Marco Cubeddu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-cubeddu/ un blog di approfondimento culturale Thu, 10 Oct 2019 12:56:24 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Cubeddu Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-cubeddu/ 32 32 Sono un pompiere, da grande voglio fare lo scrittore – Un diario di scrittura https://minimaetmoralia.it/libri/un-pompiere-grande-voglio-lo-scrittore-un-diario-scrittura/ https://minimaetmoralia.it/libri/un-pompiere-grande-voglio-lo-scrittore-un-diario-scrittura/#respond Thu, 10 Oct 2019 12:54:19 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=41321 Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo. L'ultimo libro di Marco Cubeddu, Un uomo in fiamme, è da poco in libreria per Giunti.

di Marco Cubeddu

Sarà che, dopo settimane di turni di notte come guardiafuochi in Fincantieri, sto ascoltando Redemption Song nella versione di Johnny Cash e Joe Strummer accanto a una Moretti ghiacciata. Il sole caldo e l’aria fresca di una tarda mattinata di settembre. Il bosco di castagni da cui sono appena tornato col mio primo porcino. La possibilità di urlare fuori tutto l'animale che mi porto dentro dalla prima di nove case di un paese deserto a una vallata di paesi abbandonati.

Ma la prima cosa che mi viene da dire su questo libro è che mi ha dato pace. Un senso di redenzione personale. Ho fatto una vita spericolata. E scrivere Un uomo in fiamme è stata la cosa migliore che potessi fare per salvarmela. Per fare pace con tante cose. Capire chi sono. Amare chi amo. Mi vergogno molto per tutto il giudizio di cui ho subito il peso e di come l'ho scaricato sulle persone a cui tenevo di più.

L'articolo Sono un pompiere, da grande voglio fare lo scrittore – Un diario di scrittura proviene da Minima et Moralia.

]]>
cop_piatto_Un uomo in fiamme (1)

Pubblichiamo un pezzo uscito su Tuttolibri, che ringraziamo. L’ultimo libro di Marco Cubeddu, Un uomo in fiamme, è da poco in libreria per Giunti.

di Marco Cubeddu

Sarà che, dopo settimane di turni di notte come guardiafuochi in Fincantieri, sto ascoltando Redemption Song nella versione di Johnny Cash e Joe Strummer accanto a una Moretti ghiacciata. Il sole caldo e l’aria fresca di una tarda mattinata di settembre. Il bosco di castagni da cui sono appena tornato col mio primo porcino. La possibilità di urlare fuori tutto l’animale che mi porto dentro dalla prima di nove case di un paese deserto a una vallata di paesi abbandonati.

Ma la prima cosa che mi viene da dire su questo libro è che mi ha dato pace. Un senso di redenzione personale. Ho fatto una vita spericolata. E scrivere Un uomo in fiamme è stata la cosa migliore che potessi fare per salvarmela. Per fare pace con tante cose. Capire chi sono. Amare chi amo. Mi vergogno molto per tutto il giudizio di cui ho subito il peso e di come l’ho scaricato sulle persone a cui tenevo di più.

C’è molto di questo senso di colpa in Roberto Franzini, che non sono io in nessun dato fondante della sua biografia (salvo per molte delle sue allarmanti idiosincrasie), e che nei tratti salienti è più un miscuglio tra i vari esempi di malsana virilità dei meravigliosi e ipersensibili amici e colleghi a cui mi sento fraternamente accanto. Ma il senso di colpa per tutta la pigrizia e la vigliaccheria da cui si lascia guidare Roberto in tanta parte del libro, quello, è tutto mio. Mi picchio con questo libro da più di dieci anni. Perché mi sono picchiato per anni con l’idea di essere un pompiere precario senza capire quanto ne fossi orgoglioso. Ridendo e scherzando, lo faccio da quando ne avevo 19.

Era l’estate del 2006. Il giorno dopo la finale dei mondiali mi stavo inverosimilmente diplomando alla mia sesta scuola e facevo il mio primo richiamo in servizio insieme al mio amico Emilio Vedelago, eroe del ponte Morandi e figlio del leggendario caposquadra Marco, che ci aveva suggerito di presentare domanda. Ho continuato a mantenermi facendo il discontinuo a Torino, dove mi ero trasferito per l’improbabile avventura di frequentare il master di scrittura creativa alla Holden. Insieme a mille altri lavori, mi barcamenavo tra i turni e la scrittura per necessità, considerandoli mondi completamente separati. La tragica notte della Thyssenkrupp ero di turno di autoscala, che non serviva per il soccorso, e dalla guardiola della caserma di Corso Regina vedevamo salire il fumo dalla fabbrica vicina e ascoltavamo le spaventose comunicazioni via radio delle squadre sul posto.

La mattina dopo mi chiama quello stupendo esempio di sensibilità artistica che è Dario Voltolini, allora direttore didattico alla Holden, e mi dice: volevo assicurarmi che ti sentissi libero di scriverne. Io non me ne sentivo libero per niente, perso nel senso di oscenità che mi dava sentirmi più un guardone che un testimone. Fare il pompiere precario non era più incompatibile con l’essere uno scrittore che fare il caporedattore, il tribuno del popolo o il padre di famiglia. Scrivere è un mestiere pericoloso perché vuol dire abbandonarsi a possessioni estemporanee o durature, e tutto quello che fa uno scrittore quando non scrive è perennemente distratto dall’ossessione di scriverne. Ma non lo capivo fino in fondo, e dalla pubblicazione del primo romanzo nel 2013 ho fatto di tutto pur di andarmi a sentire non integrato in altri mondi, fossero quello dell’editoria romana, in cui comunque ho conosciuto persone che mi hanno fatto sentire a casa, o quello della televisione milanese, dove sfido chiunque a poter dire di sentirsi veramente a casa.

E dopo essermi perso e consumato tra vizi, non solo letterari, e ambizioni superficiali, avevo accumulato 14 euro sul conto, cause legali sulla schiena e non so quante multe non pagate. Sono stato un cazzone. Un cazzone schiavo di ansie per una vita adulta che non ho mai veramente voluto, di bracci di ferro per ottenere successi meschini, della paura di fidarmi degli altri e della certezza di non potermi fidare di me stesso. Nell’incontrare di nuovo Antonio Franchini,con cui avevo fatto i primi due romanzi in Mondadori, è nato questo libro con Giunti. Il tempo in cui ho scritto delle imprese di questi pompieri di Busalla, tanto improbabili quanto generosamente verosimili per chi conosce l’ambiente pompieristico, ha coinciso con una crisi profonda che mi ha portato a ritirarmi sempre più in me stesso e allo stesso tempo, paradossalmente, a dipendere sempre di più dagli altri.

