Marco Rossari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-rossari/ un blog di approfondimento culturale Tue, 27 Apr 2021 07:47:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Marco Rossari Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/marco-rossari/ 32 32 Freeman’s. Voci sull’amore e sull’oblio in ventuno incursioni poetico-narrative https://minimaetmoralia.it/letteratura/freemans-voci-sullamore-e-sulloblio-in-ventuno-incursioni-poetico-narrative/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/freemans-voci-sullamore-e-sulloblio-in-ventuno-incursioni-poetico-narrative/#respond Tue, 27 Apr 2021 07:46:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=48495 Nel descrivere il suo lavoro di traduzione alle Visioni di Blake, Ungaretti riconosce nella memoria la chiave per il ritorno o l’illusione del ritorno all’innocenza, come appreso da Mallarmé. “L’uomo che tenta di arretrarsi sino al punto dove, per memoria, la memoria si abolisce e l’oblio illuminante: estasi, suprema conoscenza, uomo vero uomo – è […]

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Nel descrivere il suo lavoro di traduzione alle Visioni di Blake, Ungaretti riconosce nella memoria la chiave per il ritorno o l’illusione del ritorno all’innocenza, come appreso da Mallarmé. “L’uomo che tenta di arretrarsi sino al punto dove, per memoria, la memoria si abolisce e l’oblio illuminante: estasi, suprema conoscenza, uomo vero uomo – è dono di memoria”. Sembra nutrirsi di tale immagine John Freeman per muoversi nella verticalità del tempo e tracciare nel nuovo numero della rivista letteraria antologica Freeman’s, Black Coffee, una cartografia poetico-narrativa dell’amore composta da voci e incursioni di natura diversa.

Cosa può fare di noi l’amore, e noi di lui?, è l’interrogativo a cui sono stati chiamati a rispondere ventuno autori di provenienza e formazione diverse, dalla canadese Anne Carson, al norvegese Niels Fredrik Dahl, la giapponese Mieko Kawakami, il bosniaco Semezdin Mehmedinović e la polacca Olga Tokarczuk. Un mosaico in prosa e versi che si apre con sette fulminanti corti per poi proseguire un percorso costantemente teso tra potenti rimandi simbolici e costanti avanzamenti e arretramenti tradotti in prose ritmiche in grado di dilatarsi o restringersi. Un ritratto eterogeneo, composto da immagini fugaci da luoghi della memoria ormai irraggiungibili, storie dell’infanzia che raccontano la cura, voci di alberi, musica di sigari, cuciture di calzini come esili fili contro la dissoluzione dell’altro, e cigni che si muovono leggeri sull’ignoto.

Diventano opachi i contorni del reale nelle confessioni e nelle visioni costruite sulla pagina per aprirsi a chi legge. In tale prospettiva la distanza misura il dolore di una perdita, rendendo i dettagli minimi i custodi di un significato che esula dagli eventi narrati. Può allora accadere che un’infradito abbandonata a bordo piscina a Santa Fe accenda i ricordi di un amore lontano (Deborah Levy), un paio di scarpe di cotone descriva l’ostinazione nell’attaccamento ai propri luoghi – la Shangai narrata da An Yu – per contrastare il terrore dello sradicamento, e un braccialettodiventi la promessa d’amore tra una nonna rimasta in Etiopia e sua nipote, che con la partenza in America prosegue un viaggio iniziato prima della sua nascita, come narra Maaza Mengiste.

Ho immaginato che sarei rimasta la stessa persona al momento di dare la mia parola io ti prometto, ti giuro. Eppure: quale «io» resta indenne alla vita?

Il percorso attorno alla parola che prende forma in Freeman’s si nutre di costanti ingrandimenti sul particolare personale reso emblema di una condizione riconoscibile e condivisa. La labilità delle relazioni, l’incertezza e la difficoltà nel trovare la propria via nell’incontro con l’altro risentono di deviazioni e deformazioni: nei compromessi dell’ambito accademico narrato da Anne Carson; in quel che resta di un poeta – una biografia non più attendibile, il ricordo imbarazzante di un incontro mancato in albergo e la morte a coprire ogni cosa, come nei versi di Valzhyna Mort – e negli affanni adolescenziali resi da Marco Rossari nel racconto della perdita dell’innocenza in una società gravata da dinamiche maschiliste.
Che si tratti di prose poetiche o di narrazioni, ogni contributo pare costruito a partire da un intrico di analogie che trova nel verso l’esaltazione delle sonorità dell’intimo e nei racconti i bagliori degli entusiasmi fugaci e la penombra di un dolore privato.

Sono le notti disperate, le notti giovani tra lacrime e sesso, a narrare debolezze e fragilità di amanti perduti quando, come racconta Mariana Enriquez, la sospensione e l’attesa sono il preludio a una fine non accettata. I tentativi di rifuggire la realtà, come racconta Matt Sumell, conducono a cercare furiosamente di seppellire i sentimenti invece di accoglierli. Ma cosa accade se si prende coscienza di un amore guasto che narra l’inadeguatezza, un’estensione che secondo Tommy Orange “non unisce ma rende vaga la nostra relazione”?

Quando tra il disordine si fa strada il rimpianto, l’attesa e l’incertezza di chi sembra non riuscire a evadere dal proprio torpore diventano sulla pagina sagome che riemergono dalla penombra. Sono visioni evanescenti i viaggi notturni di Daniel Mendelsohn, i tentativi di trovare l’amante giusto che possa riempire i vuoti dell’insonnia per comprendere che “il luogo della psiche dove ha origine la nostra capacità di amare si trova talmente in profondità che i nostri tentativi di raggiungerlo, di scavare un tunnel per portarci luce e aria, saranno sempre fallimentari”.

Abbagli di un paradosso colto da Mieko Kawakami nel titolo di un dipinto – Paradiso – che narra un’unione inviolabile, in un tripudio di immagini che conduce chi guarda nella dimensione brutale e opprimente del sogno. A rappresentare un elemento comune nei testi una visione della scrittura sul margine tra una realtà concreta resa per elementi riconoscibili e dettagli minimi, e situazioni misteriose, oscure, che si aprono al vuoto. Rinnovare il quotidiano allestendo con toni luminosi e tragici i momenti che lo scandiscono può allora narrare la costante mutevolezza dell’esistenza tra la noia e l’incanto.

La misura dell’amore risiede nell’attesa, avvertono i versi di Louise Erdrich, si cela nella cura del ricordo, annuncia Semezdin Mehmedinović quando gli esiti di un ictus – la rimozione degli ultimi quattro anni di vita – conducono a rimodellare la routine del quotidiano sulla ripetizione. Il segreto anelito del ritorno impossibile a una condizione precedente genera la continua replica di gesti, visite a luoghi cari in un paese straniero – gli Stati Uniti, nuova patria dopo la guerra in Bosnia – nel vano intento di arginare la dimenticanza.

Sono brandelli dell’esistenza dell’autore a comporre nel tempo del racconto la trama di una drammatica finzione. Mehmedinović ordisce il distacco che vive chi si sente più vicino ai morti che ai vivi e non si riconosce nei luoghi della maturità, sopravvivendo al pari di un profugo costantemente diviso tra la perdita e l’illusione. Risiede nell’antagonismo tra i due poli – la terra d’origine e quella d’approdo – la natura di un esilio perenne che cela una solitudine misurata anzitutto attraverso ciò che la lingua è in grado o meno di rendere, per intravedere in tale scarto la raffigurazione dell’oblio.

È la zona franca della malattia a congelare attese e disillusioni – racconta Daisy Johnson – per destinare uno spazio a parte alla manifestazione di un legame nei gesti che precedono la fine. Una giovane vita si consuma di fronte all’impotenza di una sorella che si inventa rituali assurdi per non arrendersi all’inesorabile, dalla ciotola di latte con l’aglio sotto il letto ai bigliettini nascosti. Sarà però l’ultima attenzione, la costruzione di un pupazzo di neve per lei, a rappresentare un appiglio nella memoria, un sentimento destinato a permanere nonostante la trasformazione della materia che lo genera. Johnson definisce la comune incapacità di dominare quel che sovrasta l’essere umano, su cui è vano qualsiasi tentativo di controllo, per assegnare alla costruzione di un nuovo inizio sulle fondamenta del ricordo la via per sopravvivere al presente.

Un’indagine sul corpo, sul peso di ruoli imposti in ambito famigliare che nel racconto di Marco Rossari si sofferma sui tentativi di una giovane donna di collocarsi nell’esistenza nella costante percezione di incarnare un’antica vergogna e paura e con l’urgenza di un riscatto tra piccole crudeltà inferte dopo le innumerevoli subite.

A reggere l’intera raccolta la costante tensione tra un richiamo interiore a riferimenti emotivi primari, fugaci visioni naturalistiche e una raffigurazione fisica e a tratti carnale del rapporto tra l’individuo e il mondo che lo circonda. I tentativi di ricostruire un rapporto con la realtà sono nascosti nelle sottili analogie e negli scorci di tenerezza e dolore di chi prova a sopravvivere a una perdita e si interroga velatamente su quel che rimane dell’individuo che ha ceduto una parte di sé all’altro.

La segreta brama di annullare le distanze per assorbire un logoramento che impedisce scambi e annulla le parole porta a chiedersi come farcela, come Niels Fredrik Dahl, a “essere più vicino, sempre un po’ più vicino a te, come una dottrina stanca, forse, una caparbietà a cui non ho diritto, ma non cheta come quella nel cuore della tua inquietudine, senza gesti, più vicino alla pelle”.

Non risiede allora in quel che si palesa di sé, ma soprattutto in ciò che si nasconde, scopre Richard Russo, la misura del disfacimento amoroso, che nello scambio fisico e materiale traduce la deriva stabilizzata di una relazione, come sottendono i versi di Robin Coste Lewis. Se un melo insegna l’attesa, la pace, e la pazienza, intuisce Gunnhild Øyehaug, “un sognatore/ deve sognare come sognano gli alberi/ di frutta alla fine” (Inger Christensen). La parola rivendica il valore della contaminazione come necessario esito delle continue immersioni in un dolore ignoto e nitide emersioni sonore.

L’amore come manutenzione del ricordo secondo Olga Tokarczuk segue la lentezza e la solennità dei gesti minimi di un uomo smarrito dalla scomparsa di sua moglie. Preda dell’improvvisa consapevolezza di essere asincrono rispetto allo scorrere del tempo, conviene con la vicina di casa di essere come le vecchie clessidre: “A forza di scendere, lentamente i granelli si smussano e si consumano facendo scorrere la sabbia più in fretta”. Lo tormentano la presenza e il significato delle cuciture nei calzini. Quelle su cui Antonella Anedda in Salva con nome si interrogava, contemplandole come fili invisibili tra passato e futuro, mentre si muore e intorno “ci cresce la vita e la realtà si addensa, si intreccia, diventa una radice che sale fino a un tronco e ridiventa foglio”.

L’amore come melodia si innesta con Sandra Cisneros sulle note di el Hokey Pokey per trasformarsi in verso, e comporre il gioco, la fuga, i ritorni possibili o letali, davanti al costante interrogativo: “Chi siamo noi?”. La musica e l’armonia delle parole tratteggiano il movimento del testo, restituendone i restringimenti e i punti in cui allargandosi cede, per costruire un senso ulteriore, collettivo, che sovrasta quello strettamente letterale.

Il rilievo di Freeman’s risiede nella capacità di restituire l’insieme nella dissonanza per sottrarsi, grazie al suo tessuto composito, alla prevedibilità linguistica e semantica e rivendicare, così, l’identità del discorso poetico-narrativo. Una ricerca ininterrotta che tra immagini vorticose, imprese tragiche, coincidenze e occasioni perdute, mostra le immagini sul vuoto di una potente ispezione negli abissi.

Le immagini costruite nelle narrazioni riecheggiano nei versi per affondare inesorabilmente nello stesso mistero. Sono i componimenti di Andrew McMillan a indicare la sospensione finale. La quiete del lago è un’illusione di pace, in attesa di uno stravolgimento, reso ripercorrendo l’evoluzione dell’individuo nell’apprendere a avanzare nell’esistenza, metaforicamente resa nel costante riferimento all’acqua. La disposizione grafica dei versi ritrae la grazia del cigno “minuto sbucato dall’uomo come nube precipitata sull’acqua/ ora è soltanto pioggia madre tanta così tanta/ percuote il lago lo porta a ebollizione/”, che impone con la sua bellezza l’accettazione di un orrore oscuro, custodisce un pregiudizio da cui deve ripulirsi, da estirpare per riuscire a trasformarsi. Il terrore che incede, inesorabile, degrada ogni cosa, la bellezza, l’amore, la vita, radicandosi nella parte più oscura, in attesa dell’ultimo movimento.
“[…] ho sollevato entrambe le inutili ali solo carne ora/ nulla per il vento da voler sostenere/ lo specchio è andato in frantumi con le correnti/ mi sono rialzato trasalito mi sono visto/ in frantumi precipitare verso me stesso”.

