Margherita Loy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margherita-loy/ un blog di approfondimento culturale Wed, 18 Jan 2023 17:23:04 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Margherita Loy Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/margherita-loy/ 32 32 “Dio a me ha dato la collina”, l’indagine sull’attesa di Margherita Loy https://minimaetmoralia.it/libri/dio-a-me-ha-dato-la-collina-lindagine-sullattesa-di-margherita-loy/ https://minimaetmoralia.it/libri/dio-a-me-ha-dato-la-collina-lindagine-sullattesa-di-margherita-loy/#respond Thu, 19 Jan 2023 08:30:56 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=51780 Dio a me ha dato la collina è il racconto della trasfigurazione di una donna senza nome in balia di paure e angosce, inadatta al coraggio e svuotata di ogni fervore. Percepisce le colline del Morianese come la sua prigione, un luogo incantato ammantato da un’aura grottesca, riflesso del tormento e dell’annientamento di sé. La […]

L'articolo “Dio a me ha dato la collina”, l’indagine sull’attesa di Margherita Loy proviene da Minima et Moralia.

]]>
Dio a me ha dato la collina è il racconto della trasfigurazione di una donna senza nome in balia di paure e angosce, inadatta al coraggio e svuotata di ogni fervore. Percepisce le colline del Morianese come la sua prigione, un luogo incantato ammantato da un’aura grottesca, riflesso del tormento e dell’annientamento di sé. La perdita del lavoro e la costrizione in casa dovuti a una denuncia per molestie amplificano la solitudine generata dal perseguire un’illusione. Figura errante tra i rimpianti di un oscuro passato famigliare, la donna troverà quiete solo grazie all’assistenza a un’anziana sola, Enza. L’imposizione di ripensare alla cura a partire dal compito ottenuto dai servizi sociali la porterà a ridefinire la sua vita attraverso la nuova veste dell’accudimento.

China a lavorare il suo pezzo di terra col secchio in mano, il grembiule sporco e gli stivali di gomma, Enza inizia ad aspettarla ogni giorno. La consegna della busta della spesa diventa un pretesto per portare l’una ad aprire il proprio mondo all’altra, riconoscersi nelle rispettive marginalità. Tra segreti e pulsioni sopite, immagini di morte, sogni spezzati, riflessioni sulla maternità, nel dialogo tra loro prende forma l’indicibile che grava sul vincolo delle relazioni, sulla morsa della dipendenza emotiva dall’altro, sulla condizione condivisa della perenne estraneità a un luogo. L’intera narrazione è strutturata come un lungo monologo rivolto a Enza, vista come una figura cresciuta con la certezza dell’indeterminatezza.

L’instabile è parte della tua preghiera serale alla Madonna (Oh Vergine si fa tardi, tutto si addormenta sulla terra…) che mi reciti a memoria; instabile è anche il tuo modo di sorridere. La schiena piegata, che ti costringe a guardare in basso, ti aiuta a ignorare con calma cosa c’è davanti e sopra. Il tuo sguardo può abbracciare due metri, non spaziare altrove.

Sarà l’anziana a ricordare a quella donna disperata che quella collina è un dono di cui prendersi cura e che la solitudine di cui si lamenta è invece il solo mezzo per “vedere i tagli”. Le insegnerà a concepire non più nell’aria e nel volo ma nella terra lo spazio primario per esperire il proprio radicamento e trovare un equilibrio.

Margherita Loy descrive l’improvvisa consapevolezza di chi guarda a un luogo come a uno spazio che accoglieva speranze e illusioni e che oggi restituisce l’immagine della forestiera che dopo anni di gioie, furori e incertezze è costretta a fare i conti con il proprio buio.

Sono una monarca cresciuta all’estero, parlo una lingua sintetica, sconosciuta a questa terra.

Le intermittenze emotive definiscono la brama di distruzione che domina chi ha la sensazione di non avere più nulla da amare e da desiderare e che trova nella furiosa ricerca di un mezzo per sfinire il corpo un sollievo provvisorio e vano dalla fatica di vivere.

L’indagine sull’attesa prende la forma di una pena da scontare, di un gesto di perdono, di un ritorno che deforma il tempo e costringe chi osserva a soffermarsi solo sul presente. Un esercizio di disciplina del corpo, un allenamento alla pazienza per domare l’inquietudine e la paura, per provare a controllare un assillo descritto come un gatto che rimane zitto e nascosto in casa pronto a riprendere il suo giro affamato.

