Marcello Fois Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marcello-fois/ un blog di approfondimento culturale Tue, 21 Apr 2015 22:05:19 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marcello Fois Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marcello-fois/ 32 32 “Grazie ai fumetti sono diventato uno scrittore”: intervista a Joe R. Lansdale https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-joe-r-lansdale/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-a-joe-r-lansdale/#comments Wed, 22 Apr 2015 05:00:03 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26200 Pubblichiamo la versione integrale di un'intervista di Alberto Sebastiani a Joe R. Lansdale apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

«Negli anni Cinquanta per molte persone il fumetto era il male. Per fortuna i miei genitori non la pensavano così, se no non sarei mai diventato Joe R. Lansdale». Quindi meglio dire grazie a mamma e papà Lansdale, perché altrimenti non avremmo mai letto la trilogia di Drive-in, o le storie di Hap e Leonard, insomma alcuni dei testi più famosi nel mondo dello scrittore texano. Ma bisogna dire grazie anche ai fumetti, che per Lansdale non sono solo una passione da lettore, ma anche uno degli ambiti narrativi in cui si muove spesso (e a suo agio) da sceneggiatore o seguendo adattamenti di suoi testi, come avviene ora con I Tell You It’s Love, tratto dal racconto omonimo (uscito in Italia per Einaudi nel 2006 col titolo È amore, ve lo dico io nel volume In un tempo freddo e oscuro). È un fumetto di 94 pagine a colori appena pubblicato in Inghilterra dall’editore SST Publications, ed è disegnato da Daniele Serra, cagliaritano, già coautore di Carne con Marcello Fois (Guanda graphic). Lansdale ne è entusiasta, perché di grande qualità, tanto che per la sua pubblicazione in Italia si stanno già muovendo diversi editori.

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Pubblichiamo la versione integrale di un’intervista di Alberto Sebastiani a Joe R. Lansdale apparsa sul Venerdì di Repubblica. (Fonte immagine)

«Negli anni Cinquanta per molte persone il fumetto era il male. Per fortuna i miei genitori non la pensavano così, se no non sarei mai diventato Joe R. Lansdale». Quindi meglio dire grazie a mamma e papà Lansdale, perché altrimenti non avremmo mai letto la trilogia di Drive-in, o le storie di Hap e Leonard, insomma alcuni dei testi più famosi nel mondo dello scrittore texano. Ma bisogna dire grazie anche ai fumetti, che per Lansdale non sono solo una passione da lettore, ma anche uno degli ambiti narrativi in cui si muove spesso (e a suo agio) da sceneggiatore o seguendo adattamenti di suoi testi, come avviene ora con I Tell You It’s Love, tratto dal racconto omonimo (uscito in Italia per Einaudi nel 2006 col titolo È amore, ve lo dico io nel volume In un tempo freddo e oscuro). È un fumetto di 94 pagine a colori appena pubblicato in Inghilterra dall’editore SST Publications, ed è disegnato da Daniele Serra, cagliaritano, già coautore di Carne con Marcello Fois (Guanda graphic). Lansdale ne è entusiasta, perché di grande qualità, tanto che per la sua pubblicazione in Italia si stanno già muovendo diversi editori.

Lansdale, come nasce questo nuovo fumetto?

Via email. All’inizio Daniele Serra mi ha scritto presentandosi. È un ragazzo che disegna copertine e illustrazioni per libri horror e goth inglesi e americani, e abbiamo iniziato a sentirci. Lui mi mandava dei suoi disegni e io, che amo gli impressionisti e i surrealisti, ho trovato nel suo lavoro elementi di entrambi. Questo mi è piaciuto: ho pensato che avremmo realizzato qualcosa di unico, ed ero entusiasta di lavorarci insieme.

I Tell You It’s Love è il racconto di un assassino che prova piacere nel fare violenza. Ed è convinto di non essere diverso dagli altri.

Sì. La violenza è un malessere sociale, ma in un racconto è anche liberatoria per molti lettori. Mi piace usarla realisticamente, senza mascherarla o edulcorarla. Qualcuno non è d’accordo, ma io lo trovo un modo per esprimere l’agitazione che caratterizza, nel profondo ma anche in superficie, la società moderna. Anche nei miei libri su Hap e Leonard, dove di violenza ce n’è eccome, ciò che conta è l’effetto che essa ha sui due personaggi. Hap ad esempio può risultare eroico in un certo momento e subito dopo può essere messo ko, a terra, e questo è un po’ una raffigurazione del conflitto interiore che tutti viviamo. Se però nulla è più appagante di vedere una persona schifosa prendere un pugno in faccia, per alcuni questo può diventare una droga, ad altri dare fastidio. Sono facce della stessa medaglia. La violenza è parte della società, ed è nella maggior parte dei drammi e delle avventure per una ragione: solletica. Ne siamo attratti e allo stesso tempo la repelliamo.

Nei fumetti però la violenza non ha mai avuto vita facile. Molti l’hanno condannata e osteggiata, soprattutto nel dopoguerra. I fumetti stessi erano considerati da alcuni il male, addirittura un’opera del demonio, come crede il padre di Stanley, nel suo romanzo La sottile linea scura (Einaudi 2004).

A dire il vero i fumetti sono sempre stati disprezzati, ma il discorso è complesso e comunque per me sono stati fondamentali. Se guardiamo con attenzione, i primissimi fumetti non erano molto ben scritti, ma avevano il vantaggio di essere pieni di immaginazione, e di essere concepiti proprio per i ragazzi. Col passare degli anni i fumetti sono cambiati, cresciuti, maturati e ora, paradossalmente, ci sono tanti lavori per adulti ma mancano quelli per giovani lettori, che permettano loro di entrare in questo mondo. Una sorta di testi di prima lettura, che faccia capire l’importanza di questo linguaggio, perché i fumetti sono un’esperienza di lettura diversa da tutte le altre. È vero che ora, grazie alle nuove tecnologie, non esistono più cose che possono essere fatte solo a fumetti, impossibili per i film, ma i comics sono ancora una cosa diversa. Io li amo e ne leggo in grande quantità, da sempre. Poi, senza dubbio, negli anni cinquanta, o sessanta, c’erano molte persone che sostenevano che i fumetti fossero il male, come appunto il padre di Stanley. Ma per fortuna i miei genitori non la pensavano così, anzi mi incoraggiavano a leggerne, e me ne compravano ogni volta che potevano. Così facendo, hanno reso la mia infanzia ricca di fantasie, fertile, e ho sempre detto che devo molto a questo, e a loro, se sono diventato uno scrittore.

Per quali fumetti dobbiamo ringraziare i suoi genitori?

All’inizio forse Woody Woodpecker, o storie divertenti con animali, ma molto presto ho incontrato i supereroi. Batman, Flash, e tutti quelli della DC comics, i miei preferiti, anche se compravo pure quelli della Marvel. Ho letto un sacco di fumetti! Solo i manga non mi hanno mai preso molto, anche se ne ho incontrati alcuni che mi piacciono. Diciamo che non sono nelle mie corde. Oggi poi preferisco comprare selezioni di supereroi (ma non solo), raccolte antologiche, perché così ci metto più tempo a leggere. Se compro gli albi singoli ne divoro uno in dieci minuti e, anche se dopo una prima lettura torno indietro e mi soffermo sull’aspetto artistico, in fondo lo scorro comunque in tempi molto rapidi.

Parliamo di Batman. Ne è stato lettore e sceneggiatore, e ha anche scritto dei racconti e un romanzo su questo personaggio.

Quel che più mi piace di Batman è che Bruce Wayne è un ragazzo normale senza superpoteri, che ha dovuto apprendere tante differenti discipline, dalle arti marziali agli studi scientifici. Sinceramente ci ho provato anch’io, specie per le arti marziali. Non sono sicuro di essere diventato bravo come lui, ma provandoci mi si sono aperti davanti un sacco di mondo diversi e ricchi. Il romanzo che ho scritto su Batman, Captured By the Engines (Warner Books 1991, poi ripreso nel 2007 e edito in Italia da edizioni Bd: La lunga strada della vendetta) è stato però un caso. Mi è stato commissionato. Erano i primissimi anni Novanta, avevo sceneggiato un paio di avventure a fumetti, scritto dei racconti per delle antologie dedicate a Batman curate da Martin H. Greenberg, e se non ricordo male stavo lavorando anche a degli episodi di Batman. The Animated Series (Read My Lips, Showdown e Perchance to Dream). Poi avrei fatto anche un episodio per The New Batman Adventure (Critters), ma intanto c’erano delle storie che avevo già scritto, che erano state lette ed erano piaciute, così un giorno ricevo una telefonata dall’editore: “ci vuoi rimettere mano, fare un romanzo?”, mi hanno chiesto. E io ho detto sì.

