Malcom Pagani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malcom-pagani/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 19:58:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Malcom Pagani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malcom-pagani/ 32 32 Quando la vittoria è illegale. Intervista a Valerio Mastandrea https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/ https://minimaetmoralia.it/interviste/quando-la-vittoria-e-illegale-intervista-a-valerio-mastandrea/#respond Wed, 27 Apr 2016 05:30:51 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30705 Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

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Questa intervista è uscita su Rivista Undici, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Conti, Chinellato, Maggiora, Boni, Peccenini, Santarini, Di Nadai, Di Bartolomei, Pruzzo, De Sisti, Scarnecchia. Allenatore, Ferruccio Valcareggi. Arbitro Michelotti. «Roma-Atalanta, sei maggio del 1979, la prima partita che vidi allo stadio» dice Valerio Mastandrea che è dell’inverno 1972 e con la squadra fondata nello stesso quartiere in cui abita si è accompagnato – mese più mese meno, molti dolori, qualche sparuta gioia – per trentasette anni.

Dopo la sconfitta con la Lazio nel derby di Coppa Italia del 2013 – quella che nel sintetico Lulic 71, riempì di graffiti celesti i muri di mezza città omaggiando in cinque sole lettere e due numeri, giustiziere dei nemici e momento chiave della gara – Mastandrea tornò a casa, accese il computer e scrisse “Peggio”. Una sintesi del destino di chi soffre.

Relativizzazione, ironia e idealismo, quasi un autoscatto: «Vincere per un romanista è ottenere giustizia. La vittoria nel suo mondo è illegale perché la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe». Seguono notti di coppe e di campioni, rimpianti, esempi, paure, gioie, consapevolezze. Incipit: «All’inizio del credo e alla fine della decenza. Peggio di così non poteva andare. Non è vero. Perché il concetto di peggio per un romanista non esiste, non è confinato in una logica precisa».

Più in là dei 60 film, dei premi e dei copioni studiati per Scola, Virzì, Moretti, Abel Ferrara e Giordana, Mastandrea ha visto anche un altro cinema. Per le strade di Testaccio, con una cassa d’acqua nella sinistra e le chiavi di casa nell’altra mano, lo salutano con familiarità. Lui parla con gli sconosciuti in libera uscita, accarezza i cani al guinzaglio e non dimentica di quando abbaiando alla luna tra i gradoni di un’arena a briglia sciolta, l’intera settimana altro non era che un conto alla rovescia dai tre fischi finali della domenica a quello iniziale della domenica successiva.

Da bambino giocava a calcio?

Forse avrei voluto, ma le iscrizioni, quando mia madre mi accompagnò nell’ottobre 1978 in oratorio, erano state già chiuse. «Signora ci dispiace-dissero i preti a questa signora di ventisei anni che teneva per mano il figlio di sei- il gruppo del calcio è stato completato a settembre». «Cos’è rimasto?» domandò. «La pallacanestro. L’allenamento è iniziato da dieci minuti, se suo figlio vuole può iniziare subito».

E lei iniziò.

«Vuoi giocare a pallacanestro?», «Che sport è?», «Un calcio con le mani». Mamma mi strappò un rapido assenso, si tolse la maglietta, me la mise e mi mandò sul parquet. Il basket è stato la mia vita fino al 1988.

Poi?

Smisi. Mi disamorai. Avevo avuto uno sviluppo lento. A quindici anni marcavo gente con la barba. Il basket è uno sport molto fisico e mi facevo sempre male. Con i miei compagni di allora ogni tanto giochiamo ancora.

Niente calcio quindi.

Dopo aver mollato il basket che come tutti i veri ex non seguo più, ho giocato in porta per tre o quattro anni. Non ero capace e non ero neanche coraggioso. Mi piaceva stare tra i pali, ma nelle uscite ero una pippa. I miei danni li ho fatti. Ho anche spaccato una gamba al mio difensore. Ci penso spesso, poveraccio.

Dinamica?

Lui e l’attaccante, un bel toro, avanzano gomito a gomito verso la porta. Io, gliel’ho detto, non uscivo mai. Quella volta esco. La palla è bassa e io prendo tutto. Il mio difensore era molto simpatico, scherzava sempre. Così quando lo sento urlare gli dico di rialzarsi sorridendo. Ma quello non si rialza. Allora mi avvicino, gli abbasso il calzino e vedo l’osso fuori asse.

Lo sport è anche questo: brutalità, immediatezza e colpi duri?

Stare in uno spogliatoio,  in qualsiasi spogliatoio, significa condividere con i tuoi compagni tantissime cose. Lo sport è una forma di socialità importantissima.

Lo è anche la curva?

Allo stadio, da piccolo, andavo con un amico di mio nonno. Poi, più grandicello con quelli del bar, un po’ più adulti di me. Quando iniziai a farlo da solo cominciai a capire anche altro.

Che cosa?

Andare in curva a 18 anni, vivere in quell’ambiente e passare tanto tempo in quel contesto, ti fa sentire l’identità della tua squadra nel cuore in un’altra maniera. E poi lo stadio, la curva, è aggregazione vera.

Può spiegarcelo?

Sei giovane. Vedi con i tuoi occhi un mondo nuovo e una comunità che ha le proprie regole. Sei sedotto da tante situazioni al limite. Impari a distinguere i confini. A fermarti in tempo. Cresci e intanto, riconosci i tuoi simili.

Chi erano i suoi simili in curva?

Gente con cui viaggiavo per vedere un Brescia-Roma serale, di lunedì, in trasferta. Gente che ha conosciuto il mondo attraverso la Roma e in funzione della Roma. Gente che sa come muoversi a Bruges e a Mosca. Dove mangiare e dove bere il caffè buono. La chiamano sottocultura. Non so, a me sembra cultura vera e propria.

Lei non ama parlare della Roma.

Lo faccio solo con i miei simili. Parlo pochissimo del mio rapporto con la Roma proprio perché lo definisco un rapporto. E non si racconta in giro di come fai l’amore con la tua donna. Finiti i tempi delle descrizioni sofferte dei flirt adolescenziali, su certe cose, non c’è niente di meglio del silenzio.

L’hanno cercata per chiederle di schierarsi tra Totti e Spalletti?

L’hanno fatto, certo. E io gli ho detto di non azzardarsi. Io nasco come romanista a prescindere dal mestiere che faccio e dalla persona che sono. Non l’ho scelto. È stato automatico.

Tra il campione quasi quarantenne e l’allenatore di ritorno, Roma si è divisa.

Sono stati giorni sofferti. È come se avessimo avuto un grave problema di famiglia. Non è che uno non prenda posizione per ignavia, ma solo perché è troppo complicato.

Giorni sofferti.

La sofferenza è un’altra cosa, però ci incontravamo al bar  tra persone romaniste con certe facce che erano un programma: «Ma tu stai male?», «Benissimo non mi sento». È stato come se le chiacchiere di casa tua, quello che ne so, fatte a Natale tra un sette e mezzo e una stoppa, fossero rese pubbliche. Lo so che sembra ridicolo, ma la Roma è qualcosa che va oltre l’amore, gli anni e la passione. È facile dire moriremo romanisti. Il difficile è vivere come tali.

Il calcio le piace ancora?

Allo stadio non vado più. Sono abbonato, ma non riesco più ad andare in un posto in cui le due curve non sono piene e non cantano. Non c’è più l’approccio goliardico. L’ironia e l’autoironia che faceva impazzire gli avversari e ci portava a passare sopra alla sconfitta. A ridere e a far casino anche se perdevamo per cinque a zero. Il romanista sapeva prendersi e prenderti per il culo come nessuno. Oggi il Barcellona ti fa sei gol ed è subito psicodramma. Si sfasciano le famiglie. È diventato tutto più nevrotico ed è svanita quella sensazione di poter andare oltre. Oltre il risultato, come si diceva, ma non solo.

Andare oltre era importante?

Era fondamentale. In curva ho imparato a ridere e ad amare nonostante tutto. Se tifi per una squadra che ha storicamente perso scudetti e coppe, spesso in casa e sempre all’ultimo istante, ridere è l’antidoto che ti permette di sopravvivere alle sofferenze dell’amore.

Sono sensazioni che si stanno perdendo?

Si stanno perdendo perché lo stadio è diventato un luogo inaccessibile. Ci sono norme assurde che limitano fortemente quando non impediscono del tutto l’accesso allo stadio.  Mi stupisco che ci si sia dimenticati la valenza sociale di una curva.

Curva e tifosi vengono raccontati unidirezionalmente?

È strano, ma quando si tratta di discutere di tifo, anche da parte dei commentatori più illuminati, c’è un riflesso pavloviano. E si ascoltano banalità, analisi superficiali, accuse scontate. Per scrivere di quel mondo dovresti conoscerlo. E conoscere non significa giustificare ogni eccesso, ma evitare di chiudere una curva per un coro magari sì.

“La curva come luogo d’elezione della frustrazione” hanno scritto.

E hanno mentito. I frustrati che portano allo stadio le rabbie delle proprie vite esistono, ma sono negli altri settori dello stadio. In curva c’è un’altra dimensione. Che il settore popolare continui a essere il settore più sano non me lo toglie dalla testa nessuno. Una curva unita vale da sola tutti gli agi e i lussi dei mille Emirates Stadium sparsi per il mondo.

I tifosi parlano di repressione indiscriminata.

Che nel 2016 non si permetta ad alcune tifoserie di venire allo stadio di Roma e viceversa mi pare un controsenso. Sembra una scelta poco intelligente e poco lungimirante. A meno che l’interesse non sia mantenere la tensione alta senza alcun reale interesse nel contrastare le derive violente che pure esistono, di cui chi controlla conosce ogni dettaglio a partire dai nomi e dai cognomi e di cui certo non sarò mai alfiere. Se dai una coltellata a un altro, amico mio non sei.

Si ricorda di Gabriele Sandri?

I morti da stadio italiani me li ricordo tutti, uno a uno. La lezione che suo padre Giorgio ha dato a tutti, a differenza di quanto fecero le istituzioni, è stata grandissima. Ci penso sempre a quella conferenza stampa che fu fatta in tarda mattinata. Parlarono di una rissa da stadio come fosse un reato che prevedesse sparare.

Sarebbe bastato dire la verità: «Un matto ha sparato, prenderemo provvedimenti». Perché poi uno ci pensa: «Faccio a cazzotti e tu che fai, mi spari? Dall’altro lato di una carreggiata, in autostrada?». La repressione in questi anni ha alzato molto il livello dello scontro. Ma alcune curve hanno dimostrato di sapersi educare da sole anche attraversando momenti di contraddizione pura. I precetti calati dall’alto come le ricette da laboratorio non funzionano.

Lo stadio è stato usato come laboratorio per veicolare la repressione?

Senz’altro. Il mondo del pallone è appetibile per ogni forma di potere. L’ambiente che rimpiango, a tutto questo, al potere in senso stretto, era estraneo.

Ha mai avuto paura allo stadio?

Certo. Ho imparato ad avere paura e ad avere coraggio.

Il calcio è conflitto?

Il calcio è battaglia nel senso positivo del termine. È conflitto perché a duellare sono due identità. Chi tifa si immedesima, vibra, soffre e sembra quasi soffiare alle spalle di chi corre. Perché la gente ama i calciatori scarsi che però mettono in gioco ogni cosa? E perché invece detesta la personalità di un calciatore che è l’unico aspetto che un atleta non può allenare?

Puoi migliorare tecnicamente, ma il tuo carattere rimane tale e a essere diverso da come sei in fondo non impari mai. Una volta Franco Baldini mi disse che per capire che calciatore hai davanti agli occhi, devi guardare quanto gli altri si fidino di lui in campo. Non è solo questione di tecnica. La squadra è una classe, l’allenatore è il professore, gli alunni vanno in campo e devono dimostrare di avere cuore, non solo di aver appreso la lezione.

Dalle maglie in lanetta degli anni 70 a oggi, il calcio ha compiuto il suo giro ed è diventato un affare.

Il pallone negli ultimi trent’anni è stato talmente mercificato a livello ideologico e non solo commerciale che è entrato nell’immaginario collettivo ancor prima che le persone lo scoprissero e lo praticassero. I bambini italiani oggi hanno accesso al calcio in una maniera talmente costante, polemizzata ed esasperata che automaticamente, in un processo imitativo, rifanno delle cose invece di scoprirle.

Colpa delle tv?

Prenda il cinema. Perché, Fuga per la Vittoria a parte e soprattutto per merito del cast, non esiste un buon film sul calcio che sappia coniugare immagine e drammaturgia? Perché la tv ha ucciso la curiosità. Perché devo concentrarmi sulla finzione quando con Sky posso leggere persino il labiale al rallentatore e capire cosa ha detto il giocatore in campo?

Il calcio è anche letteratura.

Il libro di Sandro Modeo sul Barcellona è filosofia. Come erano saggi filosofici anche i pensieri di Soriano e Galeano. Si ricorda il suo affresco di Maradona? «È stato un grande calciatore di calcio nonostante la cocaina». Nonostante.

Amava altri campioni che non vestissero la maglia della Roma?

Il romanismo l’ho incamerato molto presto, a cinque o sei anni. Ho avuto un momento di offuscamento quando Zico andò all’Udinese. Era un campione ed era brasiliano come Falcao. Non dico che tifassi per l’Udinese, ma una sbandata l’avevo presa. Poi ci fece gol e mi bastò per capire da che parte stavo.

Altre sbandate?

È come chiedermi se mi è mai piaciuta una donna diversa dalla mia.

Figurine romaniste?

A parte quelle dell’infanzia, penso al bomber Pruzzo e ad Agostino (Di Bartolomei, ndr) e a qualche passione improvvisa e smodata per certi eroi da derby, vedi Simplicio, ho sempre ricordato meglio le figurine che mi hanno interrotto un sogno, magari al novantesimo. Vavra dello Slavia Praga ad esempio adesso si è ritirato e magari ha aperto una burgheria a Praga, ma per me resta un nome indimenticabile. E comunque le figurine che ti restano dentro più di quelle dei calciatori sono quelle dei tuoi compagni di stadio.

Alcuni conosciuti, altri raccontati, storie e persone che hanno sempre fatto e dato qualcosa in più al senso più grandi dell’essere tifosi di una squadra di calcio. I calciatori prima o poi smettono di giocare nella Roma. Noi non smettiamo mai di essere parte della Roma. Non c’è un contratto che scade. A parte quello con la “commare secca”.

E le sconfitte?

Ringrazio dio di aver avuto solo dodici anni a Roma-Liverpool e non più di quattordici dopo Roma-Lecce. Le sconfitte si ricordano meglio delle vittorie. A volte gli zero a zero improvvisi non li cancelli più. Il Liverpool ad esempio mi ha colpito in tutte le fasi della mia vita. Infanzia. Adolescenza e quasi maturità. (Coppa Uefa, arbitro Miranda). Forse da vecchio un dispiacere glielo darò anche io.

Il lutto?

Bisogna elaborarlo e accettarlo alla velocità della luce. Perché per un romanista la vittoria è illegale e la legge vuole che perda sempre e sempre quando non dovrebbe. Non vincere una Coppa dei Campioni. Non una Coppa Uefa. Non due Coppe Italia. Non due scudetti. Giocando sempre in casa. Episodi che sanciscono la biodiversità di un romanista. E la sua grande forza. Non nel sopportare. Ma nel crederci sempre, pronto a cogliere il canto della normale felicità, quella che non ci appartiene di natura: la felicità illegale. E vittoriosa.

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“Fosse stato per me non sarei mai diventato regista”: intervista a Ettore Scola https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ettore-scola/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ettore-scola/#comments Wed, 20 Jan 2016 06:30:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21413 Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un'intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

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Ieri sera è mancato Ettore Scola, uno dei grandi maestri del cinema italiano e mondiale. Per ricordarlo riproponiamo un’intervista di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo uscita sul Fatto Quotidiano, che ringraziamo(Fonte immagine)

di Malcom Pagani e Fabrizio Corallo

Del tessuto giovanile rammenta le striature: “Lo sceneggiatore deve essere un po’ sarto e un po’ puttana. Se vuole che il vestito venga bene deve tener conto di chi lo indosserà, regalargli delle gioie, farlo sentire amato”. Del mestiere  di regista che lo ha candidato all’Oscar 4 volte e reso venerato maestro (“ma non mi ci sento, in fondo Arbasino e Berselli li avevo letti poco”) ricorda il timbro dei suoi eroi minori: “Anche se nei progetti che scrivevamo non pulsava mai il pregiudizio, non si può negare che i protagonisti dei nostri film non fossero spesso degli stronzi” e il sollievo di abbandonarlo a tempo debito: “Il regista è uno schiavo. Fa un lavoro lungo, noioso, ripetivo e scandito da orari canini. Si sveglia all’alba e quando è buio, trotta ancora per preparare il giorno successivo. Appena potevo fuggire, fuggivo. Con l’età, la pigrizia ha superato qualunque altra considerazione. Quando mi chiedono perché non giro più rispondo seccamente: ‘Mi sono preso un decennio sabbatico’”.

Superati gli 83 anni da un mese, Ettore Scola aspetta nella penombra di una casa al piano terra il soffio di un’estate ancora giovane. Fuma molto, cammina sempre meno e sugli scaffali, tra i garofani rossi e le litografie di Gramsci, rifiuta di far tramontare l’ironia al ritmo di un ordine nuovo: “Craxi non ce lo ricordiamo più, Gramsci molto meglio e non c’è bisogno di dire perché”. Anche se l’ipotesi di raccontarsi non lo infiamma: “Non facciamo altro che commemorare, intorno a noi siamo pieni di morti” Scola non crede nell’incendio della nostalgia: “Non sono mai stato pessimista e non credo che oggi si stia davvero peggio di prima” e sostiene che il ricambio generazionale sia cosa buona e giusta: “Aristofane metteva in scena Socrate nei panni del vecchio rompicoglioni. Che i giovani subiscano malvolentieri l’inamovibilità dei vecchi mi pare nel naturale ordine delle cose. Dicono una cosa legittima. Semplice: ‘Hai tentato e hai goduto, adesso fatti da parte e fai provare me. Non soffriva forse Puccini, da ignorato compositore in trasferta milanese, nel vedere Ricordi pubblicare solo Wagner, Bizet e Verdi?”.

All’inizio del suo percorso soffrì anche lei?

Appartengo a un mondo in cui il lettino dell’analista aveva sede dal barbiere e alle nevrosi si rispondeva con la passione. Sono debitore a tante persone, a modelli che rispettavo e desideravo imitare. Penso che anche i grandissimi artisti della pittura abbiano avuto punti di riferimento che amavano più di loro stessi e a cui volevano disperatamente somigliare. Oggi nessuno vuole copiare nessuno e il cinema italiano che osserviamo, pur vitale, non è originale proprio perché non copia. È un peccato.

Perché accade?

Se chiedi a Luchetti notizie di Tornatore, tanto per dire due nomi, non ne ha. Non si vedono. Non si frequentano. Mi pare che i registi italiani tra loro non si stimino granchè e che il Paese non lo amino poi troppo. Del resto non è facile. Come fai a dire a un giovane autore: “ama l’Italia!?”. È dura.

Per voi era diverso?

Per quelli della mia generazione, va detto, era più facile. Nel cinema si respirava l’aria sana della comunione d’intenti. Ci stimavamo reciprocamente e pur non avendo una visione comune e litigando spessissimo, non di rado in modo furibondo, passavamo il tempo insieme anche a lavoro concluso. Eravamo in un’Italia che non ci dispiaceva e a cui eravamo affezionati. Un luogo che avevamo contribuito a ricreare dopo la dolorosa parentesi fascista. Un latifondo di cui il cinema si limitava a vergare ritrattini opachi, minuzie regionali, caratteri minimi. Un posto slabbrato e senza identità in cui tutto era possibile e tutto da inventare proprio perché non c’era nulla. Solo fame, macerie, idiozia.

Neorealismo e commedia all’italiana raccontarono al mondo chi fossero davvero gli italianuzzi.

Neorealismo e Commedia all’italiana si fecero apprezzare all’estero fino a diventare una sorta di manifesto nazionale, perché di un Paese in cui anche la letteratura non aveva poi fatto molto, restituirono il ritratto fedele di una società per molti versi sconosciuta. Calvino diceva che il più grande narratore d’Italia, al livello di Verga e di Manzoni, era De Sica e nel cinema europeo degli anni ’50 non c’erano paragoni. Francia e l’Inghilterra, àncorate agli archetipi di Feydeau e a Dickens, non erano andate in profondità nella narrazione. Non ti raccontavano mai se avevi la zia sciocca o il padre coglione.

Gli italiani invece si identificarono nei vostri film.

Ci hanno amato più di quanto non amassero Visconti anche perché Visconti era un quadro a sé in una galleria aperta solo per lui. Io, Risi, Monicelli, Comencini e Germi eravamo accomunabili perché dipanavamo un filo collettivo. Il cinema di Visconti, così distaccato nella sua originale lettura del passato, non è che mi spiegasse qualcosa in più di me. Zampa, che era molto meno talentuoso, qualcosa di quel che ero me lo raccontava. La commedia italiana poi è certamente un affare di scrittura e di regia, ma senza Gassman, Manfredi, Mastroianni, Tognazzi o Sordi non sarebbe esistita.

Con Sordi lavorò fin dagli anni ’40 e per lui scrisse con Steno Un americano a Roma.

Quando ho cominciato volevo diventare come Steno. Scriveva bene. Aveva una penna svelta, nuova, moderna. Lo avevo conosciuto ai tempi dei giornali umoristici, dove ero entrato presto, a 16 anni. Il modello cambia al ritmo dell’ispirazione, ma Steno era tra i miei. Con Sordi avevo fatto molta radio: Mario Pio, il Conte Claro, Grazie Amedeo. Alberto era acuto. Politicamente conservatore. Un vero intellettuale che per essere autore non doveva passare la notte sui libri. Aveva un’intelligenza rapidissima, capiva lo spirito dei tempi, orientava il pubblico all’immedesimazione non diversamente da Massimo Troisi, con una comunicazione tutta sua. Guardandoli, sapevi che qualcosa di Troisi o di Sordi, anche se non riconoscevi cosa fino in fondo, ti apparteneva indiscutibilmente. Anche Nando Mericoni, il protagonista di Un americano a Roma era un’invenzione originale di Sordi. Steno si ispirò a uno degli episodi del suo Un giorno in pretura, ma girò un film meno luminoso ed efficace del precedente.

All’epoca lei scriveva per gli altri.

Ero decisamente uno sceneggiatore felice. Facevo un mestiere fantastico di cui dettavo tempi, voglie e slanci dal salotto di casa mia. Non solo non ero frustrato, ma quando andavo a vedere i film che avevo scritto, li trovavo nobilitati, sempre migliori del mio lavoro.

Per Risi e Pietrangeli scrisse varie sceneggiature tra cui Il Sorpasso e Io la conoscevo bene.

Risi era maestro di grazia, leggerezza e qualche volta, anche di approssimazione. Pietrangeli era l’esatto contrario. Era pignolo e pretendeva di scandagliare i suoi dubbi in profondità. Entrambi avevano il pallino delle donne, ma anche lì, Risi era più gioioso e la donna, metaforicamente, tendeva a scoparsela. Pietrangeli conosceva profondamente Joyce e voleva studiarla. Capire. Fino a quel momento la donna nel cinema era  stata laterale, personaggio secondario al servizio del maschio. Con Pietrangeli il rapporto si ribaltò completamente.

In quegli anni le offrirono la sua prima regia.

