Malika Ayane Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malika-ayane/ un blog di approfondimento culturale Sat, 26 Sep 2015 09:10:33 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Malika Ayane Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malika-ayane/ 32 32 Due caligariani a Venezia https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/due-caligariani-a-venezia/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/due-caligariani-a-venezia/#respond Sat, 26 Sep 2015 05:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28555 di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo - ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.

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venezia

di Giordano Meacci e Francesca Serafini

Quando mi volto e la trovo – ché ogni volta c’è un momento in cui mi giro e già so che lei è sempre lì, pronta a guardarmi le spalle – Francesca sta sorridendo a Terry Gilliam. Credo di aver detto – sì, l’ho proprio detto – “She is my extra-anagraphic Sister” mentre lei già improvvisava un avvicinamento con inchino a mano tesa verso Gilliam: e Gilliam, molto divertito, replicava immediatamente la stessa coreografia: inchino settecentesco, braccio teso; finché i due si sono incontrati giurandosi, in un angloitaliano di frontiera – siamo pur sempre gente di mare, in questo momento – eterno amore, e rispetto.

E l’immagine che mi sfòlgora davanti, a questo punto, è quella di un’accogliente quadriglia affettiva; potrei passare sotto la loro stretta di mano e accennare una giga: e so per certo che Gilliam e Francesca mi seguirebbero.

Siamo arrivati a Venezia, mi dico. Piazzato a mezzastrada tra la camicia ganza di Terry Gilliam e la borsa con gli omini del biliardino di Francesca. Com’è tutto naturale, mi dico. E non è più nemmeno fatica annotarlo, mi ridico. Nonostante la notizia ferale di qualche istante dopo.

Ci hanno separati.

Quando mi volto e non lo trovo ­– è tipico di Giordano non essere mai presente nei momenti fondamentali della sua vita, come dice lui ­– sono già lì impegnata nell’inchino a Gilliam. Emozionata dal fatto che sia proprio lui il nostro primo incontro, appena scesi dal Riva che ci ha accompagnati al Lido: per l’amore antico per la sua arte (Gilliam, capite?), certo; e il dipiù di un filo rosso che lega, qualche tempo addietro, la prima proiezione di Non essere cattivo in presenza degli attori (chi se li scorda i loro occhi mentre si guardano diffratti sullo schermo?) con il pranzo romano tra Giordano e Gilliam, appunto. È la gioia che prelude alla tragedia (in fondo siamo noi quelli che fanno dire a Viviana, rabbuiata appena dopo un momento di solarità: “me chiedo sempre quanto pò durà”); e la tragedia, ora, è che ci hanno separati. Ci metto un po’ a rendermene conto – penso a uno sbaglio, a un fraintendimento – con lo sguardo di Giordano già smarrito in cerca del mio. Che è quello di chi, come un interprete simultaneo con un cattivo ritorno audio, è costretto dalla diretta a improvvisare: per convincerlo che tutto sommato non si tratta affatto di una tragedia; e nel frattempo me ne convinco anch’io. Mi pare che Saba abbia scritto da qualche parte che chi ama non aiuta. Be’, in questo gruppo che si è riunito intorno a Claudio, si può dire che ci si vuole bene parecchio e proprio per questo, nei giorni immediatamente precedenti la partenza, gli sms con Valerio, con Emanuel; i messaggi vocali di Luca e di Roberta, quelli sempre entusiasti di Alessandro o quelli postdatati di Silvia (lei di solito arriva in coda, ma arriva sempre), hanno avuto su di noi lo stesso effetto delle chicche su Cesare e Vittorio, nella prima parte del film. Siamo tutti survoltati e ci incendiamo a vicenda: per questo, stare lontani, almeno per qualche ora, può essere utile a decantare l’emozione, avendo tutti l’obbligo morale di non crollare davanti ad Adelina (la madre di Claudio). E dunque.

“No. Ma voi siete come i pappagallini”, commenta Pierangela, la cugina di Claudio. Per qualche strano motivo distributivo-organizzativo, a differenza di quel che credevamo, è così, siamo in due alberghi distinti e lontani più o meno un chilometro. Io all’Hotel Helvetia, a cento metri dall’attracco dei motoscafi taxi e dalle partenze dei traghetti; la Sister al Petit Palais, in una via che – scopriremo poi – è l’esatto prolungamento del viale rossotappetato del Festival.

Questa dimensione inseparabile appena travolta – è sempre Pierangela a rilevarlo, con la spietatezza referenziale di chi ha ben capito – mi devasta un po’ più a me. Ché in certe cose – dal corretto uso di una macchinetta per il caffè con cialde all’opinione su una giacca stazzonata o no; dal consiglio sui tempi di risposta a un’email alle rasoiate occamistiche di certe decisioni in sospeso – senza Francesca talvolta mi sento sperso e goffo come Ben Stiller al suo meglio disastroso.

Tant’è. Assia – della GoodFilms – ha già predisposto il taxi verso i lidi lontani del Lido; già in granspolvero di moda Silvia e Roberta sono votate agli appuntamenti del pomeriggio. Il taxi parte e io – forte delle indicazioni di Assia – m’avventuro per il Gran Viale, faccio non più di ottanta, novanta passi e mi fermo davanti al palazzetto rosso che è l’Hotel Helvetia. Le lettere HH insieme m’hanno sempre fatto paura, ma l’albergo sembra accogliente, la facciata che lo apparenta a un qualche gigantesco Lego mitteleuropeo, il vernaccia del tempo diluito dall’acqua di mare. Devo smetterla con tutte le mie digressioni fantasmatiche e con le divagazioni inadeguate. Animo, su. Del resto ho una sola preoccupazione, in questo momento. Quante e quali saranno le pieghe sui vestiti? La valigia speciale che mi ha prestato Fabio – marito di Francesca e parte integrante della sit-com che ci accomuna: lo schema Cunningham più Fonzie, più o meno (o, cosa che mi commuoverebbe se solo venisse confermata dalla Sister, Taxi più Latka) – dovrebbe mantenere i vestiti passabilmente impeccabili per almeno otto nove ore di viaggio.

Il fatto è che io l’ho usata per metterci quel che occorrerebbe per un viaggio di tre persone per dieci giorni; la valigia è pressata all’inverosimile e io sono ossessionato – da una settimana, almeno – dall’idea di offrirmi alla prima del film spiegazzato, e impresentabile; le righe nette e irrimediabili della stropicciatura a segnare come una ferita visibile le ferite vere che – da mesi – fatico a nascondermi; relegandole entro i margini gestibili e infantili di tanti piccoli atti mancati cambiati di segno. Ho anche una cravatta, con me, per la prima volta da anni – e nonostante non sappia fare il nodo, malgrado i trentennali insegnamenti di mio padre – perché voglio evitare qualsiasi sensazione specchiata di inadeguatezza. Del resto, quale altro modo hanno gli esseri umani per distrarsi dalle pieghe inevitabili della morte, se non quello di sottrarsi ai pensieri che li funestano attraverso le accortezze di piccole, insulse tragedie quotidiane? Il fastidio per una spettinatura, per esempio, o il rammarico per una pagina di libro strappata. L’ordine non esiste in natura. C’è solo questo caos cui cerchiamo di rimediare con le leggi fisiche private dei nostri rattoppi quotidiani. Tutto per dimenticare quell’enorme voragine abissale che ci guarda e che alle volte alza gli occhi come a voler ribadire “e lo vieni a dire a me?”

E infine. M’ha già rasserenato Francesca alla partenza. Ci sarà sicuramente una stireria, in albergo. Ci sono sempre. Posso tenere sotto controllo tutto quello che non riguarda la fine di qualcosa o una qualsiasi forma di abbandono, lo so, lo posso fare.

