Marco Montanaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-montanaro/ un blog di approfondimento culturale Sun, 05 Jan 2025 15:19:23 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Montanaro Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-montanaro/ 32 32 1987 https://minimaetmoralia.it/estratti/1987/ https://minimaetmoralia.it/estratti/1987/#respond Wed, 08 Jan 2025 07:10:06 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=54684 Pubblichiamo un estratto dal libro “Dalla parte di Chiara. Il caso Ferragni e la società incivile” di Paolo Landi e Marco Montanaro, edito da Krill Books.  * 1987 di Marco Montanaro Chiara Ferragni viene al mondo il 7 maggio del 1987, trentasette anni fa nel momento in cui questo libro viene pubblicato. Trentasette anni sono […]

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Pubblichiamo un estratto dal libro “Dalla parte di Chiara. Il caso Ferragni e la società incivile” di Paolo Landi e Marco Montanaro, edito da Krill Books. 

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1987

di Marco Montanaro

Chiara Ferragni viene al mondo il 7 maggio del 1987, trentasette anni fa nel momento in cui questo libro viene pubblicato. Trentasette anni sono pochissimi, tant’è che in Italia un trentasettenne è considerato ancora giovane e sprovveduto, al punto da meritare stage e precariato a oltranza, ma sono tanti se pensiamo a Chiara Ferragni. Ferragni insomma non è il prodotto del frammentario e disarticolato mondo digitale in cui viviamo oggi come potrebbe sembrare. Al contrario, Chiara viene da un mondo «prima», un mondo analogico in cui il telefono serviva solo a telefonare, mentre se si era in giro le chiamate si facevano ancora a gettone da una cabina chiamata appunto «telefonica», posizionata ad hoc per strada. Per strada, le indicazioni si chiedevano ai passanti, i quali avevano tutto il tempo di lasciarsi tentare dall’idea di mandarci nel posto sbagliato, ridacchiando di nascosto.

Il 1987, l’anno in cui viene al mondo Chiara Ferragni (e che la stessa Chiara riporterà nel suo primo nickname utilizzato su internet, Diavoletta87), è uno di quegli anni assurdi per l’umanità occidentale, anni in cui si percepisce la tensione tra un tremendo e ingiustificato ottimismo e la profonda consapevolezza della fine di qualcosa. È la stessa tensione che col senno di poi rende buffa, ingenua e – diremmo oggi – anche un po’ buonista una canzone come We are the world (pubblicata giusto due anni prima, nel 1985), ed è il mood che caratterizzerà tutto il decennio successivo, stretto non a caso tra due crolli (Muro di Berlino e Torri Gemelle), in cui a tutti i viventi d’Occidente non sembrerà vero di vivere nel migliore dei mondi possibili, anche se è evidente che si tratta di un mondo destinato a finire.

Chiara Ferragni viene al mondo in un altro mondo, un mondo così lontano nello spazio e nel tempo che oggi sembra un altro pianeta. Un paradiso? Heaven is a place on earth, il singolo di Belinda Carlisle da milioni di copie, esce il 14 settembre 1987, quando Chiara ha quattro mesi e sette giorni; due giorni dopo, il 16 settembre, viene firmato il Protocollo di Montréal, il primo, fondamentale trattato internazionale che si pone l’obiettivo di ridurre la produzione e l’uso delle sostanze chimiche che minacciano lo strato di ozono. Per Kofi Annan, all’epoca da poco in carica come Responsabile delle Risorse Umane e Coordinatore della Sicurezza dell’ONU, il Protocollo rappresentava l’accordo internazionale di maggior successo mai firmato tra Stati, almeno fino ad allora.

Ma già nel febbraio di quello stesso anno, per la precisione il 17, era stato firmato l’Atto unico europeo, croce e delizia di chiunque abbia sostenuto un esame di Diritto Europeo all’università (chissà che ne pensa Chiara, che si è fermata a tre esami dalla laurea in Giurisprudenza), con cui si iniziava a dare avvio a un’Unione Europea finalmente politica e soprattutto si tentava di rafforzare il mercato libero interno. A proposito di mercato, proprio il 17 febbraio la Chiesa Cattolica festeggia i sette mercanti fiorentini Bonfilio, Bartolomeo, Giovanni, Benedetto, Gerardino, Ricovero e Alessio, in seguito sottoscrittori del patto che avrebbe dato vita all’Ordine dei Servi di Maria sotto la regola di Agostino.

Ancora accordi (e disaccordi) internazionali da quel 1987: il 13 aprile la Repubblica Portoghese e la Repubblica Popolare Cinese si impegnano reciprocamente per la restituzione di Macao alla Cina (avverrà solo nel 1999); mentre a dicembre, il giorno dell’Immacolata Concezione, il presidente americano Ronald Reagan e quello sovietico Michail Gorbačëv firmano un trattato per l’eliminazione di missili a media gittata presenti in Europa. Nelle stesse ore, il 9 dicembre, ha inizio la prima Intifada palestinese in un campo profughi di Jabalyia, una manciata di chilometri a nord di Gaza.

Un mese prima, l’8 e il 9 novembre, l’Italia ha votato contro il nucleare in una serie di tre referendum abrogativi, probabilmente sull’onda emotiva del disastro di Černobyl’ dell’anno precedente. È altrettanto probabile che nel momento del suo concepimento, i genitori di Chiara stessero evitando di mangiare latte e verdure perché potenzialmente contaminati dai radionuclidi portati dalla nube radioattiva in alcune aree del Paese come nel resto d’Europa.

Accorpati ai referendum sul nucleare, proposti da Partito Radicale, Democrazia Proletaria e Verdi, ce ne sono altri due, proposti ancora dal Partito Radicale ma stavolta insieme al Partito Socialista Italiano e al Partito Liberale: il primo sulla responsabilità civile dei magistrati e il secondo sull’abolizione della «commissione inquirente e del trattamento dei reati ministeriali».

Quest’ultimo si presentava così: «Volete voi l’abrogazione degli articoli 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7 e 8 della l. 10 maggio 1978 n. 170 recante “Nuove norme sui procedimenti d’accusa di cui alla l. 25 gennaio 1962 n. 20”?», che come al solito dei quesiti referendari sembrava scritto e pensato per indurre il votante a votare l’esatto opposto di ciò che aveva in mente fino a un attimo prima di entrare nella cabina elettorale, mentre nel frattempo iniziava a porsi qualche domanda persino sulla sua stessa esistenza.

Un quesito simile per tono insidioso (ma di tutt’altro contenuto), da domanda retorica con tanto di risposta apparentemente abbordabile, era stato posto a un giovane Primo Levi molti anni prima del 1987, quando, candidatosi per un posto di lavoro, lo scrittore e chimico torinese si trovò a dover sostenere uno dei primi test psicoattitudinali somministrati in Italia: «Pensate talvolta che i vostri problemi possano essere risolti col suicidio?». La risposta, secca e spiritosa come tanta scrittura di Levi, fu questa: «Forse sì, forse no, comunque non lo vengo a dire a te». Poi l’11 aprile del 1987, dunque poco meno di un mese prima della venuta al mondo di Chiara Ferragni… Be’, purtroppo sappiamo come sono andate le cose con Primo Levi.

Ad ogni modo gli italiani votarono con decisione «Sì» anche ai quesiti sulla responsabilità civile dei magistrati e sull’abolizione della commissione eccetera. Anche in questo caso, come per il nucleare, si votò sull’onda di una certa emotività, dato che era ancora vivo nel cuore del dibattito pubblico il cosiddetto «caso Tortora»: la sentenza della Cassazione che scagionava definitivamente il popolare giornalista e conduttore televisivo dalle accuse di associazione camorristica e traffico di droga arrivò il 13 giugno 1987, a quattro anni dall’arresto e a due dalla condanna in primo grado. «È facile, scampanando retorica e solleticando un mai sopito plebeismo, fare apparire una vittima come un privilegiato» aveva scritto Leonardo Sciascia a proposito della macchina del fango (diremmo oggi, assistendo ad esempio a quello che succede con Chiara Ferragni dopo i suoi recenti guai) che aveva seppellito Enzo Tortora all’epoca del suo arresto.

Macchina del fango che, sempre nel 1987, colpì il Tesoriere e già Senatore della Pennsylvania Budd Dwyer, accusato (giustamente, si scoprirà) di corruzione, frode fiscale e associazione a delinquere. Il giorno prima della sentenza Dwyer convocò una conferenza stampa televisiva, nel corso della quale tirò fuori una valigetta di cuoio con tre buste. Le prime due contenevano della documentazione per i suoi assistenti, la terza un revolver Magnum calibro 357. Dopo aver rassicurato i giornalisti e i telespettatori, pregandoli di non guardare se ritenevano che la cosa potesse turbarli, Dwyer si sparò in bocca. In Italia quest’ultima parte della conferenza stampa non fu mostrata. «C’è un limite alla televisione verità» spiegò Piero Badaloni in diretta a Unomattina, chiedendo comunque al pubblico di esprimersi sull’opportunità di mostrare o meno il suicidio in diretta. «E voi cosa ne pensate?» chiedono oggi sui social le redazioni dei giornali quando sputtanano un vip o riportano una delle loro notizie demenziali scambiando volontariamente informazione e intrattenimento. Ad ogni modo, il pubblico di Unomattina telefonò in massa in redazione e per il 70% si disse favorevole alla scelta di non mostrare la scena.

A proposito di televisione: cinicamente, potremmo dire che il suicidio di Budd Dwyer, avvenuto il 22 gennaio, inaugurò un’annata piuttosto interessante per la tv americana. Il 23 marzo esordì sulla CBS la soap Beautiful, mentre il 19 aprile I Simpson fecero la loro prima apparizione sulla rete Fox nel corso del Tracey Ullman Show come cortometraggi da un minuto. Nel corso di quell’anno furono trasmessi anche i primi episodi di una serie tv dedicata a Max Headroom, lo psichedelico personaggio elaborato interamente al computer (ma non era vero) per vestire i panni dell’annunciatore in un programma di videoclip musicali; molto più curioso, a proposito di Headroom, fu quanto avvenne la sera del 22 novembre sulle reti WGN-TV e WTTW11 di Chicago: un pirata si intrufolò nel segnale dei due canali televisivi interrompendo un programma di news su WGN e una puntata di Doctor Who su WTTW. Camuffato da Headroom, il «dirottatore di senso» sproloquiò indisturbato per alcuni minuti, prendendo in giro alcuni spot dell’epoca e finendo per mostrare le natiche nel corso della seconda intrusione. Mentre stava per farsi frustare le chiappe da un complice, il segnale fu finalmente ripristinato.

Continuiamo a parlare di morte, un modo forse un po’ cafone e certamente morboso per provare a capire che tipo di mondo stava finendo mentre Chiara Ferragni veniva al mondo. Ecco dunque alcune morti celebri del 1987: Rita Hayworth, Bob Fosse, Fred Astaire, Marguerite Yourcenar, Peter Tosh, John Huston, Dalida, Louis De Broglie, Andy Warhol, Claudio Villa, Angela Giussani, Renato Guttuso… Senza dimenticare la quasi morte, o morte e resurrezione, di Nikki Sixx, bassista dei Mötley Crüe: andato in overdose di eroina nella notte tra il 22 e il 23 dicembre, fu dichiarato deceduto per due minuti e poi riportato da questa parte (tornato al mondo?) grazie a un’iniezione di adrenalina. Con lui, in quella notte di eccessi, c’erano Slash e Steven Adler dei Guns N’Roses, altra rock band che nel luglio di quel benedetto 1987 aveva pubblicato il suo primo album, Appetite for destruction.

Ma va bene, basta morte e distruzione. Andiamo con qualche nato di quell’anno, allora: Zac Efron, Anna Tatangelo, Marco Simoncelli, Carolina Kostner, Elliot Page, Bianca Atzei, Sara Errani, Levante, Maria Sharapova, Novak Djokovic, Sebastian Vettel, e poi diversi calciatori che avrebbero dominato la scena internazionale nel nuovo millennio, tra i quali è impossibile non citare almeno Jamie Vardy, Luis Suárez, Moussa Dembélé, Marek Hamšík, Gerard Piqué, Dries Mertens, Cesc Fàbregas, Edinson Cavani, Leonardo Bonucci, Gonzalo Higuaín, Karim Benzema e soprattutto Leo Messi. A proposito di calcio: il 10 maggio 1987, a soli tre giorni dalla venuta al mondo di Chiara, il Napoli di Maradona conquistò il primo scudetto della sua storia, mentre qualche mese prima, a febbraio, una canzone nata nel giro della Nazionale Italiana Cantanti aveva vinto il festival di Sanremo. Cantata da Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri e Gianni Morandi, parlava di solidarietà e beneficenza. Si chiamava Si può dare di più.

(Fonte foto di copertina)

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Voler bene a Primo Levi  https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/voler-bene-primo-levi/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/voler-bene-primo-levi/#comments Wed, 11 Apr 2018 06:30:14 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36830 L’11 aprile del 1987 Primo Levi viene trovato morto al piano terra della sua casa di Torino. Si è suicidato, dicono, gettandosi dalle scale. Ma la portinaia riferisce che quel giorno Levi, seppur stanco, era apparso cordiale come sempre (e come in ogni suo testo, diremmo da lettori). Un amico pure, il lunedì successivo avrebbe ricevuto una lettera scritta da una persona in apparenza tutt’altro che intenzionata a togliersi la vita. Potrebbero essere state le vertigini, allora, di cui lo scrittore e chimico torinese soffriva. Ma a quanto pare Levi soffriva anche di depressione, sin da ragazzo, e da qualche tempo aveva dovuto sospendere i farmaci per via di un intervento chirurgico. Non può essere un caso, allora, che avesse da poco rifiutato la presidenza di Einaudi, e che pare non riuscisse più a scrivere…

La biografia di un poeta è nella sua opera, ha detto qualcuno. E nelle sue opere minori soprattutto, aggiungo io: non è propriamente il caso di Primo Levi, forse, ma lì ci sono le tracce dell’uomo, spellate dalle manie di grandezza dell’artista.

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L’11 aprile del 1987 Primo Levi viene trovato morto al piano terra della sua casa di Torino. Si è suicidato, dicono, gettandosi dalle scale. Ma la portinaia riferisce che Levi, seppur stanco, quel giorno era apparso cordiale come sempre (e come in ogni suo testo, diremmo da lettori). Un amico pure, il lunedì successivo avrebbe ricevuto una lettera scritta da una persona tutt’altro che intenzionata a togliersi la vita, almeno in apparenza. Potrebbero essere state le vertigini, allora, di cui lo scrittore e chimico torinese soffriva. Ma a quanto pare Levi soffriva anche di depressione, sin da ragazzo, e da qualche tempo aveva dovuto sospendere i farmaci per via di un intervento chirurgico. Non può essere un caso, allora, che avesse da poco rifiutato la presidenza di Einaudi, e che pare non riuscisse più a scrivere…

La biografia di un poeta è nella sua opera, ha detto qualcuno. E nelle sue opere minori soprattutto, aggiungo io: chissà se è anche il caso di Primo Levi, ma in quelle opere troviamo spesso le tracce dell’uomo, spellate dalle manie di grandezza dell’artista.

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Nella sua casa di Torino in corso Re Umberto 75, Primo Levi aveva passato l’intera vita. Come “una patella incollata al suo scoglio”, scriveva nel pezzo che apre L’altrui mestiere, con “pochissime involontarie interruzioni”. Una di queste interruzioni era stata un viaggio di lavoro in Russia. L’altra il Lager.

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“Pensate talvolta che i vostri problemi possano essere risolti col suicidio?” è la domanda che induce pudore (o imbarazzante esibizionismo) in chi l’accoglie, e che oggi ci rivolgono persino i social network, con tanto di bugiardino di auto-aiuto (per noi e per gli amici: l’appassionato di etimologia Levi sarebbe stato ben felice, oggi, di approfondire l’ampliamento del campo semantico di alcune parole d’uso corrente in ambito digitale).

Ma il fatto è che i discorsi sul suicidio sono sempre porosi per gli aspiranti. Se non per un aspirante, quantomeno per chi è in tregua, perso in mare aperto sulla zattera che traghetta dall’ora del dolore apparentemente perduto a quello che c’è dopo. E cosa c’è dopo?

Per alcuni può essere una graduale educazione al piacere, per altri è il semplice racconto dei guai passati in un’inedita quanto insperata situazione di sicurezza. “È meglio essere sani che essere insani”: si è spesso debuttanti in questa fase nuova, si deve imparare, costantemente a disagio, e non sempre si riesce.

“Ibergekumene tsores iz gut tsu dertselyn”, “Bello è raccontare i guai passati”, c’è scritto in epigrafe al Sistema periodico, che su quest’assunto basa grossa parte del suo andamento. Lo stesso succede in L’altrui mestiere. Due opere minori, soprattutto quest’ultima, se paragonate ai testi più celebri di Levi – minori per diffusione, in ogni caso, non certo per qualità letteraria.