A dire il vero, tra fumetti e serie animate, ha “messo mano” anche ad altri personaggi con una lunga tradizione alle spalle, come Superman, i Fantastici 4, Tarzan e Conan. Come si personalizzano?

È vero, sono parte di una tradizione da rispettare, ma provo a metterci anche qualcosa di mio. Coi Fantastici 4 ad esempio si è trattato di un’avventura per giovani lettori, così ho fatto una storia semplice, provando a riprendere le primissime avventure per recuperarne soprattutto il rapporto coi mostri. Era una storia che aveva come protagonista principalmente La Cosa, l’uomo roccia, il mio preferito dei Fantastici 4. E in effetti sono stato un po’ più tradizionale.

Forse intervenire su alcuni di questi personaggi è più difficile. Penso ad esempio a colossi come The Spirit (New adventures, n. 8, 1998) del maestro Will Eisner.

Amo The Spirit e mi è davvero piaciuto scriverne, ma solo Eisner può veramente farlo. Penso di aver fatto una storia divertente, anche se è successo una sorta di pasticcio. Temo che per errore siano state tagliate un paio di frasi da un dialogo, ma ormai è uscito, e amen. E pensare che in realtà io preferisco lasciare poco spazio ai dialoghi quando devo scrivere una scena, dando agli artisti la possibilità di fare il loro lavoro per raccontare la storia. Tim Truman ad esempio è un maestro in questo, e l’ho scoperto lavorandoci insieme per il fumetto western Jonah Hex della DC Comics (uscito in Italia nel 1997 per Magic Press). Ho lavorato anche con altri ottimi artisti che rispetto, come Jack Jackson per Dead in the west, adattamento del mio romanzo La morte ci sfida, o come Nathan Fox per Le ali dell’inferno (uscito in Italia nel 2009 per Edizioni Bd). Ho imparato che ognuno ha il suo stile, e sono stato fortunato a lavorarci assieme. Ma Tim Truman resta il mio favorito.

Le ali dell’inferno è un suo adattamento del racconto di Robert E. Howard. Ha rivisitato per il fumetto anche The Dunwich Horror di H. P. Lovecraft, The Hell-Bound Train di Robert Bloch (usciti in L’orrore e altre storie, Edizioni Bd 2013).

Amo questi autori, ma ti senti sempre un po’ fuori posto lavorando sui loro testi. Sei a un bivio: o imitarli esattamente, cosa che odio (hanno già fatto loro quel che si doveva fare, allora perché dovrei rifarlo io?), o riscriverli, ma non puoi spingerti troppo lontano. Le cose per me ora stanno così: sono me stesso da tanto di quel tempo che è diventata dura per me togliermi di mezzo quando faccio adattamenti. E mi piace pure farne! Anche se non voglio costruire una carriera lavorando su un personaggio altrui.

E com’è essere adattato? In Italia, ad esempio, Way Down There è stato sceneggiato da Luca Crovi e disegnato da Andrea Mutti (Laggiù nel profondo, Edizioni Bd 2007).

Quando fanno un fumetto da un mio racconto scopro sempre i personaggi diversi da come li avevo immaginati. Qualche volta sono comunque ok, altre non proprio, ma fa lo stesso. Questo adattamento italiano era tra quelli ok. Il problema è sempre chi ci lavora, sia che si tratti di fumetti che di cinema. Io poi non sono uno che si arrovella a chiedersi cosa il fumetto possa aggiungere o meno a un testo. Secondo me tutte le storie devono avere il giusto impatto, personaggi e dialoghi interessanti. E a dire il vero il mio problema maggiore con i fumetti è uno solo: lo spazio. Mi piacerebbe averne di più rispetto a quello che un formato standard mi concede.

Daniele Serra realizzerà a fumetti anche il suo racconto Il Dio delle lame, che uscirà nell’autunno 2015 sempre per SST. È un Dio tremendo, ricorrente nei suoi racconti, anche nel suo fumetto Ombre e sangue (con Mark A. Nelson, Rw/Lion, 2013). Perché gli è così affezionato? 

Penso sia un debito con Jack lo Squartatore. Ho anche adattato a fumetti il racconto di Bloch Distinti saluti, Jack lo Squartatore con Kevin Colden (in Italia edito nel 2011 da GP comics), e spesso ricorre nei miei racconti: mi ha sempre affascinato, prima di tutto perché non è mai stato preso. Chi era? Cosa lo spingeva? Ora ci sono tante situazioni analoghe nei notiziari e la sua storia è diventata meno affascinante, ma da bambino non ne sentivo così tante. Aveva ucciso tanto e tanto a lungo, ma al tempo non si pensava ai serial killer. Si pensava a una serie di crimini separati, e la patologia che esprimevano non era capita. Ancora oggi non la è, per quanto se ne possa capire molto più ora che allora. Ma se oggi la curiosità per il caso è forse diminuita, resta ancora qualcosa di affascinante sullo Squartatore. Sarà l’era delle luci a gas…

Vedremo mai Hap e Leonard a fumetti?

Penso succederà. C’è sempre stato l’interesse, ma non ho mai avuto il tempo di mettermici. Vorrei fare una storia originale, ma vorrei anche vedere come rendono gli adattamenti di alcuni dei racconti più brevi, come Una mira perfetta, Le iene, e Bent Twig, uno degli ultimi che ho pubblicato. E se poi volete trovarmi un editore italiano che vuole adattare la mia trilogia di The Drive-in sceneggiata da Christopher Golden, sono a bordo!

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Letteratura e inquietitudine https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-e-inquietitudine/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/letteratura-e-inquietitudine/#comments Sat, 11 Oct 2014 08:04:01 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23745 Pubblichiamo l'intervento che Marcello Fois ha tenuto a Pordenonelegge 2014 ringraziando l'autore. (Fonte immagine)

di Marcello Fois

Ho undici figli.

Il primo è fisicamente poco appariscente, ma serio e intelligente, pure non ho molta stima di lui, benché, in quanto figlio, lo ami come tutti gli altri. Il suo modo di pensare mi pare troppo semplice, non guarda né a destra, né a sinistra, né in lontananza, compie continuamente il periplo della ristretta cerchia delle sue idee o meglio vi si aggira dentro…

(…)

Il mio undicesimo figlio è gracile, certo è il più debole di tutti; ma la sua debolezza inganna, perché a volte sa essere forte e risoluto; ma anche allora la sua debolezza è in qualche modo determinante. Non è però una debolezza di cui s’abbia a vergognare, ma qualcosa che sembra tale soltanto su questa nostra terra. Non è per esempio anche la disposizione al volo una debolezza, trattandosi di un vacillare incerto, di uno svolazzare a caso? Qualcosa di simile appare nel mio figliuolo. Il padre, di certe qualità non può certo rallegrarsi perché tendono evidentemente alla disgregazione della famiglia. A volte mi guarda quasi mi volesse dire: Ti prenderò con me, babbo. E io penso allora: Saresti l’ultimo a cui mi affiderei. E il suo sguardo sembra rispondere: Ebbene, che io sia almeno l’ultimo.

Questi sono i miei undici figli.

È Kafka (Undici Fratelli), perché è un maestro di quella che io vorrei definire Inquietudine come Sistema. Il caso dell’immortale praghese è assolutamente paradigmatico di qualcosa che separa gli scrittori dagli scriventi, e cioè per l’appunto la necessità di fare della propria inquietudine un materiale attivo. Come si fa a mettere in moto una reazione chimica all’interno di una miscela apparentemente inerte, lettere e frasi, come la scrittura? Dove sta la febbre biologica che tiene vive, pulsanti, le pagine? Kafka risponde per tutti: nell’inquietudine. Perché l’assenza di inquietudine, e quindi l’incapacità di generare moto, produce inerzia e quindi morte.

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Pubblichiamo l’intervento che Marcello Fois ha tenuto a Pordenonelegge 2014 ringraziando l’autore. (Fonte immagine)

di Marcello Fois

Ho undici figli.

