Malcom X Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malcom-x/ un blog di approfondimento culturale Tue, 17 Nov 2015 10:57:09 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Malcom X Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malcom-x/ 32 32 “Io sono un messaggero”. Storia di Arthur Ashe https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/io-sono-un-messaggero-storia-di-arthur-ashe/#respond Tue, 17 Nov 2015 06:00:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29117 Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

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Questo articolo è uscito su Scarp de’ tenis, che vi invitiamo a leggere e ringraziamo (fonte immagine).

Samuel Ashe si chiamava il primo governatore della Virginia, il cognome passò a un suo schiavo, di nome Arthur, e al figlio dello schiavo, di nome Arthur, e al figlio del figlio, di nome Arthur Robert Ashe. Che diventò un grandissimo tennista, oltre che un assiduo difensore dei diritti civili. Morì ancora giovane, a 50 anni, di Aids, infettato da una trasfusione di sangue necessaria durante un intervento chirurgico al cuore.

Un altro segno del destino: Mattie, la madre, era morta per le conseguenze di un intervento chirurgico malriuscito, quando Arthur aveva 7 anni. A Richmond il padre, ex poliziotto, era il custode di un impianto riservato ai neri con quattro campi da tennis. Fu lì che Arthur cominciò a giocare, in uno sport per bianchi dove i neri avevano trovato uno spazio vittorioso con una donna, Althea Gibson, che vinse a Wimbledon  nel 1957 e 1958. E commentò con ironia: “Esiste una certa differenza tra una stretta di mano con la regina d’Inghilterra e l’essere obbligata a sedersi sul fondo degli autobus in South Carolina, nello spazio riservato ai nigger”.

Lo stesso doveva fare Ashe, in Virginia. Qualche data, per capire quali anni stia attraversando l’America e come possa averli vissuti Ashe. Nel 1955 Rosa Parks si rifiuta di cedere a un bianco il posto sull’autobus. Arrestata e multata di 14 dollari. Scatta la protesta, sempre pacifica, della popolazione nera: per 381 giorni viene boicottata la compagnia di trasporti. La protesta è orchestrata da Martin Luther King, quello di I have a dream, ne avrete sentito parlare. Fu assassinato nel 1968, come Bob Kennedy. Era stato assassinato John Kennedy nel 1963, Malcolm X nel 1965.

Ashe aveva provato col football americano, ma era troppo esile, i compagni lo chiamavano Bones (Ossa). Nel tennis promette bene. Il suo scopritore, Ronald Charity, capisce che i campi di Brooksfield Park a quel ragazzino alto e magro cominciano a stare stretti e lo fa conoscere a Walther Johnson, anzi al dottor Johnson, laureato in medicina. È il 1953. Johnson, che ha aperto una scuola di sport per neri, è anche l’istruttore di Althea Gibson. Fa capire ad Arthur che per un nero sfondare nel tennis è più difficile che per un bianco ed è prodigo di consigli. Uno riguarda i tornei giovanili, dove ci si arbitra da soli. “Chiama a favore dell’avversario anche una palla fuori di dieci centimetri, così non passerai per il solito negro che ruba i punti”. E, di fronte allo sguardo interrogativo dell’allievo, la rassicurazione: “Forse perderai qualche partita in più, ma se sei bravo alla fine lo dimostrerai”.

Lo dimostrerà. Nel ’57 è il primo nero a giocare in un campionato juniores, nel Maryland. Stanco di cozzare contro il segregazionismo della Virginia, pilotato da Johnson si sposta a St. Louis e poi in California, all’Ucla di Los Angeles. A 20 anni è il primo tennista nero nella Nazionale Usa (che vince la Coppa Davis). All’Ucla si laurea in Scienze delle finanza. Entra all’accademia di West Point. Nel ’68, da dilettante (è tenente dell’esercito) vince la prima edizione open dei campionati Usa battendo il professionista Tom Okker. Parallelamente, cresce l’attenzione di Arthur per le questioni sociali. Attenzione che bassa non era mai stata. Già da ragazzino sapeva chi era Jackie Robinson, maglia numero 42, il primo nero a entrare nel 1947 nella Major league di baseball. Sapeva la storia della sua famiglia: “Fu mio padre a farmi capire che l’affrancamento di noi neri non era venuto con la fine della guerra di Secessione, né con le leggi che seguirono. Era in corso. La mia trisavola era stata venduta per una balla di tabacco, mio nonno era stato meno libero di mio padre, che era meno libero di me ma non se ne lamentava”.