Fosse stato per me, come vi dicevo, non sarei mai diventato regista. Fu colpa di Gassman, esattamente 50 anni fa. Avevamo scritto un film a episodi per lui, “Se permettete parliamo di donne” e non si trovava il regista: “Lo giri tu, farai benissimo”. Il resto è venuto di conseguenza, ma se escludo quell’occasione, nessuno mi ha mai obbligato a far nulla. Il peso delle cose buone e di quelle meno riuscite, è tutto sulle mie spalle.

L’ha portato bene. È stato premiato ovunque. Ha valorizzato alcuni dei più grandi attori del ‘900.

E pensare che mi sarebbe piaciuto fare il falegname. Anche il regista intaglia il legno. Plasma i suoi attori, li rassicura e li forma, ma nel mio caso, Mastroianni a parte, non ho mai chiesto a un attore di inventarsi un’indole diversa dalla propria. Li conoscevo da vicino, sapevo dove avrebbero potuto spendere al meglio le loro peculiarità. Agli albori della mia parabola avevo fatto il “negro” per Totò,  con Metz, Marchesi e Maccari. Certe battute potevi scriverle solo per lui, altrimenti le buttavi.

Perché dice Mastroianni a parte?

Forse perché Marcello, che aveva una personalità meno forte dei suoi omologhi, era più attore di tutti gli altri. Era adattabile. Flessibile. Ispirato e semplice, ma non sempliciotto perché gli attori che ho incontrato custodivano personalità complesse. D’altra parte se non vuoi cimentarti in panni che non ti appartengono e non covi un principio di ansietà, scegli un’altra strada.

Ha mai litigato con un suo attore?

Mi sforzo, ma non mi viene in mente niente. Litigarci e quindi faticare non era tra le mie priorità. Avevo ascoltato Fellini lamentare i suoi precari rapporti con Donald Sutherland e ne avevo intuito l’aggravio.

Si intuisce quello di un’intera generazione al tramonto anche ne La grande bellezza. C’è chi ha scorto dirette filiazioni con La Terrazza.

Ne ho parlato anche con Sorrentino e pur capendo che gli spettatori sono in costante caccia di similitudini e specularità, mi sembra una scemenza. Sì, Jep Gambardella, Toni Servillo, ha un terrazzino a Roma, ma mi pare che i punti di contatto terminino lì. I due film non c’entrano nulla.

Come convive con la vecchiaia?

Anche se la verità è che vogliamo andare avanti fino all’ultimo per poi lamentarcene, la vecchiaia è una fregatura propinata dalla scienza. La vita si è allungata in maniera spropositata. Quando mio nonno Pietro festeggiò i 60 anni, noi ragazzi lo guardavamo attoniti: “Ma come cazzo ha fatto ad arrivare fino a qui?”. Di ottantenni ne ho conosciuti pochissimi. I miei amici più cari non hanno superato i 72.

Monicelli e Lizzani hanno deciso di dire basta da soli.

Anche Lucio Magri se è per questo, ma ogni biografia fa storia a sé. Il gesto di Mario l’ho capito e in qualche modo non mi ha stupito. Quello di Carlo invece sì, a riprova di quanto i caratteri non determinino ogni scelta.

Scorrendo la sua filmografia si trova anche un film con Alberto Sordi, La più bella serata della mia vita, tratto da La Panne di Friedrich Dürrenmatt che firma anche il soggetto e nel suo libro aveva previsto il suicidio del protagonista.

Dürrenmatt era molto severo, scettico e rigoroso. Non gli andava bene niente e con Maximilian Schell, che aveva portato al cinema Il giudice e il suo boia, era incazzatissimo. Non aveva torto e per fortuna non fece in tempo a vedere il lavoro di Sean Penn tratto da La promessa. Non è brutto, ma neanche nel film di Penn si coglie l’epicità della narrazione di Dürrenmatt. Sia come sia, a Friedrich portai la sceneggiatura de La più bella serata della mia vita scritta con Sergio Amidei perché volevo cambiare il finale. Alfredo Traps, il protagonista de La Panne, sottoposto a processo da un bizzarro tribunale notturno in un castello in cui capita per caso, afflitto dal pentimento, si impiccava. Sarebbe stato insostenibile.

Nel romanzo gli accusatori si dolgono della scelta: “Alfredo, mio caro Alfredo! Ma che cosa ti sei messo in testa, santo cielo? Ci rovini la più bella serata della nostra vita!”

Con lo scrittore andai alla radice della questione. “Noi siamo cattolici e non luterani” gli spiegai. “Per il peccatore ci sarà comunque la punizione, ma morirà ridendo perché sa che la sua mentalità borghese, infinitamente più forte della religione di qualsiasi credo, non morirà mai”. Il discorso non gli piacque molto, ma il risultato finale, pur lontanissimo da lui, lo persuase. Tra l’altro Sordi somigliava a Berlusconi e ne anticipava i temi in modo impressionante. Certe battute sembrano scritte da lui.

Per conquistare la simpatia dell’interlocutore con una battuta, Berlusconi si sarebbe fatto uccidere.

In Io la conoscevo bene Turi Ferro interroga la Sandrelli. Lei giustifica un amico ladro lodandone la simpatia e lui le rivela una verità assoluta: “Le galere sono piene di gente simpatica”. I mariuoli dell’epoca erano più allegri. Adesso neanche quello. Tutta gentaglia.

La furbizia è considerata una dote.

Il berlusconismo ha dato la stura a questo tipo di personaggi e sicuramente anche Bruno Cortona, il Gassman de Il Sorpasso era simpatico e quindi dannoso, forse anche più degli altri. Ma nel dolo aveva una carica umana che oggi è totalmente scomparsa.

Nel film Gassman sopravvive e Trintignant muore. C’era una premonizione sul destino che sarebbe toccato in sorte a probi e mascalzoni?

C’era anche quello, certo. Ma noi eravamo curiosi di vedere l’evoluzione e lo sviluppo delle nostre maschere Sapere come se la cavavano. Non partivamo con la condanna aprioristica nella tasca. 50 anni dopo film come Il Sorpasso, il grande cruccio di registi e sceneggiatori rimane lo stesso di allora. Continuano a farmi domande a cui non so rispondere.

A Berlusconi, categoria storica più solida dell’ultimo ventennio, riconosce un talento?

Anche un progetto eversivo come il suo avrebbe avuto bisogno di genialità. È stato sfrontato, presuntoso e a tratti anche gagliardo. Ma si è limitato a compiacersi. Per fortuna non ha avuto il lampo hitleriano del caudillo violento o del mascalzone spietato. È rimasto piccolo. E anche la sua fine, con quella condanna risibile che suona come un umiliante contrappasso letterario o come un conticino inevaso, è piccola assai.

C’è chi giura che Renzi gli somigli.

Forse nella prossemica un po’ di contagio c’è. Sono due italiani e si somigliano di più di quanto non accada a un bavarese e ad un napoletano. Renzi ha qualche difetto. Prima di tutto è toscano e noi romani, anche d’adozione, con i toscani abbiamo sempre avuto qualche diatriba esistenziale. Poi non è straordinariamente simpatico ed è un po’ sbruffoncello. Detto questo, nell’ultimo mese mi sembra molto migliorato e con gli 80 euro ha colto nel segno. Si è fatto seguire in un nodo cruciale. Dicono: “Son temi elettorali, non frega niente a nessuno”. Niente di più falso. Dovreste vedere le discussioni ideologiche che ascolto quando vado a fare fisioterapia. Tra chi è dentro la forbice e chi rimane fuori, tra entusiasti e detrattori, a volte sembra di essere in una vecchia sezione del Pci. (Arriva una telefonata, dall’altro capo del filo c’è un amico. Scola: “Giovanni, ma che ci chiediamo davvero come stiamo? Lasciamo perde dai” nda)

Lei in sezione non va più. Che sentimenti le provoca la sinistra del 2014?

Sono tra l’allegro, il deluso e lo speranzoso che è come dire tutto e il contrario di tutto.

La sinistra è stata la sua famiglia. Quanto ha contato nella sua formazione quella d’origine?

Non moltissimo, ma neanche così poco. Era numerosa, vivevamo a Trevico, in una grande casa al centro di un piccolo borgo nell’avellinese. Non mi sono mai chiesto se ne potessi fare a meno, però so che mi è servita a osservare tic, difetti, tipi e tipetti. La famiglia è una radice, viene fuori anche quando non vuoi, solleva l’asfalto, gonfia la terra, ma se non ci fosse forse non staresti in piedi perché noi non siamo molto diversi dalle piante.

Ricorda Mastroianni alle prese con gli aforismi meccanici ne La Terrazza? “Ho lasciato la famiglia perché non sopportavo la solitudine”.

Si vabbè, d’accordo, ma voi che intenzioni avete?

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Le stelle mancanti di Loredana Bertè https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-loredana-berte/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-loredana-berte/#comments Fri, 11 Dec 2015 12:30:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29343 Questa intervista è uscita su La lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Loredana Bertè torna con un nuovo singolo scritto da Luciano Ligabue Amici non ne ho... ma amiche sì, titolo anche del disco in uscita a gennaio. Intanto ha da poco pubblicato la straordinaria autobiografia scritta con Malcom Pagani: Traslocando (Rizzoli) dove racconta la sua vita che no, non spiega come si diventa Loredana Bertè, come nessuno può spiegare come si diventa Marilyn Monroe, Janis Joplin, Jimmy Hendrix. Nascita, arte e vita che coincidono, destino forse, o forse no, nemmeno l'infanzia buia che accomuna molti di questi miti pop. "La nostra infanzia è fatta di tutte stelle mancanti" dice Loredana, riferendosi a se stessa e a Mimì, la sorella.

Mai un regalo?

Il Padre e La Madre erano due statali, prendevano lo stipendio il 27, noi siamo nate il 20.

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bertèQuesta intervista è uscita su La lettura del Corriere della Sera, che ringraziamo.

Loredana Bertè torna con un nuovo singolo scritto da Luciano Ligabue Amici non ne ho… ma amiche sì, titolo anche del disco in uscita a gennaio. Intanto ha da poco pubblicato la straordinaria autobiografia scritta con Malcom Pagani: Traslocando (Rizzoli) dove racconta la sua vita che no, non spiega come si diventa Loredana Bertè, come nessuno può spiegare come si diventa Marilyn Monroe, Janis Joplin, Jimmy Hendrix. Nascita, arte e vita che coincidono, destino forse, o forse no, nemmeno l’infanzia buia che accomuna molti di questi miti pop. “La nostra infanzia è fatta di tutte stelle mancanti” dice Loredana, riferendosi a se stessa e a Mimì, la sorella.

Mai un regalo?

Il Padre e La Madre erano due statali, prendevano lo stipendio il 27, noi siamo nate il 20.

Come festeggiavate i compleanni?

Non li festeggiavamo. Verso i dieci anni con un pasticcino e una candelina. Io e Mimì da sole. Oppure con Clito.

Clito?

Il cane che Il Padre comunista aveva addestrato ad addentare le tonache. Appena vedeva un prete o una suora quello partiva e azzannava il polpaccio.

Aveva ragione Il Padre?

Per me non ha ragione nessuno. Non ho mai creduto in niente, non mi bevo una parola della Bibbia. Non so se in alto c’è qualcuno.

Perché nel libro i suoi genitori vengono chiamati La Madre e Il Padre, mai mamma e papà?

Io e Mimì ci guardavamo e dicevamo: che c’entriamo noi con questi? Non c’entravamo davvero niente. Tante volte sognavamo: che bello sarebbe essere orfane. Il Padre era il peggiore, violento, una bestia feroce. Io sono sopravvissuta per caso.

E la madre?

La Madre era una ragazza bellissima che si è sposata troppo presto, a quindici anni, non sapeva niente della vita. Si è ritrovata un uomo che la menava, ha avuto quattro figlie, e quando è riuscita a liberarsi del marito non ha capito più niente.

Per esempio?

Dopo i primi successi, con i soldi guadagnati Io e Mimì ci siamo comprate un terreno, via Flaminia, chilometro ventitré, lì abbiamo costruito la villa dei nostri sogni. Cucina, salotto, cinque camere da letto, dove abbiamo messo anche La Madre e una sorella. I mobili li avevo disegnati io: azzurro psichedelico.

Il tentativo di ricostruire una famiglia?

In realtà era già tutto perduto.

E voi non l’avevate capito?

Stavamo lì, insieme, i cani, avevamo nove cani. Il dubbio ci doveva venire con la piscina.

La madre ci chiedeva i soldi per costruire la piscina, ogni volta che una di noi partiva: “mi lasceresti un assegno per la piscina?”. Noi glieli davamo, ma nessuno è mai arrivato a scavare la buca.

Che faceva La Madre coi soldi?

Ritocchi estetici e borse, aveva l’ossessione delle borse firmate. Per le borse si è venduta anche le pellicce mie e di Mimì. Due pellicce spelacchiate per la verità. Ma il peggio è venuto dopo.

Cioè?

Io vado in America per un periodo. Quando torno rientro direttamente a Riano, alla villa: i nostri nove cani in giardino, le Cinquecento, quella mia e quella di Mimì, ogni cosa come l’avevo lasciata, solo che c’era un cameriere nero in livrea che annaffiava i fiori.

Chi era?

Gli dico: questo è casa mia. E lui: ancora? è la terza sorella che viene, lo volete capire che questa è l’Ambasciata del Venezuela? La signora ha venduto tutto.

La signora era sua madre?

La Madre si era venduta la casa con le nostre cose dentro, pure i cani.

Come è riuscita a venderla?

Ma scusa: se nella vita riesci a costruirti una casa, la prima casa, a chi la intesti?

Le manca una famiglia?

Se non hai avuto una famiglia, non ti manca. Mi manca mia sorella. Eravamo noi la nostra famiglia.

I regali che non ha avuto nell’infanzia se li è fatti dopo da sola?

Tutto quello che non mi hanno regalato Il Padre e La Madre, anche i giocattoli.

Come l’orsacchiotto con cui andò alla Casa Bianca?

Era una borsa, l’avevo presa a Ibiza quando ancora non ci andavano i dentisti.

Il Presidente gradì?

Al tempo in Parlamento c’era Cicciolina con l’orsacchiotto. Alla Casa Bianca mi si avvicina Bush padre e dice: “sto dalla tua parte”, mentre la sicurezza mi seguiva a ogni passo. Io non capivo.

Poi ha capito?

Pensavano mi volessi spogliare come Cicciolina, credevano che in Italia ci fosse una specie di partito di donne che di colpo si spogliano con ‘sto cavolo di orso di peluche.

Alla Casa Bianca lei andò con Bjorn Borg?

Bush padre aveva regalato a Bush figlio Borg, una partita con Borg. Poi iniziò a piovere. Uomini della Cia e dell’Fbi asciugavano col phone il campo da tennis.

Riuscirono ad asciugarlo?

Gli americani pensano che tutto sia possibile. Non lo è.

Come si è comportata Loredana Bertè alla Casa Bianca?

Giravo per le stanze, lo Studio Ovale, mi sono distesa sul mappamondo gigante. C’erano i Bin Laden, padre e figlio, amici di famiglia, avevano affari petroliferi con i Bush.

Bjorn Borg apprezzava la sua eccentricità?

All’inizio sembrava di sì, ma all’inizio ogni cosa sembrava diversa. L’ho sposato perché si era presentato in un modo: “I love you”, “honey”, poi è diventato un altro.

È stato un grande amore?

Ci sposò Pillitteri. Io in rosa, Borg in azzurro.

Una favola?

Niente di più lontano. Con Borg ho perso sentimenti e conti in banca. Pagavo sempre io, i miliardari non hanno mai soldi in tasca. Anche oggi, se ci ripenso, non lo so se è stato amore vero, sono stata trascinata dell’idea che potesse essere per sempre, e io non avevo mai avuto niente per sempre.

Rimpianti?

L’ho lasciato troppo tardi, nel 1992, dovevo farlo prima.

La vita dopo Borg?

Torno in Italia, a Milano. Daniela Zuccoli, la moglie di Mike Bongiorno, mi affitta casa sua. Fa schifo, gliela ristrutturo completamente, faccio la cucina all’ingresso, entravi in casa e c’era il frigo.

È stata felice in quella casa?

Ricordo la festa di inaugurazione. Venne anche Craxi che lasciò la pistola nel forno.

Perché nel forno?

Era un Frost, mai capito come funzionasse, lo usavo come cassetto.

Inizia un periodo di pace?

Macché. Un giorno Daniela Zuccoli vede la casa e dice: voglio trasformarla nel mio show room. E grazie! Gliel’avevo messa benissimo. Siamo finite in Tribunale con gli avvocati che ci dividevano nei corridoi.

Chi ha vinto?

Ha perso lei.

Finalmente la serenità?

Siccome nel condominio stavano sempre a ristrutturare, primo piano, secondo piano, terzo piano, e a me scoppiava la testa, un giorno esco fuori con una mazza da baseball e spacco la portineria. Chiamano la polizia,  ma io riesco a fuggire.

Dove va?

All’albergo di fronte. Rimango quattro giorni all’hotel Ariosto. Dalla finestra guardavo se c’erano ancora i poliziotti. Il giorno che se ne vanno, torno. Quelli arrivano subito, quattro volanti, sfondano la porta, m’immobilizzano, mi prendono come Brusca. Mi legano. C’era la Croce Rossa, questa gente con le tute fosforescenti. Mi portano in manicomio.

Si è spaventata?

A casa non avevo l’acqua da giorni, in manicomio c’era. Ho pensato: che culo. E mi sono fatta  una doccia.

Quanto è rimasta là dentro?

Da fuori è venuta Aida, la mia corista, a portarmi lo stereo Sony. Abbiamo fatto uno showcase . Le pazienti cantavano con noi Sei bellissima. Il giorno dopo arriva un infermiere del reparto maschile: di là stanno impazzendo, non è che puoi cantare anche per loro?

E ha cantato anche per gli uomini?

Sì. Poi la dottoressa mi ha detto: lei non è matta per niente, meglio che se ne torna a casa sua.

Loredana Bertè non è matta?

Non lo so. Che poi tra quelli dentro e quelli fuori non c’è tanta differenza.

Si è rialzata da tutto lei?

No. La morte di Mimì, è come se fosse successa ieri.

Non passa?

Risuccede ogni giorno. Vedo alla televisione Mara Venier che piange, poi la foto di Mimì. Mi chiama Renato: spegni la televisione, sto arrivando. Andiamo all’obitorio. Appena entro vedo la bara con  Mimì dentro. Mimì è piena di lividi. Allora capisco. L’hai ammazzata, grido al Padre. Lui mi si avventa contro, botte, calci, mi strappa i capelli. E io cado nella bara, sopra a mia sorella.

Il padre è ancora vivo?

Purtroppo. Aspetto che muoia per riprendermi le ceneri di Mimì. Ho saputo che l’aveva cremata dalla televisione.

Perché vuole le ceneri?

Per spargerle a Bagnara Calabra.

Lei spesso parla al plurale.

Io e Mimì.

Se ci fosse ancora Mimì?

Vorrei che fosse fiera di me. Di questo nuovo disco.

Prodotto da Fiorella Mannoia, giusto?

Nella vita mai pensavo di poter duettare con Fiorella Mannoia e Patty Pravo.

Scusi, ma lei è Loredana Bertè, lo sa?

E chi é?

Come è nata la collaborazione con la Mannoia?

Devo ringraziare Renato Zero. Se non c’avesse tirato una sòla sia a me che a lei, non ci saremmo mai incontrate.

Da quanto tempo non parla con Zero?

Sei anni.

Motivo?

Mi ha prodotto un disco, ma come voleva lui, ci ha messo pure i cori delle suore, gli ho detto: questo è un disco per Suor Cristina, tienitelo.

Non pensa che potreste far pace?

Io ho perso due persone: Mimì e Renato.

Lui l’ha più cercata?

Io non ho telefonino, ho solo il fisso, un Sirio, mai cambiato, mi sono letta trecento pagine di istruzioni, non posso leggermene altre. Chi vuole mi chiama lì, zero due, e mi lascia un messaggio in segreteria.

Messaggi di Renato Zero?

Nessuno.

Il futuro per Loredana Bertè?

Equitalia. Mi hanno pignorato tutto.

Le mancano dei figli?

Avrei voluto un figlio per dirgli: non credere a quello che ti dicono gli altri di tua madre, ora te la racconto io la storia vera.

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“Non so che farmene di tutti questi supereroi”: Intervista a Peter Bogdanovich https://minimaetmoralia.it/interviste/non-so-che-farmene-di-tutti-questi-supereroi-intervista-a-peter-bogdanovich/ https://minimaetmoralia.it/interviste/non-so-che-farmene-di-tutti-questi-supereroi-intervista-a-peter-bogdanovich/#comments Thu, 26 Nov 2015 16:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29240 Questo articolo è uscito sul Fatto quotidiano, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Peter Bogdanovich ha settantasei anni: “Wes Anderson, Quentin Tarantino e Noah Baumbach mi chiamano ‘nonnetto’. Gliel’ho concesso perché non mi dà nessun fastidio e perché in fondo e in superficie, i miei amici di oggi- affetti veri e costante fonte di ispirazione- sono loro. Quelli che avevo da ragazzo appartenevano a una generazione precedente: Orson Welles, Howard Hawks, James Stewart, John Huston. Tutti più grandi di me, più adulti, più vecchi. Tutti morti, purtroppo”. La voce roca, gli occhiali, il foulard. La vita romanzesca, la curiosità, i mestieri. Bogdanovich è stato attore, sceneggiatore, documentarista, giornalista, giocatore d’azzardo, Casanova, critico e regista di una ventina di film.

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Questo articolo è uscito sul Fatto quotidiano, che ringraziamo (fonte immagine).

di Malcom Pagani

Peter Bogdanovich ha settantasei anni: “Wes Anderson, Quentin Tarantino e Noah Baumbach mi chiamano ‘nonnetto’. Gliel’ho concesso perché non mi dà nessun fastidio e perché in fondo e in superficie, i miei amici di oggi- affetti veri e costante fonte di ispirazione- sono loro. Quelli che avevo da ragazzo appartenevano a una generazione precedente: Orson Welles, Howard Hawks, James Stewart, John Huston. Tutti più grandi di me, più adulti, più vecchi. Tutti morti, purtroppo”. La voce roca, gli occhiali, il foulard. La vita romanzesca, la curiosità, i mestieri. Bogdanovich è stato attore, sceneggiatore, documentarista, giornalista, giocatore d’azzardo, Casanova, critico e regista di una ventina di film.

In quello che nel 1971 gli restituì fama, onori e premi, L’Ultimo Spettacolo, il vento spazza le strade in bianco e nero di un’immaginaria cittadina del Texas, la radio avverte: “Arriva il Presidente Truman” e Ben Johnson, il Tector Gorch de Il Mucchio Selvaggio di Peckinpah, si guadagna l’Oscar come migliore attore non protagonista ammonendo da oste di frontiera i giovani avventori: “Non conosci il valore dei soldi: hai già speso dieci centesimi, ma non hai ancora fatto una colazione decente”. Con la cognizione del denaro, qualche problema lo ha avuto anche Bogdanovich.