Stanza 202. “No. Purtroppo oggi è domenica non c’è la Signora. E domani è lunedì, posso informarmi ma… Forse può vedere domattina se è aperta la lavanderia in fondo alla strada… Ma…” Con la stessa scettica e ammiccante consapevolezza del cameriere di Straziami ma di baci saziami. Quando al veglione di Carnevale – Nino Manfredi vestito da spagnola con velo e tutto – s’allontana verso la cucina rimuginando “frappe… non so…”

Le due acca di partenza dell’Helvetia si sono trasformate nell’oh di sorpresa che – basta divagazioni, basta! – putacaso condivide la sua forma grafica con l’acronimo di Overlook Hotel. Verso l’ascensore – e ancora tengo a bada il dolore vero che mi assedia concentrandomi sui destini incerti delle stoffe – mi accorgo di Malika Ayane, un vestito rosso, sdraiata a terra a favore di fotografo; proprio nell’anticamera davanti alla reception (dietro di me) che porta al ristorante. Almeno credo che sia Malika Ayane: ma m’imbarazza troppo fissarmi sul set fotografico. Per cui resta alla periferia dell’occhio sinistro un’immagine spampanata di quella che potrebbe essere Malika Ayane.

(Tra l’altro il giorno dopo, il 7 settembre, giorno di fuoco delle conferenze e della prima, Francesca ritrova a colazione Malika Ayane al Petit Palais; aumentando il mio senso di disagio interpretativo del reale).

Tre minuti dopo l’arrivo – le finestre spalancate come da rito, la consapevolezza che il bagno è lungo quanto il corridoio su cui scorrazzava Danny sulla sua automobilina rossa – i vestiti sono già sapientemente divisi tra l’armadio e il letto in più. Faccio finta di non vederla per non darle soddisfazione, ma una qualche incerta piega sulla falda della giacca nera – a destra, in basso – c’è. Ma ho appena fatto a pugni con i demoni; so perfettamente chi rincorre cosa nelle stanze buie dell’es: così il mio nevrotico super-io m’impone la serenità. E la certezza che, dopo una nottata appesa, la giacca riprenderà la forma che deve avere per Claudio.

Il ridicolo cellulare a carbone che ancora non ho avuto il coraggio telematico di convertire in smartphone squilla con il suo ding-ding irritante e inconfondibile. È mia Sorella. “Non trovano la prenotazione”. Poi, dieci quindici secondi dopo, ancora inebetito dalle proposte operative da scriverle o telefonarle, “sono quasi in preda al panico”, l’sms. Provo a telefonare, scatta la segreteria. Un altro mezzo minuto di sguardo assorto sul mare di sguincio (a sinistra dell’affaccio); poi sulla chiesa, sull’edicola. Un altro ding-ding. “Risolto”.

Siamo invincibili. Anche separati. Anche lontani un chilometro e mezzo di Lido.

Questa Venezia è per Claudio. È un momento magico in cui le giacche nere si stirano da sole e le prenotazioni riappaiono, come bigliettini della fortuna appena sfornati con già dentro l’augurio di serenità che hai sempre sperato. ”Daje SorMaè”, ci dev’essere scritto sul registro del Petit Palais.

Lo vediamo solo noi, ma c’è scritto.

Mentre ancora mi chiedo perché – quale valore significativo assumeva in me la scelta prima della partenza – perché mi sono portato per la tregiorni veneziana non solo il solito Vonnegut da viaggio (Dio la benedica Mr Rosewater, in questo caso) ma anche uno dei volumi del Teatro di Shakespeare (La tempesta è la prima pièce raccolta; ma forse il rimando inconscio è ai Due gentiluomini di Verona); mentre mi accorgo che, nonostante tutte le camicie che sono riuscito a costringere nella borsa fabiesca, per la serata indosserò sotto la giacca una maglietta nera a maniche lunghe, Francesca mi telefona per dirmi che sta per arrivare Alessio Romano. Un’intervista.

A differenza di Giordano, io, l’ossessione per le spiegazzature non ce l’ho. Ho risolto il problema portando con me una valigia lunga quanto il vestito per la proiezione – che quindi può restare disteso e intonso come me l’ha consegnato la stireria: di Roma – che diventa subito il primo tormentone del viaggio. Tutti immediatamente indotti a prendersene gioco (“hai capito che stiamo solo tre giorni, sì?” “ah, ti piace viaggiare leggera…” e altre variazioni sul tema). Ma io mi limito ad annuire, consapevole della rivincita che mi prenderò alla proiezione quando loro saranno tutti spiegazzati e io no. Io, però, ho il problema dei tacchi. Non sono capace a camminarci e sono terrorizzata dall’idea di finire lunga sotto lo scatto impietoso di qualche fotografo sul tappeto rosso (indipendetemente dalla notorietà: chiunque cade fa ridere, c’è poco da dibattere). E mi imbarazza il pensiero dell’ondeggiare indeciso a cui mi costringerò per evitare la circostanza. Ma è così rassicurante concentrarmi su quello, già pronta a barattare con un qualche fato una condanna ai tacchi, purché a vita: solo che i fati non ci sono mai quando devono raccogliere i nostri slanci.

E infatti, lungo la strada che mi condurrà all’albergo, sono sui miei sandali rasoterra. Sulla discesetta che porta all’entrata, incrocio Paolo Mereghetti: d’impulso sfoglio a memoria il firmamento dei suoi dizionari sforzandomi di ricordare quante stelle ha riconosciuto agli altri film di Claudio, giusto per assumere l’atteggiamento giusto quando i nostri sguardi, nello spazio angusto della discesa, inevitabilmente si incontreranno. Ma la memoria mi assiste andando a nero e io passo spedita con espressione neutra. Che appena qualche istante dopo diventa interdetta, precipitando rovinosamente nello sconcerto quando scopro che non c’è nessuna prenotazione a nome mio. Il resto lo sapete già, compreso il fatto che, quando tutto si risolve, c’è Alessio Romano che mi aspetta per l’intervista. Ci raggiungerà anche Giordano, presumibilmente in taxi, appena riuscirò a comunicargli, dopo un trasloco e l’altro, dove potremo chiacchierare tranquilli senza l’imminenza di un nuovo evento, come li chiamano con accezione moderna e pedestre: se solo imponessimo alla vita una maggiore aderenza all’etimologia quante frustrazioni ci verrebbero risparmiate? E come saremmo tutti protagonisti, sempre, di ogni cosa che accade, mentre accade, dentro o accanto l’evento piccolo o grande di qualcun altro. Ma tant’è.

Dopo venticinque minuti di attesa del taxi davanti all’Helvetia (il portiere ha telefonato tre volte: la terza volta che sono rientrato per chiedere informazioni s’è proprio messo a ridere: “come non è arrivato?… … Prenda il bus”; lasciandomi sconcertato e divertito, in quest’ordine); dopo il quarto scambio di sms con Francesca e Alessio (tre cambi di indirizzo, s’è detto; pare che ogni volta che si siedono da qualche parte il luogo – il Grand Hotel, una piazza – diventino improvvisamente il set di qualche altra attività festivaliera. L’ultimo messaggio mi segnala “l’edificio bianco e basso proprio davanti al red carpet”). All’ennesimo falso allarme di una macchina bianca che poteva sembrare un taxi ma non lo era, mi decido e voto per la camminata.

“Mi scusi quanto dista la mostra da qui?”, le indicazioni stradali del passante che ho scelto come guida non sono né preoccupate né vaghe. Capisco che sono a una ventina di minuti a piedi dalla Sister e da Alessio.

Di Alessio Romano abbiamo sentito parlare la prima volta nel 2005, quando esordì con Paradise for All; un romanzo in cui – ancora studente Holden – trasformava Sandro Veronesi nel cattivo di un thriller romanzesco. E – almeno io – l’abbiamo incontrato di persona quasi dieci anni dopo. Proprio alla festa per l’uscita di Terre rare. Non si può dire che Veronesi sia uno che porta rancore, evidentemente.