Il primo è fisicamente poco appariscente, ma serio e intelligente, pure non ho molta stima di lui, benché, in quanto figlio, lo ami come tutti gli altri. Il suo modo di pensare mi pare troppo semplice, non guarda né a destra, né a sinistra, né in lontananza, compie continuamente il periplo della ristretta cerchia delle sue idee o meglio vi si aggira dentro…

(…)

Il mio undicesimo figlio è gracile, certo è il più debole di tutti; ma la sua debolezza inganna, perché a volte sa essere forte e risoluto; ma anche allora la sua debolezza è in qualche modo determinante. Non è però una debolezza di cui s’abbia a vergognare, ma qualcosa che sembra tale soltanto su questa nostra terra. Non è per esempio anche la disposizione al volo una debolezza, trattandosi di un vacillare incerto, di uno svolazzare a caso? Qualcosa di simile appare nel mio figliuolo. Il padre, di certe qualità non può certo rallegrarsi perché tendono evidentemente alla disgregazione della famiglia. A volte mi guarda quasi mi volesse dire: Ti prenderò con me, babbo. E io penso allora: Saresti l’ultimo a cui mi affiderei. E il suo sguardo sembra rispondere: Ebbene, che io sia almeno l’ultimo.

Questi sono i miei undici figli.

È Kafka (Undici Fratelli), perché è un maestro di quella che io vorrei definire Inquietudine come Sistema. Il caso dell’immortale praghese è assolutamente paradigmatico di qualcosa che separa gli scrittori dagli scriventi, e cioè per l’appunto la necessità di fare della propria inquietudine un materiale attivo. Come si fa a mettere in moto una reazione chimica all’interno di una miscela apparentemente inerte, lettere e frasi, come la scrittura? Dove sta la febbre biologica che tiene vive, pulsanti, le pagine? Kafka risponde per tutti: nell’inquietudine. Perché l’assenza di inquietudine, e quindi l’incapacità di generare moto, produce inerzia e quindi morte.

Quello appena letto si direbbe un brano privato, e invece no: è un brano pubblico, addirittura un manifesto stilistico. Kafka, per sua ammissione diretta, in questo piccolo gioiello, sta parlando certo di un padre in rapporto alla sua numerosa figliolanza, ma soprattutto sta parlando di ciò che ha scritto e di ciò che scriverà. Sta cioè mettendo a fuoco il fulcro stesso del rapporto fra lo scrittore e la sua inquietudine. Non, moralisticamente, la Verità. Ma, eticamente, la verosimiglianza. In letteratura mentire non è peccato. Neanche quando si finge di parlare di sé per dare una sorta di credibilità aggiuntiva alla propria storia. È inquietante parlare con gli scrittori perché nessuno di loro potrà garantirvi di mantenere il vostro segreto. È inquietante la natura stessa dello scrivere e del raccontare perché arriva all’esperienza tramite il falso/vero piuttosto che tramite il vero/falso.

La Letteratura, dunque, ribadisce, fra gli altri, Kafka, dovrebbe prendersi, io mi permetto di dire riprendersi, il diritto di generare inquietudine. E mi permetto anche di far notare che questa difficoltà a fare i conti col pretendere quanto le spetta ontologicamente riguardi soprattutto la letteratura italiana contemporanea. E se così non fosse, diciamo che nell’ambito delle varie letterature “distratte” o “smemorate”, quella italiana è quella che mi sta a cuore. La Letteratura non è la Politica, che dovrebbe trovare un punto di contatto tra posizioni anche distanti; né è il Giornalismo che dovrebbe assoggettarsi alla realtà anche quando la notizia non è eclatante. La Letteratura è, per l’appunto INQUIETUDINE e cioè fine, interruzione, dello stato in cui ci troviamo prima di affrontarla.

I segnali sono chiari, uno: se dopo la lettura di un romanzo siamo esattamente come, e dove, eravamo prima, si può affermare, con buona approssimazione, che abbiamo consumato LETTERARIETÀ, cioè qualcosa che ha l’aspetto, qualche volta l’atteggiamento della letteratura, senza averne il senso, e cioè l’inquietudine; due: se quando ho finito di leggere un romanzo, o presunto tale, sono completamente d’accordo col suo contenuto, si può affermare, con buona approssimazione, che ci troviamo di fronte a un prodotto paraletterario, e sarebbe a dire, costruito per i tempi in cui deve essere consumato, ma incapace di procedere oltre; tre: se un romanzo, o presunto tale, agisce da analgesico, da oppiaceo contro la realtà, si può affermare che ci troviamo di fronte a un placebo, piuttosto che a un medicinale, nel senso che alla Letteratura spetta generare anticorpi, piuttosto che anestetizzare.

A questo proposito va detto che questa è una caratteristica meno nuova di quanto si pensi nella storia della letteratura: ogni periodo ha avuto la sua “paraletteratura” e cioè il prodotto con scadenza.

L’inquietante della Letteratura è che non è perfetta, non è pacificante, non è attuale.

Ora pensate a un qualunque classico immortale e scoprirete che queste tre caratteristiche sono assolutamente incontrovertibili. Fate il paragone con uno qualunque delle migliaia di “romanzi vuoto a perdere” che ci circondano e vedrete che, in tutti i casi, vi hanno lasciato esattamente dove eravate, vi hanno interessato a tempo, spesso limitato, ve li siete dimenticati o ve li dimenticherete a breve. Alcuni di questi sono persino diventati illeggibili, o sono in attesa di recupero momentaneo, come le orride giacche con le spalline degli anni ’80, o il carpaccio con la rucola degli anni ’90.

Fra i lati inquietanti della Letteratura dunque quello più inquietante di tutti è con quanta elementare coazione a ripetere ella si esprima. Da secoli, millenni, produciamo poche opere fondamentali e una caterva di tentativi. Per farvi capire meglio proverò a fare degli esempi, entrambi alimentari: l’aceto balsamico e la mozzarella di bufala: in entrambi i casi se ne millanta di più di quanto se ne produca. Un calcolo recente ha stabilito che per produrre tutta la presunta mozzarella di bufala in circolazione, l’intero territorio italiano dovrebbe essere un enorme pascolo per questi mansueti bovini. Non bastano nemmeno temerari allevamenti intensivi sperimentati in Cina, o negli Stati Uniti. Per l’aceto balsamico il discorso cambia poco. La procedura per farlo richiede tempi lunghissimi e i tempi lunghissimi non sono certo il massimo per l’industria, ecco così che si mettono sul mercato pseudoacetibalsamici dimenticandosi la consequenzialità tra il nome e la sostanza. Esattamente come succede nel mercato editoriale. Per i più spirituali e confessionali di voi un esempio valido di questo fenomeno è rappresentato dalla moltitudine di reliquie portanti come accezione “scheggia della croce di Cristo”.

Ecco, chi avesse tenacia e pazienza scoprirebbe, con un calcolo semplicissimo, che riunendo tutte le pseudo schegge della pseudo croce di Cristo, si potrebbe ricomporre una foresta di buone dimensioni.Ma ognuno può fare riferimento anche a fatti storico/politici: le infinite schegge del muro di Berlino; a conquiste della Scienza e della tecnica: i sassi lunari; ad avvenimenti di ordinaria,italica, trascuratezza: i frammenti di mattoni carbonizzati della fenice di Venezia. Sempre i pezzi riuniti disobbediscono alla legge di Lavoisier, il muro di Berlino sarebbe grande come la Muraglia cinese; di lune ce ne vorrebbero due; di teatri La Fenice chissà… Esattamente come succede per i dati di vendita editoriali.

“Non siamo un’Arcadia la Letteratura è vita” proclamava Francesco De Sanctis dalle barricate,  cioè la letteratura non è “vita senza inquietudine”, non è un territorio di esercizio passivo, ma attivo; non un luogo di consolazione, ma di crisi.

Ora, i detrattori, in questi tempi spicci, tagliano dicendo che tutto ciò ha a che fare con la pesantezza piuttosto che con la leggerezza, e qualcuno, temerariamente, cita in proposito Calvino, senza capire, o volendolo ignorare che proprio per Calvino i termini “leggero” e “divertente”, sono apici assoluti dell’elaborazione, quindi tutt’altro che facili da ottenere.

Di più: divertente e faticoso sono in tutto una dicotomia Calviniana, in quanto divertente non è necessariamente quanto fa ridere, come si vuole pensare, ma, etimologicamente, quello che “sposta”, quello che fa guardare da un’altra parte, in un angolo imprevisto, in uno spazio ignorato. In questo senso, per esempio, lo strabismo di Mattia Pascal, che io riesco ad afferrare per altri versi, era davvero l’incarnazione della necessità di cambiare prospettiva. E a Calvino il Mattia Pascal pareva perfetto. Così come il faticoso si rappresenta ai massimi livelli nella sua totale assenza, sarebbe a dire che è artista, scrittore, solo chi sa nascondere la fatica del suo fare. E Calvino sa risultare lineare solo perché é uno scrittore performatico, allenatissimo, indefesso. Sa stare sulla pagina con la stessa meravigliosa compostezza di Juri Chechi sugli anelli, senza un minimo digrignar di denti, senza una goccia di sudore, senza una traccia di contrazione muscolare. Chi parla di Calvino per sanare la propria incapacità di conquistare la leggerezza e la semplicità senza passare dalla pesantezza e dalla complessità, dal lavoro, evidentemente non ha letto Calvino. Perché sennò capirebbe che, nella linea dell’inquietudine, egli è il più inquietante in assoluto dei contemporanei.