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La letteratura, o meglio la scrittura, per Primo Levi è una forma di comunicazione. “La scrittura serve a comunicare, a trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente, da luogo a luogo e da tempo a tempo, e chi non viene capito da nessuno non trasmette nulla, grida nel deserto. Scrivere è un servizio pubblico, e il lettore volenteroso non deve andare deluso”.
Pertanto la scrittura deve volgere al “massimo di informazioni col minimo ingombro”.

Ingombro, fastidio, spazio occupato quasi abusivamente da chi non dovrebbe neppure esserci: anche una vita può essere ingombrante, la tentazione quella di sottrarsi per ridurre il fastidio, il rumore di fondo.

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È sulla natura di quel fastidio, di quell’ingombro che sappiamo poco. Il Lager, ciò che Levi ha visto dentro e fuori da esso, nel peccato di essere sopravvissuto. Togliersi di mezzo per aver visto troppo o addirittura vissuto a scapito di qualcun altro: su questo non possiamo dire. “Pensate talvolta che i vostri problemi possano essere risolti col suicidio?”, è ancora la domanda per chi è su quella zattera in transito sul mare oscuro, da una costa all’altra della natura umana.

La testimonianza è preferibile alla teoria, allora: in questo il racconto forse non può redimere, ma incarnarsi come dovere, come abito che informa chi porta il racconto, le storie. Perciò lo scrivere dev’essere chiaro, razionale, per “trasmettere informazioni o sentimenti da mente a mente”, pur nella consapevolezza che, nella “contesa infinita tra chi scrive e chi prescrive come si deve scrivere, dar legge al narratore è almeno inutile”, e senza neppure dimenticare che “anche nelle loro incarnazioni più ignobili (gli ibridi sesso-nazismo o patologia-pornografia), i libri non possono provocare che danni scarsi, certo inferiori a quelli prodotti dall’alcol o dal fumo o dallo stress aziendale”.

Impossibile, in ogni caso, sottrarsi al compito. E il compito è lasciarsi alle spalle la lugubre celebrazione della cenere per concentrarsi sulla trasmissione del fuoco: per chi viene dopo, per chi non si è ancora incontrato.
“Abbiamo una responsabilità, finché viviamo: dobbiamo rispondere di quanto scriviamo, parola per parola, e far sì che ogni parola vada a segno. Finché viviamo, e qualunque sia la sorte che ci è toccata o che ci siamo scelta, è indubbio che saremo tanto più utili e graditi agli altri e a noi stessi, e tanto più a lungo verremo ricordati, quanto migliore sarà la qualità della nostra comunicazione”.

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La chiarezza di Levi non è l’illusione della fede in un mondo entusiasticamente riformabile. La luce non può oscurare l’oscurità, non del tutto. Oscurità che è non solo necessaria, ma inevitabile. Di default. Levi non è un nonnetto scemo che racconta i tempi andati, insomma. La luce è sì preferibile, così come “l’effabile è preferibile all’ineffabile, la parola umana al mugolio animale” (ed “è meglio essere sani che essere insani”), ma l’oscurità permane, quantomeno come residuo, come condizione di partenza.

Perciò il consiglio leviano ai giovani scrittori è di non aver paura “di fare un torto al proprio Es imbavagliandolo, non c’è pericolo, l’inquilino del piano di sotto troverà comunque il modo di manifestarsi, perché scrivere è denudarsi: si denuda anche lo scrittore più pulito”, perché “siamo comunque condannati a trascinarci dietro, dalla culla alla tomba, un Doppelgänger, un fratello muto e senza volto, che pure è corresponsabile delle nostre azioni, quindi anche delle nostre pagine”.

Più in là ancora Levi si spinge quando si tratta di raccontare la scrittura di finzione: “Il personaggio è una tua spia, rivela una parte di te, le tue tensioni, come quegli incastri di vetro che si usano per rivelare se la crepa di un muro è destinata ad allargarsi. Un tuo modo di dire io”. Questo io-lui, “il non-esistente”, “è lì, c’è, pesa, spinge contro la tua mano: vuole e disvuole, silenzioso e testardo”. Ed è una fonte irriducibile cui attingere per approdare al lato chiaro della scrittura.

“Questa fonte di inconoscibilità e di irrazionalità che ognuno di noi alberga dev’essere accettata, anche autorizzata a esprimersi nel suo necessariamente oscuro linguaggio, ma non tenuta per ottima o unica fonte di espressione”. Perciò “dopo novant’anni di psicoanalisi, e di tentativi riusciti o falliti di travasare direttamente l’inconscio sulla pagina, io provo un bisogno acuto di chiarezza e razionalità. Non è detto che un testo chiaro sia elementare; può avere vari livelli di lettura, ma il livello più basso, secondo me, dovrebbe essere accessibile ad un pubblico vasto”.

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“Stanco di ‘densi impasti magmatici’, di ‘rifiuti semantici’ e innovazioni stantie”, in Dello scrivere oscuro – testo chiave tra i tanti, splendidi, de L’altrui mestiere – Primo Levi cerca di mettere a fuoco cos’è la chiarezza. Per prima cosa, non va confusa con la presunta sincerità del cuore. “Non è vero che il solo scrivere autentico è quello che ‘viene dal cuore’: il linguaggio del cuore è capriccioso, adulterato e instabile come la moda, di cui in effetti fa parte… Non è un linguaggio affatto, al più un argot, se non un’invenzione individuale”.

E un linguaggio, in quanto tale, va articolato. “Non è vero che il disordine sia necessario per dipingere il disordine”: articolato non può essere l’urlo, dal momento che “urla Giacobbe sul mantello insanguinato di Giuseppe; in molte civiltà il lutto gridato è rituale e prescritto. Ma è un ricorso estremo, inetto e rozzo se inteso come linguaggio poiché tale, per definizione, non è: l’inarticolato non è articolato, il rumore non è suono”.

Urgenza e intensità pure allontanano dalla chiarezza. “Spesso lo scrivere rappresenta un equivalente della confessione o del divano di Freud. Non ho nulla da obiettare a chi scrive spinto dalla tensione: gli auguro anzi di riuscire a liberarsene così, come è accaduto a me in anni lontani. Gli chiedo però che si sforzi di filtrare la sua angoscia, di non scagliarla così com’è, ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge: altrimenti rischia di contagiarla agli altri senza allontanarla da sé”.

“…Ruvida e greggia, sulla faccia di chi legge”: se questo di Levi è uno schiaffo a chi scrive per confessione o per sfogo, è uno schiaffetto gentile, quasi un buffetto.

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In quanto forma di comunicazione, di “servizio pubblico”, la scrittura dev’essere orientata alla comprensione altrui. Irriformabile perciò è la burocrazia, lingua del potere più oscuro e mefitico, in quanto progettata per garantire inaccessibilità e confermare gerarchie. Per esser compresi la mediazione è necessaria, e per questo neppure il canto è automaticamente sinonimo di chiarezza.

Tra i poeti Levi rifiuta, per ragioni diverse, l’oscurità di Ezra Pound, Georg Trakl e Paul Celan. Ma se a Trakl e Celan concede comunque una certa dignità letteraria, netto è il rifiuto per Pound. Il quale, “per essere sicuro di non essere compreso scriveva a volte persino in cinese, e sono convinto che la sua oscurità poetica aveva la stessa radice del suo superomismo, che lo ha condotto prima al fascismo e poi all’autoemarginazione: l’una e l’altro germinavano dal suo disprezzo per il lettore”.

Un disprezzo del tutto assente in Levi, che col “lettore volenteroso” è gentile, complice, pronto ad affidarsi all’altrui intelligenza, e che al contrario nel caso di Pound è riconducibile all’assenza di logica, forse a un desiderio di autodistruzione se non addirittura all’infermità mentale: “Chi non sa ragionare dev’essere curato, e nei limiti del possibile rispettato, anche se, come Pound, si induce a fare propaganda nazista contro il proprio paese in guerra contro la Germania nazista di Hitler: ma non dev’essere lodato né indicato a esempio, perché è meglio essere sani che essere insani”.

Insanità, disperazione, depressione. Suicidio? Una volta, candidatosi per un posto di lavoro, Levi ha dovuto sostenere un test psicoattitudinale, uno dei primi in Italia. Tra macchie di Rorschach e domande più o meno retoriche, ecco quella diretta: “Pensate talvolta che i vostri problemi possano essere risolti col suicidio?”. La risposta, spiritosa, quasi ambigua col senno di poi: “Forse sì, forse no, comunque non lo vengo a dire a te”.

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A proposito di Trakl e Celan il discorso, pur diverso nell’analisi rispetto a quanto scritto su Pound, è lo stesso nelle conclusioni. “Il comune destino di Trakl e Celan fa pensare all’oscurità della loro poetica come a un pre-uccidersi, a un non-voler-essere, a una fuga dal mondo, a cui la morte voluta è stata coronamento. Sono da rispettarsi, perché il loro mugolio animale era terribilmente motivato” da questioni evidentemente storiche e generazionali. In particolare, “il canto di Celan è tragico e nobile, ma confusamente: penetrarlo è impresa disperata. Un riflesso dell’oscurità del destino suo e della sua generazione, e si va addensando sempre più intorno al lettore stringendolo in una morsa di gelo e di ferro. Il rantolo di un moribondo, un disarticolato balbettio… Ci defrauda di qualcosa che doveva esser detto e non lo è stato, e perciò ci frustra e ci allontana. Io penso che Celan debba essere meditato e compianto più che imitato. Se il suo è un linguaggio, è buio e monco, quello di chi sta per morire ed è solo”.

Essere defraudati di qualcosa che non è stato detto: un rimpianto per la scrittura altrui che è quasi un rovesciamento del togliere il fastidio, l’ingombro di una vita abusiva. Ma noi lettori in questa suggestione tremiamo: tremiamo nel leggere il limpido e razionale Levi che quasi prega per Celan nel momento in cui racconta la “morsa di gelo e di ferro” della sua scrittura come preludio al suicidio; specie se leggendo quelle righe pensiamo all’oscurità accuratamente nascosta che supponiamo abbia accompagnato lo stesso Levi fino alla fine.

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Supponiamo, certo, ma a posteriori: perché quando si è vivi, anche solo in apparenza, l’ombra della tragedia – quella che si porta, quella che sarà, se sarà – sembra lontana, poco credibile. Leggerlo in vita, Levi, significava averlo presente in carne, ossa e parole, mai immaginando quel finale: ci si poteva persino litigare.

Così l’oscuro, barocco e infernale Giorgio Manganelli, dopo aver letto Dello scrivere oscuro, definì Levi un “terrorista assistenziale”. Levi replicò con ironia leggera, da par suo, a quella che oggi sembrerebbe una sorta di accusa di buonismo ante litteram, rettificando in parte sulla chiarezza: meglio definirla razionalità, in effetti, posto che neppure l’autore è in grado di comprendere appieno la sua opera (proprio come il suicida poco o niente sa del suo ultimo gesto, a pensarci bene).

E dunque almeno su quest’ultimo punto, concludeva Levi, lui e Manganelli potevano dirsi d’accordo: chiarendo però che se per l’infernale Giorgio l’incomprensibilità era una condizione addirittura desiderabile, per lui restava invece una gran seccatura.

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“Beninteso, essere chiari è condizione necessaria ma non sufficiente: si può essere chiari e noiosi, chiari e inutili, chiari e bugiardi, chiari e volgari… Il discorso fra uomini, in lingua d’uomini, è preferibile al mugolio animale, e non si vede perché debba essere meno poetico di questo”. In questa insistenza un po’ indignata sembra risuonare un monito a sé stessi, un’altra preghiera stavolta forse per il Levi ancora accompagnato da quel “non-esistente che vuole e disvuole, silenzioso e testardo”, forse rimasto indietro all’abominio del Campo Assoluto, al peccato di essere sopravvissuto al genere umano o anche solo ai compagni perduti nel Lager. Particolare e generale raccontano spesso la stessa Apocalisse: il dubbio rimane, comunque.

“Tutto può darsi: che uno scritto oscuro per il suo stesso autore sia luminoso e aperto per chi legge; che uno scritto non compreso dai suoi contemporanei diventi chiaro e illustre decenni e secoli dopo”. Il dubbio rimane, certo, ed è dubbio di forma e di sostanza. La morte di Levi è un mistero, non un enigma: non si risolve, non conosce scioglimento. E come ogni mistero ha una sua luce che irradia persino dalle opere minori, nel sorriso di un torinese schivo e gentile, abbarbicato alla parola come all’ultimo legno in mare aperto.

 

 


(Fonti indispensabili per la scrittura di questo pezzo sono stati questo articolo di Giacomo Papi insieme a diversi interventi di Marco Belpoliti disponibili in rete. Oltre che da Dello scrivere oscuro, le citazioni provengono da Perché si scrive, Scrivere un romanzo, Il teschio e l’orchidea e A un giovane lettore, tutti raccolti in L’altrui mestiere. Si ringrazia infine Chiara Briganti per alcune delucidazioni e materiali, in special modo per lo scambio tra Manganelli e Levi che ebbe luogo inizialmente sulle pagine del Corriere della Sera. La foto d’apertura viene da qui.)

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Giusto terrore. Conversazione con Alessandro Gazoia https://minimaetmoralia.it/interviste/giusto-terrore-conversazione-alessandro-gazoia/ https://minimaetmoralia.it/interviste/giusto-terrore-conversazione-alessandro-gazoia/#comments Fri, 23 Mar 2018 07:30:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36626 Un flusso di sconcertante nitore scorre tra le pagine di Giusto terrore di Alessandro Gazoia, libro che di lettura in lettura (e di recensione in recensione) sembra cambiare forma e categoria libraria. A tal proposito, si dice – è un cliché – che il romanzo sia onnivoro: molto più probabilmente, in questo caso onnivoro è soprattutto l’autore. Anche in questa prova edita dal Saggiatore Gazoia si rivela infatti un curioso del pensiero umano come luogo e strumento, oltre che come mera materia di studio.
E nel pensiero siamo immersi, in Giusto terrore, che mette in scena un gioco di sponda continuo tra frammenti di notizie, video condivisi sui social, vecchi film e trasmissioni televisive in cui la sostanza principale è il terrorismo: quello jihadista, quello delle Brigate Rosse e dell’OLP – ma sono solo alcuni esempi: a Gazoia sembra interessare piuttosto il comune denominatore di tutti i terrori, per ravvivarlo e scardinarlo quasi dall’interno – in una sorta di hacking verbale – con giusto raziocinio.

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Un flusso di sconcertante nitore scorre tra le pagine di Giusto terrore di Alessandro Gazoia, libro che di lettura in lettura (e di recensione in recensione) sembra cambiare forma e categoria libraria. A tal proposito, si dice – è un cliché – che il romanzo sia onnivoro: con più probabilità in questo caso onnivoro è soprattutto l’autore. Anche in questa prova edita dal Saggiatore Gazoia si rivela infatti un curioso del pensiero umano come luogo e strumento, oltre che come mera materia di studio.

E nel pensiero siamo immersi, in Giusto terrore, che mette in scena un gioco di sponda continuo tra frammenti di notizie, video condivisi sui social, vecchi film e trasmissioni televisive; gioco di sponda la cui sostanza principale è il terrorismo: quello jihadista, quello delle Brigate Rosse e dell’OLP – ma sono solo alcuni esempi: a Gazoia sembra interessare piuttosto il comune denominatore di tutti i terrori, per ravvivarlo e scardinarlo quasi dall’interno – in una sorta di hacking verbale – con giusto raziocinio.

Quanto a noi lettori, con la voce narrante di Giusto terrore abbiamo in comune tanto il viaggio quanto l’assenza di destinazione. Lui in treno per la consulenza su una serie di documentari sul terrorismo, noi nella sua testa, nel suo montaggio alternato a tema ora storico, ora religioso, ora politico o linguistico-mediatico.

“Da oltre una decina d’anni” leggiamo a pagina 49, “il montaggio alternato e gli accostamenti stupefacenti di Fuori Orario e Blob […] vengono autoprodotti in tempo reale. Il cadavere squisito lo compone in forma personalizzata il social network, con i materiali condivisi dagli utenti e senza necessità dell’alta garanzia teorica. Nel flusso ininterrotto i nuovi pezzi vanno a prendere il loro posto casualmente perfetto”.

Punti fermi di questo viaggio in quattro capitoli sono le parole, che sono insieme contese e terreno di contesa – e allora ecco l’hacking verbale: “Le parole hanno più di una storia e le armoniche di senso risuonano in modi diversi nel tempo, nella comunità e nel singolo che parla, ricorda e scrive. Siamo parlati dal linguaggio, ma proprio per questo dobbiamo negarci ogni estasi etimologica, non importa che in uccidere si celi caedo, verbo tecnico dei latini per il togliere la vita nel sacrificio: non significa nulla di più”.

Radicalizzarsi in carcere e politicizzarsi in carcere, ad esempio, sono due espressioni che sottendono un collegamento nemmeno poi tanto stravagante tra territori e terrori apparentemente distanti nello spazio e nel tempo. Spazio e tempo che in Giusto terrore, se stiamo alla misura narrativa, sono sovrapposti, smussati, a volte liquefatti dal pensare il pensiero più chiaro possibile da parte del narratore, il quale fissa assorto la singola parola come si trattasse di un sole pieno inchiodato al blu del cielo.

