fiscale, che va combattuta con strumenti forti: con strumenti anche più forti va combattuto il sommerso creato dalle mafie, che uccide l’economia pulita. Le mafie sono ormai organizzazioni internazionali, globalizzate, agiscono ovunque.

Parlano diverse lingue, stringono alleanze con gruppi oltreoceano, lavorano in joint-venture e fanno investimenti come qualsiasi multinazionale legale: non si può rispondere a colossi multinazionali con provvedimenti locali. Bisogna che ogni Paese faccia la propria parte, perché nessuno è immune. Bisogna colpire i capitali, il loro motore economico, che troppo spesso rimane illeso, perché più difficile da tracciare, e perché, come abbiamo visto, è un capitale che fa gola a tanti in momenti di crisi, alle banche prime fra tutti.

[Grazie a Peppe Rizzo per lo spunto]

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Via D’Amelio 19, 19 luglio 2012 https://minimaetmoralia.it/fotografia/via-damelio-19-19-luglio-2012/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/via-damelio-19-19-luglio-2012/#respond Thu, 19 Jul 2012 09:09:13 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8750 Questo video è tratto dal lavoro "Corpi di reato" di Tommaso Bonaventura e Alessandro Imbriaco, a cura di Fabio Severo.

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Corleone, 2012 from zona_ on Vimeo.

Questo video è tratto dal lavoro “Corpi di reato” di Tommaso Bonaventura e Alessandro Imbriaco, a cura di Fabio Severo.

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Corpi di reato. Un’archeologia visiva dei fenomeni mafiosi https://minimaetmoralia.it/arte/corpi-di-reato-unarcheologia-visiva-dei-fenomeni-mafiosi/ https://minimaetmoralia.it/arte/corpi-di-reato-unarcheologia-visiva-dei-fenomeni-mafiosi/#respond Tue, 29 May 2012 07:19:21 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8139 (I faldoni del Maxiprocesso 1986-’87, Centro di Documentazione sulle Mafie, Corleone)

Da tempo la mafia viene percepita come una realtà dispersa, multiforme, quasi invisibile. Dopo gli anni ’90 e il culmine della stagione stragista, la criminalità organizzata in Italia ha progressivamente cambiato volto, confondendosi sempre di più nel tessuto politico e economico del paese.

Corpi di reato vuole contrastare questa dispersione, per ridare alle mafie un orizzonte visibile seguendo i tanti segni lasciati sul territorio, ma anche mostrare il vuoto, l’assenza provocati dall’azione criminale: aule deserte di comuni commissariati, cantieri sequestrati, tutta la geografia disegnata dalle indagini di polizia, dagli avvistamenti dei latitanti, la ricerca dei covi.

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(I faldoni del Maxiprocesso 1986-’87, Centro di Documentazione sulle Mafie, Corleone)

Da tempo la mafia viene percepita come una realtà dispersa, multiforme, quasi invisibile. Dopo gli anni ’90 e il culmine della stagione stragista, la criminalità organizzata in Italia ha progressivamente cambiato volto, confondendosi sempre di più nel tessuto politico e economico del paese.

Corpi di reato vuole contrastare questa dispersione, per ridare alle mafie un orizzonte visibile seguendo i tanti segni lasciati sul territorio, ma anche mostrare il vuoto, l’assenza provocati dall’azione criminale: aule deserte di comuni commissariati, cantieri sequestrati, tutta la geografia disegnata dalle indagini di polizia, dagli avvistamenti dei latitanti, la ricerca dei covi.

Da qui l’esigenza di riportare allo sguardo il prodotto di anni di guerra contro la mafia, un mosaico di aule di tribunali, reperti giudiziari, carcasse di automobili, foto segnaletiche, mausolei dedicati agli eroi, bunker.

L’immagine fotografica permette di mostrare esempi della natura manifesta dei fenomeni mafiosi, per poi rappresentare il confine oltre il quale tutto ciò svanisce di nuovo, e prendere atto della linea d’ombra oltre la quale la mafia svanisce, scivolando in una quotidianità anonima.

Già dieci anni fa si diceva che le mafie stessero diventando invisibili, celate dietro una maschera di normalità: Corpi di reato vuole tentare di ridare un’immagine alle mafie, così da creare un filo visivo che unisca la stagione cruenta di vent’anni fa alla zona grigia dove invece prosperano oggi.

Fabio Severo (curatore del progetto)

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(Corleone, 2012)

Tommaso Bonaventura (Contrasto) – Fotografo professionista dal 1992 collabora con le maggiori testate nazionali ed internazionali. Nel 2004 ha vinto il primo premio nella sezione “Arts and Entertainment” al World Press Photo con un’immagine tratta dal suo libro Le vie della fede (Gribaudo, 2005). Nel 2010 ha vinto il Sony Award con una serie di ritratti realizzati nel corso dei suoi numerosi soggiorni in Cina.

www.tommasobonaventura.com

Alessandro Imbriaco (Contrasto) – Ingegnere di formazione, dal 2008 lavora come fotografo interessandosi prevalentemente di insediamenti urbani e diversi modi di abitare. Con i suoi lavori ha vinto il premio Canon nel 2008 e il secondo posto nella sezione “Conteporary Issues Stories” al World Press Photo 2010, il Premio Pesaresi nel 2011. I suoi lavori sono stati selezionati per il Talent di Foam, il PHE Ojo de Pez, il Lumix Award, il Premio Atlante Italiano. Dal 2008 fa parte di Reflexions Masterclass e nel 2011 è stato selezionato per il Joop Swart Masterclass del World Press Photo.

www.alessandroimbriaco.com

Fabio Severo – Editor del blog di fotografia contemporanea Hippolyte Bayard, insegna storia della fotografia all’Istituto Europeo di Design e ha collaborato con diverse pubblicazioni fotografiche tra cui RVM (Rear View Mirror Magazine), le riviste on-line Unless You Will, GUP Magazine, Dide e E-photoreview.

www.hippolytebayard.com

Oggi, alle ore 18.30, tutto questo viene presentato al MAXII, a Roma.

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Criminalità dei potenti e deriva del sud https://minimaetmoralia.it/interviste/criminalita-dei-potenti-e-deriva-del-sud/ https://minimaetmoralia.it/interviste/criminalita-dei-potenti-e-deriva-del-sud/#comments Wed, 23 May 2012 12:58:06 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8072 In occasione del ventennale della strage di Capaci, pubblichiamo un'intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

di Antonello Castellano

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Il ritorno del Principe. Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato "osceno". «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

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In occasione del ventennale della strage di Capaci, pubblichiamo un’intervista di Antonello Castellano, uscita su Narcomafie, a Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta e autore insieme a Saverio Lodato del libro «Il ritorno del principe» (Chiarelettere).

di Antonello Castellano

«Pensare un’azione antimafia realmente efficace in un contesto di sgretolamento dei diritti è una contraddizione in termini». Ne è convinto Roberto Scarpinato, procuratore capo di Caltanissetta, che abbiamo intervistato a Torino in occasione della presentazione del suo ultimo libro, Il ritorno del Principe. Per Scarpinato la lotta alle mafie sarà poco incisiva finché il potere continuerà a tutelare il suo lato “osceno”. «Si potrebbero arrestare tutti i giorni centinaia di affiliati con la certezza che il giorno dopo verrebbero prontamente sostituiti».

– Nel suo libro Il ritorno del Principe lei sostiene che la questione criminale italiana sia inscindibile da quella dello Stato e della democrazia. È un’affermazione molto forte…

La storia italiana è una storia diversa da quella degli altri paesi di democrazia europea avanzata, perché nei paesi come la Francia, come l’Inghilterra, come la Gemania quasi non esiste una questione criminale, o meglio, la questione criminale è un capitolo assolutamente marginale e secondario della storia nazionale, di cui si occupano soltanto gli specialisti, i magistrati e i criminologi, perché tranne poche eccezioni le gesta criminali sono quelle della criminalità comune: rapine, omicidi e traffico di stupefacenti. In Italia non è così. Perché in Italia la questione criminale è sempre stata inestricabilmente intrecciata con la storia nazionale, la storia con la ‘s’ maiuscola. I protagonisti delle vicende criminali non sono stati soltanto esponenti delle classi disagiate e popolari, ma anche pezzi importanti della classe dirigente.

– Cos’è l'”Oscenità del potere”?

L’impostura culturale che la mafia è solo una storia di brutti sporchi e cattivi, di cui sono protagonisti personaggi come Riina, Provenzano o i casalesi. La realtà è che, tranne un breve periodo che dura dal 1980 al 1990, i più grandi capi della mafia sono sempre stati borghesi. Il capo della mafia di Corleone, prima di Riina e Provenzano era un medico chirurgo: il dottor Michele Navarra.

– Quali sono i pericoli che l’Italia corre se il potere criminale dovesse continuare a rimanere fuori dalla scena, ‘osceno’ insomma?

