Marco Cavallo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-cavallo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 21 Oct 2013 14:35:21 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Cavallo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-cavallo/ 32 32 A chi dà fastidio il Valle? https://minimaetmoralia.it/libri/a-chi-da-fastidio-il-valle/ https://minimaetmoralia.it/libri/a-chi-da-fastidio-il-valle/#comments Sat, 19 Oct 2013 22:51:41 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15918 In questi giorni si parla molto, e abbastanza male, del Teatro Valle. Non si capisce bene perché. Il fatto è che il mese scorso si è svolta la conferenza stampa per la presentazione della Fondazione, esito di due anni di impegno politico serratissimo, e qualche giorno fa c'è stata invece la conferenza stampa per la presentazione della stagione (Pippo Delbono, Antonio Latella, Davide Enia, Michela Lucenti...). Se fino a qualche tempo, fino a quando cioè l'occupazione del Teatro Valle sembrava una goliardata allegra che sarebbe prima poi finita, come le ricreazioni per un De Gaulle qualunque, si palesavano atteggiamenti che passavano dall'entusiasmo per l'indulgenza fino all'indifferenza, sono diverse settimane che sul Valle, contro il Valle-occupato-che-sta-diventando-fondazione, emergono posizioni durissime, non solo da nemici ovvi come i Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, ma anche da parte dei giornalisti e dei critici che fino ad ora erano stati perlomeno curiosi. Sono usciti articoli durissimi. Vari sul Tempo e sul Messaggero, i quotidiani romani per eccellenza, fino all'ultimo in ordine di tempo scritto da Luca Mastrantonio sulla prima pagina del Corriere, che con una ricostruzione abbastanza ambigua riassume quelli che dovrebbero essere i punti deboli dell'idea della Fondazione Valle Bene Comune.

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In questi giorni si parla molto, e abbastanza male, del Teatro Valle. Non si capisce bene perché. Il fatto è che il mese scorso si è svolta la conferenza stampa per la presentazione della Fondazione, esito di due anni di impegno politico serratissimo, e qualche giorno fa c’è stata invece la conferenza stampa per la presentazione della stagione (Pippo Delbono, Antonio Latella, Davide Enia, Michela Lucenti…). Se fino a qualche tempo, fino a quando cioè l’occupazione del Teatro Valle sembrava una goliardata allegra che sarebbe prima poi finita, come le ricreazioni per un De Gaulle qualunque, si palesavano atteggiamenti che passavano dall’entusiasmo per l’indulgenza fino all’indifferenza, sono diverse settimane che sul Valle, contro il Valle-occupato-che-sta-diventando-fondazione, emergono posizioni durissime, non solo da nemici ovvi come i Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Ignazio La Russa, ma anche da parte dei giornalisti e dei critici che fino ad ora erano stati perlomeno curiosi. Sono usciti articoli durissimi. Vari sul Tempo e sul Messaggero, i quotidiani romani per eccellenza, fino all’ultimo in ordine di tempo scritto da Luca Mastrantonio sulla prima pagina del Corriere, che con una ricostruzione abbastanza ambigua riassume quelli che dovrebbero essere i punti deboli dell’idea della Fondazione Valle Bene Comune.
Mastrantonio ha seguito in scia Pierluigi Battista – evidentemente al Corriere un articolo ad hoc non bastava – che qualche giorno prima aveva cucito insieme una serie di frasi liquidatorie contro tutta l’esperienza che dura da più di due anni e che ha coinvolto centinaia di migliaia di persone. Ma citiamolo tutto l’articolo di Battista e stiamo al suo ragionamento.

