Marchionne Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marchionne/ un blog di approfondimento culturale Tue, 18 Feb 2014 15:18:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marchionne Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marchionne/ 32 32 Intervista a Fabio Fazio https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-fabio-fazio/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-fabio-fazio/#comments Tue, 18 Feb 2014 14:50:22 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18598 Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l'autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

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Fabio-Fazio

Questa intervista è uscita su IL a febbraio 2013. Ringraziamo l’autore e la testata e vi segnaliamo che il nuovo numero di IL sarà in edicola venerdì 21 febbraio.

Pranziamo dietro gli studi della Endemol in un ristorante piemontese che propone agnolotti del Plin come primo. Fabio Fazio è più alto, educato e carismatico di quanto mi aspettassi. Non trasuda potere, ma orari fissi lavorativi e famigliari. Sta dalle nove alle sei in un ufficio dove c’è solo la stanza comune con tutti gli autori. Mi offre il pranzo, mi versa l’acqua. Mi espone le sue idee sulla televisione e la storia personale che le ha prodotte. È un periodo complicato: in pieno autunno, sta preparando Sanremo durante la stagione di Che tempo che fa. Dal momento in cui ci sediamo a tavola, come per un tacito accordo, nessuno dei due fa un solo riferimento al festival. Se te lo sei scordato vuol dire che non era importante. Mi hanno sempre detto così. Magari è vero anche per Fazio.

Per prepararmi mi sono fatto una scaletta dei tuoi programmi su Youtube e sei sempre uguale fisicamente.

Magari, ma stai scherzando?

A venticinque anni eri un vecchio…

No, però avevo un’altra misura, i capelli, tutta un’altra roba… No, è vero che sin da bambino son sempre stato più grande dell’età che avevo. Un po’ perché non mi è mai piaciuto l’essere ragazzino perché l’ho sempre pensato una perdita di tempo, un po’ perché non lo sono stato, nel senso che comunque avendo iniziato a lavorare a diciannove anni… La prima volta che ho messo piede in tv, in RAI, non avevo diciannove anni ancora. Era Pronto Raffaella, con la Carrà. E un po’ perché la vita… i miei genitori lavoravano tutti e due, io avevo un fratello piccolo…

Dove sei cresciuto?

A Savona. E quindi facevo quasi più da padre che da fratello, allora la situazione era quella, di molte famiglie, cioè il più grande si occupava del più piccolo. Aveva sei anni in meno di me. Quindi questo senso di responsabilità che deriva da un’educazione dei miei genitori, il senso del dovere, legalitario, di tutto… il lavoro, la scuola come unica possibilità di promozione sociale…

I tuoi che facevano?

I miei gli impiegati dello stato tutti e due, ma di quelli che però per andare in ufficio essendo impiegati dello stato si vestivano benissimo… cioè la camicia doveva essere stirata, con la cravatta, perché eri un funzionario dello stato… c’è quell’idea lì che mi ha accompagnato tutta la vita.

Questo leggendario concorso Rai enorme tu come ci sei arrivato, come ti è venuto in mente di farlo?, conoscevi qualcuno, chi te l’ha detto?

Stiamo parlando per l’appunto di un’epoca diversa, per niente appassionante tra l’altro… Io passavo il tempo libero in una radio privata, a Savona, ti ricordo che avevo sedici anni, siamo negli anni 80-81, e facevo le imitazioni che mi venivano piuttosto bene. Lì alla radio cercavano volontari figuranti: il tema era “chi è che ha voglia di sprecare due pomeriggi della propria vita, anziché andare con le ragazzine, a stare là… a mettere i dischi”? E sono entrato. La Rai faceva degli annunci serali con le annunciatrici in cui diceva che c’era questo concorso… in televisione… perché la risposta alla nascita e alla crescita delle tv commerciali, cioè di Fininvest in quel momento, la risposta della Rai era “Va bene loro prendono le nostre star e noi ne costruiamo delle altre”, quindi mentre andavano via tutti quanti la Rai fece un gigantesco concorso nazionale, importante, annunciato per televisione, quindi con le annunciatrici. E non era un concorso pubblico ad assunzione, era un provino. Sino a quel momento erano loro che venivano a cercare i talenti tra virgolette nei cabaret… infatti ciò non aveva mai riguardato la provincia, la provincia è sempre stata abbastanza esclusa, oppure quando tu andavi a Roma o a Milano a fare cabaret da qualche parte speravi che il funzionario. Io invece mi son trovato privilegiato a sentire banalmente questo annuncio televisivo e ho aspettato il giorno del diciottesimo compleanno per scrivere.

In quali studi si teneva? Viale Mazzini?

Prima fu regionale a Genova e poi chi passava il regionale veniva chiamato a Roma. Facevo l’ultimo anno di liceo, non ti posso dir nemmeno con una speranza minima, diciamo che era proprio fuori dalla mia possibilità nel senso che non c’ho mai pensato per un minuto e fu quello che mi fece vincere perché io andai con una nonchalance assoluta, la mia cosa vera fu “vorrei tanto vedere gli studi della Rai”, mi accompagnò mio padre, andai esclusivamente per questo, per vedere com’erano fatti gli studi, con la curiosità tecnologica, museale…

Qual è la cosa che ti ha impressionato?

Be’, alcuni che vedevo in televisione che avevo rivisto lì, mi ricordo che molti erano abbronzati, che davano l’idea di benessere, e poi naturalmente quello che si fa quando si va in televisione, le telecamere più grandi, gli studi che sembrano più piccoli, tutto l’aspetto tecnico, mi resi conto dell’inadeguatezza del maglione che avevo quel giorno quando ormai era tardi. A provinare c’erano due persone: uno si chiamava Bruno Voglino e l’altro si chiamava Guido Sacerdote. Guido Sacerdote fu quello che dagli anni Cinquanta, con la nascita della televisione, insieme ad Antonello Falqui trasportò il varietà dal teatro in televisione. Cioè forse per quindici anni tutti i programmi di varietà di RaiUno, nonché unica rete, erano firmati Falqui-Sacerdote quindi erano una potenza assoluta. E Bruno Voglino, che io chiamo ancora oggi mamma, la Rai per punirlo lo mandò a fare questo provino perché era considerato uno di sinistra, uno poco affidabile, ma che è quello che ha inventato tutti i più grandi varietà moderni, da Tilt alla Smorfia, il più grande talent scout che la Rai abbia avuto. In quegli anni era considerato uno poco affidabile, poi bisogna aspettare la rete di Guglielmi… ha fatto con me tutti i Quelli che il calcio quindi fino al 2000…

Un’immagine per definire quel periodo?

Io la cosa che mi ricordo subito dopo la telefonata per andare dalla Carrà, mia madre che mi porta in centro a cercare il vestito, nel negozio più bello, e naturalmente il vestito era bruttissimo, sbagliatissimo. Tante volte ho detto nella vita a Voglino: “Guarda io devo ringraziarti perché se da me oggi venisse uno com’ero io allora, io non lo prenderei mai! Mai!” E lui mi disse “Ma io ti ho preso perché tu eri bravo ma non bravissimo e io ho detto Se uno a 18 anni è bravo e non bravissimo non può che migliorare” e ho capito che quella è una grande lezione.