 

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“Nel cuore della notte”, il romanzo-apologo di Marco Rossari https://minimaetmoralia.it/recensioni/nel-cuore-della-notte-marco-rossari/ https://minimaetmoralia.it/recensioni/nel-cuore-della-notte-marco-rossari/#comments Wed, 01 Aug 2018 06:00:54 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37874 Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Che cos’è una coppia? Un esperimento, una chimera, un caso?» È l’interrogativo che si pone il protagonista del romanzo di Marco Rossari, Nel cuore della notte (Einaudi), un dubbio che innerva l’intera narrazione venendo acutamente esplorato una pagina dopo l’altra, una domanda che come risposta prevede solo ipotesi, nessuna delle quali esclude l’altra, al contrario ogni tentativo di risposta si connette al precedente e al successivo fino a compenetrarsi: perché davvero un legame è pressoché sempre una prova, un collaudo inesauribile, una fantasticazione a deux, un’alea che può essere percepita come un colpo di fortuna, come un’imprevedibile sventura (e per verificarlo è sufficiente che ognuno si concentri per un istante sulla sua esperienza di coppia).

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Pubblichiamo un pezzo uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

«Che cos’è una coppia? Un esperimento, una chimera, un caso?» È l’interrogativo che si pone il protagonista del romanzo di Marco Rossari, Nel cuore della notte (Einaudi), un dubbio che innerva l’intera narrazione venendo acutamente esplorato una pagina dopo l’altra, una domanda che come risposta prevede solo ipotesi, nessuna delle quali esclude l’altra, al contrario ogni tentativo di risposta si connette al precedente e al successivo fino a compenetrarsi: perché davvero un legame è pressoché sempre una prova, un collaudo inesauribile, una fantasticazione a deux, un’alea che può essere percepita come un colpo di fortuna, come un’imprevedibile sventura (e per verificarlo è sufficiente che ognuno si concentri per un istante sulla sua esperienza di coppia).

Per indagare questa domanda Marco Rossari scrive un romanzo-apologo, concentrato ed essenziale, in cui nell’arco di una notte attraversa un’intera storia d’amore, dall’inizio alla fine (o meglio dall’inizio alle sue diverse possibili fini), da quando il legame è in embrione a quel momento in cui si fa vischioso e a far stare male non è doverlo vivere ancora ma il semplice fatto di evocarlo.

Ad ascoltare il racconto è un uomo giovane, Marco, in viaggio con la fidanzata a bordo di una corriera malridotta; a narrare è un uomo adulto – una voglia sul viso, l’aspetto di un Keith Richards – tanto ritroso quanto loquace. Lo spazio che i due uomini percorrono li conduce verso un vulcano che è scaturigine, magnete e miraggio.

Nel cuore della notte, nel suo nucleo più interno, la voce dell’uomo adulto germoglia nel buio intercettando poco a poco i lineamenti del nostro presente: il sesso, che è presenza e fantasma, impalcatura e filigrana di tutto ciò che accade, e dunque la devozione nei confronti dei corpi; la politica come chiassosissimo residuo; l’indistruttibile vulnerabilità della parola letteraria in contrasto con quel culto del linguaggio infecondo che è prerogativa di gran parte del web; una specie di impulso, italiano e sempre farsesco, all’autodistruzione; e poi, come un basso continuo, l’amore, dolce amarissimo incomprensibile, la sostanza dove l’umano ribolle come magma.

«Che cos’è una coppia?» è un mistero irrisolvibile.

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Eros, Thanatos e iOS: il viaggio di Rossari nel cuore della notte https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/eros-thanatos-ios-viaggio-rossari-nel-cuore-della-notte/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/eros-thanatos-ios-viaggio-rossari-nel-cuore-della-notte/#respond Fri, 11 May 2018 12:30:08 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=37176 Andrea Pomella recensisce "Nel cuore della notte", ultimo romanzo di Marco Rossari pubblicato da Einaudi.

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(Foto: Gemma Evans)

Due uomini si incontrano su una corriera, di notte, in un esausto paese tropicale senza nome, mentre sono diretti verso un vulcano da cui si può godere la vista di un’alba struggente, un autentico miracolo della natura, o almeno così promettono le guide turistiche locali. Uno dei due, il più giovane, è in viaggio con la sua ragazza, l’altro – più maturo – è un derelitto all’ultimo stadio, barba incolta, occhiali scuri, viso segnato, un corpo che trasuda alcol e il volto deturpato da una grossa voglia livida che si espande dalla tempia al naso.
L’uomo, un esiliato, perseguitato dai rimorsi, dagli amori perduti, da una vita dissipata nell’alcolismo e in altre forme di dipendenza, inizia a raccontare la sua storia: un unico, lungo, dolcissimo, penoso, ardente sproloquio che riguarda l’amore, la morte, la poesia, la politica, le trappole di questa epoca sciagurata, in poche parole, la vita al tempo presente.
Nel cuore della notte, di Marco Rossari (Einaudi), parla di questo.

Come il console Firmin di Sotto il vulcano, l’opera di Malcom Lowry che fa da nume tutelare a questo romanzo (non a caso tornato da poco in libreria per Feltrinelli in una nuova traduzione firmata dallo stesso Rossari), il protagonista di questo racconto incarna lo sfacelo morale di una stagione. A seguito di un lutto atroce, l’uomo ha perduto Anna, il suo amore, il suo primo amore, la donna con cui aveva creduto di sfuggire alla propria vocazione autodistruttiva. Si è così rifugiato nella rete, dove ha preso a rimorchiare compulsivamente anime solitarie come lui per incontri di sesso occasionale, precipitando in un vortice sempre più incontrollato di abbandono e desolazione.

Ma la vita gli ha riservato una seconda possibilità. Anna torna da lui, ma nel frattempo è diventata una giornalista di successo e sta scalando rapidamente posizioni nel nascente Partito del No (come sosteneva Emily Dickinson, No è la parola più selvaggia che affidiamo al linguaggio) fondato dall’istrionico Vittorio Torchio, una neanche troppo velata allusione al movimento di Grillo.
Insieme ad Anna è tornata anche l’ispirazione, che gli consente di scrivere delle nuove poesie e di pubblicarle per un piccolo ma dignitoso editore. Sono poesie che affrontano principalmente il tema dell’amore, del sesso, del corpo, del desiderio, che pongono al centro la stessa Anna.
Ma il neo-puritanesimo di facciata che guida il Partito del No non perdona Anna, rea di incarnare il ruolo di musa per quello che, secondo loro, più che un poeta, non è che un grottesco erotomane, un pornografo da barzelletta.
E così tutto crolla sotto i colpi dello squadrismo della rete. Anna diventa una delle tante vittime di quella triviale ondata tellurica che nel web di oggi, in poche ore, è capace di distruggere persone, reputazioni e carriere.

In questa storia che affronta alcuni temi urgenti del presente, come le gogne mediatiche, il vampirismo politico, il pilatesco puritanesimo che assolve e condanna senza appello, Rossari infila di traverso, come una coltellata, una domanda spiazzante e anacronistica, e forse per questo assolutamente doverosa: che posto ha la poesia in questo tempo osceno?

Inizia definendo la poesia stessa, e lo fa richiamando un’immagine, l’unica esistente, che ritrae Emily Dickinson. Un dagherrotipo in cui appare un mazzo di fiori sfocato. Il motivo della sfocatura è il tempo di esposizione che allora era richiesto per incidere la lastra fotografica. Bisognava restare immobili davanti all’obiettivo, tuttavia – scrive Rossari – “Emily Dickinson in quel momento ha fatto oscillare il mazzo di fiori che aveva in mano e il mazzo di fiori è venuto sfocato. ‘Quella’ era la poesia”. Dunque niente di salvifico, come si sente spesso a proposito della poesia, (“Hai presente quelli che dicono: la poesia mi ha salvato la vita? Ecco, a me l’ha rovinata”), ma piuttosto un errore, una svista, il tremore di un momento che restituisce la bellezza più sfuggente e taciuta del creato.

Marco Rossari si rifà a un’epica discendenza letteraria di matrice nord-americana: quella che comprende autori come Hubert Selby Jr, John O’Brien, Andre Dubus II, e che ha messo in scena disgraziati ma indimenticabili antieroi da bar. Una rarità nel panorama editoriale italiano. Perciò questa storia non poteva che essere raccontata su una corriera impantanata nel traffico eterno, sedimentato, decomposto, di una terra innominabile assalita dall’afa e dalla miseria, ossia quanto di più lontano dai giornali online, dalle interfacce dei social network, dal mondo del web in cui si consumano le nostre giornate. Un compito arduo, e tuttavia in questo caso riuscito: reggere sulla pagina il doppio registro, raccontare la vita che passa nel web con gli strumenti della letteratura odierna – un’impresa che riesce ancora di rado agli autori contemporanei – e al contempo planare in territori esotici che sembrano appartenere più al romanzo d’avventura ottocentesco. Articoli online, commenti, haters, chat, “morte, sesso, silicio, circuiti, umori: Eros, Thanatos e iOS”, quadri affollatissimi del presente, nuovi luoghi narrativi che si compenetrano con il più antico di tutti, il racconto orale, il flusso di coscienza, il tormento inarrestabile di un uomo all’ultimo grado della costernazione.

Tolstoj diceva che “per vivere con onore bisogna struggersi, battersi, sbagliare e ricominciare da capo e buttare via tutto, e di nuovo ricominciare e lottare e perdere eternamente”. I personaggi di Rossari riescono a fare a meno dell’onore, lasciando intatto tutto il resto.

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La nuova traduzione di “Sotto il vulcano” https://minimaetmoralia.it/altro/la-nuova-traduzione-vulcano/ Tue, 13 Mar 2018 06:48:55 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=36558 Questo pezzo è uscito su Robinson-Repubblica, che ringraziamo. di Nicola Lagioia “Può essere considerata una sorta di sinfonia, o un’opera, perfino un western. È una profezia, un monito politico, un criptogramma, una musica hot, una canzone, una tragedia, una commedia, una farsa e così via”. Con queste parole Malcolm Lowry descriveva Sotto il vulcano a […]

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Questo pezzo è uscito su Robinson-Repubblica, che ringraziamo.

di Nicola Lagioia

“Può essere considerata una sorta di sinfonia, o un’opera, perfino un western. È una profezia, un monito politico, un criptogramma, una musica hot, una canzone, una tragedia, una commedia, una farsa e così via”.

Con queste parole Malcolm Lowry descriveva Sotto il vulcano a Jonathan Cape, l’editore che – dopo molti rifiuti – decise di pubblicare un romanzo che di lì a poco sarebbe diventato una leggenda. Era il 1946, e Cape aveva suggerito dei tagli per rendere più fluida la lettura. Lowry tenne duro. Aveva lavorato al libro per dieci anni, sapeva che l’asprezza della sua prosa (un’asprezza sontuosa, oscura, magica, affascinante come il giardino di una casa in rovina) era lo sforzo richiesto al lettore per rendersi degno di un vero percorso iniziatico. Quando il romanzo uscì, sembrò a tutti che la macchina narrativa messa a punto da James Joyce, perfezionata da Virginia Woolf e da William Faulkner, avesse ripreso a marciare inoltrandosi per sentieri inesplorati. Negli anni successivi, come succede ai classici, il libro si è caricato di significati a seconda dell’epoca che ha attraversato indenne: la guerra fredda, il boom, la fine del mondo diviso in due blocchi, il XXI secolo. Adesso Sotto il vulcano torna in libreria per il pubblico italiano (Feltrinelli editore) con la nuova traduzione di Marco Rossari, il quale dà una bella lucidata alla lingua di Lowry, ma senza farle perdere un briciolo di mistero o di spirito lunare.

A beneficio delle nuove generazioni, o di chi ancora non si è accostato a questo prodigio della letteratura d’invenzione, diremo che Sotto il vulcano si consuma tutto nell’arco di una giornata – il 2 novembre del 1938, con un prologo situato esattamente un anno dopo – e racconta l’ultimo giorno di Geoffrey Firmin, console britannico confinato in un angolo del Messico, alcolizzato cronico, alla deriva in una terra di scheletri danzanti, abbandonato dalla moglie Yvonne di cui è perdutamente innamorato. Il problema è che Yvonne – una’attrice cinematografia il cui fascino si rivela quando non è davanti alla macchina da presa – ama ancora il Console, e decide di tornare da lui. Lo fa nel giorno dei morti, trovandosi costretta a constatare quanto la crepa tra lei e Firmin sia incolmabile. Come se non bastasse, ai due si aggiungono Hugh e Laruelle. Il primo è il fratellastro del Console, più giovane di lui, imbevuto di utopie marxiste prossime al disgregamento, il secondo è un produttore cinematografico che frequenta Geoffrey sin da quando era un ragazzo. Entrambi hanno avuto una relazione con Yvonne. Ognuno porta i cocci di un vaso difficile da ricomporre. L’improbabile quartetto compie così il proprio viaggio al centro della terra (“una Divina Commedia ubriaca” era uno dei modi con cui Lowry definiva del resto il suo romanzo), attraversando la lunghissima giornata del 2 novembre fino a un tragico epilogo.

