Manuel Anselmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/manuel-anselmi/ un blog di approfondimento culturale Tue, 04 May 2021 07:26:17 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Manuel Anselmi Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/manuel-anselmi/ 32 32 L’urgenza della ricerca https://minimaetmoralia.it/societa/lurgenza-della-ricerca/ https://minimaetmoralia.it/societa/lurgenza-della-ricerca/#respond Tue, 04 May 2021 07:26:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48566 di Manuel Anselmi In un articolo del 2001 dal titolo “Sociologia e teoria critica della società”, apparso su Questioni di Sociologia, Luciano Gallino tracciava un bilancio della ricezione della Scuola di Francoforte nell’ambito delle scienze sociali italiane, lamentandone un progressivo abbandono dopo un periodo entusiastico durato fino alla fine degli anni Settanta. Gallino, che era […]

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di Manuel Anselmi

In un articolo del 2001 dal titolo “Sociologia e teoria critica della società”, apparso su Questioni di Sociologia, Luciano Gallino tracciava un bilancio della ricezione della Scuola di Francoforte nell’ambito delle scienze sociali italiane, lamentandone un progressivo abbandono dopo un periodo entusiastico durato fino alla fine degli anni Settanta. Gallino, che era stato il traduttore italiano dell’Uomo a una dimensione di Marcuse, in quell’occasione denunciava una generale deriva specialistica concentrata sul ‘particulare’ empirico e un atteggiamento sempre più passivo delle scienze sociali italiche nei confronti di una realtà sociale che, negli anni ’80 e ’90, si era andata ristrutturando secondo le logiche del neoliberismo. A giudizio del sociologo torinese i suoi colleghi italiani, dimenticando, o sarebbe meglio dire tradendo, le indicazioni dei francofortesi, avevano progressivamente rinunciato a uno sguardo sulla totalità e ad ogni pretesa di sua trasformazione in favore di un più facile neopositivistico neutralismo ideologico. Le parole di Gallino apparvero allora eccessive e persino nostalgiche, anche perché non tenevano conto di quella parte della sociologia italiana che, in controtendenza rispetto al conformismo del reflusso proprio in quegli anni, aveva trovato una qual certa opzione critica alternativa nella tradizione francese di Foucault e di Bourdieu.

Oggi però leggendo le quasi quattrocento documentatissime pagine del volume di Giorgio Fazio Ritorno a Francoforte. Le avventure della nuova teoria critica, appena pubblicato da Castelvecchi, il bilancio negativo di Gallino trova delle conferme. Fazio mostra chiaramente quanto la Scuola di Francoforte negli ultimi decenni si sia rinnovata e sia cresciuta propagandosi in differenti contesti internazionali. Mentre nel nostro paese –  fatta eccezione di alcune encomiabili realtà come la Società Italiana di Teoria Critica, dalle cui fila prende le mosse il lavoro di Fazio – in modo del tutto semplificato e pregiudiziale, e anche ideologicamente sospetto, si è imposta una certa narrazione manualistica che ha liquidato l’intera vicenda come gloriosa ma connotata da una certa obsolescenza teorica.

Ritorno a Francoforte è quindi innanzitutto uno strumento utilissimo per avere uno sguardo  d’insieme su una complessa vicenda intellettuale iniziata nel 1930 con l’assunzione di Max Horkheimer al ruolo di direttore dell’Institut für Sozialforschung di Francoforte, fondato nel 1923. L’impianto storiografico scelto mostra quanto anche l’evoluzione di questo movimento culturale abbia seguito una dialettica scandita dal rapporto tra critica e tradizione. In questo senso Fazio utilizza i commenti degli esponenti dell’ultima generazione per commentare i passaggi chiave della prima. La complessa traiettoria di ricerca di Habermas, che una certa vulgata ha spesso presentato come una figura epigonica, viene invece rivalutata soprattutto per la sua funzione di cerniera tra i fondatori e i più giovani interpreti.

