Magic Johnson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/magic-johnson/ un blog di approfondimento culturale Sun, 17 Apr 2016 02:27:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Magic Johnson Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/magic-johnson/ 32 32 Los Angeles, 30 maggio 1991 https://minimaetmoralia.it/estratti/los-angeles-30-maggio-1991/ https://minimaetmoralia.it/estratti/los-angeles-30-maggio-1991/#respond Sun, 17 Apr 2016 07:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30601 Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l'autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro.

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Pubblichiamo il prologo di Ventiquattro secondi (66thand2nd), estratto dal romanzo di Simone Marcuzzi, ringraziando l’autore e la casa editrice.

di Simone Marcuzzi

La seggiola su cui rifiato porta scritto sullo schienale NBA 1991 Playoffs. Con l’asciugamano sulla testa non posso vedere i compagni in campo né quelli che mi stanno accanto. È il mio modo di stare concentrato sulla partita nei momenti decisivi, il solo che ho imparato per escludere l’esplosione di intrattenimento che è un evento sportivo negli Stati Uniti. I time-out commerciali, gli scherzi delle mascotte, i balletti delle cheerleader, l’organo pagano: tutto ciò è NBA quanto e come il basket. Non è né bello né brutto, è come la Lega si è risollevata dalla crisi degli anni ’70 attirando nuovi investimenti e interesse popolare.

In fondo ognuno di noi rimane libero di regolare la manopola e scegliere dove collocarsi nel vasto spazio che va dal puro gioco allo spettacolo puro. Durante i quarantotto minuti effettivi di partita, io sono puro gioco. Forse perché per me non è mai stato un gioco. La pallacanestro è la sola speranza che mi è stata concessa da un corpo che durante la pubertà ha cominciato a crescere a dismisura e solo grazie a una costante sorveglianza dei livelli ormonali si è assestato sui 215 centimetri.

Non è stato facile convincere coach Rick Adelman e i compagni che nascondermi dietro l’asciugamano significa in realtà partecipare, tenere strette le energie buone. Anche giornalisti e tifosi, nei momenti difficili, mi hanno criticato aspramente per il mio apparente distacco. Chi è in panchina deve incitare, sostenere chi soffre sul parquet, saltare in piedi a ogni canestro. È giusto. Ma se il prezzo degli applausi è diluire il flusso nell’abbaglio del palazzo, non me lo posso permettere. La pallacanestro è uno sport di squadra spietatamente individuale, e io devo sempre essere pronto per entrare: giudicatemi per quello che faccio dopo aver sfilato il coprimaglia ed essermi passato i palmi delle mani sulle suole delle scarpe, quando divento l’ala grande dei Portland Trail Blazers, lo spilungone bianco numero 14, il primo italiano ad aver accettato la sfida della NBA.

Dal buio del mio posto so perfettamente cosa sta succedendo in campo. Una partita di basket è un corpo vivo e sinuoso, si può percepire anche senza l’ausilio della vista. Non hai bisogno della luce per riconoscere le forme nude della tua ragazza a letto. Le scarpe cinguettano negli scivolamenti laterali, i playmaker chiamano gli schemi, i difensori avvertono i compagni dei blocchi o invocano il loro aiuto se vengono battuti, la palla tambureggia e fa vibrare il fondo di legno, fende l’aria in volo, poi frusta la retina o viene respinta dal ferro. Il controcanto e il commento spettano ai polmoni del pubblico e ai fischietti degli arbitri. Ogni dettaglio è evidente.

Oltre la cortina del mio asciugamano tutto è giallo. Il cerchio di centrocampo è giallo, le aree dei tre secondi sono gialle, giallo è l’esterno del parquet, principalmente gialle sono anche le divise dei nostri avversari, le loro tute. Il secondo colore è il viola. Dal soffitto pendono le riproduzioni giganti delle casacche con i numeri ritirati dalla franchigia e gli stendardi di World Champion conquistati finora.

Gialle le casacche, gialli gli stendardi. L’unico oggetto che ignora il rigido canone cromatico sono le ginocchiere blu cobalto di Magic Johnson. I Los Angeles Lakers sono una squadra diventata leggenda in corso d’opera. Negli Stati Uniti non c’è bisogno della distanza storica per creare un mito, lo si brevetta nel tempo di un’intervista. Lo Showtime ora è finito, Kareem Abdul-Jabbar e Pat Riley non ci sono più, ma chi è rimasto e chi è arrivato intende alimentare l’aura finché c’è ossigeno.

Le nostre divise sono principalmente nere, con davanti una striscia rossa e bianca, e si intonano malissimo con il giallo dominante del Great Western Forum di Inglewood, Los Angeles, così battezzato perché all’esterno gli altissimi archi bianchi mimano le fattezze del Foro romano. Il Forum, il Fabulous Forum.

È un pomeriggio di fine maggio e ci stiamo giocando in trasferta la finale di Western Conference. I Lakers sono avanti 3-2 e se ci batteranno ancora raggiungeranno la finale assoluta. Se vinceremo noi, andremo a giocarci tutto in Gara 7, a Portland.

La partita è iniziata con una stoppata di Clyde Drexler, il nostro capitano e leader silenzioso, ai danni di Magic. Sembrava il migliore dei presagi, ma una volta spezzato il fiato i Lakers hanno preso il comando delle operazioni e hanno allungato nel punteggio. Ancora adesso, a metà terzo quarto, il nostro distacco oscilla tra i sei e i dieci punti.

Capisco di dover entrare quando la mano di coach Adelman mi preme la nuca verso il basso. Scatto in piedi, getto l’asciugamano e il coprimaglia sulla seggiola, mi passo i palmi delle mani sulle suole delle scarpe. Avvicinandomi al tavolo del cambio cerco Marta e Irene con lo sguardo, nelle prime file degli spalti, mimetizzate tra i tifosi losangelini.

Mia moglie e mia figlia stanno bevendo con la cannuccia un qualche frullato ipercalorico, probabilmente alla fragola, mentre sopra le loro teste vengono esposti cartelli di incoraggiamento che giocano con la sigla NBC, l’emittente che trasmette in diretta la partita. Next Beat Chicago. Now Bring on Chicago. Marta sente il richiamo dei miei occhi e mi guarda a sua volta. Irene succhia imperterrita, forse soffia per fare bolle. Nei momenti importanti ho bisogno di sapere che ci sono.

Poi gli arbitri fischiano un’infrazione in campo, la sirena al tavolo suona e penso soltanto che mancano sedici minuti complessivi, siamo sotto di sei punti e ho già quattro falli. Altri due e sarò fuori dalla partita.

Ritrovo la temperatura giusta quando Divac mi pianta per due azioni consecutive il gomito sullo stomaco e non sento dolore. Se i colpi non fanno più male posso giocare sul serio. Porto il serbo lontano da canestro, lo batto in partenza, mi arresto, finto un tiro, lui decolla in aria, e solo allora mi alzo davvero e appoggio al tabellone da tre metri.

Corro all’indietro allargando le braccia e sprono i miei compagni a mettere tutto ora. Lo dico in italiano: “Difesa cazzo! Difesa cazzo!”. È il mio terzo anno qui, e ormai ci capita con una certa frequenza di usare l’italiano come grido di battaglia. Incollandosi ai pantaloncini di Magic, Clyde Drexler rincara la dose: “Difensi casù! Difensi casù!”.

Il pubblico, per un attimo ammutolito, ritrova voce e respiro. Agito le braccia come un direttore d’orchestra. Ne chiedo ancora, di più: provoco, perché so cosa succederà. La reazione è istantanea. Diciassettemilacinquecento persone si alzano all’unisono per darmi addosso. L’odio sportivo è un odio sincero e potente, senza giustificazioni intellettuali. Viene dal cuore, come l’amore. Nessun tifoso di Los Angeles sa di farmi un piacere. La vita mi ha spesso consigliato di essere spietato per sopravvivere, ma ci riesco davvero solo per autodifesa.

Lo sforzo della squadra produce i suoi effetti. Nel corso dell’ultimo quarto agganciamo definitivamente i Lakers, e il finale di partita diventa un punto a punto di difesa dura e palloni che scottano. Al penultimo possesso i lunghi di Los Angeles pasticciano e non trovano un tiro in tempo utile. Rimessa per noi. Mancano dodici secondi, siamo sotto di un punto e coach Adelman chiama time-out. Raggiungo la panchina, mi piego sulle ginocchia, e ciò che vedo prendere corpo sulla sua lavagnetta è una novità assoluta. Coach Adelman sta disegnando uno schema per me. Vuole che sia io a decidere la partita.

Vedo i baffetti di Clyde fremere. Disapprova la scelta, è lui il leader, vuole quel tiro. Coach Adelman conosce la portata dell’azzardo e perde qualche secondo a spiegare: i Lakers ormai sanno come disinnescare le soluzioni delle nostre guardie, è preferibile il mio piazzato fronte a canestro da quattro metri, il tiro che in allenamento segno anche a occhi chiusi, piuttosto che una conclusione ad alto coefficiente magari con qualche mano fuori posto che gli arbitri si guarderebbero bene dal sanzionare.

È Buck il primo veterano ad avallare la soluzione, mi colpisce con un pugno sul petto. Lo stesso fanno Terry e Jerome. Allora si convince anche Clyde: l’ultimo pugno, il più deciso, è il suo. Avere il consenso di Drexler è una scossa. Siamo una squadra, esiste un bene superiore.

La sirena suona. Usciamo dal time-out con 0.12 da giocare e la certezza che la verità è adesso. Se vinciamo stasera i Lakers non riusciranno ad arginare il nostro entusiasmo e Gara 7 al Coliseum sarà un nostro lungo assolo. Butto un’occhiata veloce a Marta e Irene. Hanno ancora i bicchieroni tra le mani e stavolta mi stanno guardando entrambe. Marta, sono pronto. È una vita che aspetto di giocare questa palla. Irene, tesoro, guarda papà. Mi passo i palmi delle mani sulle suole delle scarpe e corro a prendere posto.