Quando svolto a destra per il Lungomare Guglielmo Marconi – ma quasi tutti noi qui a Venezia, per tre giorni, ci impunteremo sempre, di primo acchito, riferendoci pavlovianamente ai lungotevere, prima che ai lungomare; vizio di forma e ritrosìa entropica della nostra appartenenza romana – camminando sotto la protezione salina delle piante che presiedono il vialone, mi appare scisso in due l’emblema del Lido così come l’ho sempre immaginato. Alla mia sinistra, il vociare dei camminanti svagati che si trasforma in brusìo d’accompagnamento alle onde: e poi il mare di Venezia; la luce che piano piano si appoggia sull’orizzonte appena sopra la linea assiepata degli stabilimenti dandogli una consistenza pastosa, e annoiata; la cartolina dell’Adriatico che si stèmpera in un fuoco fatuo di abitudini che non mi appartengono ma che sono lì, inequivocabili, tracce di vita che dai secoli degli approdi si sono inseguite fino a questo pomeriggio domenicale di settembre. E alla mia destra, le lamiere a mascherare lo stato dei lavori, la decadenza austera della sua ultima fine, l’Hotel des Bains. Dal 2010 al lavoro per trasformarsi in una serie di appartamenti delle Residenze des Bains. L’Hotel s’affaccia sulla maschera in movimento del Lido con tutto il suo portato cinematografico e letterario. Gustav von Aschenbach che s’impaglietta e trova la morte sotto gli ombrelloni perduti della giovinezza; Thomas Mann che passeggia agli Alberoni fischiettando la marcia funebre di Mahler. L’Hotel stesso che cede la sua compassione liberty alle pretese marcite dei suoi sotterranei, la sabbia e il mare che ne prendono possesso protestando per una prenotazione non registrata.

Se solo le cose potessero raccontare in una forma differente da quella, spettrale, della loro presenza silenziosa, quanto peggio sarebbe per la nostra immaginazione in movimento.

“Dove sei?” mi chiedono al telefono. “Sul lungotevere Marconi”, sì. Ma non so stabilire quanto manca alla struttura bianca e bassa che mi aspetta.

Finché, finalmente, non scorgo la piazza del Festival, i festoni rossi all’entrata della Sala Grande, il Palazzo, la folla, l’edificio bianco sulla sinistra. Ma ecco che mentre sto per superare le transenne che decidono il passo per le auto, vedo anche Alessandro e così ritrovarci e salutarci in un abbraccio è un tutt’uno emozionato.

E qui, devo fare una confessione ad Alessandro. Causa astigmatismo e conseguente latitanza primaria della messa a fuoco, già da lontano – i sette, dieci metri dell’agnizione – sono stato sicuro di vedere accanto a lui Roberta, la sua compagna. Sicché, alla fine dell’abbraccio (“sto andando da Francesca”, “Luca è arrivato”, “stasera”, “dopo”), mi proseguo espansivo verso di lei. Ed è solo quando ormai sono lanciato, quando il movimento inerziale dell’abbraccio nuovo è impossibile da frenare, che mi accorgo – il cartellino al collo, l’espressione sbigottita – che non si tratta di Roberta, ma di una ragazza che ha solo una vaga rassomiglianza con lei: è della distribuzione, sta accompagnando Alessandro in giro per le attività di rito. Ma eccomi ormai abbracciante, e sorridente, mentre lei fa in tempo a dire “ma noi non ci conosciamo” e io a minimizzare, festoso, per tutti e due.

Ora, in fila per due spritz e un martini – ho appena trovato Francesca e Alessio a un tavolo sulla terrazza, la spiaggia e il lungomare che rilùcono della luce leggera di un tramonto ormai prossimo che però non li riguarda – mi rendo conto delle attività lidensi. Una sorta di frenesìa ronzante che si distribuisce da un gruppo all’altro – i pass esibiti come la strenua appartenenza a un branco specifico, o a una tribù privilegiata – al passo cadenzato degli alcolici che si scambiano.

Tornando al tavolo – tre bicchieri in due mani: con l’alcol si manifesta il mio istinto paterno e protettivo più intimo e profondo – mi accorgo, anche, ancora una volta, dello shining rasserenante che attornia mia Sorella e da lei si dipàna, come lo scudo protettivo di Sue Storm ma rivolto all’esterno. In questo paragone io dovrei essere suo fratello Johnny, quel testone della Torcia Umana perennemente alla ricerca di una Crystal di cui innamorarsi prima che s’appalèsi il Quicksilver di turno. L’intervista comincia e noi cominciamo a parlare di Claudio.

Alla fine c’è sempre un momento in cui il rammarico per i tre film di Claudio Caligari che avrebbero potuto – avrebbero dovuto – essere di più si affaccia alle soglie dell’attenzione; con un misto di rabbia e di emotività in fuga che, ogni volta, si tinge dello scarlatto indignato per un’ingiustizia ormai irrisolvibile. Però, ci diciamo con Francesca. È tutto vero.

Ma è anche vero che Claudio è uno di quei maestri di cinema per cui qualsiasi numero di film sarebbe stato comunque poco. Qual è il numero giusto di film di Kubrick? O di Fellini, di Pasolini; di Welles?

Ci sono artisti che ci lasciano sempre, comunque, con la voglia di vederne ancora, e ancora una volta. E se è vero che ci mancano tutti i film scritti e pensati da Claudio Caligari in questi trentadue anni tra Amore tossico e Non essere cattivo è anche vero che sono pochi, davvero pochi, gli artisti che possono dire di avere lasciato un segno inconfondibile, e duraturo, nell’arte che hanno tracciato con la scia luminosa e ruvida del loro passaggio. Quale che sia il numero che li prevede.

E allora con Giordano continuiamo ad avvicendarci nelle risposte – ogni tanto interrotti da incontri previsti o casuali: Giovanna Koch, che subito ci abbraccia; e Gino Ventriglia: lo sguardo perso di chi non ricordava affatto di aver curato con me anni fa I tre usi del coltello di Mamet, nella giostra rutilante degli eventi – e, al mio turno, racconto ad Alessio l’ultima delle metafore che mi ha attraversato la testa per parlare di Claudio (ne abbiamo forgiate di tutti i tipi, in questi mesi: una lunga teoria di slittamenti figurati per circuire il demone, che Valerio in conferenza stampa, poi, trasformerà in un tormentone esilarante): quella dell’agave, nella fattispecie. E mentre parlo, nella battaglia senza posa per contrastare le lacrime, sposto lo sguardo verso il mare e non trovo il sole. La luce è quella del tramonto, s’è già detto, ma il sole non c’è. Un’infanzia a passare estati davanti al Tirreno: e poi di colpo proiettata in un emisfero parallelo in cui alla bellezza manca il suo centro. Proprio come a NEC (così lo chiamava Claudio), mi dico: qui, a Venezia, senza chi se l’è inventato.

La sera, alla “Favorita”, dopo un’ora di girellamenti intorno al Petit Palais in attesa di Francesca, si apre con gli arrivi. Maurizio, poi Simone; Paolo, Simone, Laura, Moira. E poi Luca e Alessandro e le loro compagne, Alissa e Roberta; e Silvia e Roberta, e Manuela di «Fosforo» – l’ufficio stampa del film. E qui abbracci e fotografie e un’emozione diffusa nemmeno fossimo in gita: ché poi è questa l’aria che si respira. Con tanto di crocchi in attesa davanti all’entrata del ristorante, parlottare sparso e racconti di venezie andate. Perché c’è sempre una qualchevenezia trascorsa per ognuno di noi. Nel mio caso, il primo amore. Proprio in gita. Nell’aprile del 1989, secoli fa. Nel caso della Sister, anche. Con l’unica differenza che il suo primo amore – Fabio – è anche l’amore che ancora c’è, sfidando le mattane della vita con il suo cabotaggio di lunghissimo corso. Un record anche per gli standard dell’epoca delle Brontë e di Jane Austen; non solo per noi.

Quando Valerio arriva – Francesca che m’ha appena fatto, nell’ordine: una fotografia che terrò cara per sempre e tre foto fuorifuoco com’è nella classicità della nostra storia privata – gli universi s’incontrano uno nell’altro. Come in una delle primescene di Non essere cattivo, Valerio mi chiede la giacca. Deve andare a una proiezione, alle dieci – il tempo di salutare tutti e di brindare al volo – e io gliela passo volentieri. Ma gli sta troppo larga – un colpo non dappoco inferto alle mie illusioni di dimagrimento tardoestivo – e la giacca torna indietro. Un saluto alla maniera di Cesare, mi pare. Che, sottoforma di Luca, è a dieci metri da noi.