Tornare a Genova, a Sampierdarena, tornare al Fossato, alle bocciofile, ai container sotto la Lanterna ha significato fare i conti con uno squinternamento esistenziale che credo riguardi in generale l’idea del maschio bianco in sé e nel particolare l’idea del maschio bianco in me. Ero convinto che non mi sarei mai sentito integrato in nessun ambiente, e ancora più convinto che quello operaio non facesse per me, troppo goffo, distratto e menefreghista per poterne far parte. Tanto più, non volevo insozzare le cose più profonde della mia vita facendone mercimonio editoriale, offerte al dio dell’esibizionismo sociale presupposto di ogni desiderio di pubblicazione.

Ma tant’è – anche escludendo il crollo del ponte genovese, i funerali di colleghi prematuramente scomparsi, le lotte operaie «che si può cambiare il mondo basta mettersi a cantare con noi» – più ritornavo nell’orbita pompieristica più scriverne diventava un bisogno e non un vezzo. E anche se ho avuto l’ansia fino alla revisione delle ultime virgole prima di andare in stampa, esasperando chiunque mi stesse accanto, una volta licenziate le bozze ho realizzato che questo libro mi ha regalato di sentire nel profondo quello che pretendevo di aver già imparato a tutti i costi: essere coraggiosi.

Ripartire dal cantiere navale dove lavoro come guardiafuochi in attesa del mio turno nella stabilizzazione dei precari per entrare fisso nei pompieri è stata la miglior terapia psicanalitica che potessi desiderare. La vita è già abbastanza dura anche se non ci mettiamo in gabbia da soli. Per me, sentirmi libero, è sentirmi libero di scrivere quello che voglio. E imparare a voler bene a quel disadattato di Roberto Franzini. Perdonarlo per la fatica che ha fatto ad accettare di non essere come i traballanti eroi da cui era circondato.

Per la paura che lo ha dominato al punto da fingere di poterlo diventare. Per averci messo tanto a capire che poteva diventare chi voleva grazie alla famiglia allargata che lo nutre, lo ospita, lo rassicura, lo mantiene, lo sostiene, lo tiene a bada e lo sopporta sempre. Soprattutto lo sopporta.

L'articolo Sono un pompiere, da grande voglio fare lo scrittore – Un diario di scrittura proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/un-pompiere-grande-voglio-lo-scrittore-un-diario-scrittura/feed/ 0
Sognando Pechino https://minimaetmoralia.it/societa/sognando-pechino/ https://minimaetmoralia.it/societa/sognando-pechino/#respond Sat, 24 Sep 2016 07:00:40 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32090 Questo pezzo è uscito su La lettura del Corriere della sera, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

"Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo fai e quando lo ricordi".

Questa frase – di volta in volta attribuita a Sognatriceinviaggio77 o a MarcoPolo68 sui siti di miriadi agenzie di viaggio – benché suggestiva, sdolcinata e corriva si presta perfettamente a descrivere la triplice natura di Pechino Express.

Ho avuto la fortuna di prendere parte alla quinta edizione di questo adventure game e, parafrasando l’anonimo aforisma, penso che questo viaggio attraverso le “civiltà perdute” di Colombia, Guatemala e Messico, con le sue tre vite, finirà col cambiare per sempre la mia.

L'articolo Sognando Pechino proviene da Minima et Moralia.

]]>
pechino1

Questo pezzo è uscito su La lettura del Corriere della sera, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

“Ogni viaggio lo vivi tre volte: quando lo sogni, quando lo fai e quando lo ricordi”.

Questa frase – di volta in volta attribuita a Sognatriceinviaggio77 o a MarcoPolo68 sui siti di miriadi agenzie di viaggio – benché suggestiva, sdolcinata e corriva si presta perfettamente a descrivere la triplice natura di Pechino Express.

Ho avuto la fortuna di prendere parte alla quinta edizione di questo adventure game e, parafrasando l’anonimo aforisma, penso che questo viaggio attraverso le “civiltà perdute” di Colombia, Guatemala e Messico, con le sue tre vite, finirà col cambiare per sempre la mia.

Quando lo sogni (prima di sognarlo)

A dire il vero, il folle carrozzone sudamericano di Pechino Express per me è cominciato tre anni fa, in India.

Siamo a fine 2013, e un settimanale di moda mi manda a seguire il lancio dell’ultima fragranza di Bulgari. Come a un editore sia venuto in mente di mandare proprio me a un evento del genere è una storia nella storia legata al possesso di diversi calendari Pirelli, che prima o poi racconterò.

Fatto sta che, nell’unico pomeriggio libero da eventi mondani affollati di lanciatrici di petali di rosa ed elefanti misteriosamente addestrati a barrire all’unisono, mi ritrovo nella crepuscolare Pink City di Jaipur: unico estraneo di un gruppo di rodate giornaliste dei più importanti periodici di moda del mondo. Che, contrariamente a quanto temessi, invece di sbranarmi, mi adottano. Sistemandomi il papillon dello smoking alle feste, suggerendomi le domande da fare al mastro profumiere (“Sbaglio o è proprio un bouquet di osmanto quello che sento, magari con un afrore di albicocca e cuoio?”) o, come quel pomeriggio, riempiendomi di raccomandazioni materne: “Non toccare le scimmie. Non toccare le mucche. Non toccare i venditori di bidi…”

Alla fine, affamato e bastian contrario, approfittando di un momento di distrazione delle mie mamme adottive, mi lascio sedurre da un venditore ambulante di polpette di montone che frigge le sue leccornie su una lamiera arrugginita modellata a padella.

Scacciando il sospetto che l’olio in cui immerge le polpette estratte da un sacchetto di plastica possa essere quello dei motori dell’officina accanto, mando giù quella rovente poltiglia mugolando di piacere, conquistandomi il commento di Susanna, inviata di Vogue, un po’ disgustata, un po’ ammirata: “Saresti perfetto per Pechino Express!”

In quel momento non so ancora di cosa si tratti, ma l’idea mi si conficca nel cervello: è la prima volta che qualcuno dice che sono perfetto per qualcosa.

Quando lo sogni (ma non sai dove vai)

“Sei perfetto per Pechino Express!”

Non sono ancora sicuro si tratti di un complimento, ma a quanto pare lo pensano anche “quelli del programma”.

Ora devo solo decidere, a scatola chiusa – senza sapere dove andrò e con chi – se accettare o declinare l’offerta.

Ma la vera domanda che dovrebbe porsi un oscuro romanziere, quando gli viene proposto di partecipare a un reality che va in onda in prima serata su Rai2, non è tanto il Vado o non vado/mi si nota di più se vado o se non vado (ti si nota di più se vai, fidati), quanto il: che cosa mi metto?

Così, malauguratamente, mi affido a una squadra di amiche, ultras del programma dalla prima edizione: “Allora”, mi dice Olga, “tu chi saresti?”

“?”

“Chi vuoi essere a Pechino? Il Freak, l’Anonimo, lo Zombie, l’Astronauta, chi?”