Da tennista famoso, ma nero, Ashe non è gradito agli Open di Johannesburg. Bobby Seale, il leader delle Pantere nere, gli suggerisce azioni di protesta clamorose, come quella di non affrontare tennisti sudafricani. Ma Arthur fa di testa sua. Da un lato chiede l’estromissione della federtennis sudafricana dal circuito mondiale, dall’altra continua, per tre anni di fila, ad iscriversi al torneo di Johannesburg. Finché lo accettano. Nel ’73, quando fu sconfitto da Connors in finale. Ma quella trasferta servì ad Ashe per andare più volte nel ghetto di Soweto, a seminare speranze. Ha tante iniziative. L’anno prima, su un campo di Yaoundé, aveva scoperto Yannick Noah, mezzo francese mezzo camerunese, che avrebbe trionfato al Roland Garros nel 1983.

Ashe, chiamato il Principe nero per la sua eleganza e sportività, sapeva di essere diventato un simbolo e ammoniva: “ I neri deificano e i loro atleti e molte famiglie preferiscono che i figli emergano nel basket o nel football, mentre è importante che ricevano un’educazione adeguata. Dobbiamo cambiare questa mentalità”. Lo disse nel ’92, quando già era segnato dalla malattia. Era stato operato al cuore nel ’79 per un infarto: 4 bypass. E una seconda volta nel 1983. Dal 1988 sapeva di aver contratto l’Aids. Fu costretto, per anticipare  lo scoop di Usa Today (a violare la privacy un giornalista nero, suo compagno di tennis a Brooksfield Park) ad annunciare la malattia in una conferenza-stampa, l’8 aprile 1992.  Muore il 6 febbraio 1993.

In quei mesi, l’uomo-simbolo, il capitano di Davis che ha saputo gestire due tipi scomodissimi come Connors e McEnroe, non è stato fermo a compiangersi. Sa di essere (parole sue) nel lungo corridoio della morte, in attesa, ma intanto fonda l’Arthur Ashe Institute for Urban Health, che si prende cura delle persone sprovviste di assicurazione medica. Aveva già scritto la storia dello sport afroamericano, in tre volumi.  Era commentatore televisivo, scriveva per il Washington Post, scrive la storia della sua vita, che completerà sei giorni prima di morire. Si fa arrestare davanti alla Casa Bianca manifestando contro la Cia e a favore dei rifugiati haitiani. Sportivamente, il momento più alto della sua carriera rimane la vittoria del ’75 a Wimbledon: 6/1, 6/1, 5/7, 6/4  a un Jimmy Connors più giovane di 10 anni e dato favorito 4/1 dai bookmakers.

Era il confronto tra due Americhe, non solo tra il bianco Connors, perennemente arrabbiato, scortese, che si vantava di non aver mai letto un libro e il nero laureato Ashe, ammirato per il suo fairplay su tutti i campi. Ma Ashe non lo considerava il giorno più importante della sua vita. Sì invece, a domanda rispose, l’11 febbraio 1990, data della scarcerazione di Nelson Mandela. Che da carcerato, quando gli chiesero il nome di una persona che avrebbe voluto incontrare una volta fuori, rispose: “Arthur Ashe”. Fu un momento di grande emozione per tutti e due, quando si incontrarono.