Quando parlavi con Walter Zenga, che conduceva Forza Italia, seconda metà degli anni Ottanta, facevi le stesse cose che poi hai fatto a Quelli che il calcio cioè qualcun altro dice le cose e tu ripeti molto la cosa che l’altro sta dicendo…

Controscena. L’idea della controscena in quel programmino aveva la forza che io prendevo in giro Zenga. Lui era portiere della nazionale, eh… Era l’88… quindi in realtà era una cosa mai tentata prima. Tieni conto che a Quelli che il calcio una grande rivoluzione fu pretendere che tutti noi dicessimo per quale squadra facevamo il tifo perché i giornalisti della Rai non dicevano. Si può chiamare gioco una cosa per cui uno non ha nemmeno la possibilità di dire per cosa tifa? Allora non è un gioco, è una guerra! Se gioco dev’essere gioco sia, quindi quell’idea ludica di Forza Italia ce la siamo riportata identica come modo a Quelli che il calcio. Poi in realtà la controscena o la spalla, per dirla meglio… In realtà un po’ c’è una timidezza di fondo che credo non sia mai superata e che quindi spinge sempre a mettere in relazione gli altri. Non ho mai fatto un monologo. Da imitatore mi paravo dietro le voci altrui. A Quelli che il calcio, io facevo dire una frase a uno, cercavo di connettere le cose…

Come eri passato dall’imitazione alla conduzione?

Quando tu eri bambino facevo un programma per ragazzi su RaiTre che si chiamava L’Orecchiocchio e poi Jeans su RaiTre il pomeriggio. Avevo vent’anni, ventuno, ed era il proto Mtv, per cui facevamo video musicali. Facevo 150-200 puntate l’anno in diretta. Vuol dire che intanto io per sei sette mesi l’anno stavo a Roma, a parte il sabato e la domenica che tornavo a casa…

A studiare…

Un po’ a studiare e un po’… avevo la fidanzata, quella che poi è mia moglie. Avevo ventiquattroanni, stavo in un residence che si chiamava Aurelia Antica…

E da lì andavi in Prati?

No, magari: andavo alla Nomentana…

Alla Dear? Dall’Aurelia Antica?

Guarda lascia stare, con la Diane… L’autore Pietro Galeotti voleva stare sull’Aurelia Antica per motivi sentimentali suoi, quindi alla fine abbiamo acconsentito tutti… Passavo molte ore in macchina, infatti quando mi dicevano usciamo rispondevo no!

Dicevamo della controscena.

È un sano parassitismo perché comunque sai secondo me si nasce o in un modo o nell’altro, ci sono i protagonisti e quelli che guardano, che se vuoi rasentano anche lo sfigato un po’, però… Io non son mai stato protagonista nel mio gruppo di amici, da ragazzo, mai. Ho sempre avuto la tendenza a osservare da fuori le cose.

Ci son stati momenti in cui ti sei detto “non posso andare avanti, non ho argomenti, non so che altri fare”?

Ma guarda, il senso di inadeguatezza c’è sempre, nel senso che quando hai la coscienza del privilegio che ti è capitato nella vita, cioè comunque di essere in un luogo dove, seppur non in prima persona, tu decidi cosa altre persone devono ascoltare quella sera… Io la vivo con molta responsabilità, devo dirti, questa cosa, però per quanto sia consapevole e responsabile cioè nel senso che io non ho mai usato la televisione per il mio potere personale, cioè non ho mai usato la televisione per accrescere il mio ruolo, il mio potere…

Però mi devi spiegare in che modo si potrebbe usare la televisione per accrescere il proprio potere.

Scegli un libro brutto anziché bello ma decidi che vuoi far uscire quel libro anziché no, fai un dispetto a qualcun altro, lo fai… Pensa se uno decidesse di rispondere in televisione ai giornali… Pensa che potenza. Puoi fare qualunque cosa: è una cosa che fanno in molti per altro. Se io ti fermo per strada e ti imbarazzo con la telecamera tu ti perdi comunque: un signore che stava indifeso camminando io ti vengo addosso con una telecamera o due, ti massacro comunque. Volendo uno può far qualunque cosa. Tu vai in televisione e decidi che passa un disco anziché no, un libro anziché no, un ospite anziché no. In base a quale ragionamento lo puoi fare?

(Poi passiamo alla pars construens, il lavoro dell’intervistatore.)

Il tema dell’intervista è entrare in relazione. Purtroppo spesso c’è pochissimo tempo. Noi due stiamo insieme qui un’ora a pranzo – io spesso con gli ospiti devo cercare di capire in quattro e quattr’otto prima di andare in scena perché magari l’ospite che non ho mai visto in vita arriva dieci minuti prima.

Ma hai momenti in cui senti “adesso questa intervista sta andando male” perché lui o lei non si sta…

Non perché lui o lei – ma perché mentre fai l’intervista one shot non hai la possibilità di tagliare, perché se uno potesse fare un’ora e poi tagli è fatta, è ovvio no? Quando tu hai venti minuti, o diciannove, o ventuno, è come suonare più che parlare: è come se tu avessi una pausa musicale in una jam session, si sente immediatamente. Diciamo che molte volte uno non è particolarmente lucido quella sera, che ne so può capitare di non essere in forma, diciamo che l’esperienza… lì si va col pilota automatico però può capitare… Comunque Che tempo che fa è la cosa che ho sempre desiderato fare e in realtà mi corrisponde più di qualunque altro… perché mi permette di occuparmi di cose che mi piacciono, libri che magari non avrei letto e che leggo…

Che tempo che fa è una trasmissione pedagogica. C’è un’espressione che usiamo con degli amici: tu sei un “Prete del Laicismo”.

La televisione ha involontariamente in sé questo potere affermativo, per il fatto solo che è lì quella cosa evidentemente merita di essere vista o ascoltata. Tieni conto che oggi non è più tanto così, in realtà: questo è un retaggio che ha la mia generazione. Perché la televisione quando ero piccolo io era il luogo dell’eccellenza. Se andava a dirlo lui è perché era lui che doveva essere lì, perché è il migliore in quella cosa… Poi non è detto che fosse vero, ma è quella che è stata percepita per tutta la televisione in bianco e nero e una parte della televisione a colori… Se vuoi con la funzione laica c’è una corrispondenza… Insomma ti obbligava a vestirti bene, quasi per guardarla, perché c’era comunque l’atteggiamento nei confronti della televisione: bisogna aspettare il telecomando per essere stravaccati, proprio un problema tecnico, quasi…

Quindi tu conservi l’assenza del telecomando nel tuo DNA…

Per forza: conservo lo stupore del fatto che qualcosa di lontano arrivi a casa tua vicino… Lo dicevo ad un mio amico ieri… un ricordo preistorico che vale non per il ricordo ma per il significato, il valore semantico… I televisori di quand’ero bimbo avevano una cosa che si chiamava alimentatore, sotto: c’era un carrello con sopra il grande televisore, sotto nella parte bassa del carrello c’era una roba che si chiamava alimentatore per cui tu – si diceva “scaldare le valvole del televisore”, tu dovevi dire “fra un quarto d’ora c’è il telegiornale, andiamo ad accenderlo!”

“Metti sul fuoco la televisione”.

