‘Malim’ Said Agha Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malim-said-agha/ un blog di approfondimento culturale Mon, 13 Jan 2020 08:17:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg ‘Malim’ Said Agha Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/malim-said-agha/ 32 32 Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti. La letteratura testimoniale di Helga Schneider https://minimaetmoralia.it/altro/un-pugno-cioccolata-altri-specchi-rotti-la-letteratura-testimoniale-helga-schneider/ https://minimaetmoralia.it/altro/un-pugno-cioccolata-altri-specchi-rotti-la-letteratura-testimoniale-helga-schneider/#respond Mon, 13 Jan 2020 08:17:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42066 Immagina una bicicletta rossa, Hannelore, quando, al compimento dei 13 anni, suo padre le annuncia che è arrivato il momento di mostrarsi una fedele cittadina del Reich e contribuire a scovare gli ebrei per denunciarli, promettendole un regalo in cambio. Per la festa nazionale non ci si può esimere dall’esporre la bandiera germanica ma c’è chi, come Herr Kollner, decide di ignorare l’ordinanza nonostante le minacce del responsabile del caseggiato.

Solo davanti a Hannelore, che gli ricorderà i suoi doveri di cittadino, l’uomo, amareggiato e rabbioso per il modo in cui quell’adesione a una dittatura criminale si era innestata persino nelle menti dei bambini, le sferra uno schiaffo rivelandole di essere un ebreo, sperando così di risvegliarla da quel torpore. Il giorno dopo, al ritorno dalla scuola, Hannelore trova la sua bicicletta rossa ad attenderla, con cui prende a girare davanti al palazzo per suscitare le invidie dei suoi coetanei.

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Immagina una bicicletta rossa, Hannelore, quando, al compimento dei 13 anni, suo padre le annuncia che è arrivato il momento di mostrarsi una fedele cittadina del Reich e contribuire a scovare gli ebrei per denunciarli, promettendole un regalo in cambio. Per la festa nazionale non ci si può esimere dall’esporre la bandiera germanica ma c’è chi, come Herr Kollner, decide di ignorare l’ordinanza nonostante le minacce del responsabile del caseggiato.

Solo davanti a Hannelore, che gli ricorderà i suoi doveri di cittadino, l’uomo, amareggiato e rabbioso per il modo in cui quell’adesione a una dittatura criminale si era innestata persino nelle menti dei bambini, le sferra uno schiaffo rivelandole di essere un ebreo, sperando così di risvegliarla da quel torpore. Il giorno dopo, al ritorno dalla scuola, Hannelore trova la sua bicicletta rossa ad attenderla, con cui prende a girare davanti al palazzo per suscitare le invidie dei suoi coetanei. Vedrà, sconvolta, la Gestapo portare via Herr Kollner e sua moglie per poi scoprire, anni dopo, che a seguito della sua rivelazione, l’anziana coppia era stata condotta in un campo di concentramento.

Si snodano tra le responsabilità collettive, le contraddizioni della guerra, i disperati tentativi di salvezza di un nonno e di un nipote che disertano il Volkssturm, la trasfigurazione di luoghi che paiono paesaggi lunari, le storie di soldati che si invaghiscono delle loro vittime e di figlie che arrivano a cercare di uccidere le loro madri per liberarsi dai vincoli e seguire “il sacro cammino” verso una nuova era nazista, i temi affrontati da Helga Schneider nelle narrazioni brevi racchiuse in Per un pugno di cioccolata e altri specchi rotti, Oligo editore.

