Marco Polo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-polo/ un blog di approfondimento culturale Mon, 24 Nov 2014 09:36:10 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Polo Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-polo/ 32 32 Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/ https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/#comments Mon, 24 Nov 2014 09:36:10 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24459 Pubblichiamo un'intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l'autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

L'articolo Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis proviene da Minima et Moralia.

]]>
Settis

Pubblichiamo un’intervista di Simona Maggiorelli a Salvatore Settis apparsa sul settimanale Left. Ringraziamo l’autrice e la testata. (Fonte immagine)

di Simona Maggiorelli 

Lancia un grido d’allarme per Venezia e, attraverso questo simbolo, per il futuro di molte altre città storiche il nuovo libro di Salvatore Settis. Nel volume Se Venezia muore edito da Einaudi, l’eminente archeologo e storico dell’arte della Normale stigmatizza le responsabilità politiche e l’ignoranza di amministrazioni e governi che hanno ridotto la laguna a una sorta di Disneyland per grandi navi. Ma al contempo, come è nel suo stile colto e animato da passione civile, offre una riflessione alta sul senso politico dell’abitare raccontando l’originalità e l’unicità di centri urbani (da Venezia a l’Aquila, a Matera e oltre) che rappresentano una sfida creativa ai limiti imposti dalla natura.

Con i suoi palazzi storici che concorrono, ciascuno con un proprio timbro, alla composizione armonica della città sull’acqua, «Venezia offre l’esempio supremo di una transizione dall’ordine della natura a quello della cultura» scrive Settis. Qui più che altrove le tipologie architettoniche, le sequenze dei quartieri, le tecniche di muratura, i materiali, le membrature lasciano trasparire in filigrana il vissuto, le tensioni, i conflitti di chi l’ha abitata e modificata nei secoli.

«Per sparse sopravvivenze», la città visibile racconta la storia della «città invisibile» fatta di relazioni umane. All’occhio attento Venezia si fa leggere «come un palinsesto» lasciando intravedere una forma latente e più profonda. Che inavvertitamente, potremmo dire, concorre a creare la speciale atmosfera cosmopolita e malinconica che aleggia per le calli.

«Ogni città lascia una traccia nell’animo, nel carattere e negli umori delle persone che la abitano», scrive Orhan Pamuk in Istanbul. Tornano in mente queste parole del premio Nobel turco leggendo Se Venezia muore. «Nel parlare di città invisibile la mia ispirazione diretta è Italo Calvino e il suo personaggio Marco Polo» commenta Settis. «Ma Pamuk è un autore che amo molto. Nel libro Istanbul c’è il suo continuo girare intorno alla città e alla sua infanzia. Mentre il museo privato che ha costruito più di recente racconta un amore per una donna che è anche amore per Istanbul. La dimensione più importante di ogni discorso sulle città non è quella urbanistica né quella speculativa o dei piani casa dei vari governi, ma riguarda l’anima della città: l’anima siamo noi che l’abitiamo».

La città vive di relazioni umane, di spazi pubblici abitati, altrimenti rischia di scadere a scenografia inerte. Il centro di Venezia, come quello di Firenze, perde abitanti ed è sempre più ostaggio di un turismo mordi e fuggi. Come far capire ai politici che è un assassinio?

Di fronte alla politica ufficiale dei partiti ci sono già moltissimi movimenti di cittadini che si oppongono e contrastano tutto questo. Ma oltre alla lotta perché non si facciano più cene sul ponte Vecchio a Firenze, perché non si svendano i nostri centri storici, occorre una riflessione sui grandi principi: bisogna ricordarsi che cosa è la città e che sono gli esseri umani ad animarla. La città storica si pone come un luogo di dialogo, di discorso, uno spazio di creatività, di democrazia. In cui i cittadini sono attivi, non sono solo servitori di stuoli di turisti. Beninteso, va benissimo che ci sia chi tiene alberghi, chi fa cucina, ma non può essere solo questo. Le città devono ritrovare la loro “anima”. Venezia perde mille abitanti l’anno. Si svuota, in particolare, di chi ha pochi soldi. Sta diventando una sorta di paradiso artificiale per ricchi, una città che non esiste, una Disneyland. Questo è esattamente il contrario di ogni meccanismo di eguaglianza, di democrazia, di cui oggi invece avremmo bisogno.

Se non si danno strumenti di conoscenza, ma al contrario impacchettiamo pubblicitariamente Venezia, dando libero accesso alle grandi navi, non rischiamo di azzerarne la storia e di offrirne agli stessi turisti un’immagine appiattita, quasi fosse un clone di se stessa?

La ragione per cui Venezia si presta ad essere il simbolo delle città storiche è che, oltre ad essere straordinariamente bella, il suo tessuto urbano vive in simbiosi con la natura e in particolare con la Laguna. Il che, mutatis mutandis, è vero anche per altre città. In genere il limite della città è la campagna ma oggi è ridotta a un ritaglio fra un’autostrada e un’altra. A Venezia invece la presenza della Laguna è molto forte. Ma queste gigantesche navi sfilano portando decine di migliaia di persone al giorno, che guardano Venezia dall’alto stando in mutande. A volte non si degnano nemmeno di scendere. Questa intrusione di grattacieli immobili, distrugge il rapporto con la natura. È un problema non solo estetico, ma anche di natura etica,comportamentale, sanitaria, perché è chiaro che queste navi inquinano pesantemente. Le autorità comunali, regionali e nazionali fanno finta di non vedere ma lo sanno tutti.

Oltre alle «navi grattacielo», c’è stato anche chi ha avanzato il progetto folle di costruire un cordone di grattacieli a margine della città per proteggerla dall’acqua alta. Il postmoderno in architettura rischia di fare danni irreparabili?

Questo «grattacielismo» – l’espressione è di Vittorio Gregotti – affligge l’architettura contemporanea. È un figlio diretto della speculazione finanziaria. Edificare in altezza non conviene a chi ci va a vivere o a lavorare. Chi potendo scegliere andrebbe al centesimo piano, chiuso in un loculo e non in una casa con giardino? Il grattacielismo di moda nei più ricchi fra i Paesi del Golfo Persico, ad Abu Dhabi e Dubai, in Italia non ha mai preso piede ma ora lo si cerca di lanciare: i grattacieli di Milano spuntati per l’Expo ne sono un esempio. Pensavamo che i grattacieli a Venezia fossero solo un delirio di Pierre Cardin, ma è uscita quest’idea di uno studio belga di fare una corona di grattacieli. Può essere considerata una provocazione, uno scherzo, non è un progetto commissionato davvero, ma racconta questa difficoltà a pensare l’architettura contemporanea se non passando attraverso la forma del grattacielo. Qui sarebbe passiva imitazione, una scopiazzatura.

Riallacciandosi a Rem Kolhaas, tra l’altro direttore della Biennale 2014, lei racconta la storia dei grattacieli di Manhattan. A New York, come a Dubai o ad Honk Kong, il grattacielo era forse l’unica forma proponibile, ma che senso avrebbe nel nostro contesto?

La forma del grattacielo, così come è nata storicamente alla fine dell’800 ai primi del ’900 in città come Chicago o New York, veniva da un certo orizzonte culturale . È veramente sorprendente che città come Milano o Torino si vogliano allineare a questa moda con cento anni di ritardo, per giunta presentandola come se fosse una novità. E qui si notano contraddizioni anche di un architetto come Renzo Piano che da un lato dice «rammendiamo le periferie», dando una parola d’ordine bellissima, dall’altra costruisce un grattacielo nel centro di Torino. Se si limitasse a curare le periferie senza fare grattacieli sarebbe più credibile.

