Marco Pantani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-pantani/ un blog di approfondimento culturale Fri, 17 Oct 2025 07:48:34 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Pantani Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-pantani/ 32 32 Jonah Lomu, l’uragano nero https://minimaetmoralia.it/libri/jonah-lomu-luragano-nero/ https://minimaetmoralia.it/libri/jonah-lomu-luragano-nero/#comments Fri, 28 Oct 2016 12:00:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32626 Sarà in libreria dal prossimo 10 novembre L'uragano nero. Vita, morte e mete di un All black di Marco Pastonesi (66thand2nd). Il libro sarà presentato il 9 al Circolo dei lettori di Torino e l'11 presso l'Associazione rugbistica capitolina a Roma.

All'inizio del 1989 l'uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell'ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po' più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l'allenatore del Wesley College. In cinque anni poi Jonah Lomu ha colto di sorpresa il mondo, ha cambiato il gioco con la palla ovale, inscrivendo al vento l'immortalità di chi fin da bambino custodisce almeno due sogni: giocare un mondiale, e vincerlo.

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Sarà in libreria dal prossimo 10 novembre L’uragano nero. Vita, morte e mete di un All black di Marco Pastonesi (66thand2nd). Il libro sarà presentato il 9 al Circolo dei lettori di Torino e l’11 presso l’Associazione rugbistica capitolina a Roma.

All’inizio del 1989 l’uragano nero, quando varcò per la prima volta la soglia dell’ufficio di Chris Grinter, non era altro che un tredicenne, uno dei tanti ragazzini di strada dal sobborgo Greenlane, nella parte sud di Auckland, la città più popolosa della Nuova Zelanda. «Forse era fisicamente un po’ più grande dei suoi coetanei, ma la sua futura magnificenza e abilità atletica non apparivano ovvie», ha raccontato l’allenatore del Wesley College. In cinque anni poi Jonah Lomu ha colto di sorpresa il mondo, ha cambiato il gioco con la palla ovale, inscrivendo al vento l’immortalità di chi fin da bambino custodisce almeno due sogni: giocare un mondiale, e vincerlo.

Nel 1995 Nelson Mandela tentava di ridisegnare le linee di confine e infrangere le convenzioni anche nel rugby, tenendo però insieme il Sudafrica. E c’era una Coppa del mondo per mostrare la reificazione dell’idea di un paese oltre la lacerazione dell’apartheid. Fuori dalla Nuova Zelanda in pochi avevano potuto intuire la strapotenza di Lomu, che inanellava record di velocità e quindicenne si laureava campione nazionale, fino a bruciare i tempi di contatto con gli All Blacks.

Marco Pastonesi, giornalista e scrittore, non ha mai nascosto la propria predilezione per i gregari. «Pantani non era uno dei miei. Nessun campione, nessun capitano, nessun vincitore né vincente né vittorioso è uno dei miei», ha ammesso nel prologo della biografia onesta Pantani era un dio. Ora con L’uragano nero. Vita, morte e mete di un All black (66thand2nd,185 pagine, 18 euro) torna a misurarsi con un uomo dall’esistenza più larga della vita. E lo fa col suo stile, quello dei talenti che hanno l’urgenza narrativa della provincia e se ne nutrono. Raccontando Lomu, sì, si può finire dentro all’Istituto penale minorile Cesare Beccaria a Milano, dove il rugby grazie all’Asr Milano significa redenzione.

Pastonesi, seguendo i passi dell’anima del campione scomparso, ci guida in tanti altrove del rugby che «è l’unico sport ad aver mutuato il nome dalla città dove è nato come un urgente bisogno di identità, terra, radici. Vissuto come una religione fra credi e credenze, riti e rituali, culti e comandamenti. (…) Non è una disciplina semplice: presuppone strategie e gerarchie, impone tattiche, stabilisce limiti, custodisce storie, detiene perfino segreti indispensabili per incanalare la forza fisica ed esaltare le intuizioni mentali».

Un italiano, Vittorio Munari, cacciatore di talenti per il Petrarca Padova, rimase subito abbagliato dal giovanissimo Lomu. Era bello come Cassius Clay all’Olimpiade di Roma nel Sessanta: centodiciotto chili senza un’oncia di grasso, sempre pronto, seppure di carattere riservato. Il rugby l’aveva conosciuto solo sulla strada, dove mitigava il dolore di una famiglia segnata dalla violenza paterna. Col padre, Semisi, pescatore e poi meccanico, stravolto dall’abuso di alcol, si ritroverà dopo 17 anni solo a poche settimane dalla morte di quest’ultimo. Lui e la madre, Hepi, erano originari di una delle 169 isole dell’arcipelago di Tonga, emigrati poi in Nuova Zelanda. Non c’è stato nulla di facile nell’esistenza di Siona Tali Jonah, nato il 12 maggio 1975, neppure il parto. Affidato alla sorella della madre, Longo, e al marito, Moses, l’infanzia assomiglia a una fuga dal mondo a Tonga nell’arcipelago di Ha’apai, nell’isola di Lifuka, nel villaggio di Holopeka: un luogo magico, primitivo dove il rapporto con la natura non è mediato. Non c’era neanche la scuola.

A sette anni rientrò a casa, e di quella libertà non vi fu più traccia. C’era il rumore silenzioso della violenza domestica, col padre che ubriaco si accaniva sui figli e sulla moglie nel degrado di South Auckland. Alcolismo e violenza marchiano il sottoproletariato maori. Lomu apre la propria autobiografia (Jonah – My story, 2013) posando lo sguardo sulla rabbia per quegli anni, sul giorno in cui ormai quindicenne disse basta e fermò a mani nude il padre.

Pastonesi ci ricorda che il rugby è forza, non violenza, aggressività, non cattiveria. Potenza non prepotenza. E questo sport, in cui la geometria e le strategie si piegano spesso al rimbalzo anarchico dell’ovale, tirò fuori dai guai l’adolescente Lomu, invischiato in pessime compagnie: «Senza il rugby sarei finito morto o in galera». Hepi lo iscrisse al Wesley College, che dal 1884 ha accolto ed educato studenti fondamentali per la storia del rugby negli All Blacks.

«La meta è sempre considerata il risultato di un’azione di squadra, e il merito è sempre diviso per quindici finché non appare Lomu», scrive l’autore. Nessuno era in grado di abbinare quella velocità a quella stazza. Ai campionati studenteschi il ragazzone vinceva tutte le gare di velocità, dominando in realtà anche nelle altre discipline, dal salto triplo al getto del peso. Chris incanalò la sua rabbia, lo fece sfogare comprandogli un sacco per boxare. Lomu copriva la distanza dei 100 metri in 10”89. Riformulerà poi i fondamenti del ruolo di tre quarti ala con la corsa da figlio del vento e le acrobazie. E soprattutto sfondava: distruggeva i placcaggi.

Nell’esordio scolastico in prima squadra debuttò nel pacchetto di mischia da terza ala, ruolo in cui si gode di maggiore libertà, che esaltava la sua velocità ed esprimeva la sua energia. Sono trenta le mete segnate in 17 partite al Wesley College, che sorge in una splendida area verde, di cui divenne capitano e rappresentante. Nel 1991 disputò il primo match internazionale con la selezione Under 17 della Nuova Zelanda. Tre anni più tardi salutò le certezze del College, trovando squadra nei Counties Manukau e lavoro nella Auckland Savings Bank.

Laurie Main, l’allenatore degli All Blacks, si accorse del suo talento proprio con quella maglia e lo scatto fu breve: «Nel 1994 sapevamo che Jonah non era ancora pronto per quel livello di rugby, ma le nostre aspettative erano realistiche. C’era un potenziale straordinario in quel ragazzo per realizzare qualcosa di spettacolare, di inatteso nella Coppa del mondo del 1995». L’ultima domenica del mese di giugno 1994 a Christchurch, Lomu a 19 anni e 45 giorni, il più giovane debuttante in un test match, divenne l’All Black numero 941 nella sfida Nuova Zelanda-Francia. La prima partita ufficiale, di quelli che poi risponderanno al soprannome All Blacks, è stata disputata al Newton Park di Wellington contro il Wellington XV, giovedì 22 maggio 1884, vinta 9-0. Centotré anni dopo la squadra in nero si è aggiudicata la prima edizione della Coppa del mondo.

Pastonesi riporta un passaggio interessante dal libro Quello strano rimbalzo di Peter Freeman: «In nessun altro paese dell’ex impero britannico il rugby ha legato in maniera tanto profonda due popoli, quello dei colonizzatori e quello dei colonizzati. Laggiù nella terra più distante di tutte è accaduto qualcosa di speciale e di unico: è nata una relazione». Il rugby è un elemento culturale inscindibile dalla nazione neozelandese, sono cresciute insieme. Domina i mezzi di informazione: «In Nuova Zelanda il rugby è tutto: religione, mito, leggenda». Il primo rugby club neozelandese a Wellington fu fondato l’anno precedente, 1870, alla prima partita internazionale di rugby della storia, Scozia- Inghilterra.

