Marco Giacosa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-giacosa/ un blog di approfondimento culturale Sat, 31 Oct 2020 10:29:53 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Giacosa Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-giacosa/ 32 32 La seconda ondata https://minimaetmoralia.it/attualita/la-seconda-ondata/ https://minimaetmoralia.it/attualita/la-seconda-ondata/#comments Sat, 31 Oct 2020 10:29:53 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=44451 di Marco Giacosa

«Siamo arrivati tutti impreparati a questa seconda ondata».

No. Io no, io e la mia famiglia no.
Ma parlo per me.

Mi metto la mascherina da quando possiamo uscire, il 4 maggio, anche all'aperto quando non in campagna. I miei amici - come tutti, io i miei amici più cari li amo - li ho visti per la prima volta il 19 giugno, in auto abbiamo tenuto la mascherina. Ci siamo stretti come fossimo adolescenti, abbracciandoci con le lacrime agli occhi, con il maschile silenzio dell'amore che non si dice: «Mi metto la mascherina, così ti abbraccio».

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di Marco Giacosa

«Siamo arrivati tutti impreparati a questa seconda ondata».

No. Io no, io e la mia famiglia no.
Ma parlo per me.

Mi metto la mascherina da quando possiamo uscire, il 4 maggio, anche all’aperto quando non in campagna. I miei amici – come tutti, io i miei amici più cari li amo – li ho visti per la prima volta il 19 giugno, in auto abbiamo tenuto la mascherina. Ci siamo stretti come fossimo adolescenti, abbracciandoci con le lacrime agli occhi, con il maschile silenzio dell’amore che non si dice: «Mi metto la mascherina, così ti abbraccio».

Ho tenuto la mascherina in spiaggia, quando mi alzavo dall’asciugamano, ho tenuto la mascherina in automobile con altri amici, che vivono a Milano e il rumore delle sirene delle ambulanze durante il lockdown ce l’avevano in testa anche e soprattutto al mare della Sicilia, quando laggiù, invece, tutti si abbracciavano perché quel suono non ce l’hanno avuto dentro.

Mi sono preso del pauroso, del fifone, dell’ipocondriaco, dell’esagerato, sono stato preso in giro e mi sono anche divertito, a essere preso in giro.

Ho messo la mascherina quando sono uscito a fare sport, ad agosto, in ascensore, all’edicola aspettavo uscisse quello prima, che cianciava a cinquanta centimetri dall’edicolante entrambi senza, non entravo, mi prendevano per un folle, uno squadernato, «Che fai, scemo, lì fuori, perché non entri?». Non entro perché sulla porta c’è il ricordo del primo avviso, dei tempi del lockdown, il negozio è piccolo, entra uno alla volta, io attendo. Spazientito, quello che cianciava usciva, l’edicolante si tirava su la mascherina, era sul mento.

Guarda il demente – leggevo sui loro visi, nei giorni in cui l’Italia dava credito a una donna che in spiaggia urlava che non c’era la malattia.

Invece c’era, sotto la cenere come il fuoco.

Bastava leggere le curve, a metà agosto. Le curve del contagio sono cambiate in quei giorni. Bastava seguire le persone serie e non le sirene. Oh, nessuno pretende il livello dottorato: bastava, santiddio, essere cauti. E, porca miseria, fidarsi. Fidarsi di chi ne sa. Io non ne so, ma mi sono fidato di chi ne sa. Questa è una grande crisi di fiducia.

Oppure bastava essere cauti. Cautela. Il principio di cautela. Il coraggio usatelo per il salto olimpico, dopo due nulli dai tutto al terzo tentativo e magari vinci l’oro, con il virus non funziona così, con il virus non esiste coraggio, il coraggio, con il virus, è idiozia, come quella dei diciottenni che con l’auto nuova fanno la gara sul grande raccordo. Non è coraggio, anche se, a quell’età, sembra.

Quest’estate abbiamo cenato in riva al mare guardando i granchi sugli scogli, bevendo vino bianco in un ristorante appartato nella bolgia di Marzamemi. «Bella e assembrata», il mio commento alla foto su Instagram.

Abbiamo bevuto negroni all’aperto, con l’istinto che mutava, dal toccarci un braccio, un gomito, una spalla, al distanziarci quando la distanza si riduceva, come avessimo un allarme elettrico, una microscarica: dannazione, non si può. Amico, amica, ti abbraccerei ancora più forte, l’impossibilità accresce il desiderio, ma resisto e non lo faccio. Abbiamo lanciato baci in aria che a raccoglierli dovremmo togliere un tappeto di petali alti un metro grossi come l’Italia.

Ai primi di settembre ho parlato in pubblico, avevo la mascherina, «Perché parli con la mascherina?», per rispetto rispondevo, ci sono fotografie in cui tutti hanno la mascherina ma l’oratore no, è sbagliato, l’oratore sputazza, sbava, è lui che deve averla, anche se all’aperto, quando non c’è la distanza, ma l’oratore si muove, passeggia tra le persone, non può contare i metri, nel dubbio l’oratore la mette.

Da quando sono iniziate le scuole abbiamo rinunciato a vedere amici carissimi che hanno due figli – li adoriamo, quei bambini – che sono giovincelli invicibili, ma non si sa mai, ci scriviamo su Whatsapp, ci mandiamo i video.

Ho cenato al ristorante il 5 ottobre nel giorno più freddo di Torino, all’aperto. Eravamo stalattiti siberiane. Sono stato un ottimo consumatore, ho fatto girare l’economia, ho chiesto consegne a domicilio, di pasti, di aperitivi, di libri da piccoli librai, di tutto quello che mi gratificasse, quando non si poteva uscire. Ho continuato a farlo pur quando si poteva uscire, quando ho rinunciato – con dolore – alle cene al chiuso. Ho rinunciato alla metropolitana, da una decina di giorni, e chi mi legge sa che un giorno su due ci scrivevo un raccontino, dalla metropolitana. Uso la bicicletta.

Sono furioso. Perché lo sapevamo tutti che sarebbe finita così, qualcuno pensava più tardi, io stesso non credevo di essere qui a scrivere della mia furia il 23 ottobre. Io non ero impreparato, io ero preparatissimo. Bastava essere cauti. E non farsi fottere dai piazzisti. Sono furioso perché, invece, si è preferito negare, non ascoltare, invocare magie, quando la conoscenza e l’accettazione sono il primo, indispensabile passo per la risoluzione di un problema.

Oggi una cara amica ha atteso 7 ore e 40 quaranta minuti, con i sintomi, malata, in auto, il tampone. Ero furioso già prima, sono furioso ancora di più. E no, la colpa non è mia, non è di quelli – tantissimi – come me, che non sono i più intelligenti del pianeta, non la sanno più lunga, ma sono stati sempre, e sempre sono, prudenti. Bastava, soltanto, essere, tutti, prudenti. Rinunciare a qualcosa, essere cauti. E adesso è tardi.

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Vivere il presente a Napoli https://minimaetmoralia.it/reportage/vivere-presente-napoli/ https://minimaetmoralia.it/reportage/vivere-presente-napoli/#comments Tue, 23 Jul 2019 13:15:33 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40802 di Marco Giacosa

Photo by Paul Thomas on Unsplash

Il viso è sorridente, lo striscione è di quelli colorati, fatti con la stampa e non scritti a mano, il suo viso è una fotografia, lo striscione è appeso nel centro storico di Napoli, nessuno dimenticherà – scrivono – quel giovane, lo chiamano per nome, firmato i suoi amici. Lacrimuccia.

