Margaret Powell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margaret-powell/ un blog di approfondimento culturale Sun, 16 Jul 2017 16:43:57 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Margaret Powell Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margaret-powell/ 32 32 I ♥ polpettoni – Il fascino irresistibile dei polpettoni letterari https://minimaetmoralia.it/letteratura/polpettoni-letterari/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/polpettoni-letterari/#comments Wed, 09 Aug 2017 05:00:12 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=13065 Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Longo apparso su minima&moralia il 14 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: una scena di Downton Abbey.)

«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari.

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Dal nostro archivio, un pezzo di Francesco Longo apparso su minima&moralia il 14 febbraio 2013.

Questo pezzo è uscito su Orwell. (Immagine: una scena di Downton Abbey.)

«Prima che fosse finito il concerto, era sicuro che quella fosse la sola fanciulla che avrebbe sposato». Oppure: «Il vento primaverile, piovoso e lugubre, giungeva da luoghi paurosi e gridava intorno alla casa come un uomo che piange il suo amore». Ci si arrende, ciclicamente, al fascino irresistibile dei polpettoni letterari.

Basta un ricordo che sale alla mente, perché le ragazze avvampino di rossore. Mentre gli uomini si consumano nella passione: «Fuori, coi capelli bagnati di neve, Reddin la spiava dall’oscurità. La vide, col capo eretto e le bianche spalle nude, sorridersi nello specchio». Si tratta, per lo più, di romanzi che grondano di rugiada inglese, infestati da pallidi rami di castagni, con api che rombano come onde, e per raccontare ciò che avviene nell’animo dei personaggi, si affidano alle descrizioni della natura: «Nelle chiare radure incantate, tra i larici, le capinere cantavano piano, ma traboccanti di vita. Sui pendii assolati i giacinti innalzavano folti germogli tra le larghe foglie che li nascondevano, e fra poco avrebbero steso il loro azzurro cupo, come un tappeto da preghiera».

Saranno polpettoni, ma sanno cos’è la letteratura: «Una nube a forma di colonna, carica d’acqua, procedeva lentamente per la vallata, sfiorando la base delle colline. Era come una divinità grigia con le braccia incrociate e il capo lontano, nel cielo. Avrebbe potuto essere il destino, si avvicinava lentamente a quei due che stavano là come due amanti e non erano amanti, e li sferzava negli occhi».

Tornata alla terra è un romanzo della scrittrice inglese Mary Webb pubblicato nel 1917 e proposto ora in Italia dalla casa editrice Elliot (traduzione di Corrado Alvaro, pp. 320, euro 17,50). È un sublime polpettone, irresistibile proprio per la sua straordinaria capacità di mettere in scena un mondo tanto semplice quanto intenso. Elementi di quella letteratura inglese che ha influenzato la narrativa in tutto il mondo.

Mary Webb morì dimenticata, e subito dopo se ne parlò come di un “genio trascurato”. Cime Tempestose era stato pubblicato settant’anni prima e qualcosa della Catherine di Emily Brontë (un febbrile desiderio di indipendenza e l’inclinazione a confondersi col paesaggio) filtra nella protagonista femminile di Tornata alla terra, Hazel; così come la tenebrosa asprezza di Heathcliff palpita ancora negli occhi di Reddin, uno dei due protagonisti che si contendono la selvaggia e ritrosa Hazel.

Ma il vero big bang della letteratura, che ha fatto sì che il romanticismo possa non essere patetico ma innervato di intelligenza emotiva, profondità e ironia, è Jane Austen. È grazie a Jane Austen se ancora oggi si possono leggere alcuni polpettoni certi di fare un’esperienza letterariamente alta. Ne è  sicuro anche Harold Bloom che la omaggia nel suo Canone occidentale.

Tornata alla terra racconta la storia di Hazel, desiderata sia dal reverendo Edward («“Sono venuto per domandarvi se mi volete sposare, Hazel Woodus”»), che da Reddin («“Senti» le disse “poche chiacchiere: mi vuoi sposare?”»). Da come è evidente già in queste due dichiarazioni, uno è lo spirito, l’altro la carne, uno la vuole sfiorare, l’altro desidera possederla, uno è la sua salvezza, l’altro la sua condanna. Edward la invita a casa dalla madre a bere un tè, l’altro la porta direttamente nel bosco.

Dei tanti motivi per cui i polpettoni hanno un fascino irresistibile, ce n’è uno che riguarda l’attitudine a mettere in scena il bene e il male e di collocare in mezzo qualcuno che è lacerato da queste forze. Hazel è esattamente a metà strada tra due poli e lo strappo avviene nel suo cuore: «“Voglio andar via” si disse, forte, nel suo chiuso e remoto desiderio di libertà. “Voglio rimanere” si corresse, debole, indifesa e molto stanca». Altrove il conflitto interno è reso così: «Ma una voce perentoria le diceva che doveva andarci, e una volta ancora la sua anima divenne il passivo terreno di battaglia di emozioni che essa non aveva mai neppure immaginato » .

