Malamud Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malamud/ un blog di approfondimento culturale Fri, 25 Jul 2014 21:15:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Malamud Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malamud/ 32 32 Lo sguardo di Malamud https://minimaetmoralia.it/libri/il-barile-magico-bernard-malamud/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-barile-magico-bernard-malamud/#comments Sun, 27 Jul 2014 05:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22486 Questo pezzo è uscito sul blog Via dei Serpenti

“Distogli il tuo sguardo, che io respiri,
prima che me ne vada e più non sia”

Salmo 39

Arriverà un momento, durante la lettura di uno qualsiasi tra i tredici racconti de Il barile magico, in cui il petto vi sembrerà a tal punto dilatarsi che forse sentirete il bisogno di staccare gli occhi dalla pagina, stremati dalla salita lungo l’arco del respiro, saturi di aria e trattenuti per un tempo infinito nel palpito dei polmoni esausti un istante prima di potersi liberare.

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Questo pezzo è uscito sul blog Via dei Serpenti

“Distogli il tuo sguardo, che io respiri,
prima che me ne vada e più non sia”

Salmo 39

Arriverà un momento, durante la lettura di uno qualsiasi tra i tredici racconti de Il barile magico, in cui il petto vi sembrerà a tal punto dilatarsi che forse sentirete il bisogno di staccare gli occhi dalla pagina, stremati dalla salita lungo l’arco del respiro, saturi di aria e trattenuti per un tempo infinito nel palpito dei polmoni esausti un istante prima di potersi liberare.

In molti nella vita – e per le ragioni più diverse – ci si è trovati di fronte a una delle tante strade senza uscita dell’ammaestramento ebraico alla conoscenza, magari di fronte al libro di Giobbe o anche solo seguendo con il cuore in gola il mashal del secondo rabbino in A serious man dei fratelli Coen e registrando la gioia implosiva e disperata del nostro corpo, preso nella tensione di ogni sua fibra, nel ritrovarsi fuori sfilacciato e dentro riempito di vuoto.

Precisamente in questa vertigine è custodito il cuore più puro e ardente della poetica di Malamud, e nel modo in cui la lingua posa la luce.

Ogni racconto de Il barile magico parte da una premessa penosa (la malattia, l’indigenza, la solitudine, la menzogna) che, lontana dal rappresentare il primo giro di manovella della redenzione, si riflette e rigenera continuamente, si esamina, corre vorticosamente lungo un unico tracciato, accumulando una dose in più di sé ad ogni nuovo giro, occupando sempre nuovo spazio.

Poi di colpo la premessa s’interrompe, ipertrofica e uguale a sé stessa, senza che sia mai  divenuta epilogo né risulti minimamente alleviata e una volta chiuso il libro, resistono solo una schiera di occhi che per tutto il tempo hanno fissato e il ricordo fresco di un senso di oppressione al petto.

“Non distogliere mai lo sguardo dal povero,
così non si leverà da te lo sguardo di Dio.”

Tobia 4,7

Nel racconto Il conto, il protagonista Willy Schlegel, portinaio in povertà, prende l’abitudine di acquistare a credito dalla drogheria dirimpetto il condominio, di proprietà degli ancora più poveri signori Panessa, fino ad accumulare un debito impossibile da saldare.

Schlegel, resosi conto della sua irrimediabile insolvenza, per il senso di colpa e la vergogna prende a evitare la coppia di coniugi, addirittura rifiutandosi di alzare gli occhi quando è in strada. Fino a che:

«Un giorno alzò lo sguardo mentre stava allineando quattro bidoni di cenere e vide il signor Panessa e sua moglie che dal negozio gli tenevano gli occhi addosso. Lo fissavano da dietro la porta a vetri […]»

Gli occhi della comunità ebraica di New York e in particolare quelli docili e gonfi dei suoi ultimi, insieme inflessibili e supplicanti, sono la finestra dello sguardo di Dio sull’individuo e allo stesso tempo dello sguardo dell’individuo su Dio.

Come nessuna altra divinità, il Dio degli ebrei ha abitato il proprio popolo d’elezione, le sue regole capziose, soprattutto la sua sofferenza, incarnandosi e confondendosi a tal punto con l’uomo e la sua morale da farsi per paradosso distante e insondabile.

Nel saggio Kafka. Pro e contro Günther Anders teorizza un cosiddetto metodo di inversione “…in cui soggetto e oggetto, come in tutte le favole, vengono invertiti o scambiati. Ciò suona come puramente grammaticale, ma significa molto di più. Se Esopo, nelle sue favole, vuol dire che gli uomini sono animali, mostra che gli animali sono uomini; se Brecht, nella sua Opera da tre soldi, vuol dire che i borghesi sono briganti, allora rappresenta i briganti come borghesi. Se Kafka vuole dire che l’ovvio e il non sbalorditivo del nostro mondo sono raccapriccianti, allora inverte: il raccapricciante non è sbalorditivo”.