Ha guadagnato moltissimo, ancor di più ha dilapidato e dopo aver dichiarato bancarotta due volte -dice- ha smesso di preoccuparsi: “Oggi con i soldi ho un rapporto amichevole: ne vorrei di più, ma tutto non si può avere e non decido io. Da giovane era diverso, con i dollari non avevo nessuna confidenza perché i dollari semplicemente non c’erano. Poi arrivarono e così come vennero, sparirono. Avevo girato “…E tutti risero”– un lavoro in cui credevo molto- e mi incaponii nel volerlo distribuire a tutti i costi per conto mio senza intuire in che follia mi stessi imbarcando. In America i grandi studiosdettano legge ed esercitano un potere che è saldamente e per intero nelle loro mani. Se decidono di cacciare il tuo film dalle sale per metterci il loro lo fanno. E tu sei fottuto. All’epoca, era il 1980, per “…E tutti risero” persi 5 milioni di dollari: proprio il valore della casa di Bel Air in cui vivevo”.

Parafrasando il titolo della sua ultima vitalissima impresa, nessuno meglio di Bogdanovich sa che a Hollywood come a Broadway, tutto può accadere. Anche che a un autore cresciuto venerando in egual misura Frank Capra e John Ford venga offerta un’ultima favola. Un duello western fuori tempo massimo in cui tra un equivoco, un amante, una puttana trasformata in principessa e una nevrosi, con le armi della scrittura e della fantasia, si possa cavalcare nelle praterie del ritmo e dell’umorismoper il solo gusto del colpo di scena, del ribaltamento di orizzonte e del puro divertimento cinematografico. Per fargli realizzare “Tutto può accadere a Broadway”, nelle sale con 01 Distribution, si sono mobilitati in tanti. All’aiuto di Wes Anderson e Quentin Tarantino (con Tatum O’Neal, Cybill Shepherd e Michael Shannon, Quentin recita anche in un piccolo ruolo) si sono aggiunti altri complici. Un fedele sodale di Bogdanovich come Owen Wilson -molti bianche notti divise con il maestro per santificare la maratona di Breaking Bad: “Ore spese bene, non è forse un capolavoro?” e poi in ordine sparso, Imogen Poots, Jennifer Aniston, Colleen Camp, Rhys Ifans.

Un bel gruppo.

Nel film ci sono moltissimi amici. Mi hanno incoraggiato e permesso di tornare bambino.

Lei è figlio di immigrati giunti A New York negli anni ’30. Ha vissuto un’infanzia difficile?

Grazie a due genitori che hanno saputo incoraggiare qualsiasi mia inclinazione artistica, ho avuto una bellissima infanzia. Erano severi, ma molto stimolanti.

Sognava di diventare regista?

Fino a 13 anni per me esisteva solo il cinema. A indirizzarmi verso altri palcoscenici fu mia madre. “Vai a Broadway, c’è il teatro, è bellissimo”. Io non volevo saperne. Lei insistette. Mi obbligò. E allo spettacolo, uno spettacolo di livello molto, molto medio, andai.

Che impressione le fece Broadway?

Il teatro mi colpì moltissimo. Amai a tal punto l’atmosfera che per anni, ogni fine settimana, tornai regolarmente a Broadway. Mia madre come sempre aveva avuto ragione.

Di suo padre che ricordi ha?

Era un pittore. Un artista che nel nostro appartamento di New York dipingeva ogni giorno. Sono cresciuto circondato dai colori e dalle composizioni. Era artista mio padre ed erano tutti artisti, chi più, chi meno-anche gli amici dei miei genitori.

Artisti squattrinati?

I miei erano arrivati in America dall’Austria e dalla Serbia e non avevano molti  soldi, ma con qualche miracolo li trovarono per mandarmi in un’ottima scuola e per iscrivermi al campo estivo dove potevo frequentare i corsi di recitazione. Più che il regista, da giovane sognavo di fare l’attore. Per un breve periodo ci ho anche provato.

Sentiva di avere la vocazione?

In casa c’era una malinconia di fondo, una perenne tristezza che avvertivo ma di cui non conoscevo le ragioni. Le scoprii quando avevo 8 anni.

E cosa scoprì?

Che prima di emigrare, i miei genitori avevano avuto un figlio in Europa e che quel figlio, Anthony, era morto in un incidente all’età di 18 mesi.

Sarebbe stato suo fratello.

I miei genitori erano stati investiti da una tragedia e la mia nascita era stata un modo per lenirla. Cercavano leggerezza. Così affinai l’umorismo e la passione per la commedia allo scopo di farli ridere. È nato tutto così.

In ambito cinematografico è stato giornalista, critico, attore e poi regista. Cosa l’ha spinta a passare da un ruolo all’altro?

A vent’anni firmai la regia del mio primo spettacolo. Poi arrivò il cinema. Conoscevo bene gli attori, avevo qualche rudimento di regia. Volevo proprio “farli”, i miei film. Pensavo che i miei talenti bastassero a guidarmi con facilità fino a Hollywood e mi sbagliavo. Fui costretto a dimenticare le sicurezze, a fare i conti con la realtà, a inventarmi altro.

E cosa si inventò?

Quando nessuno pensava minimamente di offrirmi un’occasione, me la offrii da solo e mi presentai a Los Angeles. Era il ‘64. Il primo a darmi una mano fu Roger Corman.

Produttore mitologico con più di 60 titoli in carriera.

 Mi sentivo pieno di agganci e di possibilità e soprattutto mi sentivo molto sicuro di me. Se non ci fosse stato Corman, io forse un film non lo avrei mai girato. L’azzardo di farmi esordire se lo assunse lui.

Un buon investimento.

Avevo già diretto 5 o 6 spettacoli a teatro, presi la mano molto in fretta.

Se non altro al cinema, da spettatore, era stato spesso.

Tra i 12 e i 32 anni ho visto, catalogato e recensito non meno di 4.000 film. È stata la mia scuola, il mio modo-empirico ed entusiasta- di imparare dagli altri. 4.000 schede battute con la macchina da scrivere sulle quali annotavo anno di produzione, regista, attori e-ovviamente-le mie osservazioni e le mie critiche.

Ha mantenuto l’abitudine?

Non più. Ma le ho conservate tutte. Mi sono servite. Le ho consultate e- quando serviva- anche aggiornate. Ho continuato ad andare al cinema, ma non con la stessa maniacalità che a 15 anni mi portava in sala 3 volte al giorno.

Per mancanza di tempo?

Perché i film che fanno oggi non mi sembrano poi così interessanti. A me piacciono quelli sulla gente. Film di volti, emozioni e caratteri che non poggiano la loro forza sugli effetti speciali. I registi di oggi fanno film sulle macchine (nda: Bogdanovich dice letteralmente “sulla carrozzeria”) ed è tutto un inseguimento, un rodeo violento, una fuga fracassona, una gara all’effetto speciale. Niente che abbia veramente a vedere con le persone e con la vita vera.

Non le piacciono gli effetti speciali?

Sembra che vogliano dimostrare di poter fare qualunque cosa con gli effetti speciali, ma io dico: chi se ne frega degli effetti speciali. Voglio le persone come nei film di Renoir o di John Ford, non L’uomo ragno o I Fantastici 4. Non so che farmene di tutti questi supereroi.

Ricorda l’esatto momento in cui capì di avercela fatta?

Non lo capisci mai. Il successo arrivò molto in fretta accompagnato da un’aria strana e indecifrabile. Prima che uscisse L’ultimo spettacolo avrei dovuto dirigere Steve McQueen in Getaway, poi girato da Peckinpah. Lavorai molto all’idea e proprio questo progetto incompiuto accese l’interesse di Barbara Streisand nei miei confronti.

Streisand fu la sua protagonista in “Ma papà ti manda sola?”.

Nell’anno dominato da “Il Padrino”, mi ritrovai con“L’ultimo spettacolo” e “Ma papà ti manda sola?” nella top ten di Variety. Cambiò tutto. Nel cinema accade spesso. Ho avuto successo e ho vissuto momenti di grande difficoltà economica e professionale. All’inizio degli anni ’90 un film non voleva farmelo fare più nessuno.

Come ha gestito il successo?

Continuando a lavorare. Facevo 3 film che andavano bene e poi incappavo in tre disastri: nel lungo periodo c’era uno strano equilibrio. Con il tempo capii che ero stato eterodiretto, che Hollywood cominciava ad impormi tante cose a iniziare dalle proprie star. Rinunciai agli attori che avrei voluto dirigere, all’uso del bianco e nero e cedendo di qua e di là, lentamente, rinunciai anche a me stesso. Ero molto infelice. Anche del risultato di  un paio di film girati a metà degli anni ’70, poco dopo “Paper Moon”. “Finalmente arrivò l’amore” e “Vecchia America” non erano due buoni film. Così mi presi 3 anni sabbatici. Tre anni per riflettere e tornare alle origini. E venne fuori “Saint Jack”, realizzato con pochissimi soldi.

I tre anni le servirono?

Ridiedi lustro alla mia carriera, ma soprattutto capii che dovevo fare a modo mio e non sottostare alle regole altrui. Due dei miei miglior film “…E tutti risero” e “Saint Jack” sono stati girati uno dopo l’altro con questo spirito: la ribellione al compromesso. Poi arrivò la tragedia di Dorothy e per me si spalancarono le porte dell’inferno.

Dorothy Stratten era la sua compagna. Un ex Playmate di sconvolgente bellezza che lei aveva fatto recitare accanto a Ben Gazzara e Audrey Hepburn in “..E tutti risero”. Un grande amore nato sul set e interrotto dal marito di Dorothy, Paul Snider, il fotografo che la uccise per gelosia il 14 agosto 1980.

Entrai in un posto buio.Tremendamente buio. Passai tre anni a scrivere su Dorothy un libro che rappresentò un aiuto e un dolore allo stesso tempo. Sentivo il dovere di scrivere. Non sapevo esattamente cosa fosse accaduto con suo marito. Cominciai a parlare con chiunque sapesse qualcosa e misi in piedi un volume che somigliava a un’inchiesta. Scoprii cose che lei mi aveva nascosto e che se avessi saputo mi avrebbero forse permesso di proteggerla.

Scrisse per arrivare alla verità?

Scrissi per lei. Alla sua morte i giornali restituirono di Dorothy un’immagine superficiale. Si ricordavano solo della coniglietta di Playboy. Volevo dire al pubblico chifosse veramente Dorothy.

Anni dopo lei venne investito dalle critiche quando sposò la sorella di Dorothy, Louise Beatrice Stratton, una ragazza che esattamente come la sua compagna precedente era molto più giovane di lei.

Cary Grant una volta mi disse: “Ma sei matto? Non puoi andare a dire in giro che sei follemente innamorato! Smettila di dire a tutti che sei felice!” Quando gli domandai il perché, si spiegò: “Perché la gente è infelice e non ama: non potrà che giudicarti ed essere gelosa”. Ecco, mi è successo questo. Nell’amore per Louise non vedevo francamente niente di innaturale. C’era stato un naufragio: io e lei ci eravamo trovati sulla stessa zattera e ci eravamo stretti,amati e sposati. 15 anni dopo ci siamo separati, ma lei è ancora la mia migliore amica.

Nel cinema lei ha conosciuto veramente tutti. Le chiediamo qualche fotografia iniziando da Alfred Hitchkock.

 Un grand’uomo. Poteva tenerti avvinto per ore su come aveva girato una scena o scelto un’inquadratura.

Jack Nicholson.

Mi piace Jack. Per Bersagli, un mio vecchio film del ’68, organizzai una proiezione privata. Sui titoli di coda, il gelo. Non fiatò nessuno. Non un commento, un applauso, una critica. Il nulla. Sa chi venne da me? Jack. Fu generoso, ne avevo bisogno.

Orson Welles.

Non era un pessimista. Era buffo. Faceva ridere. Sapeva qualcosa di ogni cosa. E aveva fascino.

Lei avrebbe dovuto concludere il suo The other side of the wind, Welles le aveva chiesto di finirlo se gli fosse accaduto qualcosa.

È  vero. Ci provo da trent’anni. Sapesse le volte in cui mi hanno detto: “Iniziamo lunedì!” oppure: “Partiamo il 5 Gennaio, il 7 Marzo o il 19 aprile”. E poi nulla. Il silenzio. Adesso dovremmo cominciare veramente, il 2 novembre, proprio domani. Ma non so più se crederci.

Come mai?

Quando qualcuno deve stanziare soldi per un progetto, qualcosa va sempre storto. E la questione dei diritti è rognosa. Chi mette i soldi non vuole complicazioni. Troppe volte mi è successo di essere alla vigilia delle riprese e all’ultimo momento arrivava qualcuno che diceva: “Fermi tutti, ho io i diritti di questo film.” Magari non era vero, ma intanto la macchina si inceppava.

Si definirebbe un nostalgico?
Sono un nostalgico, sì. In Francia stanno scrivendo un libro su di me. Il titolo è: ‘Il cinema è elegia’. E secondo me è un titolo perfetto.

Ha rimpianti?

Sa come diceva Sinatra in My Way?  (Bogdanovich la canta, nda) “Regrets, I’ve had a few, but then again too few to mention” – rimpianti, ne ho avuti, ma troppo pochi per ricordarli. Ecco, io non sono d’accordo. Altroché se ho dei rimpianti. Quello che non ho è la voglia di tirarli fuori. Cerco di non pensarci. Anche se dalle tre di notte, l’ora del lupo, non si scappa.

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Bob Dylan secondo Francesco De Gregori https://minimaetmoralia.it/interviste/bob-dylan-de-gregori/ https://minimaetmoralia.it/interviste/bob-dylan-de-gregori/#comments Mon, 09 Nov 2015 13:30:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29041 Questa intervista è uscita sul Fatto Quotidiano. Ringraziamo l'autore e la testata (fonte immagine)

di Malcom Pagani

A Roma immaginava topi attraversare Via Frattina, a Milano trova gatti nei navigli: “Ne ho appena visto uno passato a miglior vita, scorreva nel canale” dice serio, mentre altra acqua sta per scendere dal cielo e i lampi del suo nuovo disco – De Gregori canta Bob Dylan-Amore e furto – promettono più tempesta che consolazione. Non c’è quiete nelle 11 magnifiche canzoni che Francesco De Gregori manda nei negozi da oggi con Caravan/SonyMusic, iniziando un tour nelle Feltrinelli che precede quello nei teatri, al via dal 5 marzo dell’anno che verrà. Si scrive a un amico anche qui, in questa perfetta fusione tra le melodie di Dylan e la traduzione di De Gregori: “Che non è mai interpretazione perché tradurre è un conto, penetrare in quel che voleva dire Dylan è un altro. Non lo sa nessuno e il mio disco non lo svela. Io ho cercato di restituire la fedeltà dei testi e ho curato la musica al solo scopo di farla viaggiare”.

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Questa intervista è uscita sul Fatto Quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata (fonte immagine)

di Malcom Pagani

A Roma immaginava topi attraversare Via Frattina, a Milano trova gatti nei navigli: “Ne ho appena visto uno passato a miglior vita, scorreva nel canale” dice serio, mentre altra acqua sta per scendere dal cielo e i lampi del suo nuovo disco – De Gregori canta Bob Dylan-Amore e furto – promettono più tempesta che consolazione. Non c’è quiete nelle 11 magnifiche canzoni che Francesco De Gregori manda nei negozi da oggi con Caravan/SonyMusic, iniziando un tour nelle Feltrinelli che precede quello nei teatri, al via dal 5 marzo dell’anno che verrà. Si scrive a un amico anche qui, in questa perfetta fusione tra le melodie di Dylan e la traduzione di De Gregori: “Che non è mai interpretazione perché tradurre è un conto, penetrare in quel che voleva dire Dylan è un altro. Non lo sa nessuno e il mio disco non lo svela. Io ho cercato di restituire la fedeltà dei testi e ho curato la musica al solo scopo di farla viaggiare”. Da Desolation Row a Not dark yet, tra uomini divorati dalla vanità, tentazioni e tradimenti, De Gregori non estirpa la radice di una passione, ma ribalta il senso di un aggettivo, ‘dylaniano’, cucitogli addosso con periodica applicazione.

Il disco è bellissimo, ma lei ha mentito. In primavera giurava che il progetto non esistesse.

Mentire è un brutto termine: non sapevo se il disco sarebbe nato e se il lavoro sui testi mi avrebbe soddisfatto. Dovevo verificare. Volevo cantare in italiano, ma avevo dubbi su tutto, anche sugli arrangiamenti: mantenere quelli di Dylan o utilizzare i miei? La verità è più o meno questa. (Ride)

Da ragazzo, ignorato, le capitava di suonare Dylan sui gradini del Pantheon con Baglioni. Si fermò solo un turista giapponese. 

Era una vita fa, oggi ho più consapevolezze e forse anche più distacco. Quando cominciai ero un fan di Dylan. Lo sono anche ora, ma canto da 40 anni. L’approccio è più paritario. Dylan è un collega. Una persona che ammiro da cui attingo per restituire. Canto le sue cover come lui farebbe con Sinatra, perché il mio in fondo è un disco di cover.

Il titolo è ironico: Amore e furto. Sembra prevalere il primo.

Se non lo amassi, non ci sarebbe il disco. Ma affrontando Dylan oggi so di cosa parlo, dove nasce la sua musica, come viene suonata e dove vuole andare. Non mi muovo più come il ragazzino nel parco giochi che ero, quando ascoltavo Desolation Row a 20 anni. Sensazioni e suoni mi cadevano addosso violenti e io mi perdevo. Beatamente, ma mi perdevo.

Chi le fece ascoltare Dylan per la prima volta?

Quell’eversore di mio fratello Luigi, fondamentale come sempre. Portava a casa cose strane, dischi americani, Elvis e Paul Anka. Fino ad allora in casa si ascoltava la lirica amata da mia madre e qualche canzonetta, da lei a stento sopportata,gracchiata dalla radio. La voce di Dylan mi scosse.Il suono elettrico mi sconvolse. Non era un suonoche conoscevo, ma un timbro sporco, polveroso, lontanissimo dalla calligrafia un po’ perbenista disegnata dagli stessi Beatles.

Dopo il suono conobbe i testi?

“Dietro a questo suono grezzo e cattivo che mi piace tanto-mi chiesi-cosa dice questo Dylan?”. Mi ripete “Please, please me” o mi racconta altro?Mi misi lì, con il vocabolario di inglese, a cercare parola per parola. E mi feci scoprire esattamente come capitò al mio compagno di banco cazziato dalla professoressa che lo aveva sorpreso con i testi dei Beatlesnel Rocci durante l’ora di greco. Avevo 14 anni, iniziavo a prendere in mano la chitarra e dai testi di Dylan rimasi affascinato. Erano complicati, toccavano psiche, morale e società, in un tempo semplice in cui i musicisti risolvevano i propri interrogativi intonando tante Stand by me, tante ‘ti amo, mi ami’, tanti sentimenti senza complessità.

Come canta in questo disco: “In ogni bella frase c’è un senso del dolore”. Quanto l’ha influenzata Dylan?

Tantissimo. Potrei persino individuare il giorno in cui scattò il clic e la frittata fu fatta. Ero una giovane spugna. Per Dylan ho sempre provato rispetto, mai idolatria. Se ora passasse qui non gli chiederei autografiné qualcosa in più di quanto già non rivelino le canzoni. Nei libri a tema che pure ho aperto c’è di tutto e di più. Mi sono sempre accontentato di qualcosa in meno. Forse lo racconterei a un amico: “Sai che ho visto Dylan”, “Sì e com’è?”. “Forte, piccolino, potente”.

Apprezza la riservatezza dylaniana? 

Chiunque faccia il mio lavoro sa che sfera pubblica e privata confliggono. Per anni Dylan non ha potuto muoversi senza sentirsi chiedere ricette di vita. Un peso insostenibile. Come non capirlo quando si infuria con chi va a cercare tracce di lui persino nel cassonetto?

Dentro il disco brillano canzoni come Political world.

Mi chiesi sbagliando se non fosse tornato all’epoca di Masters of war, una canzone giovanile e ingenua in cui buoni e cattivi avevano ruoli chiari e distinti. In Political war, buoni e cattivi non ci sono più. C’è il giudizio universale, c’è un quadro di Bosch e nessuna traccia di scampo, pietà o soluzione. Sa qual è la cosa più crudele?

Dica.

Che Dylan imputa tutto questo alla politica e contraddice la nostra visione rasserenante: la politica come soluzione ai problemi. A volte mi dico: “Il mondo va male perché la politica ha fallito”. Per Dylan è esattamente il contrario: il mondo va male proprio perché la politica esiste.

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“Non so bene chi sono”: intervista a Elio Germano https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-elio-germano/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-a-elio-germano/#comments Tue, 27 Oct 2015 16:30:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28858 Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

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Questo pezzo è uscito sul numero di ottobre di GQ. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Indeciso tra Shakespeare e i fratelli Vanzina, Elio Germano decise di essere. Accadde molto tempo fa quando scegliere tra il palcoscenico offerto da Giancarlo Cobelli e il set de Il cielo in una stanza, dice: «Non mi fece dormire per qualche settimana». Quasi vent’anni dopo, tra un David di Donatello e un premio a Cannes, le stanze non hanno più pareti e l’unico architetto del proprio futuro è lui: «Avevano ragione i miei insegnanti di recitazione: “Se hai fatto l’attore protagonista al cinema essere chiamati in teatro non è improbabile, l’ipotesi contraria, il salto dal teatro al cinema, è molto più difficile”». Dopo aver lavorato in ordine sparso con De Matteo, Vicari, Franchi, Salvatores, Luchetti, Martone, Guadagnino, Scola, Virzì e Abel Ferrara, il giovane favoloso che sa trasformarsi in cattivo tenente, in operaio e in giocatore d’azzardo, ha puntato su Stefano Sollima.

Con il regista di una tv che irride i contenitori, vola alto e guarda al grande cinema (Romanzo Criminale e Gomorra), Germano ha interpretato Suburra per lo schermo grande. Il film, ispirato al libro di Carlo Bonini sarà in sala da ottobre e l’attore che ha trovato il proprio centro in periferia risiedendo nei quartieri semplicisticamente descritti come autonome repubbliche del malaffare, non si è sentito in terra straniera: «Sollima ha detto che è un film sul potere e non ha torto, ma io credo sia soprattutto un film di genere all’americana.

C’è uno spunto tratto dalla cronaca, un arco temporale individuabile nelle dimissioni del Papa, qualche personaggio più o meno riconoscibile, ma per il resto siamo lontani dal cinema di inchiesta o da quello di denuncia autoriale di stampo italiano ed europeo. Non ti chiedi se quel che accade sia vero, come guardando Gli Intoccabili di Brian De Palma non ti domandavi se si stesse raccontando la storia di Al Capone o di qualunque altro boss». Di capi, sudditi, banditi, spari e re dal trono precario è affollato anche Suburra. Germano è Sebastiano. Un organizzatore di eventi. Un uomo di pubbliche relazioni. Un ragazzo che progetta feste: «Conosce tutta la Roma che decide e conta, vive di leggerezza, di mondanità in una corsa all’arricchimento, al privilegio e al lusso che coinvolge trasversalmente i protagonisti della storia».

In questa trasversalità, osserva Germano: «Politici, criminali e gente comune finiscono per somigliarsi e i confini tra bene e male, tra ambienti sani e ambiti corrotti, a diventare labili». Sebastiano sarebbe buono, spensierato, inconsistente: «Ma quando vede il suo microcosmo franare e i vantaggi evaporare all’improvviso insieme alla Porsche, si trasforma in una belva. Scivola con facilità irrisoria dall’altra parte della barricata, tradisce l’unico amico che ha, si sacrifica al denaro, al male, alla perdizione, alla violenza». All’ambiguità dei propri personaggi, Germano ha saputo concedere sempre qualcosa di sé. Uno spaesamento, un’inquietudine, uno spettro di maschere, una varietà di interpretazione che, non nega, lo lascia di volta in volta un po’ confuso.