Manuale di comunicazione, romanzo di non finzione, saggio romanzato: ha dunque poca importanza la forma di Giusto terrore. Di certo quello di Gazoia è un libro aperto, in dialogo col tempo conteso del sottotitolo e con altre opere contemporanee: penso a L’innominabile attuale di Roberto Calasso o a due romanzi come Gli anni di Annie Ernaux e, per l’apparente assenza di un centro stabile, Il defunto odiava i pettegolezzi di Serena Vitale; e certo va detto pure che un tempo i libri che facevano più cose insieme, come nel caso di Giusto terrore, si chiamavano appunto romanzi.

“I romanzi sono importanti” spiega il narratore di Gazoia a proposito della teoria letteraria che salvò Salman Rushdie dai tribunali inglesi (ma non dalla fatwa dell’Ayatollah), “proprio perché rappresentano la creazione umana dove ogni persona e idea può ottenere un suo limitato e parziale riconoscimento, dove le tesi finali, quando compaiono, non estinguono la proliferazione e la contraddizione del reale”. E questo è precisamente ciò che Gazoia fa col suo libro: occuparsi di proliferazione e contraddizione, a partire dalle parole contese.
E ora un breve scambio di riflessioni con l’autore.

In un’intervista con Michele Lamonaca hai spiegato che il Giusto terrore del titolo può essere considerato come una citazione in traduzione di just terror, la risposta jihadista al just war della guerra americana; o che in alternativa si può interpretare quel “solo” come avverbio: dunque “solo terrore”,  come a dire “è solo un fantasma”, se gli togli il lenzuolo sparisce. Un modo per razionalizzare, forse, per dire che quel terrore è soprattutto nelle nostre teste. Una mia interpretazione ulteriore è che il terrore di cui parli, specie quello jihadista, sia anche “appropriato” per l’epoca in cui viviamo: globale e diffuso, ipermediatico, una sorta di giusto aggiornamento di un terrore più classico.

La tua interpretazione mi pare sensata, vi sono anzi diversi studi sull’«ultraviolenza ipermediatica» dell’ISIS, pensata specificamente per il fruitore occidentale contemporaneo. Farei solo un’aggiunta: il terrorismo è sempre una forma di azione-comunicazione, è propaganda del fatto (da intendere come: il fatto si determina attraverso la propaganda), richiede dunque un’interpretazione attiva, un moltiplicatore emotivo che lo spettatore terrorizzato fornisce.

Il libro si apre col terribile rogo del pilota giordano Muath. Se non erro, da quel momento in poi si ha un salto di qualità tecnica da parte della propaganda del sedicente Stato islamico. Siamo nel regno dell’HD, del montaggio e della colonna sonora epica, degli zoom e del ralenti (il tutto richiamato tra l’altro su carta dalla patinatissima rivista Dābiq). Qui secondo me c’entrano, oltre all’inedita disponibilità di mezzi tecnici a un costo più basso, un immaginario da blockbuster occidentale e la pornografia. Soprattutto come per la pornografia, il gore della propaganda in HD ha a che fare con quello che solitamente non saremmo disposti ad ammettere di voler vedere, con un certo tipo di oscenità che diventa forse sempre un po’ meno oscena.

Oggi si usa di frequente porn come una sorta di superlativo, tra finta autoironia e vero compiacimento, ad esempio su Instagram le foto curatissime di cibo sono etichettate food porn dagli stessi autori, quelle di librerie sono book porn e così via. In questo senso credo che tu abbia ragione: il gore del video di Muath è «terror porn». Siamo stati abituati, prima dai maestri truccatori poi dalla grafica computerizzata (nel cinema e nei videogiochi), a divertirci con orrori spaventosi e spaventosamente realistici. L’uccisione di Muath funziona benissimo come trucco, intrattiene, solletica e diverte… sino a quando non sentiamo che sta accadendo fuor di finzione. Mi viene da pensare, per una variazione, all’agnello sulla tavola pasquale che una mia zia non trova più buonissimo da quando si concentra sugli occhi dell’agnellino televisivo (sì, la conversione è merito di Berlusconi).
La differenza fondamentale è ancora una volta riconoscere l’altro nella sua sofferenza, nella sofferenza che sentiamo reale.

Collegamenti e simmetrie – le BR rilette attraverso la formazione dell’Italia campione del mondo nell’82 o le commedie erotiche di quegli anni – creano la struttura a quadri del libro. Quadri instabili, in cui si avanza come seguendo dei link nella testa del narratore (non a caso, Giovanni Bitetto su Esquire ha parlato di Giusto terrore come di un romanzo del cloud). Il libro da questo punto di vista mi sembra un’esperienza immersiva del tutto simile a quella che facciamo saltando da un contenuto all’altro in rete. Di più, ho avuto la sensazione che Giusto terrore avanzasse generando da sé il suo ambiente, quadro dopo quadro, come in certi videogiochi fa il motore grafico (motore che nella lettura è forse l’incontro, l’accordarsi tra la sensibilità dell’autore e quella del lettore).

Prima di tutto permettimi di ribadire l’ovvio: l’interpretazione dell’autore non è in principio più autorevole di quella di un qualsiasi altro lettore. Inoltre provo un grande imbarazzo nel citare i modelli altissimi a cui mi sono ispirato. Dovendo però rispondere alla tua domanda: non penso affatto che il mio libro sia un romanzo del cloud o dei link. I miei riferimenti sono piuttosto lontani dal digitale, ad esempio il lavoro di montaggio (analogico, con un saluto affettuoso al ragionier Ugo) è sfacciatamente novecentesco. Insomma, non pensavo ai salti da un link all’altro ma ai Passages, ad Ėjzenštejn e, venendo a testi più recenti, ad Austerlitz Mao II.

A lato e in breve, due cose per me importanti: Giusto terrore cerca di pagare il proprio debito verso molte opere e molti scrittori, ad esempio il primo capitolo è tutto intessuto di motivi benjaminiani e nel finale del libro c’è un richiamo all’andare in profondità di Austerlitz, e pure questo procedimento – fatto di arte allusiva, cauti e incauti omaggi, citazioni e criptocitazioni, armoniche di senso – viene dal Novecento, è l’intertestualità; Giusto terrore tratta del flusso dei social network ma si propone di farlo senza mimare il flusso dei social network. Ripeto: nessuna pretesa di verità da parte mia, forse ho scritto davvero il «romanzo del cloud». Ma se così è, ho fallito in pieno.

L’avanzare generando da sé il proprio ambiente, quadro dopo quadro, è invece un’immagine che mi piace moltissimo, così come la definizione di esperienza immersiva. Credo valgano per tante opere di letteratura, prima e dopo Internet.

Collegamenti, ma anche simboli. Il treno, in cui per la maggior parte del tempo si trova il narratore, è sicuramente un simbolo forte quando si parla di terrorismo. Sia per il viaggio in sé – più o meno mentale, come abbiamo visto – sia in quanto tra i luoghi pubblici in cui più ci sfiora l’idea del terrore. (A me capitò nei primi anni del Duemila, in un viaggio verso Roma subito dopo gli attentati di Madrid, di guardare con sospetto la valigia di pelle nera di un povero Sikh che sonnecchiava nel mio scompartimento.) E siamo alla paranoia, che è forse legata all’inconfessabile desiderio di credere che anima persino una società ultrasecolarizzata come la nostra. Un desiderio alla rovescia: crediamo a tutto perché non crediamo a niente. Così il terrorismo percepito, almeno in Occidente, supera di gran lunga il terrorismo reale: e finisce col diventare però un dato di realtà.

Non penso sia vero che viviamo in una società ultrasecolarizzata e non penso sia vero che «crediamo a tutto perché non crediamo a niente», o meglio: il credere in qualcosa, in Dio, non impedisce a molte persone di credere a tutto.

Sulla paranoia vorrei riprendere la risposta alla prima domanda con una riformulazione estrema: il terrorismo percepito deve superare il terrorismo reale, per essere davvero terrorismo.

Concluderei sulla parola, su come l’articoli nel libro. Mi sembra che su tutto domini un desiderio di chiarezza, pur nella proliferazione e nella contraddizione, anche nei periodi più lunghi (che ho il vizio di paragonare in genere a dei piani sequenza cinematografici). Eppure mi sembra che questo desiderio si limiti a far luce sulla contesa, a svelarla più che risolverla: ad esempio resta il fatto che ciò che per noi è terrorismo, per altri è l’insurrezione del fedayn; o che sia molto difficile anche solo aspettarsi, da parte del grosso della stampa italiana, una distinzione tra sunniti e sciiti (per non dire degli altri gruppi) all’interno dell’immensa umma musulmana; o che ancora si arretri persino sul terreno del diritto, quando il tizio che ha urlato “Allah Akbar” poco prima di essere neutralizzato dalla polizia francese è già definito terrorista dalla stampa – senza più traccia dell’aggettivo presunto, e in attesa del bollino di qualità elargito da Rita Katz su Twitter.

Giusto terrore non risolve nulla e non pretende di risolvere nulla. Racconta storie dal nostro tempo conteso (come recita fedelmente il sottotitolo) e crede che questo sia il suo «compito storico». Diversi lettori mi hanno detto che il libro li ha portati a riflettere su alcuni dei temi che citi e su altri importanti allo stesso modo. Sono molto felice che Giusto terrore abbia prodotto anche questo effetto, per quanto limitatissimo.

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Altrove e bassa risoluzione. Conversazione con Massimo Mantellini https://minimaetmoralia.it/interviste/altrove-bassa-risoluzione-conversazione-massimo-mantellini/ https://minimaetmoralia.it/interviste/altrove-bassa-risoluzione-conversazione-massimo-mantellini/#comments Sat, 03 Mar 2018 08:02:11 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36342 «L'altrove digitale è l'alibi che offriamo alla nostra lenta accettazione del mondo che cambia, è una forma di incredulità nei confronti del presente, verso la possibilità che certe cose siano successe davvero e in tempi tanto rapidi.»
Con Bassa risoluzione (Einaudi, 2018) Massimo Mantellini ha scritto un piccolo e appassionato saggio di cultura digitale. La bassa risoluzione del titolo è una scelta collettiva, più o meno consapevole, che caratterizza l’uso del web nell’epoca dell’acceso di massa e dell'offerta di contenuti infiniti.

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«L’altrove digitale è l’alibi che offriamo alla nostra lenta accettazione del mondo che cambia, è una forma di incredulità nei confronti del presente, verso la possibilità che certe cose siano successe davvero e in tempi tanto rapidi.»

Con Bassa risoluzione (Einaudi, 2018) Massimo Mantellini ha scritto un piccolo e appassionato saggio di cultura digitale. La bassa risoluzione del titolo è una scelta collettiva, più o meno consapevole, che caratterizza l’uso del web nell’epoca dell’acceso di massa e dell’offerta di contenuti infiniti.

Mantellini ha il dono della leggerezza (e della chiarezza) amata e teorizzata da Italo Calvino, e come un flâneur del pensiero contemporaneo si diverte a raccontare usi e costumi digitali anche attraverso le opere di Morselli, Parise, Banksy, Gnoli, Giacomelli e Matisse. Senza dimenticare Borges, il kintsugi e qualche aneddoto personale.

Come spiega lo stesso Mantellini nel corso della nostra conversazione, Bassa risoluzione non si arrende alle retoriche del determinismo tecnologico e prova invece a riconnetterci con ciò che di più umano può caratterizzare l’approccio alla tecnologia: ovvero la necessità, e in qualche caso anche il buon senso – persino in un periodo di evidente transizione (e confusione) come quello attuale.

La bassa risoluzione è una scelta di riduzione rispetto alle aspettative tecnologiche. Ad esempio, il flusso di milioni di piccole foto quadrate che finiscono su Instagram in luogo della Foto Definitiva (e altamente definita) che pure potremmo scattare con una reflex. Ancora: i bassoparlanti di tua figlia, che suonano spesso e benissimo in camera sua, in luogo dei tuoi altoparlanti in palissandro, che invece restano per lo più muti insieme allo stereo spento in soggiorno. Aggiungo: il tuo piccolo saggio, peraltro ibrido, da consultare smartphone alla mano (cosa che ho fatto per andare a recuperare i dipinti e le fotografie che citi nel testo), invece di un tomo magari di trecento, quattrocento pagine con la pretesa di “chiudere” sull’argomento.

È vero, non ho alcuna pretesa di chiudere un argomento del genere, vorrei semmai provare ad aprirlo. Il libro cerca di seguire il filo di alcune nostre scelte collettive che mi sembravano fra loro collegate. Da un lato è vero che oggi la bassa risoluzione ha implicazioni legate alla tecnologia molto evidenti ma è altrettanto vero che quasi sempre carichiamo l’arma tecnologica di responsabilità che sono nostre e precedenti. Mi viene sempre in mente un paragrafo tratto da La prevalenza del cretino di Fruttero e Lucentini che sembra descrivere perfettamente alcune dinamiche che usualmente attribuiamo ai social network (pur essendo stato scritto, il libro di F&L, vent’anni prima di Facebook). Il tema della bassa risoluzione precedente a quella tecnologica è apertissimo (e francamente fuori dalla mia portata per quanto è vasto e articolato), ce lo portiamo dietro da ben prima dei tempi digitali.

Di fronte all’abbondanza, ai contenuti infiniti offerti dalla società digitale, la bassa risoluzione rappresenta la possibilità di rinegoziare il valore che diamo a quei contenuti. Siamo più informati, ma lo siamo a modo nostro, senza dover approfondire – o senza la necessità di voler approfondire tutto. Cediamo qualcosa in fatto di qualità, come per lo streaming di un film appena uscito al cinema, ma guadagniamo in qualcos’altro che non è per forza semplice quantità. E quindi introduci il concetto di altrove.

L’altrove, nelle mie intenzioni, è il punto centrale del ragionamento ed è – mi pare – l’unica maniera sana per immaginare il futuro digitale. Ai conservatori che rifuggono ogni cambiamento e agli entusiasti che sposano l’innovazione ad occhi chiusi andrebbe fatto osservare che spesso ciò che accade quando il mondo cambia è molto diverso da quanto avevamo temuto o sperato, e che siamo noi gli attori delle forme di quel cambiamento. L’altrove è insomma il luogo dove noi portiamo le nostre vite al netto delle paure e degli entusiasmi. Per questo occuparcene è importante.

Infatti nel libro metti più volte in guardia dall’usare parametri del “mondo prima” per giudicare le dinamiche legate alla bassa risoluzione, invitando ad avere curiosità a partire anche dalle proprie abitudini in ambito digitale. Questo è un approccio raro in Italia, e che in generale mi ricorda quello di Marshall McLuhan – un uomo ottocentesco nell’animo, studioso di letteratura, che si dedicò ai media elettrici novecenteschi traendo poesia, a volte anche un po’ ambigua, dalla loro potenza dirompente. Non solo: proprio legandola al concetto di altrove, spieghi che la scelta della bassa risoluzione ci connota come esseri umani, rappresentando quasi un rifugio dalla singolarità tecnologica tanto temuta.

Sì. Torna un po’ anche il tema dell’intelligenza delle folle in tutto questo. Non accade sempre ma talvolta scelte imposte dal sentire comune schiudono nuovi spazi di intelligenza. Gli SMS sono stati forse l’esempio più significativo in questo senso. Bassa risoluzione imposta dalle persone che travolge tutto. Nessuna compagnia telefonica ne avrebbe mai immaginato il successo mondiale. Anche Internet stessa, sviluppatasi silenziosamente a margine di territori spesso molto presidiati, ha potuto godere, almeno inizialmente, di una assenza di sistemi regolatori e di scarso interesse da parte dell’industria che l’avrebbero soffocata in culla. Spesso sono le persone che indicano la strada. Più che alle previsioni di Kurzweil credo alla possibilità di cambiare noi stessi filtrando l’innovazione con la nostra cultura precedente.

Sull’altrove, tuttavia, sei un po’ meno ottimista quando si parla di digitale in Italia. Denunci, sia pure senza stracciarti le vesti, il ritardo sul digitale soprattutto nel caso della scuola e nella scelta di favorire le connessioni mobile a scapito di quelle da rete fissa, concentrandoti poi sulle contraddizioni e sui cortocircuiti dell’autorappresentazione politica tra Internet e media tradizionali. Spieghi pure, però, che prima o poi anche in questi campi si arriverà a una mediazione, alla produzione di valore in un altrove.

La situazione italiana dal punto di vista della cultura digitale è oggettivamente molto grave. Si tratta di un tema poco considerato e diffusamente sottovalutato. Nel migliore dei casi ci si affida ad un certo determinismo tecnologico al quale io non credo troppo. Quell’idea secondo la quale la buona tecnologica schiude ogni porta. È la retorica farlocca dei cosiddetti “nativi digitali”: sarà la buona tecnologia a cambiare le nostre teste, dicono. È invece vero il contrario. In ogni caso quello della cultura digitale è un tema che non desta grandi curiosità. Non se ne occupa la politica, se ne occupa pochissimo la scuola e quasi per niente i media, i quali anzi tendono a sottolinearne da sempre gli aspetti esotici e pericolosi. Le forme di comunicazione politica degli ultimi tempi alle quali accenni sono perfettamente iscritte in questa generale incultura digitale che attraversa il nostro Paese.