Lomu era un ragazzone di indole riservata. Timido agli esordi, discreto davanti ai campioni affermati della selezione nazionale. Nel 1995, convocato solo al terzo raduno degli All Blacks in vista della terza edizione del Mondiale, compì il salto in prima squadra dopo l’infortunio dell’amico Eric Rush, vittima di uno stiramento muscolare. E sovvertì le gerarchie.

Era il 18 giugno 1995, e il telecronista neozelandese Keith Queen, con trent’anni di onorata carriera alle spalle, s’impappinò perché non credeva a quel che vedeva. Erano trascorsi appena tre minuti dall’inizio della partita perfetta, la semifinale Nuova Zelanda-Inghilterra al Newlands Stadium di Città del Capo, 51mila spettatori, tutto esaurito. Nell’altra semifinale al Kings Park di Durban gli Springboks avevano già battuto la Francia 19-15 per riscrivere la propria storia.

Lomu ha il possesso completo del pallone, e Pastonesi descrive, si sofferma: «Il terzo passo sinistro-destro è un capolavoro d’arte, fra danza e pittura, così leggiadro e muscolare, teorico e scultoreo, un passo incrociato, si direbbe, il piede all’interno per fronteggiare, il piede sinistro all’esterno per sfuggire, il pallone protetto a sinistra». Non lo si può fermare. L’ultimo appoggio è sul piede sinistro a un paio di metri dalla linea di meta. I passi saranno venticinque, tre placcaggi evitati, sette secondi di tempo per la meta più celebrata. Lui segnerà altre tre mete e la partita finirà 45-29.

Poi, come sottolinea l’autore, non si parlerà mai abbastanza della finale di sabato 24 giugno 1995 all’Ellis Park di Johannesburg, dove nonostante la sconfitta Lomu è di fatto divenuto un’icona della cultura di massa su scala globale. Alla fine del 1995 è nominato BBC Overseas Sports Personality of the year, in compagnia fra gli altri di Pelé, Ali e Borg: «La mia vita è cambiata per sempre dopo la Coppa del mondo, non ero preparato per una vita intera sotto i riflettori. Non ero appena diventato il giocatore di rugby Jonah Lomu, ma il prodotto Lomu». Il rapporto con il manager Phil Kingsley Jones, accusato di aver tradito la sua fiducia, è stato complesso fino alla rottura.

Marca un salto d’epoca cruciale: il nessuno come lui equivale anche al graduale passaggio dal dilettantismo al professionismo: «Lomu segna idealmente il passaggio del rugby dagli osti agli avvocati. Il professionismo cambia la storia. Da questo momento i giocatori hanno tempo e soldi per allenarsi anche due volte al giorno, guadagnano chili, incrementano la velocità e migliorano la tecnica, ma perdono in sostanza. Sostanza umana, più si va avanti e si perde sostanza in racconti, in avventure, in storie».

Pastonesi ci conduce nella Betlemme ovale, la città di Rugby, centotrenta chilometri a nord-ovest di Londra, alle origini del gioco ed è un modo per tornare a casa quando ci si sente smarriti. Induce alla riflessione sull’evoluzione della disciplina: «Oggi i giocatori sono spesso omogeneizzati dalla carriera agonistica e allineati nelle banalità imposte dai procuratori, club, federazioni o perpetrate dalle tv o imitate dal calcio. Prima del professionismo ogni giocatore, medico o minatore che fosse, aveva sempre una storia bellissima da raccontare».

La storia di Jonah abbaglia per come ha resistito alle rovine, alla malattia di causa ignota. Colpito nel cuore della sua bellezza atletica, già nel 1996, appena affacciatosi sul proscenio mondiale. L’incredibile paradosso della spossatezza per un essere all’apparenza indistruttibile. Si sottopone a cure durissime, deve convivere con la malattia. La biopsia aveva sentenziato sindrome nefrosica. È stata questione di andate e ritorni coraggiosi. Gioca, risorge, per poi doversi fermare. Nel 2003 la dialisi lo placca tre giorni a settimana, sei ore al giorno. Il 28 luglio 2004 affronta il trapianto di rene, donato dall’amico Grant Kereama, che gli restituisce una vita fino al rigetto. Nel 2005 firma un contratto biennale in Galles, che lo accoglie con passione. Il ritiro arriva nel 2007 con il pressoché contestuale ingresso nella Hall of fame.

Lomu, una vita sentimentale ingarbugliata, si è sposato tre volte, la prima appena ventenne con una diciannovenne sudafricana, l’ultima nel 2011 dopo una relazione cominciata da amanti con Nadene Quirk, madre dei due figli Brayley e Dhyreille: «Voglio dare ai miei ragazzi un’infanzia migliore di quella che ho avuto io. Voglio che crescano non viziati ma con le opportunità che dovrebbero avere».

È apparso in video e in tribuna l’ultima volta alla Coppa del mondo 2015 in Inghilterra. E non resta che guardare e riguardare la commovente haka funebre, che il 30 novembre ha unito all’Eden Park di Auckland quel che resta con quello che va via. C’è una bella fotografia, scattata nel 1994. Lomu è nello spogliatoio di Christchurch, prima del test match contro la Francia, e sembra assorto in preghiera. Gli hanno appena consegnato la prima maglia All Black, e la stringe forte:

«Posso comprendere le critiche. Mostrano l’attenzione e la cura delle persone per la mia condizione. In pochi capiranno perché abbia voluto continuare a giocare in tutti questi anni, la ragione per cui voglia farlo ancora. La maggior parte delle persone non sanno cosa vuol dire indossare la maglietta nera. Voglio farlo ancora. Non è una questione di soldi. Intendo lasciare il gioco a modo mio, nei miei termini. Qualora i dottori dicano che posso scendere in campo dopo il trapianto, giocherò».

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La fuga di Filippo Simeoni che affondò Lance Armstrong https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-fuga-di-simeoni-che-affondo-lance-armstrong/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/la-fuga-di-simeoni-che-affondo-lance-armstrong/#respond Fri, 06 Nov 2015 06:30:52 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28990 Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell'albo d'oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.

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Questo articolo è uscito sul Venerdì di Repubblica, che ringraziamo (fonte immagine).

Il 23 luglio 2004 al Tour si corre una tappa, la diciottesima, che sembra di puro trasferimento. Montagna dura il giorno prima, cronometro impegnativa il giorno dopo. I campioni si risparmiano. Gli altri, chi vuole e chi può, cercano la fuga buona. Probabile che il gruppo non vada in caccia. Una vittoria al Tour vale come minimo un rinnovo di contratto, e poi si entra nell’albo d’oro. Non è soddisfazione da poco. Si va da Annemasse a Lons-le-Saunier, 166 chilometri. Dopo una trentina  parte una fuga che può essere quella buona. Sono in sei: Flecha, Fofonov, Mercado, Joly, Garcia Acosta e Lotz. Quando il loro vantaggio è di un minuto dal gruppo esce una maglia bianconera, della Domina Vacanze, numero 198. È Filippo Simeoni che ci riprova.

Ci aveva già provato nella tappa di Guéret: 122 km di fuga col basco Landaluze, ripresi a 80 metri dal traguardo. Volata a McEwen. Ma stavolta alla ruota di Simeoni c’è la maglia gialla, il numero 1, Lance Armstrong. Quel che succede dopo non s’era mai visto, sulle strade del ciclismo. Dopo 14 km d’inseguimento, e tira solo Simeoni, la strana coppia raggiunge i primi.

“Bravo Simeoni, bel numero, mi dice Armstrong per sfottere. Poi va a parlottare con gli altri, in particolare con Garcia Acosta che è il più anziano. E poi Garcia Acosta si lascia scivolare al mio fianco: se Armstrong resta qui la nostra fuga è condannata. Lui dice che se ti stacchi tu si stacca anche lui, il gruppo vi ripiglia e a noi ci lascia andare. Mi sono staccato per non danneggiare dei colleghi, è finita che ha vinto Mercado e il gruppo è arrivato a 11 minuti . Potevo vincere io, o almeno provarci, e Armstrong me l’ha impedito. Questo, nel film, emerge poco”.

Il film è “The program”, diretto da Stephen Frears. Racconta la parabola di Armstrong, da giovane campione del mondo a malato di cancro, da malato guarito a vincitore di sette Tour de France, ma con l’aiuto del doping. Simeoni è andato a vederlo con una certa curiosità. “Quella che può avere chi ha già vissuto la realtà sulla propria pelle. È un film crudo, racconta bene quel che succedeva in quegli anni in certe squadre, quelle che avevano più quattrini e più tecnologia, ma anche più coperture dall’alto, così da permettersi un doping d’élite. Che ci fosse l’ombrello dell’Uci sulla testa di Armstrong il film lo fa capire chiaramente. Nemmeno coi suoi gregari si poteva competere. Se prima, ai tempi dell’Epo, c’era chi si dopava non per vincere ma per tenere le ruote, il dopo-Epo ha portato rassegnazione, almeno nelle grandi corse a tappe. Le sacche di sangue per le trasfusioni rappresentavano un doping a cinque stelle, di lusso, per pochi”.