Gli fai notare che Sebastiano sembra quanto di più distante da quel che si sa della sua biografia ed Elio ti spiazza: «Non so chi bene chi sono, ma forse faccio l’attore proprio per questa ragione». Vive ancora ai margini della città, a Roma Ovest: «In quelle periferie descritte come luoghi irrecuperabili» ed è interessato come ieri «a chi recita una parte nella vita». Per non avere un ruolo a tutti i costi, come avrebbe detto De Gregori, Germano ha scelto la semplicità. Vacanze molisane, a Duronia, Campobasso, il posto delle fragole della sua famiglia e ritorno a casa con vista sulla Valle dei Casali, tra il serpentone di Corviale e Kafka: «La Valle dei Casali sarebbe un bel luogo, un luogo naturale protetto, una riserva, ma a volte è usato come una discarica e a forza di dimenticare la manutenzione, la natura tende e riprendersi i propri spazi. Un paio d’anni fa, con altri abitanti del quartiere, ci armammo di falcetto e ramazza per potare il canneto ai bordi della strada. Ci multarono. Un paradosso che spiega bene le contraddizioni di una città in cui chi delinque di nascosto la fa spesso franca e chi dà una mano di propria iniziativa viene bastonato».

Germano, va da sé, si sente dalla parte dei secondi: «La gente che senza enfasi, lucidamente, mi sembra che stia reggendo le sorti di un’Italia in sofferenza e magari nel tempo libero fa volontariato sottraendo un’ora agli addominali in palestra. Se a scuola impariamo qualcosa, al ristorante mangiamo bene o alle poste veniamo ascoltati senza sbadigli o distrazione, è per gli sforzi individuali di persone che si fanno carico anche della fatica di chi ha abdicato da un pezzo alla propria funzione. Sono persone che si sforzano di portare qualcosa alla collettività, che si  rallegrano per la soddisfazione di aver offerto un servizio e fatto bene il proprio mestiere, non per i soldi. È interessante. Dovrebbe essere normale, purtroppo è diventata l’eccezione». La malattia, secondo Germano, si chiama individualismo: «Una malattia diffusa ovunque, anche nel cinema».

In un’epoca lontana c’era il mondo contadino: «Un mondo che storicamente ci appartiene e che si abita sapendo che senza condivisione, non si sopravvive. Ci si guardava negli occhi e ci si fidava del vicino, poi è arrivato l’individualismo e anche grazie a film che propugnavano l’immagine dell’uomo che vince, scavalca il prossimo, ce la fa da solo e se serve a compiere l’impresa, uccide senza remore, ci siamo definitivamente persi. Tendiamo a fottere l’altro, a fregarlo, a schiacciarlo.  La competizione ossessiva è diventata una professatissima religione. Il profitto, un dio da onorare a qualsiasi prezzo. Nel mio mestiere, nel suo, ovunque voglia posare l’occhio. In realtà, anni di corsa sfrenata al successo hanno creato infelicità profonde, solitudini, rancori e vite in cui la qualità si è abbassata fino a sparire».

È scomparsa o almeno non gode di ottima saluta neanche la politica. Germano non ne parla più perché «ho sempre pensato che la politica è quella che si fa e non quella che si enuncia o si declama. Andare in giro a esprimere la mia opinione non mi interessa così come non ardo per far sapere a tutti quel che penso. Una volta il pugno chiuso, un’altra la polemica con Salvini, sono caduto troppo spesso nella trappola giornalistica della dichiarazione contro qualcuno o del gesto mal interpretato e adesso ho imparato a tenermi alla larga da un giornalismo che, per esigenze anche comprensibili, trasforma un tema serio in gossip. La politica per me non è mai un fatto personale, ma una questione di idee. Me le tengo e magari evito di manifestarle pubblicamente quando è inutile, proprioper alimentare un circo in cui non mi riconosco».

Germano non vuol sembrare quel che non è. Lo scambiano per l’erede di Volonté e lui è sincero: «Fino a qualche anno fa non sapevo neanche chi fosse». Però gli ha dedicato una scuola di cinema gratuita perché quando ricorda che quando decise di fare l’attore niente era già scritto. E perché: «Studiare cinema è un lusso. Non sono nato in una famiglia ricca e per permettermi di inseguire i desideri, i miei genitori si sono sacrificati. Li ringrazio ancora». Figlio unico senza fratelli persuasi che Chinaglia potesse giocare a Frosinone come nella canzone di Gaetano: «Almeno non li ho tormentati con l’iscrizione alla scuola calcio», Germano chiese aiuto anche ai nonni molisani: «Per qualche tempo ebbero la responsabilità di un portierato romano in cui aveva abitato Paolo Poli. Anni dopo gli telefonarono per un consiglio sulla scuola di teatro a cui iscrivere il nipote e Poli si ricordò di loro».

Il panorama è cambiato. Al posto del cinema «in cui andai a rivedermi per la prima volta, il Garden, c’è una rimessa per le auto». In luogo dei palcoscenici a due passi da Testaccio in cui Germano vidimò il talento, stessa sorte: “Altri due splendidi parcheggi”. Ticket. Biglietti. Bigliettoni. I soldi guadagnati al principio: “Erano centomila lire. Tutte in banconote da mille”. Elio li conserva ancora.

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A Gianni Mura, per i suoi primi 70 anni https://minimaetmoralia.it/interviste/a-gianni-mura-per-i-suoi-primi-70-anni/ https://minimaetmoralia.it/interviste/a-gianni-mura-per-i-suoi-primi-70-anni/#comments Fri, 09 Oct 2015 05:00:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28679 Oggi, 9 ottobre, Gianni Mura compie 70 anni. Pubblichiamo per l'occasione l'intervista concessa a Malcom Pagani per il Fatto Quotidiano in occasione dell'uscita del suo ultimo libro. Festeggiamo e ringraziamo un grande maestro di giornalismo e scrittura e un grande amico di minima&moralia.

Gianni Mura: ciò che so dell'amicizia l'ho imparato a tavola.

di Malcom Pagani

A 69 anni, tra un’ammissione e l’altra: “Non so cucinarmi neanche due uova, ma il naso mi permette di salvarmi. È nelle zone impervie che si vede il vero rabdomante” Gianni Mura si è impegnato a ricordare. I ristoranti di ieri, quelli di oggi e anche certi antichi gruppi figli della passione per sigle, anagrammi e crociate che alla lancia, preferivano la forchetta: “Fondai per gioco il GRAS, il gruppo resistenza anti sushi. Amo il Kebap, non sono un purista e non ho niente contro il cibo giapponese. Il sospetto mi viene quando anche il pizzaiolo che mai avrebbe pensato di offrire crudo si inventa teorico de ll’Ikizukuri su mandato degli art director o delle fotomodelle ”. Da oppositore senza cartelli delle mode, Mura ha scritto un libro in cui raduna ostriche, bettole e memorie. Si intitola Non c’è gusto e il sapore è quello dello della nostalgia: “Cerco di combatterla, ma c’è. Per le persone e per un modo di stare insieme ormai scomparso”.

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gianni mura foto 2Oggi, 9 ottobre, Gianni Mura compie 70 anni. Pubblichiamo per l’occasione l’intervista concessa a Malcom Pagani per il Fatto Quotidiano in occasione dell’uscita del suo ultimo libro. Festeggiamo e ringraziamo un grande maestro di giornalismo e scrittura e un grande amico di minima&moralia.

Gianni Mura: ciò che so dell’amicizia l’ho imparato a tavola.

di Malcom Pagani

A 69 anni, tra un’ammissione e l’altra: “Non so cucinarmi neanche due uova, ma il naso mi permette di salvarmi. È nelle zone impervie che si vede il vero rabdomante” Gianni Mura si è impegnato a ricordare. I ristoranti di ieri, quelli di oggi e anche certi antichi gruppi figli della passione per sigle, anagrammi e crociate che alla lancia, preferivano la forchetta: “Fondai per gioco il GRAS, il gruppo resistenza anti sushi. Amo il Kebap, non sono un purista e non ho niente contro il cibo giapponese. Il sospetto mi viene quando anche il pizzaiolo che mai avrebbe pensato di offrire crudo si inventa teorico de ll’Ikizukuri su mandato degli art director o delle fotomodelle ”. Da oppositore senza cartelli delle mode, Mura ha scritto un libro in cui raduna ostriche, bettole e memorie. Si intitola Non c’è gusto e il sapore è quello dello della nostalgia: “Cerco di combatterla, ma c’è. Per le persone e per un modo di stare insieme ormai scomparso”.

Insieme al cibo di una volta?

Nel libro non faccio paragoni tra l’hot dog e la salsiccia dei Monti Sibillini. Parlo d’altro. Per me la tavola è sempre stata il luogo d’elezione per l’incontro. Oggi fatichi a non dividere il desco con gente che compulsa il telefonino. Magari sono brave persone, ma rovinano il piacere della cena.

È una questione di educazione?

Di fedeltà. Usarlo è un piccolo tradimento. È come essere già da un’altra parte. Quasi tutto ciò che so sull’amicizia l’ho imparato a tavola. Mangiare con chi ci somiglia rimane una delle ultime esperienze umane in un mondo, Italia compresa, che si sta disumanizzando. Lì, come nelle Olimpiadi di un tempo, si depongono le armi. Cibo e parola sono elementi inscindibili.

Tra un antipasto e un primo qualcuno ha reso le conversazioni afasiche?

Un momento per staccare esisteva sempre. Oggi è stato abolito senza avviso il tempo libero, è aumentata la nevrosi e si lavora anche a pranzo. Eco l’aveva capito prima di tutti. All’epoca in cui il telefonino era appena apparso nelle nostre vite, sostenne che salutare come strumento di libertà la peggiore tra le schiavitù, era una rifrazione ottica. Un inganno. Aveva ragione. Il dover sempre rispondere. La perpetua rintracciabilità. L’idea che ti possano trovare in mezzo al mare o il giorno del matrimonio di tua figlia. Realtà angoscianti.

Un’ansia che si riflette anche a tavola?

A tavola, per strada, nei luoghi di lavoro. Non dico che la redazione di ieri somigliasse a quella di un film americano, ma i giornali non erano agenzie assicurative. Oggi si respira un’aria silenziosa. Tutti zitti in uno stupido open space. L’hanno rinnegato persino gli americani, ma da noi non c’è quotidiano che non ne abbia uno.

Perché una guida?

Ho sentito di dovermi difendere. In alcuni luoghi, smanettando sul computer, ero invaso da un mare di informazioni false e contraddittorie. C’è stato un tempo in cui vagando per le strade, per mangiare tanto e bene pagando poco, l’unica stella polare era quella del camionista. Vedevi un Tir e ti fermavi. Vuole ascoltare un tipico esempio piemontese?

Siamo qui.

Salame crudo e cotto. Pancetta, cotechino, lardo, lingua salmistrata, insalata russa, carne cruda, vitello tonnato, acciughe in salsa, tris di primi. Poi i secondi. Il formaggio. La frutta. I liquori.

Lei l’ha fatto veramente.

Più di una volta. Chi sopravviveva non doveva più temere nulla dalla vita. Fino ai 18 anni ero un animale onnivoro e incosciente. Poi sentii la parola dieta e imparai lentamente a mangiare.

Nel libro invita ad autoresponsabilizzarsi. Accompagna il lettore: “Appena oltre la porta”.

Da lì in poi tocca al suo gusto. Nell’imperversare delle mode sapersi muovere è un po’ come avere la patente o non averla. Oggi manca la bussola o al contrario, ne brillano troppe.

Da piccolo lei teneva un diario con pagella dei ristoranti in cui era stato.

Stravergognandomene, devo aver buttato tutto intorno al ’68. L’idea di dare i voti mi è passata insieme a quella originaria: diventare professore di italiano o di francese.

Su un muro del Friuli scrissero: “Meno Internet, più Cabernet”. In “Non c’è gusto” si intuisce una sottile diffidenza verso il web.

Parlo di TripAdvisor, un curioso fenomeno che va studiato e non nascondo la mia avversione alla tecnologia. Se sono arrivato a 60 anni senza consigli dal web posso andare anche oltre. La Rete è il luogo di una solitudine moltiplicata che si illude di essere compagnia. Chi sbandiera i suoi mille amici su Facebook mi stringe il cuore. Prova a chiedere 100 euro a ognuno di loro, vediamo quanti ne rimangono. C’è stata una frantumazione dei rapporti. Non c’è più privacy, ma solo un senso di isolamento dagli altri. E un dichiarazionismo folle. Neanche Berlinguer e Togliatti avevano un parere al secondo. Sa cosa mi diceva Platini? Intervistato tutti i giorni, sarebbe sembrato un cretino anche Einstein.

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“L’arte non tradisce”: intervista a Leopoldo Mastelloni https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-leopoldo-mastelloni/ Sat, 22 Aug 2015 05:00:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27503 Questa intervista è apparsa su Il Fatto Quotidiano.

di Malcom Pagani

Una foto dei tempi in cui Anna Maria Mazzini si metteva ancora in posa: “A un meraviglioso pazzo furioso, a Leopoldo che mi lascia a bocca aperta. Un bacio, Mina”. “Avevo compiuto sessant’anni, mi sentivo solo e decisi di scrivere una lettera alla sua casa discografica: ‘Sono un ammiratore, sarei felice di avere un tuo autografo’”. Dopo quindici giorni squillò il telefono. ‘Pronto, Leopoldo Mastelloni?’. ‘Aspetti un momento, è appena svenuto’. Era lei. Lei veramente. Non ci siamo più persi di vista”.

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Questa intervista è apparsa su Il Fatto Quotidiano.

di Malcom Pagani

Una foto dei tempi in cui Anna Maria Mazzini si metteva ancora in posa: “A un meraviglioso pazzo furioso, a Leopoldo che mi lascia a bocca aperta. Un bacio, Mina”. “Avevo compiuto sessant’anni, mi sentivo solo e decisi di scrivere una lettera alla sua casa discografica: ‘Sono un ammiratore, sarei felice di avere un tuo autografo’”. Dopo quindici giorni squillò il telefono. ‘Pronto, Leopoldo Mastelloni?’. ‘Aspetti un momento, è appena svenuto’. Era lei. Lei veramente. Non ci siamo più persi di vista”.

Sulle ragioni dell’esilio più o meno temporaneo: “Ha fatto benissimo a sparire, le avrebbero ancora rotto il cazzo per decenni con i paparazzi, le dicerie, la lente di ingrandimento: ‘è grassa, è magra’” Leopoldo Mastelloni ha idee che conciliano con i suoi più intimi desideri: “Aspetto una risposta di lavoro a giorni, se non arriva mi sparo. Che devo fà? Non è una tragedia, ho vissuto intensamente, farla finita e togliermi dai piedi non mi dispiace mica tanto”.

In attesa dei gesti radicali e del compleanno numero settanta, il dodici di luglio, l’attore che piaceva a Patroni Griffi e dava del tu a Jango Edwards e Lauren Bacall, continua a recitare sul filo dell’autoironia. In lontananza il Tevere, sul tavolo fragole e sfogliatelle, alle pareti le locandine di una vita, nell’aria il timbro delle ascendenze. L’accento romano. Quello napoletano. Le origini controverse che qualche settimana fa gli impedirono di essere profeta in patria: “Avevo solo detto che mi sentivo romano, scendo a Napoli e in neanche 24 ore da re mi trasformo in reietto: ‘Frocio, ricchione, omm ‘e mmerd, vafangulo, tornatene a Roma’”.

A Roma è tornato.

E sto bene così. Se nel mio percorso non ci fosse stata Roma sarei rimasto a Napoli a grattarmi le palle senza costrutto per anni. I napoletani sono deboli e incapaci di ribellarsi.

A lei capitò di ribellarsi presto?

Ho sempre superato le difficoltà, ma non nego di averne affrontate molte, fin dalla prima prova in pubblico, quella della scuola. Mio padre, pretore onorario a Pozzuoli, mi aveva spedito in una istituzione poverissima in provincia di Napoli. “Così si stacca dal benessere della famiglia e impara cos’è la vita vera”.

A casa sua c’era benessere? 

Ma quando mai? Rispetto alla miseria del popolo, è ovvio, ero un privilegiato. E così mi sono sempre considerato. Mi lavavo collo, faccia e orecchie tutti i giorni.

La sua famiglia ha ascendenze nobiliari.

Marchesi. Scavammo nella genealogia per gioco e lo stemma con le palle effettivamente c’era. Ma trattavamo la cosa alla stregua di uno scherzo di famiglia. Usavamo il titolo nobiliare per sfotterci. Fuori, nel mondo reale, della cosa era meglio non parlare. Avete letto La pelle di Malaparte? Ecco, dovete pensare a quella Napoli lì. All’indigenza totale. Tenemmo il segreto ben nascosto finché un giorno, la professoressa di lettere decise di rivelare la notizia alla classe in quinta ginnasio: “Abbiamo il marchesino”. Era la presidentessa delle donne comuniste d’Italia. Per reazione smisi di studiare anche se a casa mia cultura e sapere erano ritenuti l’essenza, la base, il fondamento.

Ai suoi dispiacque?

Studiai per conto mio. Le lingue. Il teatro. I classici. Ho fatto bene e me ne rendo conto solo adesso. Per capire la morte, un fatto abbastanza singolare, devi aver studiato. I miei erano molto pratici. Gente con un gran rigore educativo e un profondo rispetto degli altrui sentimenti degli altri. Mai un bacio però. Mai uno sdilinquimento. Le ciance sono per il popolino.

Ha sofferto?

Mai sentita la mancanza di una carezza di mio padre o di mia madre e mai cercato un affetto che compensasse la mancanza familiare. Per me il contatto fisico è solo carnale. Nel mio modo di concepire un amplesso c’è tutto. C’è il mondo in tre ore. Se mi tocchi fuori dal letto però mi dai fastidio.

I suoi tanti amanti hanno accettato il patto?

Li caccio o faccio in modo che se ne vadano. Fuori, per carità. L’amante mio finisce alle sei del mattino. Se dico che il mio unico amante è il pubblico sembra un paradosso alla Wanda Osiris, ma la verità è che gli unici affetti seri, più lunghi di una notte, li ho avuti con le donne. Posso convivere con una donna forse, con un uomo mai. Con il maschio può esserci soltanto un’amicizia da collegio.

Allora perché non ha mai vissuto con una donna?

Perché sono possessive. L’uomo capisce quando deve sloggiare, la donna no. L’attitudine mi ha purtroppo impedito di avere qualsiasi rapporto che andasse al di là di una scopata. Mi hanno definito gay, frocio, ricchione, ma non hanno capito niente.

Perché?

Perché io voglio essere tutto e la mattina dopo poter saltare dal tuo letto in fuga negando persino di averti conosciuto. Come diceva Peppino Patroni Griffi: “Negare sempre”. Sapete cosa mi dà più fastidio?

Cosa Mastelloni?

L’ostentazione. L’outing. Il privato sbattuto in pubblico. La ridicola partita dei matrimoni gay. Avete scelto la trasgressione e poi volete fare peggio dei coniugi di Abbiategrasso. Ma che cazzo state a dì?

Arbasino sostiene che si tratti di questioni da notai?

Pecca per eccesso. È roba per avvocaticchi, anzi per non laureati. Se non l’avete capito sono snob. Anzi, da adulto sono diventato snobbissimo.

La parola gay le piace?

Meglio dire frocio. Il gay dovrebbe essere felice per definizione. Non sempre ha buoni motivi per essere allegro.

Sessualmente l’Italia è più o meno libera di un tempo? 

Scopano tutti allo stesso modo. In batteria. E poi domina la pruderie. C’è gente che fa i pompini al marito e poi corre a lavarsi la bocca per poterlo nuovamente baciare. Avete capito a che punto siamo arrivati?

A che punto siamo arrivati?

Al provare schifo per lo scambio più intenso. Ad aver paura del piacere. A non saperlo più riconoscere. Siamo passati dagli anni ’70, dall’idea che qualsiasi incontro, anche il più innocente, dovesse concludersi con una scopata al terrore degli umori. Poi certo, gli anni ’70 sono stati anche il palco ideale per la commedia degli equivoci. Tutti a osannare la coppia libera e il libertinismo da un lato e tutti sfranti dalla gelosia dall’altro. Il problema è che superi una certa soglia, tornare indietro è complicato. Vi ricordate il caso Casati Stampa? 

Il 30 agosto del 1970, a Roma, Camillo Casati Stampa uccise la moglie Anna Fallarino e il giovane amante Massimo Minorenti.

Il marchese, convinto voyeurista, aveva iniziato la moglie ai rapporti extraconiugali. Ma quando intuì che sua moglie si stava innamorando e che il ragazzo aveva intenzione di sistemarsi, perse la testa e decise per la strage. Quella sera nella casa di Via Puccini, avrebbe dovuto presenziare anche una terza persona. Si salvò perché all’ultimo istante decise di non andare all’appuntamento.

Lei come lo sa?

Me lo sono scopato. Mi raccontò ogni cosa.

È vero che lei è di destra?

Bisogna intendersi su destra e sinistra. Da ragazzo militai in un collettivo comunista in cui mettersi la seta che ho al collo era considerato un peccato borghese. Impiegai un po’ di tempo a capire che la sciarpa, la settimana bianca o la villeggiatura al mare coincidevano con il loro desiderio più recondito. Criticavano ciò a cui aspiravano. Un’ipocrisia insopportabile.

Esistono anche i comunisti ricchi.

Di comunisti con il denaro conosco solo il padrino di Luxuria, Bertinotti.

Le piace Bertinotti?

Ma peccarità, mi fa ribrezzo, poi lo conosco sì, siamo anche amici, però poi ditemi: che cazzo c’entra il comunismo con quello? Poi capisco, vuoi piegarti alla presenza glamour? Al comunismo da salotto? Alla dama di corte come ospite d’onore? Allora scegli meglio di Valeria Marini.

Non ama Valeria Marini?

Preferisco un’attrice con i controcazzi. Preferisco una grande attrice come Sharon Stone. Forse esagero, una grande attrice non è, ma un’attrice con i controcazzi è sicuramente. Di grandi ce ne sono poche. In Italia, persino più grande di Anna Magnani, c’è stata soprattutto La Loren. Nella sua grandezza unica, Anna era monodimensionale. La Loren no. È stata un mito. Mi ha fatto capire qualcosa. La vedi nei film di Blasetti o in certe avventure americane con Sidney Lumet di fine anni ’50 e vedi la modernità, il lato comico, l’attrice che sfiora tanti diversi registri.

È capitato anche a lei.

In realtà non volevo neanche fare l’attore. Il mestiere me lo imposero i critici. Da De Monticelli, a Massimo Dursi. Giancarlo Cobelli venne piangendo: “Mi hai aperto una nuova prospettiva”. La morte di Seneca a Bologna, i testi di Genet e Arrabal. Feci una carriera fulminante e dopo l’Aminta del Tasso, mi ritrovai assoldato dal Teatro Stabile de L’Aquila. Primo attore. Contratto esorbitante. Antonello Falqui mi avrebbe voluto a Milleluci con Mina e Raffaella Carrà. Mi sarebbe piaciuto. Chiesi il permesso e me lo negarono. 

Ancora Mina. Ancora Antonello Falqui con cui  entrambi lavoraste.