Il centro storico di Napoli è pieno di manifesti a lutto. Sono incollati come viene sul cemento, sul marmo, sui palazzi di questa parte di città che è patrimonio dell’Unesco, tanta bellezza che genera una specie di stupida ansia: ce la farò a vedere tutto, senza esserne sopraffatto? Riuscirò a sostenerla, tanta bellezza? In provincia di Cuneo i manifesti sono piccoli, adesso tutti hanno la fotografia del morto, vent’anni fa no, non si usava. A Trani vidi dei poster, saranno stati un metro per cinquanta centimetri, immensi: incollati nei loro spazi, non un millimetro di fuori. Perché tanta differenza, tra un campanile e l’altro?

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di Marco Giacosa

Photo by Paul Thomas on Unsplash

Il viso è sorridente, lo striscione è di quelli colorati, fatti con la stampa e non scritti a mano, il suo viso è una fotografia, lo striscione è appeso nel centro storico di Napoli, nessuno dimenticherà – scrivono – quel giovane, lo chiamano per nome, firmato i suoi amici. Lacrimuccia.

Il centro storico di Napoli è pieno di manifesti a lutto. Sono incollati come viene sul cemento, sul marmo, sui palazzi di questa parte di città che è patrimonio dell’Unesco, tanta bellezza che genera una specie di stupida ansia: ce la farò a vedere tutto, senza esserne sopraffatto? Riuscirò a sostenerla, tanta bellezza? In provincia di Cuneo i manifesti sono piccoli, adesso tutti hanno la fotografia del morto, vent’anni fa no, non si usava. A Trani vidi dei poster, saranno stati un metro per cinquanta centimetri, immensi: incollati nei loro spazi, non un millimetro di fuori. Perché tanta differenza, tra un campanile e l’altro?

A Napoli i morti sono vivi. Il cimitero delle Fontanelle, a Materdei, nacque per dare una sepoltura, anzi un culto, alle anime insepolte, alle ossa e ai teschi che venivano trovati durante i lavori per la costruzione del Maschio Angioino, per la costruzione di via Toledo, insomma un tempo c’erano le epidemie e i morti venivano gettati così, tutti assieme nelle fosse comuni. Non si fa. Porta male. Li recuperiamo. Così eccoli qui, migliaia di teschi e di ossa nel fresco di questo buco nella montagna, rione Materdei. È tremendo il senso di pace in mezzo ai morti, ai resti, ai crani. Dovremmo essere atterriti, siamo in pace. Qui, a Napoli.

Nel centro storico è morto questo ragazzo, gli amici gli hanno fatto lo striscione. Il giorno dopo la lacrimuccia siamo per caso negli stessi metri. Da quei balconi, più o meno, dello striscione, qualcuno sta lanciando dei petali bianchi dal primo piano, cadono a terra accompagnati da un applauso. «Un matrimonio!», ci diciamo, d’impulso. Accorriamo: e chi se lo perde, un matrimonio napoletano?

Invece di bianco c’è la bara, più ci avviciniamo più le grida anziché di festa vengono prese per quello che sono: di dolore. C’è un carro funebre. È la sepoltura del ragazzo.

Donne, piangono. Sono le prime dietro al carro, che parte, accompagnato dalla processione a piedi. Le donne piangono, versione moderna delle prefiche: nessuna è in nero, fa caldo, gli abbigliamenti sono estivi, canottiere, scarpe aperte, quello che viene, chi se ne frega, è morto un ragazzo giovanissimo, nessuno qui più ascolterà la sua voce.

Qualcuno, dalle retrovie, qualcuno che non ha capito, suona il clacson. Una volta sola però. Qualche turista fa la foto. Dopo, nel corteo, vengono gli uomini. Infine, nella gerarchia, gli uomini con gli scooter, che vengono portati a mano, spenti. Gli scooter hanno, in pancia, degli striscioni, chi porta lo scooter indossa una maglietta bianca con il viso del giovane, la medesima fotografia che è ingigantita nello striscione di plastica appeso dal balcone.

Ci facciamo il segno della croce, il nostro, a quest’ora del sabato mattina, è molto più di un semplice rispetto: siamo a Napoli, siamo travolti da Napoli, siamo in Napoli, è come se il dolore di questa famiglia, di questo gruppo di amici si fosse fatto nostro. La giovane età, sono convinto, non c’entra.

Sui giornali locali, nell’era del tutto pubblico, veniamo a sapere che questo ragazzo si è schiantato in moto, è stato in agonia per una decina di giorni, poi è morto. A Napoli i morti non muoiono mai.

Le storie che (si) raccontano i napoletani, la superstizione, le parole, i napoletani cantano storie che scacciano la morte, la rimandano all’infinito. San Gregorio Armeno. Il lotto. I santi. Il vescovo di Napoli nel 1969 chiuse il cimitero delle Fontanelle, perché – sosteneva – era rito pagano e non sacro. La mescolanza da sempre. Poi il cimitero riaprì.

Napoli è pulita anche qui a Materdei, un quartiere non centrale. Mailto: Ufficio Revisione Luoghi Comuni. Oggetto: La città come viene raccontata. Svolgimento: Non è Napoli la città più sporca, Napoli è pulita. Valutare Roma. Grazie. Fine. Firmato: Marco Giacosa.

Poi ci torno, sui luoghi comuni. Quando finisco. Adesso andiamo a Pompei.

È domenica mattina, perdiamo per venti secondi, forse trenta, il treno delle 8 e qualcosa dalla dépendance della stazione Centrale, zona binari riservati ai viaggi locali. È il Campania Express, che per soli 2,80 euro in venti minuti nonostante millemila fermate ci porterà al sito italiano secondo per visite, gli scavi di Pompei. Il primo è il Colosseo. A Pompei arrivano in media diecimila turisti al giorno, all’anno sui 3,6 milioni. Di essi, molti prendono il treno detto Circumvesuviana.

Chi conosce il trenino da Piramide a Ostia non faticherà a immaginarlo: è identico, anche nel numero di vagoni, che sono sette o otto. Per cinquanta persone a vagone fa, mettiamo, quattrocento persone. Esageriamo: cinquecento. Invece oggi siamo almeno in mille. Avendo perso quello delle otto e qualcosa, adesso siamo in mille e saliamo tutti su quello delle 8.41.

Viaggiamo così: infilando il gomito nell’ascella di quello vicino, respirando l’odore dei capelli di quella davanti, con lo sguardo alzato al soffitto per inalare un rivolo di aria, qualora arrivasse, mentre il treno è in marcia. Il sudore di ciascuno produrrebbe l’energia di una idroelettrica sufficiente al nordico inverno. Non si respira. L’utente mediano è maschio, ha gli ormoni a palla, un asciugamano attorno al collo e sta andando al mare. A ogni fermata salgono almeno cinquanta di questi elementi. A Torre del Greco è game over.

Arrivano i carabinieri, perché qualcuno si è preso – giustamente – la responsabilità di fermare il treno, non sussistendo – come dice la voce all’altoparlante, sufficientemente burocratica – i requisiti di sicurezza. I vandali hanno spaccato qualcosa. Il peso, gli ormoni, qualcosa ha provocato la rottura di qualcos’altro, oltreché la fine della pazienza. Così il treno è fermo. Ne arriverà in dieci minuti un altro da Napoli, così tutti si riversano in banchina.

E dopo un po’, in effetti, il treno arriva. E viene aggredito dagli Unni.

Si ricrea insomma la medesima situazione, essendo il treno uguale per vagoni e capienza, per cui tutti vanno all’assalto del posto, perché è evidente che l’obiettivo è raggiungere il mare e per quell’obiettivo mille persone sono disposte a tutto. In banchina rimaniamo in dieci, alcuni sono indiani, o bengalini – brilla un puntino al di sopra del naso, a una egual distanza tra gli occhi, di una giovane ragazza mulatta – assistiamo allo spettacolo.