L’allestimento naturale riflette i grovigli interiori della protagonista, sopraffatta dal ricordo di una famiglia smembrata, dai riferimenti incerti, dalla disperata ricerca di una libertà dal senso di oppressione. Le immagini della collina durante il temporale tra le querce piegate, la pioggia storta e il vento colpevole, annunciano l’impossibilità di una reale redenzione. Proprio grazie alla terra prenderà forma un graduale avvicinamento alla natura mistica di quel luogo, al modo di dare un senso al proprio vivere attraverso la fede, come accade a Enza per concepire su di sé non l’origine ma “il frutto, il visibile che si offre”.

Loy traccia l’evoluzione di un’angoscia di vivere alimentata da uno strazio sordo. È l’aspetto centrale anche nei romanzi Una storia ungherese e La dinastia dei dolori, Atlantide, dominati dal racconto di un’esigenza di libertà per contrastare l’ineluttabile. L’indagine sul peso della memoria e sul significato del perdono nell’intera produzione letteraria riconosce nello scenario famigliare lo spazio dove la colpa e il castigo amplificano i drammi stratificati nel tempo.

Con una prosa capace di rendere particolari realistici custodi di interrogativi sul trauma e sul desiderio, l’autrice rivela in Dio a me ha dato la collina la necessità di usare lo scenario selvatico per illuminare il dramma. Amplificare quel che accade in un bosco dietro un’ingannevole quiete permette a quell’intrico di simboli di fare da contrappunto alle miserie umane. L’opera traccia l’estraneità vissuta da chi prende consapevolezza di non identificarsi nell’ambiente circostante, noto e al contempo perennemente estraneo. L’allestimento del paesaggio naturale riflette le inquietudini e definisce la memoria sensibile del corpo che trova un corrispettivo nella terra offesa e vendicata dal cielo, nel tempo notturno di colori e ombre, gufi, volpi e civette. Nel definire tale smarrimento, la protagonista si chiede cosa possa nascondersi dietro al sollievo della privazione, dietro alla perdita dei propri figli e del proprio marito, in quel dialogo scandito dal succedersi delle stagioni che assume la forma della necessità di un cammino senza più la smania di arrivare.

Mai mi sono sentita tanto simile ai cani, alla loro indifferenza per il nome dei giorni, alla loro ignoranza su qualcosa di diverso dalla luce, dal buio, dalla fame, dagli odori, dal freddo, dal caldo, dal silenzio, dai rumori.

L’ambiente riproduce un’oscura paura di vivere e al contempo apre all’inatteso, permette la scoperta, la vertigine per la bellezza di un giardino tra fischi, ronzii di calabroni, violini delle api e vespe, versi di cornacchie come raganelle. Il costante rimando musicale accompagna e definisce una narrazione strutturata come uno spartito, tra innumerevoli Crescendo, Pianissimo, Solenne, Ostinato, Precipitato.

La prosa densa di rimandi rende dettagli minimi portatori di significati assoluti, definitivi, per ricollocare i ricordi, vestire il passato “di accettabile e pacifico” e riordinare per la prima volta un’esistenza tormentata. Così, un myosotis definisce la promessa e l’euforia utopica di una giovinezza irraggiungibile e, al contempo, incarna il rimpianto, un pelo di processionaria marca l’irrevocabilità di un abbandono, condanna l’urgenza clandestina di fusione nell’altro. Scorci impressionisti prendono forma sulla pagina, con le immagini di una donna che al freddo in vestaglia e stivali osserva l’orto brinato, le cime di rapa inselvatichite, interrogandosi in silenzio sulla vacuità del vivere, sul tempo traboccante, sui mondi evanescenti, sulla natura inverosimile di una famiglia.

Nel disperato e vano tentativo di salvarsi, come il polpo osservato al mercato che cerca di scappare per poi essere riacciuffato e buttato nel secchio, la donna indagata da Loy è imprigionata nelle proprie macerie, vittima di un’ossessione nata dal desiderio carnale e mutata nella necessità di imprimere concretezza a una relazione vuota che la precipita in una spietata carnefice. Le storie crudeli evocate con Enza diventano il mezzo per riconoscere l’affanno della protezione di chi si ama che induce alla refrattarietà alla vita, per scandagliare un male che “si inabissa ma non sparisce” e riconoscere infine un candore residuo in sé che annulla l’impazienza.

Di fronte a rivolgimenti che “hanno lasciato angoli in cui il tempo ha continuato ad accumularsi, con il recinto delle abitudini non abbattuto dalla furia”, l’opera esplora il significato di un esperimento di lentezza: la prima forma di libertà per espropriare l’inadeguatezza del vivere. Con Dio a me ha dato la collina Margherita Loy consegna un trattato sulla mutevolezza della perdita, sulla radice propria dei sopravvissuti alla vita divenuti apolidi.