Su informazione e politica racconti con molta chiarezza che il cortocircuito si è generato quando hanno avuto accesso alla possibilità di scrivere più o meno pubblicamente milioni di persone che, di fatto, non si erano mai dedicate alla lettura prima d’allora. Non parliamo ovviamente di lettura di romanzi o saggi critici, ma di una precondizione: la capacità di leggere e interpretare un testo, percepirne il tono giusto, ecc. (ne parla anche Giorgio Fontana in un articolo molto interessante). Insomma, queste persone si sono trovate a essere, anche involontariamente, e spesso loro malgrado, dei mediatori culturali. Il che ha mandato un po’ tutti a gambe all’aria.

Io su questo vorrei restare ottimista. Sui temi dell’analfabetismo funzionale e dei famosi strali di De Mauro al riguardo trovo che servirebbe qualche cautela in più. Un po’ come sul tema dei bias di conferma: fino a ieri sembrava che in rete fossimo chiusi dentro bolle molto angoscianti che isolavano i nostri punti di vista in maniera inesorabile: poi piano piano viene fuori che semmai è vero il contrario. Per il resto non sono spaventato dal microfono improvvisamente in mano a milioni di persone. E se oggi capita che gli effetti di un simile rumore di fondo possono spaventarci, continuo a immaginare il nostro come un periodo di transizione nel quale, come spesso accade con la tecnologia, a strumenti potentissimi si contrappone una capacità di utilizzarli ancora iniziale e grossolana. Sto con le parole del rabbino Schachter-Shalomi (citato da Kevin Kelly in un suo vecchio libro) che dall’alto del suo cognome impronunciabile diceva che “il bene che c’è nel mondo supera il male, ma non di molto”.

Pur ottimisti, però, abbiamo comunque uno scollamento tra un prima e un dopo, e poi uno sprofondamento, una degradazione che è anche sociale, oltre che tecnica. Nel libro citi le parole del padre di Robinson Crusoe, che invitava il figlio a non partire per le sue avventure e a godersi invece gli agi della borghesia. Oggi quella classe è un buco nero, una classe informe che spesso non ha memoria né capacità di mettere in relazione eventi, tendenze, fatti che accomunano e connettono gli umani nei millenni. Tu ci provi, nel libro, a raccontare che I sillabari di Parise erano dei tweet ante litteram, e che il dinosauro di Termini era un elegante link tra passato e presente. Voglio comunque chiederti quanto questo sprofondamento sociale e il conseguente smarrimento di strumenti interpretativi portino invece a subirla, la bassa risoluzione.

Dell’inizio di Robinson Crusoe mi ha sempre colpito questa idea di freschezza e di cambiamento che giustamente Defoe lega alla giovinezza di Robinson. Quella secondo la quale, magari contro ogni logica e protezione, poi si parte comunque. Forse un tempo era una piccola rivolta contro il paradigma borghese, oggi magari si è trasformata in una necessità. Ma quel levare le ancore è anche oggi l’unica maniera che abbiamo per reagire, per non ritrovarci – come scriveva Natalia Ginzburg in un suo saggio, “immobili come la pietra”. La bassa risoluzione tecnologica è in fondo una forma di reazione, imperfetta quanto si vuole, all’immobilità. Poi, come in tutte le cose, possiamo esserne attori o possiamo semplicemente subirla.

Un’ultima domanda sullo stile e sul tono di Bassa risoluzione. Nella seconda metà del libro c’è un riferimento alla definizione di leggerezza data da Italo Calvino nelle sue Lezioni americane, e in effetti mi sembra che tu ti ponga in quel solco di precisione e determinazione. Pur alternando il racconto personale all’osservazione dei fenomeni, la trattazione sulla cultura digitale alla critica d’arte, credo che su tutto domini il desiderio di chiarezza. A differenza dei tuoi tweet o di alcuni post sul tuo blog, qui non c’è mai nulla di ironico o di particolarmente sferzante, e ogni volta che puoi ricostruisci il contesto in cui un fenomeno avviene o si dispone. Ti chiedo, al di là delle ovvie differenze tra carta e digitale, se è stato un processo naturale o se hai voluto in qualche modo rendere complementare questa forma rispetto a quanto di tuo si può leggere in rete più o meno ogni giorno.

Provare ad essere chiari secondo me è un dovere, lo è sempre ma lo è in special modo dentro un formato come quello del libro, che è molto differente dai contesti aperti della scrittura digitale nei quali può sempre accadere qualcosa “dopo”. Il testo digitale può essere editato, possono arrivare commenti che lo integrino, collegamenti da altri testi simili che lo confutano o lo completano. Un libro è un oggetto chiuso e in questo – l’ho scoperto quando alla fine ho iniziato a scriverli – risiede buona parte del suo fascino. Per chi come me ha scritto vent’anni sul web fare un libro significa accettare l’idea di un progetto complessivo. Non è un caso che io abbia scritto due libri e che entrambi abbiano un primo capitolo che si chiama “Inizio” e un ultimo che si intitola “Fine”. È una specie di promemoria per me stesso. Significa: eccoci, ora siamo qui, parliamo di questo; diciamo quanto c’è da dire e poi proviamo a chiudere il cerchio. Quanto all’ironia e all’essere sferzante confesso di non farmene un vanto nemmeno su Twitter. Il fatto che in Bassa risoluzione siano ridotte al minimo è in ogni caso un po’ merito mio e un po’ anche della saggezza degli editor di Einaudi.

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Viviamo nel mondo cantato dagli Arcade Fire https://minimaetmoralia.it/musica/viviamo-nel-mondo-cantato-dagli-arcade-fire/ https://minimaetmoralia.it/musica/viviamo-nel-mondo-cantato-dagli-arcade-fire/#respond Mon, 20 Nov 2017 10:13:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=35547 Lo scandalo degli Arcade Fire ha fine nell’estate del 2017, con l’uscita di Everything Now. Non un disco, ma un evento: poco più di tre quarti d’ora di musica con attorno tutto l’universo extradiegetico di una band divenuta ormai un marchio, un brand globale.

Ma al di là dei giochetti di parole, delle trollate à la Everything New Corporation, e al di là pure del passaggio dei canadesi dalla indie Merge alla major Columbia… Che scandalo era, quello degli Arcade Fire?

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arcadefire

Why is the night so still?
Why did I take the pill…?

Lo scandalo degli Arcade Fire ha fine nell’estate del 2017, con l’uscita di Everything Now. Non un disco, ma un evento: poco più di tre quarti d’ora di musica con attorno tutto l’universo extradiegetico di una band divenuta ormai un marchio, un brand globale.

Ma al di là dei giochetti di parole, delle trollate à la Everything New Corporation, e al di là pure del passaggio dei canadesi dalla indie Merge alla major Columbia… Che scandalo era, quello degli Arcade Fire?

No-global e globalizzati

Prodotto con James Murphy (LCD Soundsystem)e Thomas Bangalter (Daft Punk), Everything Now si presenta come un ottimo disco uscito nell’epoca in cui i dischi non contano poi molto: in cui non ha molta importanza che un disco sia buono o cattivo.

Già altre band – Wilco e Radiohead, per citare due nomi importanti – avevano fatto delle loro ultime opere giusto un coagulo, un cristallizzarsi di un sound che fluiva evidentemente più libero nei live o in sala prove – o non fluiva affatto. Un atto dovuto, in ogni caso.

Pur nella brevità, Everything Now riesce a suonare ambiziosamente concettuale; licenziato sì con una major, resta indie nell’animo, non fosse altro per il fitto sottobosco di rimandi musicali che lo animano – come per alcuni film dei fratelli Coen la cui sostanza risiede, brillante e originale, soprattutto nel richiamo a frammenti d’altro cinema.

Così gli Arcade Fire del 2017 suonano dance, funky, electro, punkrock, folk, ska, rocksteady e chissà cos’altro. I vecchi fan offendono (via social), profondamente risentiti per il nuovo corso; i nuovi e i più ortodossi applaudono, aspettandosi prima o poi un disco jazz.

È per via di questa eterogeneità che il leader della band Win Butler ha gioco facile nel citare i Clash di Sandinista!; di fatto, era sufficientemente sandinista già il precedente Reflektor. In più, se nel caso dei Clash era opportuno parlare di contaminazione tra generi, in quello degli Arcade Fire siamo nel campo di una progressiva appropriazione di convenzioni e linguaggi musicali da parte di ragazzi cresciuti scaricando e ascoltando intere discografie di artisti anche molto distanti, quando non addirittura in contrapposizione tra loro, per sound e influenze.

Stiamo parlando di una generazione di nuovi ascoltatori e giovani musicisti per cui non hanno alcun senso – e non lo hanno definitivamente – vecchie dispute quasi ideologiche, anche in moda, tra punk e metallari, rapper e raver, toaster e folksinger, sia nell’ascolto che nell’accesso alla produzione musicale.

Ma torniamo allo scandalo.

Nei primi anni del Duemila, quando gli Arcade Fire debuttarono sulle scene, a più di qualcuno quella new wave stralunata e nervosa dovette sembrare una delle tante prove provate dell’inverarsi della sacra regola dei vent’anni: all’epoca, in effetti, stavano tornando – verbo da intendersi in senso quasi religioso – certi balletti anni ’80, certe madonne, certe chitarre immalinconite dai chorus…

In effetti non innovavano, i primi Arcade Fire, non fosse per i singolari innesti di fiati e archi, ma certamente dimostrarono subito di avere carattere a sufficienza da fugare ogni dubbio: non si era di fronte a banali epigoni di vecchie divinità come Bowie, Springsteen o Byrne. Un carattere che veniva fuori soprattutto nel saldarsi insieme di musica e testi, in una poetica e in una estetica via via sempre più autonome e potenti rispetto alla Trinità appena citata, e che subito – coll’album d’esordio Funeral (2004, Merge) – colpirono in pieno volto, scandalizzandoli, i primi ascoltatori di quest’allegra famiglia canadese.

La società occidentale alla canna del gas

Quasi certamente quei primi ascoltatori– la prima nicchia, si direbbe oggi – furono alcuni tra i coetanei degli Arcade Fire: ragazzi la cui adolescenza era finita col crollo delle Torri. Quello spettacolare incipit d’inizio millennio, preludio di altri bagni di sangue, lasciava intuire che la storia era tutt’altro che finita nel 1989. Di più: se davvero un altro mondo era possibile, ben presto si sarebbe rivelato profondamente diverso da quello sognato – l’utopia realizzata, quella squisitamente turbocapitalistica.

Sottratti alla scena del discorso pubblico e dunque alla luce, questi postadolescenti erano rimasti chiusi prima nella casa del padre, poi nella propria stanza e infine nel corpo – quel corpo sempre così umano e difettoso, sempre sotto il naso e tuttavia irraggiungibile.

Da lì, infinitamente contenuti nell’unico involucro ancora in circolazione –smaterializzatala musica nell’mp3 e l’eros nel porno – questi ragazzi passavano intere nottate tra bagliori egotici e sussurri di ambigui doppi digitali, immalinconiti e disforici davanti a uno specchio nero e luccicante insieme, per quanto ancora ben lontano dalla trasposizione in una serie tv distopica.

Gli Arcade Fire non solo cantavano ma erano questa marginalità, quella di una generazione per lunghi tratti condannata a un’etica escapista, per cui era più facile abitare un altrove di fantasmi che le strade della propria città. Perciò le loro canzoni erano popolate da bambini addormentati, amori segreti e impossibili, sirene della polizia, vampiri, incesti, creature fantastiche e strani vicini di casa dediti a singolari sacrifici umani – senza dimenticare Haiti, la madre perduta di Régine, prima compagna e poi moglie di Win Butler.

Mentre raccontavano per simboli e allegorie, gli Arcade Fire cercavano evidentemente un nome per l’epoca in cui si sarebbero trovati ad affrontare l’età adulta – un’epoca la cui lingua era morta,e per questo scambiava le tenebre per luce. In seguito l’avrebbero definita reflective age, età cioè di ossessioni autoriflessive e riflettori insieme – riflettori di cui gli la band era in cerca insieme ai loro coetanei.

Di fatto, i canadesi cantavano sostanzialmente la nostalgia, il desiderio di redenzione e l’attesa. Nostalgia per l’infanzia di plastica in cui erano cresciuti e desiderio di redenzione per quel passato ignominioso perché non scelto. L’attesa, invece, era tutta per il risveglio dall’adolescenza.

L’invito a svegliarsi, intenso e corale ma poco o nulla rabbioso – a differenza di quello invocato dai Rage against the machine con la loro Wake up nel 1993 – arrivava proprio da questo collettivo di pifferai magici usciti per le strade in parata come in un pittoresco corteo funebre; il funerale quello del padre, già morto, che prima o poi sarebbe stato seppellito sotto un croccante letto di foglie morte.

Cantando l’attesa, gli Arcade Fire compivano quello che è sempre un atto tanto cospiratorio quanto religioso, rivolto cioè alla rivelazione del sacro, del divino: poco importa, quando attendi, che l’Evento atteso sia l’avvento del Messia o degli alieni, la Rivoluzione, la Terza Guerra Mondiale o lo schiudersi e fiorire di corpi per lungo tempo chiusi in corpi.

Questo lo scandalo, allora: da un lato rimettere in scena il sacro, il mistero, a costo di incorrere nel kitsch, per una generazione che per educazione familiare e televisiva lo aveva espunto; da un altro cercare e trovare una propria lingua per raccontarsi e accedere così a un’altra dimensione poetica ed estetica. Un codice musicale – ancora più intenso in Neon Bible (2007, Merge) –composto di cori, fiati, organi a canne e poderose cavalcate gotiche, che trovava un contraltare, a livello verbale, in un universo simbolico tutt’altro che didascalico, anzi devoto a una fittissima stratificazione di rimandi quasi contro-biblici.

Con questa unità di visione artistica gli Arcade Fire diedero vita a un’epica che si rivoltava contro un sistema di valori fondato su pillole per dormire, consumo e televisione – la quale continuava a rimandare l’immagine dei due aeroplani che si schiantavano sulle torri, in un raddoppiamento continuo, pornografico dell’orrore.

In un certo senso già classici– o comunque contemporanei senza i tic dell’attualità – gli Arcade Fire di Funeral e Neon Bible respingevano così il banchettare depressi e ironici sul cadavere dell’assurdità coeva per prendere invece parte al gioco seriamente coinvolti, nell’intensità della condivisione, della musica suonata come esperienza rituale, collettiva.

Così anche dal vivo: nel mondo rimpicciolito da Internet e dai voli low cost, in cui le periferie diventavano centri diffusi e provvisori, gli Arcade Fire radunavano torme di coetanei sia nei loro concerti che per le strade di città non ancora ridotte in trincee urbane, dando così l’impressione (questa sì utopica) che bastasse suonare una nota su uno xilofono o battere il tamburo con loro per aggiungersi a quella liturgia di ribelli spiritici; i quali, anche visti da vicino, sembravano cantare da un punto indefinito dello spaziotempo, come già morti a sé stessi perché più saggia e credibile potesse apparire la possibilità di sollevarsi.

La sollevazione, in effetti, non ci fu: arrivarono invece altri due dischi, The suburbs (2010, Merge, inaspettato vincitore ai Brit Awards e soprattutto ai Grammy l’anno successivo) e il già citato Reflektor (2013, Merge e Mercury Records); due opere struggenti e intense, ancora cariche di candore rivoluzionario e luce raccontata dall’ombra, che però iniziavano a testimoniare anche lo sgretolarsi della lingua specifica, dunque della poetica della band.

Per chi era attratto dalla profezia o dalle maledizioni – e il pubblico degli Arcade Fire, per quanto in espansione rispetto alla prima nicchia, non poteva non esserlo – l’universo simbolico, l’immaginario tutt’altro che didascalico dei primi due album c’era ancora: guerre suburbane, città presidiate dall’esercito, vivi che ballano coi morti, dialogo fitto e carnevalesco con un inframondo tanto mitico quanto esotico e tecnologico – il tutto in un mondo che fuori da quei dischi doveva ancora conoscere il furore del terrorismo diffuso e delle ideologie nazionaliste, l’asfissia delle gated community e del controllo di massa…

Da un punto di vista musicale,sia The suburbs che Reflektor erano però dischi lunghi, variopinti, a tratti addirittura creoli. Il già citato e naturale abbattimento delle barriere ideologico-musicali iniziava a sostanziarsi nell’allargamento al dub, al rock più barocco, all’elettronica e alla musica popolare centro e sudamericana. Chi si aspettava finalmente l’innovazione, il disco che avrebbe dovuto cambiare il paradigma musicale (un po’ come accaduto ai Radiohead con Kid A) trovò, soprattutto con Reflektor, un’opera che invitava semplicemente a danzare – sia pure da una prospettiva sempre notturna, mitica, eretica, in ogni caso tutt’altro che edonistica rispetto agli inviti ricevuti dai Daft Punk, da Pharrell & Robin Thicke o peggio ancora con gli Harlem Shake casalinghi di quegli anni.

