Manuelle Mureddu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/manuelle-mureddu/ un blog di approfondimento culturale Fri, 26 Aug 2016 01:36:44 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Manuelle Mureddu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/manuelle-mureddu/ 32 32 L’incomprensibilità del mondo: la poesia di William Blake https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mondo-la-poesia-di-william-blake/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/mondo-la-poesia-di-william-blake/#comments Fri, 26 Aug 2016 06:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31812 Il 12 Agosto è ricorso l'anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta "pazzo". Manuelle Mureddu mostra invece l'altro aspetto interiore del poeta, l'estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

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Il 12 Agosto è ricorso l’anniversario della scomparsa, nel 1827, di William Blake. Ricordiamo il poeta inglese con un pezzo di Adriano Ercolani e due illustrazioni inedite di Tuono Pettinato e Manuelle Mureddu. Tuono Pettinato ha rappresentato il poeta sconvolto dalle sue proverbiali visioni, ironizzando sul luogo comune del poeta “pazzo”. Manuelle Mureddu mostra invece l’altro aspetto interiore del poeta, l’estasi innocente del mistico, rifacendosi ai versi de Il Pifferaio.

Poeta, pittore e incisore, Blake è stato uno dei più illuminanti filosofi dell’era moderna, se conferiamo al termine il valore etimologico di “amico/amante della Sapienza”, e non quello post-illuminista di philosophe (indagatore scientifico-razionale del reale).

Un poeta spesso accusato di essere ostico e oscuro, in realtà autore di versi così semplici e potenti da divenire canti popolari: la sua poesia Jerusalem, musicata da Hubert Parry, è cantata in Inghilterra prima di ogni evento sportivo e da anni è considerata una sorta di inno nazionale ufficioso.

La figura di Blake è stata, spesso, vittima di triti luoghi comuni scolastici (il poeta “folle”,“romantico”, anticipatore dei maudits francesi) o, peggio, di sensazionalistiche etichette deformanti (pensiamo soprattutto alle cialtronate sataniste di Crowley e dei suoi goffi epigoni).

In prossimità della ricorrenza, Roma ha tributato un omaggio forse senza precedenti al poeta inglese, almeno in Italia.

L’evento Blake in Rome, infatti, organizzato dall’associazione Inner Peace presso la Tenuta degli Alfei, non ha soltanto offerto uno sguardo critico sull’opera del poeta, ma ha celebrato i suoi versi con un concerto in suo onore.

Protagonista il cantautore inglese Victor Vertunni, accompagnato dal gruppo Voice of the Deep, che da oltre vent’anni si è dedicato a un intenso e rispettoso corpo a corpo con l’opera di Blake, nel tentativo arduo e nobile di tradurre in musica i versi del poeta.

Del resto, fu il poeta stesso a battezzare le sue poesie Songs, ovvero canzoni.

Uno dei leitmotiv della serata è stato, appunto, il desiderio di sgombrare il campo dagli stereotipi “maledetti” che hanno infestato la conoscenza dell’opera blakeana, per far emergere uno sguardo filologicamente più profondo.

Durante il confuso fermento culturale degli anni ’60 si è assistito ad una imponente rinascita dell’interesse nei confronti di Blake, figlia però di un equivoco di comodo.

Blake è divenuto, in breve, il Bardo a posteriori degli esperimenti psichedelici, della condotta di vita sex, drugs & rock ‘n’roll, mentre il percorso spirituale delineato dalle sue visioni è molto più consapevole e ispirato.

Come molti sanno, Jim Morrison fu ispirato per il nome del suo gruppo da The Doors of Perception (Le porte della Percezione) di Aldous Huxley, coraggioso testo in cui il geniale scrittore testimoniò la sua ricerca nell’ambito delle droghe psichedeliche (inventando ad hoc questa definizione poi destinata ad una grande diffusione).

Huxley si era a sua volta ispirato ad un verso di Blake, pregno di sapienza gnostica, tratto da Il Matrimonio del Cielo e dell’Inferno: “Se le porte della percezione fossero purificate, tutto apparirebbe all’uomo come in effetti è, infinito”.

Nella stessa sezione (i Proverbi Infernali) dell’opera appariva un’altra celebre sentenza, destinata, per la sua suprema ambiguità, a divenire erroneamente un mantra distorto per la vita dissoluta di Morrison: “La via degli eccessi conduce al Palazzo della Saggezza”.

Versi dalla fiammeggiante potenza profetica, che nel calderone sincretico di fine anni’60 hanno smarrito il loro significato iniziatico per divenire superficiali slogan di autodistruzione.

Tuono Blake

Se si leggono con profondità le opere di Blake, apparirà evidente come egli fosse consapevole erede, e fiero prosecutore, di una sotterranea tradizione sapienziale che ha attraversato l’Occidente, relegata nel recinto dell’eresia all’ombra dei dogmi teologici, come un fiume segreto a cui hanno attinto i grandi ispiratori del poeta: Dante, Michelangelo, Milton.