Arrivano Pierangela; e Adelina. La Signora del Lido.

Quando, nel centro esatto del Salone, Valerio e Adelina si abbracciano e l’emozione ferma le parole e la voce di tutt’e due, e Valerio chiede – perfavore, chiede – ad Adelina di provare a tenerci su per almeno altre ventiquattr’ore, e la voce rotta e emozionata di lei si nasconde tra le spalle di lui e “ma io sto ridendo” appare cristallina, e perfetta, nella maschera asburgica del carattere meraviglioso di lei, Valerio fa quello che poi ha fatto e farà per tutta la trasferta veneziana. Sdrammatizza. “E ‘ssenti che risate”, il suo commento. Mentre la sala s’inonda di luce.

Allo stesso tavolo con noi ci sono due tipi differenti di patologie divise per tre persone. Un’allergia ai crostacei (Leonardo, l’agente di Roberta); e due – più o meno – forti intolleranze al latte e derivati che costringe Luca e me a rimandare indietro, con grande tristezza, dei ravioli talmente intrisi di formaggio da farci rischiare un’improvvisazione a tema sul modello di Pulp fiction – con choc anafilattico e tutto. Con il dipiù che se Luca è un attore assoluto io sono un pessimo attore, evidentemente. E per ovvi motivi di casting ci fosse stato da sacrificare qualcuno nella scena dello choc – be’, la scelta sarebbe stata evidente e automatica.

Ci dev’essere una qualche Nemesi minore e scherzosa che si prende gioco delle referenzialità trite della vita, probabilmente. Perché un momento di panico allergologico si diffonde davvero nella tavolata. Alla fine della cena; quando un cameriere – forse a ragione stressato dal continuo di precisazioni e riorganizzazioni del pasto causa intolleranze e allergie – rovescia un bricco di latte bollente sul braccio e sui jeans di Luca. Con Alessandro – ancora una volta gli universi s’intrecciano, l’amicizia fraterna ch’è nata realmente tra loro tràcima fuori dalle maglie del film e deflàgra, limpida, nel cuore del salone – che scoppia a ridere. Semplicemente: ride. Con le lacrime giuste e immediate dei fratelli. Le stesse che poco più di trentasei ore dopo ho visto negli occhi di mia Sorella, sul treno che ci riportava a Roma – i tavolinetti pieni delle cronache del giorno prima, il nome Claudio che risplendeva dai righi degli articoli con lo stesso rigore con cui lui aveva tenuto il set per mesi – quando un sobbalzo del frecciargento mi ha infradiciato di birra aromatica. Costringendomi per tutto il tratto tra Padova e Roma a ribadire, di tanto in tanto e per evitare il giudizio dei passeggeri di turno, che l’odore stantìo di muffa e luppolo che promanava da me era frutto della mancanza di riguardo del Caso; non di una precisa volontà di puzzare.

La prima sera a Venezia si chiude alle due e mezza, a giornonuovo già cominciato. Siamo con Chiara al chioschetto numero 2 (se si viene dall’imbocco del Lungotevere Marconi dal GranViale dell’Helvetia) o numero 1 (se invece si parte dal cuorerosso del Festival).

Aspettiamo Nicola, di ritorno dalla Versiliana. Ha appena concluso una duegiorni Bologna-Toscana che lo sta riportando proprio ora alla Mostra. Gli ultimi messaggi ce lo fanno immaginare controvento sul traghetto, dalla Stazione al Lido, lo sguardo fiero dei viaggiatori conradiani – sono dodici mesi esatti, ormai, che il suo viaggio in giro per l’Italia (e non solo) lo porta in tour tra alberghi e rassegne, librerie e festival letterari – le allucinazioni di qualche raggioverde notturno che il mare di Venezia riassorbe nella Laguna.

Il tasso alcolico di mia Sorella e mio – un luogo comune che si conferma nell’esperienza – quando Nicola arriva è già alto. E però questo non ci preclude di accomiatarci dal primo giorno al Lido “alla maniera danese”, spiega Francesca, che ha una cugina sposata a Copenaghen. Pare – quando la Sister e io ci lanciamo in queste spiegazioni scientifico-antropologiche ci lasciamo sempre suggestionare dai nostri stessi intenti; reali o fittizi che siano – che i danesi, anche dopo fiumi di alcolici a varie gradazioni, concludano la serata con il totem ineguagliabile di una birretta. Ed è questo che ci prepariamo a fare, incorniciati da un selfie notturno che ci vede tutti e quattro luminosi – soprattutto Nico, ché una luce artificiale lo trasfigura, in foto, nella folgorazione di un Saulo dopo il gelato (la sua cena) – e sorridenti, alle prese con un qualche ricordo meraviglioso e futuro nel presente esatto in cui si sta manifestando.

Ci sarà il ritorno ai tre alberghi, poi. E chiacchiere notturne a passeggio sul Lungomare. E storie che riguardano la nostra comune perseveranza affettiva nel tempo. E bisognerebbe essere cuori di pietra per non commuoversi, di notte, quando Venezia è una cartolina sdraiata che nasconde i fantasmi a una Laguna salata da noi.

Questa prima notte illidata è un buonaugurio.

Buonaugùrio che si conferma nel primo sms di questo sette settembre duemilaquindici. Da Cataldo, mio fratello d’infanzia, dalla Germania. “Giodo” (l’ipocoristico dell’adolescenza liceale) “Buongiorno. Sei già a Venezia? Ti auguro una bella serata stasera. A presto. Cat”.

Alle nove e mezza, più o meno, percorrendo il Lungomare nella luce appena sveglia (qui al Lido la luce si sveglia dopo la Mostra), incontro Adelina e la famiglia Caligari. E attraverso la strada, godendomi i primi abbracci del giorno – e lo so, sono uno-che-abbraccia; ma gli affetti o sono espansi o non sono, per me – mentre (il retropensiero che comunque, a quest’altezza della trasferta, non ci lascia mai) la salastampa al completo sta assistendo alla proiezione per la stampa. Appunto.

Ora. Vi è mai capitato di provare la sensazione precisa di essere assecondati dal tempo? Di essere portati attraverso il presente come se i passi da fare, i gesti improvvisi, gl’incontri, le frasi delle persone si trasformassero immediatamente in una congerie sparsa di deja-vû da competizione?

Questo è quello che ci accade, alla Sister e a me, dal momento in cui ci muoviamo dal Petit Palais (la becco sul balconcino che, ahinoi, dà le spalle alla spiaggia, mentre telefona) fino alla Sala GQ della prima conferenza stampa.

Le notizie che arrivano dai nostri agenti all’Avana e che ci confortano delle prime impressioni e dei commenti in tempo reale ci sembrano da sùbito la conferma delle nostre più belle immaginazioni sul “come sarebbe stato accolto il film”. Pare che in salastampa abbiano applaudito. Pare che piaccia molto ai critici. Nonostante le mie mancanze telefoniche, i primi tweet – l’aggettivo più usato ci commuove, al pensiero del sorriso consapevole con cui l’avrebbe raccolto Claudio – iniziano a fioccare.

E da qui in poi è tutto un muoversi tra impressioni e dichiarazioni; Valerio si traveste da nostromo e guida la nave in mancanza del Capitano. Se gli era rimasta una qualsiasi linea d’ombra da attraversare, ormai l’ha saltata a piedi pari. Tutti noi qui seduti – davanti un numero cospicuo di critici cinematografici – siamo più una famiglia allargata nel nome di Claudio, ormai. La presenza di Emanuel, di Adelina. Se non fosse per il mare dietro di noi – e Claudio dentro di noi, sebbene temporaneamente assente e sempre presente comunque – potrebbe sembrare una riunione di classe dopo anni dalla fine della scuola. Con Adelina che commuove tutti – tutti – pronunciando (rivediamo lei in Claudio e Claudio in lei, ora più che in qualsiasi altro momento) le frasi che verranno raccolte online il giorno stesso e sui giornali il giorno dopo come compendio e làscito per le cose da dire. “Mio figlio era molto dolce malgrado quello che si pensi per il suo lavoro. Era una persona piuttosto energica e ha insegnato a me e a chi lo ha conosciuto uno stile di vita”.