Le stesse aspettative della critica riservate ai canadesi rivelavano però ancora un altro aspetto della faccenda: da adulti, senza quasi accorgersene, gli Arcade Fire si erano trovati catapultati dall’altra parte dello specchio, finalmente avvolti nella luce di quei riflettori inseguiti a lungo.

Se già da qualche anno suonavano con le divinità di cui si erano nutriti (gli stessi Bowie, Byrne e Springsteen tra gli altri), ispirandone altre ancora (Coldplay), adesso cantavano per Obama e venivano prodotti dal guru James Murphy – adesso,insomma, andavano tramutandosi a loro volta nell’oggetto dell’attesa spasmodica, quasi religiosa di una platea globale; di conseguenza, l’universo extradiegetico non era più soltanto un cosmo di rimandi poetici e allegorici, ma anche lo stesso jet set colorato e divertente – e lo era, divertente, specie nell’annuncio di Reflektor –, il fluire ininterrotto di dress code, secret show, alleanze strategiche con grandi corporation (ben prima di Apple e Columbia ci fu Google) e apparizioni televisive.

A questo punto, la profezia realizzata pareva essere invece quella di Lester Bangs, il critico musicale che raccontò proprio il passaggio dei Clash dall’altra parte dello specchio. Anche in quel caso fu in larga parte bypassato il momento puramente rivoluzionario: dalle cospirazioni e dai soundsystem di Brixton si approdò direttamente ai passaggi radiofonici e ai manifesti politici in contraddizione – soprattutto per quell’epoca, tutt’altro che smaliziata – con lo stile di vita da rockstar. (Non c’è qui lo spazio per raccontarlo in dettaglio, ma si vadano a recuperare le pagine in cui il moralista Bangs – e lo era, moralista, per quanto brillante – raccontava anche il mutare del rapporto tra Joe Strummer e i singoli fan alla fine dei concerti, gli episodi sgradevoli cui assistette.)

In sostanza, per Lester Bangs quel passaggio coincideva con l’inizio della discesa dai grandi spazi aperti del rock degli anni ’60 all’inferno individuale ed edonistico dei club e dunque degli anni ’80, come forse aveva involontariamente raccontato una canzone come Nightclubbing, a cura degli zombie – stando al testo – Bowie e Iggy Pop, altre divinità che Bangs aveva seguito e raccontato da vicino.

Avvistata un’altra Torre

A questo punto, il parallelo tra i Clash e gli Arcade Fire sembrerebbe reggere almeno in un punto (e ben al di là di Sandinista!). Ma l’intensità di una profezia si misura anche a partire dalla possibilità che questa centri solo in parte il bersaglio.

Se difficilmente Lester Bangs avrebbe potuto vedere Napster, così gli Arcade Fire non avrebbero mai potuto immaginare che le città sarebbero state davvero presidiate dall’esercito o da blocchi di cemento eretti come bassi monumenti del terrore, o ancora che la distopia sarebbe diventata la nostra comune, quotidiana utopia – in quanto utopia e metafisica della macchina; mai i canadesi avrebbero potuto immaginare l’evoluzione della religione televisiva in quella ben più diffusa e quasi esoterica delle grandi corporation,e neppure il conseguente controllo e sottoposizione di ogni nostro pensiero alla predizione e all’eugenetica digitale dei big data; mai e poi mai avrebbero potuto evocare la sovrapposizione dell’attesa per l’Evento, di ogni evento, col clamoroso ritorno della paura della Bomba.

Mai avrebbero potuto prevedere gli Arcade Fire, insomma, che il mondo da loro cantato sarebbe arrivato in una forma se vogliamo ancora più evoluta e tecnologicamente raffinata, peraltro proprio nel momento in cui a loro sarebbe finalmente toccato di metter piede nella Babilonia dell’industria musicale.

E nel frattempo, proprio lì sulla Torre, ecco pure l’effettivo avvento della Babele di lingue e convenzioni, ecco mescolarsi su un terreno ormai indistinguibile mainstream e underground, ecco la musica fuori dalla musica, l’universo extradiegetico di influencer, visualizzazioni, artisti-meme, secondary ticketing e concerti in cui si sta stipati come polli da batteria.

Ecco l’effimero, inconsistente sottoporre un’opera nuova al pubblico fomentato da un hype continuo,ecco pure– allargando il campo – l’impossibilità di essere figure pubbliche in un simile contesto di idolatrie e fondamentalismi,in cui orizzontalità e disintermediazione diventano lo scannatoio, il panem et circenses lasciato a una base tanto di elettori quanto di fan – ortodossi o hater, fa lo stesso.

Non si tratta qui di giocare a fare gli apocalittici circa le sorti dell’umanità – ogni generazione sogna di vivere nell’ultima ora per poi scoprire, un po’ delusa, che era la penultima – o anche solo degli Arcade Fire. Ma è soprattutto alla luce della percezione di questa sorta di imprevedibile slittamento verso la fine (o persistente assenza di un nuovo inizio) che il breve, ben prodotto e concettuale Everything Now risulta per nulla scandaloso, anzi in linea con lo spirito del tempo in cui viene prodotto. Proprio a partire dall’universo fuori dal disco.

Nel web delle fake news (e soprattutto delle fake fake news) appare assolutamente inflazionata la trollata social della finta corporation che gestisce i contenuti infiniti degli Arcade Fire; e lo è pure il riferimento all’ambiguo Infinite content, più un claim pubblicitario da tour promozionale – cosa che effettivamente è – che il tema che proprio l’allegra famiglia canadese aveva raccontato con intensità e senza alcuna didascalia in passato. Lo stesso riesumare il robottino Emiglio in un video su Facebook non fa che plastificare e neutralizzare la struggente nostalgia per l’infanzia dei precedenti lavori.

Così, anche la concettosità musicale e tematica si scopre quantomeno sospetta: se la traccia d’apertura, l’eponima Everything Now, riprende vecchi motivi cari alla band– il ritorno nel nero, il rapporto tra il misero presente e un desiderio che resta assoluto – è vero pure che li rovescia nel loro contrario; più che come un’eco degli ABBA, suona soprattutto pubblicitario, per quanto avvolgente (o proprio perché avvolgente), il coro dei fan campionato in un precedente live – ricordate l’impressione di unirsi, per strada, al collettivo musicale? – e così pure l’incorporamento del flauto di Francis Bebey, che qui pare già pronto per fare da jingle nella pubblicità di una nota compagnia telefonica il cui motto era, non a caso: la vita è ora.

Certo, quando dall’electro hard Creature comfort apprendiamo di una fan che passa tutto il giorno davanti allo specchio (ancora lui) in attesa di feedback sul suo corpo,e che per di più ha tentato il suicidio ascoltando your first record, potrebbe anche sembrare che siamo ancora lì, a rimestare nei desideri inespressi di una generazione che tuttora invoca in preghiera: “Dio,rendimi famoso/o almeno fa’ che non sia doloroso”. Ma sappiamo, per tutto quello che abbiamo detto, che a cantare adesso sono dei coetanei (o dei fratelli maggiori) affermati e attesi da quella ragazza, degli ex vicini di casa che ce l’hanno fatta, come si suol dire, per cui in quel racconto non possiamo non avvertire un che di cinico – specie se pensiamo al corpo-gabbia di My body is a cage (da Neon Bible) o al sacrificio di Euridice raccontato in Reflektor, al suono terribile dell’impatto del suo corpo sull’asfalto.

Il rischio, a questo punto, è di scivolare nella solita retorica della critica a una band banalmente svenduta, di risultare tra quei kool kids stucked in the past messi alla berlina con ironia nella pur divertente Signs of love. Ma è un rischio che va corso, almeno per un momento: perché il punto è che in quel passato la musica degli Arcade Fire non suggeriva affatto il suicidio, ma al contrario dava conforto, l’energia per andare avanti – non solo ascoltandola, ma anche ballandola, già all’epoca, o suonandola in un garage con degli amici.

La questione è tecnica, insomma: all’appropriazione delle convenzioni musicali novecentesche è seguito lo sbriciolamento della poetica degli Arcade Fire. All’epica di un racconto e di una visione, in grado di trascendere la depressione e il cinismo che pure l’avevano prodotta, sono stati sostituiti i codici e le procedure di un mondo che fatalmente è quel che è; l’iterazione e la giustificazione dell’ovvio, dell’esistente,diventa così una questione di pura forma, di sopravvivenza artistica.

L’impressione, insomma, è che in Everything Now gli Arcade Fire abbiano finito col trollare e neutralizzare soprattutto sé stessi, prima ancora che i fan. Ma ascoltato in quest’ottica, Everything Now ci dice qualcosa in più, permettendoci così di andare oltre le divisioni tra fan risentiti/ortodossi e soprattutto oltre la retorica della band banalmente tramutata in brand, che ha perso la purezza delle origini.

Se il disco continua a suonare concettuale e per nulla scandaloso, risulta anche l’opera forse più involontariamente disperata dell’allegra famiglia canadese: proprio perché di fatto testimonia l’impossibilità della redenzione da un passato di plastica quanto della ribellione all’assurdità postmoderna;soprattutto perché adesso, lassù sulla Torre,la famiglia sembra molto sola.

Se sei solo, non puoi che cantare te stesso. Se sei solo, fa paura lo scandalo di essere autenticamente sé stessi mentre il mondo attorno di continuo urla, sbraita, sgomita, soprattutto se essere te stesso conduce al rischio dell’inconsistenza, della replicabilità e della sostituibilità infinita da parte di chi è in fila dopo di te: se non ti piace il nuovo disco degli Arcade Fire puoi sempre ascoltarne un altro e poi un altro ancora; è necessario insistere su Creature comfort, sul suo cinismo – negato da Win Butler sui suoi canali social, che forse dicono di Everything Now più di quanto non faccia il disco in sé – e quel cinismo è proprio questo: una forma, nichilista e autoreferenziale, di autodifesa dall’inconsistenza della sostituibilità infinita, dall’assenza di senso che ne consegue.

Ascoltato perciò nell’ottica della sopravvivenza artistica, e dunque di quella cosa terribile, inaccettabile e indicibile che è oggi il fallimento, Everything Now assume la forza di un documento importante, che racconta bene cos’è il diventare adulti nel mondo in parte già cantato dagli Arcade Fire; la loro solitudine, adesso oggettivamente lontana da quella di chi scrive questo pezzo o di chi lo legge, ha in comune con questa e con la vostra l’asprezza del mondo raddoppiato in cui si propaga. La potenziale inconsistenza degli Arcade Fire in quanto figure pubbliche attese in un mondo di luce infinita – se la luce è ovunque, dov’è la tenebra? – in fondo è anche la mia, e non solo perché i social o queste righe trasformano anche me in una figura pubblica, benché per qualche minuto appena: essere fisicamente cancellati mentre si resta in giro in forma digitale è la prospettiva più comune per ognuno di noi nella competizione – forse apparente, ma certamente durissima – tra pari.

In questo tentativo di autodifesa, la canzone più disperata dell’intero disco non può che essere allora Put your money on me: raffinata cavalcata su un mind game amoroso, è forse metafora di ben altre e più accorate invocazioni a scommettere; senza tirare in ballo Pascal, la sua scommessa divina o la Silicon Valley pure citata nel testo, nell’infinito inseguirsi di maggiore e minore del ritornello c’è dell’epica, un misterioso allarme corale lanciato non solo per sopravvivere, ma per toccare il cuore di chi ascolta questa preghiera un po’ sbruffona e romantica.

Il futuro

Per molti degli ascoltatori (o ex ascoltatori) degli Arcade Fire, il futuro resta tuttora un’incognita, chiuso a doppia mandata nel passato. Per molti versi è simile a Euridice: tentati di voltarci per guardarlo in faccia e riabbracciarlo, ci troviamo invece a vederlo restare sempre indietro, sempre morto oppure riassorbito, con lo stesso Orfeo, nel freddo marmo del presente di una scultura di Rodin.

Allora dove porre lo sguardo, per capire dove potrà andare quantomeno lei, l’allegra famiglia canadese, in futuro?

Forse sarebbe opportuno guardare altrove, in un altro punto dello spaziotempo. In questo senso può aiutarci il finale del controverso documentario Miroir Noir (2008) affidato al regista Vincent Moon (poi “sollevato dall’incarico”). Dopo aver raccontato le scorribande degli Arcade Fire a cavallo tra Funeral e Neon Bible, il film – claustrofobico, punk, disturbato e liberatorio insieme– termina con una scena particolarmente toccante.

A notte fonda, Win e sua moglie Régine spuntano dal nulla nelle strade di una Parigi deserta. Si corrono incontro e si abbracciano, come se fossero arrivati lì dopo una grande impresa oppure uno spavento terrificante, sconosciuto. La scena ci commuove: ma non sappiamo perché. Quello che è successo prima, che pure il documentario ha raccontato (concerti, produzione del disco, lunghe prove, eccetera) spiega solo in parte la bellezza di quell’incontro: da dove sono sbucati quei due? Perché si abbracciano in quel modo, come se avessero scoperto di amarsi proprio in quel preciso momento?

Come al solito con gli Arcade Fire, possiamo optare per una risposta fattuale, evidente, oppure per un’altra più suggestiva: se da un lato è facile pensare all’impresa e alla fatica che poteva rappresentare produrre un disco come Neon Bible, da un altro, tornando alle profezie, si può supporre lo spavento per un attentato terroristico – il Bataclan? – all’epoca ancora da venire.

Ma forse in questo caso si tratta di qualcosa di molto più semplice, che ci risulta complicato mettere a fuoco per via di uno sguardo fin troppo abituato alla dissimulazione: forse quell’abbraccio è un puro atto d’amore che segue a uno scarto nell’ombra, per un attimo fuori dalla luce che tutto avvolge e fa scomparire accecandoci; un atto d’amore del tutto umano che non ha bisogno della parafrasi o della parodia di se stesso, e perciò non ha paura di essere spiato, controllato, irriso dall’alto o tra pari. Un abbraccio che è quel che è, ma è molto altro ancora – a patto di volerci credere.

Ecco cosa si può ancora chiedere agli Arcade Fire, allora: un altro scarto, un altro viaggio nell’ombra.

***

(Questo articolo non sarebbe stato possibile senza l’incredibile lavoro fatto da Fernando Rennis su Sentireascoltare, lavoro che consiglio di leggere per approfondire il mondo degli Arcade Fire;e poi senza il contributo, più o meno volontario, di Roberto Calasso, Guido Ceronetti,  John Berger, e ancora di Mariateresa, Francesco, Michele e Pierpaolo. Il titolo è invece una citazione da quest’altro articolo di Nicola Lagioia.)

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Contrada Tripoli 2011-2017 – Arrivederci su Tatooine https://minimaetmoralia.it/reportage/contrada-tripoli-2011-2017-arrivederci-tatooine/ https://minimaetmoralia.it/reportage/contrada-tripoli-2011-2017-arrivederci-tatooine/#respond Wed, 12 Jul 2017 06:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=34764 di Marco MontanaroGabriele Fanelli

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo,per vedere cosa resta di quell’esperienza. Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico.

* * * *

Capita a certi spiriti inquieti, o anche solo avventurosi. Lo sguardo coglie un particolare, meglio se insignificante – un coagulo di saliva nell’angolo della bocca, dei riccioli neri che si arruffano lunghi sulla nuca – e la realtà si rovescia nel suo contrario, nel mondo di sotto.

Il dettaglio che svela l’assurdo, insomma, e che in un certo senso nobilita o anche solo distrae la maggioranza di noi, costretta in vite ordinarie.

Capita più raramente, di contro, che tutto il contesto si faccia straordinario. Senza alcun preavviso. Ci troviamo a vivere un’avventura, tanto più intensa quanto circoscritta nel tempo – ed è allora che i dettagli, quegli stessi banali dettagli che in genere rivelano l’assurdo, ci ancorano adesso a uno spaziotempo ordinario, lo stesso cui poi, finito l’evento straordinario, faremo ritorno.

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di Marco MontanaroGabriele Fanelli

Nel marzo 2011, tra le provincie di Brindisi e Taranto fu messa in piedi la cosiddetta Tendopoli di Manduria: si trattava di un non meglio specificato Centro di Accoglienza e Identificazione che avrebbe poi ospitato, per tutta quella primavera, migliaia di migranti (per lo più tunisini sbarcati a Lampedusa dalla Libia).

Qualche mese fa siamo tornati nell’area militare – ironia della sorte, ubicata in una contrada chiamata proprio “Tripoli” – dove fu improvvisato il campo,per vedere cosa resta di quell’esperienza. Ne è venuto fuori un reportage piuttosto onirico.

* * * *

Capita a certi spiriti inquieti, o anche solo avventurosi. Lo sguardo coglie un particolare, meglio se insignificante – un coagulo di saliva nell’angolo della bocca, dei riccioli neri che si arruffano lunghi sulla nuca – e la realtà si rovescia nel suo contrario, nel mondo di sotto.