Citando Plutarco lei ricorda che una città è come un organismo vivente. Ed è soggetta al passare del tempo. Ma non tutto ciò che appartiene al passato deve essere conservato tale e quale. Da parte dei politici al governo va di moda accusare i soprintendenti di essere dei talebani della conservazione, ma la tutela non è, di per sé, necessariamente dinamica?

La tutela è sempre qualcosa di dinamico. Non solo i soprintendenti ma anche persone come me vengono accusate di essere talebani della conservazione. C’è questa specie di leggenda nera per cui chi dice dobbiamo proteggere le nostre città e il nostro patrimonio viene scambiato per uno che vuole ibernarli. Ma la realtà non si può ibernare, gli alberi crescono, nascono, muoiono, lo stesso paesaggio è in continuo mutamento, la natura e l’essere umano hanno a che fare con il cambiamento. Certo in questo caso deve essere negoziato in base al codice genetici di una determinata città, di un determinato paesaggio. E poi ci sono le leggi e il rispetto della legalità che dovrebbero portare verso la tutela.

Lo Sblocca Italia, di cui lei ha scritto anche nel libro Rottama Italia (L’Altreconomia) porterà nuove colate di cemento? Come si muove il governo?

La politica si sta muovendo come al tempo in cui il presidente del Consiglio si chiamava Berlusconi. Da questo punto di vista il cambiamento di cognome del premier e del nome del partito di maggioranza relativa non ha portato nessun cambiamento. Qui si vede che con il patto del Nazareno Berlusconi porta dei voti a Renzi, chiedendo delle cose in cambio. Nello Sblocca Italia ci sono delle norme contro cui il Pd protestava vivacemente quando le proponeva il centrodestra, ora le ha fatte proprie.

L'articolo Se Venezia muore all’ombra dei grattacieli: intervista a Salvatore Settis proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/arte/intervista-salvatore-settis/feed/ 10
Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/ https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/#comments Mon, 24 Feb 2014 11:13:45 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=18811 1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi.

L'articolo Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>
IMG_8188_2

(La foto è di Paolo Pecere)

1. Che cos’è Google Treks e come viaggeremo su Marte

Philip Dick avrebbe alzato le sopracciglia.

Nel suo racconto Possiamo ricordarlo per te all’ingrosso (1966) il protagonista Douglas Quail si rivolge all’agenzia di viaggi virtuali REKAL per farsi impiantare le memorie di un viaggio su Marte che non potrà mai permettersi di fare. «Lei non può farlo veramente», riassume l’impiegata, «ma può averlo fatto». E lo rassicura sulla qualità del prodotto: la memoria impiantata è «più della cosa reale»; la memoria vera e propria, «con tutte le sue vaghezze, omissioni, ellissi, per non dire distorsioni – quella è la seconda scelta».[1]

Come slogan della Rekal, troviamo oggi questi imperativi sulla rete, che ci invitano a viaggiare restando seduti: «scatena il tuo esploratore interiore», «passeggia su una meraviglia del mondo», «scopri il laboratorio vivente di Darwin». Non provengono da un’agenzia di viaggi, ma dalla nuova pagina Google Treks, che presenta itinerari di foto navigabili in siti pittoreschi come il parco del Gran Canyon in Arizona e le Isole Galàpagos. Un progetto simile è quello italiano Trailmeup, che si propone di riprodurre sentieri e camminate in luoghi di interesse paesaggistico e culturale, accompagnando le immagini con commenti audio affidati a specialisti come geologi e antropologi. Per realizzare questi itinerari virtuali viene utilizzato un trespolo, su cui sono montate macchine fotografiche. Si tratta di un procedimento analogo a quello che ha portato a realizzare Google Streetview, ma in questo caso gli apparecchi fotografici sono portati da un uomo che cammina.

Il risultato? Siamo ben lontani dalle memorie “più vere del vero” inventate da Dick. Prima che di tradimento, bisogna parlare di pixel e noia. Nelle immagini il paesaggio si accartoccia come una quinta di cartapesta, visibilmente suturato negli spigoli come in un mondo-Frankenstein. L’interattività si limita all’azione del dito, perché di fatto si può seguire solo un percorso. Le immagini di turisti in bermuda che sfarfallano nel quadro ricordano gli sfondi ironici di un vecchio videogioco, e la pena aumenta quando il corpo fluttuante è quello di un Mursi che viene incontro al fotografo dal suo villaggio in Mali: mentre scivola deformato e appiattito sui margini curvi sembra quasi invocare l’irruzione di una quarta dimensione che ci riporti in campo, a fronteggiarlo, noi che invisibili spiamo il simulacro della sua casa. Il ritmo dei click aumenta, mentre il senso di attesa crolla. I testi registrati sono soporiferi, e per ascoltarli bisogna fermare l’immagine. Si rimpiangono il montaggio e la qualità dei documentari BBC e National Geographic.

Eppure, per quanto esteticamente fiacchi, questi esperimenti hanno un futuro. Lo sviluppo di Google Treks non va separato da quello di Gmaps, dalle app per smartphone, e da altre tecnologie come i Google glasses. Il futuro, come in un racconto di Dick, potrebbe essere così: condivideremo ogni istante delle nostre passeggiate, con commenti interattivi in tempo reale. Ogni angolo del mondo sarà potenzialmente filmato e commentato, fino a un punto di saturazione, quando tutta la realtà sarebbe ridotta alle prospettive da cui la guardano i soggetti umani, come a realizzare i sogni di un filosofo idealista. Viaggiare sarebbe sempre rifare un viaggio, ripercorrere una schematica sceneggiatura, aggiungendo nuovi commenti a margine, sempre improvvisati, a ispessire il filtro social su un’esperienza destinata a rimanere sempre più sullo sfondo.

Il risultato sarebbe (sarà) una versione di quella che Eli Pariser ha chiamato la “Bolla del filtro” (2011). Dei paesaggi e luoghi vedremo – e sapremo – solo ciò che un motore di ricerca, sempre più personalizzato sui nostri interessi e le nostre abitudini, ci suggerirà nella sua mappa. Il navigatore virtuale, che finora guida soprattutto l’automobilista, darebbe istruzioni per ogni nostra interazione con l’ambiente. L’ovvio interesse economico di queste tecnologie dipende dalla facilitazione pratica del nostro abitare il mondo, che tutto questo potrebbe offrire, oltre che dai possibili sfruttamenti turistici e commerciali. La moderna parabola culturale del turismo, consistente nel muoversi per ritrovare l’immagine che già conosciamo o per ripetere il gesto che già è stato fatto, troverà la sua apoteosi riflettendosi sull’intera esperienza. Liberi di non muoverci, o di dosare al minimo gli spostamenti, saremo maturi esploratori interiori, e il mondo personalizzato rifletterà le nostre aspirazioni.

Se tutto questo suona in parte sinistro, che si può fare? Certo, sarà sempre possibile un lamento antidiluviano contro tutto questo, una tendenza di nicchia per le galosce, il fango e gli appuntamenti perduti alla fermata del bus (già oggi negli Stati Uniti si organizzano weekend no tech nei boschi per evadere dalla schiavitù dei cellulari). Ma questo sarebbe già un gesto di resa. C’è invece un dettaglio decisivo, logico, che impone di frenare ogni entusiasmo (e alcune paure) sul futuro virtuale: l’esploratore interiore, che Google ci invita a liberare, non esiste. L’esplorazione audio-visiva guidata implica una neutralizzazione di tutte quelle capacità che permettono di orientarsi nell’ambiente e di rivestirlo di senso, e che sono all’origine di ogni rielaborazione successiva, anche artificiale. Senza questa presenza al mondo, senza la mediazione dei complessi sensoriali e dei segni che continuamente attraversiamo, lo stesso soggetto resta una struttura vuota. Lo hanno affermato molti filosofi del passato.