Ancora carichi della grazia ferma e gentile di queste parole, appena usciti, incontriamo Marco Giusti. Valerio ci presenta, omettendo, come si fa sempre in questi casi, la ridondanza del nome famoso – chi è che non conosce Marco Giusti? ­– con Giordano già pronto, proprio grazie a questa circostanza, alla gag immarcescibile con cui sa che farò in modo che si chiuderà la chiacchierata. E che puntualmente arriva non appena Giusti finisce di farci i complimenti ­– soffermandosi poi, con una qualche esitazione, sulla linea narrativa di Debora, a cui, gli spieghiamo, Claudio teneva tantissimo, come all’orsetto della sua infanzia (sappiamo quanto si è faticato per costruirne uno in tutto uguale): ci teneva perché, lui, non ha avuto mai paura di raccontare quello che doveva essere raccontato e che sapeva prima degli altri (l’importante è scegliere la forma: “l’arte è forma”, il mantra che ci ha fatti riconoscere subito). A raccontare quello che tutti qui – la sua famiglia variamente goffa e imbarazzata: e sì, lo sappiamo, nella lista dei luoghi comuni da sciorinare in occasione dell’uscita di un film al primo posto c’è proprio questo: definirsi “una famiglia”; ma ricordo che a pronunciarlo al microfono, nel novanta per cento dei casi, è il regista – cerchiamo di rimuovere in questa avventura. La morte del bambino: che indietro indietro fino a Pascoli e nei secoli che lo precedono è l’artista, va da sé. Talmente lucido e puro da non avere paura a mettere in scena ciò che con i suoi sforzi per continuare a vivere ci stava convincendo che nella realtà non sarebbe mai accaduto. E a quel punto, nei saluti, con Giusti a ribadire i complimenti, la chiusa preannunciata. Guardo Giordano, guardo Giusti e accenno un sorriso commosso stringendogli la mano: “Grazie, Enrico [Ghezzi]: a Claudio avrebbe fatto piacere”.

Poi ci portano nella Sala Grande per la Conferenza Stampa ufficiale. E succede, di nuovo, quello che non dovrebbe mai succedere. (Che non succede mai, in realtà, nella sostanza: perché è impossibile; ma che è già due volte che invece càpita nella resa accessoria degli spazi comuni).

Ci separano di nuovo, me e Francesca. Uno da una parte una dall’altra della lunghissima tavolata (undici persone più la moderatrice). Non faccio in tempo a terrorizzarmi per la presenza, vicino al microfono, delle cuffiette – in caso di domande in lingua altra dall’italiano, immagino – già rendendomi conto che non sarò in grado, nel caso dovessero servirmi, di accenderle; e quindi – sempre nel caso dovessero servirmi – non riuscirò a sentire la traduzione della domanda. E quindi mi troverò – ne sono certo – a ripetere it’s a musical journey come Larry Mullen, jr (o Adam Clayton, ormai mi sfuggono anche i càrdini della formazione) ai tempi dell’intervista per Rattle & Hum.

Mi calmo soltanto rendendomi conto che sarà molto difficile che – con tutti gli attori, i produttori e Valerio presenti – si possa cominciare da sùbito con una domanda agli sceneggiatori.

Che infatti, puntualmente, arriva per prima.

Ora. Questa cosa la raccontiamo così com’è andata. Perché comunque fa sempre bene riflettere su come le cose si prendono il mondo e come il mondo si manifesta nelle cose che càpitano. Appunto.

Nonostante la ferma chiarezza della presenza dei due sceneggiatori del film – la cui sostanziale e inossidabile simbiosi è stata peraltro segnalata come parecchio evidente, il giorno dopo – le domande che i giornalisti fanno sulla sceneggiatura si rivolgono sempre allo sceneggiatore.

Mi guardano negli occhi, parlano con me. Nel primo caso, dopo la prima risposta, mi sembra normale – in modo goffo e ridondante, con tanto di annuncio al microfono – l’alternanza con Francesca. Che infatti, dopo un sollecito di Valerio (attento a ogni dettaglio, sempre più protettivo), risponde – e suo sarà il passaggio decisivo sul fatto che con il materiale scritto si sarebbero potuti girare tre Non essere cattivo – e spiega. Con quello stato di grazia luminoso che è stato, nel film, anche quello di Luca, Alessandro e Silvia e Roberta. E che molto probabilmente è ancora una luce che si diffonde a far tempo dalla scintilla di Claudio.

Ma ecco che in séguito, quando continuano a dire lo sceneggiatore e mia Sorella e io ci barcameniàmo passandoci la palla come in tutte le partite che giochiamo, un dubbio larvale ci possiede. Dubbio che continua e si allarga anche dopo, quando ormai la conferenza è terminata e siamo davanti allo specchio grande dell’Oréal, appena prima del photocall già cominciato.

Non possiamo non vederci una forma latente e diffusa di maschilismo, è più forte di noi. Poi sarà anche vero che le interpretazioni sono figlie dei tempi in cui si fanno: ma tant’è. Il dubbio c’era. E non esplicitarlo sarebbe un’omissione peggiore dell’averlo pensato.

Anche perché poi – tenendo conto che da sempre con Giordano ci concediamo il lusso del noi anche a distanza e senza neanche il bisogno di concordare (Otelma e Eugenides arrivano molto dopo) – nessun fastidio momentaneo può sovrastare nel ricordo l’ennesimo tormentone, questa volta prontamente innescato da Riccardo Sinigallia, sul fatto che sì, era giusto così: perché lo sappiamo tutti che ha scritto tutto lui, no?

Non facciamo in tempo a rasserenarci ridendo con Riccardo – Francesca rilancia, incalzandolo e attribuendomi la paternità segreta di tutti i suoi libri – e al pensiero che il photocall riguarda Valerio e i quattro attori – l’anfiteatro di fotografi che urlano “qui”, “sinistra”, “a destra”, “guarda qui” è un concerto per flash e voci che si affaccia di là dalla vetrata – che Manuela ci fa segno di raggiungere gli altri.

(Per dare conto dello stato confusionale, io ho appena salutato me stesso allo specchio grande: perché la silohuette in grigio mi ricordava qualcuno che conosco).

E qui – io che cerco di attraversare la pedana fuorviato dalle foto scolastiche di rito e Valerio che mi salva facendomi segno di fermarmi – comincia il momento-Dostoevskij.

Lo stesso atteggiamento terrorizzato del caro Fëdor davanti al plotone d’esecuzione; qualche minuto prima che arrivasse la notizia che la pena di morte era commutata in Siberia, e prigione.

A rivederle ora, da qui, le fotografie mostrano una Sister decisamente più spigliata; che ha compreso sùbito che il modo migliore per non venire ritratti nel pieno dello sgomento agonizzante e senzarespiro è quello di muoversi lungo l’arco dell’anfiteatro con un movimento del volto calmo, e arcuato, appunto. Tutto il contrario degli scatti nervosi che m’apparentano al Woody Allen alle prese con lo stress da evasione in Prendi i soldi e scappa.

E, credèteci. Si vede.

Poi è tutto un frullatore di pezzi che cominciano a uscire, e di telefonate che arrivano da chi li ha letti e vuole commentarli (e da Giordano che se li deve far leggere perché: brother, però, quando cazzo te lo compri uno smartphone?). È il mascara nuovo, troppo carico, che sconfina prefigurando l’epilogo della serata; i tacchi – sì, siamo al momento dei tacchi: come farò a stare tutto il tempo quassù? – e le contorsioni per riuscire a chiudere da sola la lunga zip posteriore del vestito che in questo modo – al dunque sigillato – mostra le pieghe del contorsionismo e mi dico: visto, Gio, spiegazzata anch’io. Spiegazzati, nonostante gli sforzi: proprio come Cesare e Vittorio che ci aspettano in sala grande.