“Sarebbe uno scrittore”, la interrompe Elisa, “forse il punto è capire… come si veste uno scrittore?”

“Male”, dice Olga, “molto male. Ma non li vedi quei poracci del Pigneto? Lasciamo stare va’”.

Stabiliscono che dobbiamo trovare un modello a cui ispirarci. Così ci sediamo davanti al computer e riguardiamo in streaming innumerevoli puntate delle diverse edizioni di Pechino, alla ricerca dell’ispirazione che, a quanto pare, arriva: “Devi diventare Massimo Ciavarro (seconda edizione)! Guarda come è esattamente quel tipo di maschio – rude ma chic, disinvolto ma elegante, piacente ma non effemminato – che dobbiamo fare di te!”

Ed eccomi trascinato per tutta Porta Portese da pseudofashionblogger che domandano ai bancarellai: “Ha qualcosa stile Massimo Ciavarro?”, e che mi ripetono incessantemente “Colori autunnali, devi essere autunnale, pensa a Massimo Ciavarro, come gli fa risaltare gli occhi”.

“Ma cosa c’entrano gli occhi, lui li ha azzurri, io…”

“Ecco, appunto, vedi di essere almeno autunnale, va’…”

Alla fine, a parte il cappello alla Indiana Jones requisitomi da Olga prima dell’imbarco perché “troppo poco alla Massimo Ciavarro”, sono riuscito a portare con me solo due cose che realmente avrei voluto indossare:

  1. le mie “camicie Acapulco” comprate a Los Angeles per andare a Las Vegas in un viaggio di paura e delirio di qualche anno fa.
  2. Delle magliette bianche con impresso “IT56J0306901401100000061904”, cioè il mio codice Iban (Banca Intesa Sanpaolo): perché è bellissimo che questo programma sia per beneficienza, ma io mi guadagno da vivere scrivendo romanzi “letterari”, non riesco più nemmeno a ricordarmi cosa si prova a ricevere un bonifico, ed è tempo di trovare qualche mecenate.

Quando lo sogni (e il sogno sta per finire )

Atterro a Bogotà, in Colombia, dove partirà la gara che, attraverso il Guatemala, porterà i vincitori a Città del Messico.

Gara che si fa in due, anche se per ora sono partito prima, da solo, in quanto “estraneo”.

L’altra metà della mia coppia, di cui non so nulla, mi raggiungerà insieme al resto dei concorrenti, il giorno dopo.

Quando comincerà il gioco dovrò consegnare portafoglio e cellulare ma, per adesso, mi dicono i produttori del programma, devo solo aspettare.

Domando: quanto?

“Ti faremo sapere, tu non ti muovere da qui”.

Così resto chiuso nella stanza d’albergo, in attesa. Tiro fuori il cellulare e cerco il wi-fi dell’hotel che, secondo le istruzioni sul comodino, si può usare gratuitamente, basta inserire il proprio cognome e il numero di camera.

Cubeddu

542

Niente.

Riprovo.

Niente.

Chiamo in reception, balbetto qualcosa in spagnolo, “perdonas , señoritas, los uaifais non… funzionas…”

Nella mia mente, allucinata dall’ansia, mi convinco mi venga risposto “non podemos darles il uaifais, el uegos es iniziatos”.

Paranoia.

Eccomi, penso, mi stanno riprendendo, in fondo questo è un reality, cosa ci sarebbe di più reality?

Calma, respira, mi dico, non andare nel panico, sii di quelli furbi, quelli che capiscono tutto al volo, che non fanno la figura dei polli in televisione.

Così grido Aaahha, e spalanco l’armadio convinto di trovarci dentro un cameraman.

Soltanto grucce.

Mi getto a terra, plastico, atletico. Ammortizzo l’impatto al suolo, come in un film di arti marziali, con un piegamento sulle braccia, e guardo sotto al letto. Nessuno.

Corro in bagno, tiro la tendina della doccia. Nessuno.

Tutto si trasforma in un film di spionaggio: la telecamera deve essere nascosta. Frugo dappertutto, sempre più allucinato, sto per squarciare i cuscini con un calzascarpe alla ricerca di cimici, quando sento bussare.

Mi avvicino all’uscio con passi felpati, guardo dallo spioncino: Aaahha. Quello che sembra un cameriere del servizio in stanza DEVE essere in realtà un cameraman.

Apro lentamente la porta, sorride, mi punta contro il vassoio del pranzo. Aaahha, sollevo il coperchio: pollo fritto.

A quel punto, esasperato, lo afferro per le spalle, lo scuoto e grido “Ablas, digames, dove sta escondida la telecameras?!?

[José, se mi stai leggendo, sono davvero mortificato per come ho ridotto la tua bella divisa blu, è stato un malinteso e, per la cronaca, il motivo per cui non riuscivo a connettermi è risultato essere che alla reception mi avevano registrato come “Dr. Capeddu”]

pechino2

Quando (quasi) lo fai

La paranoia regna sovrana anche sulle ore che precedono il vero e proprio inizio del mio Pechino.

Vengo bendato e caricato su un furgone: “Aspetta qui, tra poco conoscerai con chi partirai”.

“Tra poco”, si sa, è un concetto relativo, e io, all’oscuro di tutto, tralasciando il timore di essere in realtà oggetto di scambio con qualche prigioniero politico delle FARQ (che a giorni avrebbero firmato storici accordi con il governo) non posso fare a meno di iniziare a figurarmi questo programma come un mix tra The Truman Show, Acido Solforico di Amelie Nothomb – che racconta un reality ambientato dentro un campo di concentramento – e il celeberrimo Hunger Games (anche se è più facile che mi spuntino gli occhi blu di Massimo Ciavarro che riesca ad esprimere anche solo un briciolo della grazia della splendida Jennifer Lawrence).

E, soprattutto, non posso fare a meno di domandarmi: con chi mi faranno viaggiare?

La mia mente proietta strane combinazioni anagrafoetnoprofessionalsessuali dei miti dalla mia infanzia a oggi: Cristina D’Avena, Natalie Portman, Philip Roth (con indosso una maglietta con scritto: il Nobel che non mi daranno mai vincilo tu per me), Ambra Angiolini (ai tempi di Non è la Rai), Vladimir Nabokov (resuscitato), Kate Moss (sempre e comunque), James Gandolfini (resuscitato), Bud Spencer (che purtroppo di lì a poco sarebbe venuto a mancare).

Poi, un brivido di consapevolezza mi attraversa la schiena: questo è Pechino, il conduttore è Costantino, Costantino è un uomo crudele, cosa avrà escogitato?

Penso all’incubo peggiore, l’orrore supremo: un’ex fidanzata.

Oddio, ma quale?