Kant, per esempio, insisteva sul carattere vuoto dell’Io, e sul fatto che esso acquista contenuto soltanto attraverso la localizzazione nello spazio fisico, mediante cui ricaviamo tutti i contenuti dell’esperienza, finanche per il flusso interiore dei nostri pensieri. Insomma, l’interiorità non si darebbe se non ci fosse l’interazione tra corpo e ambiente. In un appunto manoscritto Kant scriveva che mentre Dio, secondo tradizione, intuisce in sé i modelli delle cose del mondo, e quindi «conosce il mondo, in quanto conosce se stesso», l’uomo al contrario «conosce se stesso, in quanto conosce altre cose». E questa conoscenza comporta il coinvolgimento di tutti i sensi, trovando proprio nell’esperienza estetica della natura la verifica del rimando reciproco indissolubile tra mente e mondo.

Ma per verificare tutto questo non c’è bisogno di ricorrere alla filosofia. Basta riconsiderare nella loro dimensione autentica i gesti elementari di cui si compongono quelle esperienze, rese cifrate nella trasposizione virtuale, che costituiscono un itinerario circolare capace di abbracciare tutta la nostra vita: la contemplazione del paesaggio, la camminata, l’iscrizione della traccia del ricordo, il racconto.

2. Paesaggio-sentiero-viaggio: riduzione estetica e risposta narrativa

Cominciamo con il paesaggio. Come ha ricordato Paolo D’Angelo «il paesaggio ha sempre a che fare con la percezione di un soggetto, non può costituirsi che nella relazione tra un soggetto che percepisce, sente ed immagina e un oggetto».[2] Pertanto esplorare un paesaggio non può coincidere con il contemplare in sequenza frammenti di un panorama. Il panorama è la riduzione pittorica del paesaggio, concepita per la prima volta in età moderna, che oggi viene riproposta con i mezzi audiovisivi digitali, finendo con l’occultare l’interazione con la natura, cioè proprio la principale condizione necessaria dell’esperienza del paesaggio:«l’immagine soppianta la natura, la sostituisce, si pone al suo posto, ed impedisce un rapporto reale con la cosa rappresentata» (p. 68). Si ha così una situazione paradossale: la cultura dell’immagine contraddice un dato di fatto originario, ma quest’ultimo non sopravvive grazie alla sua semplice verità. C’è bisogno che un altro gesto culturale, bruciando le cataratte nate dall’equivoco tra paesaggio e panorama, riabiliti la dinamicità del nostro guardo.

Le cose stanno in modo analogo con il tema del trekking. Il punto non sta tanto nel fatto che la camminata virtuale elimina l’aspetto motorio. In fondo, anche chi non potesse fisicamente camminare lungo i sentieri del Gran Canyon – per tanti motivi – può far riferimento a qualche esperienza di deambulazione all’aperto, ricordando come questa non sia mai esteticamente appiattita su un collage di quadri. Più volte è stato sottolineato, anche di recente (si pensi a Rebecca Solnit), che il camminare non è soltanto una esplorazione dello spazio, ma un modo di innescare pensieri. Ma ancora una volta questo dato di fatto rischia di venire sfumato o addirittura occultato, se non trova espressione in forme ordinate di pratica o di testimonianza culturale.

Tali sono state, nel secolo scorso, le performance di camminata urbana di tanti gruppi delle avanguardie artistiche, o quelle dei protagonisti della Land art (un profilo di queste vicende è tracciato nel bel libro di Francesco Careri, Walkscapes. Il camminare come pratica estetica, Einaudi 2006). Ma per promuovere la cultura dell’immagine e del viaggio è a portata di mano una forma di espressione meno esclusiva. Tutta la narrativa di viaggio (in letteratura e nel cinema documentario), soprattutto nel secolo scorso, ha tematizzato in modo esplicito sia la dinamicità psicologica e storica del paesaggio, sia la dimensione immaginativa del camminare. Il tema è diventato addirittura insistito, per contrasto, proprio in parallelo con lo sviluppo dell’“iconosfera” virtuale. Non è un caso se uno dei libri che rilanciarono la letteratura di viaggio, In Patagonia (1977) di Bruce Chatwin, praticamente non contiene descrizioni paesaggistiche o architettoniche.

Esaurita la lunga stagione ottocentesca della narrazione pittoresca sui paesaggi esotici, mentre ormai la fotografia prometteva un libero accesso a ogni luogo sublime o desolato del pianeta, il travelogue di Chatwin si concentrava sulle strane storie dei personaggi incontrati nel suo viaggio. Si trattava in fondo di un’ennesima permutazione del fascino per il bizzarro e l’altrove, che da secoli dominava l’immaginario occidentale: mentre Marco Polo liquidava le sue caratterizzazioni delle civiltà asiatiche con un singolo aggettivo, continuamente ripetuto («Sono idoli.» – cioè idolatri), e concentrava il suo racconto in pochi rapidi cenni sulle ricchezze e, solo occasionalmente, su alcune curiose usanze o leggende, i grandi libri di viaggio dell’Ottocento abbondano di dettagliate descrizioni su paesaggi, manufatti e cerimonie. Venuta meno l’esigenza documentaria e l’aura delle immagini, un secolo dopo, la curiosità non si ferma più sulla superficie, ma recupera la dimensione storica, biografica e autobiografica. Interessa allora il gesto di uscita dai margini dell’ordinario e di sradicamento, che è tipico degli emigrati che abitano la Patagonia, e li accomuna al viaggiatore. Per ottenere l’effetto straniante non manca la manomissione della verità letterale a fini poetici, la cui pratica occasionale Chatwin condivide con un altro appassionato cacciatore di storie estreme in terre desolate, il suo amico regista Werner Herzog. La narrazione di viaggio è ormai non tanto documento geografico e etnografico, quanto occasione di riflessione – per contrasto – sulle condizioni inavvertite dell’esistenza ordinaria.

Altri scrittori di viaggio, come Kapuscinski e Dalrymple, hanno seguito un percorso diverso, recuperando l’importanza della veridicità, al punto da intrecciare in un’unica trama racconto di viaggio, testimonianza e ricerca storica. Ma tratti comuni di ogni narrazione di viaggio, ormai, sono l’insufficienza dell’immagine e il recupero della dimensione temporale dell’esperienza. Sempre più spesso vengono ripercorse traiettorie del passato (Chatwin sulle tracce di Rober Byron, Kapuscinski di Erodoto, Dalrymple di Marco Polo), per rilevare i mutamenti occorsi nei paesi e nelle persone. Scrittori di viaggio come Paul Theroux rifanno il proprio stesso viaggio, molti anni dopo. Il viaggio a volte si ferma, diventa soggiorno, e l’interpretazione degli incontri fatti si prolunga in ricerca storica (come in alcuni reportage di Terzani, o in Nove vite di Dalrymple).

Svanita l’immagine dell’altrove fuori dal tempo, ogni luogo e ogni civiltà appaiono connessi con la storia del mondo, mentre il viaggiatore e l’uomo incontrato in cammino diventano due poli di una medesima trama biografica. Anche gli antropologi culturali, del resto, non studiano più i sistemi sociali dei “popoli primitivi”, ma i mutamenti reciproci che fenomeni come la decolonizzazione e il turismo producono nell’evoluzione dei gruppi umani(si veda ora la bella sintesi di Marco Aime e Davide Papotti, L’altro e l’altrove. Antropologia, geografia e turismo, Einaudi 2012). In un certo senso, questo processo ha posto le premesse di quella continuità storico-geografica del mondo, che le mappe di Google rendono visibile come fosse un fatto già compiuto.