La lezione della storia ci insegna che in questo paese nessuno – fosse di centro, destra o sinistra – ha mai potuto governare senza venire a patti con questo blocco sociale che è anche il principale responsabile del sottosviluppo del Mezzogiorno, della privazione sistematica della risorse. Situazione che oggi è più grave: a causa di fattori macrosistemici come l’avanzare del federalismo fiscale, il tetto massimo stabilito alla spesa pubblica dopo il trattato di Maastricht e altri fattori di crisi economica, il Sud precipita sempre di più in una situazione di degrado economico, la forbice del differenziale tra Nord e Sud aumenta, una parte del Nord tende a staccarsi per seguire la locomotiva del Nord Europa e abbandonare il Sud al suo destino. Questo Sud privato di risorse avrà il problema di garantire a milioni di persone di mettere insieme il pranzo e la cena. In assenza di spesa pubblica il pericolo è che per evitare che il sud diventi una polveriera sociale ci si affida all’economia alternativa del crimine, cioè che il Sud diventi un’enorme zona di no-tax, una sorta di Singapore del Mediterraneo, dove l’economia si genererà grazie al porto franco, all’afflusso di capitali sporchi, alle case da gioco alla benzina defiscalizzata e quant’altro.

– Eppure quel blocco sociale sembra ancora molto forte…

Noi continuiamo ad avere un Parlamento, consigli regionali, governi, e organi rappresentativi affollati di persone che sono state condannate per mafia, e che restano ciò nonostante restano degli ‘intoccabili’. Continuiamo ad avere quella che poco fa ho chiamato borghesia mafiosa, che è un pezzo importante di classe dirigente, ed è il vero terreno su cui si gioca il futuro della lotta alla mafia. Nel libro leggo il sistema di potere mafioso attraverso la lente dei ‘Promessi sposi’: non ci si può illudere di sconfiggere la mafia arrestando solo i bravi.

– In quali condizioni prospera l'”offerta” sociale mafiosa rispetto a quella legale dello Stato?

Quando le persone non hanno la possibilità di vedere riconosciuti i propri diritti, quando sono costretti a piegarsi per avere un lavoro, per avere un minimo di dignità sociale, quando uno Stato non è in grado di offrire occupazione e pari dignità ai cittadini. È allora che molta gente è spinta a mettersi nelle mani della mafia che quantomeno garantisce una sopravvivenza economica.

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Un libro sull’Italia o parla di mafia o non ha successo https://minimaetmoralia.it/interviste/un-libro-sull%e2%80%99italia-o-parla-di-mafia-o-non-ha-successo/ https://minimaetmoralia.it/interviste/un-libro-sull%e2%80%99italia-o-parla-di-mafia-o-non-ha-successo/#respond Fri, 17 Jun 2011 09:03:15 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=4565 Gay Talese, 79 anni, pioniere del new journalism con Mailer e Capote, è stato ospite qualche settimana fa al Festival di Massenzio e in quella occasione Stefano Ciavatta lo ha intervistato per Linkiesta. Noi vi riproponiamo la sua intervista.

Gay Talese, l’ex fattorino del New York Times figlio di immigrati dalla provincia di Catanzaro, pioniere del new journalism insieme a Norman Mailer, Truman Capote e Tom Wolfe, giornalista per il NYT, Times, New Yorker, Haper’s Magazine, Esquire, sta girando l’Europa per un ciclo di incontri e lezioni.

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Gay Talese, 79 anni, pioniere del new journalism con Mailer e Capote, è stato ospite qualche settimana fa al Festival di Massenzio e in quella occasione Stefano Ciavatta lo ha intervistato per Linkiesta. Noi vi riproponiamo la sua intervista.

Gay Talese, l’ex fattorino del New York Times figlio di immigrati dalla provincia di Catanzaro, pioniere del new journalism insieme a Norman Mailer, Truman Capote e Tom Wolfe, giornalista per il NYT, Times, New Yorker, Haper’s Magazine, Esquire, sta girando l’Europa per un ciclo di incontri e lezioni. Leggerà un pezzo inedito a Massenzio per il Festival delle letterature.

«Al festival – dice – leggerò un testo sulla riluttanza a mettere in piazza la biografia di mio padre. Per ogni americano di origine italiane, io vengo dalla Calabria, la storia a cui apparteniamo è già di per sé una storia di frammentazione. Ho sempre vissuto la condizione di incertezza se essere italiano o americano. Ma c’è di più. I figli di immigrati italiani hanno avuto sempre grandi difficoltà a parlare delle loro origini, eravamo come i musulmani di oggi. All’epoca l’Italia era rappresentata da Mussolini e dalla mafia. Una intera generazione di scrittori è stata silenziata perché per dire tutta la verità rischiavi di mettere in imbarazzo qualcuno».
Intanto Rizzoli ristampa il libro “Onora il padre” (1971), monumentale saga della famiglia Bonanno e del suo boss Joe Bonanno detto Bananas, un reportage sulla mafia italiana in America negli anni 60. E Talese commenta: «Per avere successo commerciale come scrittore devi e sottolineo devi scrivere di mafia, gli unici libri di autori italo-americani che vendono, sempre che ci metti la firma. È accaduto anche al cinema, con attori come De Niro e registi come Scorsese e Coppola. Continua ad accadere con le serie tv dei Soprano e di Jersey Shore. Se non togli glamour agli italiani non puoi piacere e acquistare popolarità. Devi sempre dire che sono mafiosi e criminali».
I suoi 79 anni Gay Talese se li porta benissimo. Cravatta, fazzoletto in tasca e completo. Non a caso di recente a Barcellona, di fronte a una platea di studenti, si è divertito a dare consigli di look: «L’aspetto è importante. Un giornalista è uno straniero che vuole incontrare le persone e imparare cose da loro. Se vi vestite correttamente e con le buone maniere, almeno non vi chiuderanno la porta in faccia. Toglietevi i jeans e bruciateli, essere giornalisti è come se si dovesse mettere su un matrimonio, o andare a un appuntamento con una ragazza che ti piace o un funerale, perché quello che facciamo è una cosa che assomiglia a una cerimonia. Ogni giorno nel giornalismo, è un occasione speciale. Quello che fai è vendere la verità, così ben vestito. Sei vestito per la storia!».

Dopo Sinatra, a cui ha dedicato uno dei suoi reportage più celebri per Esquire, e Joe DiMaggio chi sarebbe oggi l’italo-americano da intervistare?
«Sicuramente Madonna e Lady Gaga, le più importanti cantanti pop. E le intervisterei pure se mi fosse permesso. Comunque Sinatra per me è stato il più grande, nessuno come lui. Secondo me è ancora vivo, nonostante siano già passati molti anni dalla sua morte. Tempo fa ero in un ristorante, stavo aspettando il taxi, ho visto questa cameriera che ballava sul pavimento bagnato mentre la musica del locale trasmetteva un pezzo di Sinatra».

In Italia molti scrittori noir si vedono come i nuovi giornalisti d’inchiesta. Che ne pensa?
«Fiction contro non fiction? Il giornalismo può anche essere creativo senza incorrere in una falsificazione. Quando ero giovane adoravo la narrativa ma non la storia né il giornalismo. Poi però ho cominciato a raccontare storie reali, verificabili anche dal lettore, senza un grammo di bugia. Questa è la sfida della non fiction: avvalersi delle tecniche da romanziere ma continuare a raccontare storie vere».

In una recente intervista ha dichiarato che i giornalisti oggi hanno poco coraggio. Perché?
«Il poco coraggio era riferito ai giornalisti americani. Semmai vi è stato un fallimento del giornalismo americano è stato quello politico, che ruota intorno a Washington, dei giornalisti che scrivono del potere. Per me ha altrettante colpe del governo, e per colpe intendo la scelta del nemico sbagliato dopo l’11/9, l’invasione precedente in Iraq. Nessun politico mediorientale, nessun Gheddafi sarebbe da mettere alla sbarra in realtà, prima dovrebbero prendere quei comodi personaggi che si stanno godendo un posto al sole, come Cheney e Bush. La stampa si è fatta scandire le parole dai tempi del potere. Quella stampa ci ha riempito di balle, mancando di freddezza e cinismo, le vere qualità del giornalismo. Anche la stampa americana ci ha regalato la guerra».

Che ne pensa del fenomeno Gomorra?
«Gomorra non mi sembra un film che rende glamour la mafia. Penso a Pileggi, lo sceneggiatore di Scorsese, Puzo, al sottoscritto, noi abbiamo messo del glam nella mafia, noi abbiamo raccontato il fiume di soldi a Las Vegas, la ricchezza vera. Sia nel libro che nel film tutto questo non appare: in Gomorra le vite sono vuote, hanno soldi che non stringono mai niente. E allora di queste persone pensi: ma chi te lo fa fare? La gente vive in povertà. Anche i killer sono poco cosa. Da noi la mafia è in declino. Ha avuto il momento di massimo fulgore negli 30 col proibizionismo, l’affermazione dei Lucky Luciano, dei Joe Bonanno. Però erano famiglie siciliane per la maggior parte, con dei codici rigidi di disciplina, omertà compresa. I loro nipoti invece non sanno come fare. Quest’anno un membro di un certo calibro dei Bonanno ha testimoniato contro la sua stessa famiglia. Una volta non sarebbe stato possibile. Questo genere di cose sarà la fine della mafia».

Uno dei suoi bestseller è La donna d’altri (1975), inchiesta sulla vita sessuale americana, sul rapporto del sesso con la solitudine e col potere. Che ne pensa del caso Berlusconi e di quello di Strauss-Kahn?
«Penso che Strauss-Kahn oggi ha la sua bella difficoltà a trovare una situazione alberghiera…Ma, come vede, la realtà supera sempre la fantasia dei romanzieri. Certi fatti sembrano irreali, in realtà basta essere dei semplici reporter per raccontare quello a cui uno scrittore non crederebbe».