Bravissimo, quindi quell’attesa… quella cosa lì ti dà il significato di come hai percepito quell’oggetto. Oggi io ho un figlio di 8 anni e una figlia di 4 che sanno che io lavoro in televisione naturalmente, ma non sanno cos’è la televisione, la fruizione è talmente personale… Se vuoi si può anche analizzare il fatto che gran parte della televisione oggi sia spudoratamente identica al privato, è come se si fosse persa la dimensione sociale o pubblica… Tu puoi andare a raccontare in televisione le cose più intime, più personali… Io non lo farei mai, perché io cosa vuol dire quella cosa lì: e non solo accade questa cosa ma la cosa che emenda il fatto che accada è che tu puoi ascoltare stasera, possiamo ascoltare insieme la confessione che ne so di un marito che dice alla moglie che era già sposato quattro volte, che aveva cento figli o disconoscere il figlio in diretta e noi rimaniamo stupitissimi ma noi stessi domani mattina non lo riconosciamo per strada perché la memoria… è talmente routine questa cosa… Se vuoi è un ragionamento più vecchio, più borghese, ma insomma non esiste dire in pubblico una cosa privata: io ho questa distinzione assoluta, in questo senso un cambio epocale, bisogna aspettare un bambino di oggi per sapere cosa sarà e se sarà la televisione fra vent’anni…

Questo tipo di televisione che fai si presta ad essere usato sia come Bignami, sia come canone della cultura contemporanea sia come appunto obiettivo da colpire…

Io credo che ci sia una malintesa idea di modernità e di forza che si esercita con l’essere volutamente scorretti, aggressivi o scortesi. In realtà ti dicevo prima… ci sono molti blog di persone incapaci che per il fatto solo di aggredire qualcuno noto ottengono il richiamo sull’ansa piuttosto che su un’altra agenzia o su un sito qualunque e questo costruisce la loro carriera. Però, per esempio, ora tu mi stai facendo un’intervista e stai facendo delle domande gentili e credo non reticenti, ma sei gentile, no? Se la stessa cosa la facessi in televisione la faresti uguale e io ti garantisco che farei anche io la stessa identica cosa e ti sentiresti dire che probabilmente avresti dovuto dirgli, “Come mai non l’hai attaccato?”, e se ci pensi basta sfogliare online i giornali e tu vedrai quante volte comunque i sostantivi che esprimono aggressività sono usati comunque come spia, come specchietto per le allodole, “se non c’è la polemica non leggo l’articolo”, sono stupidaggini colossali, è sempre tutto fatto per un tempo così veloce che non ha più la voglia dell’analisi, della lettura, dell’approfondimento ma è soltanto tutto molto percettivo…

Due cose: la celebre frase di Moretti che ti prende in giro quando gli fai i complimenti per il film e ti risponde: “Ma tu dici a tutti che è la tua cosa preferita”. E poi: mentre intervistavi Castellitto l’altra sera e lui diceva “è stata soprattutto un’esperienza di vita” io mi son detto “Ma come fa a non scoppiare a ridere?”…

Lui diceva che è stata un’esperienza di vita andare in Iugoslavia a girare il film, no? Be’, probabilmente per lui lo è stata veramente…

Però tu sei il tipo che nasce come imitatore, comico…

Però io quel film lì l’ho visto e quindi tu puoi dire che t’è piaciuto o non t’è piaciuto ma che quella cosa lì venisse fuori non c’è dubbio, eh. Io ho girato nel novantacinque un film in Africa, un documentario; quando son tornato io per due anni ma per due anni veri non solo non ho parlato d’altro, ma se vedevo l’acqua aperta in un bar gli chiedevo la cortesia di chiuderla, ho rotto le balle a mezzo mondo nel quartiere. Quindi il fatto che il regista dica del proprio film è stato un’esperienza di vita uno può ridurre o dire così, però ci stava. Nanni invece disse quella cosa anche molto allegra dal mio punto di vista ma credo che lui la disse semplicemente per eccesso di confidenza, nel senso che sai che il suo autore, sceneggiatore, Francesco Piccolo, è uno degli autori miei, quindi molto banalmente è una cosa detta… Se tu mi dici “Ammazza come sei invecchiato, sei pelato” se poi la dici lì diventa “Ah, gliel’ha cantata!”, capito?

Una delle poche cose che ho imparato, la parola che ti ho detto all’inizio, responsabilità. Io mi son sempre detto che in venti minuti d’incontro con una persona che non è di solito un mio amico – gli amici sono rarissimi, delle migliaia di persone che incontri, forse io ho meno di dieci amici – io mi son sempre chiesto “che diritto ho di fargli male?” e non ho mai trovato una risposta, cioè che diritto hai di far male a qualcuno che non conosci (o che conosci, è uguale). Un conto è chiedere una cosa, qualunque cosa, anche la più scortese – però stai parlando di una persona, quella persona lì ha una vita che avrà un lato chiaro, uno scuro, dei problemi, cioè io son sempre in questo senso portato a capire il perché uno è in un certo modo, ma io non riuscirei mai a essere volutamente aggressivo nei confronti di qualcuno per essere aggressivo, soprattutto in televisione…

Nella vita se tu devi dire anche al tuo più caro amico Sei uno stronzo non è che vai lì e gli dici sei uno stronzo, probabilmente è la fine di un ragionamento che ti porta a parlare molto e ad avere un grado di confidenza serio per poter dire una cosa grave. Quando questa cosa accade in televisione e anche la cosa più importante viene comunque interrotta dalla pubblicità secondo me c’è una forma che prevale talmente tanto sulla sostanza che non si può che rimanere ad un livello…

Di cortesia…

Io l’altro giorno ho intervistato Grossman, questo libro secondo me meraviglioso [Caduto fuori dal tempo, Mondadori], un libro che si legge in tre ore, io c’ho impiegato tre settimane perché è un libro illeggibile da chi è padre, un libro che parla solo della morte dei figli. Il mio unico problema era non pronunciare il nome di suo figlio. Perché ho detto se io fossi in questa situazione potrei permettere a uno che conosco, ma poco, di pronunciare quel nome? Io no: è sacra quella roba lì. E uno può dire “Come mai non gli hai chiesto come ti sei sentito il giorno che è morto tuo figlio”. È molto più difficile non fare una cosa spesso che farla, eh. Però ti ripeto questa è una cosa che si impara un po’ per carattere, un po’ per educazione e un po’ per esperienza di lavoro, non è detto che sia la cosa giusta, ci sono altri che fanno un’altra cosa però non è che uno può farlo per far piacere a… Però la cosa impressionante è che la maggior parte delle domande sono su questa stravaganza mia che è quella di essere buonista, cioè di non essere aggressivo.

Io posso aver intervistato Bertolucci, mi chiedono “Perché non gli hai detto che quella cosa faceva schifo?” La fruizione della televisione, in particolare del talk, secondo me, non è mai rispetto al contenuto quindi rispetto a quello che hai visto o sentito durante quella conversazione, ma è Come mai non sei stato aggressivo, come se l’unico canone che desse in qualche modo… come mai non c’è stata la polemica… cioè uno può dire la più grande notizia del mondo, può dire fra vent’anni non c’è più acqua nel pianeta, niente… Se uno insulta durante la stessa intervista Marchionne quella roba lì diventa titolo. Questa cosa qua implica una generazione evidentemente cresciuta in un certo modo, che non avrebbe mai fatto la generazione precedente! Biagi quando mi raccontava di sé mi diceva “ricordati che le parole fanno male” sempre mi ha detto lui, sino all’ultimo… mi diceva “Guarda che noi possiamo fare molto male con le parole”…

A proposito di maestri: qual è il tuo canone di classici della televisione anche contemporanea voglio dire…

Guarda, chi mi è capitato in sorte perché certamente come ti dicevo a parte le persone che ti ho nominato prima – Sacerdote, Voglino – certamente Enrico Vaime col quale io ho fattoventicinque anni di radio tutti i sabati, una conversazione che si chiama Black Out che c’è ancora, c’è Neri Marcorè al posto mio. Ho fatto proprio all’inizio, dopo il provino la prima cosa che mi hanno fatto fare è stata la radio.

E subito con Vaime?

Sì c’era Vaime e Luciano Salce. Quindi la cosa che ancora mi vengono i brividi quando ci penso è che io avevo diciannove anni e avevo davanti due persone che formano proprio il gusto, non c’è un’altra parola… Qualunque cosa dicevano… erano cattivissimi, di un cinismo meraviglioso. Ma ho capito ma le regole, che cosa fa ridere, che cosa non fa ridere, che cosa si può dire, che cosa non si può dire, non perché sia vietato ma perché il buon gusto te lo vieta, è esattamente come se dovessi imparare a scrivere.

Ma se dovessi dirmi delle cose che hai imparato da lui, da Vaime e da Salce?

L’equilibrio, il gusto… Delle regole che tu non sai neanche spiegare ma che senti che quella cosa lì non si può dire, cioè certe cose non si possono dire… È molto difficile riuscire a raccontarle nella vita, è per questo che ho definito eccellente il libro di Grossman… Le cose più difficili come sai, da scrittore, sono i grandi dolori e le grandi gioie, che se ci pensi poi sono anche due campi in cui io in televisione riesco molto difficilmente ad entrare, invadere: grandi gioie, grandi dolori, molta attenzione, che poi è l’aspetto più privato delle persone quindi è un territorio difficile… Quindi sicuramente loro e poi di mio aggiungo Renzo Arbore perché è per me la televisione, è proprio l’aspetto più gioioso, ludico che potessi immaginare, l’inarrivabile. Poi però lo sai che son stato vicino di casa di Mike Bongiorno per tanti anni? La vita è strana. La persona che più ho frequentato dal punto di vista televisivo è stata Mike perché a un certo punto la mia vita, negli anni non dico recenti ma facevo Quelli che il calcio e subito dopo anche… forse già facevo Che tempo che fa… Vabbè a un certo punto affitto casa di Mike nell’appartamento sotto casa di Mike e quindi per alcuni anni son stato suo inquilino nonché vicino di casa. Mi son capitate sempre cose stravaganti nella vita, alla fine questo mestiere consente incroci…

E da lui cosa hai preso umanamente? Lui era incosciente o era diverso?

Lui era perfetto. Mi ricordo una volta una telefonata, mi ha chiamato e mi ha detto, prima di cena, “Volevo dirti una cosa: siamo molto fortunati perché hanno aperto un supermercato nella nostra via!” Dico “Ma tu quando mai sei andato al supermercato?” “Mai. Ma semmai mi servisse di andare al supermercato adesso ce l’abbiamo sotto casa, è molto comodo!” Quindi per dirti, era un tipo strano, molto preciso, in questo senso eravamo molto simili, molto maniacale e anche io… poi vabbè lui…

Che tempo che fa è del 2002. Per fare il talk show moderno, voglio dire, che modelli…

Io ho sempre detto che David Letterman è una grande fonte di ispirazione ma non tanto per la scrivania, ma perché secondo me lui, almeno rispetto a me… cioè quello che io ho rubato non era tanto l’ironia, che non ho uguale, ma il gusto della conversazione nel senso che rispetto a noi lui nelle interviste poteva anche parlare e basta. Non è che lui a Obama fa le domande. Cioè se io facessi la stessa cosa a Monti io sarei morto il giorno dopo. Lui è capace di dirti: “Presidente i suoi capelli sono molto imbiancati, che shampoo usa?” e parlano per cinque minuti dello shampoo dopo di che dice “Sua moglie è a casa, la sta guardando? Vuole dire qualcosa? Sì grazie arrivederci!” Cioè questa cosa qua che secondo me è altissima non perché ci sia reticenza ma proprio perché sprechi… È un lusso clamoroso, da noi è subito reticenza. Da noi tu guarda veramente anche i titoli di giornale, le locandine: è solo nera, strage, arrestato. Le persone normali, grazie a dio, non passano il tempo a essere inquisite ma magari hai più piacere con un amico di parlare del libro che hai letto, del film che hai visto, la vacanza che hai fatto, la donna che ti piace cioè milioni di argomenti che sono quelli che fanno la vita e che invece sono considerati sempre inopportuni perché non sufficientemente…

Io invece quando ho cominciato il programma ho detto l’esatto contrario: mi piacerebbe moltissimo fare conversazione e ogni tanto con alcuni ospiti ci si riesce, non è facile ma ci si riesce. Tu guardati l’ultima intervista che Letterman ha fatto a Obama, lui è un elettore dichiaratamente democratico, per Obama, tu ascolta l’intervista quella che fece a Carla Bruni, mi ricordo che io la guardai perché avrei avuto Carla Bruni qualche settimana dopo, e parlavano esclusivamente dei cappelli della regina Elisabetta, lui le mostrava i cappelli. Ma se l’avessi fatto io e non avessi chiesto di Battisti… Capito? Ma non perché io non mi renda conto che quella cosa fosse importante ma perché personalmente mi divertirebbe enormemente di più…

(Non c’è una pausa. La televisione è tutto, se n’è parlato fino a un finale abbastanza lirico.)

Ma sai se ti dovessi dire la cosa più fortunata del mio mestiere è che per motivi abbastanza casuale, tu citavi Quelli che il calcio che ho fatto per 8 anni, adesso questi son 10, son tanti, la cosa più straordinaria che mi sia capitata è che io ho continuato ad avere il tempo del calendario scolastico, cioè i programmi che ho fatto erano programmi stagionali e quindi ho sempre avuto il calendario scolastico… e la cosa che con grande civetteria mi piace molto notare è che quando penso a me io torno indietro immediatamente al giorno in cui ho cominciato con la televisione: nel senso che per me è come se fosse una parentesi che un giorno si chiude e torno dov’ero.

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Decostruire la Casta. Costruire il popolo https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/ https://minimaetmoralia.it/politica/decostruire-la-casta-costruire-il-popolo/#comments Thu, 06 Feb 2014 13:40:09 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18225 Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l'oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l'argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.
In molti hanno liquidato tutta la vicenda come "una clamorosa serie autogol di Grillo", “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

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Pubblichiamo un articolo di Claudio Riccio uscito su Il Corsaro.

di Claudio Riccio

Chi ricorda più l’oggetto del caos parlamentare di alcuni giorni fa? Si dibatteva del regalo per le banche italiane contenuto nel decreto Bankitalia, ma l’argomento è scivolato, sparito nel calderone di insulti e accuse reciproche, insieme al caso Electrolux, ai tassi drammatici di disoccupazione, alla nascita di FCA e al compimento della strategia di Marchionne. Tutto è passato in secondo piano.

In molti hanno liquidato tutta la vicenda come “una clamorosa serie autogol di Grillo”, “segno del nervosismo di un leader che prova disperatamente a recuperare consensi”; ma siamo sicuri sia così?

Il post di Grillo che aizzava i suoi contro la Boldrini, il tweet di Messora sullo stupro e il falso tweet del Presidente della Camera costruito ad arte ci dicono molte cose sulla strategia di Casaleggio e Co. [Altri hanno scritto a riguardo, molto è sintetizzato bene in due articoli di Dino Amenduni 1/2]

Il contesto politico è cambiato da due mesi ormai, le europee si avvicinano e Renzi punta la sua intera strategia elettorale sul fare, convinto che il suo attivismo sarà sufficiente a far sgonfiare il consenso attorno a Grillo e a sconfiggere il centrodestra berlusconiano che con Casini torna ad essere realmente competitivo. Il sindaco di Firenze punta a capitalizzare consenso con rapide accelerate e proposte a effetto che possano anche solo apparire concrete, ed effettivamente nel dibattito superficiale che caratterizza media e sfera pubblica riesce a risultare convincente ai più finché si discute di questioni concrete. Grillo davanti a questo contesto sceglie la gazzarra, decide di radicalizzare lo scontro parlamentare-televisivo, polarizzandolo sullo schema casta-anticasta puntando a capitalizzare al massimo l’insofferenza diffusa.

Grillo non cavalca la confusione istituzionale, la genera, approfittando di un contesto favorevole e utilizzando, come nel judo, l’energia che tutti i sostenitori delle larghe intese e della stabilità riversano contro di lui per rilanciare i propri attacchi, compattare il Movimento al proprio interno e continuare a crescere. All’aumentare del caos, infatti, davanti a uno spettacolo “che ricorda le migliori zuffe da trasmissione di Maria De Filippi” sale l’audience, la discussione entra nei bar e anche gli spettatori-cittadini più distratti, quelli che spesso non votano, si accorgono di quel che sta accadendo in parlamento. Agli occhi di chiunque osservi la scena lo spettacolo risulta indecoroso e il disgusto aumenta esponenzialmente. Tale disgusto travolge tutti, allo stesso modo, eccezion fatta per i grillini, che su larga scala e al netto di un numero risibile di elettori persi, vedono lievitare i propri consensi elettorali. Più caos, più disgusto, più consenso anticasta. È la legge ferrea del disgusto.

Con l’aumentare della crisi economica e sociale, e in assenza di una vera opposizione, forte ed efficace, radicalmente alternativa alle larghe intese, la strategia di Grillo e Casaleggio, apparentemente rozza, risulta essere estremamente efficace. Se cresce l’unanimismo della stampa e delle forze politiche raccolte nelle larghe intese, e se al contempo si indebolisce l’opposizione sociale e politica di sinistra, a crescere sarà la forza potenziale del grillismo.

Lo scontro e la sua spettacolarizzazione non servono quindi alla battaglia politica, ma a quella elettorale: il fine passa in secondo piano rispetto alla crescita elettorale del Movimento (che dovrebbe esserne solo lo strumento).

Il problema quindi non è la durezza dello scontro (al netto delle minacce e dei vergognosi insulti sessisti di queste ore), ma la finalità per cui lo si innalza. L’inutilità di uno scontro fine a se stesso è data anche dall’assenza di relazione tra palazzo e piazza, e dalla distanza dai conflitti reali che pure esistono nella nostra società. Come evidenzia questo articolo, anche nel 1953 contro la legge truffa ci furono durissime scazzottate nelle aule parlamentari, ma fuori da quelle mura uno sciopero generale rendeva vero e non simulato tale scontro.

Il conflitto politico e sociale è utile a contrastare chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui e a cambiare i rapporti di forza nella società. La caciara e gli insulti sono utili a chi porta avanti provvedimenti socialmente iniqui, per distrarre l’opinione pubblica, e a chi mira solo a guadagnare qualche punticino percentuale nei sondaggi.

Ideologici senza ideologia

Nel secolo passato le ideologie sono state, oltre che un grande motore della storia, con un imponente carico ideale e di contenuto, anche uno schema interpretativo della realtà. Indipendentemente dal livello di studi conseguiti e dal tasso di alfabetizzazione, attraverso le ideologie ciascuno riceveva degli strumenti di interpretazione della realtà e poteva così scegliere da che parte stare, di modo che alla mancanza di istruzione non corrispondesse la mancanza di coscienza.

Oggi la critica sistemica al capitalismo viene ridotta a teorie complottiste: c’è il mito esterofilo di un capitalismo buono; fuori dai confini nazionali c’è un mondo funzionante, governi onesti, si vive meglio e non esiste la casta, ma lobby transnazionali che tramano nell’ombra e un’Unione Europea di burocrati che ci affama.

Nella lotta casta-anticasta il reddito e la condizione sociale non hanno influenza alcuna, come si evince non solo dai messaggi interclassisti dei forconi, ma anche da come sono percepiti gli imprenditori “buoni” in stile Della Valle, che pontificano contro la casta seduti sulle loro grandi ricchezze.

Azzardando una semplificazione lo schema politico del grillismo si basa su un sistema ideologico senza ideologia. Il conflitto capitale-lavoro diventa uno scontro tra onesti e ladri, l’alienazione è ridotta a frustrazione e rabbia per una classe dirigente corrotta e i cittadini stanno alla casta come i proletari stavano al capitalismo. Grazie a questo schema che agisce come un potentememe i cittadini individuano facilmente chi è il nemico e qual è la parte da cui schierarsi. Aumentare il livello dello scontro e di disgusto per il sistema politico serve solo per portare un numero crescente di cittadini a schierarsi, maturando una coscienza anticasta.

La like democracy è anche questo. I messaggi si propagano indipendentemente dal contenuto, si basano sull’emotività che generano, di modo che diventa impossibile distinguere l’evento di portata storica dalla cazzata. Più i messaggi sono semplici più si diffondono rapidamente e in maniera efficace; e più un messaggio si diffonde velocemente più è difficile contrastarlo. I tempi dell’azione politica sono oggi molto più lenti della politica intesa come pensiero, discussione e azione collettiva, e approfittando dei meccanismi di diffusione emotiva tale schema ideologico trova terreno fertile.

Lo schema è totalizzante, la divisione delle parti è netta e senza sfumature. Scrive Laclau che il populismo, più che una categoria politica, è un’enfasi sul discorso, ancor di più il grillismo è enfasi senza un contenuto a priori. L’alternativa a tale progetto di egemonia a-culturale non può essere un razionale e ponderato rifiuto di schemi semplificati. Serve, invece, una proposta politica chiara, netta, profonda ma semplice, che unisca contenuto e enfasi abbandonando l’inefficace ostentazione di sobrietà ereditate dalla cultura dell’Ulivo, come “la serietà al governo” o “l’opposizione responsabile”.

Quel mostro della casta

La casta, così centrale nel nostro dibattito pubblico, era stata creata in laboratorio come arma finale per eliminare gli avversari politici della peggior borghesia italiana; è poi ben presto sfuggita di mano ai suoi creatori, ritorcendosi contro loro stessi.

Ne ha parlato qualche mese fa Massimo Mucchetti, ex vice direttore del Corriere della Sera e attualmente senatore del Partito Democratico, che in un’intervista ha raccontato come il libro di Rizzo e Stella e le inchieste che lo hanno preceduto facessero parte di “una campagna politica che, mettendo in luce le debolezze reali del governo Prodi, puntava sui tecnici che avrebbero dovuto avere alla loro testa Montezemolo. Una grande idea giornalistica, una piccola idea politica. E alla fine, complice una politica cieca, la guerra alla Casta senza la capacità di proporre alternative reali ha generato il Movimento 5 Stelle. Che ora attacca politici e giornalisti”.

L’effetto Frankenstein, la ribellione della casta ai propri creatori, era allora evitabile? In parte no: solo una classe politica più attenta, meno corrotta e più capace di rispondere alle esigenze dei cittadini avrebbe potuto disinnescare l’ordigno. Ma nel momento in cui una parte consistente dell’establishment ha iniziato a sostenere e alimentare il frame della casta, esso è divenuto indomabile. Le classi dirigenti non potevano maneggiare a lungo una retorica concepita per distruggere i propri simili.

Il terreno di ogni discorso ha delle direzioni predeterminate che non sempre è possibile dirottare. Le parole producono emozioni, sentimenti, suggeriscono risposte. Il terreno del discorso è un piano inclinato: il frame della casta circonda ogni ambito del discorso politico, anche a livello quasi inconscio. È difficilissimo sostenere un discorso politico con un qualunque cittadino, elettore di qualunque forza politica, senza che questo scivoli più o meno rapidamente sul tema dei costi della politica, facilmente il dibattito verrà travolto, semplificato al punto da essere svuotato del contenuto, e il “sono tutti uguali”si afferma senza possibilità di smentita.