Ma non è, tutto questo, un via libera per la camminata virtuale? Che le cose non stiano così lo mostra un libro recente, capace di incarnare tutte queste esperienze e mostrare che cosa soltanto può voler dire, oggi, camminare su un sentiero.

3. Seguire tracce e viaggiare nel tempo: MacFarlane

Le antiche vie (2012; Einaudi 2013) di Robert MacFarlane è il racconto di diverse camminate, soprattutto in luoghi isolati del paese di origine dell’autore, la Gran Bretagna, ma anche della Palestina e del Tibet. L’autore è studioso di letteratura, alpinista, appassionato camminatore, ma prima di tutto un grande scrittore, capace di mostrare come non si possa parlare di paesaggio senza parlare di altro, e senza squadernare le molte dimensioni che scompaiono nell’immagine. Descrivendo i suoi vagabondaggi su sentieri di gesso nei Downs inglesi e isole rocciose a nord della Scozia, vie sabbiose sommerse dalla marea e aridi passaggi nella terra di nessuno che separa la Palestina dai territori occupati di Israele, MacFarlane sceglie le parole con cura, attento alla precisione referenziale ma anche all’etimologia, che circoscrivono la specificità di un luogo. Il libro è pieno di nomi di rocce, volatili, imbarcazioni, luoghi di riparo, in diverse lingue. Per penetrare il linguaggio dei luoghi, MacFarlane si fa accompagnare di volta in volta da amici locali, che come Virgilio soddisfano la sua curiosità e calmano la sua paura in momenti di rischio e smarrimento. La dimensione corporea è costantemente presente, a partire dall’insistenza sulle tante orme, rilevate, seguite o lasciate dietro nel terreno secco o umido. Eppure il radicamento corporeo non è che la condizione di un distacco dal quotidiano che il ritmo ostinato del cammino non tarda ad effettuare.

I tanti viaggi a piedi di MacFarlane compongono un unico itinerario di senso, che è scandito dalla ricerca su uno scrittore e camminatore del passato, Edward Thomas (1878-1917). Ben prima di diventare un poeta Thomas, intraprendendo lunghi viaggi a piedi, aveva trovato un modo per comprendere la propria esistenza (e una via per combattere una ricorrente depressione). In molti casi MacFarlane ne ripercorre il cammino, leggendone i diari e le poesie, con evidente identificazione affettiva; infine ne segue le tracce manoscritte fino all’ultimo viaggio, sul fronte francese della Grande Guerra, dove il cuore di Thomas di fermerà, colpito dall’onda d’urto di una bomba. Lo sdoppiamento del punto di vista aiuta a mettere in luce che ogni viaggio a piedi, ben presto, diventa un vagabondaggio mentale. Un aspetto del viaggio a piedi che MacFarlane ritrova in numerosi scrittori è il fatto che si tratti di uno «scivolare indietro nel tempo, lontano da questo mondo moderno». Allora il paesaggio, come scrisse il poeta John Masefield, appare «affollato di anime invisibili/che sapevano cosa mi interessava /e desideravano tanto che i vivi capissero i morti». Percorrendo gli antichi sentieri delle isole britanniche MacFarlane intreccia ricordi di scrittori-viaggiatori con quelli di amici vivi, ma anche scomparsi, e ricorda che il viaggio è stato definito una conversazione tra «un fantasma che è e un fantasma che sarà». Il senso profondo del cammino si trova dunque in questo dialogo a più voci tra viaggiatori-scrittori, che hanno calcato quel terreno in diverse epoche: «I sentieri erano immaginati come brecce dove il tempo poteva esistere come mero fenomeno di superficie, suscettibile di morfologie misteriose». Così MacFarlane ritrova una conclusione già raggiunta dal suo alter ego Edward Thomas, che camminando scriveva di riuscire a «annullare il tempo vagando attraverso i secoli».

In questo percorso, come scrive più volte Macfarlane, è il paesaggio che racconta il viandante, e non viceversa. Ripercorrendo le vie battute da suo nonno, nei monti Cairngorm, MacFarlane si fa accompagnare dalle pagine di un’altra narratrice di quei luoghi, Ana Shepherd, che osserva: «Un luogo e una mente possono compenetrarsi fino a modificare entrambi la propria natura. Non so spiegare in che cosa consista questo paesaggio se non raccontandolo». Così, finanche la mappa di un territorio – come nelle sperimentazioni artistiche di Guy Debord – diventa carica di un senso decifrabile solo dal camminatore. Il palestinese Raja, che lo guida nei sentieri nei pressi di Ramallah, porta con sé una cartina tracciata a mano, «costruita attorno a ricordi e punti di riferimento personali […] Era punteggiata di ghirigori, toponimi arabi di scarpate, affioramenti o sbocchi di wadi, e di piccole didascalie inglesi relative a episodi passati: ‘Qui Penny e Raja finirono in mezzo a una sparatoria’; ‘Qui Aziz [suo nipote] raccolse un missile inesploso’; ‘Qui ho trovato l’impronta di un dinosauro’».

Così camminare diventa inseparabile dal praticare una filologia dei segni, che dalle orme passa alle lettere, con la mediazione di testimoni e studiosi. Per Thomas, ricorda MacFarlane, la conoscenza del paesaggio e quella di sé fanno tutt’uno. E proprio la conoscenza di scrittori come Thomas, confessa MacFarlane, ha dato inizio ai suoi pellegrinaggi, come un percorso di formazione: «Più di ogni altro, era stato soprattutto Edward Thomas a spingermi a incamminarmi sui sentieri, e nel corso delle mie esplorazioni mi ero anche inoltrato nella lettura di gran parte dei suoi scritti – la storia naturale, i libri di viaggio, le lettere, il diario di guerra, le poesie – e degli scritti su di lui. Con il passare degli anni e dei chilometri ero arrivato a concepire la scrittura di Thomas come una sorta di mappa onirica: un’opera di cartografia immaginativa, cumulativa ma senza un centro, una carta composita di nostalgia e perdita proiettata sui terreni reali della sua vita, e in particolare sui Downs. Thomas sapeva, in qualche misura, che era proprio questo il compito a cui si era dedicato: una continua esplorazione dei propri paesaggi interiori, raccontati per mezzo del passaggio in determinati luoghi e su determinati sentieri».

Il risultato dei viaggi di MacFarlane, per noi “esploratori virtuali”, è una educazione dello sguardo, che ci riporta in grado di capire che cosa siano stati per l’uomo una mappa, un sentiero, una camminata. Nel suo libro Miti emblemi spie lo storico Carlo Ginzburg ha colto nel gesto di leggere le tracce il primo atto culturale dell’uomo. MacFarlane ritrova questa intuizione (forse a sua insaputa) e ne cerca la sanzione nella storia del linguaggio. Il verbo inglese to learn, risalendo a ritroso la sua storia lessicale, rimanderebbe al protogermanico liznojan, che significa ‘seguire o individuare una traccia’.  Esultando per questa «pista» che collega imparare e camminare, MacFarlane ne trova il rovescio nella storia del verbo to write, che nella forma anglosassone writan significava ‘incidere rune nella pietra’, dunque ‘imprimere una traccia’. Qui la prudenza dello studioso è spazzata via dall’entusiasmo di un grande camminatore-cantore contemporaneo, che non ha dubbi: «Il patto tra scrittura e cammino è tanto antico quanto la letteratura stessa: una passeggiata può facilmente diventare una storia e non c’è sentiero che non abbia qualcosa da raccontare».

 


[1]Il racconto, tradotto in italiano con il titolo Memoria totale (Tutti i racconti. 1964-1981, Fanucci 2009) è la fonte del libero adattamento cinematografico Total Recall(Atto di forza, 1990) con Arnold Schwarzenegger, e del recente remake con Colin Farrell (2012).