Quella che ha consegnato un dossier di 1800 pagine su di me al suo analista incolpandomi di ogni suo fallimento personale e professionale (compresi quelli prima che ci frequentassimo)?

Quella che ha gettato tutti i miei vestiti dalla finestra (e il mio portatile, e i miei libri, e la mia dignità…)?

Quella che ha preferito sposare un surfista australiano?

Oppure, oddio, oddio: e se fosse la madre di una mia ex fidanzata?

Tipo, quella che da ragazzino mi buttò fuori di casa sua perché, una notte, mi beccò ubriaco sul terrazzino a orinare sulla sua pianta di melanzane?

Per fortuna, la porta del furgone si apre, qualcuno mi prende per mano e mi porta da qualche parte. Sento scandire il mio nome con toni enfatici, applausi, ed ecco che, tolta la benda, incontro la mia compagna di viaggio: Silvia Farina, truccatrice romana, amante del rosa shocking.

[Se mi sia andata meglio o peggio di come temevo, ogni spettatore potrà stabilirlo da sé]

Quando lo fai

La telecamera è un mezzo potente, cambia tutto, ma non perché renda le cose più superficiali. Al contrario: perché rende ogni cosa più intensa, complessa, memorabile.

Paradossalmente, sapere di essere ripresi permette di vivere le cose in maniera più diretta.

Per me, che tendo a trasformare in memoire ogni cosa che vivo, rovinandomi così l’immediatezza delle esperienze, non c’è cosa più rassicurante al mondo di un viaggio televisivo: che è già automaticamente racconto, senza che si debba raccontarlo in prima persona; e che, obbligandomi a stare senza telefonino per fotografarle e connessione per condividerle, le esperienze mi costringe prima di tutto a viverle.

Così mi abbandono al viaggio e mi sembra la cosa più normale del mondo sfrecciare su una Willys (la tradizionale Jeep delle piantagioni), mangiare platano fritto e arepas (insipide frittelle di mais), essere ospite in case senza acqua corrente e tetti fatiscenti in paesaggi da cartolina, rinfrescarmi bevendo aguapanela, giocare a pallone con un intero paesino di bambini e chiacchierare (in uno spagnolo sempre più improbabile ma irragionevolmente efficace) con famiglie di decine di persone in verande in cui i discorsi sono scanditi dai toc degli insetti che ci si schiaccia sulla schiena.

Ripreso da cameramen che sembrano ironmen, in un percorso tracciato magistralmente da professionisti dell’avventura, conoscerò il proprietario di una finca di caffè che siccome non possiede il macchinario per macinarlo ne beve uno molto più scadente del suo, guarderò le partite di Copa America commentate davvero come facevano vedere a Mai dire gol, con quei tanto improbabili quanto interminabili Goooooooooooooollazo e non riuscirò a memorizzare la differenza tra Buenas tarde e Buenas noche.

L’impatto con la Colombia è una girandola di facce, profumi, contraddizioni (chiese evangeliche in cui si consumano disgustosi beveroni di Herba life e cordiali venditori di cocaina a sei euro al grammo). Così come contraddittorio è fin da subito il mio stato d’animo: sono esaltato per essere in un programma con Tina Cipollari e Lory Del Santo (sarà che sono un uomo frivolo, ma le ho trovate più interessanti e raffinate di tanti intellettualoidi che normalmente sono costretto a frequentare) e commosso dalla storia di una ragazza i cui genitori, piccoli spacciatori, sono stati assassinati dai cartelli della droga.

Con Diana ci sediamo nel baretto davanti a casa sua: il venticello tiepido, la musica “ranchera”, così dozzinale e malinconica, e mentre beviamo una cerveza dopo l’altra mi sento pervaso da un senso di pienezza, distratto dal ticchettare delle unghie del suo cane che ci gironzola intorno, mentre mi racconta che si mantiene con l’ex attività di copertura della famiglia, una gallera, cioè un’arena per il combattimento di galli. È orgogliosamente omosessuale, tifosissima di calcio (“Me gustan Totti e la Roma”), ambiziosa e triste come nessuna ragazza abbia conosciuto prima d’ora, mentre mi dice “Nosotros tenemos mala fama pero somos guerreros”.

Quando lo ricordi (o meglio: quando lo rivedi)

E adesso che sono tornato?

Si ricomincia. Rivedrò il viaggio che ho fatto, con tutte le prove, gli entusiasmi, i fallimenti, le liti, le gioie, i nuovi amici del cast e della troupe, le albe gloriose, le immersioni nel fango, le nuotate caraibiche, gli innumerevoli autostop sui cassoni dei pickup, quella volta che, furibondo, ho diretto il traffico di una città…

Rivedrò me stesso, certo, ma quale me stesso rivedrò?

In un certo senso sarà tutto nuovo: tutti quei giorni diventeranno una sintesi televisiva di pochi minuti, grazie al montaggio, che è come la memoria selettiva, però di qualcun altro.

Nel rivedermi fatico a riconoscermi: “estraneo”, di nome e di fatto, a me stesso e agli altri.

Come Pessoa diceva del poeta, che finge così completamente da arrivare a fingere che è dolore il dolore che davvero sente, anche il concorrente di un reality è un fingitore, che finge di essere realmente ciò che realmente è.

Il timore più grande è che le cose vadano come nel secondo magistrale racconto di Numero 11 di Jonathan Coe, in cui una cantante in declino, per riscattarsi ma soprattutto per bisogno di soldi, decide di partecipare a un reality show, venendo fatta a pezzi sui social network.

Perché ormai, come ho avuto modo di leggere su queste pagine in un articolo di Aldo Grasso, con la social tv, l’assunto di McLuhan, “il mezzo è il messaggio”, si è ribaltato in “il contenuto è il mezzo”: la televisione sarà sempre più influenzata, e perciò sostanzialmente fatta, dai contenuti che i suoi utenti pubblicano in rete durante la visione dei programmi.

E quindi, a ben pensarci, un viaggio (con Pechino Express) non si vive solo tre volte, come sostiene GabbianellaLivingston89 su TripAdvisor, ma quattro: quando lo sogni, quando lo fai, quando lo “rivedi”, e quando i fan lo commentano (magari facendoti a pezzi).

L'articolo Sognando Pechino proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/societa/sognando-pechino/feed/ 0
Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop https://minimaetmoralia.it/televisione/quando-locchio-del-potere-si-fa-ossessione-pop/ https://minimaetmoralia.it/televisione/quando-locchio-del-potere-si-fa-ossessione-pop/#respond Tue, 12 Apr 2016 05:45:20 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=30520 Questo articolo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

Who watches the Watchmen?

Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.

Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.

L'articolo Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop proviene da Minima et Moralia.

]]>
homeland-season-5

Questo articolo è uscito su Pagina 99, che ringraziamo.

di Marco Cubeddu

Who watches the Watchmen?