Dieci racconti in cui ogni protagonista declina a vario titolo la propria relazione con la memoria, un affresco eterogeneo che non si sottrae alla descrizione del fanatismo e dei suoi esiti inesorabili, come per la vicenda della diciannovenne Susanne, seguace di Hitler che preconizza un nuovo Reich e ripudia la madre, arrestata per la diffusione di materiale sovversivo per la resistenza. La volontà di raccontare le ripercussioni del regime e la ferocia della guerra da prospettive sempre diverse è evidente anche in altre storie narrate, come quella del soldato russo Pàvel Anatòl che persevera nel compiere violenze e soprusi, per poi prendere improvvisamente coscienza dell’assurdità di tale distruzione e scegliere di non farne più parte: “Non capiva più la guerra, il senso dell’odio, del sacrificio, della gioventù bruciata sui campi di battaglia. Chi era lui? Cos’era diventato? Un folle? Un traditore del compagno Stalin e della stessa patria russa? Non sapeva più chi fosse”.

Descrive il ricatto della miseria, perpetrato su persone fragili che si mostrano incapaci di difendere un’idea di giustizia e arrivano a rendersi complici del regime. Condizione che riguarda anche i bambini, come Lotte, la protagonista del primo racconto che, tentata in modo irrefrenabile dalla cioccolata e dal pane col burro di cui quasi non ricordava più il sapore non potrà esimersi dalle domande subdole di Frau Schmitt, moglie di un impiegato al Ministero dell’Alimentazione e Agricoltura. La rivelazione incauta della presenza del nonno nascosto in casa sfuggito sino a quel momento all’operazione Aktion T4, decreterà la fine della loro libertà.

Ogni narrazione che ancora oggi Helga Schneider consegna al lettore è una presa d’atto del proprio ruolo testimoniale, a ventiquattro anni da Il rogo di Berlino, Adelphi, con cui rese pubblica la sua storia. Cercò di sopravvivere ai bombardamenti in una città a fuoco, e all’abbandono definitivo della madre arruolatasi nelle SS come guardiana a Ravensbruck e poi a Birkenau. A sette anni conobbe la fame, gli stenti, vide corpi dilaniati dalle bombe, dovette assistere a uno stupro. Portò inesorabilmente con sé quelle immagini di morte, distruzione e violenza per il resto della sua vita. Anni di narrazioni per Adelphi, Rizzoli, Einaudi, oltre a narrativa per ragazzi per Salani in cui Schneider non abbandonerà mai realmente la dimensione dell’infanzia per testimoniare la dittatura nazista e usare la finzione narrativa per scavare nella memoria famigliare e collettiva della metà del Novecento anche attraverso l’affresco delle inquietudini e dei turbamenti di chi cresce scontrandosi con il peso di un dramma storico.

La sua linea narrativa si struttura sulla scelta di concepire il racconto personale come mezzo primario per compiere un’indagine emotiva accanto a quella storica. Percepisce la necessità di un distacco, anzitutto fisico ma anche interiore, individuando in una personale dimensione linguistica lo strumento primario per dare forma alla sua testimonianza. Identifica nell’italiano una lingua capace di innestarsi sulla memoria personale per farsi portatrice di quella collettiva e storica: in virtù del suo essere estranea al dolore può consentire di narrarlo.

Vive la scrittura con la fluidità della continua ricerca di una forma, dal romanzo alle narrazioni autobiografiche e alle memorie richiamando come costante l’essenzialità e la linearità espressiva priva di orpelli che contraddistinguono il suo tratto stilistico e le permettono di dare piena centralità ai sentimenti dominanti delle sue storie. Distante da forme di lirismo e retorica, la sua intera produzione letteraria intende rappresentare un atto di denuncia per una condizione comune vissuta da migliaia di persone e, al contempo, condividere sottotraccia con il lettore un’analisi sociologica degli esiti del fanatismo ideologico e smuovere la coscienza critica collettiva.

L’interesse a focalizzarsi sugli esiti individuali di una deriva morale della società porta Helga Schneider a non limitarsi a una mera rappresentazione della violenza e della ferocia durante il regime, ma a indagare i sentimenti del ritorno inteso sia a livello collettivo che individuale. Se da un lato emerge il ritratto di un paese ancora incapace di interrogarsi su una ricostruzione possibile, dall’altro affiora anche lo straniamento del non riconoscimento vissuto dai sopravvissuti. È ciò che accade ad Alfred che, appena liberato da un campo di concentramento in Polonia, torna a Berlino da sua moglie Inge in quel che rimane della sua casa. “Ritrovarsi. Avevano attraversato mesi, anni di squallore morale e vana ribellione. Trascinati e alienati dalla morsa di un regime mortale, si erano lasciati alle spalle la spensieratezza, la gioventù e la speranza. Il vuoto in cui erano stati precipitati sembrava aver inghiottito ogni traccia di luce e di futuro, e ora quell’abbraccio!”.