[2] P. D’Angelo, Filosofia del paesaggio, Quodlibet 2011, p. 23.

L'articolo Leggere tracce: il viaggio salvato dalla letteratura proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/fotografia/leggere-tracce-il-viaggio-salvato-dalla-letteratura/feed/ 3
Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/ https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/#comments Thu, 16 Jan 2014 11:22:00 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=17554 di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull'Airtrain che unisce i terminal dell'aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L'Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell'occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l'idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell'atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l'esperienza. Tradotto, tra l'arte e l'esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata "realtà"... Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d'ingresso dell'Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l'atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

L'articolo Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay proviene da Minima et Moralia.

]]>
o-new-york-city-skyline-facebook

 (Fonte immagine)

di Leonardo Merlini

1.

Lo skyline lo si affronta subito, sull’Airtrain che unisce i terminal dell’aeroporto JFK: è lì, chiarissimo nel controluce che sagoma, con la sua evidenza sfumata dalle nuvole. L’Empire State Building marca il proprio territorio e non ammette rivali, la Liberty Tower è solo una periferia della percezione, alta sì, ma distante dal cuore di una linea di iconicità che si staglia precisa prima nella testa di chi arriva a New York, piuttosto che nella effettiva percezione visiva dell’occasione. Come in un gioco di filosofie che si specchiano, la potenza, ossia l’idea di un panorama costruita pazientemente in anni di applicazione alla cultura di massa, prevale senza fatica sulla limitata portata dell’atto, condannato a una definizione di confini che lo rende automaticamente poco interessante. Così non è un caso, anzi è la manifestazione delle leggi di Harold Bloom[1], che alcuni giorni dopo tra gli scaffali di Strand Books trovi una copia autografa e scontata di How Literature saved my Life di David Shields, uno scrittore e critico che da anni si interroga sulla incommensurabilità tra il linguaggio e l’esperienza. Tradotto, tra l’arte e l’esistenza, quindi tra ciò per cui vale la pena vivere e ciò che dovrebbe essere questa cosa chiamata “realtà”… Potenza e atto di una settimana a New York[2], già racchiusi nella prima occhiata alla città, gettata da un ponte alla Arthur Miller, pochi minuti dopo aver superato i test d’ingresso dell’Immigration degli Stati Uniti. Prima che le cose succedano, prima che l’atto si manifesti, la potenza ha già giocato, e stravinto, la sua partita. Affannarsi, dunque, non vale la pena.

Poi, in un modo che ogni volta mi lascia basito testimone di un ennesimo miracolo, i fatti accadono, in un battibaleno. Così sul volo Delta che mi riporta a Milano, appena finito il vegetarian meal puntualmente fornitomi dalla compagnia – molto prima che agli altri passeggeri, in virtù della precedenza che va educatamente riservata alle categorie protette – mentre in cuffia sto ascoltando una canzone dei R.E.M. interpretata da Thom Yorke, nel libro di Shields mi imbatto, per l’ennesima volta, ma in questo caso la scossa è di magnitudo poderosa, in una serie di frasi che so con certezza essere state scritte solo perché io le leggessi, perché mi fornissero l’interpretazione, lasca finché volete, ma univoca, della possibilità di senso – perdonatemi l’eccesso, ma è di questo che voglio parlare – di tutte le cose, compresa New York, dalla rampa del Guggenheim al negozio di specialità italiane di Francesco “Frank” Caputo, che senza falsa modestia, mi ha detto che la sua home made mozzarella è la più famosa della città, e forse anche di tutti gli Stati Uniti.

Citando il giovane poeta e studioso Ben Lerner, Shields mi ricorda che la letteratura è l’altro lato di uno specchio, che possiamo interpretare solo grazie al riflesso della nostra lettura. Ma questo riflesso ci permette di prestare attenzione a noi stessi, di esperire la nostra stessa esperienza che, aggiungo io, altrimenti resta inesplicabile, un aborto, un ingranaggio senza applicazione né utilità, un cappotto sulla spiaggia di Coney Island in pieno agosto. Al tempo stesso, e nello specifico si parla di una poesia di John Ashberry, la vera letteratura resta altro da noi, incisa nel punto più lontano dello specchio. You have it but you don’t have it / You miss it, it misses you / You miss each other[3]… Benvenuti a casa mia, dove ogni porta conduce in due stanze diverse al tempo stesso, egualmente immaginarie e reali. Come una città-mondo che, ingenuamente, mi ostino a chiamare “New York”.

2.

La mattina presto, quando il jet-lag perde il controllo e mi abbandona a una totale incertezza percettiva, le strade di Carrol Gardens sono luminose e fredde. Molti negozi sono ancora chiusi, ma un barbiere è già al lavoro con almeno un paio di clienti nel salone, mentre tre operai apparentemente russofoni discutono con una certa animazione, ma senza animosità, davanti a una chiesa cattolica. Ho in mano la mia copia di Roth Unbound[4], la nuova biografia dello scrittore di Newark e ancora non so che, due giorni dopo più o meno, il vento gelido che soffia dall’Hudson River mi respingerà letteralmente via dalla sponda del West Side, impedendomi di gettare uno sguardo vagamente morboso su quel New Jersey che tanto ha significato per il buon Philip, lasciandomi così una volta di più solo la mia immaginazione, ben istruita dai racconti rothiani, ma senza quell’aggancio alla “realtà” che in fondo mi ostino, con dabbenaggine donchisciottesca, a cercare di raggiungere e, soprattutto, codificare.

Mi torna ancora in soccorso Shields – una specie di doppelganger, per dirla con lui e con la mia megalomania – e la sua Reality Hunger[5] che si è fatta manifesto (mi verrebbe da dire futurista, ma perché di questo andrò a parlare al Guggenheim) sfruttando citazioni altrui, creando, una volta di più qualcosa che ha per me l’evidenza della “verità”, ma che deriva dall’accostamento, e qui si si potrebbe anche spendere la parola “dadaista” senza vergognarsi troppo, di una serie di apocrifi che, sommati e giustapposti, conducono lo sperduto giornalista alla rivelazione impudica dell’originalità. E quindi quando chiedo un tè e un muffin al cioccolato nella caffetteria Brooklyn Bread – dove le commesse parlano tra loro in spagnolo e sono decisamente diffidenti nei miei confronti, pur senza perdere un centimetro di gentilezza (ma con la mia abitudinarietà nei giorni successivi sono certo di averle almeno un po’ conquistate) – ho la sensazione di compiere una azione reale, il che, al tempo stesso, mi gratifica e mi terrorizza. La temperatura infernale dell’infuso, che incautamente cerco di assaggiare appena seduto al mio tavolo, ricorderà però subito alla mia lingua che i livelli di realtà sono un tema interessante, ma talvolta doloroso. Dalla mattina dopo solo succo d’arancia.

3.

La trilogia di New York di Paul Auster, che un po’ tautologicamente è l’unico testo di fiction che mi sono portato in viaggio[6], si apre con un telefono che squilla nella notte. Sul taxi che attraversa il Manhattan Bridge, guidato senza tassametro attivo da un indiano al tempo stesso spregiudicato e timido, non è squillato nessun telefono. Ma la sensazione che provo quando mi trovo faccia a faccia con i grattacieli del distretto finanziario illuminati in maniera del tutto innaturale, eppure così precisa, ha la stessa evidenza di quella chiamata cui Quinn alla fine decide di rispondere inventandosi una nuova identità. Da quella prospettiva notturna, sopraelevata e aggettante, respiro a pieni polmoni l’odore dolciastro e appiccicoso della fantascienza, il gusto proustiano di una madeleine che ho sognato di intingere nel tè per tutta la vita (e ci ho provato più di una volta, ma senza epifanie, probabilmente perché sbagliavo a decodificare l’oggetto della transizione mnemonica) e che adesso assaporo, nella irrefrenabile vaghezza di un attimo in movimento, che è insieme scoperta e deja-vu.