Ecco. Cos’è questo applauso che continua, e continua; ormai da dieci minuti. Sono finiti i titoli di coda. Siamo tutti commossi in modo straziante e stordito. Ci siamo abbracciati a lungo, la commozione è straripata attraverso i vestiti, lungo le file della platea e su su fino alla galleria dove, in piedi, seguiamo Adelina accompagnata da Valerio, e da Luca, e da Alessandro, che sta ricevendo a nome del suo unico figlio quell’amore e quegli applausi che Non essere cattivo ci hanno regalato. A tutti noi, qui, in sala. Mentre mia Sorella non riesce a frenare le lacrime: e io invece mi chiedo – la cravatta nera annodata in pochi secondi da Luca poco prima di muoverci in macchina – cosa sia esattamente questo groppo che non va né su né giù e che mi costringe a oscillare, a destra e a sinistra, il dondolìo incessante – mentre l’applauso continua – di quando sono emozionato senzatregua. Ai matrimoni – nelle mie lunghe performance da testimone – o negl’incontri di famiglia più distanziati e lontani.

Gli applausi non finiscono; ogni volta che c’è un accenno di fine ricominciano e si riprendono la sala, quasi fosse proibito, stasera, pensare a una qualsiasi forma di interruzione, o di conclusione. La fine è fuori dalla sala, stasera. E i mondi che Non essere cattivo ha raccolto e intrecciato attraverso lo sguardo lucente di Claudio si sono dati appuntamento qui, e si rincorrono l’uno nell’altro applaudendo. “Cla’, io non lo so quant’è durato l’applauso” scriverà il giorno dopo mia Sorella in un tweet che attraversa le dimensioni e si lascia andare alla più perentoria, e struggente, delle insensatezze: quella di farsi sentire a parlare da soli con i morti che abbiamo amato. “Ma so che era per te”.

Come quelli che proseguono, alla festa, dove è riunita tutta la “banda” – io costantemente allacciata a Giordano per la paura di cadere – al centro della pista in cui il Corto balla col Grasso che balla col Brutto che balla con Cesare che balla col Lungo che balla con Vittorio: e tutti balliamo, con le persone che si mescolano ai personaggi – Linda e Viviana in mezzo a tutti, stellanti – e la vita e l’arte che si intrecciano perché lì, nell’universo di Claudio, nel nostro: “o vita e arte sono la stessa cosa, o non sono”. Finché c’è da salutare Valerio, in un abbraccio che dura quanto l’applauso, e che si conclude a modo nostro: “però, ora, Valè, testa al Frosinone” (l’avversaria della nostra Roma – e qui Giordano, col cazzo che sei incluso nel noi – nel turno successivo di campionato).

E allora guardàteci, alle quattro e mezza del mattino. Mia Sorella a braccetto con me. Stiamo attraversando il Lungotevere Marconi, passiamo davanti al red carpet che poche ore prima ci ha visti siamesi e impauriti, il passo lento dei tacchi alti dell’una che si trasformava nel passo cadenzato dell’altro.

Abbiamo salutato tutti, tutti frastornati dall’accoglienza del film. Dal senso di mancanza che ci prende alla gola mentre ci travàlica la gioia per Claudio; e per Non essere cattivo.

Abbiamo lasciato Luca, e Alessandro, e Silvia e Roberta “terrorizzati e puri” così come li descriverà Valerio in un pezzo suo – significativamente intitolato Fatti nostri – qualche giorno dopo la mostra. Fotografàndoli per sempre nella Bellezza senza remore che li ha circondati al Lido.

“Perché il Maestro ti guarda negli occhi e ti riconosce ma anche tu riconosci il Maestro”; il mantra di Silvia che ci seguirà per sempre come una festa mobile, qualsiasi persona diventeremo in séguito.

Le braci di un’unica stella raccolte da Roberta, il coraggio di cui ha parlato Luca, il segno del Maestro di Alessandro. La metafora numero 7 di Valerio.

Guardàteci mentre tutto questo ci circonda nel silenzio vuoto della strada; ora che oltre a noi due non c’è davvero nessuno: e sembra quasi una favola aliena, un vuoto interstiziale tra una dimensione e l’altra che ha lasciate intatte e addormentate solo le cose.

Guardàteci mentre ci incamminiamo, scalzi tutt’e due – perché la Sister al dunque ha risolto così il problema di tacchi e a me non m’è sembrato giusto lasciarla scalza da sola – lungo il mare, diretti al Petit Palais. Visti da dietro, possiamo sembrare Totò e Ninetto alla fine di Uccellacci e uccellini. E così, frastornati e commossi, ci viene da ridere, un po’, a pensare a quanto ne avrebbe riso lui, Claudio, dei suoi sceneggiatori scalzi nella notte veneziana.

Poi, prima di separarci, mentre guardo questo scemo di fratello extra-anagrafico (tanto ormai lo sa anche Gilliam), adorato ancorché juventino (è comunque sempre bene ricordarlo), scalzo, vicino a me, un’illuminazione: sull’Adriatico non c’è il tramonto sul mare. Ma l’alba sì. Il mare, qui, scintilla di bellezza col suo centro all’inizio. In culo alla fine, ai tramonti, alla puta muerte, qui non è finito proprio niente. Qui, Cla’, la storia è solo cominciata.

E noi non lo sappiamo se sprovveduti, raffazzonati, imprecisi e limitati come siamo tutti noi vivi, se ci siamo riusciti, qui a Venezia, a essere all’altezza della tua classe; se siamo stati capaci di non farti fare brutta figura, magari disperàndoti in un allargare di braccia sconsolato, tra le smemoratezze e l’alcol, gli sproloqui e le lettere d’amore.

Quello che ti possiamo dire – e sai già, ce l’hai insegnato tu, che è la verità che i vivi si regalano per non morirne – è che ci abbiamo provato. Cazzo se ci abbiamo provato.

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Raccontare gli universitari senza reticenze: “Fino a qui tutto bene” di Roan Johnson https://minimaetmoralia.it/cinema/fino-a-qui-tutto-bene-roan-johnson/ https://minimaetmoralia.it/cinema/fino-a-qui-tutto-bene-roan-johnson/#comments Sun, 19 Apr 2015 05:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26198 di Valerio Valentini

«Ma devi per forza chiamarlo ultimo? Non ce la fai proprio a dire quinto? Non senti come suona già molto meno angosciante?».

Seduto al tavolino del bar, subisco in silenzio il rimprovero della mia compagna di università. La discussione, rimasta amabile finché si è mantenuta sul vago («Ma perché ti ostini a prendere il caffè senza zucchero?», «Devi assolutamente vedere l’ultimo video dei The Jackal con Malika Ayane»), s’è avariata d’improvviso, non appena ci siamo ritrovati a contare gli esami rimasti prima della tesi. Quando poi, incautamente, le ho chiesto se avesse deciso cosa fare, alla fine dell’ultimo anno, lei ha tirato indietro la testa, stizzita, s’è calata gli occhiali da sole sul viso. Ed è sbottata.

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di Valerio Valentini

«Ma devi per forza chiamarlo ultimo? Non ce la fai proprio a dire quinto? Non senti come suona già molto meno angosciante?».

Seduto al tavolino del bar, subisco in silenzio il rimprovero della mia compagna di università. La discussione, rimasta amabile finché si è mantenuta sul vago («Ma perché ti ostini a prendere il caffè senza zucchero?», «Devi assolutamente vedere l’ultimo video dei The Jackal con Malika Ayane»), s’è avariata d’improvviso, non appena ci siamo ritrovati a contare gli esami rimasti prima della tesi. Quando poi, incautamente, le ho chiesto se avesse deciso cosa fare, alla fine dell’ultimo anno, lei ha tirato indietro la testa, stizzita, s’è calata gli occhiali da sole sul viso. Ed è sbottata.

«Piuttosto, che programmi hai per stasera?»

«Pensavo di andare a cinema, a vedere Fino a qui tutto bene»

«Ecco, tanto per non sciropparsi un altro po’ d’angoscia …»

«È una commedia»

«Sì, ma è una commedia sull’angoscia post-laurea. No grazie»

È un peccato che non sia voluta venire a cinema. Perché, ne sono convinto, Fino a qui tutto bene le sarebbe piaciuto. E non perché, in effetti, non fosse un film sull’angoscia post-laurea. L’angoscia c’è, è il basso continuo cha accompagna il racconto degli ultimi, folli giorni di vita universitaria dei cinque protagonisti; eppure, paradossalmente, quell’angoscia resta sul fondo della vicenda, presenza costante ma ignorata, e le poche volte in cui prorompe in primo piano, viene puntualmente aggirata.

