Margareth Thatcher Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margareth-thatcher/ un blog di approfondimento culturale Tue, 16 Sep 2014 21:21:14 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Margareth Thatcher Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margareth-thatcher/ 32 32 Di Alzheimer non si parla (soprattutto in Italia) https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/il-silenzio-sull-alzheimer/#comments Thu, 18 Sep 2014 06:00:57 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=23366 Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

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Quando ero ragazzino andava di moda dire: spastico, mongoloide, un modo a sfregio per non usare più semplicemente la parola idiota. Erano gli anni in cui nelle scuole entrava il termine handicappati, non più bollati come figli infelici. Oggi nelle conversazioni, nelle chat, persino negli sms, se non si riesce a ricordare qualcosa, o si è saltato un appuntamento, o si è perduto un oggetto, scatta subito la battuta: «Scusa, ho l’Alzheimer». C’è pure un thread aperto sul forum di Spinoza.it, ultrapremiato blog satirico, dove la gente si spreme per trovare guizzi di genialità intorno alla perdita di memoria.

Eppure l’Alzheimer, dal nome del dottore bavarese Aloysius Alzheimer che per primo riconobbe nel 1901 sintomi inediti in una signora ricoverata in un centro a Francoforte, è una malattia seria e non una mera questione di distrazione o smemoratezza. La forma più comune di demenza è diventata un’epidemia. Se ne sono accorti anche gli sceneggiatori di House of Cards, quale migliore banco di prova per lo storytelling: c’è uno scoglio contro cui l’ambizione sanguinaria di Frank Underwood – in cerca di voti utili per la riforma delle pensioni – è costretta ad arenarsi. Quell’argine è la malattia che ha colpito la moglie del deputato Donald Blythe e che non può essere oggetto di baratto nel mercato di Washington: l’Alzheimer.

La prima volta che ho avuto a che fare con l’Alzheimer è stato con mia nonna, una donna di nome Wanda e di cognome Guerra. La malattia ha ridotto a spenta litania questo binomio battagliero e la sua parlantina piena di aneddoti. Poi nel 2008, quando ero al lavoro al desk del Riformista, arrivarono le foto d’agenzia di un Peter Falk smarrito, con l’aria strapazzata, ridotto a vagare per le strade di Beverly Hills in stato confusionale. Falk era scappato di casa, urlava ai passanti, gesticolando come un pazzo. La sagoma del tenente Colombo, nel telefilm un po’ arruffata e sorniona ma nel pieno controllo di sé, era completamente abbandonata, alla deriva, persino incattivita. L’anno dopo è arrivata la diagnosi per mio padre. Adesso so che esistono dei sistemi Gps per rintracciare le sue fughe da casa, quando le smanie si fanno irrefrenabili. So che non esiste un esame che certifichi l’ereditarietà ma solo una probabilità. Ma soprattutto ho scoperto che la perdita cognitiva è solo la facciata dell’Alzheimer dietro cui c’è il disturbo dei comportamenti, molto più violento, vedi Peter Falk. Le foto di molti reportage domestici sulla malattia, con quelle facce rugose e arrese alla demenza, sono paradossalmente foto in tempo di pace. Nella crepa della memoria si infilano deliri, allucinazioni, vagabondaggi.

Mio padre fa parte di quel milione di italiani affetti da demenza. È una stima, i dati non sono mai precisi, ma è bene moltiplicare per tre, coinvolgendo i nuclei familiari, dove la classica famiglia diventa la prima badante, in gergo tecnico caregiver. Si stimano tra questi affetti da demenza almeno 650 mila malati di Alzheimer, la forma più riconosciuta di progressivo decadimento delle funzioni cognitive. Vale a dire incapacità di acquisire nuove informazioni e pianificare gli atti, impossibilità di ricordare fatti della vita recente, perdita della capacità esecutiva, perdita della memoria semantica, incapacità di trovare parole necessarie per qualsiasi discorso. Questo accade perché nel cervello si forma un eccesso di proteina beta-amiloide. Le proteine si aggregano fino a formare placche e fibre aggrovigliate.

Chi può riguardare questa degenerazione? Siamo con il Giappone il Paese più vecchio del mondo e l’irreversibile Alzheimer rappresenta un’emergenza reale proprio perché l’invecchiamento è l’unico fattore certo di rischio, e infatti le donne – più longeve – sono le più colpite. Si sa che si è allungata l’età media, ma pure l’anzianità è cambiata. Un uomo di 70 anni oggi è un senior, come direbbero in azienda, ma non è di per sé un “rincoglionito”, come vorrebbe la vulgata pronta alla battuta feroce sull’Alzheimer. Probabilmente per la fretta di ricollocarsi presso gli elettori suoi coetanei, Berlusconi a maggio disse di esserne malato, ma si riferiva appunto a delle innocue amnesie. Come saremo percepiti noi quando avremo 70 anni?

Mentre in famiglia si andava prendendo confidenza con l’Alzheimer, sui giornali ogni tanto piovevano dichiarazioni roboanti e numeri sempre più clamorosi, non però dall’Italia. Nel 2012 l’investimento di 150 milioni di dollari da parte di Obama per la cura e la prevenzione, nel dicembre 2013 a Londra i leader del G8 dichiarano l’Alzheimer un’emergenza sanitaria mondiale. Cameron usò toni epici: «Non importa dove voi viviate, la demenza ruba le vite e distrugge le famiglie. È per questo che noi siamo qui riuniti e siamo determinati a sconfiggerla». Dall’Italia nessun proclama e nessun ministro presente al G8. Gabriella Porro Salvini, presidente della Federazione Italiana Alzheimer, la racconta così: «La Lorenzin non ha mai risposto alla lettera di invito a firma congiunta nostra e dell’Alzheimer’s Disease International. Ha inviato il direttore del dipartimento della prevenzione del ministero, ma noi non siamo riusciti a partecipare perché dallo stesso non ci è arrivata la lettera di accreditamento».

Sull’Alzheimer i riflettori in Italia sono accesi da poco. Decenni fa si parlava genericamente di arteriosclerosi cerebrale, poi è arrivato il termine demenza, che però è un magma, perché tutte le demenze hanno storie e meccanismi diversi. L’Alzheimer vive di fama riflessa dei grandi numeri globali, quelli italiani non hanno popolarità. In questo vuoto chi si è organizzato sono stati i singoli cittadini, che hanno poi dato vita alle associazioni dei familiari, una galassia di gruppi di volontariato che oggi costituisce l’unica rete di protezione per i malati e le famiglie.  La presidente dell’Aima è la tenace Patrizia Spadin, che risponde personalmente al numero verde: «È cambiato tutto rispetto a 30 anni fa, quando l’Alzheimer era noto a uno sparuto numeri di medici, i soli che viaggiavano all’estero. Non si conosceva nulla, neanche le caratteristiche. Adesso la malattia è nota». Idem per Porro Salvini, che per capire cosa fosse successo alla mamma a metà Anni ‘80 cercò di parlarne con altri familiari: «Ho avuto qualche tipo di informazione solo così. D’istinto non ne volevo più sapere, ma poi ho sentito la necessità di dover raccontare la mia esperienza agli altri». Oggi la Federazione raccoglie 47 associazioni. Le famiglie però restano fondamentali: «È difficile che venga fatta la diagnosi al solo malato, non c’è un protocollo come per il cancro e i tumori».

Gli stessi farmaci specifici per l’Alzheimer, gli inibitori dell’acetilcolinesterasi – ovvero Galantamina, Rimastigmina, Donepezil e Memantina – sono in commercio solo dal 2000 (rimborsabili dal 2005). Gli altri farmaci, quelli per i disturbi comportamentali, i cosiddetti neurolettici, sono sul mercato per pazienti psichiatrici, nei bugiardini non c’è scritto demenza, e le difficoltà nella prescrizione non sono poche. Soltanto tredici anni fa, con il progetto Cronos firmato da Rosy Bindi, sono state create le Unità Valutative Alzheimer, le uniche a poter prescrivere quei farmaci e a fare la diagnosi. È stato creato anche un registro di malati, ma tutta l’organizzazione è disomogenea, varia da regione a regione. I centri Uva non sono stati finanziati dal Governo, «ma si basano su risorse esistenti, si appoggiano a ospedali, presidi e Asl» confessa Spadin. «L’assistenza per le famiglie, l’unico modo per contenere il problema, latita: non ci sono fondi da stanziare. La medicina inoltre punta sempre alla guarigione, ma la cura per l’Azheimer non è data solo dalla medicina».

Michele Farina del Corriere della Sera ha iniziato nel 2012 una lunga inchiesta sull’Alzheimer, ma non è stato facile raccontare la malattia in Italia: «Non ci sono standard di cura, variano da regione a regione. È enorme la difficoltà di avere referenti che ti diano un quadro della situazione, è tutto spezzettato. Non esiste una task-force ministeriale a tempo pieno per l’Alzheimer». Neanche il dizionario è certo: non tutte le Uva si chiamano così. Solo a novembre 2014, tredici anni dopo Cronos, l’Iss presenterà il primo censimento su Uva, Centri diurni e Residenze sanitarie assistenziali. Siamo insomma un fanalino di coda rispetto ai grandi piani internazionali.