Analogamente, nei racconti di Malamud, lo sguardo implorante si ribalta nell’implorazione di uno sguardo (di Dio).

Il racconto che meglio sostiene questa ipotesi è Abbi pietà. Narra di un rappresentante di caffé, Rosen, che invano tenta di aiutare economicamente Eva, una poverissima vedova con due figlie, così ossessivamente ferma nel rifiuto di qualsivoglia assistenza da portare il protagonista a un esaurimento nervoso dai contorni un po’ cupi e inafferrabili.

Questa la chiusura:

«Scendeva la sera, ma una donna stava in piedi davanti alla finestra.
D’un balzo Rosen si staccò dalla branda per andare a vedere.
Era Eva, che lo fissava con occhi spiritati, imploranti. Alzò le braccia verso di lui.
Infuriato, l’ex rappresentante scosse il pugno.
– Puttana, bastarda, troia – le urlò. – Vattene via di qui. Torna a casa dalle tue bambine.
Quando Rosen abbassò con uno strattone la tenda della finestra Davidov non fece alcun tentativo di impedirglielo.»

Raramente in letteratura dai tempi di Giobbe si è levato un urlo tanto lancinante verso l’intermittenza dello sguardo di Dio.

Il rappresentante di caffé Rosen, nel momento stesso in cui la sua più intensa lucidità si sovrappone alla follia e al panico, capisce che l’osservanza della morale, l’amore stesso, non offrono alcuna rassicurazione di senso e finisce per bestemmiare il suo schizofrenico Dio, nelle sembianze di un’altrettanto schizofrenica vedova ebrea.

“Non esser troppo sicuro del perdono
tanto da aggiungere peccato a peccato.”

Siracide 5,5

È noto che il popolo inventore del peccato originale conservi un genio particolare nell’indagare il concetto di colpa, eppure Malamud ne Il barile magico più che con la colpa sembra voglia misurarsi con il perdono.

La domanda se sia o meno troppo tardi per fare ammenda insiste talmente su ogni riga che è facile essere tentati da una fantasia assurda di poter prendere da parte i personaggi per convincerli a redimersi.

In tre diversi racconti, l’esperienza di questo dilemma è delegata alla figura del turista ebreo americano in visita in Italia, il quale finisce per rendersi conto del carico e dell’urgenza del perdono solo a partire dal primo istante in cui esso risulta ormai vano.

Nel primo, giunto sull’isola del Dongo, si spaccia ostinatamente per un gentile lasciandosi così sfuggire una giovane e attraente sopravvissuta di Buchenwald; nel secondo, alla ricerca di una casa in affitto a Roma costringe la sua famiglia, stipata in un alberghetto senza riscaldamento, a patire il freddo invernale; infine nel terzo, si rifiuta di donare un abito a un ambiguo ambulante del ghetto di Roma perdendo in questo modo il lavoro di una vita.

“Vede e conosce che la loro sorte è misera
per questo moltiplica il perdono”

Siracide 18,11

Il racconto che chiude la raccolta e le dà nome gioca su un doppio piano di tenerezza e rigore, di fede e di tenebra in cui la speranza prende la forma di una minuscola pietra preziosa in bilico su un filo teso.

L’aspirante rabbino Leo Finkle, in cerca di moglie per ragioni di opportunità religiosa, data la scarsa disponibilità di tempo, la magrezza delle sue finanze e a causa di certe sue reticenze, contatta il sensale Salzman affinché lo metta in contatto con un partito decente.

Salzman, se vogliamo attenerci alle linee guida – seppure impudenti – che abbiamo finora tracciato, nella sua qualità di disgraziato dagli occhi costantemente semilucidi di pianto e di maldestro mangiatore di pesce affumicato, è il Dio degli ebrei sotto le solite mentite e misere spoglie.

Dopo diversi tentativi a vuoto, il racconto si chiude sulla scena dell’incontro decisivo tra Finkle e la sua prescelta (la figlia dello stesso Salzman, «una donna sfrenata…sregolata, senza pudore»).

Un’unione benedetta dal caso o il frutto dell’intercessione di un Dio misericordioso? Questa l’ultima frase:

«Dietro l’angolo, Salzman, le spalle appoggiate al muro, salmodiava preghiere per i defunti.»

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La grandezza narrativa di Bernard Malamud https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-luomo-di-kiev-bernard-malamud/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-luomo-di-kiev-bernard-malamud/#comments Wed, 18 Jun 2014 16:18:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=20853 Questo pezzo è uscito sul Mucchio.