Non avevo idea che Mina mi seguisse. Ogni tanto vede in tv un vecchio spezzone e mi telefona: “Ma quella roba lì è del Falqui?”. Con Mina comunque era destino. Pensate che non aveva il mio numero di telefono, si trova per strada, sente parlare in napoletano e chiede a bruciapelo a una ragazza : “Ce l’hai mica il numero del Mastelloni?”. E quella, come per miracolo, ce l’aveva.

Lei crede nel destino?

Sono cattolico apostolico romano e credo in Gesù Cristo, soprattutto.

Dovesse fotografarsi da solo come si descriverebbe? 

Sono sempre stato un provocatore. Uno che rompeva gli schemi. Uno che doveva conquistare. Io devo piacere pure al cane, se ne trovo uno che si rifiuta di farmi le feste, lo seduco. Alla fine sono un attore nel vero senso della parola. Sono un ipocrita. Forse resto un piccolo borghese.

Ha sedotto molto. È stato mai sedotto?

Fin da ragazzino. Avevo nove anni e camminavo per Forio d’Ischia con secchiello e paletta per raggiungere mammà in spiaggia. Mi si avvicinò una macchina bianca scoperta. Dentro c’era l’attore Rossano Brazzi: “Ragazzino, dove vai? Ti do un passaggio?” Io, cinefilo fin da allora, lo riconobbi e saltai a bordo. La corsa durò cento metri.

Mastelloni, scusi, da cosa evince il tentativo di seduzione?

E cosa voleva fare secondo voi? Dare un passaggio al bambino di nove anni? Ma andate affanculo voi e Rossano Brazzi.

Ancora qualche minuto. Ha detto di essere cinefilo e ha lavorato con Dario Argento, Pasquale Festa Campanile, Fernando Di Leo e Pasquale Squitieri. 

Adoro il cinema, ma ho una diffidenza totale nel recitare per quel mezzo. L’unico che mi ha fatto godere in quell’arte è stato Squitieri. Mi ha saputo guidare. Pasquale è un regista grande e vergognosamente sottovalutato.

Squitieri è di destra. Come lei. 

Pasquale è comunistissimo. Poi si sa, le categorie si confondono e i due poli si toccano. Alla politica mi è capitato di pensare. Forse è l’unico rimpianto della mia vita. Se potessi tornare indietro non farei l’attore, ma il politico. Sarei una merda. Un disgraziato. L’Al Capone di Montecitorio. 

Nella politica italiana apprezza qualcuno?

Per 20 anni ho confidato molto in Berlusconi.

Ci credeva?

Ci credo ancora. Anche adesso che si trucca alla Mao Tse-tung. Di Berlusconi si parlava già all’inizio dei ’70 al cabaret Derby di Milano. Avevano tutti in bocca il suo nome: “Stasera arriva il Berlusca, avete capito? Il Berlusca!”. Tutti a ungerlo. Tutti a blandirlo. In quelle sere io non mi presentavo. Sapete quante volte mi hanno detto: “C’è il sindaco in platea e dopo lo spettacolo dobbiamo andare a cena con lui”?.

Non lo sappiamo.

E sapete quante volte gli ho risposto: “Neanche per il cazzo, è il sindaco a dover venire da me”?. Un’infinità. Io non vado a lisciare nessuno. Sull’argomento sono di una presunzione totale.

Eravamo a Berlusconi.

Vado a fare un programma per Telemilano 58 e registro sei puntate. A fine corvée arriva un signore distinto e mi dice: “Ci scusi Mastelloni, ma adesso non possiamo pagarla. Le manderemo in onda quando potremo saldare il debito”. Non sapevo neanche fosse Berlusconi. Gli permetto di trasmetterle comunque e vado oltre. Passa qualche anno. Mi passano una telefonata: “C’è Berlusconi”. Dico: “Presidente, mi dica”. E lui: “Mastelloni, devo chiederle il secondo favore della mia vita dopo quello di Telemilano”. “Ma era lei quella volta?”. “Ero io”. “Ascolti, so che lei ha rifiutato l’ingaggio in un nostro show, perché?”. “Presidente, devo fare Pirandello a Trieste e inizio tra due settimane”. “Senta, sono trenta puntate, sono certo che lei se la sbriga in cinque giorni. Le raddoppio il compenso”. Mi lascio convincere. Mi pagò 500 milioni di lire. Ha sempre pagato tutti. Sapete che vi dico?

Che ci dice?

Che quel che gli hanno fatto è indegnissimo. Se fossimo andati a rompere i coglioni a Giovanni Gronchi, a vivisezionare la sua vita come fosse Liz Taylor e a tampinarlo sotto le lenzuola, sarebbero uscite le stesse cose. Ero amico di tutti i paparazzi di Roma. Non c’è politico che non abbia avuto il suo Bunga bunga.

Assoluzione totale dunque per le minorenni, le cene eleganti e tutta la vasta narrazione sulle notti di Arcore?

L’unica cosa indecente è la persecuzione a cui l’hanno sottoposto. Se davvero a casa sua aveva tavolate di ragazze consenzienti, pagate, strapagate e impegnate nell’arte del pompino, sono solamente fatti suoi.

Alla persecuzione gridò anche lei quando dopo la bestemmia pronunciata durante Blitz di Gianni Minà e Giovanni Minoli nel 1984 venne allontanato dalla Rai. 

L’ostracismo dura ancora oggi. Ogni volta che mi propongo per una trasmissione, mi guardano male: “Mastelloni? In prima serata? In diretta?”. Mi sono interrogato sui motivi. Ho pensato: “Non vogliono perché ti credono frocio”. Poi ho riflettuto meglio “Non può essere, oggi in tv sono tutti froci. Anche quelli che figliano e posano con le loro mogliettine per il settimanale patinato”.

Ha fama di piantagrane.

Ma quando mai? Quando mai ho piantato una grana in vita mia?

La bestemmia fu una grana oggettiva.

Fu una questione politica. Ero in collegamento con Stella Pende, una donna straordinaria, dal Lido di Camaiore. La sala era stracolma Sergio Bernardini, il patron della Bussola era entusiasta: “Non l’avevamo riempito così neanche con Arbore e Ornella Vanoni”. Giovanni Minoli mi aveva avvertito: “Mi raccomando, non parlare come un attore di prosa”. Lo avevo accontentato. Stava andando tutto bene. I ragazzi del pubblico facevano domande provocatorie. A un tratto una ragazza chiese: “Mastelloni ma lei sotto le lenzuola ci è o ci fa?”. Risposi di getto: “Sotto le lenzuola ognuno fa quel che più gli pare e piace” e mi scappò una bestemmia. Lì per lì non se ne accorse nessuno. Andammo a cena. Un cronista de Il Messaggero ci trovò al ristorante: “Ma è vero che le è scappato un porco di troppo? Sono arrivate molte telefonate di protesta in redazione” “Non credo proprio, non è mio costume”.

Invece era accaduto.

Minoli faceva una grandissima televisione, ma non so perché si convinse che l’avevo fatto apposta: “Mi hai danneggiato, mi hai sottratto la poltrona dal culo”. Provai a spiegargli che era l’unico amico che avevo in tv, ma non ci fu nulla da fare. Con Stella, prima che le sue amiche, le Cederna dei poveri alla Lina Sotis la convincessero a chiudere i rapporti perché ero un poco di buono, continuammo a sentirci per un breve periodo. Ci siamo rivisti l’anno scorso. L’affetto è rimasto.

Come l’anatema della Rai.

Le mamme bigotte del Veneto si scatenarono. Ne incontrai una truccatissima e vestita come una zoccola al Costanzo Show. Provò a rimproverarmi e la investii: “Ma non si mette vergogna truccata così solo per apparire in tv? Si è conciata come una troia”. Il marito provò a intervenire: “E tu zitto, cornuto” lo tacitai.

Mastelloni, lei si è recentemente lamentato della sua pensione. 

625 euro al mese dopo mezzo secolo di lavoro. Uno scandalo. Lo stato pensa ai pannoloni della moglie dell’ergastolano, si dimentica degli artisti e aumenta lo stipendio dei parlamentari. Ma perché, è normale che uno va a Montecitorio un giorno e noi lo manteniamo per tutta la vita? Per fortuna ci sono le amiche come Orietta Berti, Gigliola Cinquetti e Barbara Mastroianni ad aiutarmi, altrimenti non so come farei. Non tutti gli amici mi sono stati vicino. Alcuni come Mara Venier, la peggiore di tutti o Catherine Spaak sono proprio spariti.

Chi è rimasto?

È rimasto Mastelloni. Uno che faceva delirare il pubblico. Per entrare a vedermi, quando c’era il tutto esaurito, la gente rompeva letteralmente le porte dei teatri. E poi è rimasta l’arte.

Quanto vale l’arte?

L’arte è tutto. L’arte non tradisce.

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Ho conservato la libertà del dilettante. Intervista a Ferzan Ozpetek https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ozpetek/ https://minimaetmoralia.it/cinema/intervista-ozpetek/#comments Wed, 08 Jul 2015 14:30:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27504 Questa intervista è uscita sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. di Malcom Pagani Ferzan cucina: “Sono il re della frittata”, crede nella scaramanzia: “Ho messo un piccolo Buddha sui miei libri, porta bene”, vive ancora nel palazzo con vista sul Gasometro che lo ospitò al tempo in cui lasciata Istanbul per Roma, insieme ai […]

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Questa intervista è uscita sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Ferzan cucina: “Sono il re della frittata”, crede nella scaramanzia: “Ho messo un piccolo Buddha sui miei libri, porta bene”, vive ancora nel palazzo con vista sul Gasometro che lo ospitò al tempo in cui lasciata Istanbul per Roma, insieme ai sogni e alle speranze, stipò in valigia anche lo scetticismo di suo padre: “Gli sembrava che l’Italia fosse la più inutile delle scelte. ‘Vuoi fare cinema? Vai in America’. Mi ha sempre trattato come un personaggio da circo e magari chissà, aveva anche ragione”. Tra i pagliacci e le maschere dei trapezisti che sanno scegliere il momento adatto a rivelarsi, Ferzan Ozpetek ha piantato il suo tendone. Dieci film. Molti premi. La strana sensazione “di essere un fallito, un salmone che nuota controcorrente, uno che cova il tipico senso di colpa dei registi e fa una professione impalpabile in cui risultato e senso dell’opera possono essere tirati in cento direzioni diverse”. Un secondo libro pubblicato da Mondadori, Sei la mia vita, in cui l’autobiografia gioca a nascondersi nella finzione. Tra le pagine ballano amori da bancone e notti insonni, libagioni sdraiate sui palazzi condominiali e amicizie, millantatori, puttane, sante laiche e dolori. Ferzan racconta spudoratamente dipingendo i funerali di allegria e gli incontri di relativo mistero: “Gli anni ’70 sono stati meravigliosi, se non fosse arrivato l’Aids saremmo stati tutti bisessuali. Per incontrare qualcuno bastava essere curiosi e avere il coraggio di guardarsi negli occhi. Non c’erano Internet e i telefonini. Non esistevano i locali gay. C’erano le piazze. Le cene. La voglia di conoscersi”.

Oggi latita?

Si respira una certa generalizzata estraneità e mi dispiace. È un rammarico simile a quello che provo quando incontro qualche mio collega trasformato dal successo, darsi un tono. Chi cambia atteggiamento non ha capito che è tutto di passaggio. Tutto transitorio. Tutto passeggero.

Lei lo ha capito?

Spero di sì. Come dice il mio amico Gianni Romoli non sono mai diventato un vero professionista. Ho conservato la libertà del dilettante.

Cosa ricorda de Il bagno turco, il suo primo film?

Un piacere e una gioia che non ho più provato. Fino ad allora avevo fatto l’aiuto regista. Un giorno sì e l’altro anche ero in ginocchio nell’ufficio di Marco Risi, il produttore, per tentare di convincerlo a finanziare il mio esordio. Lo persuasi e partimmo. Cinque settimane di ripresa, una troupe ridottissima, uno sforzo meraviglioso figlio di un affiatamento irripetibile. Giravamo spesso di notte. Durante il giorno, i proprietari della pensione in cui dormivamo subaffittavano la stanza alle prostitute. Tornando, trovavamo sempre cose bizzarre.

Il bagno turco venne presentato alla Quinzaine di Cannes del 1997.

Venezia l’aveva rifiutato e con l’emissario di Berlino era andata anche peggio: “Sì, il suo film l’abbiamo visto, le consigliamo di cambiare mestiere”. Il direttore del Festival, mi rivelarono tempo dopo, aveva avuto una brutta esperienza a Istanbul e da allora dei turchi e della Turchia non aveva più voluto saperne. Eravamo disperati. All’improvviso, dal nulla, arrivò a salvarci Pierre-Henri Deleau. Era il delegato di Cannes per la Quinzaine. Venne a Roma, vide sessanta film, non gliene piacque neanche uno: “Tutto qui? Non avete altro?”. Gli dissero che c’era questa piccola opera italiana di un giovane regista turco. Si incuriosì. E a proiezione finita, si dimostrò entusiasta. Per proseguire l’avventura, l’esito del primo film fu fondamentale.

Se Il bagno turco non fosse piaciuto a Delau oggi cosa farebbe Ozpetek?

Forse un altro mestiere. Dopo i primi rifiuti mi sentii a terra. Non ero più un aiuto regista e con ogni evidenza non ero neanche un regista. Peccato soltanto che ultimamente i miei film escano prima di Cannes e non possano essere quindi selezionati.

Lei però è uno dei pochissimi italiani viventi a cui il Moma di New York abbia dedicato una retrospettiva.

Il mio analista infatti suggerisce di non crucciarsi. “Risolviti – mi dice – o scegli la cuoca di Porretta Terme o scegli Cannes”.

Quale cuoca?

Ad Aprile dell’anno scorso, mi invitano a Porretta Terme per una retrospettiva. Bardano il paese di manifesti, espongono i dvd dei miei film nelle vetrine dei negozi, mi fanno sentire un extraterrestre. Entro in una macelleria e il padrone mi trascina da sua moglie. La cuoca. Un donnone che mi si getta addosso, mi abbraccia, si mette a piangere: “Lei non ha idea di quanto il suo lavoro mi abbia cambiato la vita”. Mi capita in continuazione. In aereo. Per strada. Al cinema. Vengono e mi parlano: “Abbiamo scoperto di avere un tesoro in famiglia”. Si confidano: “Ho capito molto della mia sessualità”.

A noi pare di capire che a Cannes preferisca la cuoca.

Condividere le emozioni del pubblico è bellissimo. Faccio un magnifico lavoro. Ho fatto convivere religioni, sessualità, sentimenti e classi sociali partendo dalla mia vita. Ho inventato storie, le ho mischiate con frammenti di realtà e ho avuto anche la fortuna che qualcuno ci si riconoscesse e dai miei film traesse speranza. Non voglio altro. Non chiedo altro.

Ricorda cosa disse Monicelli del suo lavoro ad Aldo Cazzullo? “Amo il cinema di Ferzan, ma ogni suo film somiglia all’altro e alla fine si scopre che sono tutti froci”.  

Di Mario ero amico. Ho vissuto per un anno dalle parti del Colosseo e ci incontravamo spesso nello stesso ristorante. Ne abbiamo parlato. Ero curioso: “Ma perché hai detto quella frase?” gli chiedevo.

E Monicelli cosa rispondeva?

Si trincerava dietro la differente mentalità dei suoi tempi, ma in realtà con quella battuta voleva dirmi altro. Mi voleva bene e aveva paura che parlare di omosessuali mi avrebbe limitato facendomi incontrare qualche difficoltà in più. Qualche diga.

Era vero?

Ci ho riflettuto a lungo. Da una parte sì. Dall’altra spiegavo a lui e a tutti gli altri che non ero io a imporre i gay nei miei film, ma gli altri a negare la realtà. È una questione statistica. Se mi alzo dal divano e corro a citofonare ai dirimpettai, su dieci famiglie troverò sicuramente qualcuno che etero non è. Nei film italiani però i froci non esistono o sono sempre parodie, macchiette, diversi a prescindere. Monicelli era d’accordo. Era dispiaciuto di essersi perso la battuta: “Dovevo dirgli che non è Ozpetek a mettere i gay nei film, sono gli altri registi a toglierli”.

Pensa che il pregiudizio esista?

Prenda i critici inglesi o americani. Sull’argomento hanno sempre il dente avvelenato. Pretendono di essere all’avanguardia, ma sotto sotto sono conservatori. Il pregiudizio esiste ovunque. Quando dicono “Ozpetek insiste troppo con la tematica omosessuale” o affrontano il mio libro titolando: “Amori gay a Istanbul” mi irrito. Sul giornale avrei voluto leggere “Amori”. E basta. Perché l’amore è più complicato delle classificazioni. Come facevo dire in Mine vaganti: “Normalità è una brutta parola”. Nella vita mi sono piaciuti donne e uomini. Ho amato entrambi i sessi. Chi può escludere che avvenga ancora?

Le hanno mai consigliato di limitarsi?

Un’infinità di volte. All’epoca di Saturno contro i distributori mi consigliarono di tagliare il bacio tra Argentero e Favino: “Guadagneremo spettatori”. “Mi bastano quelli che ho” risposi. Oggi forse quel bacio lo eliminerei, ma per ragioni diversissime.

Ce le spiega?

Allora avevo una testa diversa. Pensavo: “Devo farli baciare altrimenti sembra che siano fratelli”. Un’ingenuità. Oggi mi piace infinitamente di più non dire. Non sottolineare. Come in quel bellissimo film sul matematico Alan Turing, The imitation game. Turing ha salvato il mondo, lo fanno fuori perché è frocio, ma la sua sessualità la scopri soltanto a metà film.

Preferisce la parola frocio a gay?

La preferisco quando vedo la gente impettita dire “gay” e pensare “brutto frocio”. Glielo leggi in faccia. Si sforzano di mostrarsi comprensivi, ma recitano malissimo.

In Sei la mia vita, lei mette in scena quadri della sua giovinezza alternati a un presente romanzato. Il suo secondo libro potrebbe diventare un film?

A Settembre intanto girerò Rosso Istanbul. L’ho scritto con Valia Santella e Gianni Romoli modificando in profondità il mio romanzo d’esordio. Nel percorso dal primo libro al secondo, a iniziare dalla sintesi, ho imparato molte cose. Da Rosso Istanbul, la mia editor defalcò senza pietà più di 40 pagine.

Cosa altro ha imparato?

A cambiare sguardo. Succede anche nella vita. A quarant’anni, l’età migliore in assoluto, vedi le cose nitidamente.

E a cinquanta?

È un disastro. Pensi che vent’anni prima ne avevi solo trenta e che passati altri vent’anni ne avrai già settanta. A 50 ti rendi conto che la vita è una fregatura.

Lei ha vissuto intensamente.

Sono stato educato ai dialetti. Allo scambio. Alla diversità. Sono cresciuto in un posto in cui la campana della chiesa rintoccava confondendosi con i canti del Muezzin. Un luogo in cui i greci arrivavano d’estate e gli armeni vendevano il pesce per strada. Certe esperienze ti segnano.

Il Papa ha recentemente evocato il genocidio armeno. I governanti turchi l’hanno presa malissimo.

Il tema è delicato. Se io ti accuso di aver rotto un bicchiere, tu non rispondi dicendo “non è vero”. Di fronte a un accusa così grave bisognerebbe argomentare, difendersi, portare prove. Io non seguo né chiese né moschee, ma in Turchia sono cresciuto. E so che turchi e armeni si insultano da secoli. Dove non c’è ascolto reciproco non può esserci dialettica.

Lei a un armeno, Hrant Dink, ha dedicato uno dei suoi film più importanti.

Hrant Dink era il Pasolini turco. Un giornalista armeno, un genio, un poeta morto in povertà con le scarpe bucate, ucciso per puro odio da un ragazzo di soli sedici anni.

Ci ha parlato dell’incontro tra diverse culture. Ha che età ha conosciuto lo scontro?

Molto presto. In terza elementare la maestra maltrattò una mia compagna di classe parlando malissimo di armeni e greci. Lei, armena, tornò a casa in lacrime. Io ero gasatissimo e approfittai per rinfacciare a mia madre certe commissioni che sbrigavo a casa dei vicini greci: “Loro sono i nostri nemici e tu mi ci mandi lo stesso”. Lei non proferì verbo e il giorno dopo, quando il bidello bussò alla porta per convocare me, la maestra e la mia compagna in presidenza, la incontrai nuovamente a scuola. Era trasfigurata. Urlava verso la maestra. Armò un cazziatone: “Faccio di tutto per educare i miei figli alla civiltà e non le permetto di distruggere tutto con i suoi pregiudizi”.

Lei come reagì?

Mi vergognai. L’insegnante lì per lì fece mea culpa, ma poi per settimane, al primo alito di vento, trovò modo di restituirmi il favore a suon di sberle. Per settimane detestai mia madre. Poi iniziai a capirla. Lei c’è stata sempre. Era fantastica. Una volta, avevo dodici anni, venni sorpreso da mio padre con un mio giovane amico in camera ai margini di una festa. Ci sbaciucchiavamo, ci toccavamo il pisello, ci scoprivamo a vicenda. Lui ci beccò con i pantaloni abbassati e me le diede forte. Poi chiamò gli altri ospiti: “Venite a vedere cosa fanno qui i frocetti”. Non arrivò nessuno. Poco dopo entrò mia madre: “Senti Ferzan, anche io da ragazza avevo le tue curiosità. Non mi frenavo, ma facevo in modo che nessuno se ne accorgesse”. Mia madre mi ha educato alla libertà.

E suo padre?

Mi ha sostenuto economicamente in modo meraviglioso e quando ha compreso chi ero davvero, è finalmente riuscito ad accettarmi. Alla fine degli anni ’70 venne a trovarmi uno zio a Roma. Passò la giornata con il mio gruppo di amici al mare, familiarizzò, giocò, si mostrò felice. Poi tornò in Turchia e fece un quadro a tinte fosche della mia vita: “Ferzan passa le sue giornate allo sbando, tra checche e pervertiti”. Mia madre mi chiamò preoccupata. Andai a trovarla in Turchia e prima ancora di dirle ciao telefonai a mio zio. Ero furibondo, non mi controllai e lo investii con violenza. Mio padre era felice. Allegro come non l’ho mai visto. Rideva come un pazzo. “Non è che non mi accetta allora- mi dissi-ha soltanto paura che suo figlio venga schiacciato”

Lei vive con il suo compagno.

Simone. È la mia vita. Conviviamo da 14 anni. Il matrimonio gay non mi interessa, una seria legge sul tema sì. Renzi sta facendo molte cose buone, mi auguro che si muova in fretta anche sul tema dei diritti civili. Pago le tasse come tutti, perché devo essere considerato un cittadino di serie b? Non capisco perché due persone dello stesso sesso che dividono gioie, difficoltà e dolori debbano rischiare di non poter decidere niente delle sorti del compagno in caso di malattia o essere estromessi da ogni beneficio come è successo a Marco, il compagno di Lucio Dalla. Mi sembra incivile. Medievale.

Che paure ha Ferzan Ozpetek?

Quella di perdere il controllo. La droga, ad esempio. Sapevo che mi sarebbero piaciute e me ne sono tenuto alla larga. Ai miei tempi comunque la cocaina era un abisso destinato ai ricchi. Girava qualche canna, molto alcool e per rimorchiare non avevamo bisogno di strafarci. Ci bastava essere sicuri di noi stessi.

È vero che il suo è un microcosmo pieno di ingrati?

Verissimo, gli attori in particolare, come è ovvio. Tra loro ho anche carissimi amici: Francesca D’Aloia, Margherita Buy, Kasia Smutniak. In generale non scelgo mai le mie frequentazioni in base al mestiere di chi si siede a tavola con me.