– Dove si va al mare, qui? – chiedo a tre ragazzi.
– A Vico, o a Meta.
– Tutte le domeniche è così?
– Non lo so, è la prima volta. E sarà anche l’ultima.

La scena dell’assalto dovete vederla così: una gamba presa in mezzo a una porta, al momento in cui il treno parte; un uomo che dal binario tenta, mimando l’Incredibile Hulk, di tenere aperte le porte mentre si chiudono; un brigadiere dei carabinieri che insultandolo lo strattona via, e questo – l’Hulk poi non così incredibile, magro, segaligno, barba e capelli lunghi – che con un colpo di genio risponde al carabiniere: Ma ho le valigie sopra!

Non è vero, non ha alcuna valigia.

La parte meno interessante della storia finisce così: noi aspettiamo il treno successivo e il viaggio riesce, e al ritorno è più agevole. La parte più interessante, invece, riguarda quello che scopriamo cercando in rete notizie su questa Circumvesuviana: il giorno prima c’era stato un guasto in una galleria, un’ora al buio, e poi la camminata a piedi verso la stazione più vicina; la settimana prima duemila persone lasciate per ore a Pompei, per un atto vandalico che il giornale non specificava ma che, c’è da supporre, aveva tolto i “requisiti di sicurezza”. «Non ve l’avrei consigliata» ci ha poi detto, avesse saputo, la signora del B&B.

Io invece sì, ci tornerei a prenderla: quegli uomini hanno praticamente spostato un treno con la forza della volontà, sono usciti da un treno e ne hanno assalito un altro con un’energia che non ricordo d’aver visto.

Non ero mai stato a Napoli, nessuno dei miei amici quand’ero giovane andava mai a Napoli. In Puglia, in Sicilia, in Calabria, perlopiù dai parenti, sì, ma nessuno andava mai a Napoli. Napoli era quella città dove ci si sparava, dove attento al portafoglio, alla borsa, ai gioielli. Quando viaggiare costava molto, nessuno della provincia del nord dove sono cresciuto io andava a Napoli.

Più che altro grazie ai social, agli hashtag, #napoli#ig_napoli, alle pagine Facebook, a internet, e sì anche al treno veloce e agli aerei accessibili, negli ultimi dieci anni è finalmente arrivata la notizia che Napoli è un giacimento d’arte, l’arte sta a Napoli come il petrolio al Texas. È una città al superlativo, se qualcosa è brutto, a Napoli è bruttissimo, se è bello non c’è posto al mondo dove sia così bello.

Ci sono due città che oggi non sono Italia: Milano e Napoli. E come se questo pensiero avesse bisogno di solletico, sul treno del ritorno è arrivata la notizia che Milano, assieme a Cortina, ospiterà le Olimpiadi del 2026.

L’Italia è un Paese moribondo, che sopravvive facendo zig zag tra le paure, rimpiangendo i tempi del flipper e del gettone telefonico, siamo fermi all’urlo di Marco Tardelli. Milano no, e neppure Napoli: Napoli se ne fotte del futuro, per Napoli conta il presente. La storia Milano la scrive, Napoli la vive (e Roma la rimpiange). Napoli è davvero un’altra cosa: sopravviverà agli italiani, alla morte che ci portiamo dentro.

Il caffè è a Napoli quello che la pasticceria è in Sicilia: se il livello minimo non è almeno ottimo, amico, puoi chiudere bottega. Così il miglior caffè l’ho preso da un tizio zoppo che fumava dietro al banco, in un bar al mercato Pignasecca, che in quel momento non aveva clienti. Un bar da cui fuggire, fossi a Torino, per la certezza di trovar nella tazzina acqua sporca. Invece l’uomo ha trafficato con la macchina, ha fatto uscire il vapore, ha sintetizzato le gocce scure, le ha servite, tirando un colpo alla cicca, in silenzio. Un’esplosione di goduria, la felicità in qualche centilitro di sostanza chiamata caffè, a ottanta centesimi di euro. Più tardi lo abbiamo visto per i vicoli, portava altri caffè su un vassoio, zoppicando, mal vestito, con la sigaretta pendula.

Saranno a Napoli le prime forme di vita dopo la catastrofe nucleare: se Milano sarà la prima a risorgere, a Napoli basterà uscire dal sottosuolo, non sarà morto nessuno.

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Italia, 2019 https://minimaetmoralia.it/attualita/italia-2019/ https://minimaetmoralia.it/attualita/italia-2019/#comments Fri, 31 May 2019 06:00:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=40380 Riprendiamo un post di Marco Giacosa, riadattato per minima&moralia. di Marco Giacosa Sono partito da Torino, ho acquistato un biglietto per l’aeroporto al bar di un signore cinese, vicino a Porta Nuova, ho preso l’autobus e sono arrivato a Caselle. Il volo era perfetto, l’aereo spezzava il blu senza una nube, sembrava immobile nel cielo […]

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Riprendiamo un post di Marco Giacosa, riadattato per minima&moralia.

di Marco Giacosa

Sono partito da Torino, ho acquistato un biglietto per l’aeroporto al bar di un signore cinese, vicino a Porta Nuova, ho preso l’autobus e sono arrivato a Caselle.
Il volo era perfetto, l’aereo spezzava il blu senza una nube, sembrava immobile nel cielo lungo l’Italia.

A Catania c’era la pioggia, in inversione concettuale ancora difficile da far mia: il sole in Piemonte – il grigio, il nero delle nubi in Sicilia.
L’autobus per Messina arriva in orario, sono le 10.30 e già ho visto due persone addentare un arancino.

Un’amica manda un sms: Come va? Attendo un fornitore, è bloccato in autostrada, dice un’ora e mezza di coda.
Io sono ottimista, massì, ci sarà stato un incidente, sarà tutto già risolto.
Invece a Giardini Naxos c’è un rallentamento, ci fanno uscire.
L’autobus si incolonna, l’autostrada è chiusa, il paese è piccolo e non può ragionevolmente assorbire tutto quel traffico senza esserne sopraffatto: avanti sì, ma – davvero – a passo di uomo.

Sto leggendo da qualche ora Annalisa Camilli, La legge del mare – cronache dei soccorsi nel Mediterraneo, Rizzoli.
Sto leggendo di un ragazzo raccolto nel Mediterraneo, che aveva una serie di numeri scritti sui pantaloni con il pennarello più difficile da cancellare che sia in commercio da quelle parti in Africa: perché se il ragazzo muore nella traversata – così la madre pensa – qualcuno avvertirà la famiglia.

Piove. Una donna non sta bene, va a sedersi accanto all’autista. È una signora molto magra, con i capelli biondi a boccoli, avrà cinquantacinque anni portati bene, dice che ha un forte mal di testa. Chiede se si può abbassare la musica, l’autista dice sì. «Tutto quello che vuole, signora». La donna dice ancora: «Lo sente, cos’è, cos’è questo tic tic, dio mi spacca la testa, ho un mal di testa incredibile, lo faccia smettere la prego». L’autista dice: «Signora, questo? Questo è la freccia». La donna si porta una mano e copre naso occhi e fronte, è mortificata, mi scusi, se avessi saputo non gliel’avrei detto, ma sto proprio male.

Siamo quasi fermi. Una ragazza chiama qualcuno al telefono e dice: «Avevo un appuntamento alle 16, vorrei spostarlo alle 16.30. Sì, devo provare il vestito. No, non ho già il vestito, devo sceglierlo e provarlo». Sono le ore 11.45, a occhio in mezzora due chilometri circa, è il passo dell’uomo.