Quis custodiet ipsos custodes? «Chi sorveglierà i sorveglianti stessi?»

La formula, resa celebre dal fumetto (poi film) Watchmen, è di Giovenale, ma il concetto, già alla base delle ironiche riflessioni di Platone sull’assurdità che i custodi avessero a loro volta bisogno di custodi, si è recentemente imposto come tema cruciale anche nella cultura pop, tanto da essere affrontato nell’ultimo 007, Spectre, nel terzo episodio della saga di Batman di Cristopher Nolan, The dark knight rises, passando per il romanzo The Circle di Dave Eggers e il capitolo più recente del videogioco Call of duty.

Nei giorni in cui Apple, con il sostegno di Google, Facebook e Microsoft, lotta contro l’FBI per definire in tribunale i rispettivi diritti e doveri dopo lo scandalo sulla sorveglianza di massa delle comunicazioni da parte della NSA (National Security Agency) e la Cina annuncia lo sviluppo di un software per prevenire atti terroristici (e contestazioni governative?), la sorveglianza informatica diventa colonna portante di alcune tra le più riuscite e sofisticate narrazioni contemporanee: dall’ultimo romanzo di Jonathan Franzen, a serie televisive di grande successo come House of cards, Homeland e Mr.Robot.

Julian Snowden Act

Il 2001 è l’anno spartiacque: con il promulgamento del Patriot Act –la legge statunitense che estende i poteri governativi di spionaggio a “danno” della privacy dei cittadini – l’opinione pubblica internazionale è stata investita da un racconto giornalisticamente e politicamente difficile da sintetizzare: un magma di inchieste, sentenze, scuse, emergenze internazionali, aggiornamenti delle vecchie questioni giuridiche e filosofiche imposti dalle nuove tecnologie, sequenze di pesi e contrappesi che riguardano la divisione dei poteri, l’esercizio e la natura del potere stesso, le forme di governo democratiche contrapposte a quelle totalitarie, e le zone grigie che ci stanno in mezzo.

A confondere le acque, le figure di Julian Assange, australiano paladino della libertà dai capelli bianchi coinvolto in scandali sessuali in Svezia e attualmente “residente” nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra, Edward Snowden, ex tecnico informatico della CIA, attualmente “ospite” in una località segreta in Russia, e tutto il contorno di personaggi stravaganti (come Bradley Manning, ora Chelsea, la militare che ha cambiato sesso condannata a 35 anni di carcere per aver passato informazioni riservate a Wikileaks), pubblicazioni di documenti top secret, polemiche, blitz, ingerenze sui governi nazionali, aggiramenti costituzionali, iperboli di megalomania e vanità, che ruotano attorno alle due facce del web: quella di una rete in cui tutto deve essere disponibile “alla luce del sole”, e quella della dittatura dell’immediatezza e dei populismi incendiari a scapito di ogni buonsenso.

Se da un punto di vista giuridico e politico sono questioni difficili, se non impossibili, da sciogliere, da un punto di vista narrativo queste contraddizioni diventano il fertile materiale d’attualità da cui attingono alcuni dei più significativi racconti contemporanei.

Big (Data) Brother

Henry Kissinger, ex segretario di Stato dell’era Nixon, ammonisce dal suo “World Order” sul rapporto tra le nuove tecnologie e le campagne elettorali basate su “una ricerca big data – il trattamento elettronico di enormi quantità d’informazioni sui social network, dati anagrafici pubblici e cartelle cliniche capaci di definire un profilo per ciascun elettore, probabilmente più preciso di quanto gli stessi interessati avrebbero potuto ricostruire sulla base della propria memoria”, che rischia di produrre «candidati ridotti a portavoce di un’operazione di marketing».

Il “realismo politico” di Kissinger, da decenni eminenza grigia della politica estera USA, centra uno dei principali problemi della politica ai tempi di internet, tanto palese in queste primarie americane che si consumano nella realtà, quanto lo è parallelamente in quelle della “realistica finzione” della quarta stagione di House of cards: se il gap tra le qualità richieste per farsi eleggere e quelle necessarie per governare è troppo ampio, «la capacità concettuale e il senso della storia che dovrebbero essere parte della politica estera possono andare perduti», o (ogni riferimento a Obama non sembra puramente casuale) «acquisire queste qualità potrebbe assorbire così tanta parte del primo mandato di un presidente» da paralizzarne l’operato.

Guardata in questa ottica, l’avvincente ultima stagione del politicaldrama più riuscito di sempre sembra la trasposizione drammaturgica delle preoccupazioni di Kissinger: un mondo sconvolto da irrisolte tensioni internazionali pronte a deflagrare,e ad affrontarle, da una parte i candidati, che manipolano la percezione che gli elettori hanno di loro sulla base di quel che gli elettori stessi inconsapevolmente desiderano, dall’altra gli elettori, convinti di scegliere quel che i candidati li convincono a scegliere sulla base delle loro più irrazionali aspirazioni.

Anarchy in the World Wide Web

Un po’ Anonymous, un po’ V per Vendetta, il nuovo eroe anarchico contemporaneo è il protagonista della prima stagione di Mr. Robot, Elliot Alderson, che nonostante sia un sociopatico, depresso e tossicodipendente, uno stalker che tratta gli esseri umani come device da craccare per poterne conoscere il contenuto più intimo, incarna sentimenti decisamente più emotivi che politici.

In bilico tra il desiderio di salvare il mondo e quello di distruggerlo, la figura dell’hackvista anonimo incappucciato in una felpa no-logo, (il cui vago sogno politico è all’incirca “So this is how a revolution looks like: people in expensive clothing running around”), è quella più capace di interpretare i sentimenti post-ideologici di nativi e immigrati digitali.

Siamo lontani anni luce dall’ennesima critica ad una società ingiusta e alienante, piuttosto di fronte al suo ribaltamento celebrativo, un inno a un’era in cui l’informazione è liquida, non filtrata e onnipresente, tanto da far tifare gli spettatori per la versione 2.0 (emo? nerd? hipster?) di un Dottor Stranamore affetto da una crisi di identità alla Fight Club, deciso (?) a “formattare” la società.

Homeland Insecurity

Se narrativamente la quinta è forse la stagione meno riuscita di Homeland, sociologicamente è probabilmente la più puntuale.

Tutto parte da una fuga di notizie/documenti top secret che mischia sapientemente le vicende del “caso” WikiLeaks di Assange a quelle delle rivelazioni di Edward Snowden con la pubblicazione e la denuncia di operazioni di spionaggio non autorizzate tra Servizi alleati, mettendo in scena le contraddizioni della lotta al terrorismo.

La trasferta in Europa – che dopo gli USA e il Medioriente diventa il nuovo teatro dello show – mette in mostra come il tema della fragilità della sicurezza domestica e la sfiducia nell’operato di governi e forze di sicurezza si sia ormai fatto sentimento del tempo.

