Mahatma Gandhi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mahatma-gandhi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Feb 2016 09:28:31 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mahatma Gandhi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mahatma-gandhi/ 32 32 Il sentiero della felicità: la vita di Yogananda arriva al cinema https://minimaetmoralia.it/cinema/il-sentiero-della-felicita-la-vita-di-yogananda/ https://minimaetmoralia.it/cinema/il-sentiero-della-felicita-la-vita-di-yogananda/#respond Tue, 16 Feb 2016 09:28:31 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29977 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nel 1920, quando seppe di dovere andare in America a diffondere pratiche e insegnamenti dello yoga, Yogananda non ci voleva andare. Amava l'India, la gente con cui lavorava, l'oriente. Parlò con il suo maestro, capì che se nessuno avesse illuminato l'occidente non ci sarebbe stato più nessun oriente, e partì. Paramahansa Yogananda è lo yogi e guru che negli anni venti ha introdotto in America gran parte degli insegnamenti del kriya yoga (una forma di yoga che insegna l'unione con Dio attraverso la meditazione) fondando a Los Angeles la Self-Realization Fellowship.

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George_Harrison

Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Nel 1920, quando seppe di dovere andare in America a diffondere pratiche e insegnamenti dello yoga, Yogananda non ci voleva andare. Amava l’India, la gente con cui lavorava, l’oriente. Parlò con il suo maestro, capì che se nessuno avesse illuminato l’occidente non ci sarebbe stato più nessun oriente, e partì. Paramahansa Yogananda è lo yogi e guru che negli anni venti ha introdotto in America gran parte degli insegnamenti del kriya yoga (una forma di yoga che insegna l’unione con Dio attraverso la meditazione) fondando a Los Angeles la Self-Realization Fellowship.

Tornato temporaneamente in India negli anni trenta, è stato maestro di meditazione del Mahatma Gandhi. Poi nel 1946 in California ha pubblicato l’illuminante libro Autobiografia di uno Yogi (Astrolabio Ubaldini, pagg. 472, 17 euro) diventato presto un best-seller e il libro di riferimento di tanti, inclusi George Harrison e Steve Jobs.

La vita di Yogananda viene raccontata oggi nel bel film scritto e diretto da Paola Di Florio e Lisa Leeman Il sentiero della felicità – Awake: The Life of Yogananda (dal 16 febbraio nelle sale italiane distribuito da Cineama). Il documentario alterna la storia del guru a immagini di repertorio in grado di restituire atmosfere e scenari in cui sbarcò Yogananda al suo arrivo in America: gli anni sfrenati e irriverenti del charleston e del proibizionismo, la Hollywood degli scandali insabbiati e poi magnificamente rivelati dal regista Kenneth Anger nel suo libro capolavoro Hollywood Babilonia, il Ku Klux Klan contro la black America (Yogananda logicamente si schierò con la seconda, controcorrente per quell’epoca nella sua scelta di trasmettere gli insegnamenti e le pratiche dello yoga agli afroamericani che vivevano lontani dal lusso e dalle scintillanti coste).

A tutti Yogananda spiegò come lo yoga fosse una pratica che usava il corpo ma riguardava soprattutto la mente, come non fosse una questione di credo religioso e che qualunque fosse la divinità in cui credevi ti indicava il cammino per connetterti a lei, come più che alla morte di Dio bisognava pensare a riconcettualizzare il divino.

Ad arricchire il film ci sono poi le interviste, ad allievi, eredi (spirituali), testimoni della grandezza dei suoi insegnamenti. Tra gli ultimi ci sono i citati, oggi scomparsi, Jobs e Harrison. Il primo, Steve Jobs, amava talmente il libro e il suo autore da fare in modo che al proprio funerale (organizzato in vita nei minimi dettagli) ne venissero distribuite ottocento copie tra i partecipanti. Il secondo, George Harrison, che già sapeva bene chi fosse Yogananda ai tempi dei Beatles (è sulla copertina di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club, terza fila in fondo a destra, tra lo scrittore George Herbert Wells e Sigmund Freud), racconta di avere ricevuto l’Autobiografia di uno Yogi da Ravi Shankar quando andò a trovarlo in India.

“Se non l’avessi letto probabilmente non avrei avuto una vita”, dice Harrison intervistato, e più avanti aggiunge come negli anni abbia regalato una copia del libro agli amici in crisi che passavano da lui. Tra gli insegnamenti di Yogananda da mandare a memoria c’è che “ogni uomo sulla terra ha i superpoteri, ma è inutile averceli se non sai come usarli”.