Tutti gli sport sono a loro modo metafore di vita. Il basket ha la sua specificità nello scorrere del tempo. Quando l’arbitro scocca per aria la prima palla a due sai quale sarà la durata della partita. Quarantotto minuti effettivi durano esattamente quarantotto minuti. Così come durante la veglia del 31 dicembre sappiamo quanto è durato l’anno solare appena trascorso: un anno solare.

Però i secondi e gli attimi che compongono una partita o un anno solare sono diversissimi tra loro. Il tempo non scorre lineare, non è un mucchietto di sabbia crescente sotto la fessura della clessidra. Ci sono molti secondi insignificanti, che ci scivolano tra le dita e dimentichiamo presto. E ci sono attimi dilatati, in cui il senso delle cose si blocca e continua a lavorarci dentro negli anni. Questi dodici secondi, segnalati dal maxischermo cubico pendente dal soffitto del Forum di Inglewood, sono uno di questi istanti di purezza. I quarantasette minuti e quarantotto secondi precedenti sono già scomparsi, così come il resto dei playoff e tutta la regular season.

Il pubblico è in piedi, qualcuno fischia noi, altri ritmano il coro “De-fense, de-fense” ai Lakers. Ci disponiamo nella metà campo avversaria riproducendo la posizione dei numeri sulla lavagnetta di coach Adelman. L’arbitro sulla linea dell’out fischia e consegna la palla a Cliff.

È questo il momento. Il momento esatto a cui ritornerei se avessi la possibilità di invertire la freccia del tempo e di riscrivere una pagina. Qui, al Forum di Los Angeles, il 30 maggio 1991, con la mia possibilità intatta e Marta che stringe i pugni e Irene che fa bolle alla fragola. Perché poi lo sappiamo tutti com’è andata. In finale ci sono andati i Lakers, non i Trail Blazers. Contro Michael Jordan ha giocato Magic Johnson, non Vittoriano Cicuttini. E niente, niente è stato più come prima.

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Essere Michael Jordan https://minimaetmoralia.it/libri/michael-jordan-la-vita-roland-lazenby/ https://minimaetmoralia.it/libri/michael-jordan-la-vita-roland-lazenby/#comments Fri, 07 Aug 2015 05:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28018 Quand'è che saltare diventa volare? Michael Jordan amava che gli ponessero questa domanda. Ha cercato la risposta a lungo, invano, donandoci la grazia e i brividi dell'illusione propria del volo umano. Walter Ioos, fotografo di Sports Illustrated, ha provato a catturare lo spazio di quel secondo in sospeso. A Chicago, durante la gara delle schiacciate dell'All-Star Game 1988, bastò un cenno complice. Ioos era insoddisfatto degli scatti in archivio dall'anno precedente. Lo avvicinò tre ore prima del decollo: «Vorrei conoscere in anticipo la direzione che prenderai». Volle ritrarre il disegno delle contrazioni del suo volto. «Certo, te la indicherà il mio dito indice sul ginocchio. Te ne ricorderai?», gli disse. Poi lo fece spostare leggermente a destra per la condivisione di una fotografia che vantava la pretesa dei segreti.

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«Quando dice che “spiccò” il volo intende dire che scappò, vero? Fuggì?»

«No, intendo dire che volò via. Oh, sono tutte sciocchezze, sa, ma secondo la storia non scappò. Volò via. Solomon sapeva volare. Sa, come un uccello. Un giorno in cui era nei campi prese, corse in cima alla collina, fece un paio di giri su se stesso e si librò nell’aria. Tornò là da dove veniva. Lassù c’è un grande masso con due cocuzzoli che domina la vallata: porta il suo nome».

Canto di Salomone, Toni Morrison

Quand’è che saltare diventa volare? Michael Jordan amava che gli ponessero questa domanda. Ha cercato la risposta a lungo, invano, donandoci la grazia e i brividi dell’illusione propria del volo umano. Walter Ioos, fotografo di Sports Illustrated, ha provato a catturare lo spazio di quel secondo in sospeso. A Chicago, durante la gara delle schiacciate dell’All-Star Game 1988, bastò un cenno complice. Ioos era insoddisfatto degli scatti in archivio dall’anno precedente. Lo avvicinò tre ore prima del decollo: «Vorrei conoscere in anticipo la direzione che prenderai». Volle ritrarre il disegno delle contrazioni del suo volto. «Certo, te la indicherà il mio dito indice sul ginocchio. Te ne ricorderai?», gli disse. Poi lo fece spostare leggermente a destra per la condivisione di una fotografia che vantava la pretesa dei segreti.

Il campo da basket è stato il rifugio della coscienza e dell’orizzonte di senso più alto di Jordan. S’innalzava dalla linea del tiro libero per disegnare con elegante supremazia atletica parabole mai osate. Non è una storia semplice. È una storia imperfetta, dunque viva. È una storia da ultimo tiro, che affonda le radici nell’ultimo decennio dell’Ottocento sulle sponde di un villaggio fluviale. Dalla schiavitù razzista alla costruzione di un impero sportivo, economico, che ha segnato in profondità la cultura popolare americana novecentesca.

Il giornalista e docente universitario Roland Lazenby, che da vent’anni scruta e interroga l’alfabeto del mito, restituisce la giusta misura di un’icona globale con il suggestivo, pregevole studio Michael Jordan, la vita (66thand2nd, 784 pagine, 23 euro, traduzione di Giulio Di Martino). L’autore non ha la presunzione della definitività. Esaudisce l’ambizione propria di una ricerca dettagliata, empatica, che non ha misteri da svelare. Questo libro, fondato su una bibliografia sostanziosa e moltissime interviste, non è un’intervista impossibile. Lazenby apre soprattutto uno squarcio interessante sulla formazione del campione, sull’adolescenza del più forte giocatore di pallacanestro di sempre. Non è la celebrazione di un supereroe.

In North Carolina il bisnonno Dawson sopravvisse alla selezione naturale di un mondo primordiale, in cui il padrone bianco credeva di poter continuare a praticare impunemente la sopraffazione. Le zattere assemblate da Dawson per il commercio del legname erano resistenti quanto il suo corpo e la sua anima. Imparò a leggere e a scrivere nello stanzone della “Scuola comune per gente di colore”, gettando il seme di una famiglia nuova. Michael, il bisnipote, lo ha ricordato spesso con commozione: «Era forte. Sì, lo era. Eccome». La fibra era la stessa. Phil Jackson, mente e guida dei Bulls sei volte campioni Nba, la sapeva lunga. Per Natale era solito regalare ai propri giocatori un libro. Non a caso il primo testo destinato a Jordan è stato Canto di Salomone di Toni Morrison. Milkman, il giovane protagonista, compie un viaggio alla conquista della propria identità, così ricca di spiritualità e sogni, che coincide con l’origine della storia afroamericana. Dalla piantagione lo schiavo Solomon aveva spezzato le catene, spiccando il volo verso la terra madre, l’Africa. Il “mito degli africani volanti”. Michael, a modo suo, ha risalito il corso del fiume. Anch’egli ha invertito la rotta della storia.

“Possano i padri alzarsi in volo. E i figli conoscere il proprio nome”.

Nel 1954 James Raymond Jordan e Deloris Peoples, ancora adolescenti, s’incontrarono a una partita di pallacanestro, dove si accese la scintilla. Cavalcarono l’onda dei movimenti per i diritti civili e il clima di una radicale trasformazione culturale. Il 17 febbraio 1963 Michael nacque, perdendo sangue dal naso, in una famiglia del ceto medio, che aveva già acquisito la solidità economica. Un nucleo, che assecondò l’ascesa del prodigio, per poi essere frantumato da sentimenti feroci, dalle denunce post datate di presunti abusi sessuali perpetrati dal padre sulla sorella Sis, da conflitti sulla gestione del patrimonio. Deloris, protettiva e determinatissima, ha avuto un ruolo strategico decisivo nel percorso del figlio minore. All’età di nove anni Michael, avviato al baseball, promise di rimediare alla sconfitta olimpica, in piena Guerra Fredda, degli Usa contro la Russia a Monaco ’72. Promise di impossessarsi della “zona” dell’ultimo tiro di Sergej Alexandrovic Belov. Due anni dopo James gli comprò la prima palla e allestì un campetto casalingo, teatro di interminabili uno contro uno con il fratello Larry, anch’egli cestista promettente.

Lazenby individua in questa competizione, e nella predilezione del padre per il primogenito, una delle fonti dell’inesauribile competitività e voglia di dominare di Michael. Nel cuore degli anni Settanta il ragazzino odiava i bianchi come sedimento di una rabbia e di un dolore antichi. Uno “sporco negro” di troppo provocò la reazione pagata con l’espulsione da scuola: «Mi consideravo un razzista. Mi volevo ribellare». Curò il rancore con l’amore per il gioco e la consapevolezza del talento. Il perdono è un’energia da coltivare lungo la propria strada, quanto la forza di amare. Love of the game, proprio così, fece chiamare una clausola al primo contratto professionistico. Lui, solo lui, avrebbe potuto rispettare la passione, giocando a pallacanestro ovunque. Al rischio di patire infortuni sarebbe potuto scendere in campo a sua discrezione.

L’attendibile cronista Lacy Banks sottolinea come neanche Muhammad Ali sprigionasse la medesima mostruosa quantità di energia di Jordan. Erano storie distanti con attenzioni diverse alla giustizia sociale e alla politica. Gelò chi gli propose di sostenere la candidatura del democratico afroamericano Harvey Gantt, in corsa per il seggio in Senato quale rappresentante del North Carolina: «Anche i repubblicani comprano scarpe. Non sono un politico». Trasversale in quanto libero dalle implicazioni politiche, interessato agli affari, alla carriera o indifferente alle cause sociali?