Hoffmannsthal asseriva che in Letteratura la sostanza è tutta nella superficie, sintetizzando un’inquietante sequenza di paradossi che da sempre determinano, e rendono enzimatico, il fare letterario; fra queste il concetto che la semplicità in Letteratura è complicatissima da raggiungere, mentre non c’è niente di più semplice che scrivere complicato, appunto; come che la Letteratura, in modo davvero inquietante tende a “ribadire l’ovvio” piuttosto che a stupire e questo solo perché è più stupefacente lo stupore dell’ovvio che lo stupore dello stupefacente. Bisogna essere malati o no? Altro che abitare in un Paese in cui tutti scrivono. In Letteratura, il paradosso più inquietante in assoluto, è che non è detto che lo scrivere produca scrittura. Qualche volta scrivere è scrivere e basta, un sistema per produrre romanzoidi, cioè oggetti con forma di romanzo senza la sostanza del romanzo; in assetto di libroidi (G.A. Ferrari), cioè oggetti stampati con forma di libro senza averne la sostanza; nutriti difattoidi (G. Dorfless), cioè avvenimenti che hanno, ancora una volta, tutto l’aspetto della storia, senza, inquietantissimissimamente, averne la sostanza.

La misura dei tempi gramissimi che stiamo vivendo è rappresentata a pieno da questo rovesciamento in cui il romanzo rinuncia al proprio compito precipuo, di forzare e distorcere, navigando sotto il pelo dell’acqua, in apnea.

Da sempre le arti, e la scrittura più di tutte, sostanziano la loro capacità di incidere e quindi perdurare, e quindi di raggiungere l’inquietudine e la fluidità che ne consegue, il classico, attraverso un’azione bifasica: Sperimentazione e Accademia. La prima, estremo dell’inquietudine: tensione, limite senza ritorno delle capacità elaborative; la seconda totalmente priva di qualunque inquietudine, tutta genuflessa al cognito. La prima disobbediente per progetto, la seconda ciecamente obbediente. La prima solo esito, la seconda solo tecnica. Il vascello della scrittura naviga in mare aperto.

A questo proposito vorrei far notare che la metafora della navigazione che agli smemorati odierni pare solo legata all’informatica è, in letteratura, antichissima. Anzi mi spingerei a dire che il suo sembrare una metafora appena scoperta dipende proprio dalla sua “antichità” e dalla sua sedimentazione. Ora con navigazione è facile: ma con Bluetooth? Quella parola, manco a dirlo, racconta di un antichissimo re navigatore delle saghe nordiche a cui piacevano i lamponi “Re Denti blu”, per l’appunto. Ora lo scrittore, per essere tale, dovrebbe costantemente inquietarsi per la necessità, l’obbligo, di tentare di controllare più connessioni possibili, perché sono proprio quelle connessioni che tengono in vita la sua scrittura e fanno procedere la sua navigazione.

Stavamo parlando del vascello della scrittura che ora, spinto da venti furiosi sulla cresta schiumosa delle onde, tende, stira, parole e concetti come le vele gonfie (“dei remi facemmo ali al folle volo”); ora, appesantito da un carico estremo, naviga lentissimo con la superficie dell’oceano che quasi sfiora i bordi dello scafo: The poorold Past, The Future’s slave (il povero vecchio passato, schiavo del futuro – Melville, Pezzi da battaglia); ma è la giusta quantità di vento, l’essere saggiamente guardinghi, quindi il mantenere la specifica dose d’inquietudine, che produce la navigazione perfetta, stabile, progressiva (La strada sarebbe stata lunga. Sono lunghe tutte le strade che conducono a ciò che il cuore brama. Ma questa strada l’occhio della mia mente la poteva vedere su una carta, tracciata professionalmente, con tutte le complicazioni e difficoltà, inquietudini, eppure a suo modo sufficientemente semplice. O si è marinaio o non lo si è. E io di esserlo non avevo dubbi. J. Conrad, La linea d’ombra). Beato lui, Conrad intendo.

Non sono questi i tempi di “o si è marinaio o non lo si è” e cioè “o si è scrittore o non lo si è”. Sono tempi in cui il colmo della sperimentazione si è spostato nei circuiti di Formula 1 e nelle passerelle della moda: grazie ai primi possiamo guidare le nostre utilitarie e grazie alle seconde possiamo indossare abiti consoni. Senza ore di interminabili giri in tondo, non si potranno saggiare sistemi meccanici, assetti, freni, air bag, per tutti; senza il torto di subire donne di due metri che pesano trentotto massimo quaranta chili e che indossano capi impossibili, non si potranno costruire i jeans o le maglie per tutti. Sono esempi chiarissimi di come la ricerca, la tensione, l’inquietudine, producano tendenze e quindi gusto. Ergo, la letteratura è l’unico settore dove, al contrario dovrebbe essere il mass market, o al massimo l’accademia, quindi l’assenza dell’inquietudine, a decidere la tendenza. Dimenticando che dall’inquietudine, dalla sperimentazione, dal divertimento possono scaturire classici. Dall’Accademia no. Ancora discutiamo di Trama e Stile come se parlassimo di petto o coscia a tavola. Come se lo scrittore avesse l’autorizzazione a scrivere male, pur raccontando, o a scrivere benissimo, nonostante non racconti nulla. Ma questa opzione lo scrittore non ce l’ha affatto: lo scrittore al raccontare scrivendo bene non ha alternative. Siamo incagliati nella secca di una Letteratura in cui non c’è più niente a cui disobbedire, niente da addomesticare, nessun meccanismo da applicare su larga scala, nessuna linea da adattare, nessun ferodo da saggiare, o cucitura da replicare, nessuna inquietudine.

Il rapporto col giornalismo la dice lunga: ci lamentiamo che i giornali sono scritti male, li vogliamo, giustamente, scritti meglio, ma compriamo romanzi scritti come giornali. Pretendiamo cioè che la Letteratura si livelli in senso falsamente, retoricamente, calviniano, ma la notizia ci piace “letteraria” cioè caricata d’inquietudine: il romanzo deve sussurrare, ma la cronaca deve urlare o, persino ululare. Tutto il contrario di quanto preveda la natura stessa di quelle rispettabilissime discipline.

Oggi alla notizia la fattualità non basta più: urlare che due tram si sono sfiorati nel centro di Milano, senza vittime, senza che nessuno, se non il macchinista, se ne sia accorto, fa sì che il fattoide si trasformi in Letteratura, previsione attiva di qualcosa che non è stato, ma poteva essere. Mentre il romanzo è rimasto impantanato nella palude del fattuale, spesso nell’orizzonte biografico dell’autore, come se non fosse già abbastanza inquietante scrivere, da far sì che occorra scrivere considerandosi il metro, direi il paradigma, di tutte le cose. Sono gli autori che millantano di investigare il presente, come se il presente in letteratura fosse l’oggi, pensate che quel giovanotto del Decamerone ha appena compiuto settecento anni. Sono gli scrittori diversamente giovani, in una stagione dove si confonde la capacità di contribuire, di sopravvivere, con l’anagrafe, quanto sono ancora più giovani del qui presente Marcello Fois, Omero e Rimbaud? E quel ragazzaccio di Gadda, quell’adolescente di Pasolini, di quanti viventi contemporanei,restano, inquietantemente, più giovani? Fate voi.

Sono gli scrittori annuncianti piuttosto che narranti, sacerdoti dell’autofiction, completamente appiattiti nella ricerca del consenso, dopo aver individuato il target, aver nasato l’aria che tira, con la certezza di scrivere solo quello che tutti dicono di voler leggere. Ecco, quella certezza è inquietante, nel senso più letterale, e meno letterario, del termine. Di quell’autore scafato e onniscente, sappiamo tutto, dei suoi libri nulla. Tuttavia sarebbe più dignitoso il contrario. Pensate un po’ che quando il romanzo ha una qualche chance di perdurare tende a schiacciare l’autore: Guerra e Pace viene prima di Tolstoij, come i Promessi Sposi prima di Manzoni, ancora Il Gattopardo viene prima di Tomasi di Lampedusa e Il nome della Rosa viene prima di Eco. Il Giovane Holden è del 1951, Salinger è morto nel 2010, sorprendendo tutti per il fatto che fosse ancora vivo: quale migliore omaggio, che traguardo! Ma oggi, in Italia? Il Cardellino della Tartt ci appare improvvisamente, e giustamente, come un romanzo, rammentandoci che forse, in questa nazione, avevamo perso di vista il romanzo.