Il culto che ha accompagnato Sotto il vulcano è stato inscindibile da quello che circonda il suo autore. È in effetti impossibile non farsi affascinare da Malcolm Lowry: anche lui un santo bevitore, amante dei viaggi, del mare, totalmente inabile alla vita (la leggenda vuole che non sapesse allacciarsi un paio di scarpe), capace di un rapporto intensissimo e ovviamente complicato con la seconda moglie Margerie, musa, consigliera e testimone controversa della sua fine. Lowry morì a 48 anni per un’overdose di sonniferi presi in seguito a una lite furibonda proprio con Margerie, in cui il gin giocò probabilmente un ruolo. Se si mette da parte l’agiografia, la potenza del romanzo resta però invariata. A distanza di settant’anni dalla prima apparizione, Sotto il vulcano è una delle più belle storie d’amore della letteratura moderna. Nessun romanzo racconta meglio l’atroce destino di due persone che, pur amandosi in modo profondo, non riescono più a comunicare tra di loro. Pochi libri riassumono tanto bene un’epoca: come il Marlow di Cuore di tenebra doveva addentrarsi nel fiume Congo per mettere a nudo la dannazione dell’occidente, dobbiamo seguire il Console Firmin fino in Messico per avere una visione rivelatoria dell’Europa pronta a lasciarsi cadere nel baratro della Seconda Guerra Mondiale. Soprattutto Sotto il vulcano scuote il lettore di oggi obbligandolo a riconsiderare una serie di priorità. A un’epoca di cinismo diffuso domanda “a che serve una volontà se non hai una fede?” Libro sul crollo di tutte le umane illusioni, ne sancisce il segreto fondamento. E a questi tempi, in cui tutti sproloquiamo su come dovrebbe andare il mondo pur di non sporgerci sul pozzo delle nostre vite, ricorda che indagare il mistero che siamo è un compito fondamentale, ma impossibile da affrontare senza lo strumento conoscitivo per eccellenza: “no se puede vivir sin amar” è uno dei leitmotiv di questo meraviglioso libro.

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Quello che Dave Eggers dice nel suo ultimo romanzo https://minimaetmoralia.it/letteratura/quello-che-dave-eggers-dice-nel-suo-ultimo-romanzo/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/quello-che-dave-eggers-dice-nel-suo-ultimo-romanzo/#comments Thu, 19 Nov 2015 06:00:17 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=29176 «Come ho detto l’altro giorno, se ci fosse una specie di progetto per quelli come me, penso che potremmo davvero fare del bene».
«Stai parlando ancora di quei canali?»
«Un canale, un’astronave. Una colonia sulla luna. Anche solo un ponte. Che ne so. Ma girare in tondo, starsene seduti, mangiare a tavola… non funziona. Abbiamo bisogno di qualcos’altro».
«Che cosa vorresti costruire? Il mondo è già stato costruito».
«E quindi devo andare al passo in un mondo già costruito? È uno scherzo?»
«È lo scherzo in cui vivi».

Siamo alle battute finali dell’ultimo romanzo di Dave Eggers, I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, pubblicato da Mondadori con traduzione di Marco Rossari.

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«Come ho detto l’altro giorno, se ci fosse una specie di progetto per quelli come me, penso che potremmo davvero fare del bene».
«Stai parlando ancora di quei canali?»
«Un canale, un’astronave. Una colonia sulla luna. Anche solo un ponte. Che ne so. Ma girare in tondo, starsene seduti, mangiare a tavola… non funziona. Abbiamo bisogno di qualcos’altro».
«Che cosa vorresti costruire? Il mondo è già stato costruito».
«E quindi devo andare al passo in un mondo già costruito? È uno scherzo?»
«È lo scherzo in cui vivi».

Siamo alle battute finali dell’ultimo romanzo di Dave Eggers, I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre?, pubblicato da Mondadori con traduzione di Marco Rossari. Un ragazzo americano di 34 anni, Thomas, ha rapito un gruppo di persone, le ha portate in una vecchia base militare che sta andando in rovina, li ha legati a un palo, e li interroga – separatamente, armato di un taser e anche di una certa gentilezza. Ha preso per primo un astronauta, quindi si fa prendere la mano e porta alla base un deputato del Congresso, un suo ex insegnante, e persino la madre, e poi ancora un poliziotto, un’infermiera e una ragazza di cui s’innamora, conosciuta nelle vicinanze della base. Il libro è costruito di soli dialoghi: Thomas è un ragazzo confuso dalla vita e dal mondo, in passato forse ha subito molestie e sicuramente la madre non è stata un buon esempio, e ha deciso di celebrare un grande interrogatorio, in cerca di risposte. La frase del titolo arriva dalla Bibbia. È presa dal profeta Zaccaria, la cui tomba pare sia ad Aleppo, in Siria. “Nel Vecchio Testamento c’è una musica barocca e oscura che ho provato a evocare nel romanzo”, ha detto Eggers in un’intervista.

Una tentazione che avevo era di iniziare scrivendo qualcosa come: dopo qualche libro non riuscitissimo, bentornato Dave Eggers. In realtà è una cavolata, primo perché questa cosa di incasellare i libri secondo le loro uscite è cosa piuttosto fiacca, o debole, e secondo perché Eggers stesso ha spiegato che in realtà I vostri padri… è stato scritto prima del Cerchio, il suo penultimo libro, un romanzo che invece ho trovato parecchio brutto. E questo è anche il momento buono per spiegare che come tanti altri lettori mi sono imbattuto in Eggers all’inizio degli anni zero – solo che il mio primo libro letto è stato Conoscerete la nostra velocità, non il più noto L’opera struggente di un formidabile genio, il romanzo che ancora oggi continuo a ritrovare nelle librerie della gente più insospettabile quando mi metto a curiosare sugli scaffali delle case degli altri. E che da allora l’ho seguito (Eggers) più o meno in tutte le sue uscite, i libri, le riviste. Eggers è tipo un Fratellone mai conosciuto, sai che c’è, e spesso, non sempre, fa cose fiche.

Torniamo agli interrogatori di Thomas. Anche se I vostri padri… è un romanzo con implicazioni politiche e persino spirituali, Eggers non è Dostoevskij e Thomas non ha niente del Grande Inquisitore inventato da Ivan Karamazov. È dotato di una certa intelligenza, ma è soprattutto tremendamente confuso. E le sue domande seguono una loro logica, ma non occorre essere troppo cinici per soppesarne la buona dose di ingenuità.

Ognuno dei rapiti gli deve delle risposte. Prendiamo l’astronauta, per esempio. Il grande sogno della conquista dello spazio è stato l’orizzonte che ha fatto sognare migliaia di americani. Verso l’infinito e oltre, diceva il Buzz Lightyear di Toy Story. (È una singolare coincidenza che anche un altro romanzo americano dell’ultimo anno, Nel mondo a venire di Ben Lerner, riprenda in qualche modo il tema dello spazio, in questo caso nella versione più tragica dell’esplosione del Challenger). Quello che Thomas rinfaccia a Kev, il brillante astronauta della Nasa, è lo smantellamento del sogno rappresentato dal programma Shuttle, e il fatto che anche lui lo ha subito – senza battere ciglio. Avevamo idee ambiziose, volevamo colonizzare la luna, dice Thomas, e adesso ci restano le sfilate e le tristi stazioni spaziali e i robottini sui pianeti.

Al deputato, una personaggio che vira sul paterno, un ex militare combattente in Vietnam, figura con echi vonnegutiani (il dialogo che ho trascritto in apertura avviene tra loro due), Thomas oppone le contraddizioni del sistema politico americano, i soldi che vengono spesi nelle campagne militari anziché nel sistema previdenziale o per migliorare l’istruzione. Ma il punto, oltre queste rivendicazioni, è sempre la ricerca del grande progetto che Thomas vede mancare alla sua generazione. «Sono abbastanza sicuro che sarei venuto su meglio, tutti quelli che conosco sarebbero venuti su meglio, se avessimo preso parte a una lotta universale, a una causa più grande di noi», dice.

Se l’astronauta e il deputato rappresentano le due coordinate delle grandi questioni che tormentano Thomas, la sua indagine più intima, quella che riguarda il suo io interiore, lo porta a sequestrare il suo ex insegnante e soprattutto sua madre. Il primo, messo alle strette, confessa di aver avuto atteggiamenti abbastanza prossimi alla pedofilia. La seconda, pensa Thomas, è né più né meno la responsabile del suo profondo stato di crisi e del suo fallimento come persona. Ma la donna non arretra di un millimetro: nella durezza che le oppone, Thomas si sente ancora una volta incompreso. Legata a un palo, la donna tira fuori un ragionamento che suona così: «Tu vuoi imputare il tuo comportamento a una serie di fattori esterni. Vuoi consegnare la tua vita e le tue scelte e le relative conseguenze a delle forze che stanno al di fuori di te, ma questo è ciò che fanno i vigliacchi. Dare la colpa a tua madre? È tanto facile. Non sei mai stato un mucchio di argilla che io ho modellato».

Ma il punto (il personaggio) in cui il mondo esterno e la dimensione individuale di Thomas s’intrecciano, è rappresentato da Don Banh, un amico morto dopo una sparatoria con la polizia. Per vederci più chiaro, Thomas ha portato alla base uno dei poliziotti che hanno ucciso Dan. La vicenda è stata insabbiata con la complicità dei medici. Nel mettere alle strette il poliziotto, Thomas fa sfoggio della sua logica migliore. È come se la morte ingiusta di un amico (la morte di una persona) –  un evento dalla portata meno vasta rispetto alla teorica colonizzazione della luna e ai programmi di assistenza sanitaria – rappresenti il vero detonatore del risentimento del ragazzo. Ci infiammiamo per questioni politiche e sociali, ma la morte di una persona vicina riesce a sconvolgere più di ogni altra cosa i nostri piani, le nostre intelligenze.

E poi la morte di Don – l’esecuzione di dieci uomini armati contro un ragazzo agitato e poco più, e il successivo insabbiamento – è anche un fatto sociale. È sempre il deputato a spiegare la nuova insidia: «Quello che è successo all’ospedale è una cosa diversa. non è umano. Non è primordiale. Ecco perché non lo capiamo. È una mutazione più recente. Le cose che viviamo tutti, amore e odio e passione, il bisogno di nutrirci e gridare e fare l’amore, queste sono le cose che ogni essere umano ha in comune con gli altri. Ma c’è questa nuova mutazione, questa capacità di frapporsi tra un essere umano e una piccola questione di giustizia, per poi dare la colpa a qualche regola. Magari dire che il modulo è stato compilato in modo sbagliato».

Non so se I vostri padri, dove sono? E i profeti, vivono forse per sempre? è destinato a diventare un libro decisivo per questi anni, anche se qua e là ha ottenuto buone recensioni. Probabilmente la sua stessa struttura non lo facilita, e ci sono passaggi meno riusciti, e il personaggio della misteriosa ragazza in spiaggia – come è stato notato in altre recensioni – non è propriamente riuscito o ben calato nella storia. Ma c’è la sensazione che Eggers con questo libro abbia detto cose importanti, cose che andavano dette, e che è riuscito a dirle in modo convincente.

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La donna che sparì in un telefono https://minimaetmoralia.it/fiction/la-donna-che-spari-in-un-telefono/ https://minimaetmoralia.it/fiction/la-donna-che-spari-in-un-telefono/#comments Sun, 16 Nov 2014 15:00:23 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24054 di Marco Rossari

Che cosa c’è di tanto speciale lì dentro.

Solo dopo quella frase decise di fare sul serio.

Prima sapeva solo di averlo sempre con sé. Passeggiava fissando il display, soffriva durante la doccia quando non poteva tenerlo con sé, controllava gli account tra le venti-trenta volte prima di andare a dormire. Spesso si svegliava dopo mezz’ora di sonno: giusto per verificare le notifiche, lo stato di salute online, la vita.

Come tutti.

Niente di che.

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(Immagine: una scenda di Videodrome di David Cronenberg)

di Marco Rossari

Che cosa c’è di tanto speciale lì dentro.

Solo dopo quella frase decise di fare sul serio.

Prima sapeva solo di averlo sempre con sé. Passeggiava fissando il display, soffriva durante la doccia quando non poteva tenerlo con sé, controllava gli account tra le venti-trenta volte prima di andare a dormire. Spesso si svegliava dopo mezz’ora di sonno: giusto per verificare le notifiche, lo stato di salute online, la vita.

Come tutti.

Niente di che.

La sua mente era sempre accesa. Spesso all’alba si svegliava come… come… L’unica immagine che le veniva in mente era quella con il suo telefono non appena lo metteva in carica e faceva quel confortante ronzio. Si svegliava come se una lenta scossa l’avesse appena attraversata.

L’elettricità era dolcissima.

Al supermercato, postava le foto in rete per capire se la frutta era matura il giusto. Dal parrucchiere chiedeva in diretta ai contatti se il taglio andava bene. Tendeva a fotografare le feci e a postarle online per essere rassicurata riguardo alla salute.

E così qualcuno aveva avuto da obiettare. Alle cene: “Perché guardi ogni due minuti il cellulare?”. Al cinema: “Può spegnerlo, per favore?”. A letto: “Non ti eccito abbastanza?”.

Le smorfie, le litigate, la noia.

In un’occasione l’aveva dimenticato a casa: era convinta di averlo nella borsa e, quando se n’era accorta ormai sul taxi, era troppo tardi per fare dietrofront. Un cinema e una cena. Mezza giornata senza. Era stato come se una banda di terroristi avesse preso in ostaggio suo figlio.

La svolta avvenne quando l’amica – una di quelle persone che mettono un punto di domanda in fondo a ogni frase – le chiese se la sua mania per il telefono non le stesse rovinando la vita.

“Rovinando: addirittura!” aveva riso lei.

“Ok, rovinando è eccessivo?”

“Molto eccessivo,” aveva puntualizzato, continuando a fissare il telefono.

“Diciamo che ti sta cambiando?”