I polpettoni sono irresistibili anche per altri motivi: 1) la neve rende ovattato il suono degli zoccoli dei cavalli; 2) le ciliegie cadono nei frutteti come “gocce di sangue”; 3) qualche stranezza nelle case fa ipotizzare la presenza dei fantasmi; 4) gli stagni si ghiacciano; 5) il vento è impetuoso e contiene pipistrelli; 6) vale la pena leggerli anche per incontrare una frase sola, come: «La maestosa mattinata di maggio, bardata di diamanti e piena della solennità che accompagna la perfetta bellezza, era uscita dalla nebbia porporina e svergognava il tugurio in cui Hazel indossava la veste nuziale»; 7) su tutto, ciò che di più fa sentire la nostalgia dei polpettoni e il desiderio (ogni tanto) di leggerli, è la presenza di giuramenti e del Destino. In Tornata alla terra, Hazel fa un giuramento, il Destino fa il resto (gli incantesimi invece, com’è giusto che sia, fanno cilecca).

Sono pazzi gli scrittori che pensano di poter fare della grande letteratura senza giuramenti e Destino. Le scosse del grande terremoto che si chiama Jane Austen arrivano fino al Novecento. In libreria è uscito in settimana anche un altro libro in cui le vibrazioni della Austen sono ancora percepibili.

L’autrice si chiama Margaret Powell e il libro si intitola Ai piani bassi (Einaudi Stile Libero, pp. 192, euro 16,50). Qui il racconto è affidato ad una cuoca che narra la società inglese, dal basso della cucina. È raro leggere un libro in cui si beva tanto tè, da così tante tazze di porcellana. Margaret Powell è nata nel 1907 e questo libro ha ispirato la celebre serie tv Downton Abbey. Di Jane Austen ci sono qui tre elementi cruciali: l’ipocrisia, il pettegolezzo, lo sguardo sarcastico. «La società ha bisogno di gente che incede sinuosa nei salotti e si compiace di conversare argutamente, e se tutti sgobbano duro nessuno ha il tempo di farlo», scrive nelle sue memorie la cuoca.

Il mondo è diviso in due: sopra l’aristocrazia, che dice: «“Sai, se abitassi in qualche posticino in campagna farei volentieri a meno della servitù. Non danno che grattacapi: litigano tra loro, vogliono più soldi, non gli va di faticare, non fanno le cose come vorresti, eppure capisci, ho una posizione sociale da difendere, dunque ne ho bisogno”». Sotto, vociano le sguattere: «Ma se quelli di sopra avessero sentito come le cameriere ci riportavano i loro dialoghi, avrebbero capito che dietro le nostre facce impassibili e i nostri atteggiamenti rispettosi non c’erano che disprezzo e derisione».

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Downton Abbey https://minimaetmoralia.it/televisione/downton-abbey/ https://minimaetmoralia.it/televisione/downton-abbey/#comments Tue, 03 Dec 2013 16:55:25 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=16823 Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l'attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c'è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un'imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l'apprensione emotiva era data dall'attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l'ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell'aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante.

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Downton-Abbey-Cast

Il 19 dicembre Downton Abbey torna in tv con la quarta stagione. Pubblichiamo un articolo di Veronica Raimo uscito sul numero di agosto di IL, il magazine del Sole 24 Ore.

di Veronica Raimo

Devo confessare che quando ho letto che Dan Stevens, l’attore che interpreta Matthew Crawley in Downton Abbey, avrebbe lasciato la serie per dedicarsi ad altro, ho sentito un senso di tristezza e liberazione molto simile a quello che dice di aver provato lui nel prendere la sua decisione estrema. Ci sono certi rapporti sentimentali palesemente sfibranti che si trascinano per abitudine, perché non si ha il coraggio di manifestare apertamente il proprio disamore, o peggio ancora perché c’è una pressione sociale intorno che ti fa sentire persino in colpa di provarlo quel disamore. Per me Downton Abbey è stato questo: uno strano caso di autosuggestione e condizionamento intellettuale.