Mi sembra, dalla mia prospettiva pervicacemente provinciale, di comprendere il significato della parola “futuro”, ma è una comprensione che nasce già mediata dal peso strutturale della consapevolezza che sia un approdo banale e semplicistico. Per un attimo però quel futuro si è librato sotto di me, libero come un verso di Eliot, sempre quel verso di Eliot[7] buono per tutti i ponti del mondo, benché ambientato solo sul London Bridge, che nella mia ostinazione mi capiterà di declamare con voce sommessa nel sotterrano di Strand nella mia personale interpretazione dell’inglese dalla Waste Land. Poco prima mi ero imbattuto tra i banchi della literary non fiction, nella versione peluche di Kurt Vonnegut, e la cosa curiosa è che io lo avevo riconosciuto, il che testimonia sì la perizia di chi ha realizzato il gadget, ma pure, e in modo piuttosto chiaro che:

a) la professione giornalistica ha ridotto drasticamente la mia capacità di genuino stupore

b) è molto probabile che in me ci sia qualcosa che non va, e che la colpa potrebbe essere, almeno in parte, della letteratura.

Nonostante il titolo di Shields, infatti, è evidente che la letteratura non salva la vita di nessuno (e lo stesso critico lo ammette)[8] e che anzi, in molte situazioni, è un fardello da portarsi addosso come l’uomo bianco di Kipling, abbandonato in una giungla ostile nella quale le buone maniere britanniche hanno perso la loro rassicurante certezza, schiacciate dalla rabbia visionaria di un colonnello Kurtz qualunque che predica verità indecifrabili e che, se solo potesse, non esiterebbe un attimo ad applicare il fuoco alla stessa Biblioteca di Babele, forse anche a ragione. Ma perso nella notte newyorkese, dopo aver aspettato per mezz’ora al freddo di essere ammesso nel ristorante cinese più in voga del momento[9], ciò che avevo imparato dai libri, da quelli di Remarque e di Robert Lowell, da Miranda July, naturalmente da Philip Dick e perfino da Olivier Adam (citare un francese nella notte di New York ha qualcosa di iconoclasta che ancora titilla il mio ego infantile, anche se ormai l’era di George W. Bush sembra lontana anni luce), era la mia unica ancora di salvezza, l’unica speranza di comprensione, per cui, mentre guardavo rapito quell’inenarrabile casino architettonico, che non avrei più rivisto in quel modo nei giorni successivi, mi sono accorto di essermi messo segretamente a pregare lo spirito impenitente di Nathan Zuckerman, chiedendo a lui di rassicurarmi, di restituirmi – dall’alto della sua grandezza di personaggio di fiction – un briciolo di normalità, un attimo di appercezione, una pillola di cinismo che fosse antidoto efficace al morso vipereo di tanta bellezza.

In due, su quel taxi, abbiamo guardato Medusa negli occhi – e abbiamo guardato, con altrettanto stupore, i nostri stessi occhi che reciprocamente si riconoscevano nella notte – e non ne siamo stati pietrificati, forse per buona sorte, forse per intrinseco coraggio, chissà, forse perché, temerari, avevamo in realtà già vissuto mille volte quel momento. Probabilmente in un libro, o quantomeno nella sua proiezione interiore, un’ombra simile a quelle che rendevano arbitrarie le percezioni dei poveri cristi filosofici incatenati per l’eternità alla Caverna del primo grande mentitore idealista. Uno scrittore, per l’appunto. Anche se Platone, come ogni duro che si rispetti, probabilmente non ballava. Ma sul cadavere della Gorgone, in quel breve e infinito istante di distinzione e unità, noi abbiamo danzato per sempre, certi che le luci di Lower Manhattan, dove ho scelto di non tornare nelle mie giornate di nomadismo urbano, non si sarebbero spente mai più (e che avremmo vissuto in eterno, ovviamente, ma questo lo pensa chiunque e parlarne in toni semplicistici non è interessante). Per sempre lassù, scriveva David, l’altro, quello di cui mi sono spesso sentito (come tutti direbbe Walter Siti) una sorta di alter ego. Ed ecco che mi rendo conto che pure io ho trattenuto il fiato, mentre sorvolavamo l’immagine warholiana dell’idealtipo della metropoli moderna (il contemporaneo, con le sue risapute asprezze, in certi campi non abita più qui, guarda ad Oriente), come se il ponte non fosse altro che il trampolino dal quale quel ragazzino si è affacciato un giorno, e da cui continua ad affacciarsi, senza mai saltare[10].

4.

Dalla biografia di Roth apprendo che, da giovane, lo scrittore in certe serate di cameratismo maschile divorava anche “una mezza dozzina di bagel”. Poi, tra parentesi, l’autrice nota che lui ci ha tenuto a precisare che, all’epoca, i bagel non erano grandi come adesso. Altrove vengo informato (con una certa dose di autocompiacimento conseguente, ndr) che l’adolescente Philip prevedeva in un questionario che in futuro avrebbe svolto la professione di “giornalista” e che il college dei suoi desideri si chiamava “Northwestern”. La parentesi, che subito accorre, precisa che in realtà Roth non sapeva nulla di questa scuola, solo che gli piaceva il nome. Una terza parentesi creativa contempla la presenza dell’avvenente Betty Powell nascosta sotto il letto nel dormitorio maschile del futuro romanziere… Insomma, mentre negli spazi ufficiali si svolge il rito formale e accademico della biografia, la vita di Philip Roth, quella che lui deve aver percepito di avere effettivamente vissuto (quindi quella che per lui, o quantomeno per i suoi ricordi di uomo maturo, è stata la vita vera) ci viene proposta in sordina, stretta tra quei caratteri pudichi a forma di mani che tendono a restringere e contenere, neanche fossero quel colonnato infame del Bernini che per Giulio Carlo Argan stringeva in una morsa di controllo e repressione le folle cattoliche adunate in piazza San Pietro a Roma…

Dunque le informazioni, quelle che smuovono i fondali, quelle che “esistono”[11], si trovano ai margini, e il lettore è quasi invitato a trascurarle, come se fossero solo facezie. Ma David Foster Wallace – ovviamente è lui il secondo David di cui si parla qui –  potrebbe replicare, e lo ha fatto, investendo una grande fetta della propria vita e tagliando freneticamente il suo romanzo totale per ridurlo a poco più di mille pagine, che la facezia è per sua stessa natura infinita[12] e che il mondo, la splendida e impossibile antinomia della Ragione di Kant, trova la propria possibilità di senso forse SOLO tra parentesi, nell’angolo del trascurabile, dietro il banco dove corre a nascondersi il bambino timido insopportabilmente vessato dai bulli. Luoghi che, come la letteratura, sono talmente specifici e intimi per il singolo, da non poter fare altro che diventare universali, pertanto sconfinati, infiniti. Parentesi che contengono tutto e di più, parentesi che ho scelto di aprire arrivando, solo e profano, a New York sulla linea A della Subway in un pomeriggio di sole radente. E dentro queste parentesi ho potuto toccare il mondo contenuto nell’uovo di cristallo che avevo perso mesi a fissare, e che credevo di conoscere in ogni suo piccolo dettaglio, e ne parlavo come se realmente lo conoscessi. Solo che, miopia o miniaturizzazione, non ne coglievo le parentesi, e quindi in “realtà” non avevo ancora visto nulla.