E lei a qualcuno è grato? Ai suoi produttori di ieri e di oggi? A Tilde Corsi, a Domenico Procacci?

A Domenico voglio bene anche se, visti gli incassi, dovrebbe essermi grato lui. (Ride). So riconoscere chi mi ha aiutato e in assoluto non porto rancore.

Neanche nei confronti di chi la critica?

Ho avuto apologeti e detrattori, ma non ho mai fatto una telefonata a chi mi criticava. Una volta, dopo la proiezione de Le fate ignoranti mi si accostò un giornalista. Aveva stroncato il film e schiumava rabbia: “Bello il vostro mondo gay, vi divertite tanto eh?”. Risposi a tono: “Caro mio, se il mondo in cui uno muore di Aids, un’altra arranca tra le casse di un supermercato e un altro ancora non sa cosa fare delle propria vita ti sembra bello, il tuo deve essere atroce”. Due mesi dopo, con le sale piene, lo stesso giornalista scrisse un pezzo colmo di elogi sul film. Lo incontrai a una prima e mi avvicinai: “Ma hai cambiato idea?” e lui: “Lascia perdere Ferzan, la mia ragazza è pazza del film e mi ha rotto i coglioni per parlarne bene fino allo sfinimento”. Fu simpatico. Sincero.

È una dote che apprezza?

Molto. La sincerità è quasi catartica. Cambia i rapporti tra le persone. Una volta, molti anni fa, lavoravo come aiuto regista per Sergio Citti in Mortacci. Giravo di notte, facevo colazioni meravigliose alle sei di mattino ai Mercati Generali e badavo a nove cani abbandonati che avevo sistemato alla meno peggio sulla terrazza condominiale. Una vita faticosa. Un piccolo inferno. In quell’inferno, mi capitò di dover ascoltare anche le assurde pretese di uno degli attori del film, il grande Malcom McDowell. Era insopportabile e rompeva i coglioni per ogni singola minuzia. Mi esasperò e finalmente gli spiegai che mi aveva stancato e non ce la facevo più.

Risultato.

Siamo andati d’amore e d’accordo. Gliel’ho detto. Con la sincerità non sbagli mai.

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“Ho fatto sempre quel che mi piaceva”. Intervista a Franca Valeri https://minimaetmoralia.it/interviste/ho-fatto-sempre-quel-che-mi-piaceva-intervista-a-franca-valeri/ https://minimaetmoralia.it/interviste/ho-fatto-sempre-quel-che-mi-piaceva-intervista-a-franca-valeri/#comments Fri, 19 Jun 2015 12:59:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27402 Questa intervista è uscita sul Fatto quotidiano il 3 giugno. Ringraziamo l'autore e la testata. (fonte immagine)

di Malcom Pagani

Fa caldo e in giro non c’è un cane. Quelli presenti e passati di Franca Valeri occupano in nutrita formazione le memorie dell’appartamento in cui tra locandine di Parigi o cara e quadri di un Garibaldi in giubba blu: “Me lo regalò Visconti. Luchino aveva immeritata fama di altero, ma con gli amici sapeva essere intelligente e generoso” l’attrice medita un’altra rivoluzione che omaggi degnamente settant’anni di palco. Vorrebbe recitare, viaggiare, riannodare i fili con il pubblico: “E invece fatico a lavorare e mi dispiace”. Iniziò nel ’46 e adesso con la stessa età della Repubblica sulla scheda professionale, è costretta al referendum da impresari dubbiosi. Protetta dall’ironia: “Forse hanno paura che muoia sul palco ed è tecnicamente possibile, anche se ricordo che può accadere a tutti. O forse temono che non arrivi in fondo alla recita, ma per ora ho sempre visto tirare il sipario” Valeri lo riapre all’Argentina da stasera. Fino a domenica, interpretando Cambio di Cavalli per la regia di Giuseppe Marini, la signora Norsa che divenne Valeri perché una sua amica letterata apprezzava i versi di Paul Valéry, dividerà la scena con l’amico Urbano Barberini e Alice Torriani in una commedia in cui la poesia lascia spazio al desiderio di ricchezza e ambizione e senso del possesso si danno la destra come vecchie conoscenze.

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Questa intervista è uscita sul Fatto quotidiano il 3 giugno. Ringraziamo l’autore e la testata. (fonte immagine)

di Malcom Pagani

Fa caldo e in giro non c’è un cane. Quelli presenti e passati di Franca Valeri occupano in nutrita formazione le memorie dell’appartamento in cui tra locandine di Parigi o cara e quadri di un Garibaldi in giubba blu: “Me lo regalò Visconti. Luchino aveva immeritata fama di altero, ma con gli amici sapeva essere intelligente e generoso” l’attrice medita un’altra rivoluzione che omaggi degnamente settant’anni di palco. Vorrebbe recitare, viaggiare, riannodare i fili con il pubblico: “E invece fatico a lavorare e mi dispiace”. Iniziò nel ’46 e adesso con la stessa età della Repubblica sulla scheda professionale, è costretta al referendum da impresari dubbiosi. Protetta dall’ironia: “Forse hanno paura che muoia sul palco ed è tecnicamente possibile, anche se ricordo che può accadere a tutti. O forse temono che non arrivi in fondo alla recita, ma per ora ho sempre visto tirare il sipario” Valeri lo riapre all’Argentina da stasera. Fino a domenica, interpretando Cambio di Cavalli per la regia di Giuseppe Marinila signora Norsa che divenne Valeri perché una sua amica letterata apprezzava i versi di Paul Valéry, dividerà la scena con l’amico Urbano Barberini  e Alice Torriani in una commedia in cui la poesia lascia spazio al desiderio di ricchezza e ambizione e senso del possesso si danno la destra come vecchie conoscenze.

Ha mai conosciuto uomini divorati dal demone del denaro?

Donne, uomini. Di gente così ne è pieno il mondo.

“Le persone che lavorano per me – disse – sono convinte che io sia miliardaria”.

L’equivoco, un equivoco assoluto, prosegue. Ho due lire da parte che grazie a dio mi permettono di vivere benino, ma a me il denaro è sempre interessato poco. Gli amori della mia vita erano idealisti. Artisti. Gente che regalava idee dimenticandosi di rivendicarne la primogenitura o magari  inseguiva la musica.  A un musicista, dei soldi, cosa importa?

Gli idealisti sono scomparsi. 

E anche il bottino. I soldi non li ha più nessuno. Tantomeno il ministero dei Beni Culturali. È tornata di moda la parola bando. Si indicono bandi in continuazioni. La gente li affronta sicura che affidarsi a quel tipo di strumento garantisca i soldi. Ma la puzza di imbroglio non se ne va. Il teatro è una forma di arte e di cultura, non può trasformarsi in burocrazia, in riunione condominiale, in riffa.

La struttura teatrale soffre nel suo complesso?

È assediata da incapacità diffuse. Ci sono persone ottime come Antonio Calbio Urbano Barberini ed esistono i cialtroni. Sa cosa mi lascia incredula? La mancanza di invenzione. A teatro non si inventa più nulla perché anche il teatro, come molto altro dalle parti della cultura e del pensiero, è morto. A scrivere commedie magari brutte, ma nuove siamo rimasti forse in cinque. Gli altri continuano a manovrare in malo modo i classici. Perché non scrivono qualcosa di nuovo? Perché ripropongono in continuazione Shakespeare? Lasciatelo in pace, Amleto. È un capolavoro. La tv non la vedo.

Lo spettacolo dell’Argentina, Cambio di cavalli, lo ha scritto lei.

Ha debuttato a Spoleto grazie alla benevolenza del mio amico Giorgio Ferrara. È una commedia meritevole. Ha un fondale semplice, soltanto tre attori in scena. Giugno non è in generale un buon mese per il teatro, ma spero che in autunno si possa proseguire. Fermarsi sarebbe un dispiacere.

Sulla soglia dei 95 anni non proseguire avrebbe un significato particolare?

Illusioni non me ne faccio più. L’Italia la vedo male. È diventato un paese sgradevole. Al Nord stanno un po’ meglio e Milano è meno disastrata di Roma, ma se penso a cosa erano ovunque gli anni ’50 in Italia e non solo in teatro o al cinema, mi dispero. Per chi è giovane nel 2015, è difficile immaginare quanto sia stato bello abitare le nostre città. Che eleganza nei modi si respirasse. Che signori esistessero.

Colpe?

La politica ci ha messo del suo. Da tempo sostengo che Roma non dovrebbe più essere la Capitale d’Italia. Bene o male, questi noiosi son qui tra noi.

Lei si è mai annoiata?

Mai. Ho fatto sempre quel che mi piaceva. Ho coltivato le amicizie. Mi sono divertita. Eravamo giovani. L’avanzamento dell’età, se hai la fortuna di vivere a lungo, comporta purtroppo un problema insormontabile.

Quale?

Che gli altri muoiono e tu rimani solo. Sulla vecchiaia sto scrivendo un libro per Einaudi. Non è un dramma la vecchiaia, ma cambia le prospettive. Il punto di vista delle giornate. Sono stata sempre abituata ad avere impegni precisi e adesso quegli impegni si sono diradati.

Come trascorre il suo tempo?

Sono pigra. Leggo molto. Ozio a lungo nel letto con Roro, il mio cane. Se mi devo alzare presto per uscire, mi lamento salvo poi scoprirmi contentissima. E parlo molto con mia figlia. L’ho adottata qualche anno fa. È spiritosa come i miei amici di un tempo. Mi dà gioia. Mi rende felice.

Quindi esce ancora.

Esco se devo fare una cosa. Mi sono operata all’anca e non ho una grande mobilità, ma non sono rincretinita. So che verso quelli della classe 1920 c’è una certa diffidenza e capisco anche che è vero.

Cosa è vero?

Che i vecchi rincitrulliscono e che in alcuni casi il processo comincia anche molto presto. Però non è il mio caso. Bisogna applicarsi. Leggere. Studiare. Non perdere la presenza intellettuale. Smarrirla è terribile. Poi certo il tempo non è infinito e come è ovvio mi capita di pensarlo.

Avrebbe mai immaginato di arrivare fin qui?

Se penso a quando parlavamo del duemila mi vien da ridere. Era un’entità mistica. Un posto mitico, il 2000. Poi è arrivato e disgraziatamente si è presentato nel peggiore dei modi. Non sono anni belli. Effettivamente non lo sono per niente.

Resta la comicità come consolazione.

Non c’è modo di sapere dove si posi, la felicità. Io ormai la trovo soprattutto nei libri perché persino Manzoni conosce l’ironia. La risata poi è misteriosa. Anche perché in fondo poche cose fanno ridere davvero.

Ogni tanto ambirebbe a essere lasciata in pace anche lei come auspica per Shakespeare?

Non è ambizione. È una speranza. Ma la verità è che sono una a cui piace vivere. Molti sognano di scomparire e tanti grandi cervelloni hanno rifiutato la vita. Io no. Sarà un difetto?

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Intervista a Franco Battiato per i suoi 70 anni https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-franco-battiato/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-franco-battiato/#comments Tue, 24 Mar 2015 06:00:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25980 Questa intervista di Malcom Pagani è uscita su Il Fatto Quotidiano il 23 marzo in occasione dei 70 anni di Franco Battiato. Ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

La voglia di vivere a un’altra velocità, la stessa di sempre: “Ora cammino con le stampelle, ma tra un po’ le butto. Mi dicono ‘Franco, calmati, ci vuole ancora un mese’. Si sbagliano. Penso che nel giro di una settimana la mia frattura non sarà che un ricordo”. Ragionando nell’imminenza della celebrazione su quelli di un’esistenza intera: “Io lavoro sulla spiritualità, cosa vuole che me ne freghi del mio compleanno?” Franco Battiato non si emoziona per il dato anagrafico. Oggi (ieri per chi legge, ndr) compie settant’anni, lo fa guardando in faccia Milo, Catania e il suo passato. Anche se il tempo cambia molte cose, e opinioni e amicizie non sono necessariamente più quelle di ieri, di tanto in tanto un grido copre ancora le distanze: “In effetti rompendomi il femore al Petruzzelli un po’ devo aver urlato”. Era metà Marzo e Battiato - tornato da un lungo viaggio europeo tra Londra, Parigi, Oviedo e Barcellona e l’Irlanda: “Una cosa pazzesca, a Dublino, introducendo il concerto in inglese mi interrompevano dalla platea ‘ parla italianoooo’”- chiudeva la tournée in Puglia cantando di ritmi ossessivi e danzatori bulgari: “A bordo palco c’era un certo fanatismo. Un entusiasmo impossibile. Cerco di ringraziare e durante la canzone vado a toccare le mani delle ragazze in prima fila. Quelle mi prendono per il braccio. Perdo l’equilibrio, inciampo e cado all’indietro. Ciao Battiato. Una cosa allucinante”.

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bio7Questa intervista di Malcom Pagani è uscita su Il Fatto Quotidiano il 23 marzo in occasione dei 70 anni di Franco Battiato. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

La voglia di vivere a un’altra velocità, la stessa di sempre: “Ora cammino con le stampelle, ma tra un po’ le butto. Mi dicono ‘Franco, calmati, ci vuole ancora un mese’. Si sbagliano. Penso che nel giro di una settimana la mia frattura non sarà che un ricordo”. Ragionando nell’imminenza della celebrazione su quelli di un’esistenza intera: “Io lavoro sulla spiritualità, cosa vuole che me ne freghi del mio compleanno?” Franco Battiato non si emoziona per il dato anagrafico. Oggi (ieri per chi legge, ndr) compie settant’anni, lo fa guardando in faccia Milo, Catania e il suo passato. Anche se il tempo cambia molte cose, e opinioni e amicizie non sono necessariamente più quelle di ieri, di tanto in tanto un grido copre ancora le distanze: “In effetti rompendomi il femore al Petruzzelli un po’ devo aver urlato”. Era metà Marzo e Battiato – tornato da un lungo viaggio europeo tra Londra, Parigi, Oviedo e Barcellona e l’Irlanda: “Una cosa pazzesca, a Dublino, introducendo il concerto in inglese mi interrompevano dalla platea ‘ parla italianoooo’”- chiudeva la tournée in Puglia cantando di ritmi ossessivi e danzatori bulgari: “A bordo palco c’era un certo fanatismo. Un entusiasmo impossibile. Cerco di ringraziare e durante la canzone vado a toccare le mani delle ragazze in prima fila. Quelle mi prendono per il braccio. Perdo l’equilibrio, inciampo e cado all’indietro. Ciao Battiato. Una cosa allucinante”.

Quindi, la cronaca racconta di una corsa in ospedale.

Avrei fatto bene a rimanere sdraiato. Farmi spostare a braccia nei camerini non è stata una buona idea. Oltre al dolore, ha provocato una sovrapposizione ossea che ha complicato l’operazione. Ma non si poteva fare altrimenti.

Perché?

E che potevo aspettare l’ambulanza sul palco con il pubblico in sala a piangere il morto? C’erano millecinquecento persone. Non era il caso.

Quanto affetto però.

Corsi e ricorsi. Mi sembra di essere tornato agli anni ’80, quando negli alberghi della Versilia, dietro compenso, gli inservienti vendevano ai fan la vista notturna sul cantautore dormiente. In altre forme, si sta verificando tutto quel che mi accadde allora. In Europa avevo previsto esibizioni poco più lunghe di un’ora. Tra un bis e l’altro, non sono mai riuscito a lasciare il teatro prima di due ore e mezza. All’epoca mi turbai, oggi l’affetto mi fa un’altra impressione. Del successo, in generale, non me ne è mai importato nulla.

Dice sul serio?

Non ho mai compiaciuto nessuno. Sono partito dallo sperimentalismo, ho scritto canzoni popolari, girato film, dipinto quadri senza mai accontentarmi della culla protetta o delle sicurezze. Come per magia quelli che mi apprezzavano in una veste, mi hanno dato retta anche quando mutavo essenza senza pretendere che somigliassi a un juxe-box e che a ogni monetina inserita, corrispondesse un loro desiderio. Mi hanno lasciato essere come volevo e se posso dirlo spudoratamente, io sono cambiato e ho fatto tutto il mio percorso solo per loro. Me ne frego delle sicurezze e me ne frego di offrirle. Sa cosa mi diceva Lucio Dalla?

Il suo amico Dalla.

Il mio amico Dalla, certo. “Io inseguo il pubblico, Franco. Tu ti fai inseguire”. Sembra una cazzata, ma è vero. Io dei gusti dei fans me ne frego, loro lo sanno. Non ho mai fatto una capatina su Facebook. Non esiste. Se lo possono scordare.

Senza Facebook, ma con settant’anni sul groppone.

Tanto non dominiamo nulla, quindi anche l’età, come molto altro, resta un’astrazione. Giada Colagrande, la moglie di William Dafoe, mi ha mandato un documento importantissimo per spiegarmi il mio piccolo incidente fisico. Lei sapeva esattamente quel che mi sarebbe accaduto.

Un’indovina?

Potrei parlarle di astrale karmico e di cerchi della vita, ma semplificherò perché la gente è scettica e scherza su cose serissime.

La delude?

La delusione è nell’osservare qualsiasi volo ridotto alla tangibilità. Grazie a David Bohm, la scienza è entrata nel campo del misticismo, ma i fisici fanno finta di nulla e sembra che abbiano bisogno sempre di una prova. Di una dimostrazione empirica. Per capire che due persone si amano, devi vederli scopare?

Torniamo a Giada Colagrande. Che documento le ha mandato?

Uno scritto in cui, in parole poverissime, mi dice che nel futuro mi attende quel che il mio inconscio sta preparando. Si va di 9 anni in 9 anni, così per un’altra frattura o per una qualsiasi altra manifestazione rilevante, possiamo riparlarci nel 2024. (Ride).

Rimanendo al 2015 cosa possiamo dirci?

Che abbiamo perso per strada una qualità umana che sarà impossibile recuperare.

Ha nostalgia di qualcosa?

La nostalgia non è un valore. Se la provassi non avrei scritto una canzone come “Sui giardini della preesistenza”.

“Voglio di nuovo gioia nel mio cuore/ un tempo in alto e pieno di allegria” diceva.

L’unica cosa per cui si può avvertire nostalgia sono i paradisi perduti. Gli angeli nascosti. Ciò che di meraviglioso, magari fugacemente, abbiamo incontrato. Se c’è una cosa bella dell’età che avanza, è in questo miracolo: saper riconoscere la bellezza. Quando mi passa davanti, adesso, la colgo.

“Vorrei tornare indietro per rivedere il passato, per comprendere meglio quello che abbiamo perduto” cantava.

Forse oggi non basterebbe neanche capire. Mi ricordo molto bene i veri siciliani di un tempo. Quelli del dopoguerra. Gente che aveva voglia di vivere e di pensare con la propria testa.

Poi cosa è successo?

Siamo entrati nel regno della vanità. Ci hanno fottuto lì. Prenda i politici di oggi: quando li osservo ho pietà per loro. Mi sento male: santo dio, ma da dove vengono?

Non soffrirà per loro?

Quando vedo gente incapace di spogliarsi delle propria bestialità, soffro sempre. Anche se è una bestialità in giacca e cravatta. Detto questo, aiuterei anche uno come Lupi, uno che mi fa schifo. Anche Renzi. Anche Berlusconi che è un mostro totale. Detesto i politici di oggi, ma non escludo possano cambiare.

Perché li aiuterebbe?

Perché siamo tutti uguali. È inutile dire “Quello è cretino”. Non è escluso che una faccia di merda, un ladro o un delinquente, un giorno non possa essere illuminato da un’intuizione, redimersi e superarti nel percorso della virtù e della conoscenza. Sa qual è una cosa interessante dell’esistenza?

Dica pure.

La possibilità di elevarsi. Il fatto che qualcuno, un mascalzone o un assassino, guardandosi allo specchio, possa improvvisamente riflettere e capire: “Ma che cazzo di vita ho condotto fino a ora?”. Succede. Ed è più utile di una sciatta preghiera innalzata pigramente a dio nell’illusorio tentativo di salvarsi. Secondo il calendario del Bardo l’uomo ha sette possibilità di finire in zone elevatissime. Per certi parlamentari, l’eventualità è oggettivamente tenue. Mai dire mai però.

Tra il ’79 e l’82 tra una bandiera bianca e un cinghiale della stessa tinta, l’Italia scoprì Battiato. È vero che ha retrospettivamente abiurato quel periodo.

La parola abiura non mi piace. Ho scritto delle cose più o meno buone e alle quali sono più o meno affezionato. Qua e là, ci sono canzoni a cui qualcuno ha avuto la generosità di riconoscere un valore letterario. All’epoca de Il re del mondo mi chiamarono molti poeti per congratularsi e chiedermi come avessi fatto a scrivere e a inserire senza anatemi del pubblico in un disco vendutissimo: “Strano come il rombo degli aerei da caccia un tempo/ stonasse con il ritmo delle piante al sole sui balconi”. Erano riconoscimenti liberi dall’invidia e dal livore. Telefonate che facevano piacere.

Lei cosa rispondeva?

Che erano frasi venute così, senza particolare rovello. Senza impegno metodologico. Pensi che ai tempi di Prospettiva Nevskij, non ero convinto del testo. Scrissi quella canzone tutta di seguito e poi la feci sentire a Giusto Pio: “Ma è bellissima”disse. Io ero scettico, cercavo di convincerlo: “Sicuro? A me sembra una cazzata”. Fui lui a spingermi a inciderla: fosse stato per me sarebbe finita nella spazzatura.

È stato severo nel valutarsi in questi 40 anni di percorso?

Credo giusto. Sono stato sempre assai poco geloso delle mie creazioni. Anni fa andai ad ascoltare un gruppo punk di Bologna in un teatro milanese in Via Larga. Mi si avvicina il leader e fa: “Suoneremo una cover di Up patriots to arms, ti dispiace se cambiamo qualche parola?”. “Ma cosa vuoi che me ne freghi?”. Detto fatto. Salgono sul palco e attaccano: “Mandiamole in pensione quelle facce di merda, ci hanno rotto i coglioni”.

Diverso dal suo “Mandiamoli in pensione i direttori artistici/ gli addetti alla cultura”. Si arrabbiò?

Mi sono divertito più in quell’occasione che a cantare migliaia di volte l’originale.

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E qualcosa è rimasto. 40 anni di Rimmel https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/ https://minimaetmoralia.it/musica/de-gregori-40-anni-di-rimmel/#comments Wed, 04 Mar 2015 06:00:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=25670 di Malcom Pagani

Fermandosi ad annusare la vita in certe trattorie della vecchia Tiburtina, tra il vino dei Castelli “che si può bere solo a quell’età” e gli amici dell’epoca, Francesco De Gregori ripensava alle storie di ieri che sarebbero diventate quelle di domani. Nell’inverno del ’75, uscendo a notte fonda dalla Rca dopo aver registrato clandestinamente Rimmel, incontrava l’alba al tavolo con gli altri randagi della truppa e abbaiava alla luna, da capobranco della sua muta. Cani di strada. Occupanti abusivi dello Studio A, uno spazio che nella casa discografica che accolse, tra i tanti, Baglioni, Conte, Dalla, Fossati e Venditti, era riservato alla musica classica e alle colonne sonore cinematografiche.