L’ultima parte del libro è forse quella più innovativa poiché fornisce un quadro molto esaustivo del dibattito contemporaneo, caratterizzato da un’apertura verso l’esterno e una varietà di approcci di sicuro maggiore della fase iniziale. L’autore si sofferma giustamente sulla svolta hegeliana di Axel Honneth la cui teoria del riconoscimento ha dato un significativo impulso per un ritorno all’analisi diretta della società, abbandonando una certa subalternità alle istanze di fondazione discorsiva della normatività di pretto conio habermasiano. Honneth prepara così il terreno agli studi sulle forme di vita del capitalismo di Rahel Jaeggi o ai lavori sull’accelerazione sociale di Hartmut Rosa. Ma anche di autori meno conosciuti. È il caso, per esempio, di Emmanuel Renault che è riuscito a combinare con successo la svolta della teoria del riconoscimento di Honneth con un ritorno a Marx, nel quadro di una ricerca empirica diretta a esplorare i territori della «sofferenza sociale» e dell’«esperienza dell’ingiustizia», in particolare nelle odierne forme del lavoro precario e deregolamentato del capitalismo neoliberista, dimostrando in questo modo l’utilità di una prospettiva critica epistemologicamente plurale.

Ritorno a Francoforte riesce ad offrire una varietà di temi di grandissima utilità non solo al lettore interessato ad avere un quadro puntuale del dibattito della filosofia sociale contemporanea, ma anche per lo scienziato sociale che necessita di strumenti ermeneutici per una comprensione più amplia della dimensione empirica. Particolarmente degno di nota è il capitolo che l’autore dedica alla questione europea, sottolineando quanto – anche questo merito habermasiano – sia uno dei temi centrali della recente riflessione francofortese, animata oltre che dall’autore di Teoria dell’agire comunicativo anche da Wolfgang Streeck e da altri studiosi come Hauke Brunkhorst o lo stesso Honneth.

Davanti a un tale sforzo di sintesi, che anche per lo stile chiaro vuole essere molto di più che un compendio di storia del pensiero ma piuttosto uno strumento di approfondimento per studiosi di differenti discipline, viene però da chiedersi se la proposta di Fazio rischi di cadere nel vuoto oppure abbia la possibilità di incontrare un interesse nella comunità scientifica italiana.  Durante la lettura le suggestioni in tal senso possono essere tante. Dall’uso della riflessione dei già menzionati studi sull’accelerazione e la temporalità sociale di Rosa per ricostruire la dimensione sociale reale di nuove forme di soggettività sociale dei precari e dei lavoratori para-subordinati; alla possibilità, sul piano strettamente politico, di esplorare nel profondo le nuove tendenze sociali globali neo-autoritarie che la scienza politica e il diritto incasellano in etichette del tipo: softauthoritarianism, illiberal democracy, hybrid regime .

Se si guarda alle possibilità concrete di un ritorno alla teoria critica da parte della comunità scientifica italiana però il discorso potrebbe farsi più pessimistico, visto che molti settori sociologici sono ormai dominati da approcci quantitativi acritici e da una eccessiva standardizzazione della ricerca. Ciononostante bisogna segnalare alcuni significativi segnali. La recente nascita del Network di Sociologia di Posizione[1], a cui hanno aderito decine di sociologhe e sociologi italiani, perlopiù trenta-quarantenni, finalizzato a recuperare un ruolo attivo e trasformativo delle proprie discipline rispetto alla crisi sociale in atto, sembra proprio muoversi in questa direzione.

Di sicuro dalla lettura del volume di Fazio emerge chiaramente quanto ancora la Scuola di Francoforte  possa offrire in termini di strumenti e concetti per ripensare la complessità del proprio tempo e guadagnare qualche chance in più per uscire dalla subalternità rispetto allo stato di cose imposto dal sistema socio-economico egemone.

[1] https://jacobinitalia.it/per-una-sociologia-trasformativa-e-di-posizione/

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Shils: il populismo americano, tra opinione pubblica e complottismo https://minimaetmoralia.it/estratti/shils-populismo-americano-opinione-pubblica-complottismo/ https://minimaetmoralia.it/estratti/shils-populismo-americano-opinione-pubblica-complottismo/#respond Mon, 27 Mar 2017 12:30:37 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34025 È appena uscito per Mondadori Populismo. Teorie e Problemi di Manuel Anselmi, un saggio sulle categorie di analisi del fenomeno populista. Di seguito un estratto dal capitolo su Edward Shils, un classico della sociologia, che già negli anni Cinquanta sottolineava i rischi di una deriva populista della società statunitense. Ringraziamo l'autore e l'editore.

di Manuel Anselmi

Il contributo del sociologo americano Edward Shils allo studio dei fenomeni populistici si inquadra nella sua riflessione sulla società dal punto di vista struttural-funzionalistico, approccio che condivise con Talcott Parsons. Shils affronta questo tema con particolare attenzione nel saggio del 1956 Torment of Secrecy.