Leggo intanto la storia di Costance, ventidue anni, una ragazza del Camerun che ha partorito durante la traversata nel Mediterraneo. Ha partorito sul barcone, mezza nuda in mezzo a uomini che distoglievano lo sguardo un po’ per pudore un po’ per non assorbire la sua sofferenza, mentre puntava i piedi e spingeva. Il cordone ombelicale l’ha tagliato Rocco Aiello, un volontario sulla Ong Aquarius. «I naufraghi pregavano, lei si contorceva e soffocava le urla nella gola. Qualcuno da dietro le teneva le spalle e le sussurrava parole di coraggio». Sul barcone. Qualcuno, molto ardito, ha avuto il coraggio di chiamarle crociere.

La donna peggiora. Si era poi sistemata dietro, adesso un omaccione che sembra un giocatore di basket avanza con il grosso del suo corpo, traballa quando il pullman ha uno scossone, ha fretta perché deve raggiungere l’autista e dirgli che la signora del mal di testa ha voglia di vomitare, dobbiamo fermarci. L’autista prende un po’ di tempo, l’uomo e, da dietro, una ragazza che è andata ad accudire la signora con il mal di testa, fanno parole di protesta; l’autista – lucido, manageriale ma gentile – dice: «Signori avete ragione, ma siamo in curva, devo fermare quando sono in sicurezza». Ha ragione: tutti tacciono.

Passa appena qualche secondo e la donna scende e vomita. Attorno ha una ragazza, fino a poco prima sconosciuta, che chiede fazzoletti e acque, ha il Plasil, si sente investita della cura della donna.

Leggo di Evelyn, «slanciata, capelli corti, viso allungato». È nigeriana, porta una fascia al braccio perché se l’è rotto e nessuno l’ha curato. È stata raccolta in mare, quando si tranquillizza, sul ponte della nave, esplode a piangere. Non sa dove sia il marito, erano assieme la sera prima sulla spiaggia in Libia, un mucchio di gente, sperava fosse con lei sul medesimo barcone, erano tantissimi, era buio, qualcuno urlava, faceva freddo, lo chiamava, adesso lei è in salvo ma lui, lui dov’è? Ha il suo passaporto, del marito, in una camicia ripiegata, lo passa di mano in mano, per sapere se qualcuno mai l’ha visto.

A Taormina non si rientra. L’incidente è stato questo: un TIR è uscito dalla corsia e si è messo di traverso sulla carreggiata. La pioggia. Per fortuna sembra che nessuno si sia fatto male. Questo dicono i siti, questo si scambia al telefono tra chi sta sul pullman, al caldo, e chi sta altrove e deve posticipare quando scolare la pasta o spostare la scelta dell’abito per le nozze. Ho sete, ma non bevo perché non saprei dove fare pipì.

Molti arrivano in Libia perché…così. Non c’è la consapevolezza che ha chiunque di noi: parlo di consapevolezza del sé, che domani andremo al lavoro, passeremo a prendere i pasticcini, lasceremo l’auto dal carrozziere per quella riga, prenderemo a piedi nostro figlio dal tempo pieno, a casa a festeggiare il primo anniversario della prima vacanza all’estero. In Africa molti scappano da regimi che hanno le squadracce che saccheggiano e uccidono, molti salgono su carovane che attraversano il deserto per andare in Libia a lavorare e mandare soldi a casa, poi scoprono che quando qualcuno muore, siccome sono in cento in pochi metri, quelli che organizzano il viaggio ci mettono niente a lasciare il corpo lì, a seccare al sole del deserto.

Allora capiscono che qualcosa non va. Quando poi in Libia vengono trattati come i cani o le pecore nelle campagne del secolo scorso, picchiati e torturati e stuprati, vogliono tornare indietro, e a quel punto scoprono che non è possibile. Non si può cambiare idea. Sei prigioniero.

A Sant’Alessio l’autobus si muove, piano ma si muove. Ma si muove lungo strade che non sono sue, strette e curve, in salita e in discesa, è la litoranea, il mare non è molto rabbioso, però il cielo ti guarda come se volesse schiaffeggiarti. Prendiamo una curva troppo stretta, qualcosa raschia; c’è chi dice il sotto, qualcun altro la carrozzeria, forse il pullman ha girato troppo stretto.

Qualcuno messaggia su whatsapp lamentandosi della signora che non sta bene, che va ogni tanto a chiedere di fermarsi, e quando chiede, ovviamente, ci fermiamo. È bianca come se si fosse data la cera dei mimi che giocano a fare spettacolo nelle piazze dello struscio il sabato pomeriggio. «Ho troppo mal di testa, troppo, si spacca, ho un ictus», dice. «Stia tranquilla, se fa così peggiora soltanto la situazione», dice la ragazza che sente di aver presa in consegna la sua salute.

Siamo usciti a Giardini Naxos alle 11.15, sono oltre le 13 e forse, tra una deviazione e l’altra, tra un ponte crollato e un lavori in corso – tra poco arriveremo all’ingresso in autostrada di Roccalumera. Si sentono gli aggiornamenti telefonici, una specie di mappatura dell’orario in cui si pranzerà, modulato a seconda della velocità, degli ingorghi nuovi, del traffico locale in aggiunta a quello nostro, autostradale per genesi, che portiamo a questi placidi paesi.

«Come sei finito su quel camion?». «Non lo so». «Da dove sei partito?». «Non me lo ricordo». «Quanti anni hai?». «Sono minorenne».

Questo scrive sulla Stampa, oggi, Niccolò Zancan. È stato trovato un ragazzo – quelli che leggono il polso dicono: di 17 o 18 anni – in un camion, racchiuso in una scatola di 30 centimetri per 40. Trenta centimetri per quaranta. È partito da Tunisi, in un container, è finito a Novi Ligure. Senza cibo, né troppa aria, per trenta ore, in nave e poi su un camion, con una bottiglia d’acqua soltanto. Trenta ore. Ancora un po’, dicono i medici, e ci avrebbe lasciato le piume.
Trenta ore in trenta per quaranta, centimetri. La bottiglia d’acqua
prosciugata.

Sono le 13.28 e rientriamo in autostrada. Due ore e venti minuti è durata la gitarella per i paesi del mare in fronte a Reggio Calabria, acque gelide d’estate, figuriamoci ora in questo prolungato inverno. «Il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto per paura del senso comune», dice il Manzoni. In altri tempi il piano doppio di lettura, del viaggio mio nell’irritante disagio e del viaggio loro dove ogni minuto ci si gioca la vita e non un appuntamento saltato, sarebbe accolto, indipendentemente dalla mia capacità di raccontare, in un modo che ora non è più. Adesso, con il senso comune modificato in maniera così impressionante, cambiano i confini entro i quali si rischia di essere retorici. Per quelli che scrivono il senso comune è una delle variabili fondamentali, occorre farci i conti per dare alle parole potere persuasivo.

Quando arriviamo a Messina faccio i complimenti all’autista. «Ha gestito benissimo la situazione, e non era facile», dico. «Grazie, si figuri. Ma mi dispiace per voi», risponde. Ecco, che abbiate sempre qualcuno che si dispiace per voi, alla fine, è un buon augurio.

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Quando i neri erano i meridionali: ovvero, l’ultimo è “il più terrone” di tutti https://minimaetmoralia.it/societa/neri-meridionali-ovvero-lultimo-piu-terrone-tutti/ https://minimaetmoralia.it/societa/neri-meridionali-ovvero-lultimo-piu-terrone-tutti/#respond Sat, 27 Oct 2018 08:47:58 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=38476 Qualche giorno fa un video con Andrea Pennacchi, diretto dal regista Francesco Imperato, è diventato, come si dice, virale. Pubblichiamo il testo originario da cui è tratto, scritto da Marco Giacosa, che ringraziamo.

di Marco Giacosa

Ciao terroni, come va?