Simeoni lavora dietro al bancone del bar aperto nel 2010 in società con il cognato. “Any bar, Any sarebbe Annalisa mia moglie. Bar tabaccheria ricevitoria lotto, d’estate gelateria con giochi per bambini all’aperto. Tabacchi, mi viene da ridere. A scuola ero il terrore dei miei compagni, gli spezzavo le sigarette prima che le accendessero. Non fumate, fa male. Adesso le vendo, e qualcuno me lo rinfaccia”. Come Armstrong gli rinfacciò di aver testimoniato contro il dottor Ferrari, prima lo definì un totale mentitore in un’intervista a “Le Monde”, poi dovette incassare la querela di Simeoni. Questo per chiarire la situazione che pesava su quel 23 luglio.

“Una volta che ci eravamo staccati, Armstrong mi disse che avevo sbagliato due volte, mettendo in mezzo Ferrari e poi querelando lui per diffamazione. ‘Ho tanti soldi e tanti bravi avvocati, poso rovinarti quando voglio’. E poi, quando il gruppo ci riprese, mi fece il gesto della bocca cucita. Ma non è questo che mi ha fatto più male. Sono stati gli insulti pesantissimi dei colleghi italiani. Guerini s’è scusato quasi subito, Nardello dopo un po’, Pozzato mai. Servi dell’imperatore, questo sono stati. Quella sera ho pensato di ritirarmi, poi ci ho ripensato. Ero la vittima, non il colpevole. E ho il mio orgoglio: nell’ultima tappa, quella sì di trasferimento per tradizione, ho attaccato quando Armstrong stava facendo le foto coi bicchieri di Champagne, in testa al gruppo. E i suoi si sono tirati il collo per venirmi a prendere. Poi Ekimov mi ha fatto il gesto delle corna, ma io ero soddisfatto, la provocazione era riuscita. Ci ho provato anche dopo, sui Campi Elisi, sempre per provocare, per far vedere che ero vivo, ma sapevo che per me ci sarebbe stato disco rosso”.

Non l’ultimo, vedremo più avanti. Per chiudere con quel 23 luglio, va precisato perché una cosa del genere non si era mai vista. Perché un Coppi, un Anquetil, non sarebbero mai intervenuti in prima persona e in maglia gialla su un fuggitivo non pericoloso in classifica. Avrebbero stroncato prima l’iniziativa del corridore sgradito, o avrebbero mandato avanti un loro gregario a dettare le condizioni. Il gesto di Armstrong, mafioso oltre che antisportivo (ma nemmeno sanzionato dalla giuria, il che la dice lunga sulla sua intangibilità d’allora) voleva essere una pubblica umiliazione del reprobo Simeoni, ma si rivelò un boomerang perché portò molti a chiedersi i veri motivi d’un gesto tanto sproporzionato. Invece di chiudere la vicenda, Armstrong fece così accendere i riflettori sui suoi rapporti col dottor Ferrari. Grave errore. Se ne accorse due giorni dopo, quando disse a un giornalista della Gazzetta “ho fatto una cazzata”. Ma ormai era tardi.

Non è tardi, parlando con Simeoni, per capire cosa spinge un ciclista “pulito” verso il doping e poi in direzione opposta: pentimento, collaborazione con la giustizia, belle vittorie ottenute senza doping, emarginazione dal grande ciclismo con relative amarezze ma ancora speranze in un altro  ciclismo. A Sezze è presidente onorario dei Pirati (in memoria di Pantani e in omaggio a Pantani, “che era il più bravo e ha pagato per tutti”). Età massima 13 anni. Sono una sessantina. “Corre anche Simone, il primo dei miei due figli, ma non l’ho spinto io. L’altro, Antonio, è ancora piccolo”. Maglia gialloblu. Da questi colori parte il racconto.

“Le maglie gialloblù le vedevo dalla finestra, a Seregno. Erano quelle della Salus. Ero un bambino, Abitavamo vicino allo stadio Ferruccio. Mio padre da Sezze s’era trasferito in Lombardia, dove per i muratori a cottimo il lavoro era garantito. Di nove figli era l’unico maschio. Due sorelle, zia Cenzina e zia Maria, dopo avere spedito le foto, come nel film di Sordi, erano andate a sposarsi in Australia. A 9 anni mi tessero. Quando ne ho 12 la famiglia torna a Sezze. Mio padre lavora la campagna, mia madre apre un negozio di alimentari. Per me è il ritorno un trauma. Non ho amici, non conosco nessuno. Parlo con accento milanese, i compagni mi considerano un alieno e me ne fanno di tutti i colori. Fortuna che c’è Fabrizio, grande e grosso, anche lui figlio di emigranti, padre minatore in Belgio. Mi protegge da due-tre bulli che poi hanno fatto una brutta fine. A scuola vado bene, in camera ho il poster di Hinault, continuo a sognare che un giorno vincerò il Giro d’Italia, la corsa che mi affascina di più”.

“Mi diplomo ragioniere, ho due fratelli laureati in Economia e commercio, ma la passione per il ciclismo è troppo forte. Vado a correre per la Sic di Jesi, tre anni fuori casa, anni belli perché a Jesi mi hanno trattato come un figlio. Nell’ultimo anno da dilettante mi accorgo che qualcosa non quadrava. Mi battevano corridori che fino a pochi mesi prima battevo. Vado in Abruzzo dal dottor Santuccione e mi faccio spiegare come funziona l’Epo. Me lo spiega, ma resisto alla tentazione. Passo professionista con la Carrera di Pantani e Chiappucci. E le cose quadrano ancora meno. A fine ’96 mi decido e vado dal dottor Ferrari, che in gruppo chiamano dottor Mito, il più bravo allievo del professor Conconi. Molto celebrati anche dalla stampa. Ferrari mi dice che non ha tempo da perdere con quelli scarsi, può assistermi solo se supero alcuni test, in pratica valuta la mia cilindrata. Supero i test, posso accedere al trattamento. Ferrari è un grande, nel suo campo. Affascina. Prima del Giro del Trentino e dopo adeguati trattamenti mi dice che posso finirlo nei primi cinque. Finisco quinto. Al Giro d’Italia vado forte ma per una tendinite mi devo ritirare quando sono diciassettesimo in classifica”.

Nessun rimorso? “No, facevo quello che facevano in tanti, probabilmente tutti. E come tutti vedevo l’Epo come medicina, non come doping. Veniva a costare sui 10 milioni l’anno, allora non c’era l’euro, più 5 o 6 in farmaci. L’Epo funziona a patto di allenarsi intensamente e seguire una dieta ferrea. Una terapia. Non percepivo né l’inganno che attuavo né i pericoli che correvo. Molte morti sospette di giovani corridori, nel sonno, in quegli anni. La molla mi è scattata nel ’99, quando hanno perquisito la casa del dottor Ferrari e poi, in base alle cartelle cliniche, le case dei corridori che si erano rivolti a lui. Anche la mia, all’alba. Carabinieri che rovistano nel frigorifero, aprono i cassetti, mia madre agitata che mi dice: Filippo, cos’hai combinato? Non mi hanno trovato medicinali, solo appunti su taccuini. Avrei potuto cavarmela come altri, ma ho capito che sbagliavo e non si poteva continuare su quella strada”.

“Al processo ho confermato la testimonianza, mi hanno squalificato per nove mesi, poi ridotti a quattro. Con chi mi conosceva non ho avuto problemi, ma per il gruppo ero diventato l’infame, la spia, quello che sputa nel piatto dove ha mangiato. Devo ringraziare Vincenzo Santoni, che mi ha permesso di tornare a correre e di cavarmi qualche soddisfazione. Vincere senza doping, due tappe alla Vuelta e, a 37 anni, il campionato italiano. Ma a quella vittoria è legata l’amarezza più grande: la Gazzetta, che organizza il Giro d’Italia, mi ha escluso da campione d’Italia preferendo invitare una squadretta galiziana. Una carognata. Sarà un caso, ma Armstrong aveva annunciato il suo ritorno alle corse proprio in quel Giro. Ed è col suo ritorno che si sono scoperti gli altarini. Ho scritto a Berlusconi, che era premier, e non mi ha risposto. Avrei dovuto scrivere a Napolitano. Sono andato in federazione e ho restituito polemicamente la maglia tricolore. E per questo mi hanno squalificato tre mesi. Nel 2009 ho chiuso”.

Bilanci. “Ho dato al ciclismo 29 anni di vita e ho dato più di quanto ho ricevuto. Ma qualcosa mi ha dato: un sacco di sogni, ricordi di ogni tipo, gioie e dolori, mi ha formato il carattere, mi ha fatto girare il mondo. Avrei potuto correre fino a 40 anni, ma psicologicamente ero devastato. Ogni tanto qualcuno mi chiede se, a distanza di anni, mi sono pentito di avere testimoniato al processo di Bologna. Se non volevo rogne, era meglio tacere. Ma in un certo senso mi sentivo costretto a parlare, a mandare un segnale forte. E non ho fatto nomi di corridori, solo di medici. Ad Armstrong hanno tolto tutto, ma non ne sono felice. Nella vicenda tra lui e me nessuno ha vinto, tutti hanno perso. Più che con lui, ce l’ho con chi ha governato il ciclismo e gli ha permesso di fare quello che ha fatto. Da quando Riccardo Viola è presidente Coni del Lazio, giro per le scuole medie, porto un dvd che riassume la mia carriera e insisto sulle quattro colonne, per me, dello sport a giovani: sacrificio, impegno, allenamento e studio. Mi chiedono se il ciclismo è più pulito rispetto a quando correvo e dico di sì, ci voleva poco. Ma quanto è pulito? Non lo so, lo vedo in tv, so che se tornassi nel mondo del grande ciclismo ci entrerei a testa alta e molti dovrebbero abbassare gli occhi. Ma non ho voglia di tornarci. Il mio ciclismo sono questi ragazzini, i Piratini. E gli raccomando di sognare, di continuare a sognare finché possono. A smettere, c’è sempre tempo”.