Non solo con la premonizione (con tanto di disclaimer di “scuse”) degli attacchi dell’Isis in Europa (nella fiction a Berlino, invece che a Parigi e a Bruxelles), quanto con l’intreccio tra la volontà di hacker, organizzati e non, e pseudogiornalisti con manie di protagonismo, di diffondere le informazioni riservate, e quella delle agenzie di spionaggio di aggirare le leggi nazionali per “sorvegliare e punire” i terroristi prima che possano mettere in atto i loro piani.

Se le vicende personali dei protagonisti sembrano meno interessanti che in passato, non lo sono le dinamiche con cui vengono rappresentati gli interessi contrastanti dei vari attori in gioco: dalla potenza globale più direttamente coinvolta nella lotta al terrorismo nei lustri precedenti, gli USA, al loro vecchio e nuovo antagonista, la Russia, si passa per la riluttanza dei paesi europei, incapaci di un piano comune, di farsi carico dell’eredità degli accordi Sykes-Picot, mentre le medie potenze mediorientali lottano per una leadership regionale e il sedicente califfato sfrutta la confusione per ritagliarsi il suo posto all’ombra dei pozzi di petrolio.

A prescindere dalle differenze etniche e religiose, è la sicurezza (non solo informatica) della vita quotidiana della gente comune a essere messa in discussione. A Baghdad, Damasco, Cairo e Tripoli, come a Parigi, Bruxelles e nelle altre capitali occidentali, il mondo è sempre più piccolo e le madrepatrie sempre più insicure.

In tech we trust

Nel nuovo romanzo di Jonathan Franzen, Purity, i segreti sono al centro delle vicende personali della protagonista, Purity “Pip” Tyler – chi è suo padre? Chi è veramente sua madre? Per scoprirlo finirà cooptata nel Sunlight project, organizzazione con lo scopo di pubblicare ogni sorta di leak guidata dal carismatico e donnaiolo Andreas Wolf, “una specie di uomo bambino ossessionato dal rivelare segreti” –, ma insieme a tante altre cose (il rapporto genitori/figli, l’amorevole crudeltà delle relazioni sentimentali, la ricerca di una propria identità nella società liquida), nell’obiettivo di Franzen, quando non impegnato a immortalare per iscritto i suoi adorati uccelli, annoiando tutti i non appassionati di birdwatching, finisce fotografata, ingigantita e studiata con la lente d’ingrandimento della sua maestria letteraria, la nostra fiducia nelle nuove tecnologie.

Franzen mette in discussione il nuovo mantra, “nella tecnologia confidiamo” (In Tech we trust is the new In God we trust), il cui ottimismo non tiene conto degli “algoritmi usati da Facebook per monetizzare la privacy dei suoi utenti, e da Twitter per manipolare meme che in apparenza si autogenerano”, e traccia un parallelo tra le nuove utopie della trasparenza e le vecchie utopie del controllo: nella Germania Est “la risposta a ogni domanda, grande o piccola, era il socialismo. Sostituendo socialismo con network si ottiene internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza”.

E dalla glasnost digitale, all’ostalgie analogica, il passo è breve.

L'articolo Quando l’occhio del potere si fa ossessione pop proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/televisione/quando-locchio-del-potere-si-fa-ossessione-pop/feed/ 0
L’educazione aristocratica di Zerocalcare a Rebibbia https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-zerocalcare/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-zerocalcare/#comments Sat, 08 Nov 2014 06:00:48 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24259 Pubblichiamo un'intervista di Marco Cubeddu a Zerocalcare apparsa su Pagina 99. Ringraziamo l'autore e la testata.

Oggi, sabato 8 novembre, alle 18 a piazza Indipendenza a Roma c'è Mille candele per Stefano Cucchi, una fiaccolata promossa da ACAD - Associazione Contro gli Abusi in Divisa Onlus. In fondo all'articolo, l'illustrazione di Zerocalcare.

di Marco Cubeddu

«Pensa che in 15 anni sono stato solo una volta fuori da Rebibbia per più di 4 notti. A Gaza. 9 giorni. Un incubo. L’idea di fare un viaggio non è che mi fa schifo eh, ma io proprio non ce la faccio. Fino a qualche anno fa mi venivano le bolle rosse quando dormivo fuori. Anche le presentazioni, per dire, ne ho 18 già programmate per Dimentica il mio nome, e anche se ne ho diverse vicine io vado, dormo fuori una notte, torno a Rebibbia, magari per un giorno, e poi riparto. Ormai ho imparato a conoscermi. Massimo 4 notti posso resistere».
«Ma che ne so, non ti attira l’idea di andare in Cina, in Australia, in America?»
«Sì. Per 4 notti».

L'articolo L’educazione aristocratica di Zerocalcare a Rebibbia proviene da Minima et Moralia.

]]>
zerocalcare

Pubblichiamo un’intervista di Marco Cubeddu a Zerocalcare apparsa su Pagina 99. Ringraziamo l’autore e la testata.

Oggi, sabato 8 novembre, alle 18 a piazza Indipendenza a Roma c’è Mille candele per Stefano Cucchi, una fiaccolata promossa da ACAD – Associazione Contro gli Abusi in Divisa Onlus. In fondo all’articolo, l’illustrazione di Zerocalcare.

di Marco Cubeddu

«Pensa che in 15 anni sono stato solo una volta fuori da Rebibbia per più di 4 notti. A Gaza. 9 giorni. Un incubo. L’idea di fare un viaggio non è che mi fa schifo eh, ma io proprio non ce la faccio. Fino a qualche anno fa mi venivano le bolle rosse quando dormivo fuori. Anche le presentazioni, per dire, ne ho 18 già programmate per Dimentica il mio nome, e anche se ne ho diverse vicine io vado, dormo fuori una notte, torno a Rebibbia, magari per un giorno, e poi riparto. Ormai ho imparato a conoscermi. Massimo 4 notti posso resistere».
«Ma che ne so, non ti attira l’idea di andare in Cina, in Australia, in America?»
«Sì. Per 4 notti».

Ecco, per raccontare Zerocalcare, che a differenza di quanto credevo non soffre a sentirsi chiamare con lo pseudonimo, anzi, maledice il giorno in cui Makkox in buona fede ha fatto il suo vero nome in una prefazione, bisogna partire da Rebibbia, il suo “Pisolone”, un sacco a pelo che lo tiene al sicuro. Dove anche il suo ultimo libro, Dimentica il mio nome (in uscita per Bao Publishing, 240 pagine, euro 18), è ambientato, e dove tutta la sua famiglia abita ancora («Stamo tutti a Rebibbia, mi madre, mi nonna, mi padre, io avrò cambiato 4 case da quando sono andato a vivere da solo. Tutte a Rebibbia»).