Il 19 settembre, in occasione della giornata mondiale dell’Alzheimer, l’Associazione Alzheimer Uniti ha invitato in Campidoglio il ministro Lorenzin per parlare del nuovo Piano per le demenze. Al momento però il piano non è ancora firmato, e chissà se lo sarà prima dell’evento. Il piano è stato redatto dal ministero dopo aver chiamato i referenti delle regioni per le demenze e l’Istituto superiore della Sanità. Un lavoro di sette mesi che è sul tavolo della segreteria in attesa di andare alla Conferenza Stato-Regioni. La novità è l’istituzione del Pdta, Percorso diagnostico terapeutico assistenziale, dal medico generale fino agli specialisti. Per il 14 novembre, nell’ambito del semestre europeo, il ministero della Salute ha lanciato un convegno internazionale sulla demenza che verrà comunicato a breve. Sembrerebbe la risposta italiana al G8 londinese. Le associazioni si augurano che il Piano venga finanziato dal ministero, perché «se le linee guida come per Cronos lasciano la scelta alle regioni, queste potrebbero decidere di non spendere. La rete di assistenza odierna è ancora parziale perché ruota intorno ai centri Uva, il ministero delle Politiche sociali non è mai intervenuto». Bisogna fare pressione sulle regioni per una migliore programmazione nell’apertura di servizi, mettere in rete più informazioni e documenti possibile, creare un’anagrafe dell’Alzheimer.

Intanto sono emersi nuovi fattori di rischio, con nomi comuni ad altre malattie ma mai associate all’Alzheimer: diabete, ipertensione, obesità, attività fisica, depressione, fumo, bassa scolarità. Le stime per i prossimi 20 anni parlano di 3 milioni di affetti da demenza. I farmaci anticorpi monoclonari – nuovi, potenti e in azione in America – sono molto costosi, ma probabilmente detronizzeranno quelli attuali. Chi pagherà? Bisogna poi iniziare a parlare di prevenzione, che è l’esatto opposto della condanna.

Lo stigma dell’Alzheimer è una cosa tutta italiana. «Il muro dell’“io ce l’ho” – racconta Farina – non l’ha sfondato ancora nessuno, questa assenza dice qualcosa, è il segno di una realtà sommersa nonostante i numeri». «La verità è che i malati di Alzheimer sono troppi – confessa Porro Salvini – e fanno ancora troppa paura. Manca un testimonial e soprattutto, in Italia, c’è il tabù». La discrezione sui nomi illustri è viziata dal fatto che spesso non sono più in grado di fare dichiarazioni: la diva del cinema , l’allenatore dello scudetto dei miracoli, lo showman, il grande scrittore. Prevale la privacy dei familiari. «Non siamo americani – dice Spadin – non siamo abituati ad avere afflati da coming out. L’Alzheimer viene vissuto spesso come una perdita di dignità e il nostro sistema sociale non fa niente per impedire questo e colmare i vuoti che la malattia lascia. Se ci fosse una rete d’accoglienza ampia, l’atteggiamento sociale sarebbe diverso. Non sono lontane le memorie dei maltrattamenti dei vecchi dementi, da parti di santoni e guru. Oggi sappiamo cosa ci serve, questa è la differenza se scoprissi oggi che mia madre è ammalata».

Insomma l’Alzheimer è per le famiglie ancora una questione privata, mentre per gli altri, i sani, è uno spettro di cui ogni tanto si dà notizia quando muoiono personaggi internazionali come Annie Girardot e Margareth Thatcher. La versione di Barney è un dramma conosciutissimo ma non esiste ancora un equivalente italiano. Tra gli ultimi ci hanno provato l’attore Giulio Scarpati con il libro Ti ricordi la Casa rossa?, il giornalista Flavio Pagano con Perdutamente, Pupi Avati con Una sconfinata giovinezza (tra l’altro il suo peggior flop, per diretta ammissione). Racconti delicati, ma ci vuole una voce forte. Manca quindi chi decida di salire sopra le spalle di questa gigantesca perdita di sé chiamata Alzheimer e ne parli in prima persona. Il ricercatore Richard Taylor lo ha fatto, e l’Alzheimer’s Disease International gli ha affidato il progetto I Can, I Will.