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Renzo Zanazzi, il partigiano della bicicletta https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/renzo-zanazzi-il-partigiano-della-bicicletta/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/renzo-zanazzi-il-partigiano-della-bicicletta/#comments Fri, 25 Sep 2015 05:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=28570 (fonte immagine)

Era un giorno di quasi primavera. El Zanass indossava la dorsale settantasette per la prima corsa del dopoguerra. Correva l'anno 1946. C'era tanta gente a respirare la vita sulle strade dissestate e ferite della Milano-Sanremo. Il ponte sullo Scrivia bombardato non esisteva più. Le assi di legno, assemblate come una passerella, restituivano una funzionalità tutt'altro che rassicurante. Cielo terso, l'acqua alle caviglie. Guadarono il fiume spingendo la bicicletta a piedi.

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Era un giorno di quasi primavera. El Zanass indossava la dorsale settantasette per la prima corsa del dopoguerra. Correva l’anno 1946. C’era tanta gente a respirare la vita sulle strade dissestate e ferite della Milano-Sanremo. Il ponte sullo Scrivia bombardato non esisteva più. Le assi di legno, assemblate come una passerella, restituivano una funzionalità tutt’altro che rassicurante. Cielo terso, l’acqua alle caviglie. Guadarono il fiume spingendo la bicicletta a piedi.

Renzo Zanazzi, classe 1924, amava la spicciola, perché è giusto partire tutti insieme dalla stessa linea, non come nella vita. I figli dei ricchi davanti, i figli dei poveri dietro. Questa è la nostra falsa partenza, alla quale spesso non si rimedia neanche con una fuga generosa. Tre fratelli, tutti corridori, figli di un contadino, poi emigrato a Milano a fare la guardia giurata. In una cronaca fumosa di una tappa del Giro, Indro Montanelli sbagliò due volte il luogo di nascita di questo gregario di lusso. Zanazzi invece era preciso. Anarchico, ribelle, allegro. Celso era il primo nome registrato all’anagrafe. Nato in casa, nella corte Valle del fitto, località Campitello, comune di Marcaria, provincia di Mantova. Dunque mantovano di nascita, milanese d’adozione. La Milano che progettava, fabbricava e animava la cultura delle due ruote. La Milano dello sciur Vigorelli e della pista, da troppi anni segnata dall’incuria, che nel suo nome è culla di record e storie novecentesche.

Al Vigorelli Zanazzi ci andava fin da bambino. Lassù fra la rete e i cartelloni pubblicitari, dove la pista sembrava precipitare giù da un muro, studiava l’equilibrio degli idoli. Su Milano piovevano le bombe, ma nel novembre 1942 al Vigorelli, ideato dall’architetto tedesco Schumann, c’era Coppi con la sua Legnano, un gioiello del meccanico e telaista Ugo Bianchi, ad attaccare il record dell’ora, che batté: 45,798 chilometri. Trentuno metri in più di quelli percorsi cinque anni prima, sulla stessa pista, dal francese Archambaud. Lo sguardo del campionissimo restò quello malinconico di sempre, ma alla gente aveva regalato una tregua, che è lo spazio della felicità.

Zanazzi ha preso il diploma della strada, perché le gambe giravano forte e l’hanno aiutato a comprendere il mondo. Una questione di talento. Da adolescente ha scoperto la bicicletta, o qualcosa di molto pesante che aveva quella sembianza, da garzone per un fornaio. Trenta lire al mese, la prima paga da fame. A pedalare percepì quel fresco profumo della libertà. Come alla fine dei propri giorni, ceneri al vento, libero come se fossi in bici. Una maglia di lana con i buchi per l’aerazione, le braghe con fondello in pelle di daino per salvare i gioielli di famiglia, le scarpe con un rinforzo in ferro che quando piove si trasforma in una lama e il piede sanguina, una camera d’aria rattoppata.

S’iscrisse al Dopolavoro Corsico, poi al Gruppo sportivo Spallanzani. Debuttò alla Milano-Varese del 1939: centoventi chilometri di corsa, altrettanti per andare e tornare a casa. Spiccò fra gli allievi. In pianura andava forte, in salita non si staccava e in volata era da rispettare. Uno stradista che ben figurava anche sulla pista. Un giorno diverso dagli altri Fausto Coppi gli prestò per una riunione la propria maglia iridata. Con quella addosso in pista si volava. I campioni li riconosci dalla leggerezza della pedalata. Zanazzi lo riconoscevi dalla passione smisurata, dalle borracce trasportate e dalle poche, ma significative, vittorie, che trasmettono la gioia propria dell’insubordinazione.

Lui andava a pane e acqua. Dice di aver provato la simpamina una volta: «Ma dopo cinquanta chilometri invece della carica mi ha fatto venire i crampi. Si vede che il mio sistema nervoso non la tollera. Alla fine del 1952 mi ritiro. Oltre alle pillole iniziano a vedersi anche le iniezioni. Io, che se solo vedo una siringa svengo, non sono adatto».

C’è chi sostiene che per raccontare una storia sia necessaria una sorta di giusta distanza da essa. Marco Pastonesi in Diavolo di un corridore (Italica edizioni, 252 pagine, 15 euro) dona la misura di quanto possa essere prezioso un legame d’amicizia. Accoglie fra le pagine la forza dell’oralità di una vicenda, narrata in prima persona, che è un racconto corale di un’Italia sparita. L’autore non tradisce la propria ammirazione per la figura epica del gregario. Anche quando si è occupato di un fuoriclasse, Marco Pantani, Pastonesi è andato ad ascoltare le voci dei gregari del pirata, come il coro delle tragedie greche. Zanazzi appare un cantastorie che vorremo avere sempre al nostro fianco, quasi a infonderci coraggio.

El Zanass la guerra, che gli è toccata in sorte, l’ha combattuta dalla parte della resistenza all’oppressore. Tesserino finale numero 3590 del CLN rilasciato al patriota Zanazzi Renzo, corpo volontari della libertà, guardia partigiana. La Presidenza del Consiglio dei ministri e la Commissione riconoscimento qualifiche partigiane certificarono il grado di capo squadra dal primo maggio 1944 al trenta settembre ’44 e comandante distaccamento fino al trenta aprile 1945. Raul, il nome di battaglia.

Dopo l’otto settembre lo disse al tenente Gatti, che per non fargli smarrire la sensazione della gamba gli prestava la sua Wolsit, una sottomarca della Legnano: «Con i tedeschi e i fascisti mai». Lo chiamavano disertore. Era un combattente, che in clandestinità prese le armi. La bicicletta restò una compagna fedele: «Un’altra volta mi fanno: “Tu che vai in bicicletta, c’è un comunicato da portare a Moscatelli”, e Moscatelli è un capo comunista, nascosto in Val d’Ossola. Per me fare cento o centocinquanta chilometri è uno scherzo. Ricevo una lettera, chiusa sigillata, l’arrotolo e la inserisco nel canotto della sella, e sulla mia bici da corsa, vestito da corsa, con del pane – c’è solo quello – in tasca, non ricordo neanche se ho la borraccia, prendo e vado. A un certo punto incontro un posto di blocco dei tedeschi: mostro i documenti, lì ho ancora quelli falsi, mi chiedono che faccio, rispondo che vado ad allenarmi, e mi fanno passare». In quegli anni riuscì a correre e vincere una gara importante fra i dilettanti, la Targa d’oro di Legnano. Anche il ciclismo resiste. La giovinezza non sfiorì fra i boschi, ma sulla collinetta di Sant’Alosio, al funerale di Coppi, nella grigia mattinata del 4 gennaio 1960. «Qualche volta lo avremmo anche battuto Fausto. Ma mai più ripreso».

Le memorie asciutte affidate nel tempo da Zanazzi, scomparso il 28 gennaio 2014, a Pastonesi raffigurano un’epoca pionieristica piena di vita e costruiscono una galleria straordinaria di uomini, che hanno scritto la storia popolare del Paese e di una disciplina povera non nell’umanità. Qui non si celebrano né santi, né eroi. Giovannino Corrieri, siciliano di Toscana, era per Gino Bartali il gregario ideale. Sette anni insieme, fino a diventarne l’ombra. Poi però un giorno Giovannino a Renzo confessò che lui, in fondo al cuore, era sempre stato un coppiano.