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Antropologia berlusconiana https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/ https://minimaetmoralia.it/politica/antropologia-berlusconiana/#comments Tue, 08 Mar 2011 08:27:51 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3932 Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo.

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Questa è la trascrizione di un contributo alla tavola rotonda sull’antropologia berlusconiana che si è tenuta lo scorso ottobre al Salone dell’editoria sociale a Roma. Tutti i contributi del dibattito sono stati da poco pubblicati sull’ultimo numero della rivista Lo Straniero.

di Nicola Lagioia

Credo che un’antropologia berlusconiana esista, e tuttavia mi sembra che sia solo l’ennesimo anello di una lunga catena, un episodio (benché importante, il più prossimo a noi) della lunga, sorprendente, spesso inquietante mutazione antropologica di cui il popolo italiano è stato protagonista nell’ultimo secolo e mezzo. Sarebbe consolatorio, oltre che falso, pensare che un meteorite caduto dalle parti di Arcore circa trent’anni fa abbia cambiato tutto, nella storia politica del nostro paese e soprattutto nella testa dei suoi cittadini. Individuare in un’unica persona non l’incarnazione più evidente ma la causa dei nostri mali sarebbe anche un modo per non prendersi il fastidio di mettersi in gioco: se la Storia la fa un uomo e non un popolo, tanto vale restarsene a casa, rinunciare a partecipare o a lottare quando è il caso. Lo insegna molto bene Haneke nel suo film Il nastro bianco: c’è stato un nazismo prima di Hitler, un fascismo prima di Mussolini, un’amoralità diffusa e un’orgogliosa ignoranza dei diritti e dei doveri democratici prima di Berlusconi. Siamo di fronte a un fenomeno squisitamente italiano, non replicabile in modo identico in Francia, Germania, Stati Uniti. In un altro paese Berlusconi sarebbe rimasto un imprenditore molto valido, forse addirittura – in un contesto più consacrato alla libera concorrenza che all’oligarchia paramafiosa – sarebbe stato un grande imprenditore senza grandi crimini alle spalle; e perché no, senza alcuno. C’è da chiedersi cioè – ed è questa una delle domande più inquietanti e scomode da farsi – se in un sistema con barriere all’ingresso di ascendenza medioevale persino per entrare a far parte della corporazione dei bidelli sarebbe possibile assistere all’ascesa di un nuovo (veramente nuovo) magnate dell’economia che non abbia bisogno di ricorrere agli stallieri raccomandati dagli zii di Sicilia. Si commette un grave errore quando si associa Berlusconi a Citizen Kane: Kane non vince le elezioni, e se anche arrivasse a farsi eleggere Presidente dell’Unione, avrebbe comunque il limite aureo dei due mandati a ridimensionarlo per forza di cose.
Lo scarso senso dello Stato che viene catalizzato e alimentato come forse mai prima da un’entità come l’Italia berlusconiana, il familismo amorale, l’amore per il particulare fanno da sempre parte della storia di un Paese che – quintessenza fantasmatica di speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare – esiste da molto prima che ci sia la formazione di uno Stato e continua paradossalmente a esistere idealmente allo stesso modo perfino dopo che uno Stato si è formato. Speranza tradita, occasione persa, sogno da realizzare. Siamo inoltre un Paese in cui l’etica delle intenzioni prevale puntualmente su quella dei risultati, e solo una cattiva coscienza talmente implicita da sfuggire agli orizzonti della consapevolezza rende meno assurda la circostanza che ad avvantaggiarsene sia proprio chi si gloria continuamente di aver conseguito grandi risultati brandendo pugni di mosche; i paladini vale a dire del partito-azienda o del partito-squadra-di calcio, i quali, se si trovassero davvero a essere giudicati in base a certi spietati parametri calcistici o aziendali per i risultati conseguiti in oltre quindici anni di vita politica, si vedrebbero costretti a togliere il disturbo seduta stante.
Fa parte ormai della nostra tradizione anche il fatto di essere un Paese dalla cultura millenaria ma dal continuo ritardo pluridecennale in termini di maturità politica e civile rispetto alle democrazie avanzate, il quale, quando impatta con il nuovo (che ha mirabolanti strumenti per decifrare e pochissimi per gestire in modo sano), si trasforma in uno strano gabinetto del Dr. Caligari, uno sgangherato laboratorio sociopolitico affacciato all’improvviso sul baratro di un futuro che per gli altri è ancora e solo all’orizzonte. L’incontro ritardato con la modernità agli inizi del Novecento, se da una parte ha regalato al mondo delle arti l’avanguardia dall’altra ha fornito a quello politico e sociale il know-how del fascismo. In modo analogo, l’incontro ritardato con la dopomodernità dei mezzi di comunicazione di massa non pedagogici e non ideologici in termini novecenteschi (le tv commerciali) rischia di trasformarci ora nella prima videocrazia compiuta d’Occidente. Aver vissuto per secoli nella ferocia della premodernità e aver sposato il lato più amorale e scatenato della postmodernità senza aver dato modo a una modernità da noi brevissima di maturare le debite difese: è forse questo, uno dei problemi.
È vero infine che le tv commerciali arrivano negli anni Ottanta, ma se dovessi prendere la data cruciale in cui tutto ciò che sembrerebbe incompatibile se non antitetico a un discorso istituzionale scopre a portata di mano l’incredibile vertiginoso sogno di potersi proprio istituzionalizzare, indicherei allora il 1992. Quello è l’anno in cui lo Stato ha davvero vacillato. Lì – tra Tangentopoli e le stragi di mafia – qualcosa è successo, la naturale oscenità del potere non è stata più tale perché ha conquistato per un attimo la scena, è stata visibile: è come se la macchina avesse funzionato per una breve stagione a sipario aperto mostrando a tutti i movimenti delle ruote dentate che però poco o nulla avevano a che fare con il normale funzionamento di uno Stato democratico. Questa sensazione la si è avuta pienamente non dopo la morte di Falcone ma dopo quella di Borsellino, la seconda più della prima perché nel caso di Borsellino si trattava di una morte annunciata quanto può esserlo la fine di una legislatura, e il suo compiersi è stata la più grossa e traumatica certificazione dell’abbraccio tra Stato e Antistato che si potesse offrire. Dall’evitato pericolo di un crollo disastroso, due anni dopo nasce Forza Italia: non è un caso che questo sia avvenuto nel momento di maggiore debolezza istituzionale in cui il nostro Paese ha versato dalla fine della II guerra mondiale. Ancora una volta, il berlusconismo è un evento storico, non la Natività laica che fa comodo a tanti italiani, berlusconiani o antiberlusconiani che siano.

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Pippo Fava https://minimaetmoralia.it/ritratti/pippo-fava/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/pippo-fava/#comments Wed, 19 Jan 2011 09:54:27 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3659 Il 5 gennaio del 1984 Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, fondatore dei Siciliani, veniva ucciso all’uscita del teatro Verga di Catania dove era andato a prendere la nipote.
Nel 2009 la casa editrice Mesogea (Messina) ha ripubblicato uno dei suoi romanzi, La passione di Michele, e volevamo cogliere l’occasione per parlare di un uomo che pagò con la vita la totale assenza di retorica del – e nel – suo lavoro.

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Il 5 gennaio del 1984 Giuseppe Fava, scrittore e giornalista, fondatore dei Siciliani, veniva ucciso all’uscita del teatro Verga di Catania dove era andato a prendere la nipote.
Nel 2009 la casa editrice Mesogea (Messina) ha ripubblicato uno dei suoi romanzi, La passione di Michele, e volevamo cogliere l’occasione per parlare di un uomo che pagò con la vita la totale assenza di retorica del – e nel – suo lavoro. Abbiamo chiesto a Riccardo Orioles, uno dei ragazzi di Fava, giornalista e instancabile aiuto e modello dell’”antimafia sociale”, se volesse scrivere lui qualcosa, qualcosa che ci (mi) evitasse di scadere nel sicilianismo facile e nell’etichetta critica che lo stesso Orioles chiama “civile tensione”.
Ci ha spedito un file che a ben vedere è datato 2004, data di cui però non ci interessa molto perché affronta – in pochissime pagine – un problema che lui non nomina, ma che noi (“fighetti di sinistra”) potremmo chiamare di ufficialità.
I distinguo tra la letteratura ufficiale, apertamente osannata da critici e pubblico (altro inutile distinguo?) e la letteratura minore.
I distinguo tra la Sicilia di chi grida che la mafia non esiste, e delle tante persone di fama ignota che fisicamente aiutarono la redazione dei Siciliani, e aiutano oggi le redazioni (web e non) di giornali come Casablanca, Ucuntu, La Periferica. O piccole reti televisive quali TeleJato. E altri.
Il distinguo manicheo tra il bene e il male, necessario a patto di conservare un’idea complessiva dell’uomo, tenendo bene a mente che “dietro ogni nome c’è un volto, c’è una storia: di passione, di tragedia, di quotidiana miseria, di abitudine. Storie di esseri umani: e non vanno mai derise, mai giudicate. Solo rispettate”.
Il distinguo tra la politica ufficiale, tendenzialmente di sinistra, e quella reale, anch’essa di sinistra; ammesso che per politica si intenda, per dirla con parole di Fava, “criterio morale della vita sociale”, e che per sinistra si intenda “il senso antico del termine, allonsanfan e compagni”, per dirla con le parole di Orioles. Distinguo superfluo, forse, quest’ultimo, quando basterebbe rispondere come nell’ultimo capoverso che più sotto ha scritto Orioles, come ha risposto Giuseppe Fava (1925-1984) a uno della prima generazione dei suoi giovani siciliani.

