Manuel Peruzzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/manuel-peruzzo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 04 Aug 2014 13:08:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Manuel Peruzzo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/manuel-peruzzo/ 32 32 Giovani una volta sola, ma immaturi per sempre https://minimaetmoralia.it/musica/giovani-una-volta-sola-ma-immaturi-per-sempre/ https://minimaetmoralia.it/musica/giovani-una-volta-sola-ma-immaturi-per-sempre/#comments Mon, 04 Aug 2014 14:00:24 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22627 Questo pezzo è uscito sul numero di luglio di Marie Claire.

Questo è un bel momento per essere giovani. Tra le ossessioni della cultura pop dei nostri anni, accanto al cibo, alle app per incontri, ai fenomeni compulsivi online, alle celebrità home-made ci sono loro: i ragazzi adulti. Quelli che hanno un'età biologica in cui neanche possono comprarsi del vino legalmente ma hanno l'età percepita di star consumate. Li troviamo pressoché in ogni campo, dalla Silicon Valley all'alta cucina, dal diciassettenne Nick D'Aloisio pupillo di Marissa Mayer, CEO di Yahoo, allo chef quindicenne Flynn McGarry che ha imparato a cucinare su internet a undici anni, seguendo tutorial e lasciandosi ispirare da piatti instagrammati, e lo racconta al New York Times buttando là frasi come: “Mi annoio di tutto velocemente, pianifico di aprire entro i diciannove anni un ristorante”. Io a diciannove anni imparavo a mangiare senza sporcarmi le magliette. Sto ancora imparando. Questo è un bel momento per essere giovani, anche se i giovani ci tengono molto a dimostrarsi adulti.

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Questo pezzo è uscito sul numero di luglio di Marie Claire. (Nella foto: Lorde. Fonte immagine)

Questo è un bel momento per essere giovani. Tra le ossessioni della cultura pop dei nostri anni, accanto al cibo, alle app per incontri, ai fenomeni compulsivi online, alle celebrità home-made ci sono loro: i ragazzi adulti. Quelli che hanno un’età biologica in cui neanche possono comprarsi del vino legalmente ma hanno l’età percepita di star consumate. Li troviamo pressoché in ogni campo, dalla Silicon Valley all’alta cucina, dal diciassettenne Nick D’Aloisio pupillo di Marissa Mayer, CEO di Yahoo, allo chef quindicenne Flynn McGarry che ha imparato a cucinare su internet a undici anni, seguendo tutorial e lasciandosi ispirare da piatti instagrammati, e lo racconta al New York Times buttando là frasi come: “Mi annoio di tutto velocemente, pianifico di aprire entro i diciannove anni un ristorante”. Io a diciannove anni imparavo a mangiare senza sporcarmi le magliette. Sto ancora imparando. Questo è un bel momento per essere giovani, anche se i giovani ci tengono molto a dimostrarsi adulti.

Non è solo questione di successo in campi dove per eccellere occorrono anni di sacrifici, è che ora hanno iniziato a raccontarsi da soli. Hanno un livello di riflessività che mancava agli adolescenti indagati da Stanley Hall, lo psicologo genetico che studiò per primo il fenomeno nel 1898 in balia a crisi esistenziali dovute all’invecchiamento. Anche se, va notato, tra le fonti d’ispirazione per le migliaia di pagine Hall usò il diario di Marie Bashkirtseff, una tubercolotica piena di turbe e velleità narcisiste, perché anche lui sapeva che l’adolescenza va raccontata quando la stai vivendo. (E preferibilmente quando respiri.)

Parlare di giovani non è semplice. Qualsiasi cosa loro facciano ci sembrano sempre troppo giovani, come noi sembriamo sempre vecchi a loro. Una deformazione prospettica. O li sopravvalutiamo o li sottovalutiamo. Viviamo nella stessa epoca ma ridiamo di cose differenti, ci escludiamo, ognuno rimane nella propria stanza e alle pareti abbiamo quasi sempre idoli differenti. Mettiamocelo in testa: ne avremo sempre una percezione distante. Quando qualcuno di loro condivide con noi umorismo, cult culturali e stile di vita diciamo che è maturo. Quando fa cose assurde, invece, ce ne stupiamo: dimenticate che le macchine da milioni di dollari che intrattengono i vostri figli hanno comunque l’età per permettersi di fare idiozie e non sono modelli adulti da imitare. Loro sono giustificati, noi no.