Come l’impostore di Dick, nell’arco di cinque giorni ho capito che io ero quello che, passando davanti alla sede orwelliana dei testimoni di Geova a Dumbo – un enorme palazzo stalinizzante con la scritta “WATCHTOWER” sul tetto – si è messo a ricordare l’omonimo racconto di J.G. Ballard[13] nel quale gli alieni osservavano gli umani da delle misteriose torri pendenti dal cielo, senza fare nulla, senza neppure farsi vedere, solo… essendoci. Ho capito che di notte a Williamsburg il vento freddo fuori e i diner anni Cinquanta dentro erano evidenti metafore della possibilità postmoderna di essere felici, e in questo quadro (chiaramente una copia di Nighthawks di Hopper) ero, per una volta, attore. Ho capito che i newyorkesi erano come me è che io ero i newyorkesi, tutti loro, indistintamente, insieme. Le parentesi erano fatte di Rosenquist e formaggio fritto, bottiglie di San Pellegrino e J-walking, lunghe dita femminili in un bar a Cobble Hill e proiezioni della Città di vetro, viste dalla terrazza del New Museum oppure dal locale di proprietà del musicista Moby[14], bagel alla cipolla fraintesi è comprati per colazione e la poliziotta che, un lunedì mattina spruzzato di neve, mi ha sorriso su President St. a Brooklyn dicendomi: “First taste of winter”. Le parentesi, per una volta, erano fatte di me.

(Io sono il corvo Joe, ripetono i Baustelle in cuffia, mentre trafiggo da solo il cuore della metropolitana, nell’ora di punta di un giorno qualunque. Faccio spavento).

5.

È domenica quando attraverso a piedi il ponte di Brooklyn, una mattina di sole nella quale il lampo d’acciaio di Frank Gehry è signore assoluto (seppur sfuggente) dell’altra sponda dell’Hudson. Di qui invece le scale di pietra, strette, e la necessità di arrivare a salirle solo dopo avere raccontato un pezzo di sé a qualcun altro, con intimità e meno reticenza, tra vortici di foglie innescati dal vento e desiderio di assomigliare a quei mattoni del ponte, fotografie di un altro tempo che persiste nella memoria rinnovata, parole materiche disarmanti. Come accade per le scalinate penitenziali dei devoti, sul ponte si può approdare soltanto con il cappello in mano e fare contrito. Perché lassù non sai che cosa capiterà, e, se fortunati, si potrà pure incontrare l’America.

Molte razze, molti popoli, molte nazioni – scrive un ispirato D.H. Lawrence a proposito di Moby Dickal riparo della bandiera a Stelle e Strisce. Uomini segnati dalle strisce di molti scudisci. A volte fino a veder le stelle. In una nave folle, al comando di un folle capitano, impegnati in una folle e fanatica caccia. […] È un’impresa pratica, estremamente pratica nel suo funzionamento. L’industria americana!”[15].

È questo ciò che mi arriva, dritto alla mascella, quando sbuco sotto la luce perfetta del disteso mezzogiorno: un jab di folla e slogan religiosi, e magliette stampate per l’occasione, e gente che vuole dire la sua al mondo, da uno dei luoghi simbolo del mondo. Sono organizzati, in gruppi subito riconoscibili, e ciascuno brandisce la propria appartenenza con orgoglio, e un sottile alito di fastidio verso quelle altrui, peraltro ben mascherato sotto i sorrisi e la comunanza confessionale. Si muovono con determinazione, al tempo stesso felici (in modo ingenuo e quasi commovente, per certi versi) e incuranti dell’assoluta anti-ordinarietà dello scenario della loro sfilata domenicale. Come se tutto fosse dovuto, come se la loro fede, da sola, bastasse a garantire quella sensazione di cittadinanza che è la cifra e la chimera più profonda di questo luogo. Precisi nel marcare il territorio, inappuntabili nel rivendicare il proprio spazio vitale, vivi, e consapevoli di esserlo, al limite della tracotanza. Come se fosse facile, come se fosse naturale… Certo, Achab tarda a farsi vedere sul ponte (arriverà quando io meno me lo aspetto), ma la sua ciurma è schierata, pronta una volta di più a soggiogare il mondo con la forza di una convinzione[16].

Così, circa a metà del ponte, dopo che una striscia burlona di vernice ha regalato qualcosa da raccontare ai miei pantaloni, mi rendo conto che in mezzo a tutti questi credenti è inevitabile che si aggiri anche un Mickey Sabbath[17], furtivamente osceno, con indosso una giacca a vento troppo larga, sbiadita, e in tasca ancora il ricordo delle mutandine dell’ultima conquista immaginaria. Inevitabile, perché è  l’America a esigerlo, con la sua magnifica ossessione per le possibilità. Non l’ho incontrato – statisticamente era improbabile – ma sono certo di averlo sentito bisbigliare alle mie spalle un commento ammirato sulle tette di una manifestante afroamericana particolarmente infervorata. E lei, perfettamente a proprio agio, le ha scosse con più entusiasmo, mentre intonava il ritornello di un inno al Signore, guardando Sabbath dritto negli occhi.

God bless you all.

God bless New York City.

6.

Questa storia finisce, come era prevedibile, dove era cominciata, a fissare la luce precisa del pomeriggio sul treno velocissimo che unisce i terminal dell’aeroporto Kennedy. Vedo degli stagni e un aereo che, decollando, li sorvola con gentilezza, vedo dei francesi che ondeggiano pericolosamente a ogni fermata del convoglio, vedo me stesso riflesso nei finestrini e la mia espressione mi è indecifrabile, come se fosse sospesa sopra qualcosa che non c’è, definitivamente condannata all’incertezza. Sono da solo, come raramente mi era capitato di essere in questi giorni americani[18] e mi sento come un qualunque Alessandro Magno, euforico e al tempo stesso perso davanti alla grandezza del mondo e all’ardimento dell’impresa. Uso la strategia dell’ordinario, mi concentro su ogni passo, su ogni aspetto tecnico della procedura d’imbarco, con la conseguenza di dilatare a dismisura la consapevolezza della fine di qualcosa. Il volo, per quanto segnato da turbolenze di lunga durata, sarà solo un dettaglio, quasi una presa in giro, e nell’istante in cui prenderò in mano lo spazzolino da denti, ormai sui cieli italiani, mi sembrerà di non essere mai arrivato a New York, e mi ricorderò dei sogni fatti negli anni Novanta in cui questo nome aveva di volta in volta immagini diverse, proiezioni di coscienza e di paure, fantasie che neanche Bruno Schulz. Come se niente…

E ad aggravare questa sensazione arriveranno anche i miei “no” alle domande di parenti e amici: “Hai visto Ground Zero? E il Rockefeller Center? Sei salito sull’Empire? (Lo so, la Lonely Planet diceva che era obbligatorio, lo so) E la Statua della Libertà?” L’ho vista, risponderò. L’ho vista, piccola ma inconfondibile, dalla fermata della metro di Smith St., e in mezzo a noi c’era una grata di metallo, cui mi sono aggrappato più di una volta, cercando di fermare la città e di abbracciarne ogni sfumatura, dalle cartoline agli angoli più spigolosi, amandole tutte nello stesso modo infantile, inutile e doloroso. E quando mi chiederanno, perché lo faranno, “Ma allora che cosa hai visto?”, per questa volta non tirerò fuori la storia del non-lo-so-neppure-io o dell‘in-fondo-New-York-non-esiste, oppure è-solo-uno-stato-d’animo, l’ho già detto e scritto troppe volte, mi sto annoiando da solo. No, questa volta non parlerò di come sia difficile vedere qualunque cosa o di come in fondo la filosofia ci insegni che non possiamo mai dire che cosa abbiamo visto “davvero”. Basta. Ci hai rotto i coglioni. Hanno ragione (almeno in parte). Stavolta dirò che nelle mie percezioni confuse e nei miei dubbi c’ero io, che le mie storie e le mie incertezze nascondono (e svelano) la mia vita, e che proprio per la loro stranezza frastagliata sono l’unica prova del fatto che io di lì, in mezzo a giorni di novembre quasi sempre ventosi e assolati, ci sono passato realmente. Dirò anche, nonostante Italo Calvino e le sue città che si modellano sull’occhio e soprattutto sul racconto di Marco Polo, che mi terrò molti segreti, tutti quei ricordi di cui non ho scritto, e di cui inevitabilmente, a un certo livello conscio, (non) mi dimenticherò. Perché lì dentro, oltre a un’idea chiamata New York ci sono (stato) anch’io.