Verso la fine del romanzo di cui è protagonista, Yakov Bok riceve finalmente in cella un avvocato, Julius Ostrovsky. Dice Ostrovsky: “In un paese malato ogni passo verso la guarigione è un insulto per quelli che campano sulla malattia“.

Yakov Bok, ebreo tuttofare sui trent’anni, abbandonato dalla moglie, si è trasferito a Kiev in cerca di fortuna, ma a compiersi è solamente la sua sventura. Soccorre un ubriacone, che per ricompensarlo gli offre un lavoro. Sul cappotto dell’uomo è cucita un’aquila bicipite, il distintivo delle Centurie nere, potente organizzazione antisemita. Bok, oppresso dalla miseria e ansioso di riscatto sociale, fa finta di non vedere, e accetta l’offerta di supervisore in una fabbrica di mattoni. Qualche tempo dopo, a pochi passi dalla fabbrica, in una grotta, viene ritrovato il cadavere mutilato di un ragazzino. “Dalla finestrella della sua stanza sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, quella mattina sul presto Yakov Bok vide diverse persone, nei loro cappotti lunghi, che correvano tutte nella stessa direzione. Vey is mir,povero me, pensò a disagio, è successo qualcosa di brutto“: è così che inizia L’uomo di Kiev, il romanzo di Bernard Malamud ispirato alla storia reale di Mendel Bellis, operaio ebreo, accusato, ingiustamente, nella Russia zarista agli sgoccioli (1911), di aver assassinato un ragazzo cristiano a scopi rituali. Vey is mir, la tetra campana che risuona nel romanzo.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. (Fonte immagine)

Verso la fine del romanzo di cui è protagonista, Yakov Bok riceve finalmente in cella un avvocato, Julius Ostrovsky. Dice Ostrovsky: “In un paese malato ogni passo verso la guarigione è un insulto per quelli che campano sulla malattia“.

Yakov Bok, ebreo tuttofare sui trent’anni, abbandonato dalla moglie, si è trasferito a Kiev in cerca di fortuna, ma a compiersi è solamente la sua sventura. Soccorre un ubriacone, che per ricompensarlo gli offre un lavoro. Sul cappotto dell’uomo è cucita un’aquila bicipite, il distintivo delle Centurie nere, potente organizzazione antisemita. Bok, oppresso dalla miseria e ansioso di riscatto sociale, fa finta di non vedere, e accetta l’offerta di supervisore in una fabbrica di mattoni. Qualche tempo dopo, a pochi passi dalla fabbrica, in una grotta, viene ritrovato il cadavere mutilato di un ragazzino. “Dalla finestrella della sua stanza sopra la scuderia della fabbrica di mattoni, quella mattina sul presto Yakov Bok vide diverse persone, nei loro cappotti lunghi, che correvano tutte nella stessa direzione. Vey is mir,povero me, pensò a disagio, è successo qualcosa di brutto“: è così che inizia L’uomo di Kiev, il romanzo di Bernard Malamud ispirato alla storia reale di Mendel Bellis, operaio ebreo, accusato, ingiustamente, nella Russia zarista agli sgoccioli (1911), di aver assassinato un ragazzo cristiano a scopi rituali. Vey is mir, la tetra campana che risuona nel romanzo.

Tra i grandi scrittori ebrei americani del Novecento – Saul Bellow, Philip Roth e così via – Malamud, vincitore di due National Book Award e di un Pulitzer, occupa, incredibilmente, la posizione più defilata. Dev’essere perché le sue storie non hanno niente, o quasi, di rassicurante… Spesso i suoi protagonisti sono vittime di un destino disgraziato, da cui non riescono a liberarsi. Questa cosa è detta in modo chiaro nel Commesso, altro romanzo di Malamud, quando lo scrittore si riferisce a uno dei suoi protagonisti – anche lui ebreo: “Era Morris Bober e non poteva avere una sorte migliore“. E nell’Uomo di Kiev: “Yakov aveva paura che in prigione gli sarebbe andata male, e gli andò male fin dal primo momento“.

Ancora, se lo stile di Bellow e Roth risplende di una luce scintillante, una prosa ricca e piena, a volte persino opulenta, lo stile di Malamud è più… misterioso, complicato, difficile da spiegare. Il che è strano, perché Malamud scrive frasi dalla struttura e dal lessico accessibili, senza fronzoli, si direbbe. Gli incipit dei suoi racconti sembrano attacchi di un pezzo di cronaca nera.