La letteratura, come l’ultimo figlio di Kafka, sembra debole soltanto su questa nostra terra. Come lettori, e purtroppo come scrittori, ci siamo accontentati degli esiti piuttosto che dei percorsi: abbiamo tutto sottocchio, da sempre, ma ci piace coltivare la presunzione di inventare qualcosa, come se l’obiettivo fossero i 15 minuti e non i 15 secoli… Se i romanzi che abbiamo scritto saranno Letteratura, semplicemente, ci sopravvivranno, se i romanzi che abbiamo scritto saranno già morti anni prima della nostra morte, evidentemente, semplicemente, non saranno. Sono stati per un attimo, hanno preso un abbrivio che dipendeva dai tempi e poi scompariranno come le centinaia di migliaia di tentativi prima dei nostri. Da questa inquietudine nasce l’etica dello scrivere. Il pensiero cioè che se si rinuncia a cambiare il mondo si rinuncia alla Scrittura pur scrivendo.

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La cena degli scrittori https://minimaetmoralia.it/fiction/la-cena-degli-scrittori/ https://minimaetmoralia.it/fiction/la-cena-degli-scrittori/#comments Sat, 05 Jul 2014 05:00:35 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=21952 Questo racconto è stato scritto nell’ambito della terza edizione del Festival Letterario “Gita al Faro” di Ventotene, dove Stefano Sgambati è stato “confinato” per cinque giorni insieme a Daria Bignardi, Giovanni Cocco, Marcello Fois, Antonella Lattanzi, Michele Mari, Elisabetta Rasy, Elisa Ruotolo e Mariolina Venezia proprio per produrre un testo ambientato nell’isola e che si ispirasse all’esperienza vissuta in loco e che è stato poi letto in una serata conclusiva davanti al pubblico. Tutti i racconti saranno raccolti in un’antologia dal titolo “L’isola delle storie” che sarà presentata a “Più libri, più liberi”, prossima fiera del libro di Roma in programma a dicembre.

La cena degli scrittori l’aspettavano tutti.

La piazza sembrava un pandoro: avete presente quelli più filologici del 24 dicembre, i pandori che hanno senso, senso davvero, tutti sbatacchiati nella busta di plastica, che da quel colorito marrone diventano bianchi, innevati di zucchero a velo, gnam gnam, ecco come sembrava la piazza, almeno agli occhi degli scrittori, che possedevano le metafore, le metafore e altre figure retoriche, ad esempio lo zeugma - lo zeugma era tra i più gettonati - e queste metafore e figure retoriche circolavano nel loro sangue, il sangue degli scrittori, come eritrociti e recavano ossigeno, perciò succedeva che all’improvviso una piazza poteva sembrare un pandoro o altre cose spiazzanti e molto entusiasmanti da un punto di vista del tropo, però, ecco, non è che tutti fossero dotati dello stesso sguardo e infatti i comuni mortali al posto dello zucchero a velo più che altro notavano i volantini e le cartacce e i nastrini e i cotillons e tutto quel traffico di auto a noleggio che una volta all’anno, da tre anni, arrivava a distoglierli dalla loro piccola normalità, perciò aspettavano con entusiasmo la cena, l’ultimo appuntamento del festival letterario dell’Isola di Ventotene.

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Questo racconto è stato scritto nell’ambito della terza edizione del Festival Letterario “Gita al Faro” di Ventotene, dove Stefano Sgambati è stato “confinato” per cinque giorni insieme a Daria Bignardi, Giovanni Cocco, Marcello Fois, Antonella Lattanzi, Michele Mari, Elisabetta Rasy, Elisa Ruotolo e Mariolina Venezia proprio per produrre un testo ambientato nell’isola e che si ispirasse all’esperienza vissuta in loco e che è stato poi letto in una serata conclusiva davanti al pubblico. Tutti i racconti saranno raccolti in un’antologia dal titolo “L’isola delle storie” che sarà presentata a “Più libri, più liberi”, prossima fiera del libro di Roma in programma a dicembre. (Nella foto: una scena del film “Il pranzo di Babette”.)

La cena degli scrittori l’aspettavano tutti.

La piazza sembrava un pandoro: avete presente quelli più filologici del 24 dicembre, i pandori che hanno senso, senso davvero, tutti sbatacchiati nella busta di plastica, che da quel colorito marrone diventano bianchi, innevati di zucchero a velo, gnam gnam, ecco come sembrava la piazza, almeno agli occhi degli scrittori, che possedevano le metafore, le metafore e altre figure retoriche, ad esempio lo zeugma – lo zeugma era tra i più gettonati – e queste metafore e figure retoriche circolavano nel loro sangue, il sangue degli scrittori, come eritrociti e recavano ossigeno, perciò succedeva che all’improvviso una piazza poteva sembrare un pandoro o altre cose spiazzanti e molto entusiasmanti da un punto di vista del tropo, però, ecco, non è che tutti fossero dotati dello stesso sguardo e infatti i comuni mortali al posto dello zucchero a velo più che altro notavano i volantini e le cartacce e i nastrini e i cotillons e tutto quel traffico di auto a noleggio che una volta all’anno, da tre anni, arrivava a distoglierli dalla loro piccola normalità, perciò aspettavano con entusiasmo la cena, l’ultimo appuntamento del festival letterario dell’Isola di Ventotene.

Mangia con gli scrittori!”, recitava l’enorme banner orizzontale che dalla statua del santo patrono arrivava al balconcino del campanile proiettando un’ombra spaventosa a forma di drago: circa dieci metri di complicati concetti persuasivi sotto cui gli scrittori si erano soffermati più volte durante quella settimana di eventi e incontri sfidandosi a individuare il più alto numero di refusi o comunque di ineleganze lessicali o fonetiche, o anche semplicemente di forma: Michele Monti e Marcello Gras erano quasi venuti alle mani per una questione di “d” eufoniche, per esempio. La tensione vibrava come corna di cervo in corsa e questo aiutava i giornalisti presenti a confezionare i loro pezzi di cultura e costume: il famoso chef de cuisine e sex symbol nazionale Carlo Bracco era sbarcato sull’isola e – anche se gli scrittori non lo avrebbero ammesso mai e anzi già si era sviluppata un’atroce messa in scena di ignoranza reciproca, un balletto grottesco fatto di cambi di direzione improvvisi e/o struggenti mimiche facciali caricate a salve per cui “oh caspita, devo essermi dimenticato la borsa in hotel!” con grandi schiaffi sulla fronte e rovesciamenti d’occhi per non guardare o addirittura repentine modifiche di itinerario avendolo visto spuntare dall’altro lato della strada – era lui il più fotografato e inseguito e toccato dell’intera kermesse. L’invidia era enorme, apocalittica, una specie di lugubre nave spaziale fluttuante nel cielo: Giovanni Palamita e Camilla Brasile si erano rinchiusi in stanza per un incontro carbonaro cercando di stabilire con grafici cartesiani e stima della tendenza, secondo complessi parametri statistici, chi fosse realmente più famoso tra “loro” e “lui”, ma dovendo purtroppo convenire, alla fine, che i valori risultanti non andavano nella direzione auspicata.

Alle sei del pomeriggio dell’ultimo giorno di festival gli addetti dell’organizzazione stavano ancora imbandendo la tavola agli ordini dello chef Carlo Bracco: c’era un po’ di ritardo ma tutti erano ottimisti. Nessuno poteva vedere che cosa stava succedendo poiché una grande tensostruttura copriva l’area centrale della piazza dove sarebbe stato allestito il banchetto: sui quattro lati dell’edificio improvvisato c’erano i volti dei sei scrittori invitati, ognuno immortalato nella sua posa classica, Michele Monti con le dita sotto al mento, Marcello Gras con l’asta degli occhiali tra le labbra, Giovanni Palamita col suo cappello di paglia indossato di sbieco, Camilla Brasile con la mano destra davanti al viso e il pollice e l’indice nel gesto della pistola puntata, Lorenzo Di Lorenzo seduto con le mani intrecciate dietro alla nuca e Fabio Atterraggio ironicamente ritratto con le braccia aperte a mo’ di aeroplano.

In hotel, intanto, era l’ora della consueta merenda, la fase del pomeriggio più lenta: «Ho sognato che vendevo soltanto diciottomila copie», disse Michele Monti. Aveva in mano una brioche fritta da cui sgorgava una palata di panna.