Tra le prose di invenzione basate su una profonda aderenza al reale, in Per un pugno di cioccolata Schneider inserisce sul finale due narrazioni autobiografiche legate agli avvenimenti che rappresentano le perdite che più avrebbero marcato la sua esistenza.

Il primo contributo rimanda al ricordo del fratello Peter. La distanza intercorsa negli anni dell’infanzia venne acuita dalla presenza di una matrigna incapace di accogliere e amare quella bambina irrequieta attanagliata dal dolore per considerare come suo unico figlio quel neonato abbandonato a diciotto mesi, cresciuto ignaro della verità sulla sua vera madre, di cui sarebbe venuto a conoscenza solo davanti all’anomalia dei documenti di nascita richiesti per sposarsi. Emerge il ritratto di un uomo diverso da quello che Helga immaginava, dipendente dall’alcol e depresso anche a causa della scoperta tardiva dell’abbandono della madre.

Il secondo riporta l’autrice in quelle ultime pagine al 1971 quando, da Bologna, decide di partire per andare a incontrare sua madre, per la prima volta dopo trent’anni, con suo figlio. Un incontro doloroso raccontato già nel 1995 ne Il rogo di Berlino, a cui ne seguirà solo un altro prima della morte, descritto in Lasciami andare, madre (Adelphi, 2001). La scelta di sposare come prioritaria la causa della Germania nazista e la sua missione per liberare la nazione e l’Europa dalla minaccia ebrea rivelerà esiti dolorosi anche in quell’incontro dopo decenni dall’abbandono. Si ispira a tale vicenda il film Let me go della regista londinese Polly Steele uscito nel 2017.

La narrazione che chiude Per un pugno di cioccolata riporta il lettore a quel disperato tentativo di una figlia di riappacificarsi con quella parte di sé cresciuta con il vuoto dell’assenza. Come raccontò in Lasciami andare, madre, a generare dolore è la consapevolezza di dover convivere con il contrasto lacerante tra l’attrazione nei confronti del suo stesso sangue, acuita dal suo essere a sua volta madre, e la ripugnanza nel guardarla conservare con cura, accanto all’uniforme nell’armadio, oggetti d’oro trafugati tra quelli tolti dalle SS ai deportati di Auschwitz prima di morire nelle camere a gas. Un incontro che avrebbe sancito uno spartiacque nell’elaborazione del dolore vissuto da Schneider: la percezione di quella privazione violenta vissuta negli anni come un’ossessionante presenza lascia il posto a quella che nel presente diventa una “irrevocabile assenza”.

La sua intera produzione letteraria si fonda sulla responsabilità di rivendicare un’idea di giustizia. Identifica nella scrittura il mezzo per compiere un atto di denuncia, anche nei confronti della condizione femminile sotto il nazismo (La baracca dei tristi piaceri, Salani, 2009).

Attribuisce una forma narrativa al proprio dolore personale per renderlo anzitutto custode e interprete della memoria storica e rappresentare un monito di impegno civile. E se ancora oggi a ottantadue anni Helga Schneider continua a tenere incontri pubblici, in particolare nelle scuole, e a consegnare ai lettori narrazioni come Per un pugno di cioccolata, è per invitare a chiedersi cosa sia rimasto della memoria della Shoah a fronte del dilagare di focolai antisemiti e del negazionismo.