Quello che succede dentro L’uomo di Kiev è la quintessenza della misteriosa grandezza narrativa di Bernard Malamud. La disgraziata storia di Yakov Bok si svolge su tre scenari. Il primo è il paese d’origine, nella provincia ucraina, dove vive con la moglie Raisl e il suocero Shmuel, anche loro stretti nella miseria. Il secondo è la Kiev che lo accoglie: città brulicante, portatrice di potenziali occasioni di riscatto, ma anche di pericoli, tra i quartieri Podol e Plossky. Il terzo scenario è il carcere in cui Yakov viene rinchiuso. Prima con altri detenuti, quindi in isolamento. Come evidenzia Alessandro Piperno nella prefazione, il grosso della vicenda si svolge in cella. Bok è solo, con la sua innocenza. Ascolta i tocchi del chiavistello, quando le guardie gli fanno visita per dargli da mangiare, accendergli la stufa, o perquisirlo, o insultarlo e picchiarlo. Tiene il conto dei giorni e delle settimane e dei mesi che passano, con pezzetti di legno o di carta.

Riceve visita dai fantasmi che più lo perseguitano – e grandissimo è Malamud quando tratteggia questi spettri: nell’oscurità della sua cella riceve Zhenia, il ragazzo assassinato, sua moglie, Raisl, il suocero, Shmuel, e la madre di Zhenia, Marfa Golova, e Grubeshov, il procuratore generale – tra i suoi aguzzini, uno dei più determinati – e tutti i detenuti nelle carceri spietate della Russia zarista e persino Nicola II in persona, in un crescendo che parte dal romanzo per sconfinare nel coro sinfonico. A volte, spettri e persone reali si confondono. Yakov Bok legge a voce alta brani della Bibbia, dei salmi e del vangelo, le uniche letture consentite. Cerca un contatto con i suoi carcerieri. E pensa, tantissimo.

Una delle figure che più spesso gli fanno visita, in forma umana o di spettro, è quella del giudice istruttore incaricato di indagare sulla sua vicenda, Bibikiov. Nella costruzione di questo personaggio Malamud dà il meglio di sé. Quando lo incontriamo per la prima volta, “porta un cappello nero in mano e una pelliccia sul braccio“. Ha “una barba scura, un prince-nez e una grossa sciarpa intorno al collo“. Altre volte indossa “un abito di lino spiegazzato e una cravatta di seta bianca, e la faccia pallida in contrasto con la barbetta scura“. Ha una voce “severa“, è tormentato, insomma ha il portamento, l’eleganza e la forza di un eroe tolstojano. Durante un incontro con il detenuto, gli dice: “Ci sono tante cose da fare che esigono tutte le capacità del nostro cuore e della nostra anima, ma da quale cominciare? Forse io comincerò con lei“. E poi: “se la legge non la difende, alla fine non difenderà neanche me”.

Con la sua religione, Yakov ha un rapporto conflittuale. Si sente ebreo, legato al suo popolo da un comune destino, perlopiù infelice, ma mal sopporta le insistenze con cui il suocero, Shmuel, lo invita a confidare nel suo Dio. I suoi genitori, ancora giovani, sono stati ammazzati durante un pogrom, per mano dei cosacchi, un pogrom a cui il piccolo Bok scampò per un soffio. Ma è per colpa degli inganni di un ebreo come lui, il falsario Gronfein, se durante il carcere finisce in isolamento.

Yakov si definisce un “libero pensatore“. Ha letto Spinoza, restando affascinato dal suo pensiero. Il tema del primo colloquio con il giudice istruttore Bibikiov, sorprendentemente per Bok, è proprio la filosofia di Spinoza. Congedandosi da Shmuel, dopo una visita di quest’ultimo in carcere, Yakov è lapidario: “Quando si viene ai fatti, o Dio è una nostra invenzione e non ci si può fare niente, o è una forza della Natura ma non della storia. Una forza non è un padre. È un vento gelato: prova a scaldartici. A dir la verità, per me Dio è un fallimento completo e ci ho messo una pietra sopra“.

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Intervista a Giorgio Montefoschi https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-giorgio-montefoschi/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-giorgio-montefoschi/#comments Thu, 20 Feb 2014 15:30:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18644 Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Da oltre quarant'anni, Giorgio Montefoschi organizza le sue giornate con disciplina ferrea, "impiegatizia" dice lui. Si alza prestissimo, legge i giornali, si siede al tavolo di una grande stanza, spalle a una montagna di classici di letteratura greca e latina, impugna la stilografica e soffre di fronte alla pagina bianca. Dopo tre ore, se ha riempito quindici o sedici righe, ossia mezza cartella dattiloscritta, è felice. La felicità e la soddisfazione in un lavoro del genere sono necessariamente brevi. Il pomeriggio, Montefoschi torna nella stanza e legge, lavora ai libri che recensisce e accende il computer che i quotidiani gli hanno imposto di usare. In questa maniera, oltre a innumerevoli articoli, contributi critici e reportage, Montefoschi ha scritto sedici romanzi, uno dei quali - La casa del padre - esattamente vent'anni fa vinse il Premio Strega. L'ultimo esce oggi, s'intitola La fragile bellezza del giorno (Bompiani, pp. 223, euro 17) e per lui conta forse più di tutti i quindici precedenti.