Non andò mai allo scontro frontale con le contraddizioni, le ipocrisie della società statunitense. Le fece esplodere nelle esultanze e riverenze di chi, magari il giorno successivo alla partita, riprendeva ad alimentare i propri razzismi quotidiani. Le fece implodere, appropriandosi del business della multinazionale che sull’intuizione del mercante visionario Sonny Vaccaro lo aveva reso un oggetto. Michael Jordan trascese la razza, come nessun altro atleta nero. Post racial per usare il termine del suo manager, deus ex machina, David Falk. L’estetica era rassicurante, il lessico mass-mediale ben educato, tanto da renderlo un’icona della cultura popolare di massa.

Accorgersi e valorizzare il talento è un esercizio necessario, che sfugge ai più. Le qualità, per quanto abbaglianti, spesso sfumano nell’indifferenza della moltitudine. Jordan ha ascoltato la propria fortuna: gli allenatori, o meglio i maestri, e i contesti di squadra che seppero decostruire l’egoismo del più forte, codificare per quanto possibile la sua indecifrabilità. «Il mio talento più grande era di essere pronto a imparare. Anche se pensavo che il coach si sbagliasse, provavo ad ascoltare e imparare».

Nell’autunno 1979 Pop Herring prese carta e penna per il suo liceale. Una lettera, un gesto inusuale, per attirare l’interesse di University of North Carolina su un ragazzo, che non aveva indossato ufficialmente la canotta della Laney High School, ma del quale aveva intuito l’attitudine. L’adolescente sognava Magic Johnson, mentre nella selezione della prima squadra venne tenuto fuori dai centimetri di Leroy Smith. Allora la disciplina ruotava intorno ai centri di gravità. Herring lo portava all’alba in palestra, prima della scuola. Spese il proprio impegno per la formazione di quella guardia dall’atletismo straripante, versatile, elegante, tremendamente efficace per gli equilibri difensivi. Lì scelse il numero 23, ma soprattutto apprese la matematica dei grandi incontri.

Herring creò le condizioni affinché Jordan partecipasse all’elitario camp estivo Five Star, una vetrina dove implementare la propria reputazione. Pensavano fosse acerbo, che sarebbe rimasto in panchina: «Saltava sopra alla gente e aveva quel tocco. Emergeva la sua natura competitiva», ricorda lo scout d’eccezione Tom Konchalski. Lì Michael capì che tutto era possibile.

Mike Krzyzewski intendeva inserirlo a qualsiasi costo nel suo mirabile progetto a Duke. Tuttavia il destino era North Carolina, che con l’assistente Bill Guthridge si era messa da tempo sulle sue tracce. Trovò una squadra pronta per vincere e un allenatore che non aveva vinto mai. «Se Michael non fosse stato allievo di Dean Smith non sarebbe diventato così bravo nel gioco di squadra», ricorda Tex Winter. C’era un sistema, un’alchimia, dove il talento si traduceva nella pietra angolare dell’altruismo. Mai più di ventiquattro tiri a serata nei tre anni a NC.

Jordan si adattò alla radicalità di Smith, consolidando il proprio bagaglio di fondamentali. Guadagnò lo spazio senza particolari timidezze. «Buttala dentro Michael!», mormorò alla matricola. Correva l’anno 1982 e Smith comprese che quella era la volta buona. Stavolta l’ultima curva non l’avrebbe tradito. Al Louisiana Superdome North Carolina e Georgetown diedero spettacolo. Si assegnava qualcosa di più del titolo Ncaa. Venne scritto l’incipit della rivoluzione. All’epilogo mancavano una manciata di secondi. Michael andò su con la lingua fuori, morbido il rilascio della palla e il fruscio della retina per la vittoria. Non aveva capito quell’ultimo schema, ma tant’è: «Era già tutto deciso. Dal momento in cui ho segnato quel tiro, qualsiasi altra cosa mi è piovuta tra le mani. Se quel tiro non fosse entrato, non credo che sarei arrivato dove mi trovo oggi».

Gli allenatori, i rispettivi assistenti, seppero trovare le parole, i gesti che valgono la fiducia nel compagno, perché la vittoria è anche una questione di solidarietà. «Michael, chi è libero?» Il serafico Jackson lo ripeté tre volte. Quella volta si era spazientito sul serio. In gara cinque, contro i Lakers di Magic Johnson, la posta in palio era grossa: il primo titolo Nba che aprì il varco all’epopea di Chicago. «Paxson!», rispose dopo un silenzio imbarazzato. «Bene. Allora dagli quella cazzo di palla». Dopo il time out piovvero assist per i cinque canestri decisivi di Paxson. Sette anni di sconfitte ai Bulls avevano composto un mosaico di significati, elaborato un linguaggio comune: «Nella mia vita ho sbagliato più di novemila tiri. Ho perso quasi trecento partite. Ventisei volte i miei compagni mi hanno affidato il tiro decisivo e l’ho sbagliato. Ho fallito molte volte. Ed è per questo che alla fine ho vinto tutto».

I can accept failure, everyone fails at something. But I can’t accept not trying.

In allenamento Jordan giocò buona parte della sua pallacanestro migliore. Dagli esordi all’immortalità sportiva, l’etica del lavoro in palestra è stata la sua arte della gioia e della creatività. Non era facile sostenere il suo grado di perfezione, stare al fianco delle sue urgenze motivazionali, della sua competitività. Non era facile accettare il trattamento riservato alle matricole e ai nuovi arrivati. «Era dura avere a che fare con un ragazzo che non volesse vincere a tutti i costi. Li torturavo per verificare la resistenza. Se si ribellavano, allora potevo fidarmi che ce l’avrebbero fatta in partita». Memorabile la scazzottata, senza evidenze di ragioni, con il malcapitato Steve Kerr, che saldò l’unione dei Bulls e ribadì la leadership per il secondo ciclo di tre titoli consecutivi. Memorabili le guerre psicologiche jacksoniane, la sfida mentale con Mike, quanto le sfide interne con l’alter ego Scottie Pippen, al quale instillò la fame per il successo.

«Il tempo dell’allenamento. Uno spazio per definire quello che eravamo come gruppo e persone. Michael, lontano dalla folla, costretto a rompere il suo guscio più esterno», dice Phil. L’intangibile di questa avventura era materia collettiva, qualcosa che apparteneva solo alla squadra. Già Dean Smith, proibendo a Sports Illustrated di sbattere in copertina una promessa che non aveva ancora disputato un minuto, aveva indicato un sentiero. L’impresa è far sentire tutti fondamentali.

«Ci piacerebbe che Jordan fosse alto 2.13, ma non lo è. Non c’era un centro disponibile. Cosa ci possiamo fare! Jordan non rivoluzionerà questa franchigia, né gli chiedo di farlo. È un ottimo giocatore offensivo, ma non è devastante». Quanto spesso Thorn, allora direttore generale dei Bulls, avrà rimuginato questa improvvida dichiarazione? Il 12 settembre 1984 Jordan, scelta numero 3 al Draft, firmò il contratto più sostanzioso mai offerto a un pari ruolo: sei milioni di dollari per sette anni. Il tempo di scatenare la rivalità con le stelle Nba affermate e incantare su scala mondiale alle Olimpiadi, per poi calarsi in un contesto complesso. Chicago annaspava nei bassifondi, ignorata anche dal palinsesto televisivo. L’agonismo dell’esordiente scosse il gruppo. Era fotogenico, affascinante, magnetico: per il solo debutto aveva creato un’atmosfera tale da far raddoppiare la presenza dei tifosi. Durante una lunga stagione di fede assoluta fece registrare cinquecento sold out consecutivi. Tutti sapevano ancora poco di lui.

Destò la meraviglia dei più forti. Loro, i Celtics, avevano un record casalingo di 50 vittorie e una sconfitta. Lui, Jordan, era reduce da un grave infortunio. Nell’autunno 1985 si era fratturato l’osso navicolare del tarso del piede sinistro. Una laurea e sessantaquattro partite guardate in televisione. Dalle partite segrete, proibite, per provare le sensazioni al rientro anticipato: sette minuti a tempo, non di più. Condusse i Bulls nello sprint playoff. Prima contro ottava, gara due. Due tempi supplementari, una sconfitta (135-131) sulla quale edificare i trionfi a venire. Ne segnò 63: record di tutti i tempi in una partita dei playoff nella Nba. Con Larry Bird e i Celtics sembrava avere un conto in sospeso, roba di uno sgarbo in un’amichevole di preparazione all’Olimpiade. «Quello era Dio travestito da Michael Jordan. (…) Pagheranno solo per vedere lui. Io gli metto una mano sul braccio, faccio fallo e lui segna lo stesso. Il tutto mentre era in aria», la benedizione di Bird.

The Legend, quando era un giocatore di Indiana State, apparve sulla copertina di SI con un paio di Nike in bella evidenza. E Vaccaro comprese che la semina di denari stava trasformandosi in raccolto. Lazenby dedica correttamente molte pagine a questo personaggio, fra i fautori della commercializzazione dello sport contemporaneo. La Nike, che aveva un fatturato da 25 milioni di dollari, gli affidò un budget da investire sul basket giovanile. Lui reclutava allenatori di spicco come testimonial, che consigliavano ai propri atleti le calzature della creatura di Philip Knight.

Vaccaro s’infatuò del carisma di Jordan, ideale per il marketing. Convinse la Nike ad agganciare il proprio sviluppo all’esistenza di quell’astro nascente. Un azzardo, investire tutte le proprie risorse su un ventunenne afroamericano, lungi dall’essere iconizzato: due milioni e mezzo di dollari per cinque anni, più il 25% su ogni scarpa venduta. Il factotum Falk il nome della linea l’aveva in tasca: Air Jordan. Deloris negoziò la vita che Michael avrebbe vissuto. Nel 1985 la Nike affermò sul mercato il primo modello di Air Jordan, rossonere, eludendo le regole Nba che prescrivevano il colore bianco. In un triennio quelle scarpette produssero ricavi del valore di 150 milioni di dollari.