È un interrogativo aperto sulla responsabilità della classe politica, della società civile ma anche della letteratura nel porre il lettore davanti a prospettive nuove per confrontarsi con la storia e con la memoria quello che lascia Helga Schneider, convinta, come sosteneva Jorge Luis Borges che “Noi siamo questa memoria, siamo questo museo chimerico di forme incostanti, questo mucchio di specchi rotti”.

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Saracha, il villaggio dei martiri https://minimaetmoralia.it/inchieste/saracha/ https://minimaetmoralia.it/inchieste/saracha/#respond Fri, 15 Nov 2013 14:36:34 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16387 Questa inchiesta è uscita sul manifesto. Una versione più breve è apparsa in inglese su Inter Press Service. (Foto: Giuliano Battiston.)

Giuliano Battiston, di ritorno dal distretto di Beshud, Jalalabad

Saracha è un villaggio di contadini del distretto di Beshud, alle porte di Jalalabad, la principale città afghana della provincia orientale di Nangarhar, a due passi dal confine con il Pakistan. Per raggiungerlo si deve lasciare il congestionato centro della città, puntare verso sud-est e costeggiare le alte mura di cemento dell’aeroporto di Jalalabad, che ospita una base militare americana e include la Forward Operating Base Fenty, uno dei centri strategici della guerra afghana: da qui partono molti dei silenziosi e micidiali droni diretti in Afghanistan e Pakistan. Superato l’aeroporto, continuando per un paio di chilometri, sulla sinistra si affaccia una stradina sterrata che porta a Saracha. Stretta tra due case, sembra una via chiusa, senza uscita, ma una volta imboccata si apre su campi rigogliosi, per poi passare accanto al cimitero del villaggio.

Da qualche giorno, nel cimitero ci sono tre nuove tombe, tre cumuli di terra alti più o meno mezzo metro, ricoperti di arbusti per evitare che i cani randagi scavino in cerca di carne non ancora decomposta. Lì sotto ci sono i corpi senza vita di Sahebullah, Wasihullah e Amanullah, tre dei cinque ragazzi uccisi a Saracha venerdì 5 ottobre da un attacco aereo dalle forze Isaf-Nato (che qui sono americani). Per i soldati stranieri erano “insurgents”, Talebani, pericolosi terroristi. Per gli abitanti di Saracha sono dei martiri, uccisi senza ragione. Così recita lo stendardo bianco su cui sono impressi i loro nomi, la loro età, i versetti del Corano.

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Nader Shah e Qasim Hazrat Khan pregano sulle tombe dei martiri

Questa inchiesta è uscita sul manifesto. Una versione più breve è apparsa in inglese su Inter Press Service. (Foto: Giuliano Battiston.)

Giuliano Battiston, di ritorno dal distretto di Beshud, Jalalabad

Saracha è un villaggio di contadini del distretto di Beshud, alle porte di Jalalabad, la principale città afghana della provincia orientale di Nangarhar, a due passi dal confine con il Pakistan. Per raggiungerlo si deve lasciare il congestionato centro della città, puntare verso sud-est e costeggiare le alte mura di cemento dell’aeroporto di Jalalabad, che ospita una base militare americana e include la Forward Operating Base Fenty, uno dei centri strategici della guerra afghana: da qui partono molti dei silenziosi e micidiali droni diretti in Afghanistan e Pakistan. Superato l’aeroporto, continuando per un paio di chilometri, sulla sinistra si affaccia una stradina sterrata che porta a Saracha. Stretta tra due case, sembra una via chiusa, senza uscita, ma una volta imboccata si apre su campi rigogliosi, per poi passare accanto al cimitero del villaggio.

Da qualche giorno, nel cimitero ci sono tre nuove tombe, tre cumuli di terra alti più o meno mezzo metro, ricoperti di arbusti per evitare che i cani randagi scavino in cerca di carne non ancora decomposta. Lì sotto ci sono i corpi senza vita di Sahebullah, Wasihullah e Amanullah, tre dei cinque ragazzi uccisi a Saracha venerdì 5 ottobre da un attacco aereo dalle forze Isaf-Nato (che qui sono americani). Per i soldati stranieri erano “insurgents”, Talebani, pericolosi terroristi. Per gli abitanti di Saracha sono dei martiri, uccisi senza ragione. Così recita lo stendardo bianco su cui sono impressi i loro nomi, la loro età, i versetti del Corano.