L’airone aveva due angeli custodi, ai quali affidare, per quel che è possibile, ciò che definiamo segreti. Ettore Milano, oltre al fratello Serse, era l’unico in grado di penetrare nei sentimenti, nelle paure e nelle emozioni del capitano. Sandrino Carrea dalla prigionia di Buchenwald tornò con quaranta chilogrammi in meno, e chissà quale peso sull’anima. Al Tour de France del 1952 indossò il colore giallo, ma «è così gregario che quasi si vergogna di avere sottratto, anche per un solo giorno, la gloria al suo capitano che l’indomani se ne impadronisce sull’Alpe d’Huez». Sandrino riposa nel cimitero di Cassano Spinola, coerente col suo destino, al fianco di un altro campione, Costante Girardengo.

Il talento senza testa di Meo Venturelli colpisce per come scelga di splendere solo nelle proprie giornate di sole. Sconfisse Rik Van Looy in volata, Anquetil a cronometro, Charly Gaul in salita, ma il nuovo Coppi, per sua stessa ammissione, non fu altro che una meteora. Non sapevi dove andare a trovarlo la notte, dopo aver conquistato la maglia rosa. La mattina non si reggeva in piedi. Beccato in flagrante dalla moglie si difese. Disse che l’aveva fatto per l’albergo: «Se le clienti si trovano bene, poi tornano». Luigi Casola, velocista di rango, euforico per un secondo posto al Giro di Lombardia del 1946, tornò a Busto Arsizio e si mise a lanciare dal balcone ai compaesani i bigliettoni guadagnati. Ci pensarono i genitori a correre per recuperarli.

Luigi Malabrocca, il Luisin, non è che andasse piano, ma sfumava dentro alle osterie. Non poteva vincere, allora voleva l’ultimo posto, la maglia nera per sconfiggere la miseria. Ci sono l’Alfonsina, prima e unica donna ad aver mai corso il Giro d’Italia ed Ernesto Colnago, un artigiano artista della bici, inventore nella sua bottega, officina, negozio, in via Garibaldi 10, a Cambiago. Hugo Koblet, il primo non italiano a vincere il Giro, era elegante su e giù dai pedali. Uomo affascinante che anche in corsa teneva un pettine in tasca e non si dimenticava dei gregari: «Grazie Renzo, senza di te avrei perso la maglia e il Giro». In fondo senza il gregario il capitano non sarebbe tale, una faccenda antica quanto il mondo.

Al Tour del 1951 il commissario tecnico Alfredo Binda schierò Coppi, Bartali e Magni. Il quarto moschettiere era Renzo Zanazzi, che imparò a scrutare e decifrare il territorio delle loro espressioni, delle loro facce. Negli anni Venti Eberardo Pavesi, l’Avocatt, dopo essere sceso dalla bicicletta s’era messo a fare il fornaio. Poi la chiamata dalla Bianchi in qualità di direttore sportivo, successivamente quella della Legnano. Lui investì su un giovane corridore toscano, probabilmente il più forte scalatore di sempre, secondo Zanazzi: «Bartali lo scalatore più forte, Coppi il più completo, Magni il più intelligente». Con Bartali Pavesi vinse il Giro del 1936, del ’37 e il Tour del ’38.

L’Avocatt prende poi un altro ragazzo, un piemontese con i numeri. Coppi è meglio averlo con noi, provò così a convincere il Gino. Al Giro del 1940 Bartali iniziò da capitano, per poi cedere sulla strada i gradi al rivale, compagno di squadra, che ventenne diventò il più giovane vincitore della corsa in rosa. Bartali non ne voleva sapere di avere gregari giovani, e dunque senza esperienza, con qualche ambizione da coltivare. Voleva i signor sì. Pavesi, almeno per un biennio, gli fece cambiare idea con i fratelli Zanazzi.

«Due anni alla Legnano sono il più grande errore della mia vita, perché sogno la libertà e vivo in prigionia. «Stammi vicino» mi dice Bartali, «solo tu mi puoi aiutare». E quando mi dà la libertà, vinco», racconta Renzo. Poche storie, doveva sempre stare al servizio del capitano: «Da gregario lavorare per lui è un inferno: all’inizio di ogni tappa fatica a carburare, scivola in fondo al gruppo, ci vuole una santa pazienza e una inesauribile energia per andare a prenderlo e riportarlo davanti, finché finalmente ingrana». Il Giro del 1946 Zanazzi glielo salvò, risolvendo una foratura pericolosa: «Strappo con i denti la sua gomma, strappo con i denti la mia, la monto sulla sua ruota, gli do una spinta e via». Per Bartali occorreva assaltare con rapidità le ghiacciaie delle osterie e dei bar, che conservavano l’acqua fresca. La religione della borraccia, più democratica di una coppa.

Ma chi era Bartali, mito della Nazione, padre della patria? «La verità è che Bartali è un naso schiacciato da pugile e una voce roca da fumatore; è una ragnatela di rughe e un corpo, oggi si direbbe di carbonio; è un corridore sulle montagne, l’unico che riesca a vedere orizzontale anche ciò che è verticale. È un gigante in salita. Si alza sui pedali e si siede, si rialza, se lo segui ti ammazzi. In certe fotografie sembra un Cristo in croce. È religioso, cattolico, vicino al Vaticano. Durante le giornate di riposo bussava in stanza per essere accompagnato alla messa. Era troppo di manica stretta con noi gregari».

Gino sosteneva di avere due amici a Milano, uno dei quali Zanazzi. Amici per un amore in comune, il ciclismo. «Così con Bartali ci si vede, anche dopo, ogni tanto, ma sempre. Un giorno lo incontro alla Mostra del ciclo e del motociclo, a Milano. C’è il poster dello scambio della borraccia con Coppi. E, a tutti, Bartali dice che la borraccia l’ha data lui a Coppi. Aspetto che vada via la gente e poi gli dico che è Coppi che gliel’ha data. E glielo spiego: “Se io, davanti, cerco l’acqua, guardo indietro, ma Coppi non sta guardando, perché sei tu che la vai a prendere”. E lo minaccio: “Non dire bugie, ché vai all’inferno”. E allora Bartali si mette a ridere». A Milano l’anima degli Zanazzi la si tocca nella Bottega in via Solari, civico 40, dove s’impone uno scatto che ritrae Renzo e i Coppi. Nel 1949 la Società ciclistica Fratelli Zanazzi contava il maggior numero di agonisti milanesi.

Coppi era un altro pianeta. Classe, eleganza e leggerezza inarrivabili. Renzo lo ricorda così: «Quel modo di accarezzare i pedali come petali, quel modo di volare come se avesse le ali. È all’avanguardia sugli allenamenti: lavori e distanza, i ritiri d’inverno in riviera. Sull’alimentazione: il primo a introdurre passati di verdure. E sulla farmacia. Una volta siamo nello stesso albergo, la sera busso alla porta, mi dicono di entrare, entro: su un letto c’è il Fausto, sull’altro il Serse, e in mezzo, sul comodino, un piatto con una ventina di pillole di tutti i colori. “Renzo – mi fa Serse – stiamo studiando quale colore prendere domani”». Serse, che strinse una forte amicizia con Zanazzi, lui così diverso dal fratello campione, era l’unico in grado di farlo sorridere. «Io non so dire se Coppi sia per natura triste o infelice, forse è soltanto malinconico. È leggero, alato, lo chiamano l’Airone». Renzo è tornato spesso a Castellania a rendere omaggio ai due amici, a due fratelli.

All’ultima curva, all’ultima stagione, nel 1952 alla Ganna, l’incontro con il Leone delle Fiandre, Fiorenzo Magni. Un campione monastico, metodico, le cui uniche trasgressioni, a memoria di Zanazzi, erano il pane toscano di Altopascio e il bagno caldo con sale e aceto, alla maniera di Girardengo. «Il tipo che non si arrende mai, neanche quando cade, neanche quando quei due volano». E ci strappa un sorriso, rievocando la “società della spinta”, una seggiovia umana di muratori, che al Giro del ’48 sospinse Magni in vetta. Scontò una penalizzazione. Fra i ciclisti di oggi gli piaceva il sardo Aru: «L’ho visto subito che ha una voglia matta. E…». Un pezzo della Vuelta è anche per lei, sciur Renzo.

Nella corsa più importante Zanazzi il dubbio e poi la sconfitta negli occhi dell’avversario li ha visti tre volte. Tre tappe al Giro d’Italia tra il giugno 1946 e il maggio 1947. Una vittoria inattesa, la Milano-Torino del 1947 gli valse la maglia rosa. Bartali gli aveva chiesto di ricucire una fuga, lui li riprese e poi li staccò a otto chilometri dall’epilogo. Anche alla Perugia-Firenze del ’46 i tre toscani della Legnano (Bartali, Bini e Ricci), volevano che lavorasse per un successo di campanile, da festeggiare in casa. Obbedì, ma tirando a testa bassa si congedò dalla compagnia.

«Zanazzi solo al traguardo di Torino», titolò il giornale. Solo l’indomani gli fecero vestire la maglia del leader, consegnata da un operaio della Gazzetta dello Sport, e la tenne per tre giornate. Un dettaglio per un uomo tenace e paziente per forza di cose, che ha saputo osservare l’arte dell’attesa: «Caro Renzo complimenti per la vittoria di Torino e per quella di Firenze – leggiamo nel telegramma del patron Mario Della Torre, giunto in gara al Pavesi – ma adesso devi correre solo per Bartali».

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Dieci anni senza Marco Pantani. Il racconto di Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/estratti/marco-pantani/ https://minimaetmoralia.it/estratti/marco-pantani/#comments Thu, 13 Feb 2014 11:10:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18326 Il 14 febbraio 2004 moriva Marco Pantani. Lo ricordiamo con l'articolo, ormai noto, con cui Gianni Mura lo raccontò il giorno dopo su la Repubblica (e che compare anche in La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour pubblicato da minimum fax nel 2008). Segnaliamo anche questo articolo dello stesso Mura uscito su la Repubblica due giorni fa in occasione del decimo anniversario della morte di Pantani.

Pantani trovato morto in un residence 

di Gianni Mura

14 febbraio 2004 – Marco Pantani ha cominciato a morire quella mattina del ’99, a Madonna di Campiglio. Non ha accettato la positività, non ha accettato niente di quello che gli capitava. Tanti altri corridori, invischiati nelle faccende dell’ematocrito, del doping, si sono fermati e sono ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva all’opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più isolato, la sua fuga ha avuto distacchi crescenti. E ogni tanto, su questo o quel giornale, su questa o quella televisione, gli appelli: Marco, torna.

Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed è, così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente senza sapore. Un palcoscenico senza un prim’attore, con volenterosi caratteristi che però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico. Pantani ci riusciva benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle salite era l’equivalente dell’acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze quasi mistiche. La spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana, a un certo punto via anche gli orecchini. Era come un samurai. Ed erano gli altri a saltare per aria.

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Marco-pantani

Il 14 febbraio 2004 moriva Marco Pantani. Lo ricordiamo con l’articolo, ormai noto, con cui Gianni Mura lo raccontò il giorno dopo su la Repubblica (e che compare anche in La fiamma rossa. Storie e strade dei miei Tour pubblicato da minimum fax nel 2008). Segnaliamo anche questo articolo dello stesso Mura uscito su la Repubblica due giorni fa in occasione del decimo anniversario della morte di Pantani.

Pantani trovato morto in un residence 

di Gianni Mura

14 febbraio 2004 – Marco Pantani ha cominciato a morire quella mattina del ’99, a Madonna di Campiglio. Non ha accettato la positività, non ha accettato niente di quello che gli capitava. Tanti altri corridori, invischiati nelle faccende dell’ematocrito, del doping, si sono fermati e sono ripartiti. Lui no. Lui, il re delle salite, si è specializzato nelle discese. Agli inferi, ai paradisi artificiali, a tutto quello che lo nascondeva all’opinione pubblica, ai giornalisti, ai giudici. Si è sempre più isolato, la sua fuga ha avuto distacchi crescenti. E ogni tanto, su questo o quel giornale, su questa o quella televisione, gli appelli: Marco, torna.

Appelli giusti, perché il ciclismo senza Pantani era ed è, così appare in questo momento tristissimo, una minestra assolutamente senza sapore. Un palcoscenico senza un prim’attore, con volenterosi caratteristi che però non riescono a dare una scossa al cuore del pubblico. Pantani ci riusciva benissimo, era la sua grande specialità. Pantani sulle salite era l’equivalente dell’acrobata senza rete. Un rituale, con cadenze quasi mistiche. La spoliazione, per esempio: via il berrettino, via la bandana, a un certo punto via anche gli orecchini. Era come un samurai. Ed erano gli altri a saltare per aria. Erano gli altri a non reggere il suo passo, che all’inizio sembrava quello sghembo, di un arrotino, lo zigzagare incerto di un aratro, ma più la salita assumeva pendenza più diventava una condanna, una specie di campana a morto per chi doveva inseguire e non ce la faceva assolutamente a tenere quel ritmo.

Un giorno, al Tour, gli avevo chiesto: «Perché vai così forte in salita?» E lui ci aveva pensato un attimo e aveva risposto, questo non riesco a dimenticarlo: «Per abbreviare la mia agonia». Ecco, pensando a questa frase ho fatto i calcoli: la sua agonia è durata qualcosa meno di cinque anni. Però è stata un’agonia. Pantani è stato troppo grande in bicicletta per accettare di essere piccolo, peggio di essere rimpicciolito per legge, di essere uno come tanti. Non era questa la vocazione, non era questo il suo destino. La sua vocazione era quella di svegliare le montagne, di essere paragonato a un fossile, Pantadattilo l’avevo battezzato un giorno, perché mi dava l’impressione di un animale preistorico, una specie di Godzilla su due ruote, qualcosa che rompe l’asfalto delle strade nuove, le regole del nuovo ciclismo (che l’hanno portato dove l’hanno portato, per inciso) e riporta ai tempi eroici, a quelli di Binda, o più ancora, più lontano, di Giovanni Gerbi detto il Diavolo Rosso, che somigliava nel fisico, nella pelata, a Pantani.

E questa pedalata di Pantani era un linguaggio universale, non a caso i francesi, con la loro puzza sotto il naso in fatto di ciclismo e non solo, l’avevano adottato. Saltavano sui tornanti del Galibier o del Plateau de Beille esattamente come i romagnoli, i bergamaschi, i liguri. Pantani era uno spettacolo, e chi l’ha visto, in quegli anni, soprattutto nel magico ’98, l’accoppiata Giro-Tour, non se lo può dimenticare. Era un corridore diverso dagli altri, come uno che vuole essere diverso. Anche questo soprannome di Pirata, che s’era scelto, quel cranio rasato a zero anche quando il sole dei Pirenei avrebbe raccomandato prudenza. Lo scalatore di Cesenatico, si usava dire. Ma i nonni venivano da Sarsina, un paese dell’Appennino romagnolo dove ancora ci sono le processioni per salvare gli indemoniati, e al loro collo si mette il collare di san Vicinio. Il paese di Plauto, anche, ma Pantani non aveva maschere. Aveva solo la sua faccia, normale, gli occhi profondi, un po’ liquidi, le orecchie larghe, a sventola. Da ragazzino, raccontava, andava sempre a scuola col coltello in tasca, «per difendere i più deboli». Non ho mai indagato oltre. Ha avuto tanti incidenti, in carriera: si è spaccato le gambe, si è rotto dappertutto, si è sempre rimesso in piedi.

A Madonna di Campiglio è stato come tagliato in due, non si è più rimesso in piedi. Ha accusato il mondo di accanimento nei suoi confronti, e forse un po’ aveva ragione. Ma lui era qualcuno di molto grosso, nell’acquario del ciclismo, e il pesce grosso fa più notizia. Questa, stanotte, è l’ultima volta che fa notizia, ed è una brutta notizia per quelli che nonostante tutto hanno continuato a volergli bene, quelli che, come me, si erano abbonati a una formula di comodo (lo considero disperso in Russia) per non ammettere fino in fondo l’inquietudine, il dispiacere. Da anni si sapeva delle cosiddette cattive compagnie, delle droghe non solo ciclistiche, dei privé delle discoteche, i carissimi amici che forse non erano tanto amici, ma chi si può assumere il diritto di andare a consigliare un disperato? Perché, sostanzialmente, questo era Pantani. In cima al mondo con la sua bici, e nessuno senza la sua bici, e poche le possibilità di tornare a essere qualcuno con quella bici. I tentativi li aveva fatti, anche all’ultimo Giro d’Italia, per quanta buona volontà ci avesse messo, aveva finito al quattordicesimo posto. Non era da lui.

Adesso, in un paragone probabilmente esagerato, dovuto all’ora tarda o al dolore, si può dire che Pantani senza bicicletta era come l’albatros di Baudelaire. Adesso, che non si sa di preciso come è morto, si può dire che raggiunge i ciclisti morti di malamorte, di morte strana: Pélissier steso a revolverate dall’amante, Pottier impiccato nel garage per una delusione d’amore, Robic ridotto a fare l’uomo-cannone al circo, e poi schiantatosi in auto in una curva, Ocaña che si è tirato una fucilata in bocca nelle sue vigne di Villeneuve-de-Marsan. Adesso si può dire, ma è tardi (è tardi per moltissime cose, è troppo tardi) che a Marco Pantani è venuto a mancare Pezzi, la sua stella polare e anche morale, l’unico che era riuscito a spronarlo, a fargli fare la vita del corridore, ad avere un’influenza su di lui anche da morto, tanto è vero che il Tour del ’98 Pantani lo aveva dedicato alla memoria di Pezzi. E tutti continuavano ogni tanto a dire Marco torna, ma non poteva tornare. Ormai si era isolato in un mondo suo, con delle regole sue.

Giravano leggende metropolitane, anzi romagnole: è sempre in palestra, sta pensando al body building. Io continuavo a darlo per disperso, sapevo che non sarebbe più tornato, e sapevo, anche se è facile dirlo adesso, che sarebbe finito male. Non così presto però, in questo modo no, non lo aspettavo. Se ne riparlerà, è inevitabile, si sta parlando di una morte che addolora tutti, che non si sa ancora a cosa attribuire, se a un gesto volontario, a un errore. Resta emblematico il nome dell’ultima scena, che non era una salita: le Rose. Sono fiori romantici. Altri osserveranno che è triste morire da soli la notte di san Valentino. Morire da soli è triste, comunque, in qualunque notte. E Pantani, negli ultimi anni, era un uomo molto solo, anche se attorno poteva avere tanta gente. Era la solitudine di chi non riesce più ad accettarsi così com’è, e nemmeno la vita che questo comporta.