Il dettaglio che svela l’assurdo, insomma, e che in un certo senso nobilita o anche solo distrae la maggioranza di noi, costretta in vite ordinarie.

Capita più raramente, di contro, che tutto il contesto si faccia straordinario. Senza alcun preavviso. Ci troviamo a vivere un’avventura, tanto più intensa quanto circoscritta nel tempo – ed è allora che i dettagli, quegli stessi banali dettagli che in genere rivelano l’assurdo, ci ancorano adesso a uno spaziotempo ordinario, lo stesso cui poi, finito l’evento straordinario, faremo ritorno.

contrada tripoli 1

Allo stesso modo, nel ricordo delle straordinarie giornate di primavera del 2011, tutto prende l’aria di un raddoppiamento. Non solo le nostre azioni. Anche noi – i noi attuali –non siamo che il doppio sbiadito di ciò che fummo e agimmo allora.

Chi sono io adesso, mentre osservo il quadrante di un orologio abbandonato tra le sterpaglie di questa campagna grigliata a morte dal sole? Chi ero io nel marzo 2011, mentre compilavo i ticket per la mensa della tendopoli coi colleghi, in ufficio?

Per riempire i badge usavamo nomi fittizi, nomi “da tunisini”. Alì e Mohamed i più gettonati. Loro non erano ancora sbarcati, li attendevamo come si attende un esercito di messia con le scarpe bucate.

Avrei compiuto ventinove anni il sabato dell’arrivo, da qualche mese lavoravo per chi avrebbe gestito le tende – assunto per occuparmi di comunicazione, proprio come M in Libia– i miei colleghi mediatori pronti all’accoglienza nel campo improvvisato tra scheletri di vecchi casermoni di tufo e arenaria.

Chi ero io nei pomeriggi successivi, quando, chiusi gli uffici, andavamo a parlare con loro, a offrirgli denaro e passaggi in auto verso la vicina Oria?

La strada – “lunga come una fucilata”, la definì il soldato Luciano Bianciardi, di contrabbando da queste parti nel 1943– era la stessa che percorriamo tuttora d’estate, verso il nostro bel mare da Maldive sulla costa jonica.

Sul lato sinistro villette da residenza estiva e distese di fotovoltaico, su quello destro una piana desertica, ingiallita dal sole che tutto secca e mobilita verso il basso, inducendo alla preghiera ma per sfinimento; più in là ancora certi crateri in cui si rifugiavano loro, in fuga dalle tende, per poi farvi ritorno a testa bassa, ricercati da poliziotti a cavallo, o scomparire tra gli ulivi.

(Uno ci morì, su quella strada. Investito da un’auto, di notte. Chi era, dov’è sepolto?)

A proposito di deserti. Parlando con M venne fuori che era nato sul pianeta Tatooine. Lo stesso di Luke Skywalker. O almeno questa fu la mia interpretazione – nel ricorsivo rincorrersi di dettagli ordinari che si incurvano in altri anelli sempre più insoliti – della sua provenienza geografica; in effetti Tatawin, nel deserto tunisino, fu il set e diede il nome a una delle tante invenzioni di George Lucas all’epoca di Una nuova speranza.

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Chi sono io adesso, chi sono gli altri che si trovarono a vivere quei giorni straordinari? Fummo eroi, soccorritori, narratori, aguzzini, affaristi senza scrupoli: tutte le gradazioni dell’intensità del vivere umano – del vivere tra umani – furono percorse, esibite, a tratti urlate.

Loro presero ad alzare la voce dopo i primi giorni,quando realizzarono che non avrebbero lasciato le tende a breve come gli era stato detto: né i tunisini né, a maggior ragione, le loro versioni contraffatte, i libici, gli egiziani e gli etiopi che si erano presentati come perseguitati politici da Ben Ali.

Del resto chi erano davvero, tra loro, quelli che comandavano tra le tende: poliziotti di Ben Ali o ladri e assassini evasi dalle prigioni del dittatore?

Chi sono io adesso, un abbondante lustro dopo, mentre con Gabriele frughiamo nel raddoppiamento fantasma di quell’invenzione giuridica?

Gli oggetti d’uso quotidiano, il manico di un coltello, quel che resta di un orologio o di una camicia di flanella, persino il proiettile – dato il nostro avventurarci in quella che resta comunque una zona militare: tutti questi dettagli riportano, come artefatti magici, alle tende blu-oceano ordinate tra recinzioni metalliche, alla polizia tutt’attorno, ai tunisini a bordo strada che chiedono spiegazioni; ma resta così poco di quei giorni che non sapremmo neppure dire, non davvero, se questa cianfrusaglia sia appartenuta davvero a loro o se non sia l’evidenza di altre incursioni postume, illegali come la nostra.

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Chi fu davvero J, tra i primi arrivati, che il mese di permanenza se lo fece per intero? In Tunisia faceva il muratore, avrebbe fatto lo stesso in Sicilia,dal fratello. Sulle prime fu la nostra compagnia più brillante;parlava un francese disteso, non tutto smangiato come quello di M; aveva un che di Lionel Richie, quell’aspetto da seduttore mulatto. Quando gli spiegammo che era già sbarcato in Sicilia e che se n’era allontanato vacillò per la prima volta, ironizzando amaro sulle sue stesse sorti. Un mese dopo, quando fu chiaro che il campo andava smantellato e i suoi abitanti mandati via, J non ragionava più. Scuoteva la testa, bofonchiava in una lingua tutta sua, non più intellegibile. Intuimmo che voleva partire, tentando l’incoerente ritorno verso la Sicilia, ma non aveva soldi a sufficienza.

Glieli prestammo. Colletta, venti euro ciascuno. Non avrebbe comunque ripulito il fegato dalla busta paga più alta mai goduta in vita mia.

Chi erano davvero gli italiani di allora? I giornalisti, gli abitanti di Oria e Manduria, e poi il redneck T, irsuto e abbrustolito dal sole bracciante, che arrivò con l’idea di catturare gli abitanti della tendopoli per farne operai invisibili sui suoi campi, e che poi – così va la vita non mediatica – si arrese all’idea di aiutarli a partire, clandestini o meno che fossero, portandoli in stazione.

contrada tripoli 14

Oppure il vecchio signor Chirivì – il suo nome voglio scriverlo per intero perché adesso davvero potrebbe essersene andato di là, nel suo proprio, eterno raddoppio – il vecchio Chirivì e le sue filippiche contro gli immigrati urlate nelle telecamere del TG3 e che alla fine, in quel ritrovarci quotidiano come in una pasquetta infinita, volle prendere con sé due minori-non-accompagnati per accudirli.

Gli fu impedito da una giornalista: gli spiegò che quello sì, sarebbe stato illegale.

Minore-non-accompagnato, richiedente-asilo, migrante (ma anche giornalista, mediatore, redneck e così via): la burocrazia pure è un raddoppio, amorale e commestibile per l’organismo statale, uno stomaco di ferro e cavi elettrici che tutto trangugia per digerirlo altrove, il più lontano possibile; quei giorni di pasquetta e di canti harragas in cui tutto suonava insieme, tamburelli percossi tra gli ulivi come fossero djembe, un orecchio sempre teso verso Ventimiglia bloccata, verso la Francia dove tutti – escluso M – volevano andare; dove lo Stato italiano avrebbe voluto digerire, espellere tutta quella folla.

contrada tripoli 15

Diceva M che il mio nome in arabo significa mare (mentiva, per amicizia); in Libia, nell’agenzia di comunicazione dove lavorava, guadagnava bene. A Oria ci sarebbe rimasto volentieri, non fosse stato per quel caffè in piazza Lorch servito in bicchierini di plastica come ai tossici e per quei cartelli in arabo che invitavano gli ospiti a non dimorare al tavolo per più di quindici minuti.

Una sera lo vidi partire, verso Bologna, in una macchina lunga e scura guidata da un italiano del posto.

Così noi mastichiamo tutto questo – ma cos’è tutto questo? Una nuova, indicibile Shoah? – ogni giorno. Ma non lo digeriamo ancora. Abbiamo bisogno di tempo, per mandar giù una storia come questa.

Allora tornare in questi luoghi è utile come rivoltare un calzino. Ma quel calzino non lo indossa più nessuno.

Noi no, non digeriamo ancora esodi e odissee contemporanee. Perché li conosciamo per frammenti. Il video di uno smartphone, la foto del piccolo A sulle rive dell’Egeo. E poi Oria-Manduria. Calais. Idomeni. Baobab. Aleppo. Lampedusa. Ventimiglia: quello che manca è il disegno generale, una mappatura coerente di questa miseria intensa, comunque felice.

Sapere che M o J sono vivi, che fine hanno fatto, se sono morti.

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Noi no, non lo vediamo, questo disegno. Ma l’Angelo della Storia, il raddoppiamento del nostro fegato – lui sì, stavolta vede tutto, in tempo reale, mentre accade, e così lo espelle, vomitandolo sulle nostre scarpe abbandonate tra stramonio e lavanda dopo un’allegra scampagnata.

(Nei mesi successivi a quel marzo-aprile 2011 ho sentito spesso il fratello di J al telefono. Mi ha raccontato che alla fine J era riuscito ad arrivare in Sicilia. Sulle prime si è ripreso. Si è messo a cercare lavoro, prima come muratore, poi uno qualsiasi. Niente. Ha iniziato a passare sempre più tempo al bar, è andato di nuovo fuori di testa. Gli mancava sua moglie, in Tunisia. Alla fine è tornato laggiù. Quanto inutile sforzo, ho pensato. Quanto a M, lo rivedo nel suo raddoppio digitale, su Skype, qualche giorno dopo l’attentato al museo del Bardo. L’ho lasciato che aveva ventiquattro anni. Adesso ne ha ventotto.È stato a Bologna, Genova, Milano. A Parigi ha fatto la guardia giurata. Poi ha provato in Germania, ma la Germania non gli è piaciuta. È tornato in Tunisia. Si è sposato. Adesso fa praticamente il pendolare tra Tunisi e Parigi, di nuovo. Lo guardo, il suo faccione franto in blocchi di pelle olivastra dai pixel della connessione instabile.Quante ne hai combinate, monami, gli dico. Aggiunge che sua moglie è incinta. Il mio francese scolastico, il suo sbrecciato, che si divora da solo. Dove sei, chiedo. Vicino Tunisi, in partenza per la Francia, ma poi torno qui per la fine della gravidanza. Vienimi a trovare, dice. Ma ci sono gli attentati, dico. Scuote la testa, a prendermi in giro.Mi mostra l’appartamento. Buio, pare una caverna in muratura, delle tende giallo piscio per infissi. Mi presenta i suoi amici. Sono tre. Mi salutano. Stanno cucinando della pasta con mezzi di fortuna. E poi dovevo venire a trovarti sul pianeta Tatawin, non a Tunisi, dico. Allora quando torno ci vediamo lì, dice M. Sorride di un’ottusità felice e sconosciuta a se stessa, che ignoro anch’io.)

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Bio

Marco Montanaro è nato nel 1982 e vive in Puglia. Ha pubblicato due romanzi e una raccolta di racconti. In passato ha fatto il benzinaio, suonato musica elettronica, organizzato piccoli festival e lavorato nell’ambito della cooperazione sociale. Attualmente si occupa di scrittura e comunicazione. Suoi pezzi e racconti sono sparsi in giro per antologie e riviste; il suo blog è malesangue.com.

Gabriele Fanelli (1986) è laureato in Filosofia. Presso l’agenzia LUZ (Milano) ha frequentato la Luz Academy. Si è occupato di fotografia di scena. Ha preso parte a workshop e seminari con Paolo Verzone, Francesco Zizola, Antonio Manta, Tony Gentile (tra gli altri). Ha partecipato alla mostra itinerante internazionale Throughwaters. Le sue foto sono state pubblicate da Modern Farmer (USA), La Gazzetta dello Sport, Erodoto108, Rivista undici e Sportweek. Ha partecipato alla mentorship del collettivo Ulixes Pictures.

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Le pire di luglio https://minimaetmoralia.it/racconti/le-pire-di-luglio/ https://minimaetmoralia.it/racconti/le-pire-di-luglio/#comments Mon, 20 Jul 2015 14:05:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=27874 Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, perse la vita Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri tra forze dell'ordine e manifestanti arrivati in città in occasione del G8.
Il racconto di Marco Montanaro parla di quei giorni, e ai tanti che da quei fatti vennero travolti.
Proprio in queste ore, in piazza Alimonda, si sta svolgendo una manifestazione in ricordo di Giuliani.

di Marco Montanaro

Il padre di E restaurava mobili antichi. Dopo la morte della moglie gli erano prese certe fisse, certi tic. A tavola aveva la sensazione che qualcuno lo toccasse sulla spalla ogni volta che mangiava carne o pesce. Smise solo col pesce.

Poi c’era la storia del viaggio, un viaggio verso un grande acquario, da fare assolutamente con E, in programma da prima che la moglie si ammalasse. Ne parlava con tutti gli amici, di continuo, raccontandone ogni dettaglio come se fosse già avvenuto.

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genovascontri

Il 20 luglio 2001, in piazza Alimonda a Genova, perse la vita Carlo Giuliani, ucciso durante gli scontri tra forze dell’ordine e manifestanti arrivati in città in occasione del G8.
Il racconto di Marco Montanaro parla di quei giorni, e ai tanti che da quei fatti vennero travolti.
Proprio in queste ore, in piazza Alimonda, si sta svolgendo una manifestazione in ricordo di Giuliani.

di Marco Montanaro

Il padre di E restaurava mobili antichi. Dopo la morte della moglie gli erano prese certe fisse, certi tic. A tavola aveva la sensazione che qualcuno lo toccasse sulla spalla ogni volta che mangiava carne o pesce. Smise solo col pesce.

Poi c’era la storia del viaggio, un viaggio verso un grande acquario, da fare assolutamente con E, in programma da prima che la moglie si ammalasse. Ne parlava con tutti gli amici, di continuo, raccontandone ogni dettaglio come se fosse già avvenuto.

Infine la fissazione per la sufficienza, la più grande trappola in cui potesse ficcarsi suo figlio. Molto sopra o molto sotto, mai nel mezzo, ripeteva il vecchio ma con calma, da buon amico più che da genitore, mentre E lo ascoltava con lo sguardo basso, senza dire niente, in attesa di quel viaggio. Ma il viaggio, come altre cose, non sarebbe arrivato. Intanto suo padre, a tavola, continuava a muoversi a scatti se si sentiva toccare, soprattutto col caldo, quando mangiava a torso nudo.

L’adolescenza di E si svolse comunque lontana da grandi passioni o disavventure, e soprattutto molto lenta, come in un ricordo d’infanzia riesumato da un anziano. Almeno fino all’estate del 2001, quando E e suo padre sarebbero finalmente dovuti partire per Genova.

Una sera di fine giugno arrivò la telefonata di un ex compagno di scuola del vecchio. Doveva essere un poliziotto o qualcosa del genere. Dopo qualche minuto di conversazione, l’uomo consigliò di anticipare o posticipare il viaggio di qualche giorno. Disse che le manifestazioni previste a Genova nella seconda metà di luglio avrebbero trasformato la città in una zona di guerra. Lo spiegò con un tono calmo, senza alcuna esasperazione, prima di riprendere a parlare d’altro come se niente fosse. Alla fine, il vecchio decise di rimandare ancora il viaggio.

In effetti, a Genova in quei giorni accadde qualcosa di terribile: un ragazzo si beccò una pallottola in pieno volto da un carabiniere; un blindato dell’Arma ne calpestò più volte il cadavere; le caserme e le scuole divennero carceri per molti dei manifestanti; furono autorizzate torture equeste torture, in un ordinario crescendo d’orrore, per lungo tempo non avrebbero conosciuto mandanti.

E e suo padre guardarono più volte i filmati dei disordini e della morte del ragazzo in televisione. Il vecchio era disgustato. Diceva che il morto assomigliava a suo figlio. Avevano grossomodo la stessa età e lo stesso taglio di capelli. Il mondo, concludeva muovendo compulsivamente la spalla sinistra, andava inesorabilmente peggiorando. (Diceva tutto questo parlando alla tv, come se E non fosse presente.)

Dal canto suo, E non si era fatto un’idea chiara sulla questione. Percepiva anche lui un vago senso di disgusto, forse addirittura di nausea, davanti al fermo immagine del suo coetaneo riverso sull’asfalto di Genova; ma c’era come un filtro di spugna, nella sua testa o chissà dove, che gli impediva di accedere concretamente al dolore che in qualche modo doveva esser racchiuso in quelle immagini.

A volte, ragionando in solitudine, di notte, E concludeva che lui e suo padre erano diversi, molto più di quanto entrambi erano disposti ad ammettere. Quella che mancava a lui era la parte storica della storia, la chiamava così, che al contrario portava suo padre a leggere le cose in un certo modo, a tratti politico, a tratti solo eroico oppure tragico.