Così l’ha ricordato Martina Navratilova: “Ha combattuto per la sua vita e per quella degli altri. Un uomo meraviglioso che saputo andare oltre il tennis  la sua razza, la sua nazionalità, la sua religione per cambiare e migliorare il mondo”.  Così Noah: “Arthur mi ha permesso di sognare. Ora non c’è più. Ci mancheranno la sua calma, la sua classe, il suo impegno per i diritti umani e civili”. Ma ora, tra virgolette, voglio riportare alcune frasi di Ashe. “ Fino a che punto ho lanciato le mie crociate contro l’apartheid per liberarmi dal rimorso di non aver partecipato al movimento di Martin Luher King? Mentre il sangue dei miei fratelli neri scorreva nelle strade di Biloxi, Memphis e Birmingham io giocavo a tennis”. “La segregazione mi ha impresso un marchio indelebile che si cancellerà solo con la morte”. “L’ Aids non è stato il peso più assillante della esistenza, la negritudine sì”. “Non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato l’Aids come non mi sono mai chiesto perché mi sia toccato vincere a Wimbledon. Ho pensato che fosse la volontà di Dio”. “Campione è chi lascia il suo sport migliore di quando ci è entrato”. “L’autentico eroismo è sobrio, non drammatico. Non è il  bisogno di superare gli altri a qualunque costo  ma il bisogno di servire agli altri a qualunque costo”.

Il campo centrale di Flushing Meadows è intitolato ad Ashe. A Richmond gli hanno dedicato una statua, opera di Paul Di Pasquale. Ashe, in piedi, circondato da bambini, impugna la racchetta con la mano sinistra (ma non era mancino) e nella destra tiene tre libri, come a ribadire che l’istruzione è più importante dello  sport. Non lontano, le statue in memoria di due generali sudisti, Robert Lee e Stonewall Jackson. L’avrebbero mai immaginato suo nonno, suo padre? Chiudo con una frase di Ashe malato: “Vi prego di non considerarmi una vittima. Io sono un messaggero”.

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Uomini che copiano le donne https://minimaetmoralia.it/libri/uomini-che-copiano-le-donne/ https://minimaetmoralia.it/libri/uomini-che-copiano-le-donne/#comments Wed, 12 Mar 2014 16:54:50 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=19003 di Giacomo Buratti

Bimbo negro, / guarda le stelle, guarda la luna, / guardale e le vedrai / come ogni bimbo bianco le vede. / Però noi, uomini bianchi, / uomini bianchi cattivi e crudeli, / non crediamo / che tu veda le  stelle e la luna / come le vediamo noi; / solamente perché tu, / fratello negro, / solamente perché tu sei negro / e noi siamo bianchi.

(E. Mozzicone, Bimbo negro, in Topolino, n. 937, 1971)

Nico Muhly, il compositore, non si capacita del fatto che un’artista da mezzo milione di dollari come Beyoncé non ne sborsi quattromila per una vera sezione d’archi. Una taccagneria che considera «un insulto» in relazione al talento coinvolto nella registrazione di Superpower, la dodicesima traccia di BEYONCÉ.

La canzone porta la firma di Pharrell Williams, Frank Ocean e Beyoncé ed è stata descritta come il tentativo di questi ultimi due di scrivere la loro versione di Man in the Mirror, il singolo estratto da Bad nel 1988 che racconta la trasformazione di Michael Jackson in Lady Diana.

Prima del martirio autoindotto che gli ha garantito la glorificazione post mortem di rigore per le principesse del popolo, Jackson, cresciuto nella comunità afroamericana infusa di cristianesimo che vedeva e in certi casi ancora vede l’omosessualità come «a kind of whiteness» (H. Als, Michael), aveva scritto nel 1981 la hit di Diana Ross Muscles, che faceva «(just make him beatiful)... I want muscles / all over his body».

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(La foto è di Garry Winogrand)

di Giacomo Buratti

Bimbo negro, / guarda le stelle, guarda la luna, / guardale e le vedrai / come ogni bimbo bianco le vede. / Però noi, uomini bianchi, / uomini bianchi cattivi e crudeli, / non crediamo / che tu veda le  stelle e la luna / come le vediamo noi; / solamente perché tu, / fratello negro, / solamente perché tu sei negro / e noi siamo bianchi.

(E. Mozzicone, Bimbo negro, in Topolino, n. 937, 1971)

Nico Muhly, il compositore, non si capacita del fatto che un’artista da mezzo milione di dollari come Beyoncé non ne sborsi quattromila per una vera sezione d’archi. Una taccagneria che considera «un insulto» in relazione al talento coinvolto nella registrazione di Superpower, la dodicesima traccia di BEYONCÉ.