Un tempo era più semplice: gli adolescenti erano cretini, e quando smettevano di esserlo erano considerati adulti. Un tempo era semplice: le star della musica le si creava in laboratorio con un mix di professionismo e soldi spesi nel marketing, nella speranza di riuscire a trovare la formula di successo per sedurre quel pubblico di giovani in ormone. Oggi è diverso. Oggi accendono la webcam e si mettono in scena in piena indipendenza, parlano al loro pubblico, costruiscono la loro identità sui social in modo orizzontale, accanto agli adulti. Hanno iniziato a rispondere in modo brillante alle interviste, a sviluppare le voci ancor prima dei corpi, a fare esperienze precoci, a essere riflessivi e risolti e a parlare anche a noi, che l’adolescenza l’abbiamo passata da un po’, diventando i consumi culturali transgenerazionali della nostra epoca; in altre parole: ci crescono.

Prendiamo George Ezra, vent’anni appena compiuti, due singoli di successo, la sua Budapest è in ogni radio e sugli schermi di Mtv passa il video col suo faccione disarmonico e glabro. In un’intervista in cui apparentemente parla dell’imminente album, delle aspettative e del futuro, in realtà rivela la sua idea di giovinezza: “Il primo album è unico. Probabilmente passerà il tempo e mi guarderò dietro pensando: ‘beh, che schifezza’. Sono sicuro che lo ascolterò e mi dirò ‘suoni giovane’”. Quando il giornalista gli ribatte che no, la sua voce è tutto fuorché giovane, lui ammette: “Sì, ma probabilmente gli interessi cambieranno, penserò ‘perché stavi sprecando tempo?’”. Passi avere la voce da Johnny Cash, ma sputare sulla giovinezza usandola in senso negativo proprio no. Non lo sa che ci sono quaranta-cinquantenni, con gli stessi sogni irrisolti di quando avevano vent’anni, che farebbero di tutto per suonare giovani? Non lo sa che c’è gente adulta che va in discoteca, prende aperitivi in luoghi universitari e sogna di diventare scrittore affermato all’età in cui solo Céline ce l’ha fatta? Età biologica venti, età percepita cinquanta. Non è il solo.

King Krule, inglese, età biologica 19, età percepita 30. La sua è una voce baritonale in un corpo di cinquanta kg scarsi. Ha appena pubblicato 6 Feet Beneath the Moon e già si lamenta di una traccia, scritta a quattordici anni, “Easy, Easy”, liquidandola come naïve. (È nata da una conversazione telefonica in cui raccontava la pessima giornata a un amico che gli rispondeva: stai easy, le cose vengono e vanno). In quel periodo Krule, il cui nome reale non suona meno inusuale, Archy Marshall, è un moderno poeta romantico: passa le notte insonni a lasciarsi ispirare da Pixies e Libertines e tanto jazz, non va a scuola e gli diagnosticano problemi mentali.

Lui riassume così: “So che suona terribile, ma non cambierei niente di come sono andate le cose, perché ha contribuito tutto a definire una personalità forte”. Al Guardian ha rivelato di non voler diventare uno di quei trentenni che si sentono ancora teenager: “Mi sono liberato di un sacco di cinismo e rabbia. Voglio continuare a fare musica e crescere come persona. Ora voglio essere un trentenne, sai?”. Attento a ciò che desideri: si avvera presto.

Poi c’è Lorde, età reale 17, età percepita 45. È la compagna di scuola che legge Sartre sotto a un cipresso. Sempre pallida, sorride poco e si sente bella solo con il nero e il rossetto scuro. Ha una chioma riccia e sa tenere il palco con la disinvoltura nelle pose che hanno i grandi. Ha scoperto di essere diventata famosa fissando il numero di like crescere sulla pagina Facebook. Il singolo con cui è entrata nelle nostre cuffie è Royal, che critica l’ossessione del pop per il lusso. Quando aveva appena sei anni era già così sveglia da dimostrarne ventuno, tanto da convincere la madre a metterla in un istituto per ragazzi prodigio. La lasciò lì un paio di settimane, poi ci ripensò e infilandola in macchina le disse: “Crescerai insieme a tutti gli altri in questo mondo”.

L’importanza di avere una madre che non ti fa sentire speciale può farti del bene. Lorde ha le idee chiarissime: “Voglio creare qualcosa per i ragazzi della mia età che li rappresenti in qualche modo”. Cioè vuole essere la voce della sua generazione, o di una generazione come direbbe Lena Dunham. Parlare di giovani è difficile, è più facile che i giovani parlino di noi.