Poco dopo, sul finire di quel luglio 2001, E vide T per la prima volta, seduta sui gradini della cattedrale. All’epoca,la ragazzina doveva avere tredici o quattordici anni. Aveva i capelli neri, molto corti, da maschietto, e l’espressione di chi, indeciso, sceglie a malincuore che è bene non sorridere agli estranei. Quando la vide, E stava passeggiando con O, un amico di qualche mese più grande che era stato rappresentante degli studenti del liceo. Secondo O, quanto accaduto a Genova avrebbe rappresentato la fica politica per quelli della loro generazione. Ad E questa definizione faceva un po’ ridere, ma non disse niente. Lasciò parlare O e continuò a pensare a T. La ragazzina sembrava così dolce. E provò allora a immaginarla in un corpo da adulta: pieno, sensuale, preciso nella sua esistenza. Concluse che prima o poi avrebbe voluto incontrare una donna del genere.

A fine agosto, E si trasferì in una città del nord per frequentare l’università. Le prime settimane le passò chiuso nella sua stanza. Mangiava ogni tre giorni, in ogni caso mai più di una volta al giorno, in un piccolo bar all’angolo della strada. Nell’appartamento con lui c’erano due fratelli albanesi. Appena iscritti a ingegneria, passavano la maggior parte del tempo a giocare con un enorme coniglio che uno dei due aveva regalato all’altro per il compleanno. Un’altra stanza, occupata da uno studente di fisica che poteva essere libico, egiziano o marocchino, restò misteriosamente vuota a metà settembre, dopo il crollo delle torri del World Trade Center a New York.

Verso metà ottobre arrivò la nuova coinquilina. Si chiamava S, studiava entomologia. Era un anno più grande di E. Dopo qualche giorno, la ragazza decise che avrebbe cucinato anche per lui. Con lei, E parlò di Genova per la prima volta. S raccontò di essersi avvicinata alla politica proprio in seguito a quello che definiva un assassinio di stato. E scoprì che S frequentava gruppi politici e collettivi universitari i cui nomi, piuttosto esotici, non aveva mai sentito nominare. Soprattutto, la ragazza frequentava solo uomini stranieri. Iraniani, maghrebini, greci, turchi, qualche francese o tedesco. Gli italiani non le piacevano. A volte, quando beveva, S diceva che non le piaceva niente, a parte il pianoforte, che aveva smesso di suonare un anno prima e che avrebbe voluto riprendere in vecchiaia. Quando tutto si sarà sistemato, diceva con un sorriso dovuto più al sonno che al vino.

Pian piano, E comprese che non sarebbe riuscito a parlare per davvero della morte di Genova neppure con S: per parte sua perché c’era ancora quel filtro spugnoso a bloccarlo;e per parte di S perché finiva sempre col prevalere la tentazione di ragionare a partire dai meccanismi più grandi che avevano portato a quell’assassinio. Così la questione prese una piega diversa. Una notte S chiese ad E di dormire nel suo letto; E ci pensò su per qualche minuto, finché lei non lo prese per mano e lo portò nella sua stanza. E seguì con diligenza tutte le direttive che S gli comunicò con gli occhi socchiusi e un labiale morbido e materno. Dopo qualche minuto, l’affanno di S, spigoloso e regolare, si sciolse in un breve orgasmo chiassoso, con cui la ragazza chiese ad E di bagnarle la pancia.

A partire dal giorno dopo, la presenza di S in casa si fece sempre più rara. Ad E sembrava di intravedere un fantasma, a tratti lucido o trasparente, che giocava a carte con gli albanesi fino a sera tardi. Fu il minore dei fratelli, ai primi di dicembre, a dire ad E che S si era trasferita in Francia con un amico iraniano.

Per qualche giorno, E tornò alla sua vita prima dell’arrivo di S. Pensava ancora a Genova, al cadavere del ragazzo, alla fica politica per quelli della sua generazione. Nella sua testa cominciava a prendere corpo la tesi dell’assassinio di stato, anche se non sapeva da parte di chi. Quanto a quello che ancora non sapeva delle donne, E tornò a pensarci un giorno di metà gennaio, in un bagno dell’università, mentre la giovane assistente di un professore di lettere glielo teneva in bocca con estrema calma e gli occhi ben chiusi. Poco prima di Natale, E aveva deciso di frequentare le lezioni, e in un modo o nell’altro doveva aver attirato l’attenzione di M, che più che l’assistente di un vecchio critico letterario aveva in mente di fare la scrittrice.

A un certo punto, mentre E stava per venire, la testa della ragazza aveva cominciato a emanare una strana forma di calore da fin sotto i capelli, crespi e folti come quelli di un’africana. Quando ebbero finito, M disse ad E che lo trovava molto delicato e che avrebbe voluto rivederlo per sentirlo dentro, più forte.

E si trasferì a casa di M per un paio di settimane. Passavano il tempo a bere e a parlare di romanzieri, vivi o morti, che E non aveva mai sentito nominare prima d’allora, un po’ come per i collettivi universitari frequentati da S. Secondo M, un bravo scrittore doveva essere in grado di scrivere già in vita con voce da morto, se sperava di produrre letteratura o quantomeno una certa tensione verso la letteratura. A lei però sembravano tutti fin troppo vivi, incluso il suo professore. In ogni caso, diceva come in un’ammonizione a se stessa prima che a E, a me interessa soprattutto innescare la rappresentazione, capire fin dove le persone sono disposte a spingersi pur di credere a qualcosa. Ogni tanto, mentre la ragazza parlava, E ripensava alle parole del suo amico O sulla fica politica, cercando invano di capire se fossero parole da vivo o da morto.

Una sera, M si lasciò andare a una confidenza. Raccontò che l’unico uomo che le fosse mai venuto dentro era stato proprio il suo professore. Lo disse scherzando, con gli occhi semichiusi a fessura e la mano davanti alla piccola bocca, come se parlasse di un’amica, un’amica intima lasciata a invecchiare da sola in una vita parallela. E disse che avrebbe voluto farlo anche lui. M chiese se stesse dicendo sul serio. E insistette. La ragazza si voltò, si inginocchiò e inarcò la schiena. Dopo averlo accolto, chiese ad E di sparire.

Ancora una volta, E tornò nella sua stanza. Di tanto in tanto si sentiva al telefono con suo padre. Nel corso di una telefonata piuttosto lunga, il vecchio gli raccontò che al paese c’era stata un’alluvione. La bottega era sottosopra, anche se poteva andar peggio. Gli chiese di tornare a dare una mano. E inventò una scusa e restò in città e la città, come nella celebre poesia di Geōrgios Tzetzadis, continuò a respingerlo a volte come un esule, altre come un turista. In ogni caso, tutto, in quei giorni, rimandava alle facce infinite di un prisma cupo e inconoscibile. Allora E ripensava a sua madre, ma in modo blando, come si rievoca un ricordo piacevole perché in fondo ormai compiuto. E così era anche per il viaggio a Genova, dal momento che nella sua testa era come se alla fine ci fosse stato. Una di quelle gite fatte controvoglia, per accontentare qualcuno, che si dimenticano in fretta, senza dolore, col passare del tempo. Il tempo, intanto, lo costringeva a una sola conclusione: l’unica donna che lo avesse tenuto dentro, dentro fino in fondo, gli aveva chiesto di sfumare proprio come i poeti e gli scrittori di cui avevano parlato insieme, per notti intere.

Al paese, E tornava comunque in estate o per Natale. In quelle occasioni rivedeva qualche vecchio amico, partito come lui per cercar fortuna altrove. In genere non avevano molto da dirsi, a parte i nomi delle rispettive destinazioni, italiane o straniere che fossero; O, ad esempio, era finito in Baviera, a Deggendorf, nella gelateria di un vecchio zio. Con quel lavoretto, O si pagava gli studi in conservatorio. Motivo per cuitornava poco o niente. Ogni tanto, E aveva comunque la certezza che prima o poi si sarebbero incontrati e avrebbero finalmente parlato di Genova e di tutto quello che era successo dopo.

Nel frattempo, coi fondi stanziati per i danni dell’alluvione, il padre di E aveva preso un locale più grande e aveva messo su un ingrosso d’arredamento. In generale, il vecchio non parlava granché, limitandosi a chiedere ad E come andassero gli esami. E sapeva di poter mentire, ma non lo faceva. Aveva l’impressione di maneggiare un oggetto sempre più fragile. Quanto più sentiva di poter mettere una certa distanza tra lui e suo padre, tanto meno cedeva alla tentazione di farlo. Per cui, quando il vecchio gli chiese di dargli una mano con l’ingrosso, E disse che ne avrebbero riparlato dopo la laurea.

Quanto a T, in quegli anni E la incontrò un paio di volte. Una sera ci fu una rissa davanti a un baretto dalle parti della cattedrale. Alla fine c’era un ragazzo per terra con una ferita da taglio sul petto. Più in là, in disparte, T piangeva abbracciata a un’amica. E pensò che quello fosse il primo atto di confidenza verso il mondo da parte sua. Concluse che comunque la cosa non lo riguardava.

Qualche giorno dopo, prima di ripartire, E andò davanti al liceo frequentato da T. Quando la vide tra gli altri studenti, all’uscita,non trovò il coraggio di farsi avanti.

In città, E cominciò a frequentare scrittori, musicisti, attivisti politici, linguisti, filosofi, psicologi e sociologi. A volte riceveva dei compensi per scrivere degli articoli che uscivano su riviste specializzate a nome di queste persone. Così, per un certo periodo, E poté permettersi un appartamento tutto suo, dove quegli strani personaggi simili a fantasmi andavano a trovarlo per fare due chiacchiere. Discutevano con lui di Jacques Lacan, Philip Roth o Wolfgang Pauli come se si trattasse delle ultime cose buone accadute su questo pianeta. In un certo senso si trattava di feste, in un certo senso E sentiva di essere il festeggiato. Era solo un po’ dispiaciuto quando realizzava che nei suoi fantasmi non sopravviveva alcun ricordo dei giorni di Genova, quanto l’indignazione per quello che era successo allora; anche nel caso di chi aveva preso parte alle manifestazioni, quella nostalgia veniva comunque rosicchiata da quanto accaduto in seguito a New York.

Se capitava che tra quei fantasmi ci fosse qualche ragazza, E era felice. Dopo aver fatto l’amore, finiva anche lui per dimenticarsi di Genova, di quello che ancora non sapeva delle donne. Allora metteva a fuoco, sovrapponendoli alle macchie d’intonaco sul soffitto come in certi ritratti di Schiele, i volti e soprattutto i discorsi che aveva sentito dai suoi ospiti: dalle teorie sulla tecnologia come una sorta di nuova natura matrigna e indifferente, fino a quelle sul fascismo come stato mentale, prima ancora che evento storico o politico. In particolare, l’uomo che aveva esposto questa teoria, un sociologo a detta di tutti intellettualmente molto pigro, aveva spiegato, con tono sospettoso e irrisorio, di aver scovato più fascisti tra i suoi amici che tra i suoi nemici.

Allora E aveva concluso che non aveva ancora trovato dei veri nemici, e che questo fosse imperdonabile.

A un certo punto, E decise di chiudersi nuovamente in casa. Ignorò il telefono, che si trattasse di suo padre o dei suoi fantasmi. Era stanco di frequentarli (o di esserne frequentato). In fondo, gli scrittori non facevano che parlare di scrittura, i filosofi di filosofia, i politici di politica e così via. Dov’erano i pensieri concreti, che presupponevano delle conseguenze tangibili, che aveva fatto fino all’estate del 2001? Dov’era la vita vera, a cui quei pensieri, come un passaggio segreto, avrebbero dovuto condurre? Dove il profumo dei pini sul lungomare, il puzzo di bruciato delle pire in campagna, in piena estate? Nessuno dei suoi amici era realmente interessato al mondo fuori, qualsiasi cosa volesse dire, ovunque si trovasse. Allora E iniziò a dipingere, con scarsi risultati, e riprese a studiare. Tra un esame e l’altro si sforzava di uscire, con qualche compagno di facoltà o altre persone che venivano del paese. Per un po’ frequentò due ragazze. La prima, di qualche anno più giovane, studiava architettura e lo chiamava il prevaricatore. Quando E si allontanava, smetteva di mangiare. La seconda era una parrucchiera, non disse mai ad E di amarlo ma vomitava ogni volta che non dormivano insieme. Per lei, E era l’evanescente.

In ogni caso, a nessuna delle due E parlò di Genova né provò a spiegare che tipo di umanità avesse incontrato fino a quel punto. Le parole sono pallottole, pensava, colpi che a volte o per la maggior parte vanno tenuti in canna.

Il suo ultimo anno in città lo passò diviso tra gli esami e queste due ragazze, che non seppero mai l’una dell’altra e soffrirono molto (o almeno così credettero) a causa sua. Entrambe ebbero dei sospetti in un paio d’occasioni, e sempre in un paio d’occasioni progettarono di uccidersi o di uccidere E.

Nel corso del suo penultimo esame, E rivide M. Fu lei a interrogarlo, assegnandogli il massimo dei voti. Un’ora dopo erano nello stesso bagno del loro primo incontro. A un certo punto, mentre teneva l’uccello di E tra le dita, M cominciò a piagnucolare. Aveva appena scoperto di essere incinta. Un mese dopo avrebbe accompagnato il suo professore a Oxford per una conferenza su Palazzeschi e sull’eredità del futurismo italiano. Il professore avrebbe deciso se lasciare sua moglie solo al ritorno dalla conferenza. Qualunque cosa faccia, disse M prima di tornare a far sentire il suo alito caldo sul collo di E, per me è finita. Allora E la prese per le spalle e l’allontanò piano. La ringraziò per l’esame, disse che non meritava quel voto. Andò via. Qualche giorno dopo decise di lasciare l’università e tornare definitivamente al paese.

Dopo la morte del vecchio, E si occupò degli affari dell’ingrosso. Per lungo tempo le cose non migliorarono né peggiorarono. Diversi amici gli consigliavano di spostarsi nel capoluogo, come progettato inizialmente da suo padre; altri parlavano confusamente di una certa crisi economica, si chiedevano come facesse E a restare in piedi e perché, in fondo, non si sposasse. Si seppe che O, il suo vecchio amico, era morto o aveva perso le gambe in un incidente sul confine tra Austria e Svizzera, mentre stava tornando in Italia. A quel punto, ad E non importava.

Dopo qualche anno, E cedette l’ingrosso a un cugino. Si stabilì nella piccola abitazione di campagna della sua famiglia. In paese si vedeva sempre meno. Passava la maggior parte del tempo a dipingere sotto il porticato, specie nei pomeriggi in cui il sole dava l’impressione di vorticare fisso e immobile sul paesaggio di terra grigia, compatta. Tutt’attorno stavano in piedi come soldatisull’attenti gli ulivi secchi, i cui rami disegnavano piccole sagome infernali nel cielo terso, altrettanto immobile. Nei suoi quadri, che lo stesso E definiva brutti e notturni, tornavano gli intarsi e i ricami dei mobili restaurati da suo padre. Questo a detta dei pochi amici che avevano ancora voglia (o il fegato, secondo alcuni) di andare a trovarlo. Tra queste persone, per una notte, ci fu anche T.

Un pomeriggio di luglio, E la incontrò per strada. Era diventata una donna alta, spigolosa, con un corpo sottile, difficilmente gestibile da chicchessia. Non fu comunque difficile riconoscerla, e lo stesso fu per lei con E, che la invitò per un bicchiere. Sotto il porticato, quella sera, T raccontò la sua storia. Lui ascoltò in silenzio. A quanto pare, per un certo periodo era stata sposata con il ragazzo che aveva avuto la peggio in quella rissa di tanti anni prima. Forse aveva avuto un figlio, forse no: E la pregò di smettere. Era chiaro come si erano messe le cose per quella povera donna, sarebbe stato chiaro per chiunque senza neppure che lei aprisse bocca. Quella stessa notte finirono a letto. E tentò in tutti i modi di venirle dentro. T oppose una timida resistenza, tutta rannicchiata attorno a un sorriso minuscolo e inebetito, da bestiolina che non può comprendere a fondo il tipico accanimento umano nelle cose.

Verso l’alba, ancora in dormiveglia, E chiese a T se ricordasse qualcosa del luglio del 2001, se sentisse di avere dei nemici. Lei disse di no, disse che non capiva, che si sentiva ancora ubriaca. Ma E aveva deciso che non era più il caso di tenere i colpi in canna. Allora cominciò a parlare col suo buon demone in corpo, un demone in fondo sconosciuto anche a lui. Raccontò cosa aveva visto, l’umanità che aveva incontrato, le teorie di ognuno su di sé (soprattutto su di sé) e sul mondo. E poi il ritorno, il magazzino, la casa in campagna, i quadri. Intanto T era in piedi e tentava di rivestirsi, barcollando. Ancora sul letto, E continuava: ti sto regalando i miei fantasmi, diceva, all’università c’era una che studiava psicoterapia o qualcosa del genere che ti assomigliava, e secondo lei c’è una spiegazione scientifica, persino clinica, circa l’esistenza dei fantasmi, delle idee che ci restano in testa per anni e non vogliono saperne di andarsene al diavolo. A quel punto T era davvero pronta a lasciare E, ma E saltò giù dal letto e le fu addosso, a spogliarla e poi a spingerla con colpi regolarli contro la scrivania, tanto che lei avrebbe preso a urlare con tutto il corpo se non fosse che dentro era certa di essere già morta. Poi E finalmente si calmò, almeno in apparenza, e le chiese di sparire. Prima con cortesia, poi strillandolo, strillando che non dovevano più vedersi, che non avrebbe voluto rivederla mai più in vita sua. Poco fuori, l’alba abdicava definitivamente in favore di un rosso sbiadito, appena acido sulla gramigna; un contadino con la schiena nuda e ruvida contemplava il vapore color pece sollevato dall’ennesima pira di ispide sterpaglie, inutilmente fasciate in vimini.