La canzone porta la firma di Pharrell Williams, Frank Ocean e Beyoncé ed è stata descritta come il tentativo di questi ultimi due di scrivere la loro versione di Man in the Mirror, il singolo estratto da Bad nel 1988 che racconta la trasformazione di Michael Jackson in Lady Diana.

Prima del martirio autoindotto che gli ha garantito la glorificazione post mortem di rigore per le principesse del popolo, Jackson, cresciuto nella comunità afroamericana infusa di cristianesimo che vedeva e in certi casi ancora vede l’omosessualità come «a kind of whiteness» (H. Als, Michael), aveva scritto nel 1981 la hit di Diana Ross Muscles, che faceva «(just make him beatiful)… I want muscles / all over his body».

Frank Ocean, che alla vigilia della pubblicazione del suo album di debutto rivelava di essere bisessuale evidentemente per evitare che versi quali «You run my mind, boy» venissero fraintesi, certo non ha bisogno di scrivere per una donna per parlare liberamente dei suoi desideri. Tuttavia le atmosfere di Superpower allontanano la canzone da inni LGBT in cui rapper bianchi eterosessuali prima raccontano di aver pensato di essere gay perché lo era suo zio e da piccoli sapevano disegnare, poi vengono rassicurati da madri che spiegano loro, nel giro della stessa strofa, che vanno dietro alle ragazze da quando erano all’asilo nido.

Il senso qui è rifratto in una serie di immagini che ritrovo nel saggio (che non è veramente un saggio) che apre White Girls, intitolato Tristes Tropiques, in cui Hilton Als dettaglia la sua relazione con un uomo che chiama SL, cioè «Sir or Lady», perché è tutt’e due pur essendo un maschio che ama le femmine, oltre che lui.

Lo specchio che mostra un’immagine uguale e diversa da te stesso, come quando ti vedi riflesso in un altro, come Adèle della Vita di che del ritratto che le ha fatto Emma dice che è strano perché è lei e non è lei – questa è la metafora che sostiene la prima strofa della canzone, e che torna più volte in Als come sintesi del suo rapporto di gemellaggio (twinship) con SL.

Beyoncé/Ocean:

«And when I’m standing in this mirror / after all these years / what I’m viewing is a little different / from what your eyes show you. / I guess I didn’t see myself before you».

Als:

«SL e io eravamo la sala degli specchi l’uno dell’altro».

«Non posso guardare me in quanto me stesso senza vedere lui».

«Come ballerini, nessuno di noi dimentica la figura che vede nello specchio della sala prove: se stesso. Scegliere il tuo gemello ti dà quel riflesso per sempre – o finché dura. Forse SL mi lascerà, per un motivo o per un altro, ma non se ne andrà mai: vedo me stesso in lui e lui in me» (le traduzioni sono mie, abbiate pietà).

Liberace (Michael Douglas) costringe il suo amante (Matt Damon) a ricostruirsi la faccia a sua immagine e somiglianza. Prima di ridefinire il suo volto come quello di una donna bianca (che aiuta i bambini negri che muoiono di fame), guardandosi allo specchio Michael Jackson realizzava di essere stato vittima «of a selfish kind of love», uguale e opposto al «tough love» che è il superpotere che permette a Beyoncé e Ocean di piegare la legge.

Nel video di Superpower i violini sintetici, uguali e diversi da quelli veri, accompagnano la marcia della cantante, che fa coppia con una persona di cui sono visibili solo gli occhi (da donna) e le mani (da uomo), mentre alla sua destra e alla sua sinistra Kelly e Michelle riflettono la sua immagine senza essere lei – un’immagine, già che c’era, di una Beyoncé più giovane, ché dai tempi delle Destiny’s Child sono passati più di diec’anni.

Rise, rise, Ludovico XIII comprendendo il suo terrore. «Ma che! ma che! grulla! ah! che grulla! ma che! stupida! Non ci credi? Vedrai, vedrai, poi, ti farò vedere. Ora quando ci spogliamo, vedrai, vedi, se mi tolgo questa corazza che mi serra sono come te, ce l’ho anch’io il seno, guarda, come il tuo, tutto come te, sì, le poppe, come te, più belle delle tue, vedrai, grulla!»