L’ossessione sull’età di Lorde ci ha perseguitato fino al momento in cui un sito di gossip americano ha comprato il suo certificato di nascita per sciogliere ogni dubbio. Tutti ripetono che è troppo matura e colta per essere così giovane, con tutte quelle metafore e livelli narrativi nelle canzoni. Le cose peggiorano quando dice di non badare a ciò che dicono di lei online o al modo in cui la società dello spettacolo crea popstar omologate. In un ritratto di Vanity Fair si è presentata scherzando: “Ciao, sono Ella, e in realtà ho 45 anni”.

I giornalisti ogni volta ripetono che questi non sono teen “normali”, che sono maturi, che sono consapevoli, che leggono Kurt Vonnegut e ascoltano Fela Kuti e sanno raccontarsi in modo disincantato. Come se ribellarsi all’establishment credendo di non farne parte, essere un po’ disillusi ma mai fino in fondo, mantenendo un senso di ottimismo, e auto-definirsi in opposizione a ciò che non si è non siano tutte caratteristiche tipiche della giovinezza. Come se non avessimo tutti conosciuto teenager che fanno esattamente queste cose: leggere autori di culto, pensare alla morte inquadrandosi soffrendo, raccontare esperienze eccezionali di crescita, vivere. Come se non fossero atteggiamenti autenticamente da giovani solo perché continuiamo a fare lo stesso noi, che non abbiamo ancora imparato a calibrare le nostre aspirazioni al nostro reale talento, che non abbiamo ancora accettato le nostre possibilità oggettive e continuiamo ad avere i sogni di quando eravamo tanto giovani. C’è un momento in cui passa il tempo e smetti di crescere, è il momento in cui inizi a invecchiare.

All’improvviso, un dubbio: e se ci sbagliassimo? Se tutto ciò che attribuiamo ai giovani non fosse che una proiezione di noi stessi; se cioè non fossero loro a imitare noi per sembrare grandi, ma il contrario: se fossimo noi a conservare tracce della nostra giovinezza. Le case editrici dei quarantenni sono i corsi di Photoshop dei ventenni: passano gli anni ma vogliamo rimanere giovani creativi per sempre. Il confine dev’essersi perso quando siamo tornati a vivere con i nostri genitori, nelle stanze in cui siamo cresciuti, o da cui non ce ne siamo mai andati. Sarebbe tanto grave ammettere che non sono (solo) gli adolescenti a comportarsi da adulti ma noi a vivere e pensare come teenager?

L’infinità della giovinezza è breve, o così credevamo prima di prolungarla con ogni mezzo. Un giorno forse cresceremo, cioè torneremo saggi e sagaci come i migliori ragazzi, e chiederemo a noi stessi: “Perché stai sprecando il tuo tempo?”. Poi torneremo a farci selfie e preoccuparci di quanti like ottenere sui nostri status, scansando gli hater, perché come scrive Philip Roth in uno dei libri capitali sulla vita, Il teatro di Sabbath: si è giovani una volta sola, ma immaturi per sempre.

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Louis C.K. e la comicità del disagio https://minimaetmoralia.it/ritratti/louis-ck/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/louis-ck/#comments Fri, 11 Jul 2014 12:00:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22095 Questo pezzo è uscito su l'Ultimo Uomo.

di Manuel Peruzzo

IntroEvery time I've needed it, stand-up has saved me. When I needed money, or when I felt like shit about myself—stand-up has always saved me. I'll never stop doing it.

Alla fine degli anni ’80 Louis C.K. è un ventitreenne felice. Si esibisce al Village Gate, al Cellar, al Boston Comedy Club, al Comic Strips, cioè in tutti quei club tra Boston e Massachusetts che in quegli anni erano parte di un circuito di comici che scrivano show, giravano corti, si esibivano in attesa del grande botto: la televisione o il cinema. Una sera, è un ventitreenne felice che torna a casa dopo una serata passata a fare una decina di monologhi pagati 50 dollari l'uno. È diretto al suo appartamento nel Village con le tasche piene di soldi e pensa che non gli importa nulla di essere famoso: quella è la miglior vita possibile. La notte successiva fa un incidente. Distrugge la moto. Si rende persino conto che sta diventando calvo–forse si piscia anche addosso, forse no ed esagera il racconto all’amico Marc Maron. Ai club che frequenta andrà anche peggio. Nelle settimane successive iniziano a chiudere per la crisi del settore negli anni ’90 causata dalle TV via cavo, dal sovraffollamento di comici e dalla scarsa propensione del pubblico a pagarli. La sua carriera è quasi finita. O così teme.