Tale scontro tra casta e anticasta, è uno scontro in cui i due nemici si alimentano a vicenda, ciascuno consolida la propria posizione, da un lato chi evoca il cambiamento, dall’altro chi mima la rivolta. Per cacciare le classi dirigenti responsabili dello sfacelo del nostro paese serve decostruire il discorso della casta, disinnescare l’ordigno e mettere fine a questa finta guerra che ci costringe a stare rintanati nei nostri rifugi, osservando dalla finestra le macerie del massacro sociale e  in televisione la “guerra civile simulata” (come l’ha definita Giuliano Santoro).

La casta, infatti, banalizza la questione democratica al punto da annullarla come problema politico. Il tema viene ridotto non più a un’assenza di democrazia in quanto autodeterminazione, tutto si sposta sul mero giustizialismo e su un generalizzato desiderio di trasparenza, in cui la legalità soppianta la giustizia sociale. Democrazia non significa più “noi vogliamo decidere”, ma “non vogliamo che lui rubi”; Il tentativo messo in campo da Grillo è che non si giudichi più il proprio rappresentante nelle istituzioni sulla base di quel che pensa, ma di quanto ruba.

E siccome “tutti rubano, hanno rubato, o ruberanno”, se ne deduce che “sono tutti uguali”, indipendentemente dalla parte politica. Lo schieramento diventa una variabile ininfluente, si afferma il “né destra né sinistra”. La politica diventa funzione amministrativa, gestione dell’esistente, schiacciata tra trionfo della tecnica e banalizzazione del governo, rinunciando così a qualunque vocazione di trasformazione dell’esistente.

Sono molte le tendenze ambivalenti e le contraddizioni che convivono in questo tipo di discorso pubblico. Da un lato l’affidarsi ciecamente ai tecnici, agli esperti, alla retorica delle competenze: il fondamentalismo della meritocrazia su cui si fondano i conservatori, i tecnocrati e anche i falsi innovatori à la Renzi. Dall’altro l’idea del governo come semplice amministrazione, per cui chiunque può governare, non esistono statisti, politici, ma solo cittadini onesti, “dipendenti di altri cittadini”, meri esecutori. Non si tratta di due idee contrapposte, e neppure delle opposte facce di una stessa medaglia, ma due terreni contigui di un medesimo discorso, i cui labili confini sfumano l’uno nell’altro. Nello stesso sistema di parole-chiave dell’anticasta ritroviamo entrambi gli schemi, solo apparentemente opposti e incompatibili. Si rivendica gente competente e onesta, tecnici che ci salvino dal baratro, ma al contempo la storica ambizione della gente comune, del popolo, di irrompere nella politica e nella scena pubblica, in assenza dei partiti di massa viene ridotta a semplice aspirazione individuale a dare il proprio contributo, si afferma la like democracy; l’alternanza è tra il fideismo nei tecnocrati, socialmente stronzi ma rassicuranti, e la delega senza programma al magma indistinto dei cittadini, due schemi che non producono cambiamento, ma consentono al pilota automatico di governare, lasciando invariati i rapporti di forza.

Lo spazio di una sinistra nuova

In tanti, elettori disillusi di sinistra, orfani di un soggetto generale in cui organizzare la propria indignazione, guardano il fenomeno Grillo e dicono “il Movimento 5 Stelle ha enormi potenzialità, peccato non le utilizzi appieno per cambiare il paese”. Ma siamo sicuri che quelle potenzialità di cui tanti parlano siano da attribuire al Movimento di Grillo? Le potenzialità di cui si parla sarebbero da attribuire ad un soggetto radicalmente alternativo agli attuali partiti, che esprimesse una critica profonda all’attuale sistema economico e sociale e raccogliesse l’indignazione diffusa organizzando dal basso i cittadini per cambiare i rapporti di forza, ricostruire la democrazia e redistribuire le ricchezze. Ma il Movimento Cinque Stelle si limita a sfruttare solo in termini elettorali tale potenzialità, che invece un tuttora inesistente soggetto politico di sinistra potrebbe raccogliere per far davvero vacillare l’equilibrio precario delle gattopardesche larghe intese e del governo della crisi.

Tale potenzialità è inespressa non solo per colpa di errori storici della sinistra italiana, ma anche perché lo spazio politico odierno è schiacciato tra due differenti tipologie di forze, entrambe conservatrici nella sostanza: entrambe conducono, avallano o consentono politiche antisociali e che potremmo definire antipopolari. Sono i tecnocrati antipopolari e i populisti antipopolari dall’altro; è il nostro bipolarismo che consente la stabilità, più di qualunque legge elettorale truffa.

Per costruire un’alternativa al bipolarismo bisogna allora partire da un’analisi dell’attuale spazio politico. Proviamo a semplificare i due poli in uno schema:

Tecnocrati e conservatori antipopolari Populisti antipopolari
Il governo si affida ai tecnici e al pilota automatico.
“Non c’è alternativa di sistema possibile”
Banalizzazione delle funzioni di governo:
– tutti possono governare, indipendentemente dalle competenze;
– tutti possono essere delegati, purché siano onesti.
Conducono politiche inique e antisociali Consentono politiche inique e antisociali
Contro l’Europa dei popoli

Contro l’Unione Europea

Metodi non democratici Metodi non democratici
Si oppongono al cambiamento Incapaci di favorire il cambiamento
Reprimono il conflitto sociale  Separati dal conflitto sociale
Rappresentano le classi dominanti Interclassisti

Stando a questa semplificazione in questo quadro, uno spazio politico per una sinistra d’alternativa non solo esiste, ma è necessario. Se delineiamo l’alternativa a tale bipolarismo a partire dal ribaltare gli elementi costanti tra i due falsi poli emerge lo spazio per una sinistra di massa, che pratichi e rivendichi democrazia, competente, per un’AltraEuropa e che rifiuti ogni rigurgito xenofobo e nazionalista, che persegua con convinzione il cambiamento, non limitandosi alla testimonianza dalla parte delle classi subalterne, che stia nei conflitti sociali. Una sinistra nuova che soprattutto sappia essere un soggetto generale in cui organizzare chi mira a tali obiettivi, un soggetto non minoritario, non solo istituzionale, non di rappresentanza parziale, ma di parte.

La proposta politica della nuova sinistra deve essere chiara, comprensibile, replicabile, con la chiarezza schematica usata anche da altri, ma accompagnata dalla forza delle idee complesse e dalla pratica e dalla rivendicazione di una democrazia radicale che non si limiti al pur necessario scontro tra governati contro governanti, ma ponga il tema del cambiamento come esito non del governo a tutti i costi, ma dell’autogoverno, perché come scriveva Vittorio Foa “politica non è solo comando, è anche resistenza al comando, che politica non è, come in genere si pensa, solo governo della gente, politica è aiutare la gente a governarsi da sé”.

È prioritario e necessario che la politica torni a svolgere la propria funzione di educazione delle masse. Al contrario, se la politica si lascia dettare la linea dai peggiori istinti cannibaleschi del tutti contro tutti, finirà per farsi educare (o diseducare) dalle masse, abdicando alla propria funzione di scontro egemonico attorno alle idee per ridursi a scontro elettorale che asseconda l’esistente.

La nuova sinistra deve produrre un lessico e una nuova grammatica e creare nuove identità, a partire dalla ricostruzione di legami solidali e collettivi; riannodare i fili di una umanità sfilacciata, di soggettività sparse, far incontrare solitudini, destituire e decostruire la casta, per costruire un popolo e una speranza di cambiamento.