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì di Repubblica.

Da oltre quarant’anni, Giorgio Montefoschi organizza le sue giornate con disciplina ferrea, “impiegatizia” dice lui. Si alza prestissimo, legge i giornali, si siede al tavolo di una grande stanza, spalle a una montagna di classici di letteratura greca e latina, impugna la stilografica e soffre di fronte alla pagina bianca. Dopo tre ore, se ha riempito quindici o sedici righe, ossia mezza cartella dattiloscritta, è felice. La felicità e la soddisfazione in un lavoro del genere sono necessariamente brevi. Il pomeriggio, Montefoschi torna nella stanza e legge, lavora ai libri che recensisce e accende il computer che i quotidiani gli hanno imposto di usare. In questa maniera, oltre a innumerevoli articoli, contributi critici e reportage, Montefoschi ha scritto sedici romanzi, uno dei quali – La casa del padre – esattamente vent’anni fa vinse il Premio Strega. L’ultimo esce oggi, s’intitola La fragile bellezza del giorno (Bompiani, pp. 223, euro 17) e per lui conta forse più di tutti i quindici precedenti.

Dice che è il suo libro più autobiografico e che gli è costato troppo e ora la mattina non può rimettersi a scrivere e soffre il vuoto e la vita monacale a cui si è costretto senza sceglierla. Forse allora partirà. Forse per l’India, il paese che ama di più. O dovunque possa trovare un po’ di pace. Perché lui non ne ha affatto. Del resto non è come lo descrivono – ripete – solo perché legge ogni giorno la Bibbia e s’interroga costantemente sulla fede che non riesce a trovare. È inquieto, aspetta il giudizio dei lettori con l’ansia con cui vive il tempo, la stessa ansia dei suoi personaggi e in particolare di Ernesto Chiarini, protagonista di questo libro “trasgressivo, perché oggi una storia di amore lunga una vita intera è una storia trasgressiva”. Ma l’amore che Ernesto ha conosciuto, rincorso e custodito con gelosia, in realtà è eterno, dura più della vita stessa, era iniziato prima e continuerà dopo, è l’amore più grande che si possa immaginare, e apre le porte al mistero con cui Montefoschi tenta di fare i conti da sempre, sempre fallendo – dice lui – “perché il mistero è destinato a rimanere tale”.

È per questo che i suoi personaggi sembrano sempre sporgersi su qualcosa che non possono afferrare?

Proprio così. Si sporgono. Io metto uomini apparentemente irrilevanti di fronte al mistero e cerco ogni volta di accompagnarli ma poi c’è solo il vuoto. Io, del resto, quando scrivo, se posso non dico. In questo libro il momento più importante arriva con una carezza che il protagonista dà a suo nipote. In quella carezza sta il mio modo di intendere la letteratura.

Si tratta di un libro esplicitamente pieno di letteratura. Ernesto è uno scrittore e scopriamo che i libri che ha scritto sono gli stessi di Montefoschi. Nella lotta contro il suo dolore inizia a scrivere un romanzo che costituisce un libro dentro il libro. Eppoi sono costantemente citate opere di grandi scrittori. Innanzitutto Gita al faro.

Un romanzo sublime. La fragile bellezza del giorno comincia da lì, dal secondo capitolo di Gita al faro, quando la Signora Ramsey che è Tutto con la T maiuscola non c’è più. Cosa succede quando Tutto è assente?

Risponde un altro libro: L’airone di Bassani.

Bassani è un gigante della nostra letteratura. Nell’Airone c’è l’uomo disperato, senza dio, che avanza nel buio. Come il mio protagonista.

Ma Ernesto non perde completamente la speranza. E lì appare Cime tempestose.

Emily Brontë ha scritto il romanzo perfetto sull’amore assoluto. Quando Heathcliff si getta sulla tomba di Catherine e cerca di scavare e di raggiungere l’amata. Ha presente di cosa parlo? Mai io ho letto un romanzo capace di raccontare un amore così travolgente.

Come sempre, tutto accade a Roma. Ma questa città che lei descrive minuziosamente sembra diventato un non-luogo.

Quando mi domandano “ancora Roma?” divento pazzo. Queste strade, sempre le stesse, i palazzi della Roma borghese, io li uso per mostrare altro, ossia il contrasto fra l’ambiente chiuso e ciò che l’ambiente non può contenere.

Lo scorrere del tempo, innanzitutto?

Il tempo è il protagonista assoluto della letteratura. Domina sulla nostra quotidianità e non possiamo e non vogliamo sottrarci. Io vivo il tempo in maniera ossessiva e non pacificata. Leggevo Schopenhauer, aspettandola, eccolo qui, dice di liberarsi dell’apparenza e del tempo. Ma come? Noi amiamo il tempo. Sappiamo che finisce eppure non possiamo immaginare nessun dopo se non attraverso i parametri del tempo.