(A. Palazzeschi, Il Re bello)

Della stessa generazione di Michael Jackson, Hilton Als ha sette anni quando gli occhi di Katharine Hepburn si riempiono di lacrime scoprendo che sua figlia vuole sposare un negro che deve essere un luminare della medicina bello e vedovo per permettersi una ragazza bianca. Ne ha venti quando essere gay a New York significa, come la mette lui stesso, finire in un sacco nero del coroner. Si capisce come verbalizzare il proprio desiderio, il problema al centro del primo saggio e veramente di tutto il libro, sia una questione di vita o di morte.

Sia lui che SL venerano ragazze bianche come Diane Keaton in Io e Annie, che esprimono goffamente i loro sentimenti ma alle quali, in virtù del loro statuto, non viene negato nulla. La rottura, o almeno una delle cause della fine della twinship, sta nel fatto che SL agisce i suoi desideri, mentre Als li vive nelle trame dei film che SL gli racconta: «the movie guy kisses the movie girl and they are one».

«Sono convinto che le storie dei film di Sir or Lady siano il suo modo di dirmi che lui e io siamo uno». Parlare del proprio desiderio attraverso prodotti culturali è quello che Als, cultural critic, fa di mestiere. Il passo successivo consiste nel parlare di se stesso come individuo più grande della somma di libri film arte musica che sono parte di lui. E questa è il processo che vediamo svolgersi in White Girls. Processo che non può non avere come base la (ri)appropriazione di una lingua.

Già in Tristes Tropiques si legge: «SL e io siamo entrambi cresciuti sentendo che la lingua che parlavamo era in qualche modo incomprensibile o confusa [fuzzy] per le persone attorno a noi». Ma è nel confronto con le due parti del dittico su Richard Pryor che si sente tutto il peso che Als attribuisce a “significare”. Il primo saggio, A Pryor Love – originariamente pubblicato nel 1999 –, che ha tutte le osservazioni penetranti e insieme quell’autorevolezza dei profili del New Yorker che distanzia l’autore dal suo soggetto, si conclude sulla constatazione più o meno amara del fatto che il carisma iconoclasta del comico Richard Pryor è rientrato nello status quo diventando a sua volta l’icona Richard Pryor.

Il secondo è tanto difficile definirlo saggio che è stato chiamato direttamente novella, alla sua prima apparizione. You and Whose Army? è il racconto in prima persona della sorella senza nome di Pryor (inventata o no ancora non l’ho capito, ma davvero non importa), che parla, tra le altre cose, di Richard, dell’autore e attivista James Baldwin e del suo rapporto con l’attrice Diana Sands (definita «Cancer Bitch»), di Virginia Woolf (definita «Suicide Bitch»), della Metamorfosi di Kafka e di Fran e Gary, una coppia creata o no dalla narratrice («La conosco così bene», dice di Fran, «che me la potrei inventare e sarebbe lo stesso non-fiction») protagonista di una versione black della Prigioniera di Proust.

Questa sorella di Pryor, che voglio chiamare Negress perché è così che si identifica lei, di lavoro fa, quasi dimenticavo, la doppiatrice di film porno. Il che non le impedisce di candidarsi come miglior interprete della lettura di Gertrude Stein e di definire l’inglese la sua seconda lingua: «o, per metterla in un altro modo, ho fatto dell’inglese una forma di americano che gli altri americani non parlano, perché per loro la storia e la genetica non si incontrano nel punto in cui confluiscono per me».

Il rapporto tra chi siamo e chi diciamo di essere, al contrario di quello tra qualunque altro significato con qualunque altro significante, non è (volendo) arbitrario. Ma per essere in grado di dire chi siamo dobbiamo conoscere le parole a nostra disposizione, altrimenti rischiamo di scomparire o di vederci affibbiata un’identità che non è la nostra. Il primo caso è quello di Fran: «Parole e segni per noi incomprensibili annientano noi stessi, perché non possiamo provare di esistere in una lingua che non capiamo». Il secondo caso è quello del fratello di Negress: «Se la vita di Richard dimostra qualcosa, è come i bianchi possano farti impazzire dicendoti cosa sei: troppo grasso, troppo pigro, troppo amorevole, troppo pericoloso, troppo vicino, troppo politico, troppo silenzioso, troppo drogato, troppo loquace, troppo generoso, troppo rumoroso, troppo ubriaco, troppo forte, troppo sensibile, troppo crudele».