Mi ricordo di voi, eravate quelli che arrivavano con il treno e la valigia di cartone, scendevate a Torino o a Asti e vi piazzavate davanti al municipio: «Vogliamo una casa».
Eh, bravi. La fate facile. Altro che 35 euro al giorno.
Parlavate di «diritti», ma i doveri?
«Ma noi venivamo a lavorare».

L'articolo Quando i neri erano i meridionali: ovvero, l’ultimo è “il più terrone” di tutti proviene da Minima et Moralia.

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Qualche giorno fa un video con Andrea Pennacchi, diretto dal regista Francesco Imperato, è diventato, come si dice, virale. Pubblichiamo il testo originario da cui è tratto, scritto da Marco Giacosa, che ringraziamo.

di Marco Giacosa

Ciao terroni, come va?

Mi ricordo di voi, eravate quelli che arrivavano con il treno e la valigia di cartone, scendevate a Torino o a Asti e vi piazzavate davanti al municipio: «Vogliamo una casa».
Eh, bravi. La fate facile. Altro che 35 euro al giorno.
Parlavate di «diritti», ma i doveri?
«Ma noi venivamo a lavorare».

Cazzate.

Non avevate voglia di far niente. Il terrone, piccolo, scuro e con i baffetti, non aveva voglia di fare un cazzo. Se proprio entrava in fabbrica, nel tempo libero andava al bar a giocare a carte. Il piemontese, nel tempo libero dalla fabbrica, andava nei campi, nelle vigne: il terrone niente.

D’altronde, si sa, ad Alba, negli anni in cui ero ragazzino, i primi ’80, si sapeva che Ferrero e Miroglio, le due aziende più grandi, erano state costrette ad assumere meridionali, controvoglia, perché i piemontesi erano finiti.

Stavate in via Maestra, a gruppetti, a fare non si sa cosa, noi dovevamo abbassare lo sguardo perché altrimenti arrivava il «Che cazzo hai da guardare?» ed erano botte. Vi chiamavate Di Gangi, Cotilli, Esposito, Caruso, Rizzo, Di Gianbartolomei, Romeo.  Venivate dalle popolari, picchiavate, sia nei cessi delle medie che alle feste di paese.

Noi, se dovevamo insultare qualcuno, lo chiamavamo «tarrone». Nemmeno terrone, ma con la a, perché in piemontese si dice «tarùn». Gazzetta d’Alba nel 1963 titolava «Voteranno anche 200 meridionali», alle politiche imminenti, questi oggetti sconosciuti, questi esseri che chi lo sa cosa vogliono, e chissà che cosa votano.
In ogni compagnia c’era il terrone buono, ognuno di noi aveva uno zio acquisito (si specificava: «Acquisito, eh!»), venuto su perché militare, o una zia acquisita perché lo zio di sangue era avanti con gli anni e prendeva moglie giù, per non rimanere zitello. Quelle volte era un distastro.

«Ma chiel lì a l’è ‘n napuli», quello lì è meridionale, si specificava con stupore, quando si aveva notizia di qualcuno che s’era innamorato e sposava un terrone.

«Ma noi vogliamo bene a tutti», se proprio si voleva giustificare il nipote, o il figlio, se proprio si era di buon cuore, si diceva, senza rendersi conto di quanto in realtà vi disprezzavamo: perché, di grazia, si deve puntualizzare di «voler bene a tutti», che cos’hanno di male quelli nati a Trani o a Potenza, per il solo fatto di essere nati a Trani o a Potenza?

Spacciavate. Sì, terroni, spacciavate. Si leggeva la cronaca e se c’era un reato era sicuro che il colpevole si chiamava Di Gangi, Caruso, Rizzo, Di Gianbartolomei, Pasquale o Rocco o Salvatore di nome.
«Eh, son tutti di loro», commentavamo.

Perché quelli buoni, dicevamo, non venivano su. Su, al nord, veniva la feccia. Il palermitano gran nobile, o il napoletano gran giurista, quelli mica venivano, quelli rimanevano giù. Mica scemi. Qui venivano i delinquenti.

Qualcuno, timido, provava a dire: «Eh, ma laggiù c’è la mafia», e tutti gli altri ribattevano: «Appunto. Invece di stare laggiù a combattere la mafia, preferiscono venire qui a non fare un cazzo».

Oppure a fare quei lavori che noi schifavamo: i secondini, i carabinieri, l’impiegato pubblico, il bibliotecario, quelli non sono lavori, sono remunerazioni in cambio di qualche ora passata in qualche posto. Lavorare è un’altra cosa: è nel privato che si lavora, nel pubblico non si fa un cazzo, e noi del nord andavamo nel privato, mica nel pubblico.

«Non si affitta a meridionali» perché voi terroni dicevate di essere in due e poi eravate in sette, c’erano Ciro, Salvatore, Cosimo, Calogero, Mimì, Totò e insomma affittavi a uno e ne trovavi dieci.
Ognuno di noi aveva il terrone buono, dicevo, l’amico – proprio come il ne*ro eletto in Senato per la Lega, o l’altro buono che la comunità del mantovano ha deciso di adottare: quello è terrone ma è mio amico. Le nostre nonne dicevano: «È della Bassa, MA è una brava persona».

Insomma ci facevate schifo, come gruppo, di tanto in tanto qualcuno di voi, come quando addomestichi un animale, ci era magari simpatico.

Oh, mica è passato troppo tempo.

Vent’anni fa ci furono i gazebo per l’indipendenza della macro-regione del Nord, si dibatteva se un marchigiano era un terrone e andava fatto affondare nei debiti della sanità, o salvato nella gloriosa Padania. Un laziale, mi dispiace amici laziali che ce l’avete con i napoletani e li chiamate terroni, era un terrone.

Vi schifavamo.

Poi è cambiato qualcosa: sono arrivati i ne*ri, e allora abbiamo trovato qualcosa da schifare ancora di più.

Ci pensavo stasera, terroni: i ne*ri sono riusciti là dove non è riuscito Cavour: a fare gli italiani. Insomma, fatta l’Italia – diceva Massimo d’Azeglio – rimaneva da fare gli italiani. Eccoli, eccoci: ci siamo scoperti fratelli così, dandogli al ne*ro.

Però io sono del nord, e mi ricordo, terroni, che ci facevate proprio schifo. Forse non ve l’abbiamo detto abbastanza, non siamo stati efficaci, perché aveste saputo con quanto disprezzo siete stati nostro malgrado accolti, forse oggi non votereste Salvini, avreste timore soltanto a nominarlo, il ministro dell’Interno. Invece mi pare che lo votiate senza problemi.

Secondo me, terroni, dovreste vergognarvi a votare Salvini.

Almeno quanto noi del nord, certo, dovremmo vergognarci anche soltanto per averle pensate, certe cose. Quelli sono conti nostri che continuiamo a fare, o almeno: che qualcuno nel privato fa. Ma voi, terroni, Salvini proprio no.

Comunque, contenti voi.

È un pensiero così, ascoltando in metro un uomo dal forte accento del Sud dire che tutti i ne*ri spacciano, che dovrebbero essere ammazzati.

Buona serata, napuli.