È per questo che ciò che scrive sembra dominato dall’idea del ritorno?

Se andrò in India, ora, andrò per tornare. Rivedere posti che conosco e amo mi dà una rassicurazione che sfiora l’immortalità.

Lei è cresciuto tra i grandi scrittori del Novecento italiano. Su tutti Elsa Morante.

Una scrittrice eccezionale. Pessimo carattere: perfida, bizzosa, intransigente e violenta. Chiusa su se stessa. In anni e anni non mi ha mai fatto una domanda sulla mia vita, mia moglie, i miei figli, nulla. La migliore scrittrice del Novecento.

E Moravia?

Intelligentissimo. Però i suoi libri mi piacciono fino alla Noia esclusa. Lui, diversamente dalla Morante, era di una curiosità infinita. La prima volta che c’incontrammo mi fece un’interrogatorio che sembrava di essere in questura.

Accanto alla Morante allora chi mette?

Gadda e Bassani. Poi vengono Cassola, Parise e Volponi.

Bassani e Cassola. Come ha vissuto le celebrazioni del cinquantennale del Gruppo 63?

Parliamo dell’entità culturale che si è più autocelebrata nella storia della letteratura, eppure non ha lasciato un’opera da ricordare. Svillaneggiavano Bassani e Cassola cui non erano neppure degni di allacciare le scarpe.

E degli scrittori di oggi che pensa?

Domina le classifiche ciò che non è letteratura, come Volo e Mazzantini, ma almeno il primo non pretende di essere riconosciuto in quanto scrittore. Una volta c’era la protezione del PCI, oggi c’è solo la tv. L’egemonia statunitense potrebbe dare buoni frutti. Io però ammiro scrittori come Bellow, Malamud, Updike. Non mi si dica che Franzen può essere messo sul loro stesso piano.

Lei non è stato protetto dal PCI ma fu socialista.

Io sono sempre stato un antifascista non comunista, liberale, cristiano ma non cattolico. Mi hanno messo il marchio di socialista perché facevo Mixer, una trasmissione con cui abbiamo prodotto cose di grande pregio. Poi, certo, andavo a cena con Martelli, ossia il miglior ministro di Giustizia che abbia avuto il nostro Paese. Mi divertivo anche, ma verso l’una i politici andavano al sodo e cominciavano a parlare di potere, allora mi alzavo e salutavo.

Cristiano ma non cattolico. Mi dica di più.

Che vuole che le dica. Io non sono credente, però non posso accettare che tutto finisca qui. Cerco disperatamente un senso. Voglio ritrovare tutti i miei cari, quando sarà finita. Ma voglio ritrovare loro. Non tre miliardi di cinesi.

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Un film su Philip Roth https://minimaetmoralia.it/interviste/philip-roth-una-storia-americana/ https://minimaetmoralia.it/interviste/philip-roth-una-storia-americana/#comments Thu, 07 Nov 2013 06:00:36 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16290 È uscito recentemente per Feltrinelli-Real Cinema Philip Roth, una storia americana. Il pezzo forte è il film, una lunga intervista a Philip Roth a cura di William Karel e Livia Manera in cui Roth parla della sua vita, della scrittura, dei matrimoni, della psicanalisi, degli Stati Uniti. Intervengono anche amiche e amici dello scrittore nel tentativo di delineare per quanto possibile la storia di un uomo, del suo mestiere, dell'ambiente e dell'epoca in cui ha vissuto.

Insieme al dvd è allegato un libro a cura di Francesca Baiardi dove ci sono recensioni d'epoca, il discorso d'accettazione di Roth del premio letterario NBCC ricevuto nel 1988, e poi scritti e interventi di Giorgio Vasta, Alessandro Piperno, Francesco Piccolo, Elisabetta Rasy, Nicoletta Vallorani, Irene Bignardi, Barbara Garlaschelli, Gaia Servadio.

C'è anche un'intervista al sottoscritto che riproduco per i lettori di minima&moralia.

Quando ha letto il primo libro di Roth?