 

L'articolo “Dio a me ha dato la collina”, l’indagine sull’attesa di Margherita Loy proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/dio-a-me-ha-dato-la-collina-lindagine-sullattesa-di-margherita-loy/feed/ 0
Nel fondo di un terrore remoto. “La dinastia dei dolori” di Margherita Loy https://minimaetmoralia.it/libri/nel-fondo-un-terrore-remoto-la-dinastia-dei-dolori-margherita-loy/ https://minimaetmoralia.it/libri/nel-fondo-un-terrore-remoto-la-dinastia-dei-dolori-margherita-loy/#respond Mon, 23 Mar 2020 07:00:59 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=42745 Photo by Eduard Militaru on Unsplash

Un trauma antico tramandato di generazione in generazione è capace di annidarsi in un luogo oscuro e non lasciare segni manifesti, innestandosi nella memoria per generare una visione trasfigurata del reale. Nel solco di un secolo, dagli anni Venti al presente, si snodano le vicende delle protagoniste de La dinastia dei dolori di Margherita Loy, Atlantide, che cercano di fronteggiare gli esiti drammatici di scelte basate sulla sopravvivenza e il compromesso.

L'articolo Nel fondo di un terrore remoto. “La dinastia dei dolori” di Margherita Loy proviene da Minima et Moralia.

]]>
eduard-militaru-Q4PvX80itZ0-unsplash

Photo by Eduard Militaru on Unsplash

Un trauma antico tramandato di generazione in generazione è capace di annidarsi in un luogo oscuro e non lasciare segni manifesti, innestandosi nella memoria per generare una visione trasfigurata del reale. Nel solco di un secolo, dagli anni Venti al presente, si snodano le vicende delle protagoniste de La dinastia dei dolori di Margherita Loy, Atlantide, che cercano di fronteggiare gli esiti drammatici di scelte basate sulla sopravvivenza e il compromesso.

È il 1924, Emma è costretta a un matrimonio di convenienza a Roma con un ingegnere maturo che gli offrirà gli agi di una ricchezza improvvisa al costo di un sacrificio disumano. Una violenza sottile e continua messa in atto da un uomo freddo e distaccato, rigoroso e fervente cattolico, consapevole di ammantarsi di un’apparenza di magnanimità che gli garantirà di esercitare un controllo assoluto. La legittimazione deriva dalla definizione di una colpa originaria insita in un passato di miseria estrema, che anche Emma finirà col condividere, accettando quell’annientamento. “Lei era indissolubilmente legata alla sfacciataggine indispensabile a sopravvivere della povera gente, alla sfrontatezza del canto a squarciagola: a Sora Menica, bisogna sapé dì cuoruccio mio…”.

Incapace di emanciparsi realmente da quella percezione di inferiorità, Emma ne subirà il peso nel lieve e tacito disprezzo che persino i suoi figli arriveranno a riservarle, influenzati dallo sguardo paterno. L’unica a serbarle affetto sarà la nipote Maria, destinata, una volta madre della neonata Rita, a fronteggiare in solitudine un profondo dramma interiore.

Sullo sfondo gli stravolgimenti politici e sociali che hanno caratterizzato il Novecento in Italia. La particolare attenzione alla vicenda di Emma permette un’osservazione dalla prospettiva di chi conosce la povertà e percepisce nel nuovo contesto di appartenenza gli effetti ovattati dei proclami e della rassicurante retorica politica che, nella narrazione, sottendono una sottile satira del mondo borghese. “I ricordi della Prima guerra sono opachi. Era allora un’adolescente troppo bella e vivace, e la zia la teneva sotto sorveglianza. Non c’era radio né in casa entravano i giornali; le bombe cadevano lontane. Spesso la sera si avvertivano le urla di qualche famiglia che aveva ricevuto la notizia della morte di un congiunto: era quello il rumore della guerra. Grida di donne scese per strada, la disperazione che faceva buttare a terra, nella polvere o nel fango delle vie del Portonaccio. E poi la fame, ma quella c’era anche prima”.

Il rilievo riservato alla descrizione dei luoghi offre il ritratto dei cambiamenti sociali di quegli anni: la rappresentazione ambivalente della realtà romana dei primi decenni del secolo richiama l’opposizione tra la profonda miseria e il lusso improvviso; la quiete del paesaggio toscano restituisce il netto contrasto con gli sconvolgimenti interiori di Maria, consumati nella malattia nei primi anni Novanta; Genova e il dramma del Ponte Morandi innescano nella giovane Rita l’urgenza di interrogarsi sulla propria vertigine sconosciuta e di eleggere Zurigo come luogo da cui avviare ricerche scientifiche sull’ereditarietà dei traumi. “Il dolore arriva da lontano ma non è un ricordo”.

La prima persona è affidata a Maria, che lambisce il confine della follia nell’incapacità di fronteggiare in solitudine la maternità. Una scelