Marcel Mauss Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marcel-mauss/ un blog di approfondimento culturale Mon, 14 Feb 2022 11:19:27 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marcel Mauss Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marcel-mauss/ 32 32 Ripensare il teatro come dono per la comunità https://minimaetmoralia.it/teatro/ripensare-il-teatro-come-dono-per-la-comunita/ https://minimaetmoralia.it/teatro/ripensare-il-teatro-come-dono-per-la-comunita/#respond Mon, 14 Feb 2022 13:00:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=49991 Photo by Martin de Arriba on Unsplash La generosità degli artisti ha da sempre contraddistinto l’azione teatrale come un dono per la comunità, e oggi il dono e la condivisione sono chiavi determinanti per accedere alla lettura della società contemporanea. Quasi un secolo fa, Marcel Mauss introduceva il concetto di economia del dono. Lo studio […]

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Photo by Martin de Arriba on Unsplash

La generosità degli artisti ha da sempre contraddistinto l’azione teatrale come un dono per la comunità, e oggi il dono e la condivisione sono chiavi determinanti per accedere alla lettura della società contemporanea.

Quasi un secolo fa, Marcel Mauss introduceva il concetto di economia del dono. Lo studio delle società primitive ha mostrato, sin dall’emergere dei primi gruppi organizzati, un ruolo simbolico, relazionale – e per certi versi catartico – del donare, destinato ad avere grandi riverberi anche sulla nostra quotidianità.

Il dono, per dirla ancora con Mauss, si basa sul trinomio “donare-ricevere-contraccambiare” e presuppone una forte dose di libertà: non ci sono tempi o codici per ricambiare il dono, non c’è legge che preveda un obbligo normativo. Esiste solo un obbligo morale, privo di ogni garanzia. Donare significa avere fiducia nel prossimo. Inoltre, se inseriamo il dono all’interno delle odierne dinamiche socio-economiche capiremo che la sostanziale differenza tra economie di mercato ed economie basate sul dono si fonda sul valore: valore commerciale nel primo caso, valore di uso e di scambio nel secondo. Proprio lo scambio è la frontiera che ci interessa, perché prevede “un’altalena mai in equilibrio” tra il dare e il ricevere, elargendo parti di noi stessi, raccontando il nostro bisogno e modello di relazione. Parimenti, il valore d’uso indica qualcosa che ha valore perché serve ed è agito, raccontando qualcosa sui nostri processi di costruzione, dello spazio e delle comunità.

In un modello collaborativo di crescita e sviluppo, non c’è nessuno che resta a guardare, non ci sono spettatori, ma solo consum-attori. E allora l’arte smette di essere essa stessa il fine, cessa di esistere come art for art sake, e diventa un modo di stare al mondo, di affermare la propria essenza come fruitore, ma anche produttore di contenuti. In questo processo, spettatore e cittadino coincidono, la creatività e il civismo viaggiano di pari passo.

E allora, possiamo immaginare il teatro come una metafora di economia collaborativa a 360 gradi: essere presenti o morire, perché se smettiamo di essere spettatori, quel poco che attori, registi, compagnie, tecnici, operatori dello spettacolo hanno costruito verrà giù come un castello di carte.

Gratitudine fa rima con dono, soprattutto quando si parla di arte. Una generosità dal grande potere di trasformazione, capace di smuovere il mondo, non solo culturale. Perché il dono, come quello reciproco degli amanti citato da Barthes, è un qualcosa che resta nel tempo. Pensiamo ai regali ricevuti ai compleanni, ai battesimi o alle feste di laurea, oggetti che ci ricollegano ad un evento o ad una persona, anche quando non ci sarà più. Lo racconta bene Lucia Calamaro, nella prima parte de “La vita ferma”, quando un uomo inscatola gli oggetti appartenuti alla moglie defunta. Purtroppo, così come noi siamo destinati a finire, anche uno spettacolo muore. Allo spettatore, quindi, resta solo il dono.

Eppure, in un clima così mortifero, dove è in gioco la vita, c’è ancora spazio per il dono, l’unico elemento che ci rende tutti vicini. Poi ci sono storie in grado di emozionare, di coinvolgere, e racconti che non vale la pena di essere raccontati e donati. L’importante, però, è immaginare sempre nuove storie e comprendere che la politica dello scambio non coincide con quella del dono. Se l’arte è un dono in grado di trasformare la nostra vita, allora non è possibile stare nel mezzo, senza prendere posizione. Tutto quel che sta nel mezzo tra arte e non arte è malato. Come possiamo, quindi, essere generosi verso il prossimo? Riconoscendo le nostre responsabilità senza ipocrisie e favorendo i sogni degli altri. Io dono tutto me stesso per garantire, a chi è più bravo di me, a chi è capace di donare qualcosa di importante, di stare sulla scena. Anche l’atto del farsi da parte appartiene al dono. È la generosità a rendere artista una persona.

Il dono, quindi, coincide anche e soprattutto con un approccio etico. Nel momento in cui sto donando qualcosa – da uno scritto fino all’atto teatrale – io ho anche la responsabilità del dono e, quindi, la necessità di essere onesto e aperto ad altre forme di generosità, soprattutto se non lavoro come singolo ma come collettività. Qui, però, interviene l’identità dell’artista o di un collettivo, che vuole essere riconosciuto e non tollererebbe mai la mancanza di riconoscimento. Si dona indipendentemente da quel che si riceve, altrimenti è scambio ed è il gioco della politica e di meccanismi che non hanno niente a che vedere con l’arte.

Anche il complimento in sé, mezzo abusato nel mondo dell’arte per creare connessioni e scambi, è una piacevole distrazione. Non c’è dono. Chi dona, significa che ha creato e, in questo preciso momento storico, il compito dell’arte e della cultura è di creare un nuovo modo di ragionare e di condividere in un territorio, ormai, atomizzato e popolato da anime impaurite.

 

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