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Il volto dell’India https://minimaetmoralia.it/libri/india-marina-forti/ https://minimaetmoralia.it/libri/india-marina-forti/#respond Tue, 23 Apr 2013 14:57:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14120 Questo pezzo è uscito su Lo straniero di marzo. (Fonte immagine)

C'è cattivo e buon giornalismo, dice il reporter polacco Kapuscinski a Maria Nadotti nella conversazione poi inclusa in Il cinico non è adatto a questo mestiere (edizione e/o). Il cattivo giornalismo è quello che si limita a descrivere i fenomeni, che si ferma alla superficie delle cose, che si accontenta di gettare uno sguardo approssimativo e che presume, così, di aver adempiuto al proprio dovere. Il buon giornalismo invece è quello che descrive per comprendere, quello che parte da una domanda, da un interrogativo, da un'ipotesi e non da una tesi di cui cerca solo conferma. Il buon giornalismo è quello che cerca risposte autentiche andando a scovare le storie, per poi tessere le voci raccolte in un mosaico che punta non solo all'informazione, ma alla riflessione.

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C’è cattivo e buon giornalismo, dice il reporter polacco Kapuscinski a Maria Nadotti nella conversazione poi inclusa in Il cinico non è adatto a questo mestiere (edizione e/o). Il cattivo giornalismo è quello che si limita a descrivere i fenomeni, che si ferma alla superficie delle cose, che si accontenta di gettare uno sguardo approssimativo e che presume, così, di aver adempiuto al proprio dovere. Il buon giornalismo invece è quello che descrive per comprendere, quello che parte da una domanda, da un interrogativo, da un’ipotesi e non da una tesi di cui cerca solo conferma. Il buon giornalismo è quello che cerca risposte autentiche andando a scovare le storie, per poi tessere le voci raccolte in un mosaico che punta non solo all’informazione, ma alla riflessione.

Già autrice nel 2004 di La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo (Feltrinelli), con il suo secondo libro Marina Forti conferma di far parte a pieno titolo della sparuta compagine dei buoni giornalisti. La sua inchiesta nel Cuore di tenebra dell’India – recita così il titolo del volume pubblicato da Bruno Mondadori alla fine del 2012 – è il frutto di un “lento peregrinare” per le strade dell’India, negli stati del Chhattisgarh (creato nel 2000 per secessione dal Madhya Pradesh) e del Jharkhand (creato nel 2000 per secessione dal Bihar), entrambi parte di un’ampia regione montagnosa che costituisce la cosiddetta mineral belt, la fascia mineraria.

L’India possiede enormi risorse minerarie, ci ricorda Marina Forti: “è il secondo produttore mondiale di cromite e talco, il terzo produttore di carbone, il quarto produttore di ferro, un importante produttore di bauxite, e di molti altri minerali”. Gran parte di queste risorse sono racchiuse in una decina di stati, “più in particolare in una regione montagnosa che attraversa cinque stati centro-settentrionali”, tra cui, appunto, il Chhattisgarh e il Jharkhand visitati dall’autrice. Qui da decenni si combatte una guerra spesso violentissima, i cui protagonisti principali sono quattro. Innanzitutto ci sono lo stato indiano e le grandi aziende estrattive. Sui giacimenti minerari l’India ha costruito parte del suo sviluppo industriale ed economico fin dalla metà del Novecento, spiega l’autrice; non appena conquistata l’indipendenza, miniere, acciaierie e centrali termiche diventano per i dirigenti indiani la base della nascente industria nazionale, tanto che “carbone e acciaio furono dichiarati settori strategici” e le aziende nazionalizzate.

Oggi la politica dei settori energetici strategici è tramontata: dal 1993 il paese ha avviato una serie di liberalizzazioni che hanno aperto le porte ai capitali privati stranieri. E a dominare la scena sono nomi come l’angloindiana Vedanta, la sudcoreana Posco, nuovi astri come Arcelor-Mittal o Essar, insieme a vecchi nomi come Tata Iron and Steel. Ma le ragioni del conflitto rimangono le stesse, oggi come allora: la mappa dei giacimenti minerari coincide con quella delle popolazioni native, gli adivasi, il terzo protagonista della lotta nel cuore di tenebra dell’India.

Adivasi è un termine coniato negli anni Trenta del Novecento che significa “abitanti delle origini”, e fa riferimento a una minoranza consistente, molto diversificata al suo interno, che rappresenta l’8,6 per cento della popolazione. Tradotto in numeri, oltre 90 milioni di persone. Oltre a dover resistere a quello che il decano dell’antropologia sociale indiana, André Béteille, definisce come “il metodo hindi di assorbimento dei tribali”, gli adivasi hanno sempre dovuto resistere alle forze dello “sviluppo”. Uno sviluppo che si manifesta con processi di espropriazione delle terre, trasferimenti forzati, transazioni fraudolente, militarizzazione del territorio, diritti negati: nel 1947, con l’indipendenza, le cosiddette sheduled tribes (questo il nome burocratico degli adivasi) hanno conquistato pieni diritti costituzionali, ma “restano la parte più marginale e discriminata” di una società fortemente discriminatoria e gerarchizzata, “la parte più oppressa e sfruttata della popolazione indiana”. I dati lo confermano: secondo uno studio della Banca mondiale, pur essendo soltanto l’8 per cento della popolazione, gli adivasi rappresentano il 25 per cento di coloro che in India rientrano nel decile più povero. Inoltre, “l’88 per cento degli adivasi, l’88 per cento dei dalit (i fuori casta) e dei musulmani appartengono a quegli 836 milioni di indiani che non possono spendere più di 20 rupie al giorno”.