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Lo Spirito del 1945 https://minimaetmoralia.it/cinema/the-spirit-of-45-ken-loach/ https://minimaetmoralia.it/cinema/the-spirit-of-45-ken-loach/#comments Mon, 23 Sep 2013 15:49:32 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=15535 Nei manuali di storia la questione del dopoguerra inglese viene liquidata in un paragrafo il cui senso è questo: stanchi della guerra, delusi dal governo conservatore di Winston Churchill, gli inglesi, nel 1945, voltano pagina, votando per la prima volta un governo laburista, quello di Clement Attle. Seguono la nazionalizzazione delle miniere, dell'energia elettrica, delle ferrovie, nasce il National Health Service (NHS), il servizio sanitario nazionale (la cui storia è qui ricostruita in documentario del BFI). Viene messa a punto un'idea di Welfare State che, di fatto, fa scuola in Europa.

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1930-slums_copyright-BBC

“I swear I’ll take it out on the man – Who ever devised this economy plan”.

 Homebreakers, The Style Council, 1983

Nei manuali di storia la questione del dopoguerra inglese viene liquidata in un paragrafo il cui senso è questo: stanchi della guerra, delusi dal governo conservatore di Winston Churchill, gli inglesi, nel 1945, voltano pagina, votando per la prima volta un governo laburista, quello di Clement Attle. Seguono la nazionalizzazione delle miniere, dell’energia elettrica, delle ferrovie, nasce il National Health Service (NHS), il servizio sanitario nazionale (la cui storia è qui ricostruita in documentario del BFI). Viene messa a punto un’idea di Welfare State che, di fatto, fa scuola in Europa.

Poche righe che rimangono impresse, perché in Italia, negli stessi anni, ancora si deve decidere fra Monarchia e Repubblica, le donne non votano, l’assistenza pubblica è improntata (e lo sarà ancora a lungo) a un paternalismo di stampo fascista, mentre le logiche della guerra fredda di lì a poco congeleranno di fatto la carta costituzionale per un quindicennio.

Quello del Labour inglese di Attle è lo Spirito del ‘45,  evocato da Ken Loach nel suo ultimo film. Un film di montaggio, nel quale si alternano repertori storici (footage) e interviste (virate inspiegabilmente in bianco e nero) a testimoni (sindacalisti, attivisti, reduci della guerra, minatori). Un film contro lo smantellamento dello stato sociale, il thatcherismo, ma anche il Labour degli ultimi trent’anni che, di fatto, ha tradito ogni promessa riformista, di un riformismo socialista, progressivo, del dopoguerra. È vero, ci dice il film, le condizioni che hanno consentito quell’ondata riformista sono irripetibili, la stanchezza della guerra, la paura di ripiombare nel dramma degli anni Trenta, quando la disoccupazione e la fame hanno devastato la vita degli inglesi. Eppure lo spirito che ha animato queste riforme non è del tutto morto, sarebbe il caso di pensarci, dice Loach, prima che sia troppo tardi.

Un film a tesi, un video-essay e il regista, di questo, non fa mistero. Nel suo lavoro non c’è nessuna pretesa di ricostruzione storica filologica, semmai un uso della storia volto, esplicitamente, senza mezzi termini, a dimostrare quello che pensa. Un classico esempio, e non fra i peggiori, di uso pubblico della storia.

Con Spirit of ‘45, Ken Loach si rifà direttamente, e in modo esplicito, a una lunga tradizione di intervento nel dibattito pubblico attraverso il cinema sociale, una tradizione che risale proprio agli anni Trenta, quando la BBC incarica alcuni registi di documentare la povertà inglese al fine di combatterla, sul modello della Farm Security Administration di Roosvelt che aveva usato prevalentemente la fotografia.

A capo di questo movimento la figura di John Grierson che con il Documentary Film Movement incoraggia la diffusione di un nuovo modo di fare documentario, maieutico, militante, pur restando saldamente ancorato alla committenza pubblica.

Grierson coinvolge Robert Flaherty, influenza Joris Ivens, apre la strada a una nuova generazione di film makers. Una funzione di mobilitazione, la loro, che non può essere liquidata come propaganda (a tal proposito vale la pena leggere l’intro al cofanetto Land of Promise. The British Documentary Movement 1930-1950, BFI), una mobilitazione esercitata dallo stesso governo britannico durante la guerra attraverso la diffusione del piano Beveridge che, malgrado le difficoltà economiche degli anni del conflitto, già nel 1942 si preoccupava di far redigere un piano di attuazione del Welfare State, ma non solo: lo trasformava in potente strumento di mobilitazione nazionale attraverso la realizzazione di video e opuscoli da diffondere fra le truppe e sul fronte interno.