Giuseppe Fava
di Riccardo Orioles

Cinque gennaio. Perché la Sicilia è “vecchia”? Socialmente, voglio dire. Troppo piccola per autogestirsi, troppo grande per essere mantenuta con la forza, per duemila anni è stata regolarmente “invasa” e altrettanto regolarmente affidata alla classe dirigente di prima: latifondisti romani, feudatari spagnoli, notabili borbonici o “uomini di rispetto”. Cosa Nostra dialogava ufficialmente col governo italiano. Gestissero la Sicilia a modo loro. In cambio, ordine e disciplina e – quando richiesto – appoggio al governo “alto”. Perciò classi dirigenti obsolete (serbate artificialmente al potere) e società duramente divisa in due: viddani e baronia, coppole e cappeddi. Questa Sicilia dura tuttora. E questo marca, fra l’altro, i suoi intellettuali.
In nessun’altra regione si scrive bene come in Sicilia. Tomasi, Bufalino, Verga, Pirandello, Sciascia – la lingua italiana, già elegante di suo, qui tocca i vertici della raffinatezza. E in nessun’altra terra i grandi scrittori, alla fine della loro carriera, ripiegano così fiocamente su se stessi; sovente, con esiti reazionari e di destra. Pirandello s’iscrisse al fascio. Sciascia combattè l’antimafia. Verga elogiò Bava Beccaris. Come mai? È che nessun altro uomo al mondo come il siciliano è costretto a scegliere senza mediazioni. Qui non si può barare. La povertà, la violenza, il mondo ferocemente diviso ti gridano ogni momento “da che parte stai?”. Alla fine devi rispondere, e la risposta ti marchia. Qui, la libertà la ritrovi fra gli scrittori “minori”; messi da parte cioè; quelli che muoiono all’alba, da giacobini impenitenti, su una forca alla Marina; oppure per un colpo di pistola, in una serata qualunque, mentre stai uscendo dal tuo teatro.
Io non sono orgoglioso della nostra bellissima letteratura “ufficiale”: lo sono invece dei nostri cantastorie, dei nostri poeti di strada, dei nostri giornalisti; quelli “minori” e rimossi, anche stavolta. Ne abbiamo perso una decina, uccisi perché scrivevano contro i potenti; questa decina di uomini, coi nostri cento sindacalisti e compagni e giudici assassinati, sono l’anima dura della nostra Isola, ciò che ci fa dire con forza “sono siciliano”.

* * *

Giuseppe Fava, figlio di maestri di scuola, nipote di contadini, giornalista, fondatore dei Siciliani, scrittore, fu uno di costoro. I padroni di Catania lo uccisero il 5 gennaio del 1984, mentre usciva dal teatro in cui, poche settimane prima, aveva rappresentato un durissimo atto d’accusa contro il regime mafioso cittadino. Lo uccisero tranquillamente, sapendo che nessuno avrebbe reagito e che dopo un paio di giorni di chiacchiere tutto sarebbe tornato come prima. Non fu così. Qualcosa si risvegliò nella città, e uscì fuori al sole.
Io sono stato molti anni a Catania, e ho visto molte cose. Ho visto morti ammazzati e giudici venduti. Ho visto giornalisti prostituti, politici miserabili, e quanto più laido e osceno si possa immaginare. Ma se tu mi chiedessi, ora, cos’è Catania, risponderei: ho visto due vecchi contadini, marito e moglie, davanti alla loro casa con la lava dell’Etna a cinquanta metri. Smontavano il cancello, tranquillamente, perché sarebbe servito al momento di ricostruire. Questa era la Catania a cui s’era rivolto Giuseppe Fava. E questa Catania, incolta e qualunquista, facile da imbrogliare, politicamente rozza, aveva tuttavia in sè qualcosa di bello e antico.
Venivo a Catania – per “fare il giornalista” e dunque, a modo mio, per “sistemarmi” – da un decennio di militanza a tempo pieno nel movimento. Un “rivoluzionario professionale”, insomma: corretto, sofisticato e presuntuoso, con tanto di puzza al naso e destinato, probabilmente, a un posto nella sinistra perbene e poi nel regime. Dei giovani di Catania, avevo un’opinione molto precisa: qualunquisti e paesani.
Ma quando il Direttore morì e la Città fu chiamata, come in tempo di Resistenza, a scegliere fra occupanti e patrioti, si vide quanta civiltà e quanto coraggio vi fossero in questi giovani “comuni”. Noialtri redattori – ragazzi spaventati, in realtà, con una bandiera molto più grande di noi – decidemmo, più per affetto che per coscienza, di continuare. E il giorno dopo ci presentammo in redazione, per riaprire la sede. Ma fuori dai Siciliani, timidi ma risoluti, c’era un piccolo capannello di ragazzi. “Chi siete?”. “Siamo la Fgci di Battiati. Siamo qui per distribuire il giornale”. Noi non sapevamo ancora se avremmo avuto il coraggio di farlo, il giornale. Ma loro avevano già quello di distribuirlo.

* * *

Quei tre anni durissimi, l’ottantaquattro, l’ottantacinque e l’ottantasei, furono gli anni dei ragazzi catanesi. Non l’entusiasmo delle manifestazioni (ci furono anche quelle, le più grandi mai viste a Catania) ma l’impegno concreto e operativo, giorno dopo giorno, per – almeno – trentasei mesi. I Siciliani – con scritto sotto: fondatore Giuseppe Fava – e SicilianiGiovani sono stati i miei giornali, e anche qualcosa di più, l’elemento centrale della mia, delle nostre, della nostra vita. E mi è difficile scriverne di più; non ora, non in questo giorno. Dirò soltanto che a Catania, in Sicilia, in Italia, di nuovo come in tempi di garibaldini o di partigiani, cresceva palpitando e lottando qualcosa di veramente nuovo. Non dirò, per non offendere quelli di noi che erano di altre idee (c’era persino un fascista), come mi verrebbe naturale, che stava nascendo una sinistra. O forse sì: ma sinistra nel senso antico del termine, allonsanfan e compagni. Una bella sinistra; la sinistra, quella davvero espressa profondamente dal Paese. “La meglio gioventù” per me fu questa.

* * *

Vent’anni sono una vita; t’insegnano, fra le altre cose, una difensiva autoironia. Così, ora chiudo in fretta. Farò dei nomi – non posso farli tutti: e dunque, questi sono qui solo in rappresentanza di tutti. Il più giovane, e la più anziana; il primo è Fabio D’Urso, “Fabiolino”; e davvero aveva solo tredici anni quando suo padre lo portò, il sette gennaio, alla sede dei Siciliani. Il signor D’Urso era stato, molti anni prima, giovane giornalista con Giuseppe Fava; poi uno era andato avanti, e l’altro aveva scelto un mestiere normale. Ed ora eccolo qui, a presentare suo figlio, che certo si sarebbe fatto onore. La signora Roccuzzo era la madre di uno di noi; si parlava, la mattina presto, di cosa sarebbe potuto succedere ancora. Per suo figlio, la rassicuravo, il pericolo era relativamente minore; l’avremmo sistemato fuori Sicilia al più presto. “Aspetta – disse lei – se c’è da rischiare dovete rischiare tutti insieme, anche lui”.

* * *

Questi erano i Siciliani. Nessuno di loro ha mai avuto il minimo riconoscimento – da partigiani quali erano, da garibaldini – per le cose grandi e eroiche che, ciascuno di loro al suo momento, seppero tirar fuori da sè stessi in quel tempo di guerra. C’è la signora, amica del Direttore, che due giorni dopo la sua morte si presenta ai Siciliani e abbandona la carriera universitaria per venire ad amministrare il giornale – lo fece per dieci anni di seguito, perdendovi ogni avere ma garantendone finchè possibile l’uscita. C’è il compagno che per quattro anni fornì notizie dall’interno del nemico, rischiando a ogni momento non la morte, ma una morte con torture. Ci sono i liceali dello Spedalieri, uno ora organizza scuole internet in Italia e un’altra è volontaria a Città del Messico. C’è il vecchio giudice, il prete, l’ingegnere – il nostro Cln, i capi del movimento civile. Ci sono quei ragazzini che alla manifestazione antimafia portarono i loro coetanei tossici, convinti uno per uno nelle piazzette della droga; a un tratto, in mezzo agli slogan contro Santapaola e i Cavalieri, uno di loro impallidisce per una crisi e fa per cadere: ed ecco tutti gli altri ragazzi, quelli che in un’altra società sarebbero stati i “normali”, far capannello attorno a lui, aiutandolo e nascondendolo e continuando a sfilare. C’erano loro, e altri esseri umani attorno a loro, e altri ancora più in là, a Catania, a Palermo, in Sicilia, e poi – man mano che quella pianta germogliò, con altri nomi – a Roma, a Milano, a Napoli, dappertutto.
C’ero anch’io, e credo che a quest’ora sappiate che il mio tratto peggiore è la superbia. Eppure, pensando a quello, che fu il tempo più nobile della mia vita, non ne provo affatto. “Uno dei Siciliani”. Un compagno. Che cosa si potrebbe essere di più? Davvero vale la pena, di fronte a cose come queste, di perder tempo a mettere puntini sulle i? No. Noi siamo quelli di Giuseppe Fava. Ognuno può dirlo, e ognuno ne risponde – a se stesso – a modo suo. Il resto, non ha importanza.
Non ha importanza nemmeno, dopo vent’anni di bavaglio “nemico”, cominciare a sentirsi addosso anche il bavaglio “politicamente corretto”. A Catania, da tre anni in qua, non si fa altro che cercar di dividere il Monumento a Giuseppe Fava (lodevole intellettuale siciliano) dal rozzo giacobinismo dei Siciliani, specie di alcuni. Perciò, fra le altre cose, non ci fanno parlare. Ma che importa? Fra noi e i Cavalieri, abbiamo vinto noi. Loro sono scomparsi, noi siamo ancora qui: poveri, ma ci siamo. Catania irredimibile e rozza? Ma c’è pure una Catania che può vincere, una Catania a maggioranza popolare: noi ci siamo arrivati vicinissimi, abbiamo dimostrato che si può fare. E altri no. Catania del monopolio, Catania in mano a Ciancio? Ma c’è anche una Catania dei liberi giornali: basta avere il coraggio di farli. Noi l’abbiamo avuto, e tuttora ci tentiamo. Altri no.