Il luogo dell’attacco aereo

Wasihullah ed Amanullah erano fratelli. Vivevano in una casa semplice in mezzo ai campi, a un chilometro dal cimitero, insieme ad altri quattro fratelli e a quattro sorelle. La quinta, sposata, vive ormai altrove. È una famiglia contadina, numerosa, quella di Qasim Hazrat Khan, il padre di Wasihullah e Amanullah. Mi viene incontro sudato, con un camicione marrone sgualcito, appiccicato alla pelle a causa dell’umidità. Mi conduce subito sul luogo dell’attacco aereo, in uno spiazzale dietro casa. Mi indica i posti dove ognuno dei ragazzi era seduto quella sera. Mostra sul terreno i fori dei proiettili. Ne conto almeno una ventina, lunghi una decina di centimetri, profondi. Raccolgo i resti di alcuni dei proiettili usati, pezzi di metallo deformati dall’esplosione. I colpi sono arrivati fin quasi alla casa. Quello più vicino alle mura è ai piedi di una balla di fieno, davanti a una piccola tettoia sotto la quale una mucca, due vitellini e qualche gallina spelacchiata si proteggono dal sole. “Questa è la nostra casa, la nostra vita. Siamo gente che lavora la terra, da molti anni qui non sentiamo uno sparo, non c’è mai stato uno scontro a fuoco. È un posto tranquillo, pacifico”, ripete Qasim Hazrat Khan, che ancora non si capacita di quel che è successo.

Le vittime: cinque ragazzini

Ci sediamo dall’altro lato della casa, su tre letti con le corde intrecciate, addossati alle pareti esterne. Qasim Hazrat Khan racconta di quella sera, dei suoi figli. Amanullah aveva 21-22 anni (da queste parti l’anagrafe non esiste, nei villaggi molti non hanno carta d’identità). Aveva studiato fino all’ultima classe delle ‘superiori’, la dodicesima, poi si era messo a lavorare (il padre mostra un tesserino secondo il quale Amanullah lavorava per le forze governative afghane, dal 4 marzo 2013). Era sposato e aveva tre figlie. Suo fratello Wasihullah aveva 10 anni, frequentava il quinto anno in una scuola del villaggio di Samarkheel, poco distante. Quella sera era contento perché c’era anche un suo amichetto, Sahebullah, un ragazzino di 14 anni. Sahebullah era andato a scuola fino alla settima classe, ma da qualche mese “stava facendo un apprendistato in un’officina di Jalalabad per imparare il mestiere di fabbro”.

A raccontarmelo è Nader Shah, suo fratello. Ha 35 anni, indossa un abito marrone, in testa ha il tradizionale cappello pakul. Viene a sedersi insieme a noi, porta con sé la foto incorniciata del fratellino: “prima che Sahebullah jan morisse, eravamo 9 fratelli e una sola sorella”, spiega, senza riuscire a trattenere le lacrime. Con i fratelli Wasihullah e Amanullah e l’amichetto Sahebullah, quella sera c’erano altri due ragazzini: Asadullah Delsos e Gul Nabi. Il primo, cugino dei due fratelli, “14 anni, aspettava che gli crescessero i baffetti sulle labbra”, mi dicono; l’altro, racconta Qasim Hazrat Khan, “era un ragazzino di 15 anni, la cui famiglia si è trasferita qui da Pachir, nel distretto di Khogyani. Da un po’ di tempo lui faceva il carpentiere a Kabul, ma tornava ogni volta che bisognava lavorare la terra”.

L’attacco delle forze Isaf-Nato

La sera di venerdì 5 ottobre, sul piazzale aperto alle spalle della casa di Qasim Hazrat Khan c’erano tre ragazzini sui 15 anni, un ragazzo di 21 e un bambino di 10. Avevano passato la serata “a sparare agli uccelli con dei badì (fucili ad aria compressa, ndr). Da queste parti è normale, lo abbiamo sempre fatto. Non erano mica degli yaghì (ribelli, ndr) i miei ragazzi”. Poi, improvvisamente, gli spari dall’alto, ricorda Qasim Hazrat Khan. “Erano le 21.40-22 quando ho sentito la prima di tre lunghe sequenze di spari. Stavo dormendo e mi sono alzato. Sono seguiti dei minuti di silenzio. Sono salito sul tetto per vedere cosa succedeva. Ho visto almeno due elicotteri e, più in lontananza, anche gli aerei senza pilota. Poi c’è stata una seconda sequenza di spari. I bambini hanno cominciato a piangere. Ho spinto dentro quelli che erano saliti sul tetto. Sono risalito. Vedevo solo le luci rosse sul terreno sotto casa”. Qasim Hazrat Khan racconta della terza raffica, della concitazione, della paura, delle telefonate fatte agli amici per capire come comportarsi, del sangue che inspiegabilmente gli colava sulla bocca, delle voci che si accavallavano e che non riusciva a decifrare. E poi di quella frase terribile, distinta tra le altre: “i tuoi figli sono morti”.

È uscito di casa, correndo verso i figli. Lo hanno trattenuto: “c’erano tantissimi soldati stranieri, con armi pesanti. Mi dicevano di stare lontano, di non avvicinarmi, ché mi avrebbero sparato. I miei figli erano a 10 metri di distanza, gli americani scattavano fotografie, io non potevo neanche accertarmi che fossero proprio i loro, quei corpi insanguinati”. “Sono rimasti lì a lungo”, aggiunge Nader Shah, il fratello maggiore del piccolo Sahebullah. “L’attacco c’è stato verso le 10 di sera, i corpi sono stati portati all’ospedale di Jalalabad soltanto verso l’1 e 40 del mattino, quando hanno ordinato ai funzionari afghani – chiamati da noi – di prelevarli. Siamo riusciti a riprendere i corpi dei nostri ragazzi solo verso le 2.30 del mattino”, dice Nader Shah. “Io stesso mi sono occupato di lavarli e di pulirli con il cotone, all’ospedale”.

I familiari di Asadullah, 14 anni

È all’ospedale che i familiari del piccolo Asadullah hanno saputo che era morto. Lo avevano affidato al cugino Amanullah, lo credevano al sicuro, felice. Li incontro in un quartiere periferico di Jalalabad. Nel cortile interno di casa mi accolgono in 17. A parlare con me sono soprattutto il padre di Asadullah, Dagarwal Khan Agha, e suo fratello maggiore, ‘Malim’ Said Agha. Sono i due uomini più anziani di questa famiglia originaria del distretto di Kama, “ma da 40 anni viviamo a Jalalabad”. Dagarwal Khan Agha è ancora confuso. Ha gli occhi stanchi, le occhiaie profonde, il volto segnato da notti insonni e tormentate. Si guarda intorno smarrito, come se cercasse suo figlio Asadullah tra tutti questi ragazzi dai capelli scuri. Parla poco, e poco volentieri, Dagarwal Khan Agha, logista nel carcere di Jalalabad. Lo fa solo per ricordare Asadullah: “frequentava l’undicesima classe alla Nazrat High School, qui a Jalalabad, aveva 14-15 anni. Gli piaceva studiare, era bravo, seguiva anche dei corsi di inglese e computer perché voleva ottenere una buona posizione in futuro. Per aiutare il suo paese”.