“L’automobile non ti ha cambiata? La lavatrice non ti ha cambiata? Tuo marito non ti ha cambiata?”

“Be’, sì…?” L’amica ci pensò su. “Ma non mi hanno impedito di parlare con gli altri?”

“Non stiamo parlando?”

“Sì. No. Tu stai fissando il telefono?”

“È una domanda?” Sbuffò. “Lascia perdere. Sto parlando. Con te, con altri. Anche con altri. Quindi, vedi? Mi ha cambiata in meglio.”

L’amica era rimasta in silenzio. “Ti annoi?”

“No.”

“Ti diverti?”

“No. È nato prima l’uovo o la gallina?”

“Già. È nato prima l’uovo o la gallina?”

Lei non aveva nemmeno alzato gli occhi dallo schermo: “La vita. È nata prima la vita”.

Con gli uomini in carne e ossa aveva chiuso da tempo.

Chattava, sextava, aveva splendidi orgasmi da sola, con lunghi brividi che le risalivano la schiena e, nelle chattate migliori, le avvolgevano la calotta cranica come un casco di fili elettrici. O almeno non le veniva un’immagine migliore.

Comunque godeva molto.

Con il marito aveva tollerato l’alito alla birra, il peso imbestiato della massa pelosa, la scarsa attenzione verso la sua lubrificazione. E poi i bisticci, il silenzio a cena, le scorregge origliate suo malgrado passando davanti alla porta del bagno.

Tutto questo era stato spazzato via dalla bravura con le parole di lupacchiotto82, dalle interessanti perversioni riguardo a una zona chiamata perineo di Astro Man, dall’enorme immaginario cazzo di masturbator fuck pillow (“Come il braccio di un culturista che pompa dentro di te”: e lei veniva, senza doverlo provare davvero!).

Ma poi l’amica dei punti di domanda, l’ultima, l’estremo filo che la legava a quella faccenda ingombrante che era la realtà, dopo la litigata che chiuse il loro rapporto, le disse: “Un antropologo piovuto da Marte si chiederebbe che cosa c’è di tanto speciale dentro quella scatoletta nera che domina la tua vita in modo così totalizzante?”.

Era il punto di domanda che aveva fatto traboccare il vaso.

L’amica svanì, ma la frase le rimase in testa. In culo all’antropologo, in culo al sarcasmo. Ma la frase…

Che cosa c’è di tanto speciale lì dentro.

Ma certo.

Si ricordò del negozio che le faceva assistenza sotto casa e si presentò lì, appoggiando sul banco il minuscolo monolite: “Qui”.

“Problemini con il sistema operativo?” domandò il commesso nerd.

“No, tutto benissimo.”

“Quindi?”

“Voglio entrare qui dentro.”

Rimase interdetto. “Vuole… che diamo un’occhiata? S’inceppa? Si surriscalda?”

“No, voglio entrare,” fece lei. “Qui. Dentro.”

Aggrottò la fronte. “Vuole smontare i circuiti?”

“No, no. Entrare nel telefono. Io. In carne e ossa. Capito?”

Silenzio. “Non ho capito.”

“Che cosa c’è da capire? Non può farmi entrare in questa scatola?”

Quello ammutolì.

Lei afferrò il telefono stizzita e uscì dal negozio.

Nel corso della vita aveva lavorato a contatto con numerosi individui che per chissà quale motivo amavano definirsi “smanettoni”, così domandò a uno di loro un consiglio su un posto che faceva miracoli con i telefoni. Il giorno dopo si ritrovò a Chinatown, dentro una stanza ingombra di circuiti e altre diavolerie informatiche, nel cortile interno che si apriva in fondo a un vicolo cieco, davanti a un ragazzo cinese dal volto così inespressivo da risultare espressivo.

Di nuovo, appoggiò il minuscolo monolite sul tavolo, ma questa volta andò dritta al punto.

“Voglio entrare qui dentro.”

Il ragazzo non fece una piega. Prese la scatoletta e controllò il modello. Sparì sul retro e passata una decina di minuti tornò con un cavo che a un’estremità aveva lo spinotto per il cellulare e all’altra aveva una propaggine morbida, grande come una grossa gomma da masticare.

“Ecco,” fece il cinese.

“Tutto qua?”

“Tu inselisci questa nell’ombelico.”

“E poi?”

“Via.”

“Via?”

“Via. Nello smaltphone.”

Smaltphone. Le scappò da ridere: in effetti a volte usava il cellulare anche per capire se aveva scelto lo smalto giusto, in rapidi sondaggi online. “Non ce la fate proprio con la erre?”

“Con la elle?”

“Con la erre.”

Si guardarono. Era un suo pregiudizio? La stava prendendo in giro? I cinesi avevano davvero un problema di pronuncia? Poco importava. Forza. Non doveva lasciarsi scoraggiare proprio ora.

“E poi?”

“Poi nulla. Fatti tuoi.”

Non c’era nemmeno una erre in quella frase. Era un sollievo per un cinese? Chissà. O forse aveva voluto dire: “Poi nurra”. Era una parola italiana? O cantonese? Forse dentro la scatolina c’era la Nurra, una divinità terribile e onnifagocitante, la Dea dello Smaltfon, un incubo alla David Cronenberg.

“Quindi poi sono dentro?”

“Sì.”

“Lo infilo nell’ombelico e sono dentro?”

“Sì, ma devi spingele.”

“Spingere? Come? Come quando vado in bagno?”

“No, con la pancia. In fuoli.”

Rimase in silenzio. “Ma posso tornare indietro?”

“No, non puoi. Viaggio di sola andata.”

Nemmeno una erre. Bravo, che sollievo.

Uscì dal negozio.

Tornata a casa, si fece una doccia veloce, consultò gli account per l’ultima volta, fece un bel sospiro, appiccicò la gomma all’ombelico e spinse con la pancia.

Si era dimenticata di chiedere se faceva male, o comunque cosa faceva, ma sentì solo una vibrazione godibilissima, come quando arrivava un sms di Giulio, ai tempi d’oro.

E via, dentlo.

Era uno spazio simile, ma diverso. Più libero di ingombri, più mobile. Non avevi tutti quei problemi a cambiare vita e scenario, ad esempio. E c’era un’aria più pulita. Frizzante, per dirla con una parola che aveva detestato fino a un momento prima. C’era un po’ di eco, ma non troppo. E c’erano anche le persone. All’inizio le intravide in lontananza, con timore. Poi più da vicino. Non c’era imbarazzo, nemmeno diffidenza. Solo un lento avvicinamento, appena appena guardingo. Erano vestiti in modo casual, ma erano sempre molto belle. Ce n’era uno seduto su un marciapiede blu che guardava a volte le formiche, a volte il cielo. Senza nemmeno alzare gli occhi su di lei, le chiese se era nuova. Sì, era nuova, aveva fatto quella scelta da poco. Era entrata.

“Nella Nurra,” aveva detto lei per scherzare.

Lui aveva sorriso. “Tu la chiami così?”

Lei si era sentita leggera, non aveva nemmeno risposto, perché non ce n’era bisogno.

Avevano parlato di un po’ di cose, poi lui era svanito di colpo, senza salutare. Non c’erano convenevoli e questa cosa era bellissima. No, non era bellissima. Era. E basta. A volte parlava con uno e, senza quasi rendersene conto, nel discorso passavano lentamente al sesso, si spogliavano, facevano l’amore – finché a un tratto uno dei due si rivestiva, si alzava, si dileguava.

A volte faceva l’amore da sola, ma con un’altra persona: sarebbe stato impossibile farlo capire all’amica dei punti di domanda, ma era proprio così. Accadeva. Era. Potevi guardare a lungo negli occhi una persona senza dire niente, potevi parlare male di lei davanti a lei e lei non riusciva a sentire una parola, potevi guardarle a lungo dentro il cuore senza che lei se ne accorgesse: tutti erano aperti, anche quando erano chiusi. Era felice, ma non c’era bisogno di esserlo.

Poi un giorno vide un uomo con in mano una cosa. Si avvicinò. Era una scatolina rossa e lui la fissava. Fu il primo vago sentimento di irritazione che provò da quando era entrata lì (da quanto era entrata lì? Giorni, mesi, anni: non avrebbe saputo dirlo, non era rilevante). Cercò di gestire quella sensazione come meglio poteva ma fu costretta a chiedere che cosa stava facendo.

“Che cosa fai?”

“eVita.”

“È un’altra rete?”

“…”

“Sì o no?”

“…”

“Come si chiama?”

“eVita.”

“Voglio saperlo?”

“eVita.”

“Evita?”

“eVita.”

“È vita?”

“eVita.”

“Puoi dirmi una cosa?”

“…”

“Che cosa c’è di tanto speciale là dentro?”

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Restituire le palle a Dio. Breve storia del dottor Hunter S. Thompson https://minimaetmoralia.it/ritratti/hunter-s-thompson/ https://minimaetmoralia.it/ritratti/hunter-s-thompson/#comments Tue, 07 May 2013 14:00:42 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14232 Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Blow Up.

Ventidue fucili, esposti in una teca nella cucina dell'Owl Farm, il complesso fortificato nel cuore del nulla di Woody Creek, Colorado. Ventidue fucili nella teca senza lucchetto e lui che immerso nella neve fino alle ginocchia, gambe a fisarmonica, maniche di camicia, feluca e una sigaretta penzolante da un bocchino all'angolo del labbro, punta una 44. magnum alla sua macchina da scrivere. La vita del dottor Hunter S. Thompson è tutta qui: un elenco di gesti plateali, di uscite spettacolari, senza riuscire a stare fermo ma costantemente annoiato al punto di non poter fare a meno di auto-stimolarsi infilandosi nelle situazione più assurde, con in corpo un ammontare di litri di alcol e droghe sintetiche da abbattere un pugile professionista.

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Questo pezzo è uscito sul numero di aprile di Blow Up.

Ventidue fucili, esposti in una teca nella cucina dell’Owl Farm, il complesso fortificato nel cuore del nulla di Woody Creek, Colorado. Ventidue fucili nella teca senza lucchetto e lui che immerso nella neve fino alle ginocchia, gambe a fisarmonica, maniche di camicia, feluca e una sigaretta penzolante da un bocchino all’angolo del labbro, punta una 44. magnum alla sua macchina da scrivere. La vita del dottor Hunter S. Thompson è tutta qui: un elenco di gesti plateali, di uscite spettacolari, senza riuscire a stare fermo ma costantemente annoiato al punto di non poter fare a meno di auto-stimolarsi infilandosi nelle situazione più assurde, con in corpo un ammontare di litri di alcol e droghe sintetiche da abbattere un pugile professionista.

Alle spalle una serie di capiredattori insultati, sorpassati dalla sua velocità sconsiderata e presi in giro dalla sua abilità nel confondere le acque con quelle frasi brevi e asciutte che erano la sua scrittura. Elenchi, appunto, che lo hanno portato fino al suo più famoso: «due buste di erba, settantacinque grani di mescalina, cinque fogli di acido superpotente, una saliera mezza piena di cocaina, e un intera galassia multicolore di stimolanti, calmanti, esplosivi, esilaranti. Oltre a un litro di tequila, uno di rum, mezzo litro di etere puro e due dozzine di fialette di popper.»

Qualcuno, nel tentativo di dipingergli addosso una biografia, ha supposto che i suoi problemi relazionali, il fatto che non fosse in grado di stabilire rapporti duraturi – ma ha avuto una compagna fissa per quasi vent’anni, un figlio e pochi amici intimi – gli derivassero da un’infanzia difficile. Tanto basta a spiegare la piromania, l’egocentrismo, le manie di protagonismo. Tanto basta e poco importa, perché se il genio è eccentricità, allora il dottor Thompson è stato un genio assoluto.

Pare che da giovane ricopiasse Hemigway e Fitzgerald per assorbirne lo stile, ma rimane una leggenda metropolitana confusa nella nebbia dei suoi primi anni, dopo il servizio militare e durante l’università abbandonata a metà in favore dell’esplorazione. Era la fine degli anni cinquanta e dopo essere stato licenziato dal Time, dove lavorava come galoppino, e dal Daily Record per insubordinazione, venne Portorico, dove visse per quasi un anno e di cui scrisse al suo ritorno. Il romanzo, primo in ordine cronologico ma tra gli ultimi ad essere pubblicati, è Cronache del rum – arrivato a noi solo nel 2007, salvato dalla mediocrità da una brillante traduzione di Marco Rossari e dall’anonimato da un film non troppo bello del 2012 – e fa coppia con Prince jellyfish, mai pubblicato. A quel tempo però era tutta una questione di lavori saltuari e di qualche pezzo sportivo su qualche giornale locale. Saltare di qui e di là senza uno scopo preciso, cambiare vita e aria tra il nord e il sud America, sposarsi, tornare indietro, passare per Aspen e alla fine stabilirsi in California.

San Francisco fu un’esplosione in pieno volto. Era il 1964 e la rivoluzione sembrava dietro l’angolo, come l’illuminazione e l’amore universale. La scoperta della cultura hippie e l’aria confortevole di un rinnovamento imminente hanno influenzato, forse sferzato per la prima volta, la scrittura del dottor Thompson. Non si trattava più di sbarcare il lunario accarezzando sogni da romanziere alla ricerca dello stile, ma di aprire i cancelli della conoscenza, di lasciarsi andare all’inseguimento della libertà assoluta. Del sogno americano, lo stesso dal cui fallimento è nato il Gonzo.