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Ritorno a Oz https://minimaetmoralia.it/cinema/mago-di-oz/ https://minimaetmoralia.it/cinema/mago-di-oz/#comments Wed, 13 Feb 2013 15:53:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=12707 “How can I help being a humbug," he said, "when all these people make me do things that everybody can't be done? It was easy to make the Scarecrow and the Lion and the Woodman happy, because they imagined I could do anything. But it will take more than imagination to carry Dorothy back to Kansas, and I'm sure I don't how it can be done.

L. Frank Baum

Le cose dovrebbero andare più o meno in questo modo. Intorno al 13 marzo prossimo vi recherete nel multisala più vicino a casa vostra; dapprima penserete di dover scegliere tra chissà quali film, poi realizzerete di esser lì per lui dal primo istante. Spenderete tra le otto e le dieci euro, forse il doppio e il triplo se sarete con moglie e figlia, e ancora qualcosa in più se deciderete di prenderete da bere (le probabilità che prendiate da bere aumentano se siete con moglie e figlia, in effetti). Entrerete. Non è da escludere che vi vengano consegnati dei piccoli occhiali di plastica per ammirare la pellicola in 3D, oppure, se il proprietario del cinema è animato da una qualche ortodossia o riverenza nei confronti del vecchio mago, ecco che gli occhiali vi verranno legati direttamente sulla nuca e trasformeranno il bianco e ogni colore in verde.

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di Marco Montanaro

“How can I help being a humbug,” he said, “when all these people make me do things that everybody can’t be done? It was easy to make the Scarecrow and the Lion and the Woodman happy, because they imagined I could do anything. But it will take more than imagination to carry Dorothy back to Kansas, and I’m sure I don’t how it can be done.

L. Frank Baum

Le cose dovrebbero andare più o meno in questo modo. Intorno al 13 marzo prossimo vi recherete nel multisala più vicino a casa vostra; dapprima penserete di dover scegliere tra chissà quali film, poi realizzerete di esser lì per lui dal primo istante. Spenderete tra le otto e le dieci euro, forse il doppio e il triplo se sarete con moglie e figlia, e ancora qualcosa in più se deciderete di prenderete da bere (le probabilità che prendiate da bere aumentano se siete con moglie e figlia, in effetti). Entrerete. Non è da escludere che vi vengano consegnati dei piccoli occhiali di plastica per ammirare la pellicola in 3D, oppure, se il proprietario del cinema è animato da una qualche ortodossia o riverenza nei confronti del vecchio mago, ecco che gli occhiali vi verranno legati direttamente sulla nuca e trasformeranno il bianco e ogni colore in verde.

Ad ogni buon conto, per due o tre ore sarete in una sorta di dimensione parallela, in cui molto può accadere e ognuno di noi è un po’ più di quel che è da questa parte della cornice. A quel punto saprete certamente qualcosa di più a proposito di quel vecchio mago che in seguito avrebbe illuso Dorothy, la ragazzina che avete già conosciuto da bambini, esattamente come accaduto per i vostri figli e i figli dei vostri figli. Ma questo, in fin dei conti, ha poca importanza: il fatto è che per due o tre ore voi e la vostra famiglia vi sarete, molto semplicemente: divertiti.

Da un punto di vista puramente industriale la questione è tutt’altro che complessa. C’è una vecchia fiaba, che qualcuno chiama moderna, qualcun altro fondativa, pubblicata nel giorno del primo Natale del secolo scorso. Su questa fiaba, che tutti noi conosciamo anche per via di un musical del 1939 diretto dallo stesso regista di Via col vento, non ci sono diritti d’autore, perché sono estinti o perché, per quel che ne sappiamo, il suo autore li ha “persi”. In ogni caso, un secolo e dodici anni dopo la comparsa di quella fiaba su questa terra, la Disney decide che la storia del viaggio verso la Città Smeralda e del vecchio mago che la governa è restata ingiustamente fuori dal carrozzone di film vagamente dark e fiabeschi per giovani adulti, bambini accompagnati e finti nerd.

Così viene assunto un regista horror imprestato alla mitologia supereroistica, Sam Raimi, e gli si commissiona il prequel di quello che in originale si chiamava Il meraviglioso mago di Oz. Dal trailer di quello che invece si chiamerà Il grande e potente Oz apprendiamo che James Franco interpreta il giovane mago che vuol diventare un grand’uomo grazie alla magia e finirà per diventare invece «un brav’uomo e un pessimo mago»; sappiamo pure che il produttore, Joe Roth, è lo stesso di Alice in Wonderland; e che le influenze timburtoniane sono assicurate dalla presenza di Danny Elfman per la colonna sonora; particolare non da poco, dato il peso di Burton (e dunque di Elfman) nel genere delle fiabe per non-(solo)bambini: il suo Big Fish era più simile a Oz di quanto non fosse il libro da cui era tratto. Metteteci un po’ di Avatar e avrete un’idea più o meno completa del trailer.

Un po’ d’ironia non guasta, non fosse che il tema è molto serio e, in fondo, l’industria sa difendersi bene da sola. Va detto pure che, davvero, Il mago di Oz (questo il titolo con cui noi tutti riconosciamo il testo) era l’unica fiaba che mancava all’appello dei remake o dei tentativi, da parte di Hollywood, di portare sullo schermo (la cornice) trame evocative, interi cicli mitologici o avventure capaci di richiamarsi se non all’epica quantomeno alla forza di un immaginario da mito fondativo. Tentativi un po’ estranei a noi europei, nonostante i vari Zeus, Dante, Gesù Cristo, Odino, Asterix, le Guerre Mondiali e Roberto Calasso.

A un’industria culturale – in particolare, editoriale – un po’ più coraggiosa, verrebbe magari da chiedere di commissionare una biografia approfondita dell’autore del ciclo di Oz, Lyman Frank Baum, mancino, sofferente di cuore, nato a Chittenango, NY, nel 1856. Per un’operazione del genere si potrebbe bussare alla porta di Rodrigo Fresán, che con I giardini di Kensington aveva frullato insieme la singolare biografia di J.M. Barrie, le avventure di Peter Pan e le disavventure di John Lennon.

Allevatore di polli, pubblicitario, allestitore di vetrine di porcellane, venditore porta a porta di oli lubrificanti, giornalista e infine poliedrico scrittore, L. Frank Baum è dunque orfano di una biografia degna di nota e così si consegna al mito insieme alla sua opera principale. Fu, tra le altre cose, proprietario squattrinato di una serie di teatri, regista e attore di “stravaganze” e musical primitivi, scrittore di novelle e romanzi sotto pseudonimi vari (e femminili). Sull’arte di allevare polli – specialità Amburgo – pubblicò anche un manuale, così anche su come allestire vetrine in modo appropriato e, dunque, su come veicolare le merci attraverso la pubblicità, laddove quest’ultima doveva servirsi dell’arte per affascinare il lettore – pardon, il consumatore. Non stupisce dunque che nell’introduzione al primo libro di Oz Baum parlasse esplicitamente di voler divertire i bambini.

La sua fiaba moderna escludeva gli aspetti morali e quelli spaventosi delle fiabe classiche – specificando che questi ultimi, in genere, avevano la funzione di rafforzare la presenza dei primi. Baum voleva solo intrattenere il suo pubblico e non fece altro per tutta la durata della sua carriera, affascinato egli stesso dal circo e dalla White City di Chicago, città finta e luccicante costruita sul finire dell’800 per la prima grande esposizione internazionale a stelle e strisce. Era l’America che viveva il passaggio definitivo, forse, dalle grandi zone di campagna alle città, l’America che scopriva le grandi vetrine dei negozi a New York (con i manichini Spaventapasseri e Uomini di Latta), i parchi divertimento, il tempo libero – per consumare? – e che a breve si sarebbe innamorata del grande schermo-cornice del cinema.

Gli americani dell’epoca guardavano nelle cornici come in seguito avrebbero guardato il prequel del Mago di Oz e i pixel dei loro Macintosh, forse avendo bene in mente, allora, la distinzione tra il qui e l’altrove; di certo avevano bisogno di sognare e così Baum scrisse un lungo sogno (tesi assente nel libro ma supportata nella pellicola del 1939 diretta da Fleming), così lungo da durare per almeno quattordici volumi, anche incoerenti tra loro, che portarono l’autore a litigare col primo illustratore W.W. Denslow, smentendo infine, però, solo se stesso e la nota introduttiva dell’edizione del 1900.

Contrariamente a quanto affermato nella sua introduzione – e a quanto sostenuto con forza e candore da Renato Gorgoni nella sua nota all’edizione BUR del 1978 – Baum aveva inserito nel suo Oz una serie di personaggi e sequenze piuttosto inquietanti. Lo Spaventapasseri lo è di per sé, e non fa che ripeterci di essere solo uno stupido; l’Uomo di Latta è un robot ante litteram che, ancora umano, viene smembrato – in una scena decisamente splatter – fino a ritrovarsi privo di cuore; e che, insieme al Leone Fifone, non esita a fare stragi di lupi, api, corvi e di tutti i nemici rinvenuti sulla strada coi mattoni dorati; inutile ricordare la presenza di almeno due streghe cattive, uccise dall’assassina involontaria Dorothy Gale, e tutta una serie di fiere decisamente ripugnanti inventate da Baum, dalle Scimmie Alate fino al ragno gigantesco distrutto nel finale dal Leone Fifone. Allo stesso modo è inquietante l’inutile e anodina purezza degli abitanti del regno di porcellana, in un capitolo che fa davvero pensare alla contemplazione di una vetrina per feticisti di tisane e infusi, e infine l’insensatezza di quelle creature patafisiche che sono i kamikaze Testa-Martello.

Può esser vero, allora, che in questa fiaba moderna ci sia una morale, e che per supportarla Baum avesse invece deciso di giocarsi la carta dell’abominio? Questione complessa, la cui complessità è testimoniata dall’infinito numero di interpretazioni cui Il mago di Oz ha dato luogo nel corso di più di un secolo di vita. Il ritorno a casa della pragmatica di Dorothy, ben lontana dalla poeticità nonsense di Alice, un ritorno alla normalità grigia e brulla, rappresenta forse il ritorno alla realtà dopo aver comunque provato la via del sogno, dell’immaginazione, della trasfigurazione nell’altrove della cornice. Ma, appunto, Dorothy è una ragazzina decisamente poco sentimentale, che non immagina davvero una vita lontano dalla sua famiglia del Kansas.

Oz è dunque una favola, rassicurante, sui valori della famiglia? «Chi semina suono, raccoglie senso», diceva il raffinato Lewis Carroll nella sua Alice, e si può ben comprendere come una tale dichiarazione d’intenti, molto letteraria, aprisse davvero le porte di un altro modo. In Baum sembra assente il desiderio di stravolgere le vite – più o meno umane – dei suoi personaggi. Quello che Dorothy e i suoi compagni di viaggio desiderano è qualcosa che già possiedono: nel corso della storia e ben prima dell’arrivo nella Città Smeralda, il Leone Fifone si dimostra un combattente, l’Uomo di Latta si commuove, lo Spaventapasseri risolve diversi enigmi. La stessa Dorothy desidera nient’altro che la normalità. Allora si può riflettere forse sulla plastificazione dei desideri dei quattro: in effetti Oz è pronto a farne simboli, e dunque oggetti – e siamo ancora alla teoria delle merci e delle vetrine. Ma è un’illusione anche questa, illusione di cui si serve Oz per continuare a essere mago giusto per qualche giorno.

Allo stesso modo, anche Oz decide di tornarsene a Omaha in mongolfiera, stanco di vivere nell’illusione di se stesso e degli altri (ecco gli occhiali verdi che i cittadini di Oz devono indossare per trasfigurare ogni cosa in smeraldo). L’opera di Baum diventa quindi una riflessione sul rapporto tra qui e altrove – lo scrittore sembrerebbe interessato alla contiguità tra reale e irreale –, tra vero e falso e realtà e illusione. La verità è che le interpretazioni di Oz susseguitesi nel tempo sono, come detto, numerosissime: alcune di quelle qui riportate devono molto alle note introduttive del già citato Gorgoni e di Alide Cagidemetrio (quest’ultima per l’edizione Marsilio del 2004). Tornano però sempre in mente le parole di Baum sull’intrattenimento e, soprattutto, la sua mancina e zoppa biografia.

Cercando notizie sull’autore in rete ci si imbatte presto in riletture quantomeno bizzarre della sua vita e delle sue opere. Il mago di Oz diventa, di volta in volta, l’opera di un paranoico imitatore del più celebre e circense Barnum (già autoproclamatosi legittimo imbroglione a suo tempo); il manifesto politico di un razzista (le Scimmie Alate sarebbero l’allegoria degli schiavi afroamericani); il manifesto, altrettanto politico, prima di un populista, poi di un marxista e infine di un femminista (avendo messo al centro del suo racconto una ragazzina, per di più adolescente, ed essendo la suocera di Baum una nota suffragetta); ancora un trattato di politica monetaria (e qui persino il cagnolino Toto avrebbe la sua parte a livello simbolico), un viscido saggio di teosofia, la profezia e l’auspicio dell’avvento di una società consumistica; il patto, tutto americano, tra natura e progresso.

Così Oz torna in altre opere, continuamente riscritto e reinterpretato, passando per altri media e modalità di fruizione: musical antirazzista e femminista (rispettivamente in The Wiz del 1975 e in Wicked del 2003), ancora film (nel 1985 con Nel fantastico mondo di Oz) in cui si accenna alla psichiatria di fronte al desiderio di Dorothy di tornare nella Città Smeralda; senza dimenticare le citazioni in telefilm (Saranno famosi e Scrubs) e cartoni animati (Futurama) – e siamo così al prossimo prequel della Disney.

Oz continua dunque a parlare al pubblico a più di un secolo di distanza. A noi potrebbe oggi apparire come il risveglio dal sogno di un mondo in cui il lavoro è finito e ci si è illusi di poter vivere d’arte (la creatività della prima net economy); la profezia dell’ibridazione definitiva tra reale e virtuale in corso con Internet – soprattutto se qualcuno pensa a Facebook come a una vetrina del sé; da un punto di vista puramente letterario, la fiaba moderna di Baum potrebbe apparire come l’opera di un autore (a suo tempo) postmoderno per le citazioni e gli ironici frullati di altre storie, dai Grimm al Pilgrim’s Progress di Bunyan, passando, com’è ovvio, per Le mille e una notte e il meccanismo ricorsivo del racconto (che pure, è evidente, permea quest’interpretazione da parte del sottoscritto).

Potrebbe essere tutto questo e molto altro insieme. E l’esser tutto e molto altro insieme ascrive un’opera al mito, così come il mito prevede, tra le tante, anche la soluzione più banale: potrebbe darsi che Baum e Oz siano la stessa persona, un simpatico imbonitore che realizza di essere un brav’uomo e un pessimo scrittore, pur desiderando ardentemente il contrario (dinamiche che molti scrittori conoscono); e che volesse davvero solo intrattenere i bambini americani – non si giustifica allo stesso modo Edward Bloom in Big Fish, di fronte alla sua pseudologia cronica e fantastica? Potrebbe anche essere che tutto il baraccone di pellicole fantasy, mitologiche, epiche, sia nient’altro che il tentativo di andare oltre l’esaurimento del postmoderno e del racconto delle merci, oscillando tra irrazionale e pseudoscienza (viene in mente un film apparentemente distante da tutto ciò, Tree of life di Malick, così come la pseudoscienza di alcuni serial americani che richiama a sua volta gli studi dello Jung orfano di Freud in coppia col fisico Pauli, abbandonato a sua volta da una cabarettista, giusto qualche anno dopo l’arrivo di Oz).

Potrebbe davvero essere tutto questo insieme. Ma, vedete, tutta questa speculazione, il suo peso affascinante, si alleggerisce quando la sera passiamo una o due ore a tradurre Oz con l’idea di farne un libro da regalare ai nostri bambini (ricordo che l’opera è di pubblico dominio e chiunque può tradurla e reinterpretarla a suo piacimento), oppure quando il 13 marzo andremo al cinema, da soli o in compagnia. Un giorno, quando io e voi saremo polvere, qualcuno dirà che L. Frank Baum era un nome collettivo o una semplificazione, come per Omero, Shakespeare e (perché no) il mago Alan Moore; e così Oz continuerà a essere raccontato e interpretato secondo lo spirito del tempo, come accadrà ancora per l’Odissea e – chissà – per Guerre Stellari o Il cavaliere oscuro. Noi nel frattempo non smetteremo di spaventarci, e soprattutto: divertirci.

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