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Questo pezzo è uscito su l’Ultimo Uomo. (Fonte immagine)

di Manuel Peruzzo

IntroEvery time I’ve needed it, stand-up has saved me. When I needed money, or when I felt like shit about myself—stand-up has always saved me. I’ll never stop doing it.

Alla fine degli anni ’80 Louis C.K. è un ventitreenne felice. Si esibisce al Village Gate, al Cellar, al Boston Comedy Club, al Comic Strips, cioè in tutti quei club tra Boston e Massachusetts che in quegli anni erano parte di un circuito di comici che scrivano show, giravano corti, si esibivano in attesa del grande botto: la televisione o il cinema. Una sera, è un ventitreenne felice che torna a casa dopo una serata passata a fare una decina di monologhi pagati 50 dollari l’uno. È diretto al suo appartamento nel Village con le tasche piene di soldi e pensa che non gli importa nulla di essere famoso: quella è la miglior vita possibile. La notte successiva fa un incidente. Distrugge la moto. Si rende persino conto che sta diventando calvo–forse si piscia anche addosso, forse no ed esagera il racconto all’amico Marc Maron. Ai club che frequenta andrà anche peggio. Nelle settimane successive iniziano a chiudere per la crisi del settore negli anni ’90 causata dalle TV via cavo, dal sovraffollamento di comici e dalla scarsa propensione del pubblico a pagarli. La sua carriera è quasi finita. O così teme.

Il piccolo LouisI Was an Awkward Kid

Louis C.K. è cresciuto in Messico fino ai sette anni, prima di trasferirsi in una casa vicina all’autostrada nel Massachussetts. All’età di dieci anni ha già imparato la nuova lingua e il padre lo abbandona (pur abitando pochi isolati a distanza da). A crescere C.K. e i due fratelli è sua madre, una programmatrice (erano i primi ad avere un computer a casa). L’adolescenza di Louis è molto grunge: fatta di droghe (mescalina, quaaludes, cocaina, acidi) e lavori di merda (cuoco al Kentucky Fried Chicken, pulisce piscine, lavora in un negozio di noleggio video dove scopre i porno: «Mi ricordo questo Personal Touch III, un porno a soggettiva dove ti si rivolgevano fissando l’obiettivo. All’inizio ogni ragazza si presenta e guarda in camera dicendo che non vede l’ora di essere scopata, poi arriva questo tizio e dice ‘Hei, sono Steve Powers, e sto per scoparmi tutta questa fica mentre tu ti smanetti il cazzetto, sfigato!’»). È abbastanza sveglio da saper di voler fare il comico, ma non ha uno di quei talenti naturali che gli consentono il successo immediato. Tuttavia crede di esserci portato.

InfluenzeI just always loved comedy and I really wanted to be good at it. And it was heartbreaking, ‘cause I started and I wasn’t good at it. I was only 17-years-old, so I had a lot to learn about life in general. But I just kept on trying. I was young enough and stupid enough and I had no other choice. I had nothing else I was good at

Fin da giovane ammira i grandi comici americani come Richard Pryor, George Carlin, Lenny Bruce, Steve Martin e Woody Allen, e decide, come tutti coloro che hanno in mente di fare qualcosa di buono nella loro vita, di imitarli, ché ha intenzione di essere anche lui parte di quel gruppo di persone. Ci prova per la prima volta nel 1984 a una serata open mic, e va male: gli danno cinque minuti di tempo ma ne usa solo due, che comunque bastano per gelare il pubblico che tossisce senza neanche un sorriso. Quindi lavora sul suo materiale, impara a scrivere battute e ce la fa, inizia a frequentare i club e intrattenere ogni sera un pubblico a cui frega pochissimo di lui, ma almeno ride. Tutto ciò almeno fino a quegli anni ’90, in cui tutto va di nuovo male. I club non hanno soldi, chiudono, e l’intera generazione di comici della sua generazione è assunta al Saturday Night Live. Ed è stata assunta al provino in cui lui invece, contro ogni aspettativa, è stato scartato. È depresso, ci sono macchie di pomodoro sul pavimento del suo appartamento da mesi che ben si abbinano ai sacchi di spazzatura. Poi nel 1993 arriva una chiamata: lo hanno visto al provino per il SNL e lo hanno trovato simpatico, gli offrono di lavorare al Conan O’Brian Show come autore. Questa chiamata gli salverà la vita.