Gli altri avevano finito e si sentiva un grande spostare di tavoli alle loro spalle.

«Che cosa volgare! Stai scherzando, spero!», gli rispose Marcello Gras spalmando una michetta con del burro citronato.

«Purtroppo no. Terribile. Un incubo terribile».

«Ti prego, dimmi cos’hai preso ieri a cena così eviterò di mangiarlo per sempre».

«Del fegato, mi pare. Qualcosa di grasso, comunque. Forse del lardo…».

«Qui è tutto grasso».

«Ma perché ci fanno mangiare in questo modo? Io non ne posso più».

«Guarda che pancia mi è venuta», si sovrappose Marcello mostrando una gravidanza al sesto mese.

Emisero un rutto digestivo quasi in sincrono: fu comico.

«Si può sapere che cosa stanno…»

Marcello Gras si voltò a guardare gli altri colleghi che spostavano cose, poi tornò a spazzolare il piatto con il rebbio esterno della forchetta, con fare annoiato: «La solita gara di velocità su tastiera…».

Michele Monti ingollò un bicchiere intero di Coca Cola, poi si alzò con le mani sui fianchi: «Che noia…», disse un po’ stiracchiandosi e un po’ ruttando ancora: anche lui mostrò forme da ritratto boteriano.

Un “tic-tic-tac” lisergico invase lo spazio, in un modo che non era solo sonoro ma anche spaziale: Michele e Marcello si spostarono con espressioni simili di disappunto. Qualcuno, forse Fabio Atterraggio, che era di sicuro il più competitivo, urlò: «Finito!», seguìto da una ridda di “vaffanculo” e “testa di cazzo” e “hai barato” e rutti, altri rutti, tantissimi rutti digestivi ovunque.

I due grandi scrittori distolsero gli occhi e l’uno accese una sigaretta all’altro: «Ma anche la tua stanza è piena di refusi?», domandò Michele Monti al collega.

«Uh, non me ne parlare…»

«Sono dappertutto. Forse dovremmo protestare in reception…»

«Domani sarà finita, chissenefrega»

«Stanotte vorrei dormire, però…»

«Non ti fanno dormire?»

«No! A te sì? Io ci provo a ignorarli ma proprio mentre sto per prendere sonno, tac!, ecco tornarmi in mente quel “La stanza và liberata entro le undici” sul cartello informativo appeso alla porta. Ho provato a staccarlo, a nasconderlo, a chiuderlo in un cassetto, ma niente da fare»

«Scusa, correggilo»

«Non posso continuare ad alzarmi, non ce la faccio più. Ieri alle cinque del mattino ho tolto un apostrofo incomprensibile dalle istruzioni della cassaforte»

«Terribile…», sospiro Marcello Gras.

Infine scossero entrambi la testa, prima di iniziare una discussione sul participio passato di “struggere”.

Alle ventuno tutta Ventotene era in piazza, anche se i posti disponibili per la Cena degli Scrittori erano soltanto quindici.

Il discorso introduttivo fu affidato al libraio dell’isola, Fabio Mai, una personalità del luogo, carismatico, gentile, che si rivelò perfettamente adatto alla cosa, infilando nella sua arringa ironia e un bel po’ di sarcasmo, parlando di “gusto della letteratura” e “sapore delle parole”, strappando infine un applauso gonfio quando si congedò presentando Carlo Bracco.

«Gli scrittori spesso si riempiono la bocca di parole», disse lo chef nella sua divisa di ordinanza bianca con le iniziali cucite sul petto: «Adesso tocca a noi riempirci di scrittori la bocca!».

Il boato trasformò la piccola piazza in uno stadio da concerto rock: l’addetto al mixer ruotò due manopole e l’ambiente si riempì della “Cavalcata delle Valchirie”: si abbassarono due riflettori che incrociarono i coni di luce sulla tensostruttura centrale che esattamente quando il tema musicale giunse al suo climax si afflosciò con una minuscola detonazione rivelando finalmente la tavola imbandita. Gli applausi salirono fino alla luna, strafottente nel cielo di Ventotene, e poi ridiscesero rapidi, come il perlage di un vino francese. Quindi fu il silenzio, chiamato dal gesto tipico che aveva reso famoso Carlo Bracco nelle sue trasmissioni televisive: «Bon appetit», disse semplicemente dopo aver caricato l’aria di attesa con le mani in avanti a mo’ di direttore d’orchestra.

Subito dopo i quindici fortunati sorteggiati tra coloro che avevano scritto il “tweet” più spiritoso furono fatti accomodare al grande tavolo da camerieri in guanti bianchi e cominciò il servizio.

«Non hanno lasciat’ niente eh…».

Ormai era notte fonda e le figure umane sul gommone erano in ombra, indistinguibili. A prua, ben legati, due sacchi della spazzatura di grandi dimensioni.

«E si vede che tenevano appetito…»

«Ma tu hai assaggiato qualche cosa?»

«Poca roba… Quel fegato là, a forma di pallini: non mi ricordo com’era fatto però era abbastanza buono…»

«Le pepite di fegato grasso di Michele Monti? Abbastanza buono!? Quello era una prelibatezza, il pezzo forte della serata! L’hai sentito il gruè di cacao sopra?»

«Il?»

«Maronn’ ma dove ti hanno pescato a te?»

«Sei tu che a forza di stare appresso a tutti questi scrittori ti sei messo a parlare complicato!»

«E la rotula? La rotula l’hai assaggiata?»

«Qual era?»

«Quella in guazzetto di provola affumicata»

«Ah era provola?»

«Uno spettacolo eh?»

«La tiella coi polipi: quella è uno spettacolo…»

«Ma tu stai pazziando! E l’emincé tiepido di Camilla Brasile l’hai assaggiato almeno?»

«Emiche?»

«Emincé! La fettina di polpaccio!»

«E parla facile, mammamia! L’agg’ assaggiato, ma a me questa carne tenera di femmina del sud non mi dice niente. Preferisco quella più fibrosa e grassa dello scrittore sardo, come si chiama lui…»

«Eh, ma quello era servito con la vinaigrette di carciofi e fave e io sono allergico: non ho potuto provare»

«E ti sei perso molto… Mo’ però stat’ zitt’ e accelera, ché tengo sonno e il lavoro da fare qua è ancora molto»

L’imbarcazione, vista dall’alto, aveva la forma di una gomma per cancellare ma il mare era un disegno indelebile e a parte un breve squarcio spumoso e bianco che il motore si lasciava alle spalle, altro non concedeva alla rottura dell’immaginazione che doveva accontentarsi di quell’intonso manto nero, globulare, come se milioni di pugni increspassero l’acqua dal fondo, per uscire, per spaccare la superficie e dire: noi ci siamo. Ma noi chi?

L’isola di Santo Stefano si avvicinava così con la lentezza di certi parroci salmodianti: un calcolo renale espulso dalla balena di Ventotene poco distante, sulla cui sommità si intravedeva con un certo sforzo di diottrie la corona massiccia e inquietante del carcere.

Tre lampi di luce, intervallati da cinque secondi esatti, furono il segnale che da terra li avevano individuati e avevano aperto il cancello.

«Facimm’ ampress’ jà, ché Gigi sta già pronto»

«Quello è romano, figurati che gliene fotte: domani se ne torna nella grande città: invece noi qua restiamo. E comunque questo coso più di tanto non va. Il prossimo anno dobbiamo farci dare un gommone un poco migliore»

A terra, riuscirono a fare un solo viaggio fino al cimitero: questo fu bene. Le volte precedenti erano serviti tre viaggi, il che significava tre salite, tre discese, tre salite e tre discese: i sacchi, perfino, sembravano leggeri, nonostante la via scoscesa e il buio e le piante affilate che tagliavano i polpacci passando; tutto sommato fu una passeggiata.

«Il sacco più pesante però a me l’hai dato eh?!»

«Ma se sono quasi vuoti tutti e due! Lo chef Bracco è stato un mago!»

«Ma perché non li buttiamo a mare? Tutte le volte ‘sto scorticamento…»

«Ma perché invece non ti stai zitto? Devi per forza dire qualcosa?! Non puoi stare in silenzio!?»

«Ma quale silenzio e silenzio! Scusa, quello, come si chiama, lo scrittore l’altro giorno ha detto ai bambini  che lo intervistavano che quando non si sa più bene come andare avanti bisogna infilarci un dialogo! Che i dialoghi stanno sparendo!»