Se tornasse George Orwell, sarebbe colpito dall’impudica «neo-lingua» corrente che chiama il Teatro Valle di Roma occupato «bene comune» anziché bene sottratto alla comunità. Se tornasse Luigi Pirandello e volesse replicare la sua prima di Sei personaggi in cerca d’autore al Valle nel ’21, dovrebbe forse chiedere il permesso ai commissari politici che si sono insediati con la forza nel prestigioso teatro romano e che senza alcuna legittimità si sono ribattezzati «Fondazione Teatro Valle Bene Comune», reclamando addirittura il riconoscimento giuridico di una sopraffazione di fatto.Il Valle è di proprietà del Comune, che da 27 mesi paga regolarmente le bollette, queste sì finanziate dalla collettività dei contribuenti, ma non può disporre di un bene occupato da una minoranza di cittadini che rappresentano solo se stessi. Gli occupanti, che ora vorrebbero nobilitarsi con la sigla di una Fondazione governata da uno statuto redatto non si sa da chi e soprattutto a quale titolo, in compenso non hanno pagato alla Siae i contributi dovuti. Hanno un concetto molto elastico del rispetto della legge, invocato per gli altri, ma deliberatamente ignorato per se stesso e per la propria «constituency» politico-amicale. E non hanno nemmeno partorito in tutti questi mesi qualche brillante idea teatrale, uno spettacolo che avrebbe calamitato la cittadinanza, convinto le autorità, riempito la città di arte e di cultura. Niente di niente. Proclami, i soliti. Retorica, la solita. E soprattutto porte sbarrate a chiunque fosse in disaccordo, a chiunque avesse idee diverse, a chiunque osasse discutere l’occupazione di un bene comune, un ruolo usurpato che adesso si vorrebbe formalizzare con il solito lessico magniloquente e vuoto, residuo caricaturale del passato, lontano da ogni originalità artistica e letteraria.In tutti questi mesi si è addensato attorno alle sorti del Valle un colossale equivoco. Si è gridato all’allarme privatizzazione. E non era vero. Si è dipinta come lotta generosa a difesa della cultura contro il vile mercato la solita pantomima della mobilitazione per una buona causa. Molte persone che si erano avvicinate incuriosite da questo esperimento si sono via via allontanate, lasciando campo libero al solito nucleo di militanti irriducibili. Anche gli artisti che avevano affiancato l’occupazione sperando di trovare un grande palcoscenico hanno lasciato il Valle al suo destino. Le autorità comunali non hanno spinto le loro obiezioni oltre una certa soglia polemica, per conservare il quieto vivere e per non apparire loschi paladini del vituperato profitto a svantaggio dell’Arte disinteressata venerata dagli occupanti del «bene comune». Oggi un teatro, che è anche un bene storico tutelato dalle leggi, viene messo sotto tutela di una «Fondazione» i cui promotori compiono un atto di arbitrio contro tutti gli altri cittadini impossibilitati a dire la loro. Un atto di prepotenza, un male comune.

Gli argomenti polemici che usa Battista sono più o meno gli stessi a disposizione di chi vuole attaccare il Valle dal 2011 in poi. Gli occupanti sono pochi, mediocri, prepotenti. In realtà non è così. Ma proviamo a smontare gli altri argomenti, uno per uno.

Si dice che in realtà in Teatro Valle è stato sottratto alla comunità. Chi vive a Roma lo sa quanto questo sia falso. Dal 14 giugno di due anni fa il Teatro Valle è stato praticamente sempre aperto, attraverso assemblee, confronti con le istituzioni, con il quartiere, con gli artisti, con i politici. Persino il gruppo degli occupanti, “i commissari politici” come li chiama Battista, è stato eterogeneo, continuamente rinnovato, e molto intelligente nel distinguere la propria battaglia politica da una qualsivoglia direzione artistica. Se Pirandello oggi risorgesse e volesse presentare i suoi Sei personaggi in cerca d’autore lo potrebbe fare sicuramente. L’ha fatto un attore come Fabrizio Gifuni che nella stagione 2010-2011 era in cartellone al Valle ancora non occupato e poi durante l’occupazione ha messo in scena i suoi spettacoli con una differenza di non poco conto: che li ha accompagnati con lezioni dal vivo, discussioni con il pubblico, seminari su Gadda e Pasolini protagonisti dei suoi testi… L’hanno fatto registi da Peter Brook e Peter Stein, e drammaturghi da Thomas Ostermaier a Rafael Spregelburd, nella stessa modalità: non regalando una comparsata, ma offrendosi generosamente a un confonto con il pubblico.
Beh, però, dice sempre Battista, gli occupanti rappresentano solo se stessi. Anche questo è abbastanza discutibile: le assemblee del Valle sono state in questi due anni partecipatissime, intensissime, pluralissime; la scrittura per lo Statuto della Fondazione ha coinvolto in un inedito impegno di scrittura collettiva centinaia e centinaia di persone; le serate hanno accolto centinaia di migliaia di persone. Battista sbaglia completamente bersaglio quando dice che gli occupanti hanno rappresentato una minoranza. Difatti qualche giorno fa su Radio Tre, durante un dibattito a Fahrenheit, correggeva il tiro, e argomentava ulteriormente: questo tipo di rappresentanza è una deriva rousseauiana, una “volontà popolare” coartata che se ne infischia della democrazia rappresentativa. È singolare, pensavo, che in un sistema teatrale come è quello oggi dei teatri stabili dove l’assegnazione della direzione artistica di un Teatro Argentina o di un Teatro Mercadante competa a un paio di persone (l’assessore alla Cultura del Comune e il suo omologo della Regione, che nel migliore dei casi cercano di svincolarsi da scelte di amicizie politiche), una Fondazione che abbia creato un meccanismo articolatissimo di elezione con mille garanzie e con una costante vigilanza affidata alla cittadinanza – come è previsto nello Statuto della Fondazione (se qualcuno si prende la briga di leggerselo) – debba essere tacciata di deriva populista.