La verità è che Hunter Thompson adorava gli abusi. Nel corso della sua vita ha abusato di qualsiasi cosa gli capitasse a tiro. Alcol, droghe, armi. Del suo talento e della pazienza degli altri. Ha abusato di se stesso come pochi sanno fare, ha utilizzato la sua immagine pubblica per dare scandalo e il suo corpo come un pungiball, e questo con gli hippie non ha nulla a che vedere. Quello che leggeva nella cultura dei figli dei fiori, era l’opportunità unica e irripetibile di dare sfogo al proprio ego partecipando al grande cambiamento. Farsi portatore di una voce comune, buttarsi nella mischia per uscirne di slancio. Dopo aver pubblicato su The Nation un articolo riguardo all’Hell’s Angels motorcycle club, gli venne proposto qualcosa di più lungo, per questo decise di spendere un anno al seguito del gruppo di motociclisti che portava subbuglio nella provincia americana. Un anno duro, fatto di viaggi interminabili e grandi sbronze che spesso sfociavano in risse senza quartiere. Rapine, stupri, atti di pura e impunita ferocia nei quali cercava sempre di infilarsi come paciere e che in tutti i casi gli hanno procurato un pestaggio. L’uscita del libro, complice uno straordinario interesse mediatico, segnò l’affermazione di Hunter Thompson e la sua condanna definitiva a una vita selvaggia.

Hell’s Angels ha il merito di cominciare a tracciare quello che diventerà il Gonzo, ma di non avvicinarsi abbastanza da rovinarlo con l’ingenuità. Sicuramente segna un passaggio, però, da una parte all’altra della barricata. Dal cronista anonimo, all’eccentrico e chiassoso testimone. Da qui in poi quello che scriverà il dottor Thompson sarà né più ne meno quello che pensa. I compromessi – complice anche la fama sufficiente a non dover più inseguire lavori saltuari – li lascerà a chi è troppo timido, o troppo sobrio, per farsi sentire a voce piena. «Preferirei chiedere l’elemosina, che lavorare per un giornale che non rispetto.» Come scrisse al Vancouver Sun, già nel 1958.

Generalmente il punto di svolta viene individuato nell’uscita, nel giugno 1970, dell’articolo The Kentucky Derby is decadent and depraved, su Scanlan’s Monthly. Con una consegna imminente, l’incarico di coprire l’evento ippico e nessuna idea in testa, il dottor Thompson cominciò a inviare ai redattori fogli scritti a mano, strappati direttamente dal suo taccuino. Senza alcun accorgimento, in prima persona, senza un solo accenno alla corsa, ma che più che altro rilevavano lo schifo provato da Thompson e Ralph Steadman – illustratore e suo collaboratore storico – nel prendere atto dell’indecenza del pubblico di opulenti, ubriachi, spaventosi esseri subumani che li circondava. Quello che ne uscì fu qualcosa di nuovo, «come cadere nella tromba di un ascensore e trovarsi in una piscina piena di sirene» qualsiasi cosa significhi, che venne poi chiamato – per motivi misteriosi – da Bill Cardoso, Gonzo.

Il Gonzo non esclude soltanto l’oggettività dagli articoli per sacrificarsi completamente alla soggettività dell’autore, non è soltanto una questione di stile veloce e incalzante al punto da somigliare più a un comizio che a un pezzo giornalistico, ma azzera qualsiasi altra soggettività che non sia quella del suo creatore. In pratica è un esercizio di egocentrismo talmente ben riuscito da indurre altri a cercare di imitarlo. È qualcosa di costruito da Hunter Thompson per Hunter Thompson, perché ammette solo ed esclusivamente la sua voce. Allora The Kentucky Derby fu soltanto la prima volta che il Gonzo veniva stampato, ma esisteva già da qualche tempo, ad Aspen, Colorado, ed era qualcosa di fisico.

Quella che viene ricordata come la battaglia di Aspen – da un articolo appraso su Rolling Stone nell’ottobre del 1969 – è la folle, insensata, malsana, corsa alla posizione di sceriffo della contea di Pitkin, Colorado. Dopo aver seguito la fallimentare campagna del candidato sindaco Joe Edwards, ed essersi riempito di orgoglio nazionale, il dottor Thompson decise di rasarsi a zero – per poter definire il suo avversario repubblicano un capellone – e di dare il suo contributo alla cosa pubblica alla guida del Freak Power, un manipolo di hippies dall’aria stralunata. Gli ci volle un anno per costruire quello che sarebbe diventato il suo personaggio definitivo e per preparare un programma abbastanza scioccante da garantirgli l’illusione di una vittoria. Legalizzazione delle droghe a scopo ricreativo – promise di non assumere mescalina sul lavoro – cambio del nome di Aspen in Fat City, distruzione di tutte le strade in una sola volta. La delusione della sconfitta, nell’autunno del 1970, fu probabilmente la goccia che fece traboccare il vaso. Il sogno americano si era definitivamente infranto, e nulla avrebbe potuto riportarlo indietro.

Sull’onda di questo abbattimento al limite della depressione, accettò per noia l’incarico  da Sports Illustrated di coprire la Mint 500 a Las Vegas. Partì senza la minima intenzione di scrivere della gara motociclistica, ma con un tarlo che gli rosicchiava il cervello ormai da mesi: analizzare la caduta della controcultura, comprendere il perché del fallimento di tutto quello che gli era sembrato bello e giusto fino ad allora. Quella rivoluzione così potente da muovere le masse da una parte all’altra del paese, praticando la non-violenza e senza preoccuparsi di poter essere uccisi – gli sceriffi della contea di Los Angeles avevano appena freddato il giornalista Rubén Salazar, durante una marcia pacifista. Quello che ne venne fuori fu una straordinaria prova di stile: Paura e disgusto a Las Vegas – rigettato da Sports Illustrated ma accolto da Rolling Stone – da cui emerge, più che lo spirito rivoluzionario, il profondo istinto moralizzatore che era la vera anima del dottor Thompson. Cercare i colpevoli, scovare il marcio, annusare e stanare la carie che stava corrodendo il sistema dall’interno. Raoul Duke – alter ego di Thompson – e il suo avvocato samoano di 130kg, Dr. Gonzo – Oscar Zeta Acosta – si immersero in un bagno di stupefacenti colorati, poliziotti in convegno e decadenza molliccia e lugubre per definire i contorni della parata di ipocrisia e meschinità che affliggeva l’America.

Nel 1973 uscì quello che sembra essere stato l’ultimo singulto dell’Hunter Thompson roboante di Las Vegas: Fear and loathing on the campaign trail ’72. Acclamato come il manifesto del giornalismo politico – in Italia pubblicato a stralci in varie raccolte – è un’altalena di sentimenti al seguito del senatore McGovern, impegnato nelle rocambolesche presidenziali contro Richard Nixon. Un rombo, un sincero grido di disgusto che preluse a un sostanziale silenzio.

I successivi anni si divisero tra pezzi d’opinione dall’aria annoiata e riedizioni dei vecchi fasti, il divorzio, le trasposizioni cinematografiche del personaggio più che delle opere – Where the buffalo roam e Paura e delirio a Las Vegas – un documentario – Breakfast with Hunter,  in cui è testimoniato, tra le altre cose, lo sforzo per insegnare al merlo indiano di Johnny Depp a parlare – qualche tardivo momento di lucidità, le disposizioni funebri che prevedevano un mausoleo di 46 metri d’altezza (realizzato), festini sempre più sottotono e l’accettazione della propria condizione. «Non posso più scrivere, ovunque vada mi riconoscono», suona quasi come una scusa, ma è condivisibile quanto è comprensibile e legittima la scelta di andarsene alle proprie condizioni, per un uomo che a quelle condizioni aveva sempre vissuto. Il dottor Thompson si tolse la vita in pieno pomeriggio il 20 febbraio del 2005, lasciando solo una breve quanto superflua nota di commiato, in ritardo rispetto alla confessione fatta a Steadman al compimento dei cinquant’anni: «mi sembra già di essermi concesso di vivere abbastanza. Mi sembra già piuttosto tardi per restituire i coglioni a dio».

 

Breve nota sul nuovo Gonzo

Il Gonzo oggi è una chiesa sconsacrata. È possibile officiarci una messa, e probabilmente se si è abbastanza bravi ne uscirà qualcosa di convincente, ma mancherà sempre la sacralità. Negli ultimi tempi sono state pubblicate diverse opere che si fregiano della definizione, alcune piuttosto interessanti e decisamente fuori dagli schemi, ma tutte in qualche modo inibite dalla stessa intenzione di somigliare a qualcosa di unico. Vale la pena di citare Corpo a corpo. Storie di giornalismo Gonzo di Gabriela Wiener (La nuova frontiera, 2012 – 254pp. – euro 13,00) e Pulphead di John Jeremiah Sullivan (ancora inedito in Italia), che hanno dalla loro la giusta dose di pazzia, ma oltre a questo il Gonzo si esaurisce andando a confondersi con il giornalismo d’inchiesta o caricandosi le spalle di messaggi sociali del tutto inopportuni. Alla domanda se esiste ancora il Gonzo, il dottor Thompson avrebbe probabilmente risposto di no. Gonfiando il petto d’orgoglio.

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Perdersi è meraviglioso, di David Lynch https://minimaetmoralia.it/cinema/perdersi-e-meraviglioso-david-lynch/ https://minimaetmoralia.it/cinema/perdersi-e-meraviglioso-david-lynch/#comments Fri, 23 Nov 2012 10:08:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=11596 Pubblichiamo un estratto da Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema di David Lynch e vi ricordiamo il doppio appuntamento dedicato al regista: stasera alla Santeria a Milano con il traduttore Francesco Graziosi e Marco Rossari e domenica al Pisa Book Festival.

Un'intervista a David Lynch
di Kristine McKenna

La seguente conversazione con David Lynch ha avuto luogo nella sua casa sulle colline di Hollywood la mattina dell’8 marzo 1992. Il giorno in cui abbiamo parlato, Lynch era appena tornato a Los Angeles da New York, dove aveva lavorato insieme al compositore Angelo Badalamenti alle musiche dell’imminente adattamento delle sua serie televisiva I segreti di Twin Peaks; il giorno seguente doveva ripartire per Berkeley, dove trascorrerà i prossimi mesi a missare il sonoro del film. Lynch è perennemente in viaggio, e non sorprende che la sua vasta casa a più piani dia la sensazione di una dimora il cui occupante è via per buona parte del tempo. È quasi spoglia – qualche sedia anni Cinquanta, un divano basso e un tavolino – dipinta con colori spenti, e non c’è nulla alle pareti (di recente Lynch ha comprato due stampe della sua fotografa preferita, Diane Arbus, ma non le ha appese). Nella cucina si trovano la sua preziosa macchina del cappuccino insieme a pile ordinate di copioni, video e libri. È la casa di un uomo indaffarato: non c’è alcuna traccia di ozio e relax.

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Pubblichiamo un estratto da Perdersi è meraviglioso. Interviste sul cinema di David Lynch e vi ricordiamo il doppio appuntamento dedicato al regista: stasera alla Santeria a Milano con il traduttore Francesco Graziosi e Marco Rossari e domenica al Pisa Book Festival.

Un’intervista a David Lynch
di Kristine McKenna

La seguente conversazione con David Lynch ha avuto luogo nella sua casa sulle colline di Hollywood la mattina dell’8 marzo 1992. Il giorno in cui abbiamo parlato, Lynch era appena tornato a Los Angeles da New York, dove aveva lavorato insieme al compositore Angelo Badalamenti alle musiche dell’imminente adattamento delle sua serie televisiva I segreti di Twin Peaks; il giorno seguente doveva ripartire per Berkeley, dove trascorrerà i prossimi mesi a missare il sonoro del film. Lynch è perennemente in viaggio, e non sorprende che la sua vasta casa a più piani dia la sensazione di una dimora il cui occupante è via per buona parte del tempo. È quasi spoglia – qualche sedia anni Cinquanta, un divano basso e un tavolino – dipinta con colori spenti, e non c’è nulla alle pareti (di recente Lynch ha comprato due stampe della sua fotografa preferita, Diane Arbus, ma non le ha appese). Nella cucina si trovano la sua preziosa macchina del cappuccino insieme a pile ordinate di copioni, video e libri. È la casa di un uomo indaffarato: non c’è alcuna traccia di ozio e relax.

Il fatto che sia domenica mattina non impedisce che arrivino in continuazione telefonate di lavoro, e parlando con Lynch fra una chiamata e l’altra si deduce che nella vita di quest’uomo non ci sono pause; riesce ad ammassare in ogni singola giornata una quantità straordinaria di attività altamente creative. Come si vedrà nella conversazione seguente, la creatività e la vita di Lynch poggiano su una solida struttura di convinzioni filosofiche. Si potrebbe arguire che è questa struttura a dargli l’enorme vitalità che è alla base della sua opera variegata e in continua espansione.

I tuoi quadri sembrano raffigurare il mondo dalla prospettiva di un bambino in preda al terrore; è una descrizione plausibile?