Alla progressiva, martellante, presenza sotto i riflettori si accompagnò l’alienazione di una quotidianità apparentemente dorata, da rubare nelle stanze d’albergo, e l’invidia dei veterani messi sempre più nell’ombra. Le multinazionali si accapigliavano per il suo volto. La stessa Nike, che con la sua immagine espanse spaventosamente la propria influenza, era intimorita dal potere assunto da quell’ascesa così rapida e inarrestabile. Il campione diviene di per se stesso un marchio. Nessun atleta era stato mai commercializzato in quella maniera. Il 40% del merchandising ufficiale della Nba era legato ai Bulls. Il suo approdo stravolse il business della Lega: gli incassi annuali schizzarono dai 150 milioni di dollari del 1984 agli oltre 2 miliardi di metà anni Novanta. Paradossalmente il suo contratto sportivo era accessorio, novanta milioni di dollari complessivi: nel 2012 risultò ottantaseiesimo nella classifica dei guadagni di tutti i tempi. L’ultimo ingaggio con i Bulls sfiorò i 33 milioni di dollari. Scavò il solco per i contratti faraonici della nuova generazione. Fu un comparto dell’economia urbana di Chicago: «United Center, the building that MJ built».

L’autore riporta una statistica nota. L’80% dei giocatori ex Nba nell’arco di un decennio dalla conclusione dell’attività agonistica finiscono sul lastrico, dopo aver dilapidato gli ingenti ingaggi. Per l’impero Jordan potremmo adottare l’espressione Too big to fail. Le scommesse milionarie sul golf, il gioco d’azzardo e le carte, il divorzio milionario dall’amata Juanita Vanoy, le inchieste dalle quali venne sfiorato a causa dei debiti da gioco, gli investimenti errati del padre, le notti ai casinò di Atlantic City tra un’impresa sul campo e l’altra, gli spifferi dalla famiglia dei Bulls non hanno compromesso violentemente l’equilibrio tra persona e personaggio. E la ragione di ciò la troviamo nei suoi diciotto mesi senza pallacanestro, all’apice della gloria della prima sequenza di tre titoli vinti dai Bulls (1991-’93). La ritroviamo nell’amore per la radice del gioco.

Il 3 agosto 1993 la polizia collegò il ritrovamento di una macchina abbandonata a quello di un cadavere in avanzato stato di decomposizione in un torrente paludoso in South Carolina. Un proiettile, esploso in pieno petto, uccise James Raymond. Due teenager arrestati, una rapina andata male o chissà cos’altro: «Non mi capacito di chi sparge sale sulle mie ferite aperte, insinuando che i miei errori personali siano in qualche modo connessi alla sua morte». A trentuno anni suonati non c’era alcuna possibilità che potesse rientrare nella lista dei White Sox per la Major League.

Lasciò la pallacanestro per il baseball, per un legame paterno ormai tra terra e cielo. Si espose all’umano rischio del fallimento. Lo girarono ai Birmingham Barons. Ripartire dagli ultimi, da quelli che lottano per il posto dell’anima: «Negli ultimi nove anni ho vissuto con il mondo ai miei piedi. Ora sono solo uno dei tanti giocatori delle leghe minori che prova a entrare in quelle maggiori. Questi giocatori meritano il vostro rispetto autentico. All’inizio il baseball era un’idea di mio padre. “Hai talento”, diceva. Ripensavo a mio padre, a quanto amasse il baseball e a come ne parlassimo sempre. Sapevo che quella cosa lo faceva felice. Anch’io ero felice». L’abnegazione in allenamento fu una riscoperta esemplare, tuttavia la norma del tempo è ineludibile.

I am back.

Avevano ritirato la canotta 23. Era pronta una statua bronzea, The Spirit, antistante all’arena United Center. Il 10 marzo 1995, alla notizia dell’addio al diamante, il valore azionario delle aziende di cui era testimonial s’impennò di due miliardi di dollari. «Nel giro di pochi giorni era in divisa ad allenarsi con l’energia sufficiente a deviare una tempesta». Al Berto Center aveva già riabbracciato i Bulls. Dove ci eravamo lasciati? 

Più veloce di lui solo Wilt Chamberlain, che ventimila punti li aveva segnati in 499 partite. L’otto gennaio 1993 Jordan, al settimo anno di fila miglior realizzatore Nba, ne aveva disputate 620. In quegli anni, oltre a pregare, l’unica strategia adottabile dagli avversari per limitarlo consisteva nel costringerlo a giocare da solo. Oppure per dirla con il bostoniano Jerry Sichting avrebbero dovuto arruolare Clint Eastwood. Qualcuno aveva paventato già il paragone con Pete “Pistol” Maravich, che a dispetto di un talento immenso un titolo non lo vinse mai.

La differenza la possiamo comprendere in due partite indimenticabili sopracitate. In quella dei 63 punti contro i Celtics i canestri sono essenzialmente il prodotto di tanti palleggi, di uno contro uno e uno contro cinque pazzeschi, irripetibili. Una furia che ha il sapore della solitudine. Nella seconda, gara 5 della finale 1991, ammiriamo l’armonia di una difesa che toglie il fiato e anima un attacco collettivo, vincente, perché la palla circola in modo rapido. Il tiratore ha sempre lo spazio utile con un’alta possibilità di realizzazione, proporzionale alla qualità della costruzione. Una pallacanestro efficace e spettacolare. Il saggio Tex Winter, dopo l’ennesimo record (23 punti consecutivi contro Atlanta) consegnato agli albi, glielo disse con incisiva franchezza: «There’s no I in team». «Sì, ma nella vittoria l’Io c’è. Ho vinto». MJ prendeva un terzo dei tiri complessivi Bulls. Nei primi tre anni il bilancio ai playoff recitava nove sconfitte, una vittoria. 

Jordan, amarezza su amarezza, levigò gli scogli di regni progressivamente al tramonto: i Celtics di Bird, i Lakers di Johnson affetto dall’Hiv, i Pistons di Thomas e Dumars. Gliel’aveva giurata all’istrionico Isiah Thomas, a quel basket ruvido. La difesa dettò il tempo all’attacco con la crescente fiducia corroborata dalla striscia di trenta vittorie casalinghe. E nel 1991 alla terza Finale dell’Eastern Conference ebbero la meglio sui Detroit Pistons con un secco 4-0: «La gente che conosco è felice che tra poco non saranno più loro i campioni in carica. La gente vuole che il loro tipo di basket sparisca. Quando vinceva Boston, lo faceva giocando davvero. Hanno vinto e nessuno può togliergli le vittorie, ma non hanno giocato un basket pulito», aveva preannunciato. 

Uccisero gli dei col pensiero. Nella primavera del 1985 Jerry Reinsdorf, il proprietario dei Bulls, aveva riposizionato sul ponte di comando dirigenziale il plenipotenziario Jerry Krause. Quest’ultimo andò a ripescare Tex Winter, che credeva in un sistema, il Triangolo, di cui era il profeta e al quale aveva dedicato molti anni per il suo sviluppo. In attacco il disegno di un triangolo, formato dai giocatori, creava spaziature e scompaginava le difese, garantendo il bilanciamento difensivo, la copertura a rimbalzo e la pressione alta della squadra. L’80% del tempo l’attaccante giocava senza la palla in mano.

Negli anni a venire, con Jackson determinato a giocare con un attacco in cui la palla e gli uomini si muovessero continuamente, Winter assunse un potere rilevante in palestra per giungere alla piena applicazione della sua filosofia, che esigeva la lettura del comportamento delle difese, movimenti potenti e rapidi. Il triangolo esigeva che la palla fosse sempre passata all’uomo libero: bucare la difesa tramite i passaggi. Jordan, tra odio e amore, dialogò con quell’idea, quella struttura flessibile, che lo rendeva determinante anche in post medio e basso e stimolava l’interazione con i compagni. Il Triple Post Offense era nato per esaltare e non imbrigliare le qualità individuali in un senso di squadra.

Krause aveva inserito nello staff di allenatori, col mandato di osservatore delle squadre avversarie, anche l’assistente Phil Jackson, figlio di predicatori pentecostali, con un buon curriculum in Cba. Lui si presentò con la barba lunga, in sandali, sfoggiando un cappello di paglia. Figlio della controcultura anni Sessanta ammise di aver consumato droghe, LSD su tutte. Da giocatore ai Knicks, con i quali vinse un titolo, girava in bici e fumava marijuana. 

«È stato quello l’anno in cui abbiamo cominciato a costruire le cose», sintetizzò Krause.

Lazenby tratteggia con cura le figure degli assistenti allenatori, perlopiù disconosciuti alla nostra latitudine. Jordan legò con un altro assistente Johnny Bach, approdato nel 1986 al fianco del giovane ed emotivo capo allenatore Doug Collins. L’appassionavano i suoi racconti sulla Seconda guerra mondiale, ma in realtà amava la sua capacità di ascoltare e motivare. «Attacca il ferro Mike!» In quell’annata lo prese subito alla lettera: ventotto volte a segno con più di 40 punti, sei oltre quota 50. Collins mostrava una certa reticenza verso Winter e il suo Triangolo, lasciato nell’ombra. Il 6 luglio 1989 subì un esonero duro da digerire. Dopo quattordici anni di assenza i Bulls erano tornati in una finale di conference.

Phil Jackson stava pescando in Montana, quando Krause gli comunicò la promozione a primo allenatore. Difesa e Triangolo la ricetta. Già nel 1988 il direttore generale aveva messo la coppia Jackson-Winter alla guida della versione estiva dei Bulls. Tex avrebbe dovuto insegnare gli elementi del suo sistema a Phil. Organizzare la pressione difensiva da esercitare sulla palla, sugli avversari: dal primo ritiro di preparazione Jackson puntò tutto sulla difesa. Il mosaico andava componendosi con la scelta al Draft 1987 di Scottie Pippen: «Anche se il suo corpo ancora non c’era, potevi vedere dei segnali», secondo Michael. Diverrà un fratello minore. Pippen costituiva una coppia micidiale di ali con Horace Grant, mentre in post basso Bill Cartwright valse il sacrificio di Oakley. 

La dinastia di Chicago si resse sulla geometria di tre poteri, che Lazenby descrive magnificamente ed è un trattato di psicologia del lavoro. Krause, Jackson e Jordan tiravano la corda fra contrasti furibondi senza smarrire l’obiettivo comune. L’allenatore, con il suo approccio psicologico allo sport sui generis, non difese la bugia che tutti sono uguali. Pose Jordan al vertice della gerarchia interna, ben definita, e gli impose dei limiti. «Jackson, con i suoi rituali ispirati ai nativi americani, nutriva un grande amore per la propria squadra, senza mai cercare il suo affetto». Suonava il tamburo, per chiamare a raccolta prima della competizione, e proteggeva la squadra dalle potenzialità distruttive della sua stella e della sua esistenza mediatica. Occorreva demolire parte di quel mondo cresciuto intorno al campione e rafforzare l’identità di squadra: «La sua vita lo allontanava dai compagni. C’erano molte cose che potevamo fare per integrare meglio Michael nella squadra».

Gli ultimi cinque minuti del primo trionfo a Los Angeles rappresentano l’istantanea di un’idea che si fa corpo: «Non ho mai perso la speranza», Michael piangeva e abbracciava il padre.

L’anno seguente i Bulls contro la solida Portland di Drexler oltrepassarono il confine che distingue l’episodio dalla serie: «Vincere due campionati di fila è il marchio di una grande squadra». Con il mito dell’infanzia, Johnson, rinnovò l’appuntamento. Storie da Dream Team, anche a Barcellona la partita era interna, affacciati da una camera d’albergo sul mondo. In allenamento con Pippen, Ewing, Malone e Bird dalla sua parte Michael inflisse un’altra rimonta furiosa a Magic. Nella finale per l’oro la Croazia di Petrovic ottenne nella sconfitta lo scarto minore del torneo, meno 32.

Il giocattolo può rompersi? Nella stagione ’92-’93 il percorso è più accidentato, ma in campo gli ostacoli non sono tali dall’impedire la prima tripletta di titoli. La Phoenix di Barkley s’arrese ai 41 punti di media di MJ nelle finali, che infranse il record detenuto da Rick Barry dal lontano 1967.

Del gioco non bisognerebbe approfittarsene, sosteneva Michael. Il sentimento deve essere onesto. Onesta fu la sua scelta di rimettersi in discussione dopo l’evento del 6 ottobre 1993, quando annunciarono al mondo il suo ritiro. La ricerca della felicità per quasi due anni aveva imboccato una strada secondaria. Sulle spalle un numero diverso, il 45 di Larry alla Laney High School. Aleggiava la domanda: è finito il tempo del sovrano assoluto? L’ottima Orlando di Shaquille O’Neal, Grant, Hardaway e Anderson avvalorò la tesi.

L’estate del ’95 a Hollywood fu particolare. C’era un film da girare. Space Jam aggiunse un capitolo inedito al rapporto di massa di Michael con la società americana e la sua dimensione globale. Un incasso da quattrocento milioni di dollari e il campo d’allenamento, lì, nel bel mezzo degli Studios. Con Harper e Pippen gettarono le basi dell’annata perfetta della squadra più forte di tutti i tempi: il giocatore più forte, Pippen miglior giocatore stagionale e il miglior rimbalzista. Sì, nel frattempo aveva firmato Dennis Rodman, un pagliaccio con entusiasmo, muscoli ed energia da vendere. Il preparatore Tim Grover rimodellò il corpo e restituì l’efficienza di un atleta ormai trentatreenne. Il massacrante programma estivo fu protratto per l’anno intero. Michael debuttò con 42 punti e i Bulls inanellarono cinque vittorie consecutive: la migliore partenza nella storia del club. Chiusero con 72 vittorie e dieci sconfitte. La difesa del tostissimo Gary Payton l’unico argine sommerso con la forza del gruppo per il quarto anello.

Al Draft 1996 sbarcò sul pianeta Nba una nuova generazione di talenti straordinari: Allen Iverson, Kobe Bryant e Ray Allen. Be like Mike non lo vendeva solo la Gatorade. Riempiva le cronache, ma l’originale, la vecchia scuola e il cuore dei Bulls avevano appena ricominciato a pulsare in ritmo.

Flu game

Si presentò al campo con la consueta eleganza, ciondolando quasi a favore di telecamera. Sostennero che avesse vissuto una delle sue nottate. La versione ufficiale parlava di un malessere fisico. Non si reggeva in piedi. In quella gara cinque di finale bisognava ridimensionare l’intraprendenza dei Jazz, Stockton to Malone, dopo essere rimasti sugli standard dell’annata precedente con 69 vittorie. Utah scappò sul +16, salvo poi farsi riprendere a ogni strappo dall’influenzato. Spalmato sulla sedia, i time out sono utili a mettere la borsa del ghiaccio sul collo.

Non lo tengono proprio. Viaggio in lunetta; ne realizza uno su due. Il rimbalzo è di squadra a 40” dalla conclusione, 85-85. La circolazione perimetrale della palla è rapida. Michael è in punta, fuori dalla linea da tre punti. Pippen è in post basso, spalle a canestro. Dialogano con due passaggi. Poi lui si alza, 88-85. Dopo l’errore per il pareggio, i Jazz non riescono a bloccare il tempo col fallo sistematico, perché la palla fra i Bulls gira ancora velocissima. Pippen poi lo scorta in panchina. Lo solleva. Due pugni al cielo per Mike. Il sorriso composto e consapevole di Jackson. I Jazz cedono partita e nella successiva il quinto titolo.

«Non sono i giocatori a vincere i campionati, ma le società».

L’equilibrio dei poteri ormai s’era rotto. Jackson aveva eretto un muro tra giocatori e società, il mondo fuori, per tenere in un pugno la situazione. Krause reclamava il primato dirigenziale. Per Michael quella era una squadra senza tempo, che tanto ancora avrebbe potuto dare. Dovevano rinnovare il rapporto con Phil Jackson e adeguare lo stipendio di Pippen. Reinsdorf e Krause sull’altra riva volevano accelerare il ricambio. Mettersi alle spalle l’era Jordan, spietato nell’invettiva contro il suo dirigente, per favorire il rinnovamento. Sarebbe stata l’ultima volta insieme. Steve Kerr, oggi coach, fresco campione in carica con Golden State, rievoca uno di quei momenti destinati a restare nello spazio mistico dello spogliatoio. Alla fine della stagione regolare 1998 Jackson assegnò un compito ai propri giocatori: scrivere qualche riga sulla propria esperienza nella squadra. Michael scrisse una poesia, qualcosa che restasse nel vento. «Tra i tanti momenti potenti che Phil ci ha lasciato in eredità, quello è stato di gran lunga il più forte. Ci aveva fatto comunicare e unito in tanti modi diversi».

The Shot

L’ultimo atto per il sesto titolo ha un prologo, narrato dal protagonista nel discorso di introduzione alla Hall of fame. Nel 1994, a Chicago, non aveva alcuna intenzione di tornare sul parquet. L’ala dei Jazz Bryon Russell lo importunò imprudentemente: «Perché hai lasciato? Sapevi che ti avrei potuto marcare. Posso spegnerti». Nel 1996 quando lo rincontrò, al centro del campo, Michael lo invitò a mantenere il proposito. Correva l’anno 1998, gara 6 a Salt Lake City. Manca un passo solo. Malone in post basso è stretto nel raddoppio dei Bulls, palla recuperata da Jordan. Russell è in ritardo sullo scivolamento difensivo, una frazione che lo sbilancia e l’occasione si vanifica. Michael muove l’attacco a 8.6 secondi dalla fine: partenza in palleggio, passo indietro. Ha creato la solita giusta distanza. Russell è giù per terra, 87-86. Lui è stato elegante, pulito, nell’esecuzione, come la prima volta nel 1982. Con le mani urla che sono sei. Poi cerca Phil per l’abbraccio definitivo. 

Il resto è storia dell’oggi, del tempo da impiegare e delle sue rughe. È il proprietario dei Charlotte Hornets. Ogni occasione appare propizia per annunciare una qualche forma di ritorno sul proscenio, dove ha mimetizzato la gioia e i dolori più intensi. «Potreste alzare lo sguardo e vedermi giocare a cinquanta anni. Non ridete. Dico a voi, non ridete. Mai dire mai. I limiti, come la paura, sono spesso un’illusione». Che cosa pensi di me papà?

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Intervista a Federico Buffa https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-federico-buffa/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-federico-buffa/#comments Thu, 08 May 2014 15:00:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20186 Questa intervista è uscita su IL a febbraio.

Federico Buffa commenta partite di basket americano da quasi vent’anni e insieme al suo socio Flavio Tranquillo ha creato uno dei linguaggi più sperimentali della storia dell’informazione italiana. Trasformando l’American english in italiano corrente, Tranquillo e Buffa hanno insegnato agli appassionati italiani una lingua esoterica e la storia di un continente. Hanno detto “Dodici Rodman ad allacciata di scarpe” al posto di “Dodici rimbalzi a partita”. Per Sky, Buffa da qualche anno si occupa anche di calcio. Parliamo di lingua, mentori, entrature, politica in un bar di Milano, nel tardo pomeriggio.

Come cominciano i tuoi rapporti con l’America?

C'è mio padre che vorrebbe farmi fare un anno negli Stati Uniti al liceo – che all'epoca era una cosa abbastanza traumatica – perché conosce una persona il cui figlio lo fa. Io vado in una sorta di ritiro preliminare sul lago di Como di sabato mattina e vengo tagliato al primo turno: “Inadatto al mondo americano”, al che mi sono abbastanza rassegnato. Mi immaginavo giocatore di calcio della squadra e immaginavo che sarei stato piuttosto forte rispetto ai miei coetanei degli anni '70 americani. Mi avranno ritenuto chiuso e ombroso e quindi inadatto ad andare negli Stati Uniti per un anno. Non mi sono mai perdonato di non esserci andato.