* * *

“Non si può chiedere a tutti di fare il lupo solitario”, disse una volta Giuseppe Fava, ed è una frase bellissima, romantica e spavalda al tempo stesso. I lupi solitari, tuttavia, hanno un senso solo se da qualche parte c’è un branco. Magari in quel momento distratto, ma però vivo, con le sue storie “ordinarie” di lupi e lupacchiotti, impegnati nella loro quotidiana sopravvivenza materiale e morale. Molto spesso divisi, qualche volta (troppo di rado…) uniti, essi sanno comunque, o quanto meno intuiscono, di essere un branco e non un gregge qualunque; una razza a parte. Questo è tutto ciò che può fare per loro uno come me, ricordargli chi sono e cosa possono fare. Il resto, se lo devono ritrovare e reinventare da sè, se no non funziona. Così è sempre stato nei branchi, da che mondo è mondo.

* * *

Di Giuseppe Fava si parlerà nelle letterature ufficiali – come fu per Stendhal – fra qualche cinquantina di anni. Non è facile, per l’accademia italiana, distinguere fra cocacola e vino: poiché la critica è astemia, e vino se ne passa poco; quando per caso ne trova, giù col “sicilianismo” e con la “civile tensione”, che è un modo per cercare di mettere quella roba aspra e forte in bottiglie di plastica e già conosciute.
Fava e Tomasi di Lampedusa sono comunque i massimi scrittori siciliani, e fra i massimi italiani, del dopoguerra. In più, Fava era uno scrittore amico. Parla dei contadini siciliani (La Violenza), degli operai emigranti (Passione di Michele, il suo capolavoro), della dignità del resistere (La Ragazza di Luglio), dell’atrocità del potere (L’Ultima Violenza). Ne parla popolarmente, in lingua densa e forte, dove la maestria dell’artista ottiene il premio più difficile – la semplicità. I suoi personaggi più sentiti sono donne e questa, in una letteratura misogina come la nostra, è anche una bella cosa.
Di tutte le creature che vivono nei suoi libri, nessuna è monolitica, nessuna priva di sfaccettature umane; il vecchio avvocato mafioso conserva – persino lui – una sua inquietudine, un suo dolore. Eppure Fava non “parla d’altro” mai, non è mai arcadico; tutti i suoi personaggi stanno in una loro precisa metà di mondo, o quella dei potenti o quella degli oppressi. Perché – giornalista, scrittore, fondatore dei Siciliani e quant’altro – egli era prima di tutto un rivoluzionario. Nel senso vero, vissuto, ottocentesco, della parola. Per questo, incontratolo una volta, non lo si abbandona mai più.

* * *

Così è stato per me. Vent’anni. Eppure non pesano affatto, non come nostalgia. Nè si riesce a non sorridere, pensando a una persona viva come lui. È morto semplicemente, facendo quel che doveva, da soldato. Non credo che gli sia stato difficile. È molto più difficile vivere, nel senso pieno e profondo in cui viveva lui. La vita che passa fra le persone care e gli amici, da uno all’altro, da un cerchio all’altro, da una generazione all’altra. La vita che te lo fa riconoscere in persone lontanissime, che non l’hanno mai conosciuto. La vita che si trasforma lentamente in cose umane da fare, in chiari pensieri e affetti, in militanza disciplinata e anarchica non più per un partito o una patria, ma per gli esseri umani in quanto tali. La vita che ti fa sorridere, ripensandolo, quando sei solo. “Ma insomma, si può sapere che cos’è lei, politicamente?” gli chiesi una volta, da quel fighetto “di sinistra” che ero. “Io? Io sono tolstoiano…” sorrise lui, e ci ho messo vent’anni prima di decidere se parlava sul serio o mi pigliava per il culo.

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Morire di stato https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-5/ https://minimaetmoralia.it/societa/morire-di-stato-5/#respond Thu, 29 Apr 2010 07:52:14 +0000 http://minimaetmoralia.minimumfax.com/?p=2325 05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09 di Gianluca Cataldo Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su […]

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05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09
di Gianluca Cataldo

Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica il 12 dicembre 2009

Nell’aula risuonano i tre «no» tondi e secchi di Filippo Graviano. «Conosce Marcello Dell’Utri?», chiede la Corte. «No!», risponde. «Ha mai incontrato Marcello Dell’Utri?». «Assolutamente no!». «Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell’Utri?». «No!». I tre «no» rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che «siamo alle comiche». Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del cavaliere.
Con buone ragioni, se l’affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell’abitudine tutta siciliana all’omissione, all’ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell’Isola. Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di «essersi messo il Paese nelle mani» forte delle promesse di Berlusconi («quello di Canale 5») e di Dell’Utri («il paesano»). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all’inferno il senatore. Quella parola l’ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono.
Ora ci si può sbizzarrire con l’ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.