Gli sia lieve la terra, al fondo di questa lunga discesa. Diventerà un mito, probabilmente. Come quelli che muoiono troppo presto, come quelli che non si sa perché muoiono. Avrei preferito vederlo invecchiare, e bere un bicchiere di Sangiovese con lui, da qualche parte sulle sue colline.

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Intervista a Gianni Mura https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-gianni-mura/ https://minimaetmoralia.it/interviste/intervista-gianni-mura/#comments Mon, 01 Jul 2013 13:19:21 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14835 Questo pezzo è uscito sul Mucchio. Ne approfittiamo per segnalarvi che il sito della rivista ha da poco inaugurato una veste grafica completamente rinnovata. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro - e dunque la grandezza da scrittore - è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

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Questo pezzo è uscito sul Mucchio. (Immagine: Scrittorincittà, Cuneo 2008.)

Sono partito dal “lei”, con Gianni Mura, oltre che per educazione, perché è la formula che viene istintivamente quando devi rivolgerti ai grandissimi. Mura, però, mi ha stoppato: “Siamo colleghi, andiamo con il tu”. Okay, va bene. Di lui, di giannimura, vorrei dire quello che ha scritto Greil Marcus a proposito di Lester Bangs introducendo Psychotic Reaction and Carburetor Dung: “Forse questo libro chiede al lettore di essere disposto ad accettare il fatto che il miglior scrittore americano sapesse scrivere quasi esclusivamente recensioni di dischi”. Ecco, Mura è anche un buon romanziere (a differenza del disastroso Les), ma il tesoro – e dunque la grandezza da scrittore – è nei suoi pezzi di calcio e ciclismo, una miniera inesauribile di ricchezza linguistica e inventiva; partite memorabili giocate su carta. Il Saggiatore ne offre un’antologia, Non gioco più, me ne vado.

Uno dei pezzi più geniali? Quello in cui Mura, subito dopo la vittoria al mundial di Spagna, piazza su una colonna quello che la stampa scriveva prima del trionfo, e su un’altra quello che ha scritto dopo: l’isteria, le urla, questo modo di fare che non ha mai abbandonato il calcio.  “Il titolo, in realtà, è anche vagamente iettatorio”, scherza Mura. “Piaceva all’editore perché lo trova scherzoso. Quando faccio una presentazione in pubblico però do subito uno scoop dicendo che non me ne vado affatto. Poi trasmette l’idea che io non sia in sintonia con il calcio degli ultimi anni. Be’, se assisto a una partita bellissima lo scrivo. È che c’è un tasso di broccaggine estremamente alto, e che in Serie A gioca della gente che trent’anni fa sarebbe rimasta in B. E magari guadagnano quanto Rivera. Questo mi dà leggermente fastidio”.

Come sei arrivato alla Gazzetta, giovanissimo?

Avevano una specie di accordo con uno dei due Licei classici più “reputati” di Milano, il Manzoni, che alla fine della maturità gli segnalava uno o due nomi dei più bravi in italiano… se adesso ti presenti dicendo “conosco più di duecento aggettivi” non ti assumono mai nella vita. Sei sospetto.

Che ricordi hai del primo pezzo scritto?

Alla Gazzetta mi assegnarono un articolo da scrivere dopo qualche tempo trascorso da ragazzo di bottega. Come dicevo, ero piovuto in una redazione direttamente dai banchi del Liceo Classico: non ero neanche sicuro che quello sarebbe stato il mio mestiere. Il primo pezzo che mi assegnarono fu un’intervista, due cartelle, a Germano, ala sinistra brasiliana del Milan. Però commisi un errore colossale: lo scrissi per dimostrare quanto ero bravo. Cosa ancora peggiore: lo scrissi come se fossi Brera, utilizzando frasi in dialetto, in tedesco, di tutto. Quando lo consegnai, il direttore Gualtiero Zanetti mi richiamò: “Questo pezzo puoi arrotolarlo e ficcartelo nel culo. Di Brera ne abbiamo già uno, basta e avanza quello vero. E poi ricorda che col tuo pezzo, dopo averlo letto, ci fa il cappello un muratore della Bovisa”. Uscii dall’ufficio di Zanetti con la coda tra le gambe, lo riscrissi come diceva lui e venne pubblicato senza una virgola cambiata. Da allora non ho più dovuto riscrivere un pezzo: la lezione mi fu molto utile.

Immagino però che negli anni il tuo stile si sia evoluto. Secondo quali influenze?

Non saprei. Se rileggo adesso cose scritte quarant’anni fa le trovo legate ai tempi, magari un po’ ingenue. Credo di aver migliorato la sensibilità nei confronti di quello che succede intorno, di non essermi concentrato solo sull’avvenimento agonistico. Questa probabilmente è una delle chiavi della mia popolarità, se vogliamo chiamarla così. In fondo lo sport è molto cambiato, rispetto ai miei inizi.

Ecco, cosa è cambiato rispetto ai tuoi esordi?

Soprattutto c’era molta meno televisione. Addirittura quasi nulla. E quindi il giornale doveva dare anche un’idea visiva di come era andata la partita. I pezzi erano molto più lunghi. Era anche molto diverso – e questo è il lato più spiacevole – il rapporto tra noi giornalisti e i calciatori. Erano più vicini, ed era facile parlare con loro. Agli inizi, quando andavo a Milanello o ad Appiano Gentile per fare i notiziari, parlavo senza problemi con Mazzola, Rivera o Facchetti. Bastava fargli un segno, e si fermavano al termine dell’allenamento. Oppure ti dicevano: “Devo scappare, ma mi trovi a casa tra le sei e le sette”. Non ha mai sgarrato nessuno. Certo, eravamo anche di meno noi giornalisti. A vedere l’Inter durante la settimana eravamo in cinque o sei, e questo ci permetteva di stabilire un rapporto più diretto con i calciatori.

Erano i tempi in cui Beppe Viola intervistava Gianni Rivera sul tram, a Milano.

Esatto. Quell’intervista dimostra due cose. Uno, il gran talento di Viola. Però quel tram, se si rivede la scena, non era noleggiato dalla Rai, con a bordo solo Rivera e Viola. Si intravedono i passeggeri che si sono visti salire sopra Rivera e Viola senza per questo piazzarsi dietro la telecamera per fare ciao ciao con la manina, o salutare a casa. Viola e Rivera erano due che stavano lavorando, e li hanno lasciati in pace. Bisogna pensare se questo sarebbe possibile oggi, con El Shaarawy o Milito.

Credo proprio di no.

Ecco, la risposta è automatica. Poi, tornando alle differenze con i miei tempi, c’è da dire  questo: più la televisione ha preso piede e più i direttori hanno iniziato a tagliare lo spazio dedicato alla partita, puntando su altro. Ogni volta che si parla di restyling su un giornale, si va a finire con foto e immagini più grandi e testi più piccoli. Io, che sono cresciuto leggendo Brera, posso dire che le sue partite duravano cinque-sei cartelle. Per la finale dei mondiali 2006 vinta dall’Italia ho scritto settantasei righe, mi pare.

Ma a parte il fatto che si gioca ancora con una palla, esistono fattori di continuità con il calcio di trent’anni fa?

Mah, direi che a parte il fatto che si gioca ancora con la palla c’è che noi cronisti non paghiamo ancora il biglietto. E credo che sarà così ancora per poco. È cambiato anche il modo di giocare. E non mi riferisco all’uomo, o alla zona. Me ne parlava Riva già durante le Olimpiadi dell’88. Non avendo altre entrate oltre agli stipendi, dovevano guadagnarsi tutto sul campo. Oggi, con tutti i contratti che girano, si pensa di più al fine carriera. Riva ha guadagnato in tutta la vita molto meno di una riserva della Roma o del Milan, e a fine carriera aveva un distributore di benzina con Tomasini.

Leggendo i pezzi di Non gioco più, me ne vado, sembrerebbe che i mondiali del Messico nel 1986 abbiano rappresentato una sorta di cesura.

Sì, quello fu come un inizio, in effetti. Era tutto un Televisa o Coca-Cola, una presenza di sponsor molto massiccia rispetto solo a quattro anni prima, in Spagna. E le squadre cominciarono anche a svolgere gli allenamenti a porte chiuse. Ma il vero delirio fu a Stati Uniti ’94. Non si poteva entrare con gli ombrelli negli stadi e persino i panini dovevano essere a norma, dovevano avere una certa misura.

E che ricordi hai invece dei mondiali italiani del 1990?