«Ma stava parlando di romanzi, di letteratura, mica di vita reale! Cretino, tu qua devi solo fare il lavoro tuo e stare zitto! Questo si pensa di essere diventato un personaggio letterario: stiamo apposto…».

Il lavoro, allora, fu svolto in silenzio, perché il silenzio fecondava la terra e la faceva morbida, affrontabile. Le pale calavano a tratti in sincrono e il rumore diventava uno soltanto, altre volte invece alla rinfusa e allora era un concerto di schiocchi, come piccole deglutizioni ferrose, perché in effetti era questo che stavano facendo, nutrivano a forza il terreno, spingevano nella glottide l’indigeribile: tre scheletri che sotterravano altri scheletri nella notte.

Quando ebbero finito pisciarono tutti e tre, attenti a non esporsi controvento, e rifiatarono. L’alba non doveva più strillare per farsi notare: era lì, a ritinteggiare tutte le cose che lo meritavano.

«E pure ‘sto Festival se lo semo tolto dai coglioni»,  sentenziò Gigi, ancora con l’uccello in mano. Era una frase fatta, che non avrebbe aggiunto o tolto nulla, ma almeno era vero. Tutti gli anni a un certo punto avevano finito, e ogni anno era vero e questo era un dato di fatto, un punto fermo microscopico ma fermo in un mondo che atterriva e spaventava chiunque già sulla terra ferma, figurarsi su quella concrezione ridicola a mollo piena di silenzio e misteri.

«Marò: tutta questa fatica per mangiare e mo’ tengo un’altra volta fame punto e da capo»

«Ma state sempre a pensa’ a magnà voi due?»

«Gigi bello, questo è perché tu sei vegetariano e non hai idea di che cos’era quel risotto olio d’oliva e grana padano con le verdure e Giovanni Palamita in pinzimonio. Solo parti nobili eh!»

«Non so’ vegetariano, ma la carne voglio sape’ da dove arriva. Voglio esse’ sicuro di quello che magno».

Si fece scrocchiare le dita.

«Alla faccia, ma tu lo sai che Palamita è pubblicato dalla casa editrice Pomodori, no? Quelli trattano gli scrittori coi guanti bianchi, puoi stare sicuro di quello che ti metti sotto ai denti»

«No… nun me fido più. L’anno scorso ti ricordi Walter Luoghi? Dicevano che era er mejo, er più grande scrittore mai stato sull’Isola e poi? Per du’ giorni tutti a diarrea so’ stati»

«Ma non c’entrava niente la carne: è che Walter Luoghi lo servirono crudo, una tartarre, e ti ricordi che si era rotto l’abbattitore? Quest’anno stava tutto apposto, non ti dovevi fare pensieri…»

Il vento si alzò all’improvviso.

Una scarica forte, una soltanto, rumorosa come una finestra che all’improvviso andava in frantumi.

Gli uomini si guardarono per capire se davvero avessero finito o se c’era ancora qualcosa da dire o da fare: si assomigliavano. Forse erano fratelli o forse era la stanchezza.

«Ma poi ci mettemmo lui nella tomba dell’anarchico Bresci?»

«Chi?»

«Walter Luoghi! Ci mettemmo lui là dentro?»

«Non mi ricordo. Tu Gigi te lo ricordi chi ci mettemmo?»

Gigi scosse la testa mentre cercava di accendere una sigaretta girata a mano.

«Tanto ai turisti se pò di’ quarsiasi cosa. Quelli so’ contenti: basta che c’hanno da fotografa’…»

«Vabbuò ma era per curiosità».

In quel momento un gabbiano passò gridando. Il suo volo apparentemente casuale tracciò una perfetta diagonale bianca nel cielo mattutino, che forse era blu, blu elettrico o blu cobalto, blu fiordaliso, magari indaco o lavanda, o blu polvere, blu Tiffany; e se fosse stato semplicemente celeste? O carta da zucchero? Chissà.

Nessuno di loro tre avrebbe saputo deciderlo con certezza, perché, be’, non erano scrittori.

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Ancora sulla cinquina #3 La letteratura da sindrome da stress post-traumatico https://minimaetmoralia.it/letteratura/ancora-sulla-cinquina-3-la-letteratura-da-sindrome-da-stress-post-traumatico/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/ancora-sulla-cinquina-3-la-letteratura-da-sindrome-da-stress-post-traumatico/#respond Mon, 02 Jul 2012 13:52:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8548 Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po' di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell'inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell'esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un'impressione diversa. Il silenzio dell'onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

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Se fosse vero quello che ormai da un decennio a questa parte un po’ di critici vanno sostenendo, ossia che letteratura italiana, tutta chiacchiera e noir, soffra di mancanza di un reale trauma (vedi per es. Senza trauma di Daniele Giglioli) di esperienza (vedi per es. La letteratura dell’inesperienza di Antonio Scurati o Autoreverse dell’esperienza di Filippo La Porta), di autenticità (vedi per es. le riviste come Il primo amore o Lo straniero e i rispettivi mentori Carla Benedetti e Goffredo Fofi), dovremmo ragionare sul perché questa cinquina di candidati allo Strega diano invece a un lettore, forte o debole che sia, un’impressione diversa. Il silenzio dell’onda, Qualcosa di scritto, Il tempo di mezzo, La colpa, Inseparabili raccontano storie di scampati, di sopravvissuti proprio a una lesione, a cui sono legati a filo doppio: lasciarsela alle spalle vuol dire far morire una parte molto consistente di sé, attraversarla rischia di imprigionarli come in delle sabbie mobili. Come ne usciranno?

Proprio per questo se uno desidera conoscere i fragilissimi protagonisti di questi romanzi, deve accettare la costitutiva plasticità di personaggi più simili a fantasmi che galleggiano sulla realtà che a esseri di carne; e sobbarcarsi insieme a loro dei riti di passaggio lunghi e sfibranti. In questo lento tempo interstiziale, le loro storie si articolano come degli spazi limbici, apertissimi interrogativi, bolle. Per dire: Roberto, maresciallo dei carabinieri in congedo del romanzo di Carofiglio, perché lo troviamo a naufragare come un flâneur psicofarmacologizzato per una Roma ridotta a un pretesto? E cos’è che spinge il giovane Trevi a affidarsi senza rete alle bizze della “pazza” Laura Betti tra commemorazioni tragicomiche in morte di Pasolini e trasferte in Grecia a cercare di esaudire un’iniziazione che somiglia a una vacanza esistenziale? Oppure chi è veramente per Marcello Fois questo Vincenzo, figlio di nessuno che a fatica accetta il suo cognome, la sua origine e finirà per meravigliarsi della sua stessa indole feroce? E Samuel, minore dei due “inseparabili” fratelli Pontecorvo della saga famigliare di Piperno, perché subisce per anni questa esistenza dimidiata: invisibile al fratello maggiore, alla madre, al padre, e capiremo alla fine anche a noi lettori? E infine come possono farcela a crescere Estefan, Martino e Greta, i ragazzini inventati da Lorenza Ghinelli, ipertraumatizzati, mentalmente instabili, per colpe appunto che non hanno capito se hanno commesso o meno?
Se volessimo dare di questo panorama-campione un’interpretazione psicanalitica, dovremmo aver cura di rintracciare prima i dettagli medici che sono profusi dagli scrittori; i romanzi contemporanei sono pieni di diagnosi psichiatriche, nomi di equilibratori dell’umore, e anche questi non fanno eccezione (fateci caso, le coppie per Carofiglio o Piperno o Ghinelli si formano come per Carlo Verdone o Woody Allen: chiacchierando di Prozac e psicosi…). Se invece fossimo in vena di sociologismi d’accatto, la risolveremo con la storia della liquidità baumaniana, e via così: che le identità che conosciamo sono così contradditorie non ce l’ha suggerito innanzitutto la letteratura, con i suoi Hyde e Jekyll, e le sue Madame Bovary? Ma è sintomatico come invece tutti e cinque questi scrittori – ognuno con i suoi mezzi, ma ognuno dotato di una sua idea ben precisa (leggi: sia consapevole che artificiosa) di cosa vuol dire costruire un romanzo – sembrino trovarsi di fronte un dilemma più complesso: cosa accade quando la ferita si cronicizza? Se la vita, per fare un esempio, scorre e nulla cambia. Se quel “tempo di mezzo” si prolunga all’infinito? Se “la pazza” Laura Betti assomiglia sempre di più al personaggio da lei interpretato in Teorema di Pasolini, una specie di santa sospesa tra la vita e la morte? Se il destino dell’amartema che ha trascinato con sé i Pontecorvo come i ragazzini della Ghinelli non soltanto non va a sfumare nell’oblio, ma divora ai fianchi, addirittura si ripete, si accanisce?
Non c’è una grande possibilità di azione o di reazione, se la condizione emotiva condivisa è quella di una sindrome da stress post-traumatico. A questo ci sta abituando sempre di più la letteratura contemporanea. Per giocare in casa, basta citare altri fortunati personaggi “stregati” degli anni passati: il Pietro Paladini di Caos calmo che sceglie di abitare la panchina davanti alla scuola della figlia dopo la morte improvvisa della moglie, o i due ragazzi Alice e Mattia della Solitudine dei numeri primi che a volersi bene non ce la faranno proprio, tetanizzati da indicibili shock infantili. (Ed è interessante come attraverso questa stessa lente si possano leggere anche La scomparsa di Lauren Armstrong di Gaia Manzini o La logica del desiderio di Giuseppe Aloe, candidati Strega perduti nella selezione della cinquina.)
Dunque la questione rimane: questi cinque romanzi candidati di quest’anno come la risolvono la drammatizzazione, l’evoluzione dei personaggi? Anche qui, sembrano immaginarla in un modo molto simile, la soluzione alla magia che condanna gli uomini a un limbo in cui si rimane inchiodati solo al proprio dolore. L’amuleto che rompe il cattivo incantesimo è in tutti e cinque i libri un un pezzo di scrittura, documento o romanzo che sia. O come scrive Trevi in copertina, “qualcosa di scritto”. Per il Trevi neanche trentenne sarà proprio il manoscritto di Petrolio, utile a accompagnarlo in un rito di conoscenza che lo porterà a diventare uno scrittore e a non rimanere per sempre orfano dei maestri novecenteschi come il padre-fantasma Pasolini. Per Samuel Pontecorvo sarà una lettera che troverà nella tasca della giacca del padre a dargli la possibilità di emanciparsi dalle interpretazioni autopunitive di tutta la famiglia. Per Vincenzo il documento che certifica che lui è un Chironi e che lui porge ai suoi parenti ritrovati come un viatico per poter essere accolto nel nuovo consesso sociale. Per Roberto sarà una biografia di Shakespeare che gli servirà per trovare un pretesto per parlare con la donna con cui, dopo anni di paresi anaffettiva, sta ricominciando a pensare di poter avere una relazione. Per Estefan saranno le scritte sui muri, che lui ogni volta che la sua testa viene invasa dagli incubi, si premura di sfiorare, come fosse una liturgia apotropaica.
E così se uno pensa a come nella crisi dell’editoria, nella perdita di autorevolezza della critica, il Premio Strega sia ancora una specie di cerimoniale fiabesco che permette di trasformare i libri in best-seller e dei semplici narratori in Autori con la maiuscola, allora in questa fede quasi magica per quel che può fare la scrittura ha anche la possibilità di vederci un desiderio inconscio che basti una votazione nel ninfeo di Valle Giulia per regalarci quel rito di passaggio verso l’adultità della letteratura di cui abbiamo una nostalgia sfrenata.