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È appena uscito per Mondadori Populismo. Teorie e Problemi di Manuel Anselmi, un saggio sulle categorie di analisi del fenomeno populista. Di seguito un estratto dal capitolo su Edward Shils, un classico della sociologia, che già negli anni Cinquanta sottolineava i rischi di una deriva populista della società statunitense. Ringraziamo l’autore e l’editore.

di Manuel Anselmi

Il contributo del sociologo americano Edward Shils allo studio dei fenomeni populistici si inquadra nella sua riflessione sulla società dal punto di vista struttural-funzionalistico, approccio che condivise con Talcott Parsons. Shils affronta questo tema con particolare attenzione nel saggio del 1956 Torment of Secrecy.

In questo volume egli prende in esame il clima di controllo ossessivo da parte delle autorità statunitensi nei confronti dei cittadini americani durante la Guerra Fredda, fondato sulla prevenzione della minaccia comunista, ma anche il clima sociale di caccia alle streghe che si diffuse nella popolazione e di cui il maccartismo ne fu la manifestazione più eclatante.

Shils si sofferma sulle alterazioni macrostrutturali che si producono tra la sfera del potere istituzionale e quella dell’opinione pubblica, sottolineando i tratti di mentalità tipici del contesto sociale in questione. Da questo punto di vista, secondo Shils il clima di paranoia sociale generalizzata non sarebbe solo l’effetto diretto della contingenza di quella fase storica, caratterizzata dalla contrapposizione tra il blocco della Nato e quello sovietico, ma dipenderebbe piuttosto da alcune caratteristiche strutturali proprie della società americana che in quel periodo emersero in modo particolarmente forte.

Il ragionamento di Shils prende le mosse da alcune considerazioni strutturali relative ai rapporti tra i macrosistemi sociali esistenti in una nazione. Per Shils nelle democrazie occidentali liberali ci dovrebbe essere un bilanciato rapporto tra dimensione privata (privacy), segretezza (secrecy), dimensione pubblica (publicity), cosa che invece non poteva avvenire nei regimi sovietici.

Da questo punto di vista però il confronto che più fa emergere la problematica populistica è quello tra il modello sociale britannico e quello nordamericano. Secondo Shils il Regno Unito (del secondo dopoguerra), pur avendo una marcata prevalenza della dimensione della publicity, rappresenta il modello più equilibrato, poiché in modo non conflittuale coesistono una diffusa deferenza delle classi più basse per le istituzioni e le autorità e una accettazione delle gerarchie, insieme a un sano rispetto per la privacy. Una forte cultura della privacy, e una meno dilagante dimensione della publicity, attenuerebbe ogni eccesso di considerazione della segretezza, e quindi anche ogni paura eccessiva nei suoi confronti. Dal punto di vista liberale di Shils la Gran Bretagna è pertanto il sistema politico più bilanciato e per questo costitutivamente anti-populistico.

Una situazione opposta è invece riscontrabile nel modello Usa. Sin dalle origini il sistema nordamericano ha mostrato una prevalenza della dimensione pubblica. Shils spiega questa tendenza con la originaria sfiducia americana per l’aristocrazia e le forme gerarchiche. Quella americana è per Shils una cultura essenzialmente populistica, poiché è una società individualistica dove il senso dell’identità istituzionale è debole, mentre quello della dimensione pubblica è centrale e sempre forte, il che comporta tre atteggiamenti sociali diffusi: paura della segretezza, conseguente ossessione nei confronti dei segreti e delle insidie provenienti da dimensioni di segretezza e dipendenza dalla pubblicità. Questi ultimi aspetti, inoltre, spiegano pure la tendenza complottistica e cospiratoria del periodo americano preso in esame da Shils.