Ancora, dice Battista, il Teatro Valle è una spesa per la comunità, non paga le bollette, etc… Anche qui, chiunque abbia seguito che so la vicenda del Teatro di Ostia, che, mi rendo conto, essendo periferico, attrae meno discussioni, sa che cosa ha voluto dire tenere chiuso per anni una struttura teatrale (lì si è trattato di 300.000 per spese di guardiania che ha sborsato il Comune al tempo di Alemanno). Destino che stava incombendo sul Valle nel 2011, quando all’indomani della improvvisa dismissione dell’Eti (governo Berlusconi, vedi alla voce chiusura degli enti inutili) e dell’imminente dislocazione dei dipendenti dell’Eti in altre strutture del Ministero dei Beni Culturali che nulla hanno a che fare con il teatro, la soluzione più plausibile sarebbe stata una gestione privata o il cambio di destinazione d’uso. Ma tra gli occupanti della prima ora non c’erano pischelli anarco-insurrezionalisti addestrati in Grecia, ma quegli stessi dipendenti che difendevano un luogo e una storia. Era in quel momento lì che bisognava difenderla, non lamentarsi se qualcun altro l’ha tutelata al posto nostro.
Tutela, poi, è la parola esatta. Chi ha frequentato il Valle in questi due anni sa che un “bene comune” non si usa soltanto ma “ce ne si prende cura”; e il Teatro è stato ogni giorno pulito, manutenuto, salvaguardato. Chi voleva cominciare a far parte dell’occupazione infatti non bastava che proponesse le sue idee sul concetto d’avanguardia scenica, ma molto più umilmente si doveva prenotare anche un turno di pulizia dei bagni.

Veniamo alle critiche alla retorica, mosse dal Corriere. Il lessico caricaturale, gli occupanti descritti sempre come centrosocialari coi pantaloni calati… Vorrei invitare Battista e gli altri che liquidano quest’esperienza a vedere questo video della conferenza stampa. È quello in cui Fausto Paravidino racconta quello che ha fatto in questi mesi al Valle Occupato. Lo fa con una lucidità e una professionalità che diventano l’unico argomento possibile contro lo snobismo di serie b del Corriere. Per tutto l’anno passato sono spesso andato a seguire il laboratorio di drammaturgia coordinato da Paravidino, intitolato Crisi. È stata un’esperienza di un livello altissimo, aperta a tutti, in cui si leggevano e commentavano e comprendevano scenicamente vari tra gli autori più importanti della scena contemporanea, da Martin Crimp a Laura Wade, da Sarah Kane a Alan Bennett. Questo tipo di lavoro, tra la scena e il testo, dove si fa in Italia? Perché al Valle prima-di-essere-occupato non era stato mai fatto? Perché i teatri pubblici a Roma non lo fanno? Perché neanche più il Teatro Ateneo s’immagina più laboratori del genere? Forse perché la formazione pubblica è in crisi atroce. E il Teatro Valle ha avuto negli ultimi due anni a Roma un ruolo di supplenza fondamentale. Non è un caso quindi se gli occupanti hanno deciso, invece di immaginare un cartellone di amici e politici e affini (“anche io ho delle idee per fare un cartellone”, sempre Battista in radio l’altro giorno, con i suoi paradossi), hanno scelto di concepire un teatro al centro di Roma diverso, affidandogli il ruolo di agorà. Assemblee e seminari: questa è stata l’attività principale forse ancor più delle superserate di spettacolo che hanno visto ospiti da Bollani a Sollima, da Emma Dante a Carlo Verdone.

