Mandelstam Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mandelstam/ un blog di approfondimento culturale Tue, 01 Oct 2019 00:59:43 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mandelstam Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mandelstam/ 32 32 Una nota amara sulla Risoluzione del Parlamento europeo https://minimaetmoralia.it/attualita/nota-amara-sulla-risoluzione-del-parlamento-europeo/ https://minimaetmoralia.it/attualita/nota-amara-sulla-risoluzione-del-parlamento-europeo/#comments Mon, 30 Sep 2019 08:27:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41219 Riceviamo un contributo di Massimo Amato, professore di Storia economica e del pensiero economico all'università Bocconi di Milano.

di Massimo Amato

Ci ho messo un po’ a vincere la repulsione, ma alla fine ce l’ho fatta, e ho letto il testo integrale della Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019. Come molto probabilmente non si sa, il testo è stato “blindato” da riunioni dei gruppi parlamentari e trasmesso ai deputati solo un’ora prima della votazione, che peraltro lo ha approvato a larghissima maggioranza.

Da ex candidato a quel Parlamento mi sono chiesto che cosa avrei fatto se fossi stato eletto e fossi stato là. Ebbene, né il voto contrario né l’astensione mi sarebbero bastati, poiché in qualche modo essi avrebbero ancora legittimato l’operazione rappresentata della Risoluzione.

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Riceviamo un contributo di Massimo Amato, professore di Storia economica e del pensiero economico all’università Bocconi di Milano.

di Massimo Amato

Ci ho messo un po’ a vincere la repulsione, ma alla fine ce l’ho fatta, e ho letto il testo integrale della Risoluzione del Parlamento europeo del 19 settembre 2019. Come molto probabilmente non si sa, il testo è stato “blindato” da riunioni dei gruppi parlamentari e trasmesso ai deputati solo un’ora prima della votazione, che peraltro lo ha approvato a larghissima maggioranza.

Da ex candidato a quel Parlamento mi sono chiesto che cosa avrei fatto se fossi stato eletto e fossi stato là. Ebbene, né il voto contrario né l’astensione mi sarebbero bastati, poiché in qualche modo essi avrebbero ancora legittimato l’operazione rappresentata della Risoluzione. Avrei chiesto di intervenire, e dopo l’intervento avrei lasciato l’aula. Ecco cosa avrei detto:

“Questa risoluzione non ha nessuna legittimità politica. E non ha nessuna legittimità politica perché non ha nessuna legittimità intellettuale.

Il dibattito sulla storia europea del secolo scorso è lungi dall’essere stato impostato con sufficienza. Né aprirlo né tantomeno chiuderlo può essere appannaggio di organi politici.

E forse non è nemmeno appannaggio dei soli storici. Al di là della giusta questione concernente lo stabilimento dei fatti, e dell’attribuzione dei crimini ai singoli regimi, i “criminali planetari” che l’Europa ha mostrato di saper partorire hanno connotati tali che solo una considerazione pensante del nichilismo europeo, da cui sono sorti tanto i totalitarismi quanto i regimi che vi si sono opposti, potrebbe aiutarci a muovere passi non troppo incerti nella direzione della loro comprensione.

Questa considerazione pensante, già di per sé così difficile, è resa ancora meno praticabile dalla grottesca ricostruzione storiografica che innerva la Risoluzione.

Si pretende di fornire una spiegazione monocausale dello scoppio della II guerra mondiale, e così facendo si sbaglia metodologicamente in modo davvero grossolano.  E ci si sbaglia una seconda volta indicando la pretesa mono-causa nel patto Molotov-Ribbentrop. Ci si concentra sul 1939, quando il 1929 (crisi mondiale e ascesa di Hitler) e 1919 (la mostruosa pace di Versailles) sono molto più importanti per capire da dove viene la guerra.

Ma soprattutto, si condannano i totalitarismi senza mai darne una definizione anche solo lontanamente, non dico meditata, ma almeno precisa.

E in tutta questa confusione non ci si rende conto che un tratto tipico dei regimi davvero totalitari, anzi il loro tratto nichilistico cruciale, è proprio la loro pretesa di decidere per decreto il senso della storia.