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Piccoli Sindaci. Così lontani, così vicini https://minimaetmoralia.it/libri/piccoli-sindaci-cosi-lontani-cosi-vicini/ https://minimaetmoralia.it/libri/piccoli-sindaci-cosi-lontani-cosi-vicini/#comments Thu, 02 Apr 2015 14:31:28 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=26086 In Toscana c’è Stefano Scaramelli, sindaco di Chiusi, che dice: «Vorrei violentare la politica senza farmi violentare». Segni particolari: è renziano. In Liguria, ad Airole, c’è Fausto Molinari, che al secondo mandato non ha opposizione in Consiglio: «Penso che abbiamo amministrato davvero bene, infatti l’altra lista non si è presentata». Segni particolari: se nel suo paesino di 450 anime si fulmina una lampada per strada, la cambia lui. L’Italia è un rosario di borghi, piccoli centri, capoluoghi. E se in 46 città si superano i centomila abitanti, la conta non arriva a cinquemila in tre quarti dei comuni, che, in tutto, sono 8.048: amministrati da altrettanti sindaci (o commissari prefettizi, al momento 113). Salvo malversazioni, calamità, eroismi e stranezze, la maggioranza di questi signori, o signore, non sale agli onori delle cronache nazionali. Devono sentirsi così trascurabili, questi amministratori locali, che quando arriva a intervistarli un forestiero intenzionato a scrivere un libro su di loro può capitare che chiedano se bisogna pagare, per tanto onore. Il libro, L’Italia dei sindaci (ADD editore, pag. 256 €13), appunto, l’ha scritto Marco Giacosa, un blogger-narratore-giornalista che, tra iter e delibere, ha avuto la levità di piazzare domande del tipo: Che fa domani? Qual è la richiesta più strana che le è capitata? Il sindaco è solo?

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pert12Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo. (Nell’immagine, l’Italia vista dal Pertini di Andrea Pazienza)

In Toscana c’è Stefano Scaramelli, sindaco di Chiusi, che dice: «Vorrei violentare la politica senza farmi violentare». Segni particolari: è renziano. In Liguria, ad Airole, c’è Fausto Molinari, che al secondo mandato non ha opposizione in Consiglio: «Penso che abbiamo amministrato davvero bene, infatti l’altra lista non si è presentata». Segni particolari: se nel suo paesino di 450 anime si fulmina una lampada per strada, la cambia lui. L’Italia è un rosario di borghi, piccoli centri, capoluoghi. E se in 46 città si superano i centomila abitanti, la conta non arriva a cinquemila in tre quarti dei comuni, che, in tutto, sono 8.048: amministrati da altrettanti sindaci (o commissari prefettizi, al momento 113). Salvo malversazioni, calamità, eroismi e stranezze, la maggioranza di questi signori, o signore, non sale agli onori delle cronache nazionali. Devono sentirsi così trascurabili, questi amministratori locali, che quando arriva a intervistarli un forestiero intenzionato a scrivere un libro su di loro può capitare che chiedano se bisogna pagare, per tanto onore. Il libro, L’Italia dei sindaci (ADD editore, pag. 256 €13), appunto, l’ha scritto Marco Giacosa, un blogger-narratore-giornalista che, tra iter e delibere, ha avuto la levità di piazzare domande del tipo: Che fa domani? Qual è la richiesta più strana che le è capitata? Il sindaco è solo?

Giacosa non ha cercato fenomeni: a parte Renato Accorinti, noto per essersi insediato a piedi scalzi al Comune di Messina, gli undici sindaci intervistati sono essenzialmente medi, eletti spesso con liste civiche, scovati con ricerche sul campo e passaparola. Un’intervista è stata cassata: quella al sindaco di Trani Luigi Nicola Riserbato che, poco dopo averla concessa, è finito agli arresti per associazione a delinquere contro la pubblica amministrazione. Nell’Italia dei disonesti, pure questo sarebbe un indice di medità, ma si è soprasseduto, anche perché durante l’incontro Giacosa qualche dubbio l’aveva già avuto. Non ci sono neppure rappresentanti dei 5 Stelle, un giovane sindaco del movimento ha declinato l’invito: non aveva tempo, «come quando si corre e non resta molto fiato per parlare».
L’Italia raccontata da chi l’amministra è una gimcana fra tagli mostruosi, nuove e vecchie povertà, burocrazia opprimente, antipolitica galoppante, norme demenziali, rivendicazioni legittime o astruse della cittadinanza. In termini di prestigio o economici, per chi lascia il suo impiego o professione il gioco non sembra valere la candela: le 12 mensilità senza Tfr sono spesso inferiori ai guadagni precedenti (Molinari, il tuttofare di Airole, prende 800 euro al mese). E giusto un paio di sindaci ambiscono a scranni più elevati, mentre la maggioranza si tiene alla larga dai partiti: teme l’identificazione con la casta e ostenta pauperismo nei conti. Parlando della sua coalizione, l’avvocato Valeria Mancinelli, sindaco Pd di Ancona, butta lì: «Se non mi fossi candidata, non li avrei votati». E, dopo due anni faticosi al municipio di Maddaloni (Caserta), l’ingegnere strutturista Rosa de Lucia ammette di aver capito perché il centrodestra l’aveva candidata: «Credevano potessi essere governabile. Hanno detto: mettiamo una persona spendibile su un territorio devastato, mettiamo quella giovane, con la faccia pulita, e poi fa quello che diciamo noi».
Serve una grinta da politicante per non rimanerci male quando partono gli attacchi. «Ci sono persone che vogliono il tuo fallimento a priori, come risultato loro, e questo è difficile accettarlo da un punto di vista psicologico» lamenta l’ex rettore Furio Honsell, sindaco ­– più a sinistra del centrosinistra – di Udine. «Polemiche, battaglie, rispondere agli articoli, alle strumentalizzazioni… la poca onestà intellettuale, quella mi mortifica: perché sono una persona normale» riconosce la sua collega di Bollate (Milano) Stefania Clara Lorusso, avvocato nella vita precedente, eletta con il centrodestra.

Più dei tagli è la burocrazia il nemico di chi amministra borghi o città. Prendiamo il già citato Molinari: in organico ha una vigilessa e un dipendente multitasking. Se si monta il palco dell’orchestra per la festa ci vorrebbe l’ingegnere, quelli sono soldi che se ne vanno e allora il sindaco, che di suo è geometra, si arrangia da solo. Sempre con le sue mani fa le ghirlande d’alloro per i vincitori della gara di marcia: a volte, con il lauro delle corone funebri. E, per potare i pini, manda su con le corde e la motosega l’assessore al Turismo, arrampicatore per diletto, risparmiando qualche migliaio di euro. Fuorilegge? Sì, o almeno ai limiti. Ma che dire della norma che lo obbliga a spendere ottomila euro l’anno di software per fare i bilanci? Sentiamo cosa dice lui: «Si deve essere creata una lobby dei software: cambiano Imu Tasi Tari, e devi comprare il programma nuovo. Dall’amministrazione centrale non ci mandano i cd, non puoi scaricare niente dai siti».