Direi proprio di sì. Amo ciò che riguarda l’infanzia perché quando si è bambini il mondo è così ricco di mistero. Persino una cosa semplice come un albero è inspiegabile. Lo vedi da lontano e sembra piccolo, e invece man mano che ti avvicini pare che cresca – da bambino non riesci ad afferrare le regole. Noi crediamo di capirle quando diventiamo adulti, ma ciò che sperimentiamo in realtà è un restringersi dell’immaginazione.

Come spieghi il fatto di aver mantenuto una comprensione tanto nitida della prospettiva di un bambino?

Credo di aver subito molto l’influsso del mistero, da piccolo. Allora trovavo il mondo totalmente affascinante, era come un sogno. Si dice che chi crede di aver avuto un’infanzia felice in realtà stia reprimendo qualcosa, ma io credo di averla avuta davvero. Ovviamente avevo le solite paure, come quella di andare a scuola – sapevo che lì c’era qualche problema. Ma anche tutti gli altri sembravano percepirlo, per cui le mie paure erano abbastanza normali.

Usi le parole mistero e paura: qual è il collegamento tra le due?

Là dove c’è mistero c’è sempre la paura dell’ignoto. È possibile raggiungere una condizione in cui ci si rende conto della verità della vita e la paura svanisce, e molti hanno raggiunto questo stato, ma quasi nessuno di loro si trova sulla terra. Probabilmente sono in pochi.

Chi raggiungesse questo tipo di consapevolezza proverebbe ancora l’impulso alla creatività?

Farebbe un altro tipo di lavoro creativo, in totale accordo con le leggi della natura. La sua opera sarebbe dedicata ad aiutare gli altri che non hanno ancora raggiunto quella condizione e a elevare l’universo.

Le leggi della natura sono crudeli?

Assolutamente no; ci sembrano crudeli solo perché vediamo soltanto un piccolo frammento dello schema complessivo. Viviamo in un mondo di opposti, di malvagità e violenza estreme contrapposte al bene e alla pace. C’è un motivo per cui le cose stanno così, ma noi fatichiamo a comprendere quale sia. E nello sforzo di comprenderlo impariamo qualcosa sull’equilibrio, e che esiste una porta misteriosa proprio nel punto di equilibrio. Possiamo varcarla ogni volta che ci uniamo.

Quanti anni ti senti, emotivamente?

Quasi sempre fra i nove e i diciassette, e a volte circa sei. Quando hai sei anni guardi in fondo alla strada e magari sai che esiste un altro isolato, ma il tuo mondo ne misura al massimo due.

Uno dei tuoi quadri recenti, So This Is Love, sembra esprimere una visione alquanto cupa dell’amore. L’immagine si concentra su una figura solitaria dalle gambe smisuratamente lunghe, sormontate da una testa persa in uno spazio tetro e vuoto. Accanto alla testa gli passa scoppiettando un aeroplano che erutta fumo nel cielo notturno; puoi dirci qualcosa di quest’opera?

È come un’immagine in negativo della mia infanzia. In realtà il cielo era azzurro e in Technicolor, e il velivolo era un grosso aereo militare che produceva un ronzio. L’aereo ci metteva tanto ad attraversare il cielo, e il rumore che faceva era molto sommesso. Il mondo sembrava più silenzioso quando passava.

È un ricordo piacevole per te, eppure lo hai tradotto in un’immagine cupa; perché?

Perché da allora l’oscurità si è fatta strada strisciando. È la presa di coscienza del mondo e della natura umana e della mia natura, compresse in una palla di fango.

Molti dei tuoi quadri fondono allusioni all’amore romantico, ferite fisiche e morte; trovi qualcosa di erotico nella malattia e nel disfacimento?

Erotico? No, ma la malattia e il disfacimento fanno parte della natura. La malattia su un pezzo di ferro è ruggine. Se butti un pezzo di carta sotto la pioggia e dopo qualche giorno vai a riprenderlo, ci troverai sopra delle muffe: è come se accadesse una magia. La malattia è una cosa molto brutta, ma per causa sua la gente progetta grandi edifici e inventa dei macchinari, dei tubicini e cose del genere. Quindi proprio come in natura, dalla malattia nasce qualcosa di nuovo.

Hai paura del corpo?

No, ma è una cosa strana. La sua funzione più importante sembra essere quella di trasportare il cervello da un posto all’altro, ma ci si possono fare anche altre cose divertenti. Certo, può essere una tortura, a volte. A me non piace fare attività fisica, per cui mi preoccupo di mantenere il corpo in forma sufficiente a portare in giro il resto.

Qual è la cosa più spaventosa della tua casa?

È un posto dove le cose possono andare storte. Quando ero bambino la mia casa sembrava un posto claustrofobico, ma non perché avessi una brutta famiglia. Una casa è come un nido: è utile solo per un certo periodo, dopodiché non vedi l’ora di andartene. Con questo non voglio dire che col tempo ogni affetto muore, però cambia. Io voglio ancora bene a tutti quelli che ho amato.

Una volta ho sentito definire l’amore come un miscuglio di compassione e desiderio; sei d’accordo con questa affermazione?

Direi di no. Perdere l’amore è come la luce ed è un problema solo quando se ne avverte l’assenza. L’amore puro non chiede nulla in cambio e assomiglia più a una sensazione o a una vibrazione, ma purtroppo molta gente non lo capisce. Tendiamo ad addossare la responsabilità a un’altra persona, cosa che non dà buoni risultati.

Chi ti ha insegnato di più sulle arti visive?

Il mio primo maestro davvero importante è stato un tizio di nome Bushnell Keeler, padre del mio caro amico Toby Kee-ler. All’epoca avevo quindici anni e vivevo in Virginia, e Bushnell è stato il primo artista professionista che ho incontrato. Non avevo mai sentito parlare di una cosa del genere, e da quel momento ho deciso che volevo essere un pittore; la sua vita mi sembrava quasi miracolosa. La cosa più importante era che aveva uno studio e che dipingeva ogni giorno. Mi ha anche fatto conoscere un libro di Robert Henri intitolato Lo spirito dell’arte, che è diventato per me una specie di bibbia, perché era il libro che stabiliva le regole della vita artistica.

Qual è stata la prima opera d’arte che ti ha colpito?

Una mostra di Francis Bacon che vidi a diciotto anni alla Marlborough Gallery di New York. Erano immagini di carne e sigarette, e quello che mi colpì fu la bellezza della pittura e l’equilibrio e i contrasti nei quadri. Era quasi la perfezione.

L’arte alterna periodi fertili e sterili?

Sì, dev’essere così, e ora sembra che siamo in un periodo di magra. Gli anni Ottanta sono stati un buon periodo perché, anche se tutto il denaro che circolava ha fatto sì che uscisse fuori un sacco di ciarpame, si sentiva che nella pittura, finalmente, dopo tanto tempo si stava muovendo qualcosa.

Rivedendo i quadri degli ultimi otto anni, sembra che la tua opera stia diventando sempre più minimalista; sei d’accordo?

Sì, e il motivo è che provo un anelito alla purezza. Man mano che la mia vita si fa sempre più complicata, voglio che la mia arte diventi più semplice perché nella vita tutto ruota intorno al mantenere un equilibrio.

Ho notato anche che le superfici dei tuoi quadri diventano sempre più modellate e scultoree; è una direzione che hai intrapreso deliberatamente?

Sì, e vorrei dargli ancora più volume. Ora come ora l’idea della pittura su una superficie piatta non mi stimola granché. Mi piace l’idea di un campo dove qualcuno ha scaricato dei rifiuti – il mucchio spicca sulla superficie del campo, e la cosa mi piace.

Hai mai chiesto a un esperto di conservazione come invecchieranno i materiali che usi? (Lynch incorpora nei suoi quadri cartone, cotone, cerotti e unguenti medicinali oltre ai materiali pittorici consueti.)

Non m’importa un bel niente di come invecchieranno. Su quei quadri la natura farà il suo corso; non sono davvero finiti, e fra cinquant’anni saranno senz’altro molto più belli.

Se i tuoi quadri avessero un suono, quale sarebbe?

Dipende dai quadri. So This Is Love avrebbe un suono attutito, come di qualcuno che parla attraverso un guanto. A Bug Dreams avrebbe un suono molto stridulo e penetrante, a una frequenza altissima. She Wasn’t Fooling Anyone, She Was Hurt Bad avrebbe un suono di vetri infranti smorzato ed estremamente rallentato.

Mi sembra anche che le opere diventino sempre più crude e aggressive. Prima la violenza nei tuoi lavori era più trattenuta, ora è assai esplicita; ne sei consapevole?

Mi piacerebbe morderli, i miei quadri, ma non posso perché la pittura contiene piombo. Il che vuol dire che sono un po’ un vigliacco. Sento di non essere ancora arrivato a quel punto, e i quadri i sembrano ancora tranquilli e rassicuranti – indipendentemente da quel che faccio io, hanno ancora una loro bellezza.

Il fatto che tu li trovi belli e rassicuranti mentre quasi tutti li trovano inquietanti fa pensare che tu conviva in modo insolitamente pacifico col lato oscuro della tua psiche; come mai?

Non ne ho idea. Sono sempre stato così. Mi sono sempre piaciuti entrambi i lati e ho sempre creduto che per apprezzarne uno devi conoscere l’altro: più tenebre sei in grado di raccogliere, più riesci a vedere anche la luce.

Da dove germogliano, per così dire, i tuoi quadri?

L’ispirazione è come un batuffolo di lanugine: arriva e crea un desiderio e un’immagine che mi fa venire voglia di dipingerla. Oppure capita che sono in giro e vedo per strada un cerotto buttato via, hai presente come sono. Ha i bordi tutti sporchi e sulla parte adesiva si sono formate delle pallottoline scure, e si vede una macchiolina di pomata e forse della sporcizia giallastra. È lì sul marciapiede, in mezzo alla polvere, accanto a un sasso e magari a un rametto. Se lo vedessi in una fotografia senza sapere cos’è, lo troveresti incredibilmente bello.

Qual è la tua politica riguardo al colore?

La mia politica è che non mi piace, forse perché non ho imparato a usarlo correttamente. Quale che sia il motivo, non mi stimola – mi sembra pacchiano e ridicolo. Però mi piace usare il marrone, che è un colore. Mi piacciono anche i colori della terra, e a volte uso il rosso e il giallo – il rosso soprattutto per il sangue e il giallo per il fuoco.

Cosa c’è nella tua pittura di spiccatamente americano?

I soggetti. Molti dei miei quadri vengono dai miei ricordi di Boise nell’Idaho e Spokane nello stato di Washington.

Quale aspetto del futuro t’inquieta di più?

La spirale discendente verso il caos. Una volta pensavo che il Presidente degli Stati Uniti avesse sotto controllo il futuro e ciò che accadeva intorno a me, ma adesso sappiamo che non è così. La nostra è un’epoca in cui hai la nitida percezione di queste gigantesche presenze malvagie che corrono di notte, all’impazzata. Più libertà gli concedi e più saltano fuori e corrono, e ormai si muovono in ogni direzione. Ben presto saranno così tante che non potremo più fermarle. È davvero un periodo critico.

Gli aspetti violenti della nostra cultura sono aumentati o eravamo solo più bravi a disciplinarli in passato?

Oggi sono molto più sviluppati. Il male c’era anche prima, ma era nel giusto equilibrio con il bene e la vita era più lenta. La gente viveva in piccole città e fattorie dove ci si conosceva e non ci si spostava più di tanto, per cui era tutto più pacifico. C’erano sì cose di cui avere paura, ma ora l’ansia della gente è a livelli stratosferici. La tv ha accelerato le cose e ha fatto sì che la gente senta molte più cattive notizie. I mass media hanno sovraccaricato la gente di informazioni, e anche la droga ha un grosso peso. Con la droga la gente può arricchirsi e andare fuori di testa, e così si è aperto tutto un mondo balordo. Queste cose hanno creato un nuovo genere di paura in America.

Hanno avuto anche un ruolo nel crollo dell’istituzione familiare?

Sì, tutte queste cose fanno parte della stessa tensione. Se metti un martello pneumatico sotto a un tavolo, ben presto tutto quello che c’è sopra inizia a vibrare e a spaccarsi e a cadere giù. La gente non ha più la sicurezza del futuro. Se hai un lavoro, è già tanto se riesci a tenertelo per una settimana. Macy’s è andato in fallimento e non ci sono più certezze.

Qual è la linea di condotta da tenere quando intorno tutto crolla?

Un cambiamento di mentalità farebbe una differenza sostanziale. Se tutti si rendessero conto che il mondo potrebbe essere un posto bellissimo, e dicessero basta a tutte queste cose… divertiamoci.

Fra cent’anni il mondo sarà migliore o peggiore?

Sarà un posto molto migliore.

Qual è il cambiamento più positivo che si è verificato nella tua vita in questi ultimi anni?

Sento di potermi avventurare su qualunque strada. Ricordo tempi in cui non avevo abbastanza soldi per comprare le tele, e avevo delle idee per alcune sculture ma non un posto in cui realizzarle. Non sono ancora al 100% – non ho una bottega né una camera oscura – ma non mi sento più limitato da ostacoli esterni, e tutte le direzioni in cui posso muovermi si arricchiscono a vicenda. L’unico materiale che mi scarseggia ora è il tempo.

Qual è l’aspetto più difficile del successo di massa che hai conosciuto con Twin Peaks?