Il grande lavoro filologico e musicale di Victor Vertunni è volto proprio a sgombrare il campo da questi equivoci, restituendo alla luminosa figura di Blake il suo profondo valore filosofico.

In particolare, nella serata romana sono stati riproposti in chiave musicale i Canti dell’Innocenza.

Come scrive, con chirurgica precisione, Guido Ceronetti in Blake e la Tigre, stentoreo capitoletto del suo catalogo di malinconie gnostiche Cara Incertezza (Adelphi): “Quel che Blake sonda, sperimenta, verifica, intorno a sé e in se stesso, è la doppia faccia di tutto, centro dell’incomprensibilità, dell’inaccettabilità del mondo: bene-male, luce-tenebra, gioia-dolore, cielo-inferno, acqua-fuoco”. Non è un caso che uno studioso come Daniele Capuano abbia definito Blake “il più grande poeta gnostico occidentale”.

Parole che fanno eco a quelle di Elémire Zolla, nel suo saggio su L’Androgino Alchemico: “William Blake diede voce a una tradizione diffusa e particolarmente viva presso gli alchimisti, immaginando che la materia visibile sia preceduta da una fermentazione invisibile, nel corso della quale il principio maschile della luce e del tempo ruota come una “spada fiammeggiante” entro il velo di neve e ghiaccio del principio femminile, che rappresenta l’essenza dello spazio. Il gelido velo o la solida crosta dell’aspetto femminile della materia primordiale costituisce l’aspetto visibile del reale, l’illusione cosmica o maya”.

Sorprenderà molti pensare come un maestro spirituale indiano quale Shri Mataji Nirmala Devi sia arrivata a definire William Blake, addirittura una figura “angelica”, nel senso etimologico di “messaggero”, avendo schiuso nella poesia e nell’arte occidentale le porte di una conoscenza iniziatica.

Credo sia interessante riportare anche il parere di un grande poeta, e critico, come T.S.Eliot, per alcuni versi distante, ma per altri grande erede del profeta di Lambeth.

Specificamente sulla raccolta dei Canti d’Innocenza, l’autore di The Waste Land chiosa: “Blake sapeva che cosa lo interessava, e perciò presenta solo l’essenziale, o meglio, presenta soltanto ciò che si può presentare e che non ha bisogno di essere spiegato. E poiché non si lasciava distrarre, o turbare, o assorbire da nessun altro interesse, oltre a quello della precisa definizione delle cose, egli capiva. Era nudo, e vedeva l’uomo nudo, e dal centro del cristallo suo proprio.”

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La danza dei corvi: la magia primordiale della Sardegna https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-danza-dei-corvi-la-magia-primordiale-della-sardegna/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/la-danza-dei-corvi-la-magia-primordiale-della-sardegna/#respond Thu, 02 Jun 2016 06:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31148 Questo testo, assieme ad uno scritto di Marcello Fois, fa da introduzione a La Danza dei Corvi di Manuelle Z. Mureddu, edito da Betistoria, libera trasposizione a fumetti de Il Giorno del Giudizio di Salvatore Satta (Adelphi).

La Danza dei Corvi di Manuelle Mureddu è un atto d'amore.

In primo luogo, un atto d'amore nei confronti di una terra, la Sardegna, isola dal fascino irriducibilmente magico, in cui Madre Natura mostra parrossisticamente i suoi due volti archetipici: lo splendore e la durezza. Terra gravida di memorie primordiali, codici ancestrali, segrete mappe danzanti di luce nelle tenebre del dolore umano. Un crocevia di antiche energie sotteranee, straziante e paradisiaco nel conchiuso microcosmo geografico visitato d'estate da mandrie di turisti ignari. Più in particolare, il libro è un atto d'amore nei confronti di una città, Nuoro, luogo pregno di precipitati storici.

Chiese, moderne e diroccate, e nuraghi, segnano il volto architettonico di un teatro di storie contrastanti, tremende carestie e fiere rivolte, influenze romane e dominazioni spagnole, regni estranei che non hanno scalfito la granitica identità dei locali.

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Questo testo, assieme ad uno scritto di Marcello Fois, fa da introduzione a La Danza dei Corvi di Manuelle Z. Mureddu, edito da Betistoria, libera trasposizione a fumetti de Il Giorno del Giudizio di Salvatore Satta (Adelphi).

La Danza dei Corvi di Manuelle Mureddu è un atto d’amore.

In primo luogo, un atto d’amore nei confronti di una terra, la Sardegna, isola dal fascino irriducibilmente magico, in cui Madre Natura mostra parrossisticamente i suoi due volti archetipici: lo splendore e la durezza. Terra gravida di memorie primordiali, codici ancestrali, segrete mappe danzanti di luce nelle tenebre del dolore umano. Un crocevia di antiche energie sotteranee, straziante e paradisiaco nel conchiuso microcosmo geografico visitato d’estate da mandrie di turisti ignari. Più in particolare, il libro è un atto d’amore nei confronti di una città, Nuoro, luogo pregno di precipitati storici.