Fra le grane ordinarie c’è pure quella di dedicare una via a una personalità locale. Dal 1927 la Dps, Deputazione di storia patria, sovrintende alla materia: la Prefettura le trasmette la delibera con allegata la documentazione biografica sul personaggio, chiedendo un parere di regolarità. Il parere in genere è positivo, ma i tempi infiniti. Così il farmacista-sindaco di Fiuggi Fabrizio Martini ha fatto attaccare la targa senza aspettare il responso. Con grande disappunto del prefetto che durante l’inaugurazione gli ha intimato di ricoprirla, il giorno successivo. Invece: «La targa è ancora lì. È operativa. I residenti lo sanno, amen. Una cartolina che deve arrivare, arriva».
Un altro problema è il personale comunale, cavilloso o lavativo che sia. Sempre Martini, alle prese con un operaio non proprio alacre: «Decidiamo di fargli verniciare le ringhiere, ubicate in zone diverse. Dopo un po’ di giorni vedo che ogni ringhiera era verniciata per circa un terzo. Lo fermo e gli chiedo perché non le aveva completate una per volta. Mi risponde: “Non voglio il sole addosso”. Si era studiato un piano d’ombreggiamento, per cui si spostava per evitare il sole». Carlo Della Pepa, a capo della giunta di centrosinistra di Ivrea, ha un vespasiano elettronico guasto nei giardini di Corso Re Umberto: «L’abbiamo ereditato, e non riusciamo a metterlo a posto né a demolirlo. La ditta che l’ha fatto non esiste più, quindi bisognerebbe cambiare tutto e costa qualche decina di migliaia di euro. Anche demolirlo costa. Per cui l’unica destinazione che mi sembra possa avere oggi è quella di monumento al bagno pubblico. Io mi arrabbio, eppure il dirigente non mi risolve il problema. Dice che non abbiamo risorse o abbiamo altre priorità. C’è sempre un perché che sposta le responsabilità».

Sui dirigenti che possono essere alleati del buon governo o motori d’immobilità il dibattito si accende: quasi tutti i sindaci, con toni più o meno sfumati ne lamentano l’illicenziabilità. Ma da Messina, il gandhiano Accorinti ammonisce: «Se parti veloce, muori. Una pazienza infinita, un’infinita resistenza; e io ce l’ho». Pazientemente, in una città che aveva solo dodici autobus, si è accordato con l’azienda dei trasporti di Torino che gli ha passato 45 mezzi dismessi «mille volte meglio dei nostri». Un messinese lo ha ringraziato: «Mia madre non poteva andare in centro perché non c’era l’autobus. Era prigioniera. L’avete liberata». Ringraziate un sindaco per una cosa buona che ha realizzato e lo farete felice. In molti ammettono che è l’unica consolazione. Perché i cittadini guardano solo al particolare, alla buca sulla loro strada, mai al progetto. (Lamentela condivisa).
La burocrazia si scardina con il decisionismo. Per il sindaco renziano di Chiusi decisionista è un complimento. A quello di Ivrea invece rinfacciano di esserlo troppo poco, ma lui crede nella collegialità. Dal municipio di Udine, Honsell sentenzia: «La democrazia viaggia con la ragione, ma al momento c’è il sonno della ragione, e quindi il sonno della democrazia». E visto che il sonno della ragione genera mostri (burocratici), il sindaco sbotta anche contro l’ultima moda, l’esposto facile alla Corte dei Conti: «Ogni minuto è qui a controllare. Ormai nessuno ha più il coraggio di spostare una penna. Un dirigente deve avere almeno altri dieci dietro di lui che si sono assunti la responsabilità di spostare la penna». Quando il Comune di Udine ha chiuso al traffico via Mercatovecchio, i contrari hanno protestato: «Sono mille anni che ci passano le macchine». Il sindaco Honsell ha obiettato che le macchine le hanno inventate un secolo fa. Risposta: «E che importanza ha?». Applausi scroscianti dell’opposizione.

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Quel mondo non troppo lontano. La rubrica Matrimoniali del “Coltivatore Cuneese”. https://minimaetmoralia.it/societa/quel-mondo-non-troppo-lontano-la-rubrica-matrimoniali-del-coltivatore-cuneese/ https://minimaetmoralia.it/societa/quel-mondo-non-troppo-lontano-la-rubrica-matrimoniali-del-coltivatore-cuneese/#comments Fri, 17 Oct 2014 04:51:07 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23871 di Marco Giacosa

«Ragazza del 1985, buona presenza, sensibile, alta 1,59, capelli ramati, occhi neri. Non ho mai avuto una storia veramente importante. Cerco ragazzo piemontese, all’inizio per vederci solo di pomeriggio. Un domani per matrimonio. Mi chiamo Denise. 3311677184».
L’annuncio è vero, cioè pubblicato per davvero, sulla rivista «Il coltivatore cuneese», giornale edito dalla Federazione Provinciale Coldiretti di Cuneo, diffuso in 40mila copie. In quale anno?
2014.

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di Marco Giacosa

«Ragazza del 1985, buona presenza, sensibile, alta 1,59, capelli ramati, occhi neri. Non ho mai avuto una storia veramente importante. Cerco ragazzo piemontese, all’inizio per vederci solo di pomeriggio. Un domani per matrimonio. Mi chiamo Denise. 3311677184».
L’annuncio è vero, cioè pubblicato per davvero, sulla rivista «Il coltivatore cuneese», giornale edito dalla Federazione Provinciale Coldiretti di Cuneo, diffuso in 40mila copie. In quale anno?
2014.
«29enne nubile, abitante in famiglia, estremamente timida, cerca ragazzo tra 28 e 40. Preferenze: piemontese, fedele, non abituato a frequentazione discoteche o simili. 3486674222».
C’è un mondo che non è social, non riferisce e non si riferisce a internet, a un’ora da Torino e due da Milano. Qui le discoteche sono territorio del diavolo e la sera si guarda la tele.
«Ragazza del 1985, faccio la pettinatrice, sono single, non tanto alta, timida, ho gli occhi chiari, abbastanza magra. Mi piace guardare la tele, amo molto gli animali e non mi piace tanto uscire. Purché abbia un lavoro e sia un tipo onesto, carino e non grasso. 3297461203»
Il giornale è distribuito in provincia di Cuneo, tuttavia questi annunci riguardano la pianura tra il capoluogo e la provincia di Torino, la zona pedemontana.
Alba, con la sua fiera del tartufo internazionale, la Nutella e il Barolo esportato ovunque, è a 60 km.

No separati.
«Avevo già messo un annuncio, ma ho ricevuto solo telefonate da uomini separati. Sono interessata solo a vedovi o celibi di oltre 55 anni. Mi chiamo Gabriella, ho 49 anni, vedova da quasi 4 anni, non ho figli e soprattutto sono una persona veramente seria e sincera. No tassativo ad avventure. 3455741369»
«Anni 59, vedova, un figlio sistemato, snella, giovanile, professioni azienda agricola, settore frutticoltura, cerca uomo di età adeguata per seria frequentazione, meglio se vedovo anche con figli, no separato. 3457167869».
«Zona di Saluzzo. Anni 59, vedova. Aspetto: snella, giovanile. Professione: azienda agricola, settore frutticoltura. Cerca: uomo di età adeguata per seria frequentazione. Preferenze: meglio se vedovo, anche con figli, o celibe. No separati. Solo se interessato a conoscenza in tempi brevi. 3291529189»
È l’esempio di provincia ancora bianca, dove tutto arriva in ritardo, anche la secolarizzazione: no separato. Perché, si dice, se uno è separato evidentemente ha la tendenza a separarsi di nuovo. Non vive con serietà le relazioni.

Trasferimenti difficili.
«Lavoro come magazziniera presso concessionaria auto. Sono della provincia di Cuneo, semplice, ordinata e purtroppo molto timida. Cerco un uomo serio per sposarci e continuare ad abitare nel mio paese. Sono del 1973. Chiamare solo se disponibile a conoscenza immediata. Astenersi maleducati. 3290324126»
«Federica, anni 49, buona presenza. Incontrerei scopo futuro matrimonio uomo corretto e con buona occupazione. Causa motivi di lavoro fino a Maggio sono impossibilitata ad una frequentazione assidua dovendo recarmi fuori provincia per quattro giorni alla settimana. 3297461203»
Viaggiare si viaggia: le possibilità low cost si sfruttano; e però la domenica sera si ritorna. La casa è quella nel paese: con la minuscola. Spostarsi, per un periodo più lungo della settimana, è scelta difficile.