Sedizione
di Gianluca Cataldo

Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esisterne addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi correte, una sesta. Per entrambe il nostro proposito è di abbatterle. E se questo dovesse portare alla fine dell’evidenza per come la conosciamo il nostro intento è proprio quello di far esplodere consapevolezze espandendo fino al capovolgimento i capisaldi mediatici del nostro mondo così per come crediamo di conoscerlo.
I giornali dissero di noi che siamo stati incoerenti con le nostre spiegazioni. La cosa ci scombussolò alquanto dal momento che le nostre spiegazioni, come piacque di etichettarle a quelli, non erano tali se non da un punto di vista, per così dire, discorsivo. Se a una domanda segue una risposta e una richiesta è soddisfatta da una spiegazione, il normale corso di una domanda surrettizia è un dubbio. Il vostro dubbio. Se noi vi chiedessimo «è vero?» dareste la stessa risposta che dareste a questa domanda? Il risultato cui siamo pervenuti è costringervi alla nostra risposta non curandoci minimamente della vostra convinzione. Noi siamo andati oltre la domanda e anzi ne abbiamo applicato il metodo alla nostra forma di rivoluzione autosufficiente, una ribellione che sembra bastare a se stessa, che soddisfa noi e soltanto noi che siamo scienziati della reality e l’unica cosa che ci preme è di dimostrare la nostra tesi. Abbiamo scatenato una serie di reazioni controllate fin quanto possibile; abbiamo analizzato i dati cercando di arginare al massimo l’impressionante numero di variabili nelle vostre azioni e nell’immedesimazione, a volte esagerata, di attori raccattati nei più ascosi paesi dell’entroterra isolano. Abbiamo scelto una location straniata dal resto dell’evoluzione, e le abbiamo dato delle convinzioni che col tempo si sono stratificate in folklore quindi in storia recente e definitivamente in quotidianità. La meridionale accondiscendenza con la quale siamo stati accolti è storica (ma di una storia più ricca e remota) e caratteristica financo letteraria di nobiltà lascive e povertà fisiologica. Abbiamo proposto un’alternativa alla disoccupazione innescando un’implosione a orologeria di cui le nuove generazioni intuiscono appena la profondità e anzi sembrano non accorgersi della necessità del taglio, dell’inconfutabile occorrenza della ferità. Siamo stati revisionisti per esigenza ed è l’unica cosa di cui ci vergogniamo, abbiamo inventato una parte della storia d’Italia incuranti dell’infezione che avremmo propagato, in parte perché nostra intenzione, in parte, ripetiamo, per necessaria pattuizione. Non avevamo considerato la colpevolezza come motore immobile e l’irrefrenabile bisogno di sentirla parte integrante e causa suprema di giustificazione. La colpevolezza è stato il virus che ha scatenato la pandemia, prima su base locale poi, oltre la critica, a livello nazionale. L’ordine applicato quando abbiamo lasciato correre il nostro esperimento è stato repulsione, folklore, sottovalutazione, comprensione dei meccanismi intrinseci e, soprattutto, delle potenzialità politiche, sfruttamento, abitudine, tentativo di controllo, folklore di copertura, silenzio. I dizionari recano un significato della parola omertà tutto sommato neutro e gli unici tentativi di reazione sono provenuti da fortunate riforme giudiziarie. Non ci dispiace neanche avere, seppur implicitamente, causato la morte di molti uomini. E nessuno li esalti martiri d’Italia, sono morti naturalmente impossibilitati alle manette. Defunti nelle pieghe di un golpe meta-mediatico che non ha portato né porterà ad alcun capovolgimento politico né insurrezione civile che ci schiererebbe, non a torto, dalla parte dei colpevoli (anche se di una colpevolezza diversa da quella particolare declinazione dell’animo che ha permesso tutto questo). Non faremo nomi già noti né parleremo di particolari maggioranze triplicate in seno ai partiti. Non ci avvicineremo neanche lontanamente all’unica loggia che per prima è stata incuriosita e ammaliata dalla nostra creatura. Non parleremo neanche dell’unica forza mitigatrice che avevamo immaginato, dei giornalisti che hanno perso dimestichezza con il gioco di leve e fulcri e si sono visti travolti, a volte lasciandosi travolgere, da un’altra grande perversione italiana fattasi da sola stringendo le molte unte mani della nostra invenzione sociale. Dinanzi all’immensità delle conclusioni lasciamo tutte queste inezie, in parte risapute e inspiegabilmente neutre, in parte misconosciute. Teniamo soltanto a sottolineare che da tempo abbiamo abbandonato la regia di tutto questo causando pentimenti che non credevamo possibili e un parziale smascheramento delle nostre vittime fino alla dimostrazione della nostra tesi.
Il nostro non è un pentimento tardivo ma un vanto che ci sentiamo di fare nel momento di massimo splendore della nostra nuova evidenza, dell’esplosione di ogni verità nel centenario più falso della storia d’Italia. Ha resistito ai sindacati, alle occupazioni, ha dapprima oltrepassato l’oceano e garantito sbarchi e pace, poi è rientrata e ha attraversato lo stretto per tornarci attendendo cemento, è lentamente risalita accattivandosi simpatie via via più incuriosite, ha suscitato moti d’indignazione, esili lenzuola contra roboanti esplosioni, ha garantito voti, più voti di quanto si pensi e più trasversali di quanto si immagini, ha sorvolato sulla capitale insinuandosi lentamente, mutando come i virus più sofisticati e ha fatto tutto sulle sue ossute gambe con la sola supervisione di un gruppo di cineasti disillusi che da due generazioni osservano compiaciuti l’altra faccia d’Italia, quella biblica e vergognosa. È sopravissuta a chi non ne ha capito la grandezza e ha suscitato dubbi sulla sua tenuta ormai salda morendo miseramente nello sfidarla, incastonato nel nome di una via, nell’intitolazione di un centro di informazione di periferia.
Potreste obiettare che non ha la forza per fare tutto ciò di cui diciamo essere responsabile. Ebbene, vi sbagliate: le abbiamo garantito una forza riflessa, la possibilità di essere un nucleo di concetti poco vaghi e di una concretezza di facile attuazione. Abbiamo stritolato l’essenza di corruzione, omicidio, estorsione, ricatto, spremendone le definizioni fino al sufficiente sentimento di paura che retro intende ognuno di questi delitti definiti «odiosi». Paura e potere, laddove il potere si è pietrificato nella capacità di ingenerare altra paura. Ci siamo infatti compiaciuti nel vedere che le direttive unificatrici della nostra creatura sono migrate verso altre professioni, luoghi, proprio per la loro totale applicabilità al sistema Italia, una metastasi che abbiamo usato come frangiflutti di un’Europa che si avvia all’Alto rappresentante previsto dal trattato di Lisbona.
Adesso parlano tutti privi di una guida molto al di sopra dei servizi segreti, capace di manipolare anche le loro arguzie. E abbiamo deciso di parlare anche noi, l’Alta guida che ha esaurito il suo compito nell’ora in cui viene a nascere il Figlio, il volto pulito e riciclato delle più bieche devianze che abbiamo generato. Col suo avvento, durato vent’anni, la nostra dimostrazione giunge alla sua realizzazione. Le ipotesi sono tesi: la nostra creatura, la Mafia, ha sedotto lo Stato dimostrando che la sua forma corrente è marcia e corrotta.
Noi abbiamo vinto, confidiamo ora nella Terza Repubblica nella speranza non sia soltanto un numero ordinale.

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Vent'anni fa https://minimaetmoralia.it/estratti/ventanni-fa/ https://minimaetmoralia.it/estratti/ventanni-fa/#respond Fri, 20 Nov 2009 10:15:33 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1185 Vi proponiamo una selezione di articoli apparsi sulla stampa italiana nei giorni del 1989 immediatamente successivi alla morte di Leonardo Sciascia, il 20 novembre di quell’anno. Una piccola raccolta di parole d’addio di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere questo scrittore dal carattere serioso e insondabile. A vent’anni dalla sua scomparsa, noi di […]

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Vi proponiamo una selezione di articoli apparsi sulla stampa italiana nei giorni del 1989 immediatamente successivi alla morte di Leonardo Sciascia, il 20 novembre di quell’anno. Una piccola raccolta di parole d’addio di coloro che hanno avuto la fortuna di conoscere questo scrittore dal carattere serioso e insondabile. A vent’anni dalla sua scomparsa, noi di minima&moralia volevamo ricordare con voi un protagonista della letteratura italiana, e anche, come ci racconta Alessandro Leogrande nell’articolo che segue, della nostra vita civile.

La morte di Leonardo Sciascia ci coglie del tutto impreparati sia perché vorremmo che le persone a cui siamo affezionati fossero in un certo modo immortali, sia perché la sua letteratura pareva promettere ancora lunghi e nuovi sviluppi, ma pur nella fretta imposta dalla notizia luttuosa vorremmo fare una riflessione su questo scrittore così importante e così singolare.
Quello che vorremmo dire è che in Sciascia erano presenti due tendenze frequenti agli scrittori italiani: l’ispirazione regionale, provinciale e municipale locale legata al luogo d’origine; e la necessità molto sentita di collegare questa ispirazione con la cultura nazionale e, nel caso di Sciascia, anche europea.
Sulla Sicilia e sulla «sicilianità» di Leonardo Sciascia ho scritto più volte. Ma oggi mi limiterò a dire che Sciascia era altrettanto siciliano che Gadda milanese, Bilenchi toscano, Svevo triestino. Quella che chiamo «sicilianità» era la singolare attitudine molto diffusa in Sicilia di fronte a tutto ciò che è inspiegabile, insolubile, incomprensibile e, insomma, in una parola, misterioso. Molte cose per i siciliani sono misteriose; per Sciascia lo erano tutte. Ma, curiosamente, il mistero non appariva a Sciascia nel primo momento del suo rapporto con la realtà. Tutto all’inizio era invece chiaro razionale e sicuro. Poi, però, via via che lo scrittore procedeva nella sua implacabile analisi, il rapporto col reale diventava sempre più oscuro, dubbioso, enigmatico e finalmente, al posto della certezza originaria, subentrava appunto l’oscurità del mistero. A dirlo in breve, Sciascia procedeva con il metodo opposto a quello dei suoi amati illuministi: questi andavano dal mistero alla verità e alla razionalità; Sciascia andava invece dalla verità e dalla razionalità al mistero. Sciascia era dunque un illuminista per così dire paradossale anche se il suo illuminismo consisteva nel bilanciare la «sicilianità» con l’influenza e l’assistenza di scrittori come Voltaire e Manzoni, forse più il secondo che aveva un vivo senso del mistero che il primo. Così quando Sciascia fermava la sua attenzione sulla realtà della Sicilia, si potrebbe dire che all’inizio era un volterriano e un manzoniano per poi diventare alla fine, nella conclusione, nessun altro che se stesso, tutto solo con la sua ambiguità imprevedibile e ir-resistibile.
Si potrebbe vedere in questo capovolgimento del metodo illuminista un segno del pessimismo siciliano, quel pessimismo fatto di strenua volontà di razionalità e chiarificazione, seguito però immancabilmente da una regolare e inevitabile caduta nella confusione e nell’incertezza. Si potrebbe anche dedurne un pirandellismo di Sciascia. Ma noi preferiamo dire che Sciascia era un certo tipo di scrittore di piglio classico, cioè non decadente, né prezioso, né formale, ma, sia pure attraverso una scrittura essenzialmente letteraria, era legato quasi suo malgrado al reale.
(Alberto Moravia – Corriere della Sera, 21 novembre 1989)