Ancora una cosa

Quando stiamo per entrare alla Neue Gallery il cielo si fa cupo e si alza il vento. Del resto è Vienna quella che adesso attraversiamo, non più un angolo dell’Upper East Side. Vienna fine Ottocento, un posto dove le cose accadevano e dove neppure il perbenismo asburgico riusciva a spegnere le braci oltraggiose del desiderio. È giusto quindi che ad accoglierci ci siano almeno un paio di Egon Schiele, e che all’ingresso dello shop facciano bella mostra di sé occhiali da sole ispirati al dottor Freud. Ma l’emozione più intensa non sarà la splendida libreria a darmela e neppure il rinomato caffè che mette in coda tanti raffinati newyorchesi. Sarà qualcosa di più scontato, sarà Kandinsky, visto e rivisto, amato e poi dimenticato, una specie di vecchio amico d’infanzia reincontrato per caso, se credete nel caso, molti anni dopo. Più vecchio, un po’ imbolsito, ma per me sempre così inspiegabilmente evidente. Il buon vecchio Vassilij, come se gli ultimi vent’anni non fossero mai passati. Ho paura di pensare di essere venuto a New York (anche) per questo…

In ogni caso i temporali, prima o poi, passano, e all’uscita dalla Neue una signora ci invita ad affrettarci a entrare a Central Park perché c’è ancora da vedere un frammento di tramonto sopra il lago intitolato a Jackie Kennedy[19]. E allora corriamo.

 


[1] E anche di Jonathan Lethem, visto che ho cercato per giorni di diventare parte dell’anima di Brooklyn, con una determinazione cocciuta che mi ha fatto pensare che magari il quartiere fosse spaventato dalla mia nitida sensazione di sentirmi a casa su Court St. e pure passando di notte sotto le impalcature da film noir della metropolitana sopraelevata a Smith St.

[2] E per estensione di tutti i miei ultimi 25 anni, passati a pensare l’America, passati ad aspettare, drogandomi follemente di rappresentazioni, il momento in cui sarebbe successo qualcosa, quella cosa che è Hemingway e Philip Roth, Wes Anderson e Billy Crystal, Joan Didion e Blue Train, la birra di Pollock, l’ingresso al MoMA e la mia personale religione che ruota intorno alle grandi tele di Mark Rothko, le lacrime durante il volo di andata guardando un film di fantascienza con tanto di robot giganti, e le ragazze, una in particolare, che fanno acquisti da Uniqlo sulla Fifth Avenue, tutto questo insieme, in un unico momento espanso, l’esplosione nucleare nel suo momento perfetto, solo deflagrazione e spettacolo, prima dello strazio inalienabile del fall out…

[3] John Ashberry, Paradoxes and Oxymorons

[4] Claudia Roth Pierpont, Roth Unbound  – A Writer and his Books, Farrar Straus and Giroux. Il libro l’ho acquistato la mattina di sabato in una libreria molto cool a Dumbo. La sera, ritrovandomi con l’amico che viaggiava con me, ne ho ricevuta in regalo da lui un’altra copia. Nessun dubbio che i libri scelgano noi con una certa perseveranza.

[5] Fame di realtà, edito in Italia da Fazi. Un testo di teoria letteraria che ha portato un’aria nuova.

[6] Nei giorni successivi andrò a spasso per Park Slope con la segreta speranza di incrociare Auster o, per lo meno, il suo personaggio Quinn, ossia uno che finge di essere l’investigatore privato che nel libro risponde al nome di Paul Auster, circolo piuttosto intrigante che si chiuderà in maniera del tutto imprevista, io ormai tornato a Milano senza aver coronato l’incontro, con una dedica per me sul suo ultimo libro che le mani eleganti di un’amica hanno consegnato proprio allo scrittore, come documentato da una foto fatta con l’iPhone.

[7] Stetson! You who were with me in the ships at Mylae

[8] Ovviamente è altrettanto chiaro che, a un prezzo che a molti potrebbe apparire troppo alto, in un’altra delle molteplici dimensioni dell’universo delle SuperStringhe la salva effettivamente, almeno la mia di vita, e forse anche quella dell’ottimo David – chissà che, attraverso vie piuttosto imperscrutabili non lo abbia fatto anche per un altro David, che nel 2008 ha deciso di avere visto abbastanza – fornendoci una chiave interpretativa per il completo caos di una qualunque ordinaria giornata, quotidianamente folle come Achab che attraversa frenetico il ponte del Pequod, battendo ostinatamente il proprio arto artificiale.

[9] Essendo pure venerdì – qualunque cosa significasse a quel punto della mia giornata iniziata 23 ore prima in un’alba ordinaria della provincia milanese – l’attesa per le vie di Chinatown era stata in fondo più che ragionevole.

[10] (Qualcosa che assomiglia all’immortalità). Cfr. David Foster Wallace, Brevi interviste con uomini schifosi

[11] Per quanto ancora David Shields mi ricordi in modo inconfutabile che per chi è affetto dalla sindrome letteraria l’unica dimensione di possibile verità – possibile, si badi – risiede nella parola scritta, cioè, cosa che terrorizzava il giovane Salinger che probabilmente ne aveva visto su di sé le nefaste conseguenze, un fatto si libera dal suo essere una cosa del tutto priva di significato e di rilevanza solo nel momento in cui viene scritto o, per estensione, letto, e in entrambi i casi lo scenario, per quanto esaltante, ha pure senza dubbio uno sfondo di Terra Desolata individuale, e individualista. Per la precisione Shields scrive: “Se non la scriverò, l’esperienza non verrà realmente registrata. Il linguaggio, prima passato da prigione a rifugio, torna a essere prigione”.

[12] Cfr. Infinite Jest, l’opera mondo di DFW.

[13] Essi ci guardano dalle Torri. Titolo originale: The Watchtowers

[14] Lui non c’era quel pomeriggio, ma il gestore è stato squisito, perfetto anche senza l’aggravante della celebrità.

[15] D.H. Lawrence, Classici Americani

[16] (E i lillà continuano, facendosi beffa della storia, o meglio delle balbuzie dei suo analisti razionali, a fiorire nel prato davanti alla casa. Anche se il Capitano – mio Capitano – se ne è andato, anzi, soprattutto perché lui se ne è andato.

[17] Il protagonista del monumentale romanzo di Philip Roth, Il Teatro di Sabbath, National Book Award nel 1995. Difficile dirlo, ma molto probabilmente è il capolavoro di Roth. Harold Bloom e J.M. Coetzee concordano

[18] Anche se perfino gli addetti alla security del JFK saranno gentili con me, in modi che mi indurranno, ciclotimico quale sono, a preziosi e strazianti attimi di commozione: piangerò, di nascosto, riconsegnando a un’altra viaggiatrice i guanti di lana di alpaca che aveva dimenticato nel cestino degli effetti personali dopo il body scan.

[19] (Gli eredi Onassis non me ne vogliano)

L'articolo Sia Lode Ora a una Città di Fama. New York, un personal essay proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/reportage/new-york-un-personal-essay/feed/ 1