Venerdì 5 ottobre, come molte altre volte, Asadullah era andato a dormire dai cugini, “succedeva spesso, specie nei giorni di festa, il giovedì e il venerdì”. Quella notte suo padre ha ricevuto una telefonata dai parenti di Saracha, verso le 2.30 del mattino. “Mi dicevano che stava male, che sarei dovuto andare all’ospedale. Quando sono arrivato lì, mi hanno avvertito che avrei trovato il corpo di mio figlio nella camera mortuaria”, racconta Dagarwal Khan Agha, che ancora non ha capito cosa sia successo quella sera. “Nessuno è riuscito a spiegarmelo. Sono andato a Saracha, per cercare di capire come e perché mio figlio è morto. Ma è stato inutile”.

Le giustificazioni delle forze Isaf-Nato

Inutili gli sono apparse anche le giustificazioni dei portavoce Isaf-Nato. Già il giorno successivo all’attacco aereo, sabato 6 ottobre, dall’ufficio del presidente Karzai è partita una dichiarazione di condanna dell’operazione condotta dalle forze Isaf-Nato. Le autorità locali di Nangarhar parlavano infatti di vittime civili, di ragazzi innocenti. Il tenente colonnello Will Griffin, uno dei portavoce Isaf-Nato, intervistato dall’agenzia France Press replicava dicendo che non gli risultavano vittime civili. I dispacci ufficiali recitavano il solito mantra: attacco aereo di precisione, chirurgico, a danno di “insurgents”. “Non accetto che si dica una cosa del genere. Erano bambini, non sapevano niente di come si fa una guerra, non volevano farla. Erano a due passi da casa. Non si nascondevano. Non avevano fatto niente di male. Sono stati uccisi dei ragazzini innocenti”, risponde stizzito lo zio di Asadullah, ‘Malim’ Said Agha. Il quale ricorda anche l’inchiesta condotta dalle autorità afghane, “da cui risulta che erano del tutto innocenti”. Raggiunto al telefono, Ahmad Zia Abdul Zai, portavoce del governatore della provincia di Nangarhar, conferma che “il vice-governatore di Nangarhar, Mohammed Hanif Gardiwal, ha mandato un suo uomo nell’area dell’incidente, insieme a un rappresentante del ministero dell’Interno mandato su richiesta del presidente Karzai”. La loro inchiesta ha dimostrato che “i cinque ragazzi uccisi non erano legati agli insorti”.

Erano vittime civili: l’errore riconosciuto, ma in privato

Secondo quanto racconta Qasim Hazrat Khan – il padre di Amanullah e Wasihullah -, i rappresentanti delle forze Isaf-Nato avrebbero riconosciuto l’errore già martedì 8 ottobre, ma solo in privato. “Uno dei responsabili dell’aeroporto militare, un americano, mi ha invitato personalmente a raggiungerlo nel suo ufficio, insieme a un traduttore. Lì, ha ammesso che i nostri figli erano stati uccisi per un errore”. Qasim Hazrat Khan dice di aver fatto molte domande al “comandante americano” (di cui non sa dire il nome): “una volta George Bush ha sostenuto che gli americani sono capaci di trovare perfino lo spillo di un ago sulla faccia della terra. Ma allora perché non distinguono le armi dei Talebani dai badi dei nostri ragazzi? Questo gli ho chiesto. E poi gli ho domandato perché non hanno provato a prenderli vivi. Perché ucciderli così?”. Quando il “comandante americano” gli ha chiesto che cosa si aspettasse da lui, che cosa volesse, ora che i suoi figli erano morti, Qasim Hazrat Khan è stato netto: “consegnateci i due piloti degli elicotteri che hanno ucciso i miei figli, mio nipote e gli altri ragazzi, gli ho risposto. Li tratteremo come prevede la nostra cultura, come insegna il Corano e prescrivono gli Hadith. Ve li riconsegneremo chiedendo scusa, come fanno gli americani con noi”. Il comandante ha risposto che era impossibile, ma ha aggiunto che avrebbe potuto parlarne con dei funzionari più importanti di lui, in un altro incontro.