E infatti è a Rebibbia che ci incontriamo. Da neoromano, mi perdo per raggiungere la linea B. Siccome sono in ritardo, gli scrivo: «Ciao Michele io sto per prendere la metro da Tiburtina spero di non arrivare in ritardo». «Azzz no mi sa che arrivi prima di me anzi, tra 15 min stai qua! (se arrivo alle 17.45 mi uccidi?)»

Avevamo appuntamento alle 18.00. Altri elementi necessari per inquadrare Zerocalcare: la premura. La gentilezza. Effettivamente arrivo prima di lui, per uno di quei miracolosi incastri che rendono la viabilità romana imperscrutabile. Impossibile essere puntuali: o in largo anticipo o in drammatico ritardo. Lo aspetto appollaiato su un muretto di mattoni davanti alla stazione. Intorno, famiglie di carcerati al rientro dalle visite. Arriva e si scusa di essere uscito «praticamente in pigiama». Eppure, un’altra sua caratteristica è l’eleganza intrinseca, nonostante l’accento da borgata e il look da redskin a riposo. Siccome nel nuovo libro le componenti autobiografiche, alterate da parti fantastiche, lasciano pensare a un’educazione aristocratica della nonna materna, viene spontaneo ricondurlo ai personaggi di Dickens, cui la vita di strada non ha intaccato il sangue blu che scorre nelle loro vene.

«Ma no, mi nonna è stata educata da dei nobili russi, ma mica era nata nobile, e poi è finito tutto da giovane, ha avuto una vita pazzesca, rocambolesca, tanto che è finita a Rebibbia. Ma tu dove stai qui a Roma?».
«Pigneto purtroppo, un covo di radical chic, sto cercando di scappare».
«Eh, quello è l’inferno. Ma zona isola?».
«No, per fortuna, sulla Casilina, verso Torpignattara, coi cinesi che tengono lontani gli hipster».
«Ah, due giorni fa avevamo occupato un posto da quelle parti, per farci una scuola sociale di fumetto».
Già, eleganza e squotteraggio in lui si conciliano benissimo. Andiamo a bere qualcosa al bar Al vecchio casello («Qua è abbastanza di passaggio, no, sai, farmi vedere che mi fanno un’intervista, da ste parti, poi tutti ci guardano storto, e ch’hanno pure raggione»).

Se non dovessimo parlare d’altro parleremmo tutto il tempo di politica. Quella è la parte della sua vita che lo interessa davvero. L’unica cosa che chiede venga riportata con attenzione: «Perché a me se dovessi perdere il rispetto della mia gente, mi farebbe troppo male».
Occupazioni, cineforum, presentazioni di libri sono stati per lui molto più formativi del liceo classico. I centri sociali sono il solo ambiente in cui Zerocalcare si sente veramente a suo agio. Oltre alla sua cameretta. Per lui sono mondi distinti, quello del suo successo editoriale (oltre 200.000 copie vendute, tutti che lo vogliono sui giornali e sulle riviste, tutti che lo vorrebbero in tv) e quello delle locandine, delle copertine dei cd autoprodotti, che continua a fare. Eppure, nelle sue storie è molto autoironico sulle idiosincrasie politiche, sulle contraddizioni del suo antagonismo.

«Sì, con me stesso mi viene facile. Ma sugli ambienti che frequento non faccio mai ironia, è una parte troppo importante della mia vita, e l’ironia potrebbe venire fraintesa, strumentalizzata da chi vuole raccontare quelli dei centri sociali come stereotipi, alieni fuori dal mondo. E non mi va».
Ci sediamo a un tavolino metallico. Intorno a noi gridano due gruppi di vecchietti, parlano della sconfitta della Roma con la Juve («Ma che parlamo a fa coi laziali de carcio»). Prendo una birra. Lui prende un succo di frutta. «Astemio?».
«Sono un punk straight edge: non bevo, non fumo, non mi drogo, non assumo nessuna sostanza che alteri la coscienza o che dia dipendenza. Forse ho iniziato perché avevano delle felpe fighe. Una volta eravamo in tanti. Mo’ praticamente del mio gruppetto semo rimasti solo io e Secco, l’amico mio».
«Quello del poker on line delle tue storie?».
«Quello«.
«E lui come l’ha presa la fama?».
«Sai che non ne parliamo mai? Lo sa di essere un mio personaggio. Ma non è mai venuto a una mia presentazione. O, che so, su Facebook, non ha mai condiviso un mio link».
«Timidezza?».
«Ma no, è che a lui, ma a tutti gli amici miei, in realtà, è che non gli frega niente di ste cose. Noi parliamo di risse, di arresti, chi è stato menato da chi».
«Cioè, non è cambiata la tua vita?».
«Ma sai che no. Cioè, lavoro un botto più di prima, ma per il resto no».
«Beh, ma anche economicamente, direi che ti è cambiata per forza. Ora, ho capito che non ti trasferirai ai Parioli, però insomma, una villa a Rebibbia?».
«Ma io più che altro ero convinto, e lo sono anche adesso, che non durerà. Per me era strano fare delle storie su riviste che non chiudessero dopo due settimane. Quindi la stabilità è una cosa pazzesca. Ma sono sicuro che arriverà il giorno in cui dovrò cercarmi un lavoro. E i soldi mi serviranno per tirare a campare. Quindi niente lussi, anche se ho comprato diversi videogiochi, uno tipo quelli vecchi da bar, che era il sogno mio avercelo in casa da regazzino».

Il successo di Zerocalcare viene dal suo blog, dove ogni maledetto lunedì su due ha raccontato la sua vita.
«Io non pensavo potesse interessare a qualcuno. Quelle erano paranoie mie e basta, credevo. Poi, facendole leggere agli amici, ho capito che interessavano anche ad altri, così ho messo su il blog».
«Che nonostante gli impegni continui a portare avanti, gratis».
«Sì, anche se ho smesso di considerarlo un patto di sangue, non lo aggiorno più con la regolarità di un tempo, perché non ce la faccio proprio. Però è un mio punto d’onore continuare a fare delle cose gratis su internet, non voglio che la gente pensi che ho usato il blog come un trampolino, che poi lo è stato, ma non è solo questo, è una cosa a cui tengo davvero».
«Eppure i tuoi numeri sono impressionanti. Nessuna tentazione mondana?».
«È proprio l’informalità dei lavori creativi che non sopporto. Quando lavoravo normalmente facevo le mie ore e fine. La mia vita era fuori. Invece nei lavori creativi il lavoro è fatto di feste, di cene, di aperitivi, di socialità. Io l’ho fatto all’inizio, ma poi ho capito che non lo volevo più fare. Anche perché se cominciassi a fare quella vita lì poi non potrei più raccontare le mie storie, non mi sentirei pulito. Però è chiaro che, vendendo bene, sono nella posizione per non farlo. È un privilegio potermelo evitare. E poi mi fa veramente schifo, ti rendi conto che quest’ambiente è perfettamente in grado di assorbire tutto, dalla guardia al black block».