Lo ha spiegato, in fondo, anche il regista del film, Roan Johnson, raccontando la genesi dell’opera. Un paio d’anni fa, l’Università di Pisa commissiona a Johnson e alla sua compagna, Ottavia Madeddu, un documentario sull’ateneo: e i due autori, intervistando gli studenti, restano piacevolmente sorpresi dalla loro voglia di riscatto. C’è la crisi, c’è la consapevolezza che trovare un lavoro dopo la laurea, o dopo il dottorato, sarà difficilissimo, ma non per questo si deve rinunciare, affermano gli intervistati, a coltivare le proprie passioni, a nutrire aspirazioni ambiziose. L’uva migliore si intitolava quel documentario, perché, come uno studente di agraria raccontò davanti alla macchina da presa, il vino più pregiato proviene molto spesso proprio dai vigneti che hanno avuto dei problemi, che hanno sofferto. È lì che nasce l’idea di realizzare Fino a qui tutto bene: che è un racconto sul trauma della fine di quel periodo sospeso durante il quale si è studenti universitari, ma è anche la testimonianza, e per certi versi la celebrazione, del coraggio e della perseveranza di tanti giovani laureandi italiani.

E proprio in questo, nell’osmosi tra l’inquietudine e la speranza, tra l’ebbrezza di un presente prolungato fino all’inverosimile, e l’ansia di doversene staccare, che il film trova il suo equilibrio. I dialoghi sono ben scritti e, nonostante i protagonisti parlino tutti tantissimo, mai pesanti; tra i cinque coinquilini, costretti da Johnson a vivere insieme 24 ore su 24 durante le riprese, l’affiatamento è assoluto, e la loro recitazione è, nel complesso, molto buona; azzeccate le musiche, così come la scenografia casalinga; le suggestive panoramiche sul Lungarno e sui tetti di Pisa riescono persino a non sembrare delle cartoline scontate. Ci sono delle scene, poi, davvero bellissime. Il viaggio in macchina sulle note di Morirò d’incidente stradale dei Gatti Mezzi, mentre fuori dal finestrino scorrono, per l’ultima volta, ombre e colori di un panorama divenuto quotidiano, è un’efficace rappresentazione di ciò che è il distacco, l’abbandono di una condizione esistenziale vissuta per qualche stagione come se dovesse essere per sempre.

La telefonata via Skype in cui Ilaria (Silvia D’Amico) confessa ai suoi genitori di essere incinta fotografa con sottigliezza non comune il corto circuito avvenuto tra due culture che sembrano appartenere a ere geologiche diverse, e che invece sono separate da neppure quarant’anni: quella di semplici, piccolissimi imprenditori di provincia, con un italiano stentato e un attaccamento morboso al lavoro e alla famiglia, e quella di una ragazza scapestrata, appassionata di politiche di rimboschimento, che gode nel mostrare una disinibizione sessuale nella quale, in realtà, finisce per annegare. Tutto ciò rende il film estremamente piacevole. Ma, in alcuni suoi aspetti, anche ambiguo.

Verso la metà del film, Cioni (Paolo Cioni), Vincenzo (Alessio Vassallo) e Andrea (Guglielmo Favilla), attraversano mezza Pisa trasportando uno specchio: uno specchio che un loro amico ha deciso di ricomprarsi per 200 euro, e nel quale loro, camminando, non si guardano mai, finché non si siedono per terra, esausti, nell’attesa dell’acquirente che tarda a farsi vivo: solo a quel punto si fermano ad osservare la propria immagine. «Ma sta minchia di torre – domanda Vincenzo durante il tragitto – perché è storta?». E qui parte la spiegazione di Andrea, che offre, forse, la chiave di lettura dell’intero film. «Il punto non è ragionare su perché la torre di Pisa penda adesso, il punto è ragionare su quando si è storta: mentre la costruivano. Nel millecentoequalcosa avevano costruito i primi due cerchi, ma c’è stato un cedimento perché sotto è paludoso: e invece di dire “fermi, s’è fatta ‘na cazzata, non si può innalzare un campanile a Dio storto, che figura si fa …” hanno deciso di perserverà nella cazzata: uno bravo si fermerebbe, un mediocre pure, ma il folle no, va dritto nello sbaglio, persevera nello sbaglio, così tanto che poi arriva al pezzo inimitabile, al genio».

Il film mette immediatamente in guardia dai rischi di questa retorica un po’ renziana della Genialità («Meucci? A genius»): davanti ai tre studenti, nel riflesso dello specchio appare, in sella a una bicicletta, uno strano individuo, con un costume talmente improbabile che nemmeno il Renato Zero dei tempi migliori. Eppure, è proprio attraverso il ricorso a questa retorica – all’idea, cioè, che perseverando nella cazzata si riesca spesso a raggiungere una qualche realizzazione personale – che il film sembra voler risolvere lo scacco esistenziale in cui i protagonisti si ritrovano impantanati alla fine della loro carriera universitaria.

Sembra volere, ho detto, perché in effetti – com’è giusto e naturale che sia – non ci riesce (e questo, temo, sarebbe piaciuto meno alla mia amica angosciata). Dei cinque coinquilini, nessuno ottiene davvero quello che voleva. Vincenzo, che forse è quello messo meno peggio di tutti, trova inaspettatamente nell’Islanda il suo unico, non esaltante ma lo stesso benedetto, futuro di professore di vulcanologia. Francesca fa di tutto per non ammettere l’inconsistenza delle sue velleità d’attrice: ma in realtà, che a Milano possa trovare «un agente» grazie ai suoi «contatti», non ci crede troppo neppure lei. Andrea resta sospeso tra l’idea di scappare in Nepal, per aiutare un amico nella gestione di una fattoria, e quella di tornare  farsi umiliare dalla sua ragazza, Marta (Isabella Ragonese), attrice emergente che ha da poco conosciuto il successo, grazie a una fiction di quart’ordine: anche Andrea ha coltivato il sogno di una carriera nel mondo del teatro, ma è rimasto annichilito dall’idea che l’unico ruolo che potesse davvero interpretare fosse quello del «fidanzato di una che ce l’ha fatta». Ilaria si rassegna a dover tornare dai suoi e allevare un bambino non esattamente desiderato, a meno che, alla fine, non si lasci convincere dal Cioni. Cioni, appunto, il più intimamente legato al gruppo, quello che sembra soffrire, nonostante la sua apparente leggerezza, il distacco nel modo peggiore: attratto da Ilaria (lo si percepisce fin da quanto, con estrema dolcezza, quasi facendolo sembrare un gesto normale, cerca di proteggerla dal fumo della sigaretta di Francesca) e dai suoi capricci, la inviterà a trasferirsi nel rustico della sua casa di Pisa, e crescere lì il bambino che aspetta. E poi c’è – c’era – il sesto coinquilino, la cui assenza pesa in maniera tragica sulla convivenza degli altri cinque: si è suicidato pochi mesi prima di terminare gli studi, simulando un incidente stradale.

Insomma, un naufragio esistenziale collettivo (con la parziale eccezione, come s’è detto, di Vincenzo), reso meno angoscioso, nella narrazione di Johnson, da un lato dall’amicizia che lega i cinque coinquilini, e dall’altro dalla consapevolezza che gli Indimenticabili Anni Dell’Università sono stati un periodo di vita esaltante.

Ma – ed è questa la domanda che il film spinge a porsi – quanto possono valere, davvero, queste consolazioni? È proprio andato tutto bene, fino a qui? Certo, il divertimento, le sbornie, le feste, il sesso, e anche le assurde, stupende abitudini della vita da universitari fuori sede: la «pasta col nulla», le muffe nel frigo, le liti per il bagno condiviso, per i letti condivisi, per gli amori condivisi. Certo. Ma poi? Chi se ne frega del poi, si dirà, intanto godiamoci questo momento. E però l’idea che cinque o dieci anni della propria vita possano essere meravigliosi soltanto se considerati come un periodo da isolare da tutto il resto e mettere in una teca di vetro, be’, è davvero deprimente.