Il secondo caso è anche quello, emblematico, della madre di Malcom X, che nell’Autobiografia di Malcom X si chiama Luise e in Malcom: The Life of a Man Who Changed Black America si chiama Luisa. Che poi è il caso di molte delle madri e di qualcuno dei padri dei personaggi ritratti nel libro (Eminem, Michael Jackson, Flannery O’Connor), ai quali i figli (quindi Als) sembrano sempre rimproverare l’accettazione passiva di un ruolo (quindi di un nome). Il rapporto coi genitori, il primo specchio che ci troviamo davanti, non è facile se è fatto di parole in cui non vogliamo o non possiamo riconoscerci, se la lingua madre non riflette i figli. «Il momento più spaventoso di Psyco», dice Negress, «[è] quando Vera Miles, cercando la sorella che non trova più, entra in una camera da letto e è presa alla sprovvista dal proprio riflesso nello specchio».

Non riconoscere la propria immagine riflessa nella lingua è la parte più spaventosa. Del resto, come si fa a parlare di sé con parole che codificano un mondo a cui si sente di non appartenere? Leggere, scrivere, andare al cinema sono tutte risposte, ma non posso essere La risposta. In Tristes Tropiques (un titolo rubato a un altro libro) Als si rende conto che vive la vita a metà solo per vivere davvero scrivendone. In You and Whose Army? la biblioteca diventa il luogo in cui James Baldwin trova se stesso ma perde il colore della sua pelle: «Sembri bianco – è così che Papà e i miei fratelli dicevano dopo che avevo scoperto un edificio di bugie: la biblioteca. Sono andato in biblioteca e ne sono uscito bianco».

La letteratura come menzogna. La propria vita costruita sulle biografie altrui. «Se esistevo era ricordandomi il testo della vita di qualcun altro», dice di sé Als nel pezzo che chiude la raccolta, It Will Soon Be Here, in cui finalmente La risposta sembra venire alla luce, da dietro il muro dei ricordi confusi (memory misremembered): accettare il lessico famigliare, rivendicare un proprio spazio al suo interno. Venire a patti con quella volta in cui insieme a tua madre sulla metro avete visto un bambino uguale a te ma vestito da donna e lei ha bisbigliato «Frocio».

Secondo me la diversità è la parola più bella del mondo.

(Margaret Mazzantini a Fabio Fazio che le chiedeva perché avesse raccontato nel suo ultimo romanzo la storia «di un amore omosessuale», Che tempo che fa, 21 dicembre 2013)

All’inizio di Philosopher or Dog?, Als scrive: «Alcune parole trovano la loro definizione nelle esigenze del tempo, giusto? E di solito le parole definite dalla loro epoca diventano parole molto stupide. Le parole che oggi definiscono la nostra epoca sono diversità e differenza. Definizioni appropriate di queste parole sono “irrilevante” e “chissenefrega”».

Quando a scuola gli facevano leggere i poeti del canone, da quale idea di differenza sarà stato affascinato Als? Da quella onnicomprensiva e onnivora, Americana (ovvero bianca), di Walt Whitman, Lady Liberty con la barba? Da quella, fatta di trattini, di una ragazza bianca che parla con la sua vicina via posta pur di non uscire di casa e poi scrive: «My Life had stood – a Loaded Gun»?

Due volte, quasi alla fine e quasi all’inizio del libro, torna la stessa frase: «Le metafore ci sostengono». Il linguaggio è lo specchio, il gemello uguale e diverso – avremmo avuto Jekyll e Hyde se R.L. Stevenson non avesse saputo che c’è un tipo di specchio che in francese si chiama psyché?

A un intervistatore che gli chiedeva se adesso non fosse la scrittura il suo gemello, Als ha risposto di sì. Quando poi gli ha chiesto una volta per tutte come chiamare la sua raccolta di essays, ha risposto: «Facciamo romanzo. È più facile».

Nonostante parli, tra gli altri, di Truman Capote, Luise Brooks e André Leon Talley, White Girls è veramente un Bildungsroman. Dopo tutto, per coming out e coming of age si usa lo stesso verbo.

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