È in questa catena di ragionamenti che arriva la riflessione di Shils sul populismo, inaugurando un approccio molto nuovo e originale, poiché non guarda a questo fenomeno in termini strettamente politici ma come problema sociale e culturale della dimensione pubblica in relazione a quella istituzionale e alla mentalità diffusa.

Per Shils:

Il populismo afferma che la volontà del popolo in quanto tale è suprema a ogni norma, è sopra a ogni istituzione tradizionale, a ogni autonomia istituzionale e a ogni altra forma di volontà. Il populismo identica la volontà del popolo con la giustizia e la moralità.

Il populismo pertanto è una tendenza delegittimante di ogni ordine sociale istituzionale stabilito, di ogni ordine gerarchico e soprattutto di ogni logica che preveda una strutturazione piramidale della società, dei poteri e delle funzioni statuali. Questo fa sì che il populismo produca un’attitudine avversa tanto nei confronti delle élite quanto dei ceti intellettuali. Il populismo è inoltre contrario a ogni forma di sistema check and balance e propenso a visioni e azioni massimaliste. Così come è ostinatamente contrario alla separazione dei poteri e alle manifestazioni pluralistiche della società.

Su questo punto si chiude l’analisi critica di Shils, con una vera e propria apologia del pluralismo politico e sociale. La cultura del pluralismo è da lui considerata un antidoto ad ogni deriva apocalittica, estremista e manichea delle nostre democrazie. Nella considerazione assiologica di Shils il pluralismo è il risultato di quel sano bilanciamento tra dimensione pubblica, privacy e necessità di una segretezza che non susciti paure ma corrisponda alle normali necessità dello Stato.

Come vedremo in seguito, recenti proposte teoriche sul populismo contemporaneo torneranno alla contrapposizione populismo vs pluralismo, ancorché messa in relazione con i processi di globalizzazione e con prospettive di culture politiche cosmopolitiche.

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La vicenda Scattone e il populismo penale https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-vicenda-scattone-e-il-populismo-penale/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/la-vicenda-scattone-e-il-populismo-penale/#comments Sat, 12 Sep 2015 12:30:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28423 di Manuel Anselmi

La rinuncia all’incarico di insegnante nelle scuole da parte di Giovanni Scattone è un fatto di una gravità fuori dall’ordinario.

Senza entrare nel merito della colpevolezza o meno di Scattone, anche se da piu’ parti e da anni siano stati avanzati molti dubbi sull’intera vicenda processuale del caso Marta Russo, per restare ai fatti e avere una prospettiva più razionale è sufficiente ricordare che Scattone è stato giudicato colpevole di omicidio colposo aggravato, che Scattone ha scontato la sua pena e che a carico di Scattone non esiste alcuna restrizione giuridica specifica che limiti la sua libertà di lavorare e di insegnare. Pertanto il suo iter giudiziario deve essere considerato ottimale e nel pieno rispetto del principio di certezza della pena e di quello del recupero sociale del reo.

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di Manuel Anselmi

La rinuncia all’incarico di insegnante nelle scuole da parte di Giovanni Scattone è un fatto di una gravità fuori dall’ordinario.

Senza entrare nel merito della colpevolezza o meno di Scattone, anche se da piu’ parti e da anni siano stati avanzati molti dubbi sull’intera vicenda processuale del caso Marta Russo, per restare ai fatti e avere una prospettiva più razionale è sufficiente ricordare che Scattone è stato giudicato colpevole di omicidio colposo aggravato, che Scattone ha scontato la sua pena e che a carico di Scattone non esiste alcuna restrizione giuridica specifica che limiti la sua libertà di lavorare e di insegnare. Pertanto il suo iter giudiziario deve essere considerato ottimale e nel pieno rispetto del principio di certezza della pena e di quello del recupero sociale del reo.

Come è stato opportunamente già notato, in un paese normale ogni volta che un reo si reintegra nella società si dovrebbe festeggiare una vittoria dello Stato e, senza alcun eccesso retorico, anche della civiltà. Pertanto, se c’è un’anomalia nel recente caso Scattone, essa è rappresentata dalla reazione di molti alla sua nomina, suscitata ad arte da alcuni titoli di giornale in chiave polemico-politica, e che ha portato l’interessato alla decisione, personale e libera, e comprensibilmente sofferta, di rinunciare. E qui il problema prima che giuridico è di tipo sociale e politico.