Mi aspetterei che storici di vaglia si levino autorevolmente contro assurde semplificazioni storiografiche, di metodo e di merito che rendono irricevibile questa Risoluzione. Visto che sono di vaglia, non vorranno certo opporgliene altre.

Se, per passare a un altro piano, esistesse un’etica dell’azione politica, essa dovrebbe innanzitutto mettere in chiaro quali sono i limiti dell’azione politica stessa. Dovrebbe ribadire, cioè, che certe cose semplicemente non si fanno.

Anche perché, se la Risoluzione è priva di senso storico e filosofico, allora deve avere un senso strumentale, ben racchiuso nei riferimenti stolidamente minacciosi alla Russia di Putin (si vedano i punti K, 15 e 22 della Risoluzione), rea di una semplificazione di senso opposto. Come ti permetti di decretare come è andata la storia, o piccolo zar? Come sono andate le cose lo decretiamo noi, che siamo i veri democratici.

Bravi, come volevasi dimostrare. Come se non fosse terribilmente vero che “il nichilismo celebra il suo più alto trionfo quando riesce a travestirsi da difensore della moralità”.

Non vorrei mai che il Parlamento europeo, ringalluzzito dal fatto di aver “sistemato” la storia, si metta a produrre Risoluzioni filosofiche, per esempio su Nietzsche e il nichilismo europeo. E magari anche matematiche, che so, su Hilbert, riabilitandolo e dichiarando Gödel nemico del progresso e dei valori fondanti della UE. Che, a differenza di quelli di Nietzsche, non si svalutano mai.

Per quanto sia faticoso, bisogna provare a risalire la pericolosa china che ha preso la chiacchiera europea. L’Europa ha il dovere morale di essere un laboratorio di pensieri politici all’altezza del mondo pericoloso che l’Europa stessa, anzi l’Europa più di altri, ha storicamente contribuito a creare. Si occupi del suo futuro preoccupandosi del suo presente.

La prima cosa che deve fare è smettere evocare le “minacce esterne” (cfr. il punto “I” della Risoluzione), e iniziare a lavorare contro se stessa. Giacché il primo vero nemico dell’Europa è un’Europa che sragiona, così come ha mostrato di saper fin troppo bene fare oggi, 19 settembre 2019.

Ossip Mandel’stam morì di stenti alla Kolyma per aver scritto un epigramma contro Stalin. Consiglio a tutti di leggerlo, perché parla anche delle dittature a venire. Ve ne ricordo solo un verso: “le sue parole sono vere come chilogrammi”.

Sarebbe bene che anche le risoluzioni di questo Parlamento non si misurassero a chili.”

Appendice

Nel gennaio del 1934, Ossip Mandel’stam, poeta eccelso, ma dichiarato irrilevante da una Risoluzione dei letterati di regime, legge a Boris Pasternak e ad Anna Achmatova un epigramma su Stalin. Pasternak impallidisce e dice a Mandel’stam: “brucia subito tutto”. Ma Mandel’stam non lo fa, dopo poco vien arrestato e parte per la Kolyma, dove muore di delirio e di stenti, e viene sepolto in una fossa comune. Nessuno lo vede, salvo, poeticamente, Varlam Salamov, che nei Racconti della Kolyma glidedica un racconto, Cherry Brandy.

Le poesie a stampa di Mandel’stam vengono distrutte. Arriveranno a noi solo perché la moglie Nadezda le imparerà a memoria, ripetendole tutte, ogni giorno della sua vita. Verranno poi diffuse dal Samizdat e pubblicate ufficialmente solo dopo la caduta dell’URSS.

Ecco la poesia per cui Mandel’stam trovò la morte.  Parla di non solo di Stalin ma anche del fascismo, perché, come disse una volta Mandel’stam, “non odio niente come odio il fascismo, in qualunque forma esso si manifesti”. Ma parla anche di ogni ipocrisia, perché come disse un’altra volta Mandel’stam, “non sapevo che ci trovassimo a vivere sotto gli artigli degli umanisti”.