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Francesco_De_Gregori_-_Raccolta2Questo articolo di  Malcom Pagani è uscito sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata.

di Malcom Pagani

Fermandosi ad annusare la vita in certe trattorie della vecchia Tiburtina, tra il vino dei Castelli “che si può bere solo a quell’età” e gli amici dell’epoca, Francesco De Gregori ripensava alle storie di ieri che sarebbero diventate quelle di domani. Nell’inverno del ’75, uscendo a notte fonda dalla Rca dopo aver registrato clandestinamente Rimmel, incontrava l’alba al tavolo con gli altri randagi della truppa e abbaiava alla luna, da capobranco della sua muta. Cani di strada. Occupanti abusivi dello Studio A, uno spazio che nella casa discografica che accolse, tra i tanti, Baglioni, Conte, Dalla, Fossati e Venditti, era riservato alla musica classica e alle colonne sonore cinematografiche.

Dal terzo disco di De Gregori, il produttore Lilli Greco, avrebbe preteso classicismo, ma si ritrovò in un film. Lilli cercava un disco soffertamente monacale, filologicamente legato alla seconda prova del principe (il disco con la pecora in copertina, un capolavoro assoluto, secondo un dubbioso De Gregori, curiosamente, il suo peggiore) e Francesco un trono per essere finalmente Re del suo creare. Greco sognava arrangiamenti severi, il dominio pieno e incontrollato del binomio voce e chitarra, la pretesa austerità del cantautore d’epoca. De Gregori la band con cui sperimentare. Il sax di Mario Schiano.  “La risata forte e l’amicizia a cena” dei baffi di Franco Di Stefano e di Alberto Visentin, marito della Brigitte Bardot Italiana, Cristina Gajoni: “L’ambiente in cui nacque Rimmel era disteso, c’era l’incoscienza della gioventù”. Il contrabbasso di Roberto Della Grotta: “Che è diventato buddista” e dove sia finito, esattamente come Alice, De Gregori non lo sa. La pulizia formale di Renzo Zenobi. Le acrobazie, “i salti mortali” di Ubaldo Consoli, tecnico del suono, alla guida di un banco a valvole (proprio come le radio ascoltate dal De Gregori bambino) e di un registratore a 4 piste. I guizzi biondi di George Sims, uno che quarant’anni dopo Rimmel, deposta la chitarra elettrica sfoggiata poi negli stadi in Banana Republic, ancora giura: “Partecipare al disco fu un’emozione enorme, è stato e sarà sempre uno dei miei momenti più belli”.

Viste le resistenze di Greco, De Gregori svestì il suo “canestro di parole nuove” dell’ufficialità, giocò d’astuzia e iniziò a registrare i falsi provini che avrebbero costituito l’architrave di Rimmel. Per esercitarsi, in quel circo dai confini allargati che era la Rca dell’epoca (un po’major dè noantri, un po’ straordinario artigianato, un po’ Casa del Popolo di un gruppo di maestri residenti per caso e per passione al numero 7 di Via Sant’Alessandro) non serviva chiedere permesso.

Così De Gregori si infilò nello studio A, radunò qualche complice e senza dirlo a nessuno incise un pezzo dopo l’altro, un Lp straordinario. Quando Greco si accorse della macchinazione si incazzò come una iena. Sbarrò letteralmente lo studio, impedì l’accesso a chiunque e fece convocare De Gregori dal gran capo della multinazionale, Ennio Melis. Francesco ammise senza resistenze: “Non volevo che le mie canzoni suonassero come suggeriva qualcun altro”. Melis gli diede via libera avvertendo De Gregori che il suo putsch sarebbe stato sottoposto al ‘giudizio’ del popolo: “Per me puoi proseguire, ma se il disco è brutto o non vende, ogni responsabilità sarà tua”.

Rimmel superò le 500.000 copie. De Gregori, che nel disco aveva messo l’amore per Dylan, ma anche quello per “James Taylor, Joni Mitchell e Karol King”, a neanche 25 anni, divenne una divinità terrena. Acqua santa per le tasche di Melis e il piacere del pubblico pagante, indizio demoniaco nei sacrari intellettuali in cui ‘guadagno’ equivaleva a sterco. Giaime Pintor si sistemò dietro la collina senza “aghi di pino” e punse dalle colonne della sua rivista. La purissima, durissima Muzak. Il titolo: “De Gregori non è Nobel, è Rimmel” spiegava ogni cosa. Il resto era persino peggio: “Chi osasse citare il decadentismo italiano, quello francese, l’ermetismo o Lorca o persino Dylan, commetterebbe un flagrante reato di lesa cultura”. Dessì difese il disco. Ci si accapigliò e tra una nuvola di fumo e una barricata, molto si discusse e non poco si processò, non solo metaforicamente, il peccatore che aveva osato evadere dalla cantina buia.

Quarant’anni dopo, De Gregori spande ancora luce. Nella foto virata seppia, vestito da poeta, abbraccia i musicisti. Con i suoi amici- la Rca alle spalle- guarda verso un punto lontano. Ha un cappello da pescatore in testa, eredità dall’avventura gallurese di Volume 8 con De Andrè. Erano notti lunghe, fughe in motorino, silenzi e canzoni scritte nel silenzio. Un giorno, d’estate, dalla porta entrò Cristiano, figlio di Fabrizio. L’anno prima aveva sentito una canzone, Alice. Gli era piaciuta, ma non aveva capito perché lei guardasse i gatti. Lo chiese a De Gregori. Quello non rispose. Per farlo scrisse Oceano. Nuota ancora oggi, De Gregori. Fondali chiari. Fondali scuri. Nuota al largo. Non si è stancato.

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La “VivaVoce” (senza retorica) di Francesco De Gregori https://minimaetmoralia.it/interviste/vivavoce-de-gregori/ https://minimaetmoralia.it/interviste/vivavoce-de-gregori/#comments Wed, 12 Nov 2014 06:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24306 Esce in questi giorni "VivaVoce", la nuova raccolta di Francesco De Gregori. Pubblichiamo un articolo di  Malcom Pagani uscito sul Fatto quotidiano, e ringraziamo l'autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Il cane senza collare della musica italiana ha lasciato libero guinzaglio ai ricordi. A guardarci dentro, mentre passano davanti agli occhi crociere straordinarie e scommesse perdute sul fondo del caffè, sembra ancora ieri. La scena è cambiata, l’adolescenza divorata di certi suoi personaggi è diventata maturità virtuosa di chi sa rileggersi e anche “se tutto sta perdersi nel tutto e niente si può misurare più”, per valutare la grandezza di Francesco De Gregori e l’eternità di certi versi, VivaVoce (Caravan-Sony), è il metro adatto. Non una bolsa raccolta di successi e neanche, o almeno non semplicemente, un’enciclopedia del meglio di una produzione ultraquarantennale. Ma una rilettura completa- “onesta” sottolinea De Gregori- di 28 brani che ritornano storici proprio perché lasciano il mito dell’evocazione obbligata in quarantena.

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presentazione-vivavoceEsce in questi giorni “VivaVoce“, la nuova raccolta di Francesco De Gregori. Pubblichiamo un articolo di  Malcom Pagani uscito sul Fatto quotidiano, e ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Il cane senza collare della musica italiana ha lasciato libero guinzaglio ai ricordi. A guardarci dentro, mentre passano davanti agli occhi crociere straordinarie e scommesse perdute sul fondo del caffè, sembra ancora ieri. La scena è cambiata, l’adolescenza divorata di certi suoi personaggi è diventata maturità virtuosa di chi sa rileggersi e anche “se tutto sta perdersi nel tutto e niente si può misurare più”, per valutare la grandezza di Francesco De Gregori e l’eternità di certi versi, VivaVoce (Caravan-Sony), è il metro adatto. Non una bolsa raccolta di successi e neanche, o almeno non semplicemente, un’enciclopedia del meglio di una produzione ultraquarantennale. Ma una rilettura completa- “onesta” sottolinea De Gregori- di 28 brani che ritornano storici proprio perché lasciano il mito dell’evocazione obbligata in quarantena. Niente più marce militari in Generale, resa più “domestica”, più “canzone di pace che riflessione sulla guerra”. Niente orchestre ne La Donna Cannone (lasciata al consapevole spoglio, alla sottrazione preziosa di Piovani: “perché Nicola, non sa solo comporre musica, ma la sa anche ascoltare”). Niente timore soprattutto di abbandonarsi ai debiti (nel disco ballano omaggi alle influenze dylaniane e alle eredità di Leonard Cohen) e di richiamare idealmente sul palco gli amici come Dalla in Santa Lucia (la coda riecheggia e si inchina a Come è profondo il mare) con l’unico divieto della retorica e del manicheismo.

Solo le “persone facili non hanno dubbi mai” cantava De Gregori e fuori dal palco, il rapporto con Lucio “discontinuo, geniale, a volte reciprocamente irritante perché eravamo molto diversi, entrambi maleducati, ma affetti da una diversa forma di maleducazione” si alimentava nel contrasto e nella vicina lontananza e dava vita a collaborazioni inattese. “C’era tra noi una misteriosa spinta a cantare insieme. Del binomio si sono viste le due punte emerse, Banana Republic e la tournée condivisa a trent’anni da quella esperienza, ma io e Lucio non ci siamo mai veramente persi di vista. Se fosse stato ancora vivo, con altissimo grado di probabilità, ci saremmo incontrati ancora. Il vero lutto è non potermi più divertire con lui”. De Gregori continua a camminare da solo: “Come un marziano, come un mascalzone”. A suonare con i vecchi compagni di sempre: “Guido Guglielminetti è stato fondamentale per diradare i timori. Provando nuove soluzioni mi confrontavo con lui. Titubavo. Gli dicevo ‘questa metrica è sbagliata dal punto di vista protocollare’ e lui rispondeva ‘che ti importa? Va benissimo proprio per questo”. A viaggiare. Il “magico 4per4 del circo di Brema” ha levato le tende, ma tra una tappa a Stoccarda, una presentazione in libreria, un passaggio a RTL e la preparazione del tour dell’anno che verrà (date in marzo a Roma e a Milano, previsti ospiti, forse Ligabue che in VivaVoce lo accompagna in Alice) l’anagrafe rimane un tema sullo sfondo.

“Non me ne è mai fregato niente di essere il più giovane della tavolata da ragazzo e me ne frego di non esserlo più adesso” giura e anche se l’orizzonte si è accorciato: “Ho meno anni da vivere, una condizione comune a chi è nato nel ‘51”, equilibrio e serenità, in VivaVoce, mutano in manifesto esistenziale. In coraggio iconoclasta. Vanno giù i monumenti, si costruiscono nuove case “con il legno e col cartone”. La forza è nella base. La forza è altrove. Al principio, racconta De Gregori: “Mi sentivo prestato alla musica. Inadeguato. Per capire, con una certa lentezza, c’è voluto tempo”. Ora che la storia è stata scritta, trasformare le note, sfiorare il jazz, lucidare le atmosfere dei ‘50 e provare altri possibili finali per una favola intoccabile e tramandata da generazioni, non è un gioco ozioso né un’operazione calcolata. Se la pulsione naturale “È provare a fare le cose che non so fare e non saprò mai fare”, quel che De Gregori non nega di ignorare: “Non sono uno sciamano” sa almeno cantarlo benissimo. La gioia nascosta è sentirsi ancora libero. “Bisogna fare e rischiare”. Come in un alba degli anni ’70. Appoggiato a un muro, in attesa di un volo e del suo manager, De Gregori immaginava rughe e volti crollati come dighe. Oggi come allora “la gente va veloce e il tempo scorre piano”, ma De Gregori ha trovato la melodia per volare leggero e dissacratorio su ciò che detesta.

Tende alla bellezza: “Mi piacerebbe se tornassimo a cercarla”. Ha “avuto tempo sufficiente per imparare” e osserva le segrete stanze dell’invenzione senza pelosi rimpianti tra sé e le sue parole. Ha cantato “per tutti quelli che hanno gli occhi e un cuore”, per “chi non ha capito”. Ha preso navi, treni e sogni. Non ci ha lasciato incubi. Con lunghe sciarpe nere e cappelli a falda larga ha scelto “la semplicità” di una canzone. Mai aulico: “I poeti che brutte creature”. Non sovrapponibile: “Non mi confondere con niente e con nessuno, niente e nessuno ti confonderà”.  Disposto a sporcarsi. Incline alla contaminazione. Anche in VivaVoce: “E quel che resta di pulito/ ficcalo nel buco del tuo ego”.

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Quel silenzio da numero uno. L’intervista a Dino Zoff https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-dino-zoff/#comments Wed, 08 Oct 2014 12:44:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23746 Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”.

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zoff scirea

Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Dino Zoff apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Nella foto, Dino Zoff con Gaetano Scirea. Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Se il signor Zoff parlava poco, una ragione c’era: “A casa mia le regole non erano scritte, ma scolpite. Si viveva di realtà e di concretezza, per scuse puerili e vittimismi non esisteva spazio”. Specchiandosi nel fiume Aniene, l’uomo che superò il guado a tempo debito confessa che avrebbe avuto ancora voglia di remare. Il pudore di sempre. L’amarezza lenita dall’ironia: “Mi chiede se mi sarebbe piaciuto dare una mano al calcio italiano di oggi? Onestamente sì, sa cosa mi ha fregato? L’età. Sono vecchio. Ho 72 anni, conosco le persone che comandano il gioco e loro sanno perfettamente chi sono io”. Circondato da incarichi sfumati: “Sostenevano che una consulenza fosse troppo poco per uno come me e così alla fine non mi è toccato nulla” e autoanalisi sorprendenti: “Ho sempre avuto paura di non avere abbastanza coraggio” il Nazionale che vinse l’Europeo del ’68, incasellò scudetti in batteria e centinaia di presenze in Serie A tra Udine, Mantova, Napoli e Torino, sollevò da capitano la Coppa del Mondo a Madrid nell’82, non ama soffermarsi sul rimpianto: “Quando è finita, è finita. Andarsene a tempo debito è un’arte”. Zoff salutò in un giorno di estate, vento e riflessi svedesi del 1983: “Fu duretta, sentii che una parte importante, forse la migliore della mia vita, si chiudeva definitivamente. Avevo messo gli scarpini per passione e vocazione. Per provare a diventare una persona migliore”.

Dino il monumento. Il mito. Il moloch che al San Paolo chiamavano Nembo Kid. Il supereroe razionale che a diecimila metri ballava con Pertini tra le insidie dello scopone scientifico non ha mai truccato il mazzo delle carte. Quando risponde, pensa sempre a quel che sta per dire. Rallenta il ritmo, prende la rincorsa, ripete cantilenando una preposizione “di, di, di, di” e nelle pieghe di quell’apparente balbettio, nelle pause di riflessione, nel ricordare un episodio, Zoff trova anche la forza di sorridere. Dopo aver immalinconito torme di rivali: “A Luciano Castellini, ex portiere di Torino e Napoli, un amico, lo dicevo sempre: ‘Parli troppo bene di me, non è giusto, devi puntare a togliermi il posto, a farmi fuori’” e aver urlato per una vita intera: “Ma per farmi sentire, non per farmi capire. Allo stadio Sarrià, con la gente che sembra che ti cada addosso, gridare era proprio indispensabile”, Zoff ha scelto di raccontarsi a bassa voce in un libro che sembra un fotogramma di Cartier-Bresson.

In Dura solo un attimo, la gloria (Mondadori Strade Blu, con l’ausilio complice di Anna Boiardi e Marco Mensurati) l’occhio del secolo breve vissuto da Zoff si srotola tra zuppe, corriere, gioie e delusioni. Partite, litigi, addii, ascendenze lontane. Amici. Nemici. Abbracci. Lacrime per maestri in paradiso di nome Bearzot, fratelli volati via come Scirea e volti familiari perché al sangue del tuo sangue, sfuggire non si può. Il padre Mario, soldato smarrito tra l’Africa, l’Albania, la Jugoslavia e i campi di lavoro all’ombra della svastica: “Un uomo libero, un contadino di vedute aperte che aveva fatto tante guerre e cercava pace tra le rondini, il grano e il tinello di casa. Si informava. Era laico. Leggeva con lena Famiglia Cristiana e nei giorni di festa, anche L’Unità. Insieme giocavamo poco, ma non era un’epoca, quella, in cui i genitori si occupavano dei figli”. La sorella Ameris. La madre Anna: “Lo stesso nome di mia moglie”. La nonna Adelaide che venerava Francesco Giuseppe e del sovrano, in una anomala commistione di nostalgie e feticismo asburgico friulano “conservava il ritratto in salotto, con l’imperatore che dall’alto, con i baffi bianchi e l’uniforme in tinta ci guardava in silenzio”.

La sua condizione preferita.

Da calciatore mi trattenevo perché del mondo che mi aveva dato tutto, ero e sono ancora innamorato. Tranciare giudizi non mi piaceva e così, visto che i miei commenti finivano per essere banali, pensai, meglio tacere.

Sapeva farsi rispettare anche senza smanie dichiarazioniste.

Cercavo di dare l’esempio. Credevo nella lealtà. Detestavo le sceneggiate. Le esagerazioni. I ridicoli balletti dopo il gol. Per le furbate altrui, poi, diventavo pazzo.

Pazzo come Luciano Chiarugi, l’ex della Fiorentina che all’estro e alle stranezze doveva anche il soprannome.

L’avevano etichettato così, “Cavallo pazzo”, perché una volta, dopo avermi segnato, fece una corsa folle sotto la curva Ferrovia. Di Chiarugi mi disturbavano le scorrettezze plateali, il cadere in area di rigore, i tentativi di ingannare l’arbitro. Oggi fanno tutti come lui. E a fine gara, nel terzo tempo, ai suoi eredi avrei faticato a stringere la mano.

Davvero?

Ti stringo la mano se vinci perché hai dimostrato di essere migliore. Ma se mi rubi un rigore che mano devo darti? Al limite ti do un cazzotto.

Di gente irritabile e teatrale ne ha conosciuta tanta…

Pesaola era fantastico. Urlava in finto castigliano per insultare gli avversari, ma in realtà non c’era uno che non lo capisse. Oggi il calcio è cambiato, ci sono telecamere ovunque, tribunali mediatici, ossessione generalizzata. Non puoi neanche più permetterti di tirare giù una Madonna in santa pace che subito arriva il plotone di esecuzione.

Lei qualche Madonna la tirava?

Qualche volta sì. Purtroppo capitava anche a me. Siamo esseri umani.

Di umanità varia si nutriva anche Sivori.

Omar era un mostro di simpatia. Uno che sapeva arrabbiarsi e giocare di umorismo come nessun altro. Si considerava il migliore. Quando incontrava un collega in vena di commemorazioni indebite, lo infilzava: “Omar, ti ricordi di quella partita che giocammo insieme?”. E lui, perfido: “Io giocavo, tu tutt’al più eri in campo”. Era un artista, Sivori. E io gli artisti li ammiravo. Erano zingari felici, creavano qualcosa. Per uno come me che non poteva inventar nulla e che aveva il preciso compito di distruggere le invenzioni, l’attrazione era irresistibile.

A volte gli artisti si perdevano.

E vedere l’autodistruzione del talento era uno strazio. Mi capitò alla Lazio con Gascoigne. A Paul volevo veramente bene. Per i suoi calciatori l’allenatore è quasi più di un padre e Gascoigne, di qualcosa o di qualcuno, sembrava veramente orfano.

Episodi?

Si presentava spesso ubriaco. Soffriva di cicliche tristezze. Si pentiva: “Io vincio niente, io no buono” e poi ricominciava. Lasciava il ritiro di sabato sera all’improvviso e poi spuntava a mezzogiorno di domenica, al ristorante in cui andavamo con la squadra: “Mister, ho saputo che mi ha convocato, eccomi qui, non ho fatto in tempo a vestirmi”. Era nudo. Senza mutande. Gascoigne era anche questo. Una volta abbandonò l’allenamento e poi, dopo essersi liberato a pugni e calci da chi voleva calmarlo, si sfogò con le nostre auto sistemate nel parcheggio. Mi feci avanti per calmarlo e Paul, un’anima fragile, mi abbracciò piangendo. So che sta male, mi dispiace molto.

Con un altro eccentrico laziale, Giorgio Chinaglia, divise l’esperienza del Mondiale 1974 in Germania.

Quello del Vaffa in mondovisione di Giorgio a Ferruccio Valcareggi. Il clima in squadra non era buono. Italo Allodi, naso fino, ci convocò in una sede terza per una seduta psicanalitica di gruppo: “Ditevi in faccia tutto quello che pensate”. Antonio Iuliano non si fece pregare: “Rivera non può giocare, mezza squadra non lo vuole”. In quell’atmosfera elettrica e divisa, non era neanche strano che accadesse quel che poi accadde. Con Chinaglia avevo fatto il militare, lo conoscevo bene. Un pazzo scatenato, un condottiero, un trascinatore straordinario e nient’affatto stupido che si dilettava con pistole, immaturità, gol ed esagerazioni. Quella sera, mentre in Italia montava una polemica politica sul suo gesto con annesse interrogazioni parlamentari, lo ritrovammo ubriaco nel giardino dell’hotel. Dormiva sotto un albero.

In Germania, dopo 1.143 minuti di imbattibilità, le fece gol un carneade di Haiti.

Si chiamava Sanon. E mi fece male. Arrivò ciondolando ai limiti dell’area e mi sorprese. Venivo da un biennio magico, Newsweek mi aveva dedicato persino la copertina.

“The world’s best”. Senza necessità di traduzione.

Di fronte a Sanon non ero stato il migliore. Non ero stato attento. Un portiere non può permettersi distrazioni. Mio padre me lo diceva sempre: “Se fai il farmacista, hai il diritto di non aspettarti che l’avversario tiri. Se fai il portiere, questo diritto viene a mancare per costituzione”.

Tra i diritti non contemplati dei numeri 12 che la scortavano c’era il potersela giocare alla pari con lei. Piloni, Alessandrelli, Bodini, Ivano Bordon. Tutti secondi. Gregari per l’eternità.

A me piacevano tutti. Ottimi atleti, bravissime persone. Hanno avuto la sfortuna che colse Gimondi. Felice era bravissimo, ma si trovò davanti Merckx. Con poca umiltà e forse con presunzione, nel mio campo d’azione mi sono sempre sentito unico. Mai umile, ma sicuramente autocritico. Anche l’autocritica in fondo è un sintomo di arroganza. Presuppone tigna, ricerca di miglioramento, voglia di essere il più bravo, di spostare con l’applicazione i confini del tuo talento.

Mario Soldati la definiva “cavaliere dell’800”.

Ma io mi sentivo artigiano o se preferisce operaio specializzato. Anzi, specializzatissimo.

Di veri operai, nel periodo Juve, le capitava di vederne molti.

Scindere la Fiat dalla squadra, anche volendo, era impossibile. Torino ospitava decine di migliaia di tute blu, fabbriche, capannoni legati all’indotto. Ma noi calciatori vivevamo chiusi nel nostro mondo. Avevamo le nostre idee politiche, ma non ne parlavamo mai. L’atleta di allora, salvo rare eccezioni alla Sollier, nuotava in una bolla di vetro. Non perché fosse necessariamente coglione o menefreghista, ma perché aprire un altro fronte oltre a quello emotivamente dispendioso del pallone, non pareva vantaggioso per i nervi di nessuno. In seguito ho ricevuto tante offerte di candidatura, ma schierarmi per un partito non mi ha mai convinto. Amo vedere le cose da più prospettive e credo in una sola politica. Quella dei piccoli gesti individuali che sommati contribuiscono quotidianamente alla dignità di un popolo. La politica del fare le cose come Dio comanda.