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Questa intervista è uscita su IL a febbraio. (Fonte immagine)

Federico Buffa commenta partite di basket americano da quasi vent’anni e insieme al suo socio Flavio Tranquillo ha creato uno dei linguaggi più sperimentali della storia dell’informazione italiana. Trasformando l’American english in italiano corrente, Tranquillo e Buffa hanno insegnato agli appassionati italiani una lingua esoterica e la storia di un continente. Hanno detto “Dodici Rodman ad allacciata di scarpe” al posto di “Dodici rimbalzi a partita”. Per Sky, Buffa da qualche anno si occupa anche di calcio. Parliamo di lingua, mentori, entrature, politica in un bar di Milano, nel tardo pomeriggio.

Come cominciano i tuoi rapporti con l’America?

C’è mio padre che vorrebbe farmi fare un anno negli Stati Uniti al liceo – che all’epoca era una cosa abbastanza traumatica – perché conosce una persona il cui figlio lo fa. Io vado in una sorta di ritiro preliminare sul lago di Como di sabato mattina e vengo tagliato al primo turno: “Inadatto al mondo americano”, al che mi sono abbastanza rassegnato. Mi immaginavo giocatore di calcio della squadra e immaginavo che sarei stato piuttosto forte rispetto ai miei coetanei degli anni ’70 americani. Mi avranno ritenuto chiuso e ombroso e quindi inadatto ad andare negli Stati Uniti per un anno. Non mi sono mai perdonato di non esserci andato.

Giocavo a pallone e mi proiettavo nell’idea di “cazzo, vado là e faccio la star!” Stava per andarci Chinaglia e credo ci fosse già andato Pelè o Bobby Moore. Io ero quello che oggi sarebbe trequartista, mi piaceva tanto, ero sicuro che da grande avrei fatto quello lì. È la prima volta che lo racconto.

A questo punto mio padre mi imputò: “Ecco, hai visto? Sei il solito, guarda come ti sei comportato!” Ho detto “Vabbè, sono un quindicenne papà, son problemi dei quindicenni”, e lui mi disse “Non mi arrendo”, e per la maturità mi regalò una summer session a UCLA. Sociologia.

La Summer School durava quarantacinque giorni… Ma io sono andato da un professore e gli ho detto “Prof, non mi faccia neanche fare l’esame perché sono stato picchiato dal mio compagno di stanza taiwanese perché avevamo degli orari diversi e lui si incazzava”. Era uno psicopatico. Dopo il viaggio ho capito che quel posto lì sarebbe stato la mia destinazione perenne. Ultimamente mi sono messo a contare e ho superato i cento visti.

Lì a UCLA la prima volta ho visto giocare Chamberlain: il mio imprinting è Chamberlain… Aveva 45 anni ed era retired, ma d’estate vivendo a Bel Air veniva a giocare le partite con gli ex UCLA e quelli che risiedevano in zona, in campi coperti, 5 contro 5… Gli anni dopo sono sempre tornato a UCLA a vedere le partite. Andavo tutti i pomeriggi e il secondo anno c’era Magic Johnson, che era già il padrone… Come farà col Dream Team, fischia lui, ci dà i falli… E ha fischiato: ha deciso che Chamberlain aveva fatto passi… Chamberlain allora disse “no more layups…!” [più o meno, “non ti faccio più avvicinare al canestro”, NdR] Gli ha stoppato ogni tiro da lì in poi. Ma mandandogli la palla a San Diego eh… Aveva quarantacinque anni…

Eh be’, tornato a Milano mi presento da Aldo Giordani a Superbasket. Il suo ufficio era una roba, c’era di tutto e mi domandavo lui come potesse trovare le cose. Consegno il mio pezzo sull’America. Lui: “Mah, do un’occhiata”… Una settimana dopo l’ha pubblicato. Poi da lì in poi lui mi ha detto: “Vabbè ma se tu vai così spesso in America scrivi qualcosa perché mi diverte”, e da lì ho iniziato a collaborare. E diciamo la mia carriera nasce così. Un giorno porto Flavio Tranquillo a conoscerlo…

Flavio l’avevo conosciuto così: mi avvicina a un campetto perché mi aveva sentito alla radio che commentavo l’Olimpia e lui con la tessera d’arbitro poteva venire di fianco a me in tribuna stampa, a tenere i punti… io dico “ma questo è un fenomeno”, lo porto da Giordani e insieme la domenica noi stiamo con lui, perché il Superbasket per noi era praticamente la Stoà, cioè lui arrivava e questo Aristotele di pensieri ci parlava, ci raccontava questi aneddoti che poi tendeva a raccontare continuamente, e noi li sapevamo tutti, ma non importa… A parte il fatto che noi mangiavamo gratis in questo ristorante vicino alla Stazione Centrale, dopo che avevamo chiuso i pezzi, quindi alle 22.30-23, lui prendeva sempre una bottiglia di rosé, un vino che si chiamava Rivera, mangiava sempre i tortellini in brodo e poi… Era Aristotele e la Stoà, soltanto che anziché camminare, che non era peripatetico, era stanziale, sedeva, ma non ci guardava in faccia: lui parlava e noi dovevamo, come con un maestro giapponese, rubare senza che lui potesse ripetere o insegnare, noi rubavamo la parola e la gestualità… Naturalmente, noi sentivamo tutte le sue telecronache, io e Flavio le avremmo potute recitare a memoria…

Come noi le vostre.

Esatto, soltanto che prima di lui non c’era mai stato nessuno, quindi lui è il logos del gioco, nel vero senso della parola. Ancora adesso Flavio usa delle espressioni di Giordani di allora: “Non si può esimere”, “stare in linea di galleggiamento”… “Non può esimersi” arrivò da una partita di Cantù contro Varese… Rusconi allora playmaker di Varese in una partita contro Cantù, Cantù gli diede spazio per tirare raddoppiando continuamente Morse, e su tutti gli scarichi, Rusconi che non tirava quasi mai, aveva 3-4 metri di spazio… “Non può esimersi!” (dal tirare), e quella cosa è talmente restata che ancora adesso “non può esimersi” è Rusconi a Cantù detto da Giordani…

Tutte le espressioni di Giordani, le americanizzazioni di Giordani: “ventello”, “trentello”, “Gara Uno”, fu il primo che tradusse Game One “Gara Uno” e lui italianizzava le parole americane…

Ma ad esempio, “alla giugulare” però è vostro?

Sì, può darsi… no ma comunque lui non aveva mai forme cruente: lui veniva da un giornalismo degli anni ’40/’50 che era più ridondante e mai cruento, mentre noi oggi possiamo parlare una lingua che è più vicina al linguaggio con cui si comunica normalmente, lui non avrebbe mai fatto così… Giordani sapeva la Divina Commedia meglio di Natalino Sapegno, aveva una cultura classica pazzesca, oggi non ci sono più giornalisti così, questa gente degli anni ’50/’60 scrive un italiano che oggi non si legge più e fa solo bene andarli a rileggere, il numero di vocaboli, come sono costruite le frasi, quella è letteratura italiana e lui era un eccellente giornalista che però aveva una modernità spaventosa e continuava a influenzare la sua lingua con la terminologia americana…

Lui traduceva dall’inglese frasi che in italiano non si utilizzano, per esempio “to make waves”, “fare onde” [far casino, far parlare di sé NdR], e noi leggevamo una frase che in italiano non aveva senso, che ne so, per esempio “Bruce Flowers fa onde a Notre Dame” e dicevamo “ma che cazzo è fare onde?” Soltanto poi, apprendendo che in inglese si diceva “to make waves” dicevamo “ah ecco!”… Quindi quella frase che in italiano non aveva senso, lui la introduceva, creando uno slang. Noi abbiamo fatto esattamente la stessa cosa. Non si può spiegare l’influenza di quell’uomo, è enorme.

Quali erano gli insegnamenti fondamentali che lui vi dava?

Lui diceva: “Lo sport è attualità. Se noi usciamo il martedì non parlate della partita: dovete già pensare a quella successiva”, cosa che non riusciva veramente a spiegare ai suoi corrispondenti ma diceva a noi sul posto: “Non scrivete un pezzo sulla partita, perché lo leggeranno martedì o mercoledì, è passato”.

Ritorniamo agli ’70: è vero che tu giocavi nella squadra allenata da Tranquillo o è una leggenda?

Sì, ma dopo, sì… Flavio originariamente è il mio cambio, il playmaker in quella stessa squadra, ma come immagino un Van Gundy della situazione, capisce che è meglio fare l’allenatore e diventa il nostro allenatore.

Poi va pure a fare l’arbitro…

Anche io ho fatto l’arbitro: era obbligatorio all’epoca… Cioè, se tu ti volevi formare nel gioco secondo noi era fondamentale, a parte che si guadagnava qualche centinaio di lire, che potevano sempre far comodo: io mi ricordo tantissime domeniche mattina ad andare ad arbitrare le donne a Vanzago, a Parabiago, alle dieci la partita femminile dove facevano delle robe tragiche, mi presentavo con il mio vestito da arbitro del CSI con le righe verticali arancioni e blu.

L’idea era questa: dovevi formarti e formarsi voleva dire che arbitrare… Flavio questa cultura di gioco spaventosa, l’attenzione e la cultura della regola [imita la voce di Tranquillo, NdR], perché Flavio commenta la partita col regolamento lì…

Adesso con l’iPad non ha più bisogno di averlo perché ci va direttamente, ma fino a qualche anno fa lui metteva giù una serie di libri, che io chiamavo “le tavole della legge”, e sempre il regolamento, perché lui non può accettare l’idea, perché può succedere, perché il regolamento NBA è veramente complesso: che ci sia una situazione controversa, in varie occasioni è capitato, e allora lui prendeva un ideale timeout e diceva “questa qua la riprendo dopo”, mi faceva capire e nella prima pausa andava a vedere. Flavio è capace di parlare e sfogliare senza cambiare il tono della voce, che è una cosa insensata…

Come eravate a vent’anni? Eravate due freak anche a vent’anni?