Louis C.K. non è sempre stato il re americano indiscusso della comicità come titolava GQ nell’edizione di maggio. Solo nel 2005, nella lista di Comedy Central dei 100 più grandi stand up comici americani, C.K. era al numero 98, dietro a una lista di perfetti sconosciuti da far sorridere per la lungimiranza. Era un comico per comici, o un comico che scriveva nei dietro le quinte, non per scelta, per Conan O’Brian, Chris Brown e David Letterman. Non era ancora veramente famoso. Non aveva ancora un pubblico. Solo sei anni dopo sarà al numero uno di ogni classifica, e i critici si riferiranno a lui come un genio indiscusso. Ma come?

George Carlin, il consiglio I’ve learned from experience that if you work harder at it, and apply more energy and time to it, and more consistency, you get a better result. It comes from the work.

Louis C.K. non è solo un ottimo comico, è anche uno che fossimo meno cinici potremmo adoperare per incoraggiare una generazione di quarantenni: “Vedete? Lui ce l’ha fatta dopo i quaranta, c’è ancora speranza”. Ma siamo troppo cinici e questa ci sembra la perfetta eccezione alla regola che fino a oggi ci è parsa funzionare bene: non vogliamo dare false speranze a chi se non ha combinato nulla di buono da adulto è molto probabile non abbia nulla da dare. Tornando a C.K: qual è esattamente il turning point della faccenda? Perché un uomo che faceva già ridere nel ’93, come sostiene Brown, ci ha messo tanto tempo prima di raggiungere il successo?

Volessimo scegliere un momento preciso in cui la carriera di C.K. cambia dovremmo partire da una sconfitta, una delle tante. È appena uscito da un ristorante cinese che descrive come: «Uno di quei posti in cui la gente mangia e non sa neppure che devi esibirti». Quando torna in macchina gli viene quasi da piangere: è incastrato in una routine che non porta a nulla, è disperato e inizia a pensare che, forse, se dopo quindici anni l’unica cosa che è riuscito a fare è ripetere la stessa ora di materiale («che era una merda, ve lo assicuro», dice) a gente a cui non frega un cazzo e vuole mangiare involtini primavera indisturbata, allora non ha abbastanza talento. Dice proprio così, dice: «forse non sono abbastanza bravo». Che è una di quelle frasi che chiunque abbia avuto un minimo di ambizione finisce per ripetersi in un momento di crisi. Uno qualsiasi. Tutte le persone con un minimo di senso della realtà ne hanno uno. Prima o poi ce lo si dice: forse le tue ambizioni superano il tuo reale talento.

Lo racconta nel video alla commemorazione di George Carlin, uno dei tanti modelli, l’uomo a cui si è maggiormente identificato e che probabilmente ha segnato un vero cambiamento nella sua vita, per lo meno della sua carriera. È a lui che chiede la formula del suo successo, per capire dove stava sbagliando. Era semplice per Carlin: «Ogni anno scrivo materiale nuovo, faccio lo speciale, lo registro e poi ricomincio da capo con qualcos’altro». Il modello è questo: proporre al pubblico cose che non si aspetta, perché hai effettivamente qualcosa di urgente da dire. E soprattutto: andare a fondo in sé stessi, «fino alle palle», e tirarle fuori: basta observational jokes su cani e aerei, ci vuole qualcosa che ti faccia veramente paura. Qualcosa che suoni come una sfida al tuo pubblico: parlare di ciò che più temi e riuscire a farlo suonare divertente. Trasformare la paura in business.

Lo stile –  I finally have the body I want. It’s easy, actually, you just have to want a really shitty body.