E in fondo un po’ deprimente, almeno a me, è apparsa anche la prospettiva di vita dei cinque coinquilini: i quali accettano, in definitiva, di arrangiarsi. Decisione anche nobile, senza dubbio, ma spesso tragicamente prossima a quella, assai meno nobile, dell’arrendersi. Nel momento in cui le speranze adolescenziali smobilitano di fronte alla scadenza di quella sorta di esenzione dalla realtà che sono gli anni universitari (le scenografie e i costumi della compagnia teatrale “I poveri illusi” finiranno accatastati in un garage), ecco che quelle stesse speranze si rivelano per quello che sono sempre state: nient’altro che aspirazioni sgangherate, arrangiate più con euforia che non con effettiva coscienza. Nulla di male in questo, ovviamente, se non fosse che proprio in quegli abbozzi di progetti si arriva spesso a riporre l’intera aspettativa di una realizzazione personale.

Da una parte, dunque, le assurde logiche dell’università, che intrappolano gli studenti in un gioco a volte esaltante a volte avvilente, ma quasi sempre allucinogeno («Si passavano gli esami, ogni esame che si passava “tutto bene”, la festicciola, cin cin … ma fuori di qui è una tragedia», realizza Vincenzo, il più lucido dei cinque). Dall’altra parte, i vaghi sogni di un’alternativa: sogni frustrati dalla stessa routine universitaria, nell’attesa dell’illuminazione geniale o, più semplicemente, di un provino o una scritturazione. Nel mezzo, parecchi anni della propri vita passati a fare cose che in realtà – ebbrezze varie a parte – non sono le cose che si sarebbe realmente voluto fare.

L’università è senz’altro un periodo straordinario di formazione e di crescita, sia che poi si diventi un luminare di astrofisica o un critico letterario, sia che si decida di fare l’idraulico o il contadino. Ed è anche un modo per aumentare la cultura generale di un Paese, innalzare il livello del dibattito politico, eccetera. Tutto questo, in teoria. In pratica, bisognerebbe forse chiedersi se davvero l’università debba continuare ad esser considerata come l’inevitabile, obbligata scelta di chiunque voglia approfondire certe sue conoscenze, nell’attesa di capire cosa fare nella vita. L’opinione diffusa è quella secondo cui l’università sia un momento di riflessione e di orientamento, in cui trovare la propria strada; eppure a volte è proprio l’università, questo tempio intoccabile delle magnifiche sorti e progressive, che finisce col depistare, col disorientare, persino con l’inaridire.

Dei cinque protagonisti del film, ad esempio, a me sembra che l’unico per cui frequentare l’università abbia avuto un senso sia proprio Vincenzo. E non perché, banalmente, è l’unico che trova il modo di proseguire con successo la sua carriera accademica: ma perché, invece, è l’unico che desiderava fare ciò per cui ha studiato, l’unico che ha investito tutto in quella sua scelta, l’unico che – e non a caso questo gli verrà rimproverato, quasi fosse una colpa, dai suoi coinquilini – ha accettato fino in fondo i sacrifici e le rinunce che una seria esperienza universitaria impone. Andrea, Francesca, il Cioni e Ilaria avrebbero fatto meglio, mi pare, a fare altro: magari proprio una scuola di recitazione (come effettivamente hanno fatto, tra l’altro, e senza prima sentirsi in dovere di prendersi una laurea, gli stessi attori protagonisti del film). Questo non li avrebbe in alcun modo resi persone inferiori rispetto a Vincenzo: soltanto, persone interessate ad altro più che alla ricerca e allo studio tradizionalmente intesi, e forse persone con tempo ed energie maggiori da investire, seriamente, nei loro progetti.

C’è poi, come si diceva, l’altro elemento che induce a pensare che fino a qui sia andato tutto bene: l’amicizia. Ora, i cinque coinquilini sono senz’altro un gruppo affiatato e coeso, in cui tutti si confidano e si aiutano l’un l’altro. Apparentemente. A ben vedere, però, proprio al culmine dell’esaltazione, nei giorni che dovrebbero certificare l’affetto che ha legato i vari protagonisti, questo gruppo implode, come mostrano almeno un paio di scene. Francesca accusa Vincenzo di essere egoista perché, non rifiutando la proposta di lavoro da professore associato in Islanda, vorrebbe implicitamente costringerla a seguirlo «su quell’isoletta del menga», uccidendo così i suoi sogni di gloria; Vincenzo si accorge solo ora che il resto del gruppo si è a lungo divertito, alle sue spalle, in allegre relazioni promiscue che hanno coinvolto anche la sua ragazza (sì, proprio quella per cui lui dovrebbe rinunciare alla carriera accademica); Ilaria continua a non accorgersi dell’interesse che il Cioni nutre per lei, spiattellandogli in faccia le sue prodezze sessuali con riccastri attempati e militari arrapati. Tutti finiscono con l’imputarsi reciprocamente, nell’esplosione di tensioni rimaste silenziate per anni, egoismo e immaturità. Nessuno, infine, tra i cinque superstiti, ha saputo accorgersi della disperazione di uno dei membri del gruppo, dei suoi propositi tremendi di morte.

Tutto ciò significa che, in realtà, l’amicizia tra i protagonisti della storia sia stata soltanto una finzione, un’ipocrisia perpetrata per quieto vivere? No, direi proprio di no. Più semplicemente, anche quell’amicizia è stata coltivata in quella situazione esistenziale effimera, e un po’ illusoria, che è la vita universitaria: com’era un gioco perverso quello rappresentato dal dare esami, contare crediti formativi e pagare tasse, così lo era, per molti aspetti, anche l’organizzare feste selvagge, fare viaggi in macchina rigorosamente tutti insiemi e vagheggiare su quanto «sarebbe bello invecchiare insieme» (ovvero le cose di cui quell’amicizia si è nutrita).

I sentimenti nati durante una convivenza esaltante, non necessariamente resistono alla prova della vita al di fuori delle mura dell’appartamento, al di là dei rituali da universitari: «un giorno anche noi saremo pronti a fotterci a vicenda», osserva, più o meno con queste parole, Vincenzo. E anche qui, emerge di nuovo la silenziosa purezza del Cioni. La scena in cui lui raggiunge Ilaria in terrazza, è dolce e straziante al contempo: laddove lei voleva presentarlo ai suoi genitori come padre putativo fittizio e – come dire? – alquanto transeunte del nascituro, onde evitare di rivelare le sue disavventure sessuali («Io gli dico che c’avevo questo ragazzo tanto bravo, disponibile, poi resto miracolosamente incinta, e lui muore»), il Cioni si propone quale padre adottivo reale («Che si fa, sennò? Ci s’arrende?»).

Da questo punto di vista, Fino a qui tutto bene non può affatto essere considerato un film reticente. Le delusioni e i traumi di cui gli anni universitari sono portatori trovano il loro giusto spazio accanto all’estasi che rende incantata la vita da studenti fuori sede. Manca, nel raccontare questa miscela di gioie e dolori, quel certo cinismo, quella corrosività spietata che rendeva superbe le sceneggiature di Age e Scarpelli. La tradizione della commedia all’italiana sembra esser giunta a Johnson attraverso il filtro di quello che è stato un po’ il mentore del regista pisano, Paolo Virzì: da qui la predilezione per un registro più delicato, per un’accanita ricerca di empatia coi personaggi raccontati. E nonostante questa precisa scelta stilistica (rivendicata, del resto, dallo stesso Johnson), o forse proprio in virtù di tale scelta, Fino a qui tutto bene suggerisce l’idea che molta dell’ebbrezza insita nello status di universitario di oggi sia già, in fondo, un anticipo di disperazione. In quanti, dopo tutto, non ci siamo ubriacati, almeno una volta, brindando coi nostri compagni di corso al futuro di merda che ci aspetta?

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