È stato abbastanza problematico. È bello quando alla gente piace una cosa che hai fatto, ma in un certo senso è inevitabile che la gente dopo un po’ si stufi e si appassioni al tormentone successivo. Sei impotente di fronte a questa dinamica, e la senti come un dolore sordo. Non una fitta acuta – è più come una malinconia, per il fatto di vivere nell’epoca in cui tutti sono a casa da soli. I cinema d’autore stanno scomparendo. Al loro posto abbiamo le multisale dove proiettano dodici film contemporaneamente, e sono quelli che la gente va a vedere. La televisione ha abbassato il livello e ha reso popolari certi prodotti, la tv ha un ricambio veloce, non ha molta sostanza, ha le risate registrate e basta.

Una volta hai osservato: «Questo è un mondo fatto di lezioni, ed è nostro dovere imparare delle cose»; perché è nostro dovere?

Per poterci diplomare. La scuola è emblematica del percorso che compiamo nella vita. Ci si diploma e si arriva in un altro posto che è così incredibile da non poterlo neanche concepire adesso. L’essere umano ha il potenziale di fare quest’esperienza che non ha niente a che vedere con gang e automobili. È una cosa stupenda che sta su un piano superiore. Ma bisogna sapersi organizzare per accedere a quel mondo.

È interessante che tu abbia questa serie di convinzioni stabili e ottimistiche, e ciononostante scorga questa immensa tenebra nell’esistenza; come spieghi questa disparità?

È come essere rinchiusi in un edificio insieme a dieci pazzi. Sai che da qualche parte c’è una porta e che dall’altro lato della strada c’è una stazione di polizia dove possono darti aiuto, ma sei comunque nell’edificio. Non importa quello che sai sull’esterno se sei comunque bloccato lì dentro.

Tu preghi?

Sì.

Hai mai avuto un’esperienza religiosa?

Sì. Parecchi anni fa ero al Los Angeles County Museum of Art, e c’era una mostra di sculture indiane in pietra arenaria. Ero lì con la mia prima moglie e nostra figlia Jennifer, e a un certo punto io me ne sono andato per i fatti miei. Non c’era in giro nessuno, solo queste sculture, ed era tutto silenzioso. Ho girato un angolo e lo sguardo mi è corso in fondo alla sala, dove c’era un piedistallo. L’ho seguito con lo sguardo e in cima c’era la testa di un Buddha. Quando l’ho guardata ha emesso un lampo di luce bianca che mi ha colpito agli occhi e boom! Di colpo mi sono sentito invadere dalla gioia. Ho avuto altre esperienze simili.

Quand’è che ti senti potente?

Non tanto spesso. Quando fai una cosa che viene bene provi felicità, ma non so se sia un senso di potere. Il potere è una cosa che fa paura e non è quello che m’interessa. Io voglio fare certe cose e farle bene secondo la mia idea, e questo mi basta. Il fatto di dover uscire ed essere recensiti e avere cinema e gallerie per mostrare il mio lavoro non c’entra nulla coi motivi per cui lo faccio. Quella è una parte che mi procura angoscia.

Qual è il ricordo più caro che hai di tuo padre?

Lui che va al lavoro in completo e cappello da cowboy a falde larghe. Vivevamo in Virginia, quindi per me era imbarazzante che portasse quel cappello, ma ora mi sembra del tutto appropriato. Non era una cosa d’ordinanza, era un cappello grigio-verde a falde larghe, da guardia forestale; lui se lo metteva in testa e usciva dalla porta. Non prendeva l’autobus né la macchina, si metteva a camminare e con quel cappello in testa arrivava in città, oltre il George Washington Bridge, una scarpinata di parecchi chilometri.

Fino a che punto romanziamo il nostro passato?

In tutti i nostri ricordi tendiamo a essere indulgenti con noi stessi. Ricostruiamo un passato in cui ci siamo comportati meglio, abbiamo preso decisioni migliori, siamo stati più buoni verso gli altri e ci viene riconosciuto più di quanto probabilmente meriteremmo – abbelliamo il tutto in modo pazzesco, per poter andare avanti a vivere. Un ricordo veritiero del passato probabilmente ci getterebbe nello sconforto.

Perché cerchiamo di trovare un significato alla vita? Perché è tanto difficile accettare la possibilità che l’esistenza sia priva di senso?

Perché al mondo ci sono così tanti indizi da creare una sensazione di mistero, e ciò significa che c’è un enigma da risolvere. E una volta che si inizia a ragionare in questi termini, ci si accanisce a cercare un probabile significato, e nella vita ci sono molte strade in cui ci sembra di trovare piccole indicazioni del fatto che un giorno il mistero si potrà risolvere. Rinveniamo delle piccole prove – non la prova definitiva – ma sono le piccole prove che ci spingono a continuare la ricerca.

Quale sarebbe la prova definitiva?

Una totale beatitudine della coscienza.

Cosa credi che accada dopo la morte?

È come andare a dormire dopo un giorno di intensa attività. Nel sonno accadono molte cose, poi ci si sveglia e c’è un altro giorno di attività, per come la vedo io. Non so esattamente dove si va, ma ho sentito delle storie su quello che succede, e non c’è dubbio che quella di morire sia la paura più grande. Non sappiamo nemmeno quanto ci si mette a morire. Se uno smette di respirare sta ancora morendo? Come facciamo a sapere quando ha finito e lo si può portare via? Le religioni orientali dicono che all’anima servono alcuni giorni per uscire dal corpo, e ho sentito dire che è un processo doloroso. Devi sfilarti, per così dire, dalla tua esistenza terrena. È come togliere il nocciolo a una pesca acerba. Quando George Burns morirà, sarà una pesca talmente matura che il nocciolo non rimarrà attaccato. Sguscerà fuori come niente, e sarà una cosa bellissima.

 

(Da David Lynch, Colleción Imagen, 1992. Per gentile concessione dell’Institució Alfons el Magnànim.)

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Se la letteratura diventa un gioco https://minimaetmoralia.it/libri/se-la-letteratura-diventa-un-gioco/ https://minimaetmoralia.it/libri/se-la-letteratura-diventa-un-gioco/#comments Mon, 21 May 2012 09:12:17 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7928 Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», sul libro di Marco Rossari «L'unico scrittore buono è quello morto» (Edizioni E/O).

Il campo letterario italiano è un luogo che sembra esistere ai limiti dell’indicibile. Per qualcuno è un inferno senza vie d’uscita, qualcun altro lo descrive come una zona depressa e deprimente, altri ancora obiettano che pur essendo lontano dal migliore dei mondi possibili è comunque un contesto all’interno del quale si lavora cercando di potenziare ciò che c’è di buono. Raccolte le testimonianze permane la sensazione che quella cosa – il punto nel quale confluisce l’esperienza di chi scrive, di chi decide cosa pubblicare e di chi leggerà ciò che è stato pubblicato – sia invincibilmente opaca. Cercare di comprenderla, continuare a interrogarla, vuol dire votarsi a un’esperienza di frustrazione.

Con L’unico scrittore buono è quello morto (edito da e/o) Marco Rossari sceglie di interrogare la cosa opaca mappandola ironicamente attraverso un libro che ha la forma di uno zibaldone, quasi a sottintendere che è nell’affastellarsi di testi eterogenei – ventidue racconti veri e propri, aforismi, bozzetti, pensieri improvvisi e acutissimi – che si può rendere conto della natura caotica e imprendibile del campo letterario; e che sorridere di ciò che accade – della sua deformazione rivelatrice – serve a produrre una conoscenza critica (e autocritica) dei fenomeni.

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Pubblichiamo una recensione di Giorgio Vasta, uscita su «Repubblica», sul libro di Marco Rossari «L’unico scrittore buono è quello morto» (Edizioni E/O).

Il campo letterario italiano è un luogo che sembra esistere ai limiti dell’indicibile. Per qualcuno è un inferno senza vie d’uscita, qualcun altro lo descrive come una zona depressa e deprimente, altri ancora obiettano che pur essendo lontano dal migliore dei mondi possibili è comunque un contesto all’interno del quale si lavora cercando di potenziare ciò che c’è di buono. Raccolte le testimonianze permane la sensazione che quella cosa – il punto nel quale confluisce l’esperienza di chi scrive, di chi decide cosa pubblicare e di chi leggerà ciò che è stato pubblicato – sia invincibilmente opaca. Cercare di comprenderla, continuare a interrogarla, vuol dire votarsi a un’esperienza di frustrazione.

Con L’unico scrittore buono è quello morto (edito da e/o) Marco Rossari sceglie di interrogare la cosa opaca mappandola ironicamente attraverso un libro che ha la forma di uno zibaldone, quasi a sottintendere che è nell’affastellarsi di testi eterogenei – ventidue racconti veri e propri, aforismi, bozzetti, pensieri improvvisi e acutissimi – che si può rendere conto della natura caotica e imprendibile del campo letterario; e che sorridere di ciò che accade – della sua deformazione rivelatrice – serve a produrre una conoscenza critica (e autocritica) dei fenomeni.

Dunque, senza mai cedere al gusto della battuta fine a se stessa ma invece sempre attento all’intensità letteraria della scrittura, Rossari descrive protocolli, definisce meccanismi e chiosa rituali; soprattutto mette in parodia i luoghi comuni che affollano tanto il discorso letterario quanto quello editoriale. E lo fa a trecentosessanta gradi, nella consapevolezza che a nutrire la cosa di cliché contribuiscono tutti, a partire da chi i libri li legge: “I lettori che bisogna raccontare delle storie, le storie ci salveranno. I lettori che fra poco si mettono a scrivere i figli degli immigrati e vi spazzano via. I lettori che sei narcisista. I lettori che i noir raccontano meglio la realtà.”

C’è poi chi i libri li pubblica (editori che non fanno mai squillare il telefono dell’autore e quando lo fanno risultano fraintendibili: «“Questa è roba buona”, mi ha detto, come lo spacciatore sotto casa»), chi li traduce (“Noi siamo come il filtro: lo si riempie di caffè e lo si svuota.”), così come chi li promuove, per esempio un intraprendente conduttore radiofonico che intervista il famoso Lev Nikolaevič a proposito di La sonata a Kreutzer: “… un romanzo quindi che parla di amore coniugale, di tradimenti, di ipocrisie. Ma facciamocelo dire dalla viva voce dall’autore, qui presente in studio… Buongiorno, Tolstoj!”

È però inevitabile che il soggetto centrale del testo di Rossari sia chi i libri li scrive. Dall’autore che pubblicato il primo libro comincia a sentire le voci e a riconoscerle ognuna nella sua consistenza nucleare fino a quando nel cranio non gli si raduna un frastuono inesauribile, a quello che avendo distrutto tutto ciò che non riusciva a farsi pubblicare sente di essere finalmente rientrato nel grembo dell’umano, per arrivare allo scrittore inchiodato al suo stile che in un bar, contro la parete del bagno, annota “Il giro di frase è un’impronta digitale” e poi, sempre più afflitto dall’impossibilità di essere altro, decide di concentrarsi sulla sua obliografia.

La letteratura, dice sorridendo il libro di Marco Rossari, è un odio da amare, un amore da odiare; il campo letterario è lo spazio che ospita chi scrive chi pubblica e chi legge, ed è a sua volta oggetto di narrazioni: di qualcosa che serva a rendere, almeno per un momento, ciò che è opaco trasparente.

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Identità tornado https://minimaetmoralia.it/libri/identita-tornado/ https://minimaetmoralia.it/libri/identita-tornado/#comments Mon, 04 Oct 2010 07:58:58 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=2979 Questo articolo è apparso su Repubblica. A Los Angeles, in California, c’è un cratere in eruzione. Questo cratere non genera lava: genera immaginazione narrativa, un magma di intuizioni sempre diverse l’una all’altra. Talmente diverse – fermo restando il denominatore comune del romanzo – da far pensare che dietro narrazioni così difformi non possa che esserci […]

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Questo articolo è apparso su Repubblica.

A Los Angeles, in California, c’è un cratere in eruzione. Questo cratere non genera lava: genera immaginazione narrativa, un magma di intuizioni sempre diverse l’una all’altra. Talmente diverse – fermo restando il denominatore comune del romanzo – da far pensare che dietro narrazioni così difformi non possa che esserci una molteplicità di sguardi e non un’unica mano in grado di passare, sempre con impressionante coerenza stilistica, da un western aspro e contemporaneo come Ferito a un thriller satirico che demistifica le fondamenta del nostro Occidente come Deserto americano, fino allo sperimentalismo ironico di Glifo.