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La dannosa fuffa delle competenze https://minimaetmoralia.it/interventi/la-dannosa-fuffa-delle-competenze/ https://minimaetmoralia.it/interventi/la-dannosa-fuffa-delle-competenze/#comments Thu, 22 Aug 2013 16:07:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15280 di Christian Raimo Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci […]

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di Christian Raimo

Quando si parla del mondo del lavoro e del mondo della scuola sembra sempre che si parli di due questioni totalmente distinte. E invece, nell’Italia con il Pil che crolla, nel mare magnum delle fugacissime questioni estive, ci sono un paio di notizie che si accoppiano per farci capire come dobbiamo immaginarci il futuro prossimo.

La prima è la disfida modello western tra Fiom e Fiat, simboleggiata al meglio dal duello in pieno sole tra Marchionne e Landini: il contenzioso nello specifico è la sentenza della Cassazione che obbligherebbe la Fiat a dare spazio ai delegati della Fiom, mobbizzati e licenziati senza nemmeno quegli ultimi scrupoli che sono gli articoli della Costituzione. Dalla parte di Marchionne stanno quelli che invocano un modello d’industria nuovo, senza i laccioli di un sindacato-reliquia. Dalla parte di Landini i difensori di diritti lesi da una globalizzazione che è tale solo nella deregulation.

La seconda è che il concorso per docenti che ha coinvolto milioni di persone in Italia sta volgendo al termine: entro l’estate ci saranno i vincitori. Da una parte, anche qui, c’erano gli oppositori del concorso pensato ancora una volta una tantum, dall’altra – ex ministro Francesco Profumo in testa – coloro che hanno millantato questo concorso come l’inizio di un rinnovamento della scuola, con l’assoldamento di nuovi insegnanti 2.0 armati di tablet e di una cultura didattica à la page.

Ma cos’hanno in comune la Fiom e il concorsone? C’è uno strano spettro che aleggia su entrambi. Quello di un concetto-mondo che fluttua nel linguaggio aziendale e nel linguaggio della scuola. Chi per esempio ha preparato l’orale del concorso in questa mezza estate l’ha dovuto ruminare fino all’assorbimento osmotico: stiamo parlando delle famigerate “competenze”. Una parola stravincente di una neo-lingua ibrida. Le competenze: la scuola del futuro sarà una scuola delle competenze; questa scuola del futuro preparerà una società del futuro basata anche questa sulle competenze. I tre operai della Fiat sospesi forse non lo sapevano, voi: sappiatelo.

Non si tratta di un restyling meramente linguistico, ma di un concetto che evoca un progetto di formazione abbastanza nuovo. La sua elaborazione compiuta per la scuola può essere datata al 2010 quando le Indicazioni Nazionali (che sarebbero il modo in cui sono stati riorganizzati i programmi scolastici) si sono adattate a una poco visibile rivoluzione teorica partita dagli anni Novanta che ripensava il mondo in cui viviamo alla luce di una fantomatica “società della conoscenza”.

Chi è stato a voler ripensare il mondo? Beh, parliamo soprattutto dell’Unione europea e altri organismi internazionali tipo l’Ocse, secondo i quali esiste un presupposto che dovremmo dare per scontato nell’educazione del futuro: se si migliora la qualità del servizio d’istruzione, si offrono ai cittadini le condizioni per “la costruzione di una vita realizzata” e per “il buon funzionamento della società”.

Il punto di partenza è stato il progetto DeSeCo (“Definition and Selection of Competencies”), da cui sono man mano scaturiti fior di documenti fino ad arrivare alla Raccomandazione del Parlamento europeo e del Consiglio, datata 2006, dove si definiscono quali sono le competenze di base che servirebbero in questa nuova società. Sono nello specifico otto: 1) comunicazione nella madrelingua, 2) comunicazione nelle lingue straniere, 3) competenza matematica e competenze di base in scienza e tecnologia, 4) competenza digitale, 5) imparare ad imparare, 6) competenze sociali e civiche, 7) spirito di iniziativa e imprenditorialità, 8) consapevolezza ed espressione culturale.

Ecco qui, i requisiti che un bel cittadino europeo 2020 – per esempio i vostri figli, oppure voi (dato che siamo tutti coinvolti in processi di life-long learning come si dice) – dovrebbe possedere (Se ne volete sapere di più, la loro formulazione più precisa la potete trovare in libro-menhir, una specie di manuale di un nuovo ordine mondiale della “conoscenza” del 2003, edito da FrancoAngeli a firma di questi due grandi teorici delle competenze, D.S. Ryken e L.H. Salganik, che s’intitola Agire le competenze chiave. Scenari e strategie per il benessere consapevole. Sì, il titolo echeggia un po’ Scientology, ma che volete che sia). Prima di provare a capire cosa sono queste benedette competenze, possiamo già concordare a naso su una sensazione: la mancanza in questo microelenco di qualsiasi traccia di – come lo vogliamo chiamare? – sapere critico, né da un punto di vista della conoscenza, né da un punto di vista politico…

Il buon funzionamento della società non deve educare cittadini che mettano in crisi la società stessa? Questa potrebbe essere un’ingenua domanda.  A cosa serve la scuola? A adattarsi al mondo così com’è, o a ripensarlo da capo a piedi?

E simili questioni se le pone un saggio illuminante di Edoardo Greblo – contenuto nel numero appena uscito (un numero monografico sulla scuola) di Aut aut – intitolato La fabbrica delle competenze. Per Greblo la conclusione è semplice: si educa alle competenze per avere lavoratori flessibili, adattabili a un mercato del lavoro sregolato e precario. Si educa l’individuo perché sia capace di sopravvivere nella giungla di un mercato feroce e deregolato, facendo di lui un possessore di competenze frammentarie e intercambiabili, più che una persona (come era pensato nella pedagogia deweyana che ha informato il Novecento e la nostra Costituzione, compromesso di cattolicesimo e socialismo).

Leggi il resto qui.

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I Ricchi e Poveri, la crisi e la fine dell’estate https://minimaetmoralia.it/societa/i-ricchi-e-poveri-la-crisi-e-la-fine-dellestate/ https://minimaetmoralia.it/societa/i-ricchi-e-poveri-la-crisi-e-la-fine-dellestate/#comments Thu, 30 Aug 2012 13:00:57 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=9203 Mi capita, spesso, di navigare tra le bacheche Facebook di gente che non conosco. Mi spinge la curiosità. A volte, invece, mi solletica il gusto speculativo dell'immersione sociale. Il piacere cresce mano a mano che mi allontano, di notte, dalla cerchia dei miei contatti, tra i quali, per esempio, non figurano i piloti di motoscafi, gli studenti di matematica, di botanica, le persone di fede musulmana o i collezionisti di vecchie schede telefoniche nei quali m'imbatto girovagando. Quasi sempre, in base ad una legge che ignoro, mi stupisco nel riscontrare che quello stesso giorno, o soltanto pochi giorni prima, sulla bacheca sbirciata si festeggi, o si sia appena festeggiato, un compleanno. “Auguri:)))”; “Sei un grande...abbraccio:)”. Perché mi ritrovo, puntualmente, in mezzo ad una pioggia, ad una schermata bianca di auguri di compleanno? Non so se ci sia un motivo, una ragione, in questo ricorrente giallo informatico, ma garantisco che mi è capitato davvero troppe volte. Anche ieri. I segni cospirano in qualche direzione, a volte indecifrabile, a volte, invece, più interpretabile.