Una delle grandi passioni dell’Avvocato Agnelli, un signore che la politica la conobbe da vicino, era proprio il calcio.

Sapeva tutto, ne parlava con cognizione. E ogni tanto mi interrogava illudendosi che avessi chissà quali competenze internazionali per il solo fatto di aver giocato in Nazionale. Era di una distaccata eleganza, non urlava mai e tendeva a usare costantemente lo stesso tono di voce. Era imperturbabile. Aveva il dono dell’impassibilità. Per questo quando al tiggì dissero che in preda all’ebbrezza da vittoria, durante i festeggiamenti per l’inatteso scudetto del ’73, avesse tamponato un’altra auto non ci credetti un solo istante. A differenza dei molti manager atterrati nel pianeta calcio e totalmente trasfigurati dalla passione, Agnelli custodiva un suo ironico contegno.

Ironico?

Sapeva dosare senso del comando e sagacia. Una volta, passeggiando in ritiro con lui e con Oscar Damiani, appena sbarcato a Torino, l’Avvocato si rivolse al nuovo arrivo: “Quanti anni hai?”. Oscar rispose serenamente: “Ventisei, presidente”. E Agnelli, con il suo timbro soave: “L’età giusta per fare ottime cose. O per avventurarsi in spaventose puttanate”.

L’Avvocato telefonava anche a lei?

Ai tempi in cui allenavo, mi chiamava ogni mattina. Una volta mi beccò a dormire. Erano le otto. Le persiane erano chiuse e lui voleva sapere che tempo facesse a Torino. Cominciai a divagare penosamente: “Sereno, bello, discreto. Aspetti, aspetti, forse c’è qualche nuvola. Variabile, avvocato. Variabile”. Non credo di averlo persuaso.

Nel Gennaio 1990, dopo quasi vent’anni torinesi, finì anche la sua storia juventina.

Fu proprio l’Avvocato a comunicarmelo. Ci rimasi malissimo. Venni convocato a casa sua. Era la prima volta che ci andavo e rimase anche l’unica. Parlammo in generale della squadra e poi arrivò al punto: “Vorremmo rinnovare alcune cose, caro Zoff”. Mi stava licenziando. Scendendo dalla collina mi resi conto di essere arrabbiato. Forse peggio. Si chiudeva un’epoca e non si chiudeva nel modo migliore. In qualche modo, ma lo capii soltanto qualche tempo dopo, era arrivata un’era nuova. Quella della confezione, dell’apparenza, della sostanza sacrificata all’estetica. Allo spot. Al vuoto pneumatico.

Arrivò il presunto calcio Champagne di Maifredi, ma lei nei pochi mesi ancora a disposizione, si tolse la soddisfazione di vincere Coppa Italia e coppa Uefa.

Feci quel che dovevo fare, senza cedere alla tentazione di produrmi in qualche inchino in più o qualche intervista intrisa di piaggeria. Se nasci tondo non muori quadro. Non puoi decidere di snaturarti. Di essere altro da quel che sei.

Prima del dolore per lo strappo con la Juventus, mesi prima, arrivò la ferita profonda della morte di Scirea. Il suo amico più caro. Il suo vice.

Era così puro, educato e sincero che all’inizio pensavo ci fosse sotto il trucco. Invece Gaetano era proprio così. Sereno, coraggioso, buono. Mai vendicativo. Mai lamentoso. Mai espulso nonostante pedate vigliacche e provocazioni. La notte del trionfo di Madrid, nel luglio 1982, la passammo nella nostra stanza. Una cena parca, una bottiglia di vino, il silenzio. Una scelta che ci somigliava.

Zeman le somiglia?

Non direi. Nel periodo comune alla Lazio non eravamo amiconi, questo è pacifico, ma pur facendo le cose abbastanza bene, Zeman ha un difetto. Crede di non sbagliare mai. Io covo qualche dubbio in più. E credo soprattutto nella divisione dei ruoli.

Tanti dubbi ci sono rimasti negli occhi dopo il pessimo Mondiale brasiliano.

Quando le cose vanno malissimo come in quest’occasione, servirebbe una presa di coscienza e un’assunzione di responsabilità collettiva che non distingua tra colpevoli e innocenti. Serve il plurale. Non più l’io, ma il noi.

De Rossi e Buffon si sono tirati fuori. Nella loro reazione qualcuno ha scorto una dura critica a Balotelli.

Così facendo, gli si è dato il pretesto per recitare da vittima. Per dire sciocchezze. Quando lo senti esclamare: “I miei fratelli africani non mi avrebbero mai trattato così” intuisci che Balotelli non ha capito nulla. Ma la reazione dei suoi compagni non lo ha aiutato a evolvere, a fare un passo in più, a capire che al pari degli altri, aveva giocato un pessimo torneo anche lui.

Certe competizioni segnano. Ricorda l’Europeo del 2000?

Perdemmo il trofeo per venti maledetti secondi. Andò tutto a puttane in un istante. Un rinvio di Barthez, una sponda, il gol di Wiltord. La squadra mentalmente si sfaldò e da trionfatori in pectore, come avviene nel pallone, finimmo sul banco degli imputati.

Berlusconi si lasciò andare a considerazioni non gentili.

Disse che ero stato indegno e mi ero comportato come l’ultimo dei dilettanti. Volli ascoltare e verificare quel che aveva detto, poi, trascorsa una notte in bianco a riflettere sulla mia dignità, invece di reagire con una piazzata, decisi di dimettermi. Scelse l’istinto anche se cosa sia l’istinto, se derivi dal sapere o meno, ancora non l’ho capito.

“Non posso prendere lezioni di dignità dal signor Berlusconi” disse. Le sue dimissioni colpirono l’opinione pubblica.

Perché sono rare e perché le dimissioni, in Italia, rappresentano un gesto rivoluzionario. Non mi sono pentito. Non mi pento mai. Se in un certo momento hai preso una decisione, significa che fare altrimenti ti risultava insopportabile.

Qualche giorno fa, nel programma “La Zanzara”, un finto Zoff ha chiamato Berlusconi per ritornare ad allora.

E lui ha giurato che le sue considerazioni fossero esclusivamente calcistiche. Ma non ci credo. Sono sicuro che si fosse accorto dello scherzo. Sono certo che sapesse che al telefono non c’era il vero Dino Zoff. (Guarda il pacchetto sul tavolo, ne accende una, chiosa: “Sono un debole, di solito la mattina non fumo”).

Se lei avesse previsto dati, cause e pretesto, come il suo amato Guccini, dove sarebbe adesso?

E chi lo sa? Di persone straordinarie, dai pensieri profondi e malinconici come Guccini e il suo omonimo De Gregori, ne ho conosciute tante. Ma il destino non è una canzone. Non puoi guidarlo. Solo indirizzarlo e vedere se tra le pagine chiare e quelle scure c’è ancora un po’ di luce. Papà me lo diceva sempre: “Se sei bravo, continui, altrimenti ti scegli un lavoro vero”.

Lei continuò, smise i panni da meccanico e si trasformò in un capitolo di storia. In “Dura solo un attimo, la gloria” però scrive che la sua partita l’ha giocata e infine persa. Ne è sicuro?

In effetti non lo so. Se sono qui a raccontarla, forse proprio del tutto non l’ho persa.

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Le cose vanno fatte bene. L’intervista ad Altan https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-altan/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-ad-altan/#comments Tue, 03 Jun 2014 12:59:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21180 Pubblichiamo un'intervista Malcom Pagani a Francesco Tullio Altan apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l'autore e la testata.

di Malcom Pagani

Altan fuma il sigaro, beve caffè amaro e come certi personaggi delle sue storie non crede in dio e non professa culti che osino superare la Gibilterra della scommessa quotidiana: “Sono ateo”, “Io no, credo nel Superenalotto”. Altan cova opinioni che non condivide: “Non sono convinto di aver molto da dire”. Altan è uno scaffale di tesori che per pudore chiama “vignette”. Sono più di  7.000: “Le ha contate mia sorella” e sul tema, di più non gli si cava: “Sono timido, lo sono sempre stato, ma con il tempo la situazione è migliorata”. Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”.

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Pubblichiamo un’intervista Malcom Pagani a Francesco Tullio Altan apparsa sul Fatto quotidiano. Ringraziamo l’autore e la testata. (Fonte immagine)

di Malcom Pagani

Altan fuma il sigaro, beve caffè amaro e come certi personaggi delle sue storie non crede in dio e non professa culti che osino superare la Gibilterra della scommessa quotidiana: “Sono ateo”, “Io no, credo nel Superenalotto”. Altan cova opinioni che non condivide: “Non sono convinto di aver molto da dire”. Altan è uno scaffale di tesori che per pudore chiama “vignette”. Sono più di  7.000: “Le ha contate mia sorella” e sul tema, di più non gli si cava: “Sono timido, lo sono sempre stato, ma con il tempo la situazione è migliorata”. Altan ha la barba di Mosè, ma non sente di detenere alcun segreto. Così minimizza, riduce, ride di se stesso e quando gli pare di esagerare, precede i ragionamenti sibilando un “abbastanza”.

Al secondo piano di una casa che era stata di suo padre: “Da queste parti, con la Brigata Osoppo, fu anche partigiano”, circondato da fieno, rose e campagna, Francesco Tullio impasta il suo pane da quasi mezzo secolo con china e pennarello. Ha fatto definitivamente scalo a Grado, anche se la bici da lanciare tra le gole della Carnia è ormai un ricordo: “Il tendine è a pezzi” e i viaggi sudamericani- 4 mesi l’anno, figli di un antico patto con Mara, la moglie brasiliana – si sono trasformati in una pallida parentesi invernale: “Nel 2014 a Rio sono stato solo 20 giorni. Se non sento l’atmosfera giusta, non riesco a disegnare”. Poi mima l’aria con le dita perché è qui, alle porte di Aquileia: “Dove sono discreti e la tentazione massima, il cinema, è a 18 chilometri” che Cipputi, la Pimpa e il Cavalier Banana, fiabescamente, possono vestire in tuta blu, correre felici o agitare l’ombrello senza far piovere nevrosi.

Altan iniziò alla fine dei’60 su Playmen e già all’epoca, con piglio da Wodehouse, ritraeva mostri, satrapi, cialtroni e disgraziati. Donne travestite da sirene, impegnate a cantare con il timbro del cinismo: “Io son disposta a tutto, basta che sia alto, bianco, serio, biondo, innamorato e ariano”. Farfalle in volo allusivo: “Sul serio credevate che gli entomologi ci rincorressero per le bellezza delle nostri ali?”. Affreschi di naufraghi che ballano porcini all’immorale ritmo della perdita di sé: “Babbo, vado in tv”. “Allora non ho vissuto invano”. Se ripensa al viaggio originario intrapreso nel settembre del ’42, al mare navigato in zattera prima che Linus, Il Corriere dei Piccoli, l’Espresso, Le Monde e La Repubblica offrissero al suo talento un oblò per guardare la vita al riparo dalle onde, Altan trova piroscafi da disegnare: “Vidi una nave sulla Treccani immaginandomi progettista” e lessici familiari meno diretti degli interni che ha fotografato senza concedersi il lusso della pietà: “Papà, mi suicido”. “Non fare il moralista, spara agli altri”.

Tra le mura di San Vito al Tagliamento, la dialettica da tinello dei suoi genitori, Nora e l’antropologo Carlo Tullio, viveva di prassi consolidate: “Almeno fino a quando, nel ‘50, non si separarono. Mia madre era dolce e mio padre, severo. Con me giocava poco e aveva idee precise su quel che si dovesse o non si dovesse fare. Poi un giorno facemmo le valigie e partimmo per Bologna. Avevo annusato l’atmosfera, ma nessuno mi disse né mi spiegò niente. All’epoca l’addio tra moglie e marito si gestiva male”.

Fu traumatico?

Abbastanza. Arrivammo a fine novembre. La nebbia era nebbia e il freddo, un freddo porco. Dalle finestre si vedevano ancora i palazzi distrutti dai bombardamenti. Sembrava Guernica. Tubi, appartamenti sventrati, tetti crollati. Bologna, con il tempo, si è fatta amare molto. Ci ho vissuto fino ai 19 adorando le sue piazze, tifando per la sua squadra di calcio e sentendola sempre una seconda patria. Il ricordo casalingo di mio padre invece è fermo agli 8 anni, a una visita sporadica e a qualche vacanza estiva.

Il disegno è un riflesso della solitudine? 

A 14 anni volevo fare il pittore. Mio padre mi dissuase: “Fai il Liceo, poi deciderai”.  In verità non ho mai scelto una mia strada. Mi sono fatto guidare dalle correnti. All’inizio degli anni ’50 la tv non c’era e le alternative erano poche. Si disegnava e si leggeva creandosi la propria mappa un libro dopo l’altro.

Ha letto molto?

Esisteva il dovere di leggere ed era una fatica. Il punto di rottura fu L’uomo senza qualità di Musil. Era estenuante e mi fermai al primo volume. Cominciando a scegliere da solo, senza imposizioni, conobbi finalmente anche il piacere. Il meccanismo perfetto dei gialli di Dürrenmatt o Le Carré. L’umorismo un po’ amorale degli inglesi. Una goduria. Con il disegno è andata diversamente. Mi è sempre parso la miglior maniera di raccontarmi alcune cose liberando la fantasia. Lo fanno anche i bambini e del loro spazio, sono gelosissimi. Mia nipote si chiude in camera e assegna le parti. Se la interrompi si infuria.

Lei sembra calmo a prescindere dal contesto.

La verità è che detesto spostarmi. Ti dicono: “Ci mettiamo un’ora” e un’ora non è mai. Si perdono 3 giorni e fuori dal mio ambiente, non riesco a pensare. Non amo il telefono e non ho molti amici. Ma ne ho di buoni. Magari non ci incontriamo per un anno, ma quando accade, si riparte dallo stesso punto. Non c’è bisogno di spiegarsi con gli amici veri. La condizione che preferisco.

Battute folgoranti in enciclopedia minima: “Lei è un coglione”, “Maledizione, un’altra fuga di notizie”. “Siamo sull’orlo del baratro”, “Goditi il panorama”. “Peggio non poteva andare: sono morto e mi sono reincarnato in me stesso”. “Ho pensato delle cose orribili”, “Falle, adesso, così ti togli il peso”.

Qualcuna mi viene così, nella fase tra il sonno e la coscienza piena, nel dormiveglia.  È un Tin-tin.

Un Tin-Tin?

La battuta è un suono. Un istinto. Un lampo. Altre volte devo capire cosa mi stia davvero sullo stomaco e per elaborare ci vuole tempo. Mi piace dialogare con il lettore, portarlo dentro al paradosso, coinvolgerlo come hanno fatto i creatori di una magnifica serie tv, House of cards. Ho sempre pensato che a chi ti va a cercare sul giornale si debba restituire qualcosa. Che se si stufa lui, il patto, all’improvviso, non funzioni più.

Lavora di notte?

Non più. Una volta stavo in piedi fino alle 4 del mattino ed erano ebbrezze, non solo artistiche, e lunghe notti terribili per la salute. Non vedevo la luce, avevo la sindrome del fornaio. Ora devo dormire 8 ore, sogno molto e non faccio più incubi. Se ho un’illuminazione mentre riposo, la lascio fuggire. L’attività onirica inganna e io non voglio deludermi come quel regista francese che lascia il letto, corre al tavolo, scrive su un foglio un passaggio decisivo del suo film e quando si alza, il giorno dopo, trova soltanto 5 parole: “Un uomo ama una donna”.

Lei ha conosciuto sua moglie in Brasile.

Con lo sceneggiatore  di Prima della rivoluzione, Gianni Amico, partii nel ’67 su un Jet della Varig per il Brasile. Gianni avrebbe girato un film sulla locale musica popolare e il produttore, Barcelloni, mi propose di unirmi alla troupe. Studiavo Architettura a Venezia. Ero a due terzi del percorso. Lasciai l’Università e sui libri non tornai più. Stordito, con un giubbotto di Renna, attraversai Rio tra un caldissimo pranzo a Copacabana e un ufficio all’ultimo piano da raggiungere senza ascensore. Mara la incontrai 3 anni dopo. Faceva la costumista. La assunsi per Tatu bola. Le riprese cominciarono nell’ottobre del ’70. A novembre del’71 nacque nostra figlia. Del cinema non sapevo nulla. Facevo di tutto. Autore, fonico, scenografo. Il primo incarico, atroce, fu da sdoganatore delle attrezzature che arrivavano dall’Italia. Andavo all’aeroporto con un funzionario del Consolato, il dottor Palla, e le tasche piene di banconote. La corruzione era sistematica. Palla sapeva come muoversi senza disagio.

Il dottor Palla sembra una sua invenzione letteraria.

Le due o tre volte che non poté scortarmi, vidi l’inferno. Mi trovavo al cospetto di mostruosi ceffi in divisa e dell’enorme rotolo di denaro tra le dita, non sapevo cosa fare. Se darglieli, non darglieli e come darglieli, ‘sti soldi.

Altra tappa, Roma.

Un periodo di passaggio tra i viaggi sudamericani. Vivevo in Via del Pellegrino. Era considerata la strada dei ladri e naturalmente era tra gli angoli più sicuri di Roma. Il caos mi piaceva, ma quando tornai un decennio dopo, il disgusto per la confusione prese il sopravvento sullo stupore. Lavoravo sulla Salaria e spesso, nonostante la distanza, nell’impossibilità di trovare un taxi, andavo a piedi. Ho visto La grande bellezza di Sorrentino e ho ritrovato immutati alcuni tratti cittadini.

Le è piaciuto?

Sorrentino è un autore che ammiro. Nei suoi lavori, anche da scrittore, emana una sorta di disperazione controllatissima, un’atmosfera sconfortante, il quadro di un’umanità che in sé ha gli anticorpi per non abbandonarsi al dolore. This Must be the Place, per esempio, è un’opera straordinaria: sembra che divaghi, che si perda e invece mantiene inalterato il nucleo narrativo.

Sorrentino sostiene che la digressione sia una delle cose per cui vale la pena vivere.

È una bella suggestione. Mi chiamavano dottor Divago e, anche se mia moglie divagava molto più di me, so di cosa parlo. Nei fumetti lunghi mi distraevo parecchio, perdevo il filo, andavo dove volevo. Alla setta dei divagatori aderisco senza indugi.

Lei è stato anche sceneggiatore.

La scrittura delle sceneggiature è un esercizio orrendo. Bisogna supporre cose che non succederanno mai: “Lui entra da qui e dice questo”, mentre sai già che entrerà da un’altra parte e dirà un’altra cosa. C’è un certa frustrazione nel mettere fantasia e budget nello stesso cerchio. Io ho partecipato solo alla stesura di qualche discutibile canovaccio, ma i copioni letterari, Bergman per intenderci, li avevo letti. In Cuori Pazzi, ambientandolo in Svezia, avevo tentato di riprendere quel filo.

Cuori pazzi si presentava così: “Storia di sesso e di speranza miste alla ricerca di dio attraverso il lurido labirinto che è la vita”.

Quando mi guardo indietro sto attento a non rimpiangere niente. Il passato è stato sempre più complicato di come ce lo ricordiamo e di come, soprattutto, ce lo raccontiamo. Forse ho nostalgia degli anni bolognesi, ma più probabilmente è nostalgia per i miei 16 anni. È non è vero che il tempo degli anziani valga di più. È tutto uguale il tempo. L’impresa eccezionale è organizzarlo, dargli un ordine. Prenda la Pimpa, compie  40 anni tra qualche mese. La concorrenza di Peppa Pig è feroce, ma io so che i bambini e la mia edicolante la aspettano ancora. Non posso fermarmi. (Ride)

Come nacque?

Giocando con mia figlia. Feci questo cagnolino con i puntini rossi, inventai una storiella di supporto e Marcelo Ravoni, il mio primo mentore, l’uomo che portò Quino e Mafalda in Italia, la consigliò al Corriere dei Piccoli. La Pimpa del ‘75 era molto brutta, sgangherata, eversiva rispetto ai canoni formali. In linea con quel che mi appassionava all’epoca, con il tratto dei disegnatori americani e dei francesi di Hara-Kiri. Infatuazioni momentanee. Ieri usavo i pantaloni a zampa d’elefante, oggi credo li lascerei nell’armadio.

E Cipputi, il suo operaio? È rimasto nell’armadio della memoria anche lui?

Gli voglio bene e ogni tanto lo richiamo in servizio, ma Cipputi è preistoria. Non riesco più a immaginarlo. In quel senso è cambiata ogni cosa.

I giornali vendevano più di oggi.

I giornali hanno le loro colpe. Ultimamente ho l’impressione di leggere cose che ho già sentito e se si guarda una prima pagina di un anno fa non la si distingue da quella dell’anno successivo. Ma alla dittatura del quotidiano sul web non mi arrendo. Ho bisogno del caffè, della carta stampata stesa sul tavolo, delle liturgie mattutine, delle mie operazioni a stretto contatto con l’abitudine.

Le Monde le propose di inventare una vignetta tutti i santi giorni.

E io dopo qualche settimana, dissi grazie e declinai. Anche Eugenio Scalfari, nell’unica telefonata che mi fece nell’82, mi fece una richiesta simile. Forattini aveva appena lasciato Repubblica. Di fronte al diniego, per farmi cambiare idea, Scalfari mi informò che avevano inventato il Fax.

È cambiata anche la politica.

I nostri politici sono di una pigrizia mentale che sfiora il fantastico. Da un secolo sono abituati a fare le cose in un certo modo e degli strumenti della modernità non sanno cosa farsene. Come singoli individui non sono neanche pessimi, ma come organizzazione mostrano una sconfortante incapacità. La violenza verbale, poi, è arrivata a un livello incredibile. Non c’è più limite e mi pare accompagnata da un totale disinteresse per i fatti concreti. Un dato pericolosissimo. Del Pd non si può sempre parlar bene, ma la controparte rimane peggiore.

Per un certo periodo Pd e destra governeranno insieme. 

Di queste ipotesi, quando ero giovane, ridevamo. Ma quando non si hanno soluzioni per nessuno, l’impotenza è uguale per tutti. Ricorda Primo Levi e il suo discorso sulla chiave a stella? Le cose vanno fatte bene, siano piccole, grandi o insignificanti. In politica non vedo cose fatte bene. Solo chiacchiere, discorsi vuoti, vanità.

C’è chi sostiene che Renzi sia l’erede di Berlusconi.

Non mi pare. Forse le tecniche affabulatorie si somigliano, ma nei suoi occhi non vedo la stessa cupidigia. Alle primarie non l’ho votato, ma una possibilità, da elettore, devo dargliela. Il suo avvento è la cosa più vicina a smuovere le acque che abbiamo visto negli ultimi decenni. Poi è tutto discutibile, ma mandare sempre la palla altrove non è saggio. Cerchiamo di mettere le mani nella pasta che abbiamo davanti a noi, per una volta.

Deduco che Grillo non l’abbia mai convinta.

L’ha visto da Vespa? Lindo e così tranquillo da apparire svuotato, fuori contesto, sconfitto. Grillo sudato sul palco sarebbe anche bravo, ma mi pare che in assoluto non ci sia sostanza e che se togli le urla non rimanga nulla. Non apprezzo l’oratoria che indulge allo strillo per lo strillo.

Su Berlusconi ci teniamo ombrelli, banane e vignette ormai storicizzate? 

Sono veramente stanco di quest’uomo. Non se ne va mai. L’ombrello non si chiude.

L'articolo Le cose vanno fatte bene. L’intervista ad Altan proviene da Minima et Moralia.

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