Volessimo scegliere un momento in cui la carriera di C.K. cambia è questo: quando ne cambia lo stile. Il momento in cui inizia a pensare alla paternità, alla masturbazione, al disfacimento fisico, al pessimo sesso (cioè di quando addossava la colpa ai figli perché non riesciva più a scopare con sua moglie: «Non ho mai pensato di buttare i bambini nella spazzatura, ma ora capisco chi lo fa»). Non ho conosciuto nessuno a cui il divorzio abbia fatto tanto bene alla carriera quanto a C.K.. E qui che, in poche parole, nasce la comicità del disagio. Quella che dice che “faggot” non significa gay, ma il comportarsi da gay; quella in cui ammette che a volte odiare è piacevolissimo, specialmente le persone in fila avanti a te o quelle troppo lente o vestite di merda; quella in cui spiega alle donne che nonostante tutti i loro sforzi per dimostrarsi delle gran porche, in realtà non sono che turiste del sesso, mentre gli uomini ne sono prigionieri. Carlin diceva che il dovere del comico è tracciare un confine e poi attraversarlo deliberatamente. È ciò che ha iniziato a fare C.K.

***

Se vi chiedessi di pensare a qual è il peggior modo di presentare a una platea uno dei più grandi comici al mondo probabilmente non riuscireste a indovinare che è proprio lì il problema: farlo senza creare aspettative. Louis C.K. lo ha imparato a diciannove anni. Precisamente lo ha imparato commettendo l’errore di aprire uno spettacolo di Jerry Seinfeld al Paradise Club di Boston—uno di quei posti dove la gente non si limita a ridere ma applaude—dicendo in uno slancio di imprudenza:«Ed ecco a voi il miglior comico al mondo». Quella frase dev’essere rimasta lì nel cervello di Seinfeld per tutto il tempo durante il suo show perché, una volta terminato, è andato diritto dal giovane C.K. e lo ha ammonito: «Non mettere quella cazzo di pressione addosso a una persona prima di uno spettacolo, non usare MAI quelle parole quando presenti qualcuno, mai». Nessuno è giudicato nella civile società occidentale quanto il comico, dice Seinfeld: «ogni secondo in cui sei sul palco». Lo avreste detto che i comici sono dannatamente insicuri?

Lo ha ricordato Louis C.K. a Talking Funny di HBO. E qui permettetemi una digressione. Tra i tanti motivi per cui HBO è una rete di successo, cioè quella responsabile del concepimento della quality TV e che ha preso il cinema classico americano e quello arty europeo e ne ha fatto una categoria merceologica per un pubblico mediamente colto e ambizioso, c’è anche quello di aver intrattenuto un rapporto speciale con la comicità di alto livello. Quindi, nel 2011 ha messo in una stanza quattro comici tra i migliori della loro generazione, vale a dire Jerry Seinfeld, Chris Rock, Ricky Gervais e Louis CK, registrandone i discorsi sulla carriera e i bei tempi andati. Il risultato è sorprendentemente istruttivo: parlano del rapporto tra comicità e pubblico, del linguaggio, del motivo per cui troviamo divertente una battuta, dei problemi che nascono sul palco (o fuori) e visioni differenti di ciò che significa fare stand up comedy da gente che la fa da decenni.

C’è un momento in cui Jerry Seinfeld dice col tono lamentoso e definitivo solo di chi ha fatto la storia della comedy e può permettersi un giudizio sferzante, che: «Le persone che scrivono, i critici, devono capire cos’è uno show. Quando vado a vedere il lavoro di qualcun altro io non voglio vedere il materiale nuovo. Io voglio vedere lo show». Lo dice con una tale sicurezza che sembra quasi indifferente alle ragioni del collega, Chris Brown, il quale lo interrompe affermando che è totalmente in disaccordo da una vita con lui, e che il suo modello è proporre sempre materiale nuovo per assecondare il pubblico. Forse, ripensandoci, Seinfeld non è indifferente. Forse tira fuori la questione di proposito, certo che gli altri colleghi nella stanza la pensino come lui. Si sbaglia. E subito commenta cinico: «Datemi dei comici veri, per piacere».

Poi Louis C.K. dice, col tono e lo sguardo di chi vuol stupire: «ogni anno scrivo nuovo materiale e poi lo butto», e lo dice con l’aria di chi la sa lunga, con l’aria di chi ha un metodo che funziona, con quell’aria di chi ha capito qualcosa che l’altro non sa, o che non ha mai avuto bisogno di imparare perché gli è andata bene così. Io nello sguardo di C.K. vedo gli involtini primavera avanzati nei piatti di chi non sta ridendo alle tue battute, e lo sguardo di chi ha figli che non sa come crescere, oltre che di un repertorio che non fa più ridere e che va abbandonato per qualcosa che dica chi sei veramente. Ma lì non dice nulla di questo, si limita ad affermare che il pubblico è vorace.