Di recente con Stefano Anastasia e Daniela Falcinelli, due colleghi giuristi dell’Università di Perugia, abbiamo provato a introdurre anche in Italia la categoría del populismo penale, pubblicando un libro con questo titolo (S. Anastasia, M. Anselmi, D. Falcinelli,Populismo penale. Una prospettiva italiana. Edizioni Cedam). Si tratta di un tema che da anni in altri paesi del mondo, a cominciare da quelli anglosassoni, costituisce una prospettiva di analisi scientifica delle alterate, complesse, e spesso pericolose, dinamiche che si producono tra il sistema della giustizia, la sfera della politica e l’opinione pubblica. Già solo il ritardo italiano a considerare scientificamente questo genere di questioni, è una dimostrazione ulteriore delle numerose difficoltà del nostro panorama intellettuale.

Nella numerosa famiglia dei populismi, quello penale si caratterizza per la non necessaria riconducibilità a un leader carismatico che stabilisce con il popolo una dinamica di consenso alla luce di una crisi istituzionale, come invece avviene nei più conosciuti populismi politici. Il populismo penale è quindi un fenomeno acefalo e per questo meno visibile, che consiste nell’uso distorto di informazioni, in prassi sociali che investono vari settori della società, in comportamenti collettivi e rappresentazioni sociali diffusi che contribuiscono all’alterazione di contenuti relativi alla giustizia con una finalità politica. Sotto questa larga etichetta possiamo far rientrare la manipolazione dei dati sulla criminalità nelle campagne elettorali ( basti pensare alle più recenti elezioni amministrative a Roma), le campagne di “tolleranza zero” ( a cominciare di quella di Rudolph Giuliani), alla resistenza tutta italiana a introdurre il reato di tortura, alla criminalizzazione dello straniero, ma anche alla glamourizzazione dei magistrati e quello che in Italia siamo soliti chiamare in modo vago e troppo spesso assolutorio “giustizialismo”. Il populismo penale esercita una costante azione di delegittimazione sociale delle istituzioni in materia di giustizia, indebolendo di fatto ciò che definiamo lo stato di diritto. Tutto ciò è favorito dalla complicità di molte redazioni che per non perdere il consenso dei lettori/spettatori lo cavalcano senza alcune remora deontologica. Al rispetto dei fatti giuridici (ebbene si esistono anche i fatti giuridici) si è ormai sostituita uno stile giornalistico basato sul kitsch-emozionale, dove prioritario è l’effetto di senso sentimentale sul lettore/spettatore. Un effetto di senso che lusinga il destinatario secondo un accorta retorica, i cui stilemi sono l’indignazione costante, il compiacimento dell’impotenza politica, la sfiducia per le istituzioni e il risentimento permanente per una dimensione privilegiata e ingiusta che lo esclude. E il fatto di cronaca resta solo un pretesto per ribadire tutto questo periodicamente, quasi fosse un rituale.

Che cosa si può fare per rimediare a questa deriva? Oltre alla critica intellettuale che ciascuno di noi può esercitare scrivendo, si impone un ripensamento dell’educazione del cittadino per il nostro contesto contemporaneo mediatico e disincantato. Non può bastare l’elogio paternalistico della Costituzione, piuttosto servono nuove strategie d’azione intellettuali ed educative. Perché, come ha giustamente notato Christian Raimo su Internazionale, alla base di questi comportamenti c’è “una diseducazione giuridica di massa”. Ognuno di noi può infatti ricordare come dagli anni Settanta in poi l’educazione civica, per quanto prevista nei programmi ministeriali, sia stata sistematicamente ignorata da insegnanti e dirigenti scolastici. La mentalità diffusa che è alla base del populismo penale è anche il risultato di queste lacune di Stato.

E quindi se per il caso Scattone dobbiamo proprio tirare in ballo la scuola lo dobbiamo fare per chiedere (al ministro dell’Istruzione?) che vengano prese misure sostanziali per far fronte all’analfabetismo giuridico dilagante, così come si fa del resto per il bullismo o per l’alcolismo. Altrimenti come possiamo pensare di stare nel gioco della società senza conoscerne le regole?

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