Ma, prosegue il ragionamento di Battista, il punto non sono le tematiche culturali: lì ognuno può avere opinioni differenti. A qualcuno piace Franca Valeri (amata da Battista, diceva l’altro giorno in radio; sostenitrice della prima ora del Valle, dico io ora qui), a qualcuno i Motus. Il punto sono le regole. È chiaro come il sole che quella del Valle è stata una forzatura; ma è luminoso come un sole d’agosto che è stata ed è ancora una forzatura costituente, evidentemente contagiosa, se altri teatri in Italia ne hanno seguito l’esempio. Le istituzioni cambiano, lo sappiamo: dalle sollevazioni popolari rousseauiane si passa ai codici civili, dalle rivoluzioni francesi sulle barricate alle costituzioni dell’Ottocento. In Italia ci sono stati, negli anni ’70 per esempio molti esempi di lotte condivise che hanno portato alla creazione di nuove istituzioni. Le lotte per la scuola che hanno creato gli organi collegiali. Le lotte femministe che hanno creato i consultori. Le lotte per chiudere i manicomi che hanno creato la legge Basaglia. Proprio l’esempio di Basaglia forse è uno dei momenti che più hanno illuminato il senso del Valle in questi ultimi anni. L’arrivo di Marco Cavallo, l’enorme scultura a forma di cavallo creata dai basagliani che nel 2011 fece un suo felice ingresso tra le pareti del Valle riesce secondo me ancora a restituire il senso di quest’esperienza. Un’esperienza che è legimittata non solo dagli artisti che l’hanno sostenuta, ma anche dalla politica dal basso che, nell’inerzia cittadina, nell’antipolitica ridotta al commentismo in rete e sui giornali, ancora muove volitivamente i suoi passi. Il Valle è questo: dalla Controcernobbio organizzata da Sbilanciamoci, allo sportello contro la Siae (che non è soltanto una rivoltucola per non pagare), alla quasi vittoria – l’anno scorso – del bando di Che fare, il concorso che distribuiva 100.000 euro tra i migliori progetti d’innovazione culturale. Che ne facciamo di tutta questa roba? Come la liquidiamo, con due battute tranchant?

Così come: l’appello alla legalità. In questi anni di carceri strapieni e reati come il falso in bilancio depenalizzati, suona veramente come una dichiarazione di ottusità di fronte alla legittimità che il Valle ha acquisito di fronte alla cittadinanza romana, diventare legulei. Se le istituzioni al tempo di Alemanno non sono state minimamente capaci di instaurare un dialogo e hanno forse loro malgrado spinto gli occupanti a inventarsi un modello diverso di gestione che oltrepassasse il modello pubblico e quello privato, recuperando la possibilità che esiste nella Costituzione di “bene comune”, forse ora è il caso di sostenerla questa scelta, criticandola certo, emendandola, migliorandone le sue possibili derive, ma riconoscendo un principio di realtà: il Valle ha rappresentato un oggetto di desiderio, e politico e artistico; ha incarnato un pieno dove c’era un vuoto siderale. Se il centro storico a Roma sta diventando un enorme mercatone di souvenir, se i cinema a Roma chiudono per aprire sale bingo, l’idea di un luogo perennemente aperto e vivo, con tutte le sue infinite contraddizioni, a contrastare un’evidente desertificazione, non può essere una germoglio da soffocare con il fiato dell’insofferenza. Per favore, vi chiedo. (Sapete com’è, in questi due anni di assemblee al Valle, ho imparato anche a essere più gentile).

 

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