Era il 1992 e avevo iniziato da pochi mesi l'università. A distanza di ventitré anni non doveva evidentemente essersi ancora spento lo scandalo – e il successo – di "Lamento di Portnoy", a quell'epoca in Italia ancora il romanzo più noto di Roth, forse non del tutto a torto considerando che il suo periodo magico sarebbe iniziato solo a partire dall'anno successivo con "Operazione Shylock", e questo nonostante il papà di Zuckerman avesse già alle spalle prove notevoli come "Patrimonio" o "Lo scrittore fantasma". Acquistai e lessi dunque "Lamento di Portnoy". Mi sembrò il libro divertente di un autore molto talentuoso, ma nulla che lasciasse presagire i grandiosi romanzi degli anni Novanta. Se Roth avesse smesso di scrivere nel 1993 oggi lo ricorderemmo come un ben riuscito epigono (con sprazzi di autentica originalità) dei vari Bellow e Malamud e non il gigante della letteratura nord-americana del secondo Novecento che è. Ma nell'arco di cinque anni (dal 1995 al 2000) Philip Roth pubblica, uno dietro l'altro, "Il teatro di Sabbath", "Pastorale americana", "Ho sposato un comunista" e "La macchia umana", la serie impressionante – oserei dire devastante, per chi voglia sottoporre il suo talento a ordinari strumenti di misurazione – di grandi libri che consegna il suo nome alla memoria del futuro.

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È uscito recentemente per Feltrinelli-Real Cinema Philip Roth, una storia americana. Il pezzo forte è il film, una lunga intervista a Philip Roth a cura di William Karel e Livia Manera in cui Roth parla della sua vita, della scrittura, dei matrimoni, della psicanalisi, degli Stati Uniti. Intervengono anche amiche e amici dello scrittore nel tentativo di delineare per quanto possibile la storia di un uomo, del suo mestiere, dell’ambiente e dell’epoca in cui ha vissuto.

Insieme al dvd è allegato un libro a cura di Francesca Baiardi dove ci sono recensioni d’epoca, il discorso d’accettazione di Roth del premio letterario NBCC ricevuto nel 1988, e poi scritti e interventi di Giorgio Vasta, Alessandro Piperno, Francesco Piccolo, Elisabetta Rasy, Nicoletta Vallorani, Irene Bignardi, Barbara Garlaschelli, Gaia Servadio.

C’è anche un’intervista al sottoscritto che riproduco per i lettori di minima&moralia.

Quando ha letto il primo libro di Roth?

Era il 1992 e avevo iniziato da pochi mesi l’università. A distanza di ventitré anni non doveva evidentemente essersi ancora spento lo scandalo – e il successo – di “Lamento di Portnoy”, a quell’epoca in Italia ancora il romanzo più noto di Roth, forse non del tutto a torto considerando che il suo periodo magico sarebbe iniziato solo a partire dall’anno successivo con “Operazione Shylock”, e questo nonostante il papà di Zuckerman avesse già alle spalle prove notevoli come “Patrimonio” o “Lo scrittore fantasma”. Acquistai e lessi dunque “Lamento di Portnoy”. Mi sembrò il libro divertente di un autore molto talentuoso, ma nulla che lasciasse presagire i grandiosi romanzi degli anni Novanta. Se Roth avesse smesso di scrivere nel 1993 oggi lo ricorderemmo come un ben riuscito epigono (con sprazzi di autentica originalità) dei vari Bellow e Malamud e non il gigante della letteratura nord-americana del secondo Novecento che è. Ma nell’arco di cinque anni (dal 1995 al 2000) Philip Roth pubblica, uno dietro l’altro, “Il teatro di Sabbath”, “Pastorale americana”, “Ho sposato un comunista” e “La macchia umana”, la serie impressionante – oserei dire devastante, per chi voglia sottoporre il suo talento a ordinari strumenti di misurazione – di grandi libri che consegna il suo nome alla memoria del futuro.

Portnoy è un personaggio spassosissimo, ma partecipa sin troppo della cronaca e dei costumi dei tardi anni Sessanta, ha mezzo piede nella letteratura e l’altro mezzo nella sociologia del tempo. Il negro-bianco Silk Coleman, l’erotomane Mickey Sabbath, lo “svedese”Seymour Levov, l’analfabeta Faunia Farley e il suo terribile ex marito Lester, l’allegra ninfomane Drenka Balich, l’ex miss New Jersey Dawn Dwyer sono al contrario personaggi shakespeariani, tolstojani e stendhaliani insieme, viaggiano su quell’alternativa linea cronologica capace di darci l’impressione che alcune storie – scritte anche due o tre secoli fa – provengano sempre in qualche modo dal futuro, uno strano futuro prossimo che è poi il tempo della vera letteratura, una dimensione alla quale avremo accesso fino a quando qualcosa del nostro essere umani non cambierà radicalmente.

Esiste un personaggio di Roth cui è particolarmente legato?

Drenka Balich, la strepitosa amante dell’ormai anziano Mickey Sabbath: un incredibile concentrato di vitalità e una credibile storta reincarnazione di Molly Bloom a Madamaska Falls, New England. E poi, in un senso molto diverso, anche Lester Farley, il tormentato pazzoide reduce del Vietnam de La macchia umana.

C’è un libro di Roth che sente più vicino a lei come scrittore? E come lettore?