Al piano Beveridge, ma soprattutto alle modalità immaginate per la sua diffusione si sono ispirati nel nostro dopoguerra figure come quella di Angela Zucconi, che negli anni Cinquanta, insieme a Guido e Maria Calogero, ma anche Adriano Olivetti, ha ripreso le indicazioni del politico liberale, tante volte citato da Loach nel suo film, per costruire una nuova figura e funzione di servizio sociale e sviluppo territoriale in Italia, che ha dato vita alla scuola dell’inchiesta sociale partecipata (da Danilo Montaldi a Danilo Dolci fino a Goffredo Fofi).

Conoscere per cambiare, accompagnando la propria ricerca, discutendola con i soggetti coinvolti, che è quello che sta facendo Ken Loach da quando il film è uscito.

Il fim di Loach, infatti, è anche e soprattutto una riflessione sul ruolo dell’intellettuale e sulla sua funzione ai tempi della crisi. Una riflessione militante, che si esplicita nel suo farsi: da regista, Loach fa quello che sa fare, un film, e pure se non lo fa al meglio, perché l’urgenza di dire  (spero)  gli fa dimenticare di interrogarsi sulla grammatica del genere, arriva al suo scopo, quello di suscitare un dibattito, almeno in Inghilterra (qui il link al sito del film, una recensione dellObserver, e una molto interessante apparsa su The Guardian).

Là dove il Welfare State non è un tema dell’immaginario di élite nostalgiche, come hanno sostenuto alcuni commentatori italiani, ma una questione che ha attraversato la letteratura, il cinema, la musica pop: per citare gli esempi più noti, da The Winshaw Family (1994), il libro di Jonathan Coe che parla proprio della fine del NHS, a La torre di Babele (1996), nel quale Antonia S. Byatt racconta l’epica storia dell’insegnamento della lingua inglese nelle scuole pubbliche, fino ad arrivare, a ritroso, agli Style Council le cui canzoni ricostruiscono, passo dopo passo, la fine del Welfare inglese negli anni Ottanta.

In Italia il film di Loach non ha suscitato particolari reazioni, un’intervista all’autore su Repubblica che ha enfatizzato più che altro la novità di alcuni repertori “ritrovati” (in realtà sconosciuti a Loach e ai giornalisti italiani ma noti ai ricercatori di archivi audiodivisivi). Qualche intervento nel quale si rimprovera all’autore di non aver coperto con il racconto tutto il periodo storico che dal 1945 arriva fino al 1979, anno di elezione di Margareth Thatcher (per esempio Federico Pedroni (qui) e Paolo Mereghetti (qui) che comunque hanno apprezzato il film).

Insomma interventi che partono dall’assunto che quello di Loach sia un documentario storico e come tale vada trattato, ma ha giustamente rilevato Mediacritica:  “The Spirit of ’45 è quindi un documentario storico? Di certo apre una riflessione sull’uso della storia per il grande pubblico”.

Forse non la apre, ma certo la rilancia, o meglio ne rilancia l’urgenza se, per esempo, un quotidiano come Il fatto, rimprovera a Loach di non aver sentito storici e di essersi calato lui nei panni dello studioso: è la penna di Aldo Ricci (qui) che scrive: il film di Loach è “di parte quanto il regista pretende di calarsi nei panni dello storico che non è, incorrendo nella ri/corrente errore, e ci si scusi il bisticcio, di confondere (deliberatamente?) il liberalismo anglosassone con il liberismo, causa dell’attuale implosione di un capitalismo nemico di se medesimo più che della classe di cui Loach è figlio”.

Ma Loach, appunto, vuole essere di parte.

Questo genere di cinema nasce per essere di parte.

Il suo senso estetico e politico risiede nell’essere di parte. E l’uso della storia è volutamente partigiano, farlo senza chiamare storici a certificarne la veridicità è anzi un atto di profonda onestà intellettuale, e di totale assunzione di responsabilità.

Certo, per essere un film teso a suscitare un dibattito, una discussione, anche fra i più giovani, manca completamente di appeal da un punto di vista formale. In una scuola per esempio sarebbe percepito come noiosissimo e fa venire in mente il documento di Fabrizio Barca, che nasce dalla stessa ispirazione politica: la partecipazione si rilancia attraverso il dibattito delle idee, di parte, partigiane, andando sezione per sezione, teatro per teatro, a parlare e ascoltare.

Un documento importante, bello e (a volte) noioso. Come il film di Ken Loach.

 

The Spirit of ’45 [UK 2013] REGIA Ken Loach.

SCENEGGIATURA Ken Loach. MUSICHE George Fenton.

(Durata 94 minuti).

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