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Mi capita, spesso, di navigare tra le bacheche Facebook di gente che non conosco. Mi spinge la curiosità. A volte, invece, mi solletica il gusto speculativo dell’immersione sociale. Il piacere cresce mano a mano che mi allontano, di notte, dalla cerchia dei miei contatti, tra i quali, per esempio, non figurano i piloti di motoscafi, gli studenti di matematica, di botanica, le persone di fede musulmana o i collezionisti di vecchie schede telefoniche nei quali m’imbatto girovagando. Quasi sempre, in base ad una legge che ignoro, mi stupisco nel riscontrare che quello stesso giorno, o soltanto pochi giorni prima, sulla bacheca sbirciata si festeggi, o si sia appena festeggiato, un compleanno. “Auguri:)))”; “Sei un grande…abbraccio:)”. Perché mi ritrovo, puntualmente, in mezzo ad una pioggia, ad una schermata bianca di auguri di compleanno? Non so se ci sia un motivo, una ragione, in questo ricorrente giallo informatico, ma garantisco che mi è capitato davvero troppe volte. Anche ieri. I segni cospirano in qualche direzione, a volte indecifrabile, a volte, invece, più interpretabile.

Questa estate 2012, trovandomi temporaneamente senza lavoro, e alle prese con una serie di complicazioni riguardo la gestione della casa in cui vivo a Milano, trovandomi quindi anch’io agganciato come un’orata all’uncino fetido della crisi, decidevo, intorno agli inizi di luglio, di tornare per un periodo a casa dei mie genitori − alta Toscana − a metà strada tra Massa e Marina di Massa. Arrivato in città, ero completamente solo, dato che i miei vecchi amici del posto si sono da tempo trasferiti, in Europa o in altre città italiane. Ho cominciato a passare lunghe giornate in bicicletta − una vecchia ‘Guidi’ rossa, da donna, proveniente da uno storico negozio di Forte Dei Marmi, cigolante e con il sellino bloccato e non regolabile − a prendere appunti e scattare delle foto che sono finite su estategreca, un tumblr che ho deciso di aprire per raccontare, sinteticamente, discontinuamente e per frammenti, i segni della crisi nella mia città d’origine − i manifesti di un ‘compro oro’ nei pressi dell’ingresso di una fabbrica; il masochistico e meccanico avvitarsi di qualsiasi conversazione dentro l’argomento funereo della crisi o della mancanza di lavoro − insieme alle memorie che come foruncoli stavano riaffiorando, nel momento in cui passavo di fronte ad un campo da calcio, alla serratura di un portone, ad una targa commemorativa, che appartenevano ai luoghi della mia pubertà e dell’infanzia. Ho continuato a caricare foto e didascalie dalla metà di luglio fino alla sera del 25 agosto, il giorno prima del mio ritorno a Milano e del mio saluto all’estate.

Durante un campeggio di tre giorni in montagna, sulle Alpi Apuane, ho raccolto da terra un grillo, ed osservandolo, stando con gli scarponcini semiaffondati tra le infiltrazioni di un terreno paludoso, ho avuto l’occasione di allontanarmi, attraverso la contemplazione oggettiva, da tutto quanto stava a valle e sulle homepage dei quotidiani, a partire dal dibattito su Grillo e l’M5S. Corrisponde unicamente a questo piccolo insetto, che tengo stretto nel palmo della mano, il significato di quella parola che circola come una tossina giù a valle, mi sono detto. Durante la preparazione di un fuoco, o grazie al tepore del sacco a pelo, ho invece cancellato altro rumore: dalle gallery sexy del Corriere, che guardo ogni mattina, alla trattativa Stato Mafia e il ping pong tra Scalfari e Zagrebelsky. La notte del 25 agosto, invece, mi sono ritrovato, per puro caso, sotto il palco di un concerto dei ‘Ricchi e poveri’, in occasione della notte bianca organizzata dal Comune e dalle associazioni dei commercianti di Marina di Massa. Per me era un segno interpretabile, quel concerto, e la chiusura perfetta della mia estate greca. I ricchi e i poveri. Il concerto, gratuito, è stato finanziato non dalle casse in secca dell’ufficio cultura, ma dal portafoglio di un nuovo tycoon locale, titolare di un caffè in fase di lancio, dagli addobbi orientaleggianti − grandi statue di Buddha in ceramica − e proprietario, a Parigi, di una casa discografica (e un tempo mago e cartomante, mi hanno riferito in un bar). L’evento è costato 18mila euro e sulla stampa locale l’imprenditore viene già invocato, da alcuni, come nuovo assessore alla cultura.

Alla fine degli anni ’60, quando ancora erano in quattro, molti anni prima dell’allontanamento di Marina Occhiena dal gruppo, i Ricchi e Poveri si presentarono sul palco vestiti come ricchi, due di loro, come poveri, i restanti due. Non so da che cosa derivi la scelta di quel nome. Immagino che alla fine degli anni ’60, tuttavia, l’espressione ‘Ricchi e poveri’ attivasse nel pubblico, in modo immediato e diretto, il ricordo di un passato, un po’ crudo e bifolco, da cui grazie al boom e alle riforme ci stavamo allontanando: il ricordo di una società divisa in classi, senza sfumature. I ricchi e privilegiati da una parte, i poveri, incolti e brutti dall’altra. La sera del 25 agosto, invece, volendo tendere le orecchie, Ricchi e Poveri sembrava descrivere la situazione corrente, il quadro attuale, che riguarda un’immensa fascia sociale, il vecchio ceto medio sospinto verso la povertà e, nell’altro emisfero, un ristrettissimo gruppo di persone sempre più fortunate e facoltose: i ricchi come Marchionne, che guadagnano 400 volte lo stipendio di un metalmeccanico. Per fare un esempio.

Accanto a me, sicuramente, molti operai, e disoccupati, in ciabatte, appena riverniciati dalle abbronzature, accompagnati dalle mogli che agitavano il ventaglio, in una notte immobile e caldissima, e ripetevano a memoria le strofe di ‘La prima cosa bella’ (“Bis, bis, bis!!”) un pezzo molto affascinante, aurorale nella distanza da cui sembra sbrinarsi, spogliandosi dalla rugiada di un tempo felice e ormai remoto -si, gli anni ’60- per tornare, ancora, a luccicare nelle sinapsi e tra le memorie culturali degli italiani barbarici del nuovo millennio. Tornato a casa, quella notte, leggevo dell’abitudine diffusa tra gli abitanti dell’Uganda di tenere un ciuffo d’erba dentro il portafoglio, ‘per proteggere il denaro e attirarne dell’altro’. A fine concerto, sotto  qualche goccia di pioggia, la folla si è goduta i tradizionali fuochi d’artificio. Intanto, dai bar intorno alla piazza, arrivava il tormentone dell’estate, ‘Tacatà’, un pezzo di dance latina commerciale, scritto da due catanesi, Romano & Sapienza, dal testo scimmiesco, astratto, ottuso − para la gente que le gusta el Tacatà, ahora digo Atacabrò − così diverso dal racconto chiaro di ‘La prima cosa bella’, e semmai più conforme, ho immaginato, al lessico alieno sincopato a cui la crisi ci ha reso avvezzi: bond, spread, Monti, Draghi, Bric, Btp ecc. I Ricchi e Poveri sono poi scomparsi, dopo appena quaranta minuti di show, mentre nella notte bianca apparivano gruppi di culturisti sopra i piedistalli, scuole di danza sparpagliate tra la folla, venditori di quarzi e cristalli dalle proprietà terapeutiche. Ultime ore dell’estate greca, degli anticicloni Circe, Caronte, Lucifero, e come da vent’anni a questa parte, a settembre si comincerà a parlare di un autunno caldo, caldissimo.

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