Be’, c’è una foto che circola su internet… È una foto di noi due che stiamo andando a Grenoble a commentare la finale della Coppa dei Campioni ’82 tra Milano e Cantù per Radio Press Panda. Guarda che rande che eravamo, specialmente il sottoscritto: però in quel momento capisci chi sei, più o meno, e per me era facile perché con lui io potevo parlare, noi abbiamo sempre parlato, come parliamo in telecronaca, non c’era in mente una soluzione di qualità, c’è solamente un tono più sussiegoso che in privato, ma originariamente abbiamo sempre portato come eravamo dentro… Abbiamo usato la terminologia che usava Giordani con noi.

Giordani aveva una radio che era fatta come una lattina di Coca-Cola, perché all’epoca era iniziato tutto il basket minuto per minuto…

Sì, Giordani chiamava Flavio Tranquillo e me “i due fessacchiotti”, anzi neanche “i due”: “due fessacchiotti”. Voleva dirci che ci aveva sentito commentare per la prima volta la partita alla radio, ma non ci avrebbe mai detto “vi ho sentito alla radio” e quindi partiva così, al ristorante: noi siamo seduti lì e lui con i tortellini: “Oggi sentivo alla radio commentare la partita di Milano” (e ovviamente eravamo noi due, no?) “…ma due fessacchiotti… ma neanche male eh… secondo me…” (“dai dicci cosa vuol dire sto secondo me, dai!”) Cioè chiaramente ci voleva dire una roba, ma era così, sentivi il rumore del cucchiaio, la slurpata, eh “due fessacchiotti, ma non male eh? Hanno ritmo, hanno ritmo” (“ma li conoscevi?” “nooo, mai visti, mai sentiti”…) Lui per la prima volta ci dava atto che stavamo facendo qualcosa, quindi per noi tutto nasce da “quei due fessacchiotti”.

Noi crediamo che quel giorno lui ci abbia praticamente autorizzato a cercare di trafugare la lingua che lui parlava, era una lingua che fondeva la pallacanestro americana parlata con la nostra, e lui praticamente disse, o noi pensammo che ci disse: “Dai, forza, vi autorizzo a completare la fusion”. Ovviamente poi si aggiornò, perché lui non ebbe mai il privilegio di poter commentare il basket americano, lì sì che sarebbe stato divertente, Giordani con la sua lingua, col vernacolo di Giordani, parlando d’America…

E infatti Giordani soffrì sempre Dan Peterson da questo punto di vista, perché avrebbe sognato lui di commentare la pallacanestro americana e avrebbe fuso la sua lingua, che aveva creato per il basket, col basket americano…

Allora, qual è la storia delle trasmissioni dell’NBA in Italia? Per collocare te e Flavio Tranquillo. Quando arriva l’NBA in Italia?

Arriva con la prima rete indipendente alla fine degli anni ’70, io mi ricordo che vidi partite dell’NBA prima che arrivasse l’NBA in Italia e quindi io mi permisi di raccontare ai miei compagni di squadra cos’era l’NBA…

L’NBA si leggeva su Giganti del Basket, quindi quando nel mio primo viaggio in America vedo i giocatori a centrocampo, Chamberlain non posso non riconoscerlo, Greenwood e Magic Johnson pure… Ma, per esempio, Freeman Williams chi cazzo è? Non l’ho mai visto in fotografia, me lo faccio spiegare da uno… “Chi è quello là”, “è messicano”, quando Garibaldi toca la trombetta tutti gli italiani si fanno la pugnetta, “sì sì ma dimmi chi è quello là” “Freeman Williams” (ride, ndr)… Fino a Chamberlain i Giganti ci arrivano, dal quarto giocatore in giù no: cioè io tutti i giorni andavo ad aggiornarmi se per caso c’era uno che non c’era il giorno prima…

Allora, quindi l’NBA arriva in Italia nell’79, proprio dopo il tuo viaggio in cui casualmente vedi Wilt…

No, c’è almeno un altro anno, credo che sia l’80 allora, perché io mi ricordo di aver fatto un autunno solo di NBA. Avevo base a Chicago, dove ero ospite del direttore del teatro d’opera di Chicago. L’accordo con mio padre era questo: io torno, più o meno a Natale, da lì in poi faccio solo esami, se il mio rendimento al trenta di giugno è quello che abbiamo concordato, io riparto e torno a Natale dell’anno dopo. Partivo il primo luglio e tornavo a Natale praticamente.

Col Greyhound io andavo in giro per tutti gli Stati Uniti tornando la notte a Chicago… Quindi io mi ricordo perfettamente Gervin a San Antonio all’HemisFair Arena contro Denver, avrà fatto cinquanta punti, non ha fatto due punti uguali… Io così… Quindi tornavo e raccontavo ai miei compagni di squadra cos’erano veramente questi qua…

E com’era girare in Greyhound l’America? (Ma tuo padre che lavoro faceva?)

Sul Greyhound c’era sempre un Silent Bob… (Mio padre faceva lo psicoterapeuta…) Io però poi dovevo performare a scuola eh, all’università… C’erano i militari, c’era questo mondo da Greyhound, la cosa che mi colpiva era vedere luoghi che nella mia memoria… Per esempio, Las Cruses, New Mexico, perché mi colpiva tanto Las Cruses? Perché avevo visto che D’Antoni aveva perso la partita del torneo NCAA contro Southwestern Louisiana a Las Cruses, New Mexico, io sapevo tutte queste città e me le segnavo sull’atlante, poi volevo andare a vedere il luogo esattamente dov’era successo… L’autobus di ferma a Las Cruses alle quattro del mattino e a me sembra che siamo nel deserto, io non me la sento di scendere qua e sono andato alla fermata dopo, perché avevo paura fisicamente a scendere a Las Cruses alle quattro del mattino, ma io volevo andare a vedere dove si era giocata la partita…

L’NBA arriva diciamo nell’80, l’era di Magic e Bird. Chi è il primo a commentare l’NBA? Dan Peterson?

Eh sì, e Peterson racconta delle storie incredibili… L’idea di inserire un concetto sociologico, politico, in una storia di sport, prendendo storie d’America, è Peterson. Peterson racconta delle storie d’America e le mette all’interno delle partite, è la seconda nostra grande iniziazione…

Le storie tu le raccoglievi nei tuoi viaggi.

Tu tieni presente che ci sono anni in cui avrò dormito su quaranta giorni trenta in Greyhound e mi cambiavo con un sistema raffinatissimo, avevo due paia di jeans, uno ogni tanto lo lavavo, e poi magliette… una figata, col sistema che si viaggiava di notte io ogni giorno riuscivo ad andare in un’altra destinazione NBA… Le facevi tutte… San Antonio oggi? Tranquillo, io domani la partita a Denver la vedo, che problema c’è?, viaggio di notte, arrivo magari due ore prima della partita… Il problema era tornare al Greyhound, quasi sempre cercavo di corrompere il mio vicino di posto…

Io ho fatto in tempo a vedere le due annate di Chicago che portano a Jordan. Cinquemila spettatori al Chicago Stadium, io andavo tutte le sere praticamente ed ero insieme al papà di uno di quelli che lavorava ai Bulls, che ormai non chiedevo neanche l’accredito, era una cosa tra amici, c’era Quentin Dailey che faceva casino… perdendo sempre, poi è arrivato Jordan… e lì l’accredito era un po’ più complesso… Però una volta Virginio Bernardi, che adesso è procuratore degli allenatori italiani, all’epoca allenatore; nell’88 andiamo a Chicago perché il suo ex giocatore Mike Brown è un compagno di Jordan, quindi, anziché avere il solito posto scomodo, con Brown ce l’abbiamo a bordo campo… Io vedo il mio primo courtside game nell’NBA con Jordan in campo.

A un certo punto dico a Virginio “Adesso scriviamo: contiamo il numero di volte in cui questo qua gioca sopra il ferro” e alla fine arriviamo tipo a quaranta giocate sopra il ferro consecutive, tu dal campo vedevi che lui giocava sempre sopra il ferro, cioè fa cinquanta salti e ogni azione è sopra il ferro… Vedere il basket NBA a bordo campo per noi era una roba, ancora adesso io sono abbacinato, pensa allora, cioè tu vedevi sto qua che giocava sopra il ferro, anche quando non c’era bisogno giocava sopra…

Quando hai iniziato a fare le telecronache?

La prima telecronaca di NBA? ’97, Lakers – Phoenix la sera prima concerto di Gloria Estefan con Flavio… Io ho fatto il college basket dal ’94 al ’97, con Claudio Arrigoni. Flavio dice tante cose in una telecronaca, cioè, si mescola, lui praticamente ti dice “facciamo della fusion, non farlo come lo fai di là”, cioè coi ruoli divisi.

Quello è il primo anno in cui intuisco che la mia vita è completamente cambiata, perché mi chiama il produttore di Tele+, Michele Boccacci, che fa “Si va all’All Star Game a Cleveland”. “Scusa?!” “E si viaggia in business” “Cioè?!”, quindi per la prima volta negli Stati Uniti per commentare e la partita sarà quella dei 50 più grandi di tutti i tempi, con Karl Malone che chiede a Chamberlain l’autografo…

Peraltro, parlando di Malone, io sono quello che lo segue quando lui viene qua, dopo il primo anno a Utah, contratto di un anno perché non si fidavano di lui, viene qua a giocare per la Desio di Virginio Bernardi e firma un contratto, fatto firmare da me, di tre anni a 350mila dollari all’anno… Perché io lavoravo come avvocato per Warren LeGarie, che ci crea questo contatto, viene in Italia Karl Malone, chiaramente vuole combinare la cosetta con gli Utah Jazz e io…

Cioè ti sei preso una percentuale dei soldi di Karl Malone?

No, perché alla fine ha firmato con Utah, ma aveva la clausola d’uscita, poi a quel punto gli Utah aveva 7 anni di contratto a una cifra leggermente superiore…

Com’è il tuo rapporto con l’NBA? Conosci molta gente nell’ambiente?