Mi sovvengono i silenzi con i quali Leonardo Sciascia strutturava il suo discorrere. Erano meccanismi che gli consentivano di porgere il suo pensiero attraverso l’essenzialità delle frasi costruite con una sapiente capacità di sintesi.
Ma erano quei silenzi, anche un atto di estremo rispetto per l’interlocutore. Li metteva lì per consentirgli di meditare e assimilare quelle sue frasi con coerenza attenta.
Arte del tacere come stimolo, per migliorare quella del meditare del cui uso si aveva grande necessità nel discorrere con Sciascia: la complessità del suo pensiero si manifestava attraverso un’articolazione di significati che andava sempre oltre il semplice senso letterale e immediato.
Non diversamente accade nei suoi scritti, dove la storia – la trama – costituisce la robusta impalcatura che sorregge la fabbrica del pensiero espresso con una secchezza di linguaggio all’interno del quale ogni segno diviene essenziale e inamovibile dalla sua collocazione intensamente soppesata. Leggendo le storie di Leonardo Sciascia si è spinti al ripensamento e quindi in una complessa azione di analisi che dalle parole si estende alla frase allo scopo di trarre dalle specifiche collocazioni simboliche, precise connotazioni concettuali.
Tutto ciò senza mai nulla sottrarre al fascino del racconto che si dipana sempre intrigante anche grazie agli elementi di mistero che sapientemente, e tipicamente, lo ritmano.
Quel mistero che rappresentava, per Sciascia, il momento interpretativo più singolare del mestiere di vivere, riletto attraverso l’uso attento della ragione. Ciò spiega il suo amore per l’illuminismo e per il secolo che lo manifesta. Ma l’intelligenza era sempre siciliana, troppo esperta di vita e di uomini per non rendersi conto delle limitazioni intrinseche allo strumento del ragionamento, e dunque della necessità di inchinarsi al cospetto del mistero che diviene così elemento di naturale completamento delle manchevolezze della ragione.
Ricordo come i suoi silenzi fossero sovente accarezzati dal fumo delle sigarette che con costanza – anch’essa siciliana – consumava metodicamente, con grazia, senza l’atteggiamento ansioso e sgarbato che di solito l’incallito fumatore assume nei confronti del proprio vizio.
Questo suo modo di affrontare con metodica e graziosa costanza i pericoli che il fumo promette testimoniavano il rispetto che egli nutriva istintivamente verso le insidie che necessariamente la vita reca in seno. Ancora un senso di mesto rispetto si avvertiva per il mistero che circonda gli eventi fondamentali che la caratterizzano: la nascita, la morte. In particolare proprio il senso della morte, ineluttabile segno del destino, lo affascinava maggiormente. Realtà inconfutabile a cui abbandonarsi, appunto con grazia, senza intraprendere alcuna illogica, impossibile battaglia. E ciò pare trasparire da quasi tutte le più importanti opere di Leonardo Sciascia.
Mi sovvengono gli incontri, per me infrequenti ma densi di significati e di insegnamenti, quindi caratterizzati da attese lunghe, che finivano per assumere il senso e la funzione del silenzio nel dialogo. Erano momenti di pausa capaci di costruire, proprio nell’ansia e nell’attesa del nuovo incontro, armonie non dissimili da quelle che per esempio Schonberg e il nostro Luigi Nono propongono nelle loro reinterpretazioni della moderna composizione musicale.
Il lento trascorrere dei giorni precedenti l’incontro, finiva con l’imporsi come una spinta alla meditazione sui temi delle precedenti conversazioni, e attraverso essa si ergeva la struttura per le interrogazioni che avrebbero segnato il successivo incontro. Le attese venivano spesso interrotte e punteggiate da telefonate o da lettere anch’esse molto brevi, ed essenziali, perché sempre in Sciascia il rigore logico nell’espressione del proprio pensiero sembrava segnalare e asserire il massimo rispetto per la parola.
Parola capace di assumere, in quanto tale, importanza ancora maggiore del fatto che rappresentava. In questo senso ritengo che Leonardo Sciascia sia stato il migliore interprete dell’affermazione di Joseph Roth, «Le parole sono più potenti delle azioni… quanto sono deboli i fatti. Una parola rimane, un fatto passa! Di un fatto può essere autore anche un cane, ma una parola può essere pronunciata solo da un uomo».

Ricordo di averlo conosciuto in occasione della pubblicazione del mio primo libro, con il quale affrontavo divagazioni di carattere storico. Lesse infatti il manoscritto di Un avventuriero nella Napoli del Settecento che avevo proposto a Elvira Sellerio e mi volle regalare una splendida introduzione che sottolineava gli aspetti casanoviani della vicenda. Così ebbe modo di spiegarmi più da vicino il fascino del Settecento dolcemente abbandonato alle interpretazioni che di esso davano avventurieri grandi o meno grandi, sempre pero’ intellettualmente stimolanti, come Casanova o Ange Goudar.
Mi segnalò , in quella occasione, affinché la meditassi, una fondamentale affermazione di Hermann Hesse tratta da Letture da un minuto: «I libri non esistono per rendere sempre meno autonomo chi non ha carattere, e ancor meno esistono per elargire un raffinato e illusorio surrogato della vita a chi è incapace di vivere. Al contrario i libri hanno valore soltanto se conducono alla vita, se servono e giovano alla vita, ed è sprecata ogni ora di lettura dalla quale non venga al lettore una scintilla di forza, un presagio di nuova giovinezza, un alito di nuova freschezza».
Quest’affermazione – mi diceva – dovrebbe costituire una costante linea di guida per chi affronta il faticoso mestiere dello scrittore.
Il ricordo di allora si rinvigorisce e la tristezza di oggi si stempera nella rilettura delle sue opere. I suoi grandi libri erano sempre di piccolo formato e il fatto enfatizza, attraverso il meccanismo degli opposti, l’importanza dei contenuti così come emerge da un’analisi necessariamente approfondita e mai superficiale che il lettore deve compiere sui singoli argomenti, sulle singole frasi, sulle singole parole.
Così si comprende come ciascuno di questi elementi fosse oggetto di profondi, fecondi ripensamenti. Sono, quelli di Sciascia, testi da scoprire pian piano, perché sanno sollecitare la curiosità culturale che l’intrigo del racconto rende ancor più stimolante.
Lo specifico argomento dei libri, lo stile che li informa, la sintesi del pensiero, le argomentazioni che impetuose dal racconto emergono, sono tutti elementi che armonicamente si fondono in un grande senso di civiltà, quello stesso che Sciascia viveva come fatto saliente ed essenziale della vita. D’altra parte, proprio in quanto cronista attento, era costretto a registrare il quotidiano dissolvimento del comune senso civile, e il suo rammarico si tramutava nell’angoscia che, alle volte, dai suoi scritti emerge come una sentenza.
Allora la necessità di rigenerarsi lo spirito lo spingeva a rincorrere gli accadimenti del passato fuggendo il presente, per tornarci poi immediatamente dopo aver colto dalla storia occasione per restituire all’attualità messaggi di straordinaria civiltà .
Parimenti la cronaca attuale veniva affrontata da Sciascia come oggetto da condurre immediatamente nella dimensione della grande storia, quella su cui rimeditare con occhi capaci di anticipare i tempi, che è la caratteristica dei supremi interpreti dell’evento artistico.
È proprio per questo suo amore per la storia che con Elvira Sellerio inventò la preziosa collana La memoria, che aprirà con un suo libro, Dalle parti degli infedeli.
Fra i fatti del vivere civile lo intrigavano particolarmente i processi e la figura enigmatica del giudice.
Nel suo 1912 + 1 aveva scritto: «Se si togliessero le illazioni dei testi e il sentito dire, i processi che si fanno oggi in Italia crollerebbero come castelli di carta». Lo tormentava il processo, dunque, evento fra i più importanti e, per certi versi, terribili cui l’umanità deve partecipare, sia quando essa si rappresenti attraverso i giudicati sia quando venga a manifestarsi per mezzo dei giudicanti.
L’interesse di Sciascia era sempre legato a un concetto di libertà indispensabile al vivere civile. Ricordo la spiegazione che dette a Giorgio Calcagno sull’interesse che nutriva per il mondo giudiziario: «Guicciardini diceva che se in uno stato tirannico od oligarchico si potesse esser sicuri della giustizia, non ci sarebbe ragione di desiderare molto la libertà; anche se poi aggiunge che l’osservanza delle buone leggi e dei buoni ordini è più sicura nel vivere libero che sotto il potere di uno o di pochi. In Italia, oggi, siamo al paradosso, al non senso, che la libertà non ci fa sicuri della giustizia. Non credo che, in una società civile, ci sia problema più di questo grave e angoscioso».
Fu al tempo stesso straordinario testimone e giudice dei fatti della storia: giudice rigoroso ma implacabile e imparziale, e testimone attento, sempre teso a costruire una spiegazione di civile dignità sugli eventi quotidiani.
Proprio riconsiderando la sua posizione critica nei confronti del giudizio, ma al tempo stesso capace di assumere la responsabilità di giudicare serenamente, mi sono spesso domandato come possa un uomo scegliere di fare il giudice.
Un uomo, voglio dire, con i suoi difetti e le sue limitazioni anche di apprendimento. Come può un uomo compiere quell’atto di grande presunzione che è il giudicare un suo simile. Di questa possibile presunzione l’umanità ha fatto una professione; quindi, la professionalità si sostituisce al giudizio morale. La risposta che Sciascia dava a questo dilemma si basava sulla necessità di condurre una battaglia democratica nei confronti della giustizia umana proprio astenendosi di schierarsi dalla parte di coloro che affermano il nolite iudicare, giudizio che portò di fatto alla crocefissione. Infatti, Leonardo Sciascia si fece sempre propositore di una giustizia da amministrare con grande senso di umiltà e sofferto equilibrio, ma anche con grande responsabilità e fermezza. Sia, qui, sufficiente il suo reiterato, sofferto, ostinato richiamo alla Legge.
I libri che scrisse, resi accattivanti dalle trame spesso poliziesche, si leggono d’un fiato per la loro perfetta orchestrazione e il lettore è trascinato verso le conclusioni quasi senza avere il tempo di respirare. Ma dopo aver chiuso il libro si ha immediatamente la voglia di riprenderlo per avviare quell’opera di rimeditazione e di interpretazione anche semantica che, leggendo Sciascia, viene talora spontanea e impellente. Tutti i suoi libri sono grandi opere letterarie, ma anche testimonianza della sua coscienza di uomo civile espressa sempre senza titubanze, per riproporre comportamenti di profonda saggezza agli uomini di buona volontà.
(..)
Mi fa piacere compiere una trasposizione analogica fra personaggi da me molto amati: mi piace ricordare Leonardo Sciascia come un grande educatore in un secolo, per molti versi, molto poco educato.