Viviamo senza sentire la terra sotto  i piedi,
i nostri discorsi a dieci passi non si odono più
e dove un mezzo discorso si abbozza,
il montanaro del Cremlino è nominato.
Le sue dita tozze sono grasse come vermi
le sue parole vere come chilogrammi,
i baffetti da scarafaggio ridono sornioni,
luccicano i suoi gambali.

Intorno a lui una ciurma di capetti dal collo sottile,
e lui si diletta dei servigi di mezzi uomini:
chi fischia, chi miagola, chi frigna
non appena apre bocca e alza un dito.
Forgia decreti su decreti, come ferri di cavallo –
ne dà a chi nell’inguine, a chi sulla fronte, a chi nelle sopracciglia, a chi negli occhi.
Quando non condanna a morte è festa grande,
grande come il petto dell’osseta.

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Da Tolstoj a Nabokov, le opere salvate dalle mogli https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-the-wives-the-women-behind-russias-literary-giants/ https://minimaetmoralia.it/libri/recensione-the-wives-the-women-behind-russias-literary-giants/#comments Thu, 31 Jan 2013 14:00:47 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12699 Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Sofia e Lev Tolstoj.)

Per quanti romanzi russi possiamo avere letto e amato, è sempre poco quel che sappiamo dei loro autori e soprattutto delle loro mogli. Abbiamo notizia e memoria di Sofia Tolstoj e Anna Dostoevskij. Delle signore Nabokov, Bulgakov, Mandelstam e Solzhenitsyn riconosciamo facilmente i cognomi e fatichiamo a ricordare i nomi. Nella migliore delle ipotesi diamo loro merito di essere state compagne e muse, ignorando spesso l’effettiva portata che la loro presenza ha avuto nella storia della letteratura russa. A colmare la lacuna arriva dall’America un importante libro dal titolo The Wives: The Women Behind Russia’s Literary Giants (Pegasus Book, $ 27,95), ovvero ‘Le mogli: le donne dietro i giganti della letteratura russa’. A firmarlo è Alexandra Popoff, giornalista e scrittrice russa che attualmente vive in Canada, figlia a sua volta di una scrittore e cresciuta con la convinzione che “tutte le mogli degli scrittori fossero coinvolte nel lavoro creativo del marito tanto quanto lo era mia madre”. Ovvero, che quella di “moglie di scrittore” fosse in sé un mestiere.

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Questo pezzo è uscito su Repubblica. (Immagine: Sofia e Lev Tolstoj.)

Per quanti romanzi russi possiamo avere letto e amato, è sempre poco quel che sappiamo dei loro autori e soprattutto delle loro mogli. Abbiamo notizia e memoria di Sofia Tolstoj e Anna Dostoevskij. Delle signore Nabokov, Bulgakov, Mandelstam e Solzhenitsyn riconosciamo facilmente i cognomi e fatichiamo a ricordare i nomi. Nella migliore delle ipotesi diamo loro merito di essere state compagne e muse, ignorando spesso l’effettiva portata che la loro presenza ha avuto nella storia della letteratura russa. A colmare la lacuna arriva dall’America un importante libro dal titolo The Wives: The Women Behind Russia’s Literary Giants (Pegasus Book, $ 27,95), ovvero ‘Le mogli: le donne dietro i giganti della letteratura russa’. A firmarlo è Alexandra Popoff, giornalista e scrittrice russa che attualmente vive in Canada, figlia a sua volta di una scrittore e cresciuta con la convinzione che “tutte le mogli degli scrittori fossero coinvolte nel lavoro creativo del marito tanto quanto lo era mia madre”. Ovvero, che quella di “moglie di scrittore” fosse in sé un mestiere.

Parlando di Véra Nabokov, l’artista rumeno Saul Steinberg ne centrò pienamente l’insostituibilità del ruolo dicendo: “Sarebbe difficile scrivere di Véra senza citare Vladimir. Ma sarebbe impossibile scrivere di Vladimir senza citare Véra”. Eppure, in vita, Véra e le altre non cercarono alcuna forma di riconoscenza. Preferirono l’ombra alla ribalta. Chiesero espressamente di non figurare mai, da nessuna parte, nemmeno nelle note a margine dei libri dei mariti. Se ne infischiarono solennemente delle simpatie dei lettori.