Tutti i doveri del mio stato.
«È la seconda volta che pubblico questo annuncio, prima ero impossibilitata ad uscire di casa dovendo assistere un famigliare. Ora che il problema è risolto ho più tempo per nuove conoscenze. Cerco un uomo per bene, con un lavoro, assolutamente non per avventure. Sono della classe 1965. 3895178834»
«Residente in provincia di Cuneo, nubile, alta 1,64, operaia fino a Marzo 2014, ora in aspettativa causa problemi di salute di un famigliare, cerco ragazzo, solo se di oltre 40 anni. Scopo fidanzamento e futuro matrimonio. Mi chiamo Ylenia, al momento posso uscire solo nel fine settimana. No sms. 3889266253»
«Abito ancora con i miei, anche se ho già più di 30 anni. Avrei già voluto essere sposata ed avere dei bimbi, ma ho dovuto rimanere in casa per un problema famigliare ora risolto. Cerco un uomo bravo e ottimista, che non mi racconti frottole. Per fidanzamento e futuro matrimonio. No convivenza. 3313351061»
Avere assolto ai doveri di figlia, sorella, nipote, è garanzia di fedeltà al ruolo per cui ci si candida: fìdati di me, sarò sempre al tuo fianco. Accettazione sociale altissima.

Valori semplici.
«Mi sono sempre fidata troppo e così ho avuto tante delusioni. Spero con questo annuncio di trovare una persona giusta per vivere un futuro sereno. Non cerco la luna, ma solo un uomo di cui potermi fidare e al quale donare tutta la sincerità dei miei sentimenti. Ho quasi 50 anni e abito vicino a Centallo 3297461203»
«Lucrezia, ragazza della provincia di Cuneo, di anni 32. Mi piace la musica e guardare la tele, alta 1,64, segno del sagittario. Sono una tipa che tante volte si è presa delle fregature per colpa della troppa sincerità. Cerco un bravo ragazzo per fidanzarmi. Solo se con buon impiego e sincero nei fatti. 3343376141»

Anziani.
«Ho 72 anni, da sempre residente in provincia di Cuneo, vedova, frequento il centro anziani, capelli ricci biondi, sono di buona presenza, giovanile e con un bel carattere. Cerco una persona onesta e corretta per trascorrere insieme l’anzianità. 3486674222»
«Anziana signora della provincia di Cuneo, vedova da oltre vent’anni, casa propria, una figlia già sistemata, cerca un signore di circa 70-75 anni per farsi buona compagnia, giocare a carte, guardare la televisione e passeggiare. Perché la solitudine è tanto brutta. 3275783405»
«L’età non conta se si vuole trovare una persona alla quale volere bene. Io la penso così e anche se ho più di 60 anni vorrei ancora incontrare l’anima gemella. Ho lavorato tutta la vita e adesso non merito di invecchiare da sola. 3486674222».

Rivendicazione di indipendenza.
«Per oltre 12 anni ho aiutato mio papà nei mestieri in campagna, alla Roata. Ora, ringraziando, ho trovato un lavoro mio e così cerco qualcheduno onesto e lavoratore per farmi una famiglia. Ora abito ancora con i miei, ma in casa ho già detto che ho l’età per farmi una vita mia, visto che sono del 78. 3315221100»

Errori.
«Ho 56 anni, cuoca a Borgo S.Dalmazzo, separata. Cerco chi possa volermi bene senza giudicare e sappia offrirmi un affetto sincero senza secondi fini. 3895178834»
«Scopo futuro matrimonio cerco uomo leale, disponibile ad accettare la mia situazione, sono ragazza madre, nativa del cuneese, 31enne, veramente seria, con lavoro fisso presso tipografia. Per cortesia evitare chiamate con numeri anonimi. Richiedo e offro massima serietà e sincerità. 3341254839»
«Se anche tu sei solo dopo un matrimonio finito male non per colpa tua, conosciamoci. Sono 54enne nelle tue stesse condizioni, buona presenza, seria moralità. Zona provincia di Cuneo. 3486674222»
La colpa: in provincia, soprattutto là dove il cattolicesimo è radicato, occorre specificare il perché ci si trovi oggi in determinate condizioni. La pena: la dichiarazione immediata dello status. Ho qualcosa di sbagliato ma non è colpa mia, anziché sono così e non c’è nulla di sbagliato.

Moralità.
«Mi presento: sono del saluzzese, nubile, figlia unica, 52 anni, professione assistente ospedaliera. Sono di seria moralità, alta 1,63 capelli lunghi biondi, di aspetto piacevole e giovanile. Ricerco uomo intorno alla sessantina, leale e di buoni valori morali. 3311677184»
La reputazione, si dice, impieghi una vita a costruirla e un attimo a distruggerla. Nelle piccole comunità la reputazione è fondata su valori morali più che professionali, tecnici o caratteriali in genere. Quasi un’ansia da sono una brava ragazza, cerco un bravo ragazzo. Il resto non conta.

Uomini e buoi.
«Zona di Fossano: anni 35, nubile, figlia unica. Aspetto: gradevole, non alta, occhi e capelli scuri. Professioni: dipendente azienda alimentare. Cerca: uomo scopo fidanzamento, età max 48 anni. Preferenze: origini piemontesi, casa propria, lavoratore. Tel. 3341254839».
«Sono Alice, ho quasi quarant’anni e abito in campagna. Il mio problema è sempre stata la timidezza e quindi non ho avuto l’occasione per fidanzarmi. Preferisco passare le serate in casa, non guido, mi piace lavorare e amo gli animali. Cerco un uomo piemontese che la pensi come me 334376141»
«Zona di Mondovì. Anni 31, nubile, abitante in famiglia. Caratterialmente: estremamente timida. Aspetto: carina, bionda, corporatura esile. Professione: dipendente impresa di pulizie. Cerca: ragazzo di età 30 e 40 anni. Preferenze: piemontese, fedele, non abituato a frequentazione discoteche o simili. 3290324126»
La diversità non è arricchimento: è una evitabile perdita di tempo. Quando l’obiettivo è lavorare nei campi, produrre latte o vendere la soia, non c’è molto spazio per il ragionare congiunto sulle diversità. Non è razzismo, o non soltanto: qua si fosse un Nimby, Not In My Back Yard, i meridionali vanno bene ma non come mariti, in casa mi prendo chi voglio e io voglio un piemontese. I meridionali, non gli stranieri: i meridionali d’Italia.

Si dirà: la scelta di questi annunci è mirata. No: sono un campione molto attendibile di tutti gli annunci pubblicati nel 2014.
Sono rappresentativi di tutta la popolazione della provincia di Cuneo? Direi di no: è un giornale di settore e gli annunci riguardano donne residenti in un’area identificabile con la pianura tra Cuneo, Mondovì, Fossano e le Alpi; tuttavia la zona è estesa e facilmente accessibile, non si parla di paesi dimenticati, tra montagne irraggiungibili e pericolosi dirupi. E pure, a ciò che sembra intrecciando popolazione (quasi 600mila in tutta la provincia), lavoratori nelle campagne e terre interessate, il numero di donne e uomini cosparsi dall’aura trasparente da questi annunci è decisamente elevato.

Infine qualcosa che, invece, sfugge a ogni profilo geografico: «Vedova, anni 55, di poche parole. Proveniente famiglia di agricoltori, cerca marito. 3664225058».
Di poche parole, esattamente dodici.

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