[Questo pezzo è uscito il 1 luglio sull’inserto domenicale del Sole 24ore]

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Nel tempo di mezzo https://minimaetmoralia.it/libri/nel-tempo-di-mezzo/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-tempo-di-mezzo/#comments Tue, 03 Apr 2012 09:17:05 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7318 La recensione di Giorgio Vasta all'ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

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La recensione di Giorgio Vasta all’ultimo libro di Marcello Fois, «Nel tempo di mezzo», uscita per «Repubblica».

Nell’incipit del nuovo romanzo di Marcello Fois, Nel tempo di mezzo (Einaudi 2012), il protagonista, appena arrivato a Cagliari dal Friuli dove è nato e ha vissuto in orfanotrofio fino all’età di ventisette anni, rivolgendosi all’impiegato di un ufficio della capitaneria di porto non riesce a pronunciare per intero il suo nome: Vincenzo, riesce a dire, ma il cognome – Chironi – non viene fuori.
Marcello Fois sa che gli uomini sono strutturalmente fratti, spezzati in varie parti che di rado e sempre a fatica riescono a tenere insieme. Sa che per ricucire tra loro i pezzi di un’esistenza ci vogliono anni da attraversare in lungo e in largo, e che spesso una vita sola non basta perché per provare a dare consistenza alle cose servono intere generazioni e servono i racconti che a quelle generazioni danno la parola.
Fois sa dunque che a causa di questa loro natura frantumata la parola degli uomini è incompleta e che tra il nome proprio – ciò che ci individua e ci sostanzia – e il cognome – ciò che ci collega a una storia familiare ma ancora di più alle epoche, al tempo irrisolvibile – c’è un luogo che è una cesura, qualcosa che rischia di essere un vuoto e che ambisce, se qualcuno se ne prenderà cura, a trasformarsi in una trama.

Nel tempo di mezzo – che segue di tre anni Stirpe, il romanzo in cui il destino ramificato della famiglia Chironi conosce la sua prima messinscena – racconta l’apprendistato alla vita di Vincenzo a partire dal 1943, dunque al centro della seconda guerra mondiale, tenendo però conto del fatto che in Sardegna la guerra è un rumore attutito (“come ascoltare dei vicini che litigano, che rompono i piatti”), perché quell’isola – quel miocardio piantato nel Mediterraneo – è sistole e diastole, trattiene e allontana la percezione del mondo. È un altrove che resta irraggiungibile non soltanto per chi arriva da fuori ma persino per i sardi stessi.
Vincenzo – uno che della solitudine sa tutto –, guidato da un cieco che si fa a sua volta guidare da un capro, raggiunge Nuoro (anzi, e non è semplicemente una questione di accenti ma di concezione del mondo, Nùoro). Lì incontrerà due sconosciuti indispensabili: suo nonno Michele Angelo, il fabbro che ha cercato di torcere il mondo con le mani, e Marianna, la zia che parla con i vivi e con i morti. E mentre la guerra finisce, dal cielo spariscono i Messerschmitt tedeschi, si sceglie tra monarchia e repubblica e sulle strade compare una Guzzi 500 Falcone, Vincenzo, sempre estraneo, se ne va a combattere contro gli insetti bruciando legioni di cavallette, disinfestando nubi di zanzare: per tenere lo spazio pulito, conficcare lo sguardo nella materia del tempo e scorgere, sulla linea dell’orizzonte dove se ne sta accampato il futuro, la forma della sua origine.
Il matrimonio con Cecilia sarà infatti per Vincenzo una condivisione tanto inaspettata quanto arcaica, una conoscenza delle cose che potrebbe essere il bene, che sta per essere il bene, ma che – come spesso accade – si trasforma nel suo opposto.
Il 24 dicembre 1959 si compone il diagramma della fine di un amore – l’inerzia, lo stillicidio, il gelo cupo, tutto il patrimonio di parole che si risolve in insulti, in rabbia, in strappi; la coscienza imprecisa e insostenibile che quanto è stato acqua adesso è sete. A risaltare, ora, è una consapevolezza: che la direzione verso la quale Vincenzo ostinatamente si è mosso, e che solo Cecilia comprende e gli concede, consiste di cinque lettere in stampatello maiuscolo: la parola (o meglio l’azione) padre.
E dunque, tra genitori introvabili e figli impossibili, le generazioni continuano a materializzarsi, la stirpe si allunga ferrosa e la scrittura – che in Fois, nel dare luogo a un racconto, interroga se stessa, la propria morfologia, il proprio senso – si modifica facendo suo un impulso polifonico e poi un’improvvisa intensissima prima persona che conduce fino al 1978.

Come il protagonista di Durante l’estate di Olmi, l’appassionato di araldica che regala passato alla gente incontrata per strada inventando genealogie immaginarie, Fois si fa carico di qualcosa che oggi, nella vita fratta, ha le proporzioni della sfida: dare forma a un epos, prendere l’umano e cantarlo, conferire esistenza agli individui e alla loro storia attraverso le parole. Non per gioco o per caso ma per fare, delle proprie percezioni, qualcosa di buono. Perché, scrive Fois: “La maledizione è percepire. Peggio che sapere. Peggio che ignorare.”
Per percorrere il tempo di mezzo in cui ognuno di noi è immerso e riuscire a collegare finalmente il nome al cognome, dunque per evadere dal nulla e penetrare nel mondo, continua a servirci quel ponte di corda che chiamiamo letteratura. Il ponte costruito da Fois con questo romanzo è una struttura salda e oscillante, integra e vibratile. Ha in sé una selvatichezza animale e una misura vitruviana: la qualità sostanziale che appartiene a chi sa pensare il mondo in forma di frasi, a chi si prende cura del vuoto e lo trasforma in trama.

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