Chiese, moderne e diroccate, e nuraghi, segnano il volto architettonico di un teatro di storie contrastanti, tremende carestie e fiere rivolte, influenze romane e dominazioni spagnole, regni estranei che non hanno scalfito la granitica identità dei locali.

Soprattutto, Nuoro, nella sua scostante seduzione, per il Novecento ha rappresentato un misterioso e arido dedalo di nobili ispirazioni letterarie. Non ci riferiamo soltanto al monumento Deledda, Premio Nobel per la Letteratura, colei che fece assurgere la città a luogo dell’anima per i lettori di tutto il mondo. Non ci riferiamo nemmeno alle note penne straniere, da D.H.Lawrence a George Steiner, che hanno visitato Nuoro come meta di pellegrinaggio letterario.

Ci riferiamo, appunto, al terzo grande oggetto d’amore del libro: Salvatore Satta, uno degli scrittori più affascinanti del Novecento italiano.

La stessa natura della sua scrittura è fonte di riflessione: una produzione tenuta oscura nel chiuso di un segreto personale, all’ombra dell’attività ufficiale, quella di noto giurista.

Solo dopo la sua morte emersero tra le sue carte le sue opere, tra cui s’impose Il Giorno del Giudizio, destinato a divenire un caso letterario internazionale grazie alla pubblicazione Adelphi del 1979.

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Satta possiede il dono dei grandi scrittori, la capacità di evocare con una frase un cosmo di riferimenti non detti, sottese implicazioni, profonde verità inconsce.

Un dono non comune, che si rivela in frasi come questa, degne del Borges più ispirato: “La gente di Nuoro sembra un corpo di guardia in un castello malfamato”. Come scrisse il già citato Steiner in occasione del suo viaggio a Nuoro sui luoghi di Satta: “Nessuno scrittore della memoria, a parte Walter Benjamin, comunica in modo più toccante di Salvatore Satta (si noti il presagio contenuto nel suo nome di battesimo) il diritto degli sconfitti, dei ridicoli e degli apparentemente insignificanti a essere dettagliatamente rievocati.

Nei climi nordici, il mormorare del vento tra le foglie, segno della loro venuta, è concesso una volta l’anno, alla vigilia della festa di Ognissanti. A Nuoro quella notte dura tutto l’anno. I defunti sono perennemente vicini, a implorare, a supplicare l’elemosina del ricordo”. E ancora, sbilanciandosi in un giudizio tra i più lusinghieri ipotizzabili: “…né Edgar Lee Masters né Dylan Thomas hanno l’intelligenza filosofica, la pazienza della sensibilità che consentono a Satta di realizzare una struttura formale pressoché priva di difetti”. Accostamenti che al lettore digiuno dell’opera sattiana potrebbero apparire eccessivi o sensazionalistici, ma che assumono piena plausibilità a chi ha avuto il privilegio di attraversare le frammentarie ma illuminanti visioni dello scrittore.

Una prosa dal rigore inesorabile, eppure aperta a suggestioni soprannaturali, al richiamo incerto di memorie irrazionali, intrisa di amara sapienza popolare ma al contempo forgiata in raffinato lavorìo stilistico di progressiva rarefazione. Un aspetto fondamentale in Satta è il rapporto, tragico e complesso, con la Tradizione. A proposito, il geniale e controverso Sergio Quinzio ebbe un’intuizione rivelatrice, indicando una profonda parentela con le vette della letteratura russa, nell’inquietudine della sua identità spirituale: “Satta vuole di più, cerca una fede che non può stare nel solco millenario della religione tradizionale (…) Questo lo avvicina ai grandi autori russi nutriti in profondità dalla fede ortodossa – Gogol’, Dostoevskij, Solov’ëv, Rozanov – che invano si è tentato di riportare interamente alla tradizione ecclesiastica. In realtà, essi, e anche Satta, hanno domande troppo terribili per i pastori e per i teologi”.

Il libro di Mureddu è un tributo onesto ed originale: il celebrato libro di Satta, infatti, viene reinterpretato con rispetto, ma anche con quella disinvolta familiarità che ispirano le opere che ci hanno plasmato.

La prospettiva narrativa è rovesciata e mescolata, ritmata in tre tronconi narrativi che corrispondono alle Tre Gallie, i tre quartieri storici di Nuoro. Satta, nella versione fumettistica, da narratore diviene protagonista, testimone stupito e innocente della fantomatica “danza macabra”, culmine memorabile del racconto. Testimone che, in altra accezione, viene passato verso la fine al vero protagonista del libro originale, Pietro Catte, figura universale nella sua dolente parabola esistenziale.

Anche qui Mureddu sa reinventare con grande fedeltà, inscenando un’impossibile rivincita personale, nel ricordo idealizzato delle giovanili vittorie a carte nello storico Caffè Tettamanzi, cuore mondano della città.

In breve, un omaggio sincero e degno ad una tra le voci più profonde del Novecento italiano.

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