Devi pensare che è stato molto utile il rapporto per tanti anni con LeGarie: magari t’avevano già visto, la diffidenza iniziale era vinta… Un episodio: io cerco di convincere i Clippers a prendere Pippen al Portsmouth Invitational… Dico a Andy Rosen, che Warren conosce, “Prendete Pippen, secondo me è fortissimo” e questo qua mi dice “Ma neanche lo abbiamo mai visto”, io lo avevo visto per una coincidenza…

Warren mi presenta a Rosen, perché parlano di clienti che poi Warren ha nell’NBA… “Chi è lui?” “Uno dei miei uomini che lavorano in Italia…” “Ma come mai sei qua?” “Eh mi piace vedere i giocatori e poi quelli che qua andranno discretamente per noi potrebbero essere interessanti”… Ma io sono appassionatissimo di lì e gli dico “Ho visto per coincidenza una cassetta di Pippen semi pirata”, e dico ai Clippers “Guardate questo Pippen secondo me è fortissimo”. Pippen fa un discreto primo giorno al P.I.T. e poi piano piano però viene fuori che farà la scelta di andare con i Bulls…

Ora quando tu vai lì chi conosci?

Ci sono le persone fondamentali nella mia vita NBA che sono: il primo, Scotty Stirling, che all’epoca era l’ex scout dei Sacramento Kings… E i miei secondi genitori americani sono a Berkeley, dall’altra parte della baia di San Francisco, e io passo tanto tempo lì durante gli inverni e mi hanno presentato questo Stirling. Diventiamo amici, tutti e due viviamo in quella zona lì e dobbiamo andare alla partita e lui mi dice “Be’ ma andiamo assieme” e quindi io vado a Sacramento… Faccio avanti e indietro Berkeley-Sacramento con lui almeno venti volte… Guida lui… Due ore ad andare, due ore a tornare… Fai conto che nelle mie telecronache le cose che lui mi ha detto in quelle due ore ce ne saranno cinquecento… L’altro è R.C. Buford. Me lo presenta il compianto ex general manager di Torino e Reggio Calabria, Piero Costa, che è diventato agente, per qualche motivo lo conosce e me lo presenta… È un timido ragazzone del Kansas che poi diventerà il più bravo general manager dell’NBA…

Cioè, il general manager di San Antonio è un tuo mentore?

Sì, lui è l’altro che in questi anni mi ha raccontato più cose… Adesso vado a trovarlo.

E ci hai parlato di Belinelli con lui?

Be’ certo… Mi ha telefonato esattamente il giorno dopo che io ho fatto l’intervista a Belinelli che è andata su Sky… L’avrà vista, qualcuno gliel’avrà tradotta, e lui mi ha detto “parliamone un po’”, e adesso a gennaio lo vado a trovare e faremo la classica giornata dove lui mi racconta della roba incredibile… E poi mi ha fatto vedere l’NBA dall’interno, lui ti mette nel suo ufficio, ti fa vedere le sue cose, l’allenamento…

Quindi tu hai visto nascere da dentro gli Spurs di Duncan e Popovich?

Infatti, al ristorante Mi Tierra, in occasione delle finali del ’99, Flavio e io convinciamo Buford a prendere Ginobili. Tieni presente che Buford poi era un uomo molto intelligente, molto raffinato… allora mi ricordo una volta che mi disse “dai, trovami una bella bottiglia che devo guadagnare punti col mio allenatore”…

Noi abbiamo dei privilegi che non si possono pensare… dovevi pensare che Gara 5, forse la più bella partita di finale che abbia mai visto, Detroit–San Antonio, vinta da San Antonio con il famoso tiro da tre di Horry… Buford viene da noi in albergo e noi andiamo a colazione insieme il giorno della partita e parliamo della partita con lui… Poi dici nella telecronaca Flavio sembra che conosce le cose… ma grazie, le sa! Flavio ha la possibilità di parlare, perché conosce perfettamente D’Antoni e tanta altra gente… Flavio si può permettere di chiamare al telefono un allenatore, un general manager dell’NBA e parlare della partita che sta per commentare…

Parliamo di calcio. A Milan Channel cominci facendo questa cosa che nessuno fa, la “partita tattica”… e lì io finalmente vedo i movimenti del Milan spiegati.

Io cerco di fare questa cosa perché mi piace, venendo dal basket, essendo quindi obbligatoriamente analitico, non sopporto l’idea che nel calcio questa parte sia completamente lasciata per conto suo e quindi provo a fare una cosa rivoluzionaria. A questo punto Bonanni di Sky dice “Facciamo una cosa, io ho questa trasmissione di calcio mercato, vorresti qualche volta fare l’ospite?” Io dico “Ma non so se sono all’altezza”. Lui dice “Ma tu vieni poi ti facciamo prevalentemente domande sul Milan”. Quello che succede è che però dopo quella parte lì lui mi propone un programma la domenica, si chiama Sky in Campo, dove, per la prima volta, uno che non è un ex calciatore, ma è un giornalista, viene messo di fianco ad altri giocatori…

Qual è l’esito di questa esperienza?

No, Sky in Campo fantastica, però bisogna dire che a Sky in Campo ci sono delle persone che io conosco, come Billy Costacurta, il problema qual è? Che quell’estate vengo preso da Federico Ferri, uomo molto in crescita in Sky, e mi mette a commentare stavolta la Coppa America, quindi alle due, tre del mattino e lì, purtroppo, questi qua mi propongono di andare al vertice di Sky cioè Sky Calcio Show, quindi io devo andare alla trasmissione di punta a parlare di calcio, ma non è più il mio calcio, perché non è né il Sud America, né il Milan… io registro una puntata…

Quella trasmissione non è il mio genere e il contesto è molto poco adatto: io non amo il calcio per niente, il gioco da morire ma il modo in cui viene commentato in trasmissione a me non piace. Figurati, dopo che hai a che fare col mondo americano, dover arrivare in quel contesto è impraticabile. Io ho ricevuto una serie di telefonate di politica… Cioè c’è gente che mi ha telefonato dicendo: “Allora ora ti do la mappatura politica di Sky, questo è in quota questo…” Io l’ho interrotto ho detto: “Io voglio parlare dei tiri di LeBron, lei di cos’è che mi vuole parlare esattamente?” E i giorni successivi addirittura un sms anonimo: “calcio = voti, attento a quel che dici”. Eeh?? No no, grazie… io il martedì decido che per me è finita lì, il giovedì vado da Guadagnini, mio direttore dell’epoca, dicendogli “guarda, per me finisce qua”.

È evidente che comunque quella trasmissione lì è la trasmissione di punta di Sky e quindi una delle trasmissioni di punta del calcio italiano e io cosa ci sto a fare su quello sgabello? Io non sono in grado di star seduto lì, la colpa è stata mia che l’ho accettato. Però attenzione non è neanche così facile, nel senso che Sky te lo propone, tu hai il contratto che non c’è… In più l’NBA è in lock-out, cosa faccio, dico no? Io ho detto no per cinque mesi però alla fine sei quasi costretto ad andare, non mi hanno costretto, però devi lavorare, i miei contratti scadono ogni anno il 30 giugno e l’NBA quell’anno non c’è, ho detto sì, ho ammesso l’errore, mi sono comportato male perché me ne sono andato subito, però sinceramente io sarei stato male lì e loro dopo un po’ mi avrebbero detto che non erano contenti perché obiettivamente non è il mio posto.

Io non sopporto il buonismo del calcio, un sacco di cose non si dicono, non si possono dire e allora che cosa stai lì a fare… E se provi a fare qualcosa di diverso è un problema perché stai facendo qualcosa di diverso, quindi non è il mio posto, il mio posto, se c’è nel calcio, è provare a fare il narratore…

Cos’ha di speciale il calcio argentino per te?

Il calcio argentino secondo me è il calcio. Se vai là… non lo so, i sudamericani guardano il calcio in un modo diverso dal resto del mondo, lo raccontano diverso, lo giocano diverso, lo vivono diverso e sono quelli che dicono “Grazie voi ce l’avete portato e adesso, a differenza degli altri, facciamo quello che vogliamo noi, il vostro calcio, bello, ma adesso lo giochiamo come lo vogliamo giocare noi, fermiamo il pallone e la tecnica individuale prevarrà sul vostro calcio”…

Gli inglesi gli insegnano il calcio perché hanno degli interessi commerciali in quella zona del mondo e quindi i dopolavori delle aziende dove loro compravano la carne, diventano le scuole…

Come i club di tennis sul Lago di Como dove andava Gianni Clerici…

Esattamente così, tutte le squadre hanno un nome inglese che qualche volta spagnolizzano con “Nacional”, River Plate Boca Juniors, Newell’s Old Boys, Racing… Però loro ti dicono: “Perfetto ma noi lo facciamo diventare un’altra cosa”, cioè questa idea della palla che deve andare sempre dritta per noi non esiste, noi la palla la fermiamo e inventano un altro calcio basato sull’idea che il pallone si fermi e la tecnica individuale faccia la differenza… Quando l’Uruguay arriva alle Olimpiadi del 1924 in Europa, gli europei non hanno mai visto giocare a calcio così, questi qua scherzano… Hanno tutti nomi spagnoli o italiani e gli europei dicono: “Ma che cosa fanno questi? Non ti hanno fatto vedere la palla”. Vincono le Olimpiadi del ’24, del ’28 e il mondiale del ’30.

Quindi loro riducono il campo in un altro modo rispetto agli inglesi e realmente il calcio sono loro, sono loro che creano il gioco del calcio come lo giochiamo oggi, tra il 1920 e il 1930, quando dominano completamente avendo ribaltato la linea inglese del gioco.

Che era a dieci uomini tutti buttati in avanti.

E la palla lunga: loro la fermano… È una metafora che i nuovi inglesi, gli americani, riprendono inventando uno sport, che in realtà è di origine inglese, basato sulla conquista del campo, che è il football americano… Football, rugby e calcio nascono assieme tutti e tre in Inghilterra. La metafora della conquista del territorio. Sport dove la palla va davanti. Ai sudamericani questo gioco non interessa, perché non c’è abbastanza cura.

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