Seinfeld: «Secondo voi la gente viene per te o per lo show» Chris Brown: «Per me»

Questa discussione non è interessante solo perché mette in evidenza questioni come l’essere fan di qualcuno e amarlo così tanto da desiderare cose nuove («È come vedere Woody Allen o Prince, sai tutto di loro e vuoi vedere sempre cose nuove», dice Brown; fossi uno che usa certe parole direi che si tratta di pura epistemofilia, per citare Henry Jenkins), o il perfezionare materiale che riproponi incessantemente per anni e che ti caratterizza («Come un greatest hits», dice Seinfeld), ma anche perché ci dice di quanto questi grandi dell’intrattenimento reagiscano a un pubblico. Cioè il fan è chi ti ama a tal punto da voler conoscerne ogni aspetto di te, a tal punto da infastidirsi se ti ripeti perché ha già visto tutto su YouTube, cita su Tumblr ogni tua battuta, ed è avido di materiale nuovo, di esperienza. Vuole conoscere di più, vuole godere di ogni novità («Se facessi sempre la stessa roba che pubblico negli special in DVD la gente direbbe ‘ah non male’ ma non tornerebbe a vedermi, dice C.K). Siamo più esigenti con chi amiamo veramente.

***

La rivincitaI think you have to try and fail, because failure gets you closer to what you’re good at. 

Nel 2006 si sente abbastanza maturo e tenta la svolta con la serie tv Lucky Louie, per HBO, ma fallisce: viene cancellata dopo una sola stagione. A quel punto chiede ai dirigenti di poter fare uno speciale di un’ora e tira fuori Shameless (Il primo di una serie di speciali il cui l’ultimo è Oh My God, 2013). Inizia a venire fuori un C.K. incazzato, cinico ma al contempo emotivo, vivo e coraggioso; uno che ha capito così bene la vita e le persone che può permettersi di accantonare tutto ciò che ha fatto fino a quel momento e ricominciare. Ci riesce. Anni dopo, nel 2010, capisce che la fortuna non c’entra nulla con lui e ottiene un suo show che chiama semplicemente LOUIE. Tutti ne parlano. Soprattutto perché riesce a ottenere quasi il totale controllo su ogni fase produttiva (Il successo per C.K. è baciare zero culi, come è scritto in un ottima monografia su Rolling Stone; o come gli dice sua figlia: «Così non dovrai perdere tempo a spiegare ad altri quello che vuoi fare»).

Nel 2014 Louis C.K. è un quarantaseienne felice con due figlie che quando saranno abbastanza grandi forse rideranno di come il padre le ha descritte, e con una carriera di successo. Di recente C.K. era da Lettermane ha raccontato una delle storielle che si preparano per promuovere un prodotto e far bella figura. Dice che stava viaggiando in aereo e si avvicina una donna con due figli e un marito dallo sguardo triste che la segue. Questa tizia tiene un bambino in braccio con cui urta la gente sul volo e gli si avvicina: deve sedersi proprio al suo fianco. Quindi gli dice: «Senti, ecco cosa succederà: tu devi sederti in mezzo e io a lato perché *ho un bambino*». Lui è sceso dall’aereo. Aveva delle cose da fare e le ha rimandate per colpa di quella orribile donna. Ha semplicemente pensato che non avesse nessuna voglia di discutere. Il che potrebbe essere una metafora di resa a quelle persone che ci rovinano la vita.

E allora è per questo che C.K. ci ha messo tanto a venir fuori. Non solo perché c’è stata una crisi dei club, non solo perché a New York forse non aveva abbastanza amici importanti, non solo perché il rumore di fondo lo aveva offuscato e ci sono troppe mezze calze che fanno quello che fa lui, ma peggio, e ci hanno impedito di notarlo prima, non solo perché non esisteva YouTube e il download torrent: ma perché lui si arrende. Si era adagiato a quella vita tardo bohémien tra locali in cui non parlava al pubblico ma faceva uno show. Poi è diventato padre ed è diventato uomo: ha tirato fuori tutta la rabbia e la frustrazione e ne ha fatto il miglior repertorio.

Oggi è abbastanza bravo da riuscire a raccontarlo e a farmi ridere, perché ha passato una vita a tentare di capire il suo pubblico e ora lo fa alla perfezione. E penso che andrà tutto bene: la quarta stagione di Louie sta iniziando.

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