(Gianfranco Dioguardi, Il Sole/24 Ore, Domenica 26 novembre 1989)

Leonardo Sciascia era timido, anche con gli amici. Parlava poco, diceva di non essere tagliato per conversare e per la comunicazione in genere: eppure, dopo Moravia e Pasolini e più di Calvino, è stato uno dei nostri scrittori maggiori che più è intervenuto nelle cose italiane.
Ascoltava molto,tra l’attento e l’ironico, attratto in particolare da storie che lo potessero confortare nelle sue disillusioni e nel suo scetticismo, diventato negli anni assoluto e onnicomprensivo. Credo fosse per questa ragione che aveva preso a frequentare personaggi molto lontani da lui, per mentalità, costumi, morale.
Lo ricordo a Roma, in un ristorante, seduto davanti ad un ex giornalista, ex senatore, spesso brillante e divertente. L’ex giornalista raccontava storie di malaffare del sottobosco montecitoriano – ossia la politica italiana, quella vera, non quella del programma del governo – dimostrando una conoscenza precisa e intima, dall’interno. Erano vicende molto bieche e il tono divertito e cinico del narratore le rendeva ancora più deprimenti. Ma Leonardo era completamente affascinato, perché trovava conferma, in queste storie, delle sue teorie più nere sull’Italia. Prima sulla Sicilia, e poi sull’Italia, come si fosse svolta con gli anni una sorta di sicilianizzazione della penisola, che non lasciava scampo.
Sciascia detestava la Sicilia nella stessa misura in cui l’amava, perché non rispondeva al tipo di amore che le avrebbe voluto portare. Come molti siciliani intellettuali, si sentiva sicilianissimo e nello stesso tempo estraneo. Aveva capito che essere un intellettuale significava contare meno di niente e ripeteva spesso la frase di Machiavelli: «Non ci fanno nemmeno rovesciare una pietra». Ha continuato a condurre le sue battaglie e le sue polemiche, ma non aveva più speranze. Nato illuminista, è morto pessimista.
E a chi gli chiedeva ragione di questo suo pessimismo, spiegava che in siciliano la frase «Domani andrò in campagna» si dice «Dumani, vaju in campagna» con il presente indicativo. «E come volete non essere pessimista in un paese in cui il futuro non esiste?».
Ma sul pessimismo di Sciascia bisogna intendersi. Per lui non era un dato naturale siciliano, come i capelli neri o il colorito olivastro, ma un problema storico. O meglio, un modo di essere le cui origini andavano ricercate in una storia di sconfitte: sconfitte della ragione e degli uomini di ragione. Più che di pessimismo, preferiva parlare di scetticismo, che si stendeva sotto la ragione come la rete di sicurezza degli acrobati nei circhi. Non la vedeva come un’accettazione della disfatta, ma come una componente salutare dell’intelligenza, che impediva il fanatismo e l’assunzione di linee e di speranze sbagliate. Tuttavia ho l’impressione che il suo scetticismo fosse andato talmente in là, come è successo con Pirandello, da essere inutilizzabile come rete di sicurezza, o come qualsiasi altra cosa.
Così timido, Sciascia si apriva un poco non in casa sua, a Palermo, ma nello studio di Elvira Sellerio, in via Siracusa. Arrivava quasi ogni giorno, verso le cinque o le sei del pomeriggio, si sedeva su una poltrona liberty, dietro la finestra e accanto alla scrivania, e chiedeva cosa ci fosse di nuovo. Qui si trovava a suo agio, tra le bellissime incisioni appese alle pareti e le bozze dei libri sugli scaffali. I palermitani colti sapevano di questa sua abitudine e a quell’ora comparivano per una ragione o per un’altra. La casa editrice Sellerio è stata per anni uno dei pochissimi luoghi della Sicilia in cui si siano fatte delle conversazioni all’altezza dell’intelligenza dei siciliani.
Sciascia non parlava quasi mai per primo. Erano sempre gli altri ad avviare un argomento, possibilmente polemico, con l’occhio rivolto allo scrittore, per vedere le sue reazioni. Se l’argomento non gli interessava, come accadeva spesso, Sciascia sorrideva amabile, emetteva un «ehee» come un piccolo singhiozzo, inclinando leggermente indietro la testa, e lì chiudeva. Se invece era attratto dal tema, dopo il singhiozzo prendeva a fare qualche commento: poche parole all’inizio, poi delle frasi più lunghe: non un racconto, ma delle chiose , degli appunti come a margine, che solo più tardi capivo quanto fossero acuti, sarcastici e pertinenti. Aveva il gusto della battuta seminascosta da una citazione e non si sbagliava mai.

Sempre in un tono estremamente amabile, gentilissimo, a volte come a scusarsi e interrompendosi per qualche risata tutta interiore.
Aveva il terrore dei seccatori e pregava i suoi amici di non dare mai il suo numero di telefono privato. Ma non si è mai negato a un giornalista, perché gli sembrava poco urbano negarsi a una persona che era arrivata fino a Palermo per vederlo.
Non erano interviste facili, nemmeno con chi conosceva da lungo tempo, come me, e di cui si fidava. Bisognava riscaldarlo parlando del cinema francese degli anni Trenta che conosceva perfettamente, di Brancati o di Savinio, uno scrittore che ha amato moltissimo fin da ragazzo.
Oppure di incisioni, di cui faceva raccolta quando andava a Parigi o che ordinava presso una galleria di Bologna: aveva un occhio finissimo e un grande gusto, da amatore collezionista relativamente povero. Una volta mi disse che la maggior parte dei suoi diritti d’autore se n’erano andati in stampe.
Ci si deve accostare al tema Mafia con una certa accortezza. Molti, soprattutto giornalisti stranieri, scendevano in Sicilia per interrogare Sciascia solo sulla Mafia e questa riduzione dell’isola a un’unica dimensione lo infastidiva enormemente. Ma sapeva che era inevitabile, perché era stato lui, più di ogni altro, a rendere straordinariamente attraenti, con i suoi romanzi, delle vicende di per sé luride.
E come numerosi siciliani aveva un atteggiamento ambiguo, se così si può dire, nei riguardi della Mafia.
Sul piano civile è stato uno dei suoi avversari più acuti e più temibili (proprio perché ne capiva tutte le sottigliezze). Ma sul piano letterario – e forse anche sentimentale – la Mafia gli sembrava un fenomeno straordinario e appassionante. Era attratto dal codice d’onore dei mafiosi, dal modo tragico di vedere l’esistenza, dal rigore e dalla spietatezza dei comportamenti, del rispetto delle norme (che immaginava i mafiosi avessero). Sciascia è stato uno dei primi a capire che la democrazia, invece di ostacolare la Mafia, le stava offrendo il terreno più favorevole, attraverso la ricerca dei voti e le compromissioni elettorali. Però i suoi riferimenti erano quasi esclusivamente rivolti alla vecchia Mafia, molto più pittoresca e che meglio di adattava ad estrapolazioni letterarie. Sulla nuova Mafia, ossia sulla delinquenza comune, che si serviva strumentalmente degli antichi rituali per meglio stringere a sé i picciotti, aveva idee non chiare e legate a un passato che non c’era più.
D’estate lo andavo a trovare, quando potevo, nella sua casa di campagna, fuori Racalmuto, Leonardo sapeva che ero particolarmente goloso dei dolci siciliani e me li faceva trovare chiusi in una scatola di latta, perché non si guastassero. (A Palermo una volta mi portò in una pasticceria dove facevano i cannoli esportazione, glassati all’interno di cioccolata, in modo che la ricotta non inumidisse la cialda, durante il viaggio di ritorno a Roma). Maria, la moglie, preparava una frittata di neonate, gli avanotti, un piatto squisito. Poi, nel salotto arredato con pezzi liberty, che gli aveva suggerito di comprare Enzo Sellerio, Sciascia faceva un breve riassunto del romanzo su cui stava lavorando. Leonardo ha scritto quasi tutti i suoi libri a Racalmuto, d’estate, dopo averne elaborato la trama durante l’inverno, senza prendere un appunto.
Solo dopo che la conversazione era avviata, Sciascia si permetteva qualche commento. Sempre gentilissimo, sempre sorridente, negli ultimi anni ripeteva la stessa domanda: «E Scalfari che dice?». Ma sembrava che non ascoltasse la risposta e che ne intuisse già il contenuto. I rapporti tra i due – da lontano, perché credo che non si vedessero mai – e con la Repubblica in genere erano diventati tesi con l’affare Moro, e pessimi ancora più tardi. Ma non ho mai sentito Leonardo fare un’osservazione che non fosse civile. Diceva solo: «Che peccato, perché lui potrebbe…invece…». Continuandomi a trattare con inalterata cortesia.

(Stefano Malatesta, La Repubblica, 21 novembre 1989)

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