In queste cifre è racchiusa tutta la distanza che divide l’India rurale dall’immagine patinata promossa e diffusa dai media e dagli uffici del turismo. Da una parte c’è la Shining India degli shopping mall riempiti dalla nuova classe media di consumatori; un paese il cui Pil dal 2003 al 2010 è cresciuto in media dell’8,8 per cento annuo e che secondo Goldman Sachs nel 2050 sarà la terza economia mondiale dopo quelle cinese e statunitense. Dall’altra ci sono i milioni di persone – tra cui gli adivasi – che vengono escluse dallo “sviluppo” e che sono considerate un ostacolo alla sua definitiva affermazione, perché portatori di una visione primitiva e non produttivistica del rapporto con la terra. Gli adivasi “vivono sui maggiori giacimenti minerari, quindi bisogna cacciare via gli adivasi, punto: tutte le storie di crescita dal volto umano sono balle”, sintetizza Gladson Dungdung, direttore di un’organizzazione per i diritti umani, il Jharkhand Rights Movement.

Le promesse di inclusione sociale, di miglioramento delle condizioni di vita sono andate disilluse, denunciano i tanti attivisti incontrati da Marina Forti. Tra questi c’è Sujato Bhadra, che imputa al governo centrale il naufragio della promessa di giustizia sociale e che da ciò fa derivare il crescente “senso di alienazione verso lo stato”. Cresce l’alienazione, la distanza verso lo stato, la sfiducia nelle istituzioni governative. E in questo vuoto si inserisce il quarto protagonista della storia: i maoisti. Quelli che il primo ministro indiano Manmohan Singh nel 2006 ha definito la “più grande minaccia alla sicurezza interna” dell’India.

I ribelli di oggi, precisa Marina Forti, sono la reincarnazione di un movimento sorto oltre quarant’anni fa nelle campagne del Bengala occidentale, al culmine di un’epoca di grandi lotte per la redistribuzione delle terre. Un movimento fortemente represso negli anni Settanta, che torna a materializzarsi tra gli anni Ottanta e Novanta, e che nel 2004 reagisce alla precedente frammentazione interna dando vita al Partito comunista indiano (maoista), Cpi (maoist) nell’acronimo inglese, divenuto oggi il principale protagonista della ribellione armata. Da allora si assiste a un salto di qualità nella guerra per l’accesso alla terra: i maoisti non sono più i “Robin Hood itineranti” che erano negli anni Ottanta e Novanta, ricorrono sempre più spesso alla violenza e alla coercizione, impongono la propria presenza con le armi.

Lo stato a sua volta radicalizza lo scontro, esclude ogni ipotesi di negoziato politico e finisce per affidarsi a sanguinarie milizie irregolari come Salwa Judum (“caccia purificatrice” in lingua fondi) e a massicce operazioni militari come quella di Green Hunt che mobilita 60.000 uomini delle riserva centrale di polizia e dei corpi paramilitari. L’esito è drammatico e scontato: stupri, omicidi, distruzione di centinaia di villaggi, centinaia di migliaia di persone sfollate. A rimetterci sono gli abitanti della tribal-mineral belt, e soprattutto quanti non si arrendono alla logica delle armi: gli attivisti, i gandhiani, i sostenitori della soluzione politica e non militare al conflitto.

Himanshu Kumar, fondatore di un ashram incendiato nell’offensiva delle milizie della Salwa Judum, si batte “perché gli adivasi di questi villaggi abbiamo la chance di restare non violenti”. Ma non è facile: Soni Sori, 35 anni, cresciuta in una famiglia adivasi politicamente attiva, maestra in una scuola governativa per bambini, difende i diritti degli adivasi ma rifiuta qualsiasi arruolamento, Per la polizia, è comunque un nemico: arrestata a New Delhi dove era scappata, viene riconsegnata alla polizia del suo stato, il Chhattisgarh, per subire un processo. Quando arriva in tribunale, si scopre che è stata brutalmente picchiata, sottoposta a shock elettrici e stuprata con degli oggetti.

Per Marina Forti la storia di Soni Sori è l’esempio di come un’ampia regione dell’India rurale sia sotto una sorta di stato d’emergenza de facto. Per uscirne, spiega padre Stan Swami, anziano gesuita che ha creato uno spazio di attivismo sociale alle porte di Ranchi, capitale del Jharkhand, bisogna andare alla radice del problema: la mancanza di giustizia sociale. Per Sharat Singh, attivista sociale ed ecologo, bisogna recuperare la lezione del Mahatma Gandhi: quando lo sviluppo mina la vita delle persone, è ora di ridiscutere lo sviluppo.

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