Colte, appassionate di letteratura, zelanti e riservate, capaci di dare una mano (scrivendo sotto dettatura, trascrivendo o ribattendo a macchina i manoscritti dei mariti) e desiderose di farlo, vennero scelte dai rispettivi mariti non per calcolo o convenienza, ma perché erano suddette qualità a renderle innamorabili. E loro stesse videro nel matrimonio con uno scrittore la possibilità (altrimenti negata) di intraprendere una carriera letteraria. Di diventare anch’esse scrittrici. Come Popoff aveva sospettato da bambina, quello di “moglie di scrittore” diventò così un mestiere a tutti gli effetti.

Pioniere della scena furono le più celebri Anna Dostoevskij e Sofia Tolstoj, che giovanissime non esitarono nel gettarsi con passione e pazienza in quelli che furono due dei matrimoni più discussi (e complessi) della storia della letteratura russa. Nessuna delle due ebbe vita facile accanto al marito, eppure non rinnegarono mai scelte e promesse. Di Anna Dostoevskij si racconta che alla morte del marito, scherzando, ebbe a dire, “Ma chi mai potrei sposare dopo Dostoevskij? Solo Tolstoj!” E Sofia Tolstoj ebbe il merito di salvare, rimasta vedova, una parte del manoscritto di Guerra e pace. È all’opera dei mariti che giurarono, e mantennero, fedeltà eterna, divenendo un modello per le generazioni a venire più di qualsivoglia eroina di romanzo. A seguirne l’esempio saranno così le future mogli di Nabokov, Bulgakov, Mandelstam e Solzhenitsyn.

La più appassionante e bella delle storie raccontate da Popoff è quella di Nadezda Mandelstam, che amò il marito esattamente per quello che era: un poeta. Perseguitato dal regime stalinista e deportato in un gulag prima che gran parte della sua opera venisse pubblicata, Osip Mandelstam deve la sopravvivenza dei suoi versi all’amata moglie, che per timore che non sopravvivessero su carta li imparò a memoria. Rimasta vedova, e con i versi del marito in testa, Nadezda vagò per anni in esilio aspettando la morte di Stalin e riuscendo infine a pubblicare le poesie del marito. Così fu la vita di Nadezda, e non ne avrebbe voluta una differente. Quando, giovane sposa devotissima al marito, il fratello ebbe a rimproverarle di essere diventata l’eco di Osip, Nadezda senza esitare né temere rispose: “A noi piace così”.

Avrebbe risposto allo stesso modo Véra Nabokov, a cui dobbiamo la salvezza di Lolita dalle fiamme. Dopo averlo scritto, Nabokov di fatto decise di bruciarlo. Se non lo fece fu solo grazie a Véra, che irremovibile lo fermò davanti all’inceneritore impedendogli di distruggere il manoscritto. E insieme al salvataggio di Lolita, di Véra ci piace ricordare un aneddoto. Nel 1937 i coniugi Nabokov furono costretti a quattro mesi di lontananza, e in quei mesi Vladimir intraprese una relazione extraconiugale con una fan, tale Irina Guadanini. Véra sapeva, ma lasciò fare, incoraggiando addirittura il marito a scegliere l’altra donna se ne era innamorato. Depresso dall’inattesa reazione della moglie, Vladimir mise fine alla relazione con Irina. Anni dopo, lavorando all’epistolario del marito, Véra s’imbatté in una lettera che le era stata scritta a margine del tradimento. La lettera diceva: “Mio caro amore, tutte le Irine del mondo non potranno alcunché”. Aggiunse Véra in una nota alla parola “Irine”: “Varie signore con questo nome che hanno flirtato o hanno avuto mire su Vladimir Nabokov”. Prima di morire, infine, interrogata sulla sua collaborazione col marito, si limitò a dire: “Lo svegliavo non dal sonno ma dalle farfalle”. E anche questo fa parte del mestiere.

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