L’offerta di “compensazione”nell’ufficio del governatore

Quell’incontro si è svolto mercoledì 9 ottobre, nel palazzo del governatore di Nangarhar. A partecipare erano in molti: per qualche minuto il governatore uscente Gul Agha Sherzai (dimessosi pochi giorni fa per partecipare alle elezioni presidenziali); il vice-governatore, Mohammed Hanif Gardiwal; diversi rappresentanti delle forze di sicurezza afghane, tra cui Fazil Ahmad Sherzad, responsabile per la sicurezza nella provincia di Nangarhar, il colonnello Sahib Khan, a capo della sicurezza nel distretto di Beshud, il generale Abdul Rahman, rappresentante del ministero degli Interni, venuto da Kabul. Oltre a loro, c’erano cinque “elders” (gli anziani a capo delle Jirga tribali, i consigli locali); i parenti di tutte e cinque i ragazzi uccisi; due alti rappresentanti delle forze Isaf-Nato, i cui nomi non sono noti. “Per la nostra famiglia ho partecipato io, in quanto membro più anziano”, ricorda ‘Malim’ Said Agha. “Gli americani si sono scusati, hanno ammesso di aver ucciso degli innocenti, ci hanno promesso che ci avrebbero aiutato”.

Anche Qasim Hazrat Khan sostiene che i rappresentanti Isaf-Nato abbiamo ammesso l’errore, nell’incontro di mercoledì 9 ottobre: “ci hanno chiesto scusa, davanti a tutti”, ricorda. Ahmad Zia Abdul Zai, portavoce del governatore di Nangarhar, al telefono conferma anche questo: “gli americani hanno presentato le loro scuse davanti ai familiari delle vittime e davanti alle autorità di Nangarhar”. Ho chiesto conferma anche al tenente colonnello Will Griffin, portavoce Isaf-Nato, responsabile Press Desk al quartier generale di Isaf-Public Affairs. La sua risposta è questa: “Mr Battiston, l’incidente a cui si riferisce è ancora sotto esame. Sarebbe inappropriato commentarlo ora”.

Le richieste dei familiari delle vittime

I parenti delle vittime concordano nel dire di aver ricevuto delle offerte alla fine dell’incontro, come “compensazione” per le perdite subite. “Gli americani ci hanno detto che ci avrebbero aiutato, che ci avevano portato delle cose utili e che altre ce ne avrebbero portate. No, non ci hanno offerto del denaro. Ma all’uscita c’erano delle automobili cariche di sacchi. Siamo stati tutti d’accordo nel rifiutare: siamo poveri ma non vendiamo il nostro stesso sangue”, sostiene ‘Malim’ Said Agha. “Al governatore e al suo vice, che insistevano perché accettassimo qualcosa, abbiamo detto che avrebbero fatto meglio a costruire una madrasa, una moschea, un ospedale, qualcosa di utile per la gente di qui, dedicato alla memoria dei nostri martiri”. L’unica richiesta dei parenti delle vittime, sostiene ‘Malim’ Said Agha, “è vedere i soldati colpevoli sotto processo. Molte volte gli americani, qui e altrove, hanno ucciso donne e bambini, innocenti, e poi chiesto scusa. É tempo che tutto questo finisca. É tempo che paghino per le loro azioni”. “La nostra richiesta l’abbiamo già fatta”, ribadisce Qasim Hazrat Khan mentre ci avviamo verso le tombe dei suoi figli, a Saracha. “Che ci consegnino i piloti, o che li consegnino a qualche tribunale afghano. Devono rispondere di quel che hanno fatto di fronte alla nostra legge, non a quella degli americani”, mi dice convinto. Arriviamo alle tombe. Ci fermiamo. Qasim Hazrat Khan e Nader Shah pregano, le braccia allargate, le palme delle mani rivolte verso l’alto. “É qui che sabato mattina abbiamo tenuto la cerimonia funebre. Ed è qui che ora, ogni mattina, si presentano i nostri parenti, gli amici, perfino persone sconosciute per pregare per i nostri ragazzi”. Il villaggio è già stato ribattezzato, spiega Nader Shah: “Ora si chiama Saracha Deh Shaidano Qalae”: Saracha, il villaggio dei martiri.

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