Ricordo soprattutto che c’era il problema degli Hooligans. A un certo punto scrissi una lettera aperta a Cossiga. Perché Brera stava sull’Italia, e io facevo le partite importanti fuori dal girone. E allora ero a Torino il martedì, e non si serviva il vino nei ristoranti. A Bari, di mercoledì, e ancora niente vino. Lo stesso a Cagliari il giovedì. Alla fine dicevo: guardate che per colpa di qualche testa di cazzo ci va di mezzo un patrimonio culturale dell’Italia. Se in ristorante uno si piglia un porcetto allo spiedo, avrà almeno il diritto di bere un bicchiere di vino rosso. Il problema me lo risolse un ristoratore di Cagliari. Mi fa: “Il solito tè, dottore?” E io: “Quale tè?” Ed è arrivato con una di quelle scodellone da caffèlatte.

Non era tè, immagino.

No, era Cannonau. Però la cosa divertente è che c’era un Prefetto, un generale dei carabinieri, a pochi metri. Se controllava potevano essere problemi.

Per fortuna non lo ha fatto. Dopo il Brasile, i prossimi mondiali saranno in Quatar e Russia…

Ormai è chiaro che contano i soldi, e non da oggi. Il successo di squadre come il Chelsea o il Manchester City, con magnati russi o arabi, lo prova. E i mondiali vanno lì, dove pagano meglio. Allo stesso modo come il Tour, che parte dall’Olanda o dalla Germania, e hanno anche un’idea di partire da Washington, il prossimo anno. È come la finale di Supercoppa a Tripoli, delle cose che trovo francamente ridicole. Non ho mai sentito di una finale di Coppa nazionale giocata fuori, vale per l’Inghilterra come per il Belgio.

Da cronista, è più difficile rendere un calcio di rigore o una fuga in montagna?

Te la cavi prima a scrivere di un calcio di rigore. Perché la fuga non si risolve in pochi secondi. Su un calcio di rigore un grande scrittore ci potrebbe scrivere un racconto.

In effetti lo ha fatto Osvaldo Soriano.

Già, anche se quello era il rigore più lungo del mondo. Una fuga in montagna offre il paesaggio, il pubblico, una quantità di protagonisti maggiore.

A quale dei protagonisti di cui hai scritto sei più legato, nel senso “affettivo”?

Direi Gianfranco Zola, Gigi Riva, Damiano Tommasi, Paolo Sollier, Osvaldo Bagnoli… per gli altri sport Josefa Idem, Felice Gimondi, e Merckx, una persona di grande civiltà.

Merckx è una delle icone del ciclismo, l’altro grande sport di cui ti sei occupato. Dopo quello che è successo a Lance Armstrong, con sette tour revocati, che credibilità ha il ciclismo?

È una cosa mostruosa. Di Armostrong penso questo: se è vero, come ha sostenuto la Wada (L’Agenzia mondiale anti-doping, ndr) che ha messo in piedi il più sofisticato ed efficace sistema di doping individuale e di squadra, allora non può aver fatto tutto da solo, ma deve avere avuto delle coperture fortissime da parte dell’Unione ciclistica internazionale, che poi ha allestito la ghigliottina in piazza. Però sicuramente per tutti quegli anni di trionfi deve aver avuto un ombrello sulla testa. Ancora su Armstrong, ma pensando anche a Pantani. Dopo Madonna di Campiglio (la tappa del Giro in cui Marco Pantani risultò positivo al doping, nel 1999, ndr), e ancor di più dopo la sua morte, credo di aver battuto il record di corrispondenza con i lettori. Il succo delle loro lettere era: ci hai insegnato ad amare Pantani, e adesso? Molto civilmente mi chiedevano: com’è possibile che in tutti questi anni non vi siete accorti di niente? Siete complici, o siete dei fessi?

E cosa rispondi a queste domande?

Ho anche pensato di smettere… il caso Pantani, per come si è sviluppato, mi ha toccato molto. Non posso dire che eravamo amici, ci avrò parlato a quattr’occhi cinque o sei volte in tutto. Che poi è già molto, visto che era molto isolato. Quando era di luna buona, però, anziché fermarsi dieci minuti si tratteneva per mezz’ora, anche di più. Per lui, come per Armstrong, vorrei però ricordare sommessamente che noi non facciamo analisi chimiche, né al sangue né alle urine. Non siamo neanche in grado di fare intercettazioni. Se un giornalista ha dei sospetti, il massimo che può scrivere è che “corrono voci”, eccetera.

Come hai appreso la notizia della morte di Marco Pantani?

Quando mancò Pantani ero in ferie, in un ristorante di Firenze con mia moglie. Mi telefonarono dal giornale dicendomi che Pantani era morto. Al mio collega dissi che non era il momento di fare scherzi del cazzo. Ho piantato la trippa che stavo mangiando e sono andato in albergo. Dopo un quarto d’ora ho dettato a braccio il mio pezzo.

Di sicuro è stato un colpo tremendo per tutti noi. Adesso vorrei proporti un po’ di botta e risposta vecchio stile. Cominciamo ancora dal ciclismo: Qual è la tappa più emozionante a cui hai assistito?

Ancora lui, Pantani. La tappa con l’arrivo a Les Deux Alpes nel ’98, quando dette otto minuti a Ulrich. Però anche alcune tappe, del Tour, penso alla caduta di Ocaña nella discesa del Col de Menté nel 1971. Merckx era secondo, andò a sbattere contro un muretto ma rimase in piedi. Adesso Armstrong è considerato un demone, ma ricordo il suo arrivo alla tappa di Limoges, nel Tour del ’95. Mi pare che pur essendo ateo sia stato il primo a indicare con due indici il cielo per ricordare il compagno morto, Fabio Casartelli.

La partita di calcio più bella? Intendo dal punto di vista del gioco.

Francia – Germania, semifinale dei mondiali dell’82, a Siviglia. Successe di tutto, finì ai calci di rigore. I tedeschi si stancarono così tanto che in finale contro l’Italia avevano il fiato corto. Vincevano 3-1, poi la Francia li riprese, perdendo però ai rigori.

Il calciatore più forte?

Maradona.

Resiste ancora all’assalto di Messi?

Maradona è decisamente meglio di Messi. Anche perché Messi è il terminale della sua squadra, mentre nel Napoli i gol li facevano Giordano, Careca, Carnevale. Maradona segnava anche tanto ma era soprattutto un suggeritore. Maradona, poi, al contrario di Messi, era un capitano, un condottiero. Era piccolo ma tosto, e gli andavano tutti dietro. Anche nel fuoco. Credo che Messi abbia un altro carattere. Maradona a Napoli trovò un matrimonio perfetto. All’epoca frequentavo Napoli abbastanza. Le scritte sui muri dicevano “Napoli campione in culo alla nazione”.

La nazionale italiana migliore?

Come forza complessiva direi quella dei mondiali in Argentina del 1978. In ogni caso non si esce dal ‘78-’82. Sono quelli gli anni d’oro.

Come hai vissuto il periodo del “sacchismo”?

In realtà bene. Con Sacchi ci andavo anche d’accordo. Mi aveva anche proposto di essere l’unico ad assistere agli allenamenti. Per lui era un grandissimo regalo, ma – probabilmente con scarso tatto – gli risposi che era come se Marchesi mi avesse invitato al mercato a comprar le carote. Io giudico i piatti… e il piatto è la partita della domenica.

Cosa ti piace di più del calcio?

Il gesto tecnico. Si va allo stadio per il dribbling, il tunnel, il colpo del campione. Per una punizione di Mario Corso. Devo ancora trovarne uno che mi dice: “Vado allo stadio per vedere una diagonale difensiva”. Saranno quelli di Sky che si eccitano per una diagonale difensiva.

Quali sono invece i momenti più bui a cui hai assistito?

Per me sono legati agli episodi di violenza, e purtroppo ce ne sono tanti. Dai morti accoltellati fino agli striscioni contro gli ebrei. Ci si deve chiedere perché questo sport debba essere più sporcato degli altri.

Che idea hai del mondo degli ultrà?

Lo trovo molto monotono. Son convinti di essere tutti diversi ma in realtà sono quasi tutti uguali. Hanno gli stessi cori e lo stesso abbigliamento, li distingue solo il colore della sciarpa. Detto questo, la curva non è necessariamente il settore peggiore dello stadio… credo che a livello di criminalità organizzata bisogna guardare alla tribuna d’onore.

Per concludere, torniamo al mestiere. Come se la passano oggi i giornalisti?

Sta prendendo sempre più corpo un’idea di informazione che non condivido, e che non intendo praticare… un’informazione liofilizzata, senza approfondimento o gusto del racconto. Twitter, sms, eccetera. Poi non si capisce che cazzo se ne fa la gente del tempo che guadagna. Credo proprio che il vero dramma di oggi sia non avere tempo libero, o averlo illusoriamente… Come se stare un’ora a leggere il giornale seduti su una panchina sia una cosa dell’altro mondo. Invece il mio sogno da pensionato è una bella panchina verde, con spalliera, due o tre giornali, un bar vicino per il caffè o il bianchino. Non è che si stesse meglio nell’800, però tutto quello che è accelerato, fast, mi spaventa. Mi preoccupa anche questo voler continuamente aggiornare giornali e siti. Non riesco a immaginare chi è quello che ogni quaranta minuti vuole un aggiornamento su un delitto. Dev’essere gente più compulsiva che altro. La mia tendenza è un’altra: l’unica tessera che ho io è quella di slow food. Io mi reputo un giornalista slow.

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