Appena la serie era sbarcata negli Stati Uniti, me ne aveva parlato una mia amica americana che è stata spesso la mia spacciatrice di fiducia per quanto riguarda il consumo culturale. Era stata lei a spingermi Jennifer Egan, Blue Valentine di Derek Cianfrance, e pure Roberto Bolaño, in tempi non sospetti. Quindi mi dovevo fidare. E mi sono fidata. Eppure quando ho cominciato a vedere Downton Abbey ho avuto un’imbarazzante sensazione di vergogna che avrebbe dovuto indurmi dei sospetti se fossi stata meno vittima di condizionamento; ovvero ho provato lo stesso piacere che provavo da piccola nel vedermi Rosa Selvaggia con Verónica Castro, amplificato però da un piacere ancora più perverso, perché almeno in Rosa Selvaggia l’apprensione emotiva era data dall’attesa del riscatto sociale di Selvaggia – povera ma buona – catapultata in un universo di ricchi subdoli e spietati, mentre in Downton Abbey la rivalsa sociale è l’ultimo dei motori narrativi, schiacciato dal melodramma molto più intenso che lacera gli animi dell’aristocratica famiglia Crawley, nella sua fase calante. Ma il punto era proprio questo. La presunta lacerazione di questi animi non aveva forse l’identico spessore di una telenovela sudamericana da Rete 4 fine anni Ottanta? Da che cosa era provocato quello scarto che mi ha fatto credere nell’esistenza di una tensione tra il fascino intellettualmente irreprensibile provato per Donwton Abbey e il sentimentalismo “di pancia” provato per Rosa Selvaggia?

La domanda è rimasta latente dentro di me per svariato tempo, troppo insidiosa per essere davvero affrontata, e ho continuato a scaricare e vedere Downton Abbey in versione originale col mio irrisolto senso di vergogna, che ha trovato finalmente la sua vera ragione d’essere quando è stata proprio Rete 4 a trasmettere in Italia gli episodi della serie. Sentire l’accento british della famiglia Crawley doppiato in italiano quasi fosse una parodia, la recitazione teatrale e impostata che diventava di conseguenza farsesca, è stato un primo passo verso la decostruzione di quella specie di bolla incantata sospesa in uno Yorkshire iper-fittizio (non semplicemente da cartolina ma da cartolina artistica), l’equivalente per uno spettatore anglofono di un Chiantishire pieno di tramonti dalla luce densa.

Ma il momento epifanico non è stato sufficiente, anzi è stato rimosso con dolo, auto-costringendomi a non vedere mai, nemmeno per sbaglio, un frammento di Downton Abbey su Rete 4, affinché il processo di decostruzione arrestasse il suo corso, considerato che il processo opposto – l’abbaglio da condizionamento culturale – era in splendida forma, con schiere di intellettuali pronti a esaltare le vicissitudini dei Crawley e della loro devota servitù; tanto più che la serie si aggiudicava un riconoscimento dopo l’altro da parte della critica più smaliziata. Il secondo momento rivelatorio è stato l’uscita per Einaudi di Ai piani bassi di Margaret Powell, il libro che ha ispirato la serie. Non l’ho letto, ma sul retro c’è un’illuminante recensione della Repubblica (non è specificato chi sia stato a scriverla, come se la Repubblica fosse già di per sé autoriale): «Chi ama il cinema elegante di James Ivory, i libri di Jane Austen, le grandi saghe familiari in cui, dietro l’apparente tranquillità, serpeggia l’inquietudine, non si perda Downton Abbey».

Mi sono chiesta: faccio parte di questa categoria e quindi non devo perdermi Downton Abbey? Ed è qui che ho cominciato a capire. Non mi stavano davvero chiedendo se amassi il cinema di Ivory, i libri della Austen e l’inquietudine (chissà perché sempre serpeggiante), piuttosto l’idea di cinema di Ivory, l’idea di letteratura alla Austen e l’idea di inquietudine, ovvero non tanto la loro essenza, quanto la “suggestione” che erano in grado di evocare.

In questo senso Downton Abbey è un esperimento perfetto, fa leva sui meccanismi più collaudati del melodramma da telenovela (intrighi, tradimenti, segreti di famiglia, bugie, amori osteggiati) e come nella miglior tradizione sudamericana lo innesta in un milieu fortemente contrastato, una divisione drastica tra ricchezza e povertà, un manicheismo di ruoli appena scalfito da qualche bizza non prevista dell’animo, una certa unità di luogo (la dimora di famiglia che ha la potenza di un palcoscenico), una recitazione e una fotografia volutamente drammatiche.

Downton Abbey non è il cinema di James Ivory fatto serie, ma una telenovela classica fatta bene. Teatralità e anti-realismo melò, invece del kitsch, si appropriano di una formidabile ricercatezza stilistica (inquadrature complesse, lunghi piani sequenza, scenografia e costumi curatissimi) come a dire che se i messicani sono eccessivi e cafoni, gli inglesi sono invece snob e raffinati.

Quando ho saputo che Dan Stevens avrebbe lasciato il set, dopo che il suo personaggio era stato graziato nei modi più inverosimili (salvato dalla morte, miracolato da un futuro di invalido e di impotente, finalmente ricongiunto alla sua amata), e che quindi la sua parabola di salvezza si sarebbe alla fine arenata di fronte a un probabile contratto hollywoodiano in cui serviva un ruolo da belloccio, mi sono rifiutata di vedere lo speciale natalizio in cui Matthew Crawley deve andarsi a schiantare in macchina per uscirsene elegantemente dalla sua prigione ivoriana, e ho deciso di uscire io prima di lui.

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