«E da un punto di vista creativo, sei cambiato?».
«Ho il terrore di non approcciare le cose con lo stesso spirito di quando le ho cominciate. Non voglio vivere facendo qualcosa solo perché so che ha consenso. Anche se c’è una parte di me che mi dice…».
«Tipo l’Armadillo che rappresenta la tua coscienza nelle tue storie?».
«Esatto, che mi dice daje Calcà, che te frega, però ecco, ad esempio, io questa storia la sento molto diversa dalle altre cose fatte, infatti c’ho un botto de paura, però mi sentivo che si è chiuso un ciclo con questo libro. La profezia dell’armadillo lo sento datato di tre anni, la mia visione degli affetti, delle cose, si è evoluta, era il momento di raccontare questa storia, anche se mi terrorizza a morte».
«Perché?».
«Perché ho paura che la gente dica Che palle, ma che frignone questo».
«Io l’ho trovata più adulta, con parti divertenti che funzionano e lasciano prevalere i sentimenti, raccontati in maniera sofisticata ma col pregio della banalità, in senso buono. Quelle esperienze che abbiamo vissuto tutti e che fanno sentire i tuoi lettori così dentro la storia».
«Ma l’hai letto? Ti è piaciuto? Io non ho manco visto il pdf ancora, è la prima intervista che faccio con qualcuno che l’ha letto e mi interessa capire che ne pensi perché io sono terrorizzato a morte».
«Sì, ho ricevuto il pdf. Tra l’altro, fra parentesi, mi hai fatto vivere un’esperienza surreale. Il tuo libro si chiama Dimentica il mio nome. Ma su tutte le pagine del pdf che mi hanno mandato stava scritto il mio in obliquo, che era come non poterselo scordare mai. Ho pensato che nell’ufficio stampa di Bao o fossero dei geni della metacomunicazione, o fossero pazzi: pdf criptato, nome impresso su tutte le pagine, manco fossero documenti della Cia, tipo che temono un Calcareleak».
«Ahahahaha, così se lo metti su eMule sanno che sei stato tu».
«Comunque, a parte gli scherzi, non c’è un altro modo per dirlo, è molto bello».
«Dici? Ma non è sdolcinato?».
«No. È tenero. Il rapporto con tua nonna, con tua mamma, con tuo padre…».
«Eh, quella è una mia altra paura. Da una parte il patto che ho fatto con mia mamma è che non dico a nessuno pubblicamente cosa è vero e cosa no. E dall’altra che mio padre magari se la prende, che lo faccio passare come un cojone».
«Io l’ho trovato delizioso il modo in cui racconti delle difficoltà tra padre e figlio di darsi affetto, che lo fanno con le mosse delle arti marziali praticamente. E in generale, l’inizio soprattutto, chiunque ha perso un nonno non può che immedesimarsi, quando tieni la mano a tua nonna, il modo in cui ti senti in imbarazzo in ospedale».
«Io avevo molta paura perché per la prima volta non raccontavo solo i fatti miei, ma anche quelli della mia famiglia, anche il lutto, il dolore, cose che mi mettono in imbarazzo».
«La parte sull’oscenità del dolore è stupenda».
«Mi sento in colpa ma il dolore mi fa schifo, mi ripugna, mi repelle. Proprio le fragilità del dolore scomposto, io posso venirti a prendere in macchina alle tre del mattino, pure in bici dall’altra parte del mondo, ma non ti so dare assistenza al dolore, sono impreparato».
«In generale c’è un grande pudore nelle tue storie. Penso che questo contribuisca a rendere il tuo mondo accogliente, vero, ma allo stesso tempo finto, non so, penso alle storie di Topolino, Topolinia e Paperopoli che praticamente mettono al bando cose come la morte».
«Nelle mie storie, ad esempio, il sesso non c’è perché non lo so raccontare. E perché coinvolge un’altra persona. Io sono un’orsolina, quella roba non mi va di darla in pasto ai lettori. Pensa che nella mia vita non ho mai disegnato neanche un paio di tette».

Dimentica il mio nome è un libro delicato, che affronta il tema della crescita e dell’identità con umorismo e paradossi, ma senza dimenticare la commozione, la nostalgia, i rimpianti. Un impasto generazionale che attraverso i miti degli anni ’80 e ’90, personaggi pop, nel senso di popolari, ma con una grande profondità, dei grandi valori («Prendi Ken Shiro, un modello», «Io ti confesso che da bambino stravedevo per Sauzer, il malvagio imperatore di Nanto», «Ma che infanzia c’hai avuto, ahò»), tratta sentimenti comuni a tutti con visioni originali e un’eleganza data dalla cura dei testi e dalla scelta dei colori (bianco, nero e arancione).

Prima di salutarci facciamo due passi per Rebibbia, al tramonto («Mica è il Bronx»), dietro un campetto, tra stradine minuscole, kebabbari, sovrastati dal bianco e nero dei palazzi sui cui si attarda un sole arancione dalle sfumature nucleari, parlando delle avances delle major, dell’hip hop, del punk, della bellezza delle scritte Acab, dell’autoproduzione, del rapporto coi fan («Il fatto che passo ore a fare disegnini alle presentazioni a me sembra un dovere nei confronti di chi viene a sentirmi, poi certo, ai lettori gli fa piacere comprare i miei libri anche per quello, e certi colleghi mi vedono male perché i lettori si aspettano che lo facciano anche loro») dei fan, delle critiche («cerco di leggere tutto, a volte rosico proprio, mi è pure capitato di beccarmi con qualcuno che mi insultava pesantemente e mi hanno portato via perché volevo mettergli le mani addosso»), di graffiti.

«Uno per cui c’ho una grande stima, artisticamente e politicamente, è Blu. Vorremmo fargli fare un pezzo su quella facciata… lo conosci?».
«Ho un tatuaggio tratto da un suo disegno».
«Eh, io ho due tatuaggi. Ne ho fatto uno su un braccio senza pensare che poi mi si poteva riconoscere alle manifestazioni, così ne ho fatto poi uno anche sull’altro, tanto se devo mettere la maglia a maniche lunghe per non farmi riconoscere… però ho tenuto puliti i polpacci così posso mettere i pantaloncini. Che disegno hai fatto di Blu?».
«Un nastro di Möbius fatto di carri armati e ruspe, sta su una fabbrica di Praga».
«Eh, a Praga devo andarci».
«Non è che poi ti vengono le bolle se stai troppo fuori da Rebibbia?».
«Ma no, basta che faccio tutto in quattro giorni».

zc-cucchi

L'articolo L’educazione aristocratica di Zerocalcare a Rebibbia proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-zerocalcare/feed/ 2