Eppure questo cratere è uno solo, si chiama Percival Everett, ha cinquantaquattro anni, oltre venti libri all’attivo, sei dei quali pubblicati anche in Italia. L’ultimo in ordine di tempo, ancora edito dalla casa editrice Nutrimenti e tradotto da Marco Rossari, è Non Sono Sidney Poitier. Che, per quanto possa apparire paradossale (e deve apparire paradossale) corrisponde a nome – Non Sono Sidney – e cognome – Poitier – del protagonista nonché voce narrante del romanzo.
Non Sono Sidney viene partorito nel 1968, podalico, dopo due anni di gestazione, buona parte dei quali impegnati dalla madre in una gravidanza isterica; è di padre ignoto ma ha una somiglianza che si fa sempre più evidente man mano che cresce: quella, guarda caso, con Sidney Poitier, l’attore hollywoodiano, oggi ottantatreenne, interprete di film memorabili e primo afro-americano a vincere un Oscar. Portia Poitier, non si sa se per sfida o per perfidia, battezza il suo bambino così: con una negazione, con un’inesorabile presa di distanze. Con la condanna a poter dire soltanto chi non si è, diffondendo sulla propria identità essenziale un’ombra scurissima. L’infanzia trascorre e quando Non Sono Sidney ha undici anni Portia muore facendone un orfano. Il più ricco degli Stati Uniti, probabilmente, considerato che per effetto di un investimento della madre Non Sono Sidney eredita una sostanza che nel corso del tempo non farà altro che aumentare indefinitamente permettendogli di concentrarsi su un unico definitivo tormento: darsi una direzione, un obiettivo. Darsi, cioè, un senso.
La frequentazione con Ted Turner (proprio lui, il fondatore della CNN, accompagnato da una Jane Fonda che nuota assorta e indistruttibile in piscina) e poi, acquistato l’accesso al college, con un docente di Filosofia dell’assurdo che risponde, combinazione, al nome di Percival Everett, costituiranno soltanto la premessa dell’avventuroso apprendistato alla vita di questo anomalo Wilhelm Meister d’oltreoceano.
Via via che la narrazione si sviluppa rapsodica e picaresca, Everett (lo scrittore, non il personaggio) ci dimostra che una trama non è qualcosa a cui subordinarsi, una regola ferrea da rispettare, bensì materia da mettere in torsione, da slogare, così tanto da far saltare in aria, serenamente, ogni ragionevolezza e porre Non Sono Sidney nelle condizioni di dover indagare sul proprio omicidio, ancora coadiuvato da Ted Turner e Percival Everett (il personaggio, non lo scrittore), un vero e proprio Groucho Marx bicefalo in grado di imporre al romanzo un impulso centrifugo, una sistematica dispersione di senso laddove Non Sono Sidney fa di tutto, ostinatamente centripeto, per raggiungerlo, questo benedetto senso.
E così, tra scene che rimandano ai grandi successi di Sidney Poitier (si intravedono in filigrana, tra gli altri, La parete di fango, I gigli del campo, La calda notte dell’ispettore Tibbs e Indovina chi viene a cena?) e la programmatica formulazione e distruzione dei cliché razzisti, tra acrobatiche contorsioni logiche in forma di gag tutte le volte in cui gli tocca presentarsi a qualcuno e arresti, rilasci, fughe, fidanzamenti interrotti e un tornado (che, come nel finale di A Serious Man dei Fratelli Coen, è l’incanto nel quale tutto si emulsiona e si rivela), Non Sono Sidney, nello smaterializzarsi di ogni cosa intorno, arriva a Los Angeles, raggiunge un palco e riceve tra gli applausi del pubblico una statuetta placcata d’oro. In quel momento, nel luogo degli onori, Non Sono Sidney comprende qual è stato e sarà sempre il suo (il nostro) inevitabile onere: restare all’ombra di quella cosa che chiamiamo – perlopiù idolatrandola – identità. Non Sono Sidney sa che non c’è dato altro che vivere in una frattura irricomponibile, nel crepaccio buio del senso. Percival Everett (lo scrittore e il personaggio) sa che ognuno di noi è quello che non riesce a dire e che forse non si può dire. Sa che ogni volta che diciamo io si sentono stridere e scricchiolare gli specchi, sa che l’identità, per restare identità, deve essere movimento, attrito, tremore, perfino tornado, e sa che la letteratura è un meraviglioso strumento che ci siamo inventati per darci una forma e un senso (o per osservare l’insensatezza in tutta la sua maestosità). Sa che noi, nessuno escluso, Non Siamo Sidney Poitier.

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Qualche appunto su Percival Everett https://minimaetmoralia.it/libri/qualche-appunto-su-percival-everett/ https://minimaetmoralia.it/libri/qualche-appunto-su-percival-everett/#comments Tue, 24 Nov 2009 09:22:40 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1202 Percival Everett, scrittore statunitense, il cui ultimo romanzo Deserto Americano è appena uscito per Nutrimenti, è in questi giorni impegnato in Italia in un giro di presentazioni partito ieri da Torino e di passaggio a Milano e Roma. In questo post, Marco Rossari, traduttore di quattro dei cinque libri pubblicati in Italia, ci offre alcuni […]

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Percival Everett, scrittore statunitense, il cui ultimo romanzo Deserto Americano è appena uscito per Nutrimenti, è in questi giorni impegnato in Italia in un giro di presentazioni partito ieri da Torino e di passaggio a Milano e Roma. In questo post, Marco Rossari, traduttore di quattro dei cinque libri pubblicati in Italia, ci offre alcuni brevi appunti sulla sua esperienza di lettore e ammiratore delle opere di Everett.

di Marco Rossari

Provate a immaginare uno scrittore nero e benestante che – invece di scrivere storie farcite di slang ambientate nel ghetto – si dedica a riscritture postmoderne di classici greci. Un giorno, a corto di soldi e inviperito per l’ennesimo successo televisivamente corretto del romanzo nero sottoproletario e sboccato, decide di scrivere una parodia in quello stile, intitolandola Cazzo (la parola più ricorrente). Provate a immaginare lo scrittore che propone al proprio esterrefatto agente di venderlo agli editori come l’esplosivo esordio di un ex galeotto nigger incazzato e l’ulteriore stupore dell’agente quando il romanzo riceve un’offerta milionaria e balza in cima alle vendite, finendo in corsa al premio letterario dove in giuria si trova proprio il Nostro. Sarà dura convincere i giurati che quella è una porcata scritta in un fine settimana per mostrare come, alla narrativa afro-americana, sia necessaria una cancellazione, opposta e complementare all’invisibilità dell’uomo di Ralph Ellison.

Provate a immaginare la storia di un bambino con un QI inverosimile, figlio di una pittrice fallita e di un poststrutturalista frustrato, che sceglie di non parlare ma si accontenta di scrivere poesie anatomiche, digressioni filosofiche, commedie slapstick, battute fulminanti, saggetti di critica d’arte (oltre, naturalmente, al libro che stiamo leggendo) per descrivere il turbinio di situazioni in cui la sua intelligenza lo proietta: genitori infelici, militari dementi, preti pedofili, psicologi maniaci e tutto il campionario di follie on the road che gli Stati Uniti possono offrire a una mente onnivora cresciuta a pane ed ermeneutica. Provate a immaginare un Arizona Junior dei fratelli Coen riscritto da Ludwig Wittgenstein e forse ci andrete vicini.

Provate a immaginare uno scrittore di romanzi rosa a cui viene rapita, stuprata e uccisa la figlia e che decida di farsi giustizia da solo e rapire il possibile sospetto, per quanto non sia certo della sua colpevolezza, praticandogli il waterboarding, e trasformando il blocco di appunti che prende nel corso della prigionia (anche qui, il libro che stiamo leggendo) in un cupa riflessione sull’America di Bush e sull’elaborazione del lutto e del dolore, attraverso uno stile rapsodico che flirta con Joyce senza dare al lettore un attimo di tregua, anzi trascinandolo nel disorientamento del protagonista.

Provate a immaginare un romanzo asciutto, secco ed essenziale, dove si racconta una barbara vicenda di omofobia (e di omocidio) ambientata in un West moderno, con protagonista un improbabile cowboy nero che colleziona Klee. Provate a immaginare, dopo avere letto i precedenti romanzi, di trovarvi davanti a una laconicità scolpita nella roccia, a un viaggio senza speranza nel razzismo e nella paura dell’uomo, a un apologo pessimista sul cuore nero e violento degli Stati Uniti, ma che contiene anche insospettabili tenerezze corporali.

Provate a immaginare un uomo che, mentre va a suicidarsi, viene travolto da un camion e decapitato di netto, se non che al suo funerale si alza dalla bara e, con le pudenda al vento (i becchini gli hanno soffiato i calzoni), fronteggia i convenuti – parenti livorosi, colleghi sollevati, figli affranti – e scatena il panico che poi diventa una sommossa e infine un romanzo su un povero cristo resuscitato e conteso da fanatici di ogni sorta.

Provate a immaginare tutto questo, se ci riuscite. Altrimenti leggete, nell’ordine, Cancellazione, Glifo, La cura dell’acqua, Ferito e Deserto americano.

Lì si trova l’immaginazione di un grande scrittore, Percival Everett.

(qui è possibile invece leggere un breve saggio di Rossari sulla sua traduzione di Glifo.)

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Il cuore dello Stato https://minimaetmoralia.it/libri/il-cuore-dello-stato/ https://minimaetmoralia.it/libri/il-cuore-dello-stato/#respond Wed, 18 Nov 2009 09:11:44 +0000 http://minimaetmoralia.wordpress.com/?p=1158 di Marco Rossari Se dovessi girare un film sui cosiddetti anni di piombo, evitando di prendere di petto i momenti che hanno cambiato l’Italia (piazza Fontana, la vicenda Pinelli-Calabresi, Moro e così via), ovvero provando a rispecchiare orrori e speranze dell’epoca in una storia semplice, forse sceglierei la figura di Adelaide Aglietta e l’avvincente episodio […]

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di Marco Rossari

Se dovessi girare un film sui cosiddetti anni di piombo, evitando di prendere di petto i momenti che hanno cambiato l’Italia (piazza Fontana, la vicenda Pinelli-Calabresi, Moro e così via), ovvero provando a rispecchiare orrori e speranze dell’epoca in una storia semplice, forse sceglierei la figura di Adelaide Aglietta e l’avvincente episodio raccontato nel suo Diario di una giurata popolare al processo delle Brigate Rosse (Lindau 2009; la prima edizione, per Milano Libri, risale al 1979, con una prefazione di Leonardo Sciascia, qui arricchita da una premessa di Adriano Sofri). Il clima dell’epoca è quello cupo di molti resoconti: il tribunale allestito in caserma, lo stato d’assedio di una città operaia al centro dello scontro, la paura di avvocati e giurati, quando per la prima volta vengono portati alla sbarra i leader storici delle Br, processati per banda armata. In udienza gli imputati revocano il mandato ai difensori di fiducia, minacciano di morte gli avvocati che accetteranno la nomina e scelgono il “processo di rottura”: dal “Vi proibisco di difendermi!” di Dreyfus si passa all’avvocato come “altra faccia del giudice” e quindi complice del regime. Ne scaturisce un dibattito sull’autodifesa e un’oggettiva difficoltà a trovare avvocati disposti a mettersi in gioco. Non solo. I giudici popolari estratti a sorte cominciano a defilarsi. Se perfino un senatore a vita come Eugenio Montale, dopo l’omicidio del presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino Fulvio Croce, giustifica la viltà di chi ha paura, non sorprende vedere piovere una quantità di certificati medici sulla “sindrome depressiva” che contagia i torinesi.

È qui che il primo marzo 1978, dopo centocinquanta estrazioni, entra in scena Adelaide Aglietta, segretario del Partito radicale, che sorteggiata casualmente accetta l’incombenza. Attraverso il suo diario veniamo resi partecipi dei travagli di una madre di famiglia cresciuta nella borghesia torinese e travolta dalla politica che deve spiegare alle figlie la propria scelta (sono forse le pagine più toccanti), di un cittadino che rifiuta la scorta anche davanti a minacce esplicite (straordinarie, a questo proposito, le sue parole di rammarico: “Ciò che più mi angoscia non è la cosa in sé, ma il fatto di non poter parlare con questo o con questi, […] che lo abbiano deciso senza conoscermi […]; è la negazione del dialogo […]. È questa la vera violenza”) e di una radicale che trova la legge “un’occasione di confronto in ogni caso”. In breve, di un individuo che si assume la responsabilità di salvaguardare i valori in cui crede sia davanti alla violenza brigatista sia davanti alle incongruenze del processo, senza mai rifugiarsi in una formula ambigua.

Intorno a queste pagine rimbombano il dibattito sull’aborto (memorabile la scena in cui un imberbe carabiniere si avvicina all’Aglietta per chiederle dove la morosa potrebbe trovare assistenza), il rapimento Moro (con i diciassette omicidi brigatisti perpetrati durante il processo), il recente assassinio di Giorgiana Masi e il referendum sulla legge Reale, insomma tutta un’epoca di battaglie e ferite. Il miracolo di Adelaide Aglietta è di non perdere mai il senso della propria identità e la risorsa inestimabile di una sensibilità intelligente davanti ai ricatti morali che ogni scelta comporta (quando dichiara, tanto per fare un esempio, di presumere l’innocenza degli imputati – com’è sacrosanto – un giornale l’accusa subito di connivenza).

Terminata la lettura ci resta una serie di immagini limpide, sofferte, appassionate. La scena commovente di una donna coraggiosa che arriva in una caserma blindata da quattromila uomini con la propria macchina, che giura con in mano un fiore e che privilegia sempre la ragione al fanatismo, il coraggio alla paura. Ma soprattutto rimangono indelebili le poche parole che usa per raccontare, dopo le estenuanti sedute in aula e le paranoie sulla propria incolumità, di come la passione civile possa diventare la salvezza di una persona, ma anche di un paese. Arrivata a un congresso del Partito radicale, Adelaide Aglietta scrive: “Quando sono in mezzo alla gente mi rendo conto di come la mia sicurezza risieda proprio in questo: riesco finalmente a liberarmi di ogni forma di angoscia e di sospetto”.
Forse è stato questo il grande errore dei brigatisti: aver pensato che il cuore dello Stato fosse un uomo politico e non persone come lei.

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