Le mie preferenze non divergono moltissimo da quelle dello stesso Roth. Io metto al primo posto “Il teatro di Sabbath”, poi “La macchia umana” e subito dopo “Pastorale americana” (lì dove la classifica personale di Roth vede “Sabbath” al primo posto e “Pastorale” al secondo). Tra l’altro “Il teatro di Sabbath”, come più volte ha ricordato Roth, fu il classico libro scritto tutto d’un fiato, con qualche riscrittura in meno cioè rispetto al comunque faticosissimo incessante lavoro di revisione a cui lui sottopone ogni suo testo. “Il teatro di Sabbath” fu scritto con tutto il talento e l’abilità che risplendono in “Pastorale americana” ma anche con una sorta di furia nera che manca agli altri suoi grandi libri, e che a mio parere rivive (ma in una forma quasi postuma) nei momenti più intensi del rapporto tra Silk Coleman e Faunia Farley de “La macchia umana”. Cos’ha tuttavia Mickey Sabbath che manca allora a Levov e Coleman?

Questi ultimi due personaggi sono borghesi per quanto di indole diversa tra loro, uomini a cui il mondo sta crollando addosso a causa di un elemento antisociale e antiborghese presente a un certo punto delle loro biografie (le rimosse origini afroamericane di Silk Coleman e il suo rapporto con l’analfabeta Faunia, la figlia pazzoide e il passaggio dagli Stati Uniti dei Roosvelt a quelli delle Linda Lovelace e di “Gola profonda” nel caso di Levov “lo Svedese”). Mickey Sabbath crolla invece continuamente su se stesso, è lui a essere un antisociale e un antiborghese conficcato nella borghese civilissima società americana degli artisti progressisti e dei professori universitari così cara a Roth e senza la quale non solo Roth ma lo stesso Sabbath non potrebbe esistere. Sabbath è non solo una contraddizione, ma un cortocircuito vivente. Nei momenti più scatenati della sua vicenda è Calibano, ma in quelli più tragici è una sorta di King Lear senza corona e senza figlie che avanza solo nella tempesta. I suoi compagni di viaggio sono i becchini-clown dell’Amleto tanto da farmi arrivare a dire che, attraverso Sabbath (massimo del vitalismo e massimo del mortifero in un solo burattinaio), il re degli scrittori materialisti e atei nordamericani non tanto si apra al metafisico, ma sfiori (freudianamente, darwinianamente, forse addirittura etologicamente) un nostro qualche segreto di specie, misterioso in certi aspetti per lo stesso Philip Roth. “Il teatro di Sabbath” mi sembra insomma il più bel romanzo di Roth perché Mickey Sabbath è un personaggio anche più grande dello scrittore che l’ha generato.

Di che cosa avrebbe scritto Roth se fosse stato italiano?

Le terribili premurosissime mamme ebree delle storie di Philip Roth non sono così diverse da quelle del meridione d’Italia. Il meccanismo del senso di colpa (e autoindulgenza sotterranea) da innescare nei figli maschi è molto simile. La retorica del self-made man (ciò che dal nulla fa grande uno come Coleman) in Italia sarebbe sostituita dalla necessità del peggior nepotismo per emergere – una faccenda molto sendhaliana (penso al Julien Sorel de “Il rosso e il nero”) che a Roth non dispiacerebbe poi del tutto, appartenendo egli a quella non piccola schiera di scrittori americani che soffrono un inconfessato ma non sempre giustificato complesso d’inferiorità – e dunque spasmodici interesse e influenza – per certa letteratura francese ottocentesca (sensata, la sensazione di inadeguatezza, per gli Hugo e i Balzac, meno per i de Maupassant), il che sulla pagina è comunque un buon carburante per scene memorabili (penso alla vendetta sulla povera, ridicola e caricaturale professoressa francese consumata ne La macchia umana). Se il caso Clinton-Lewinsky ha infine ispirato La macchia umana, cosa sarebbe accaduto con un caso Arcore? Forse non moltissimo, temo. Il problema infatti è che in Italia è caduta completamente (in modo direi anche disastroso) quella particolare ipocrisia sul malcostume capace di trasformarsi in biasimo e sanzione quando il vizio supera il livello di guardia.

I primi tre aggettivi che le vengono in mente quando pensa a Philip Roth

Robusto. Talentuoso. Audace con qualche eccessiva preoccupazione di eccedere e sbagliare. Se devo trovare un limite per un così grande autore, è questo, esente in certi veri e propri semidei in terra quali furono Melville e Faulkner.

Il suo messaggio di auguri per gli 80 anni di Roth

Che dopo tanti decenni di fatica (e di bellissimi regali per noi lettori) si goda ora pienamente tutti i buoni amici, e le occasioni di festa e di relax, che si è negato o ha solo trascurato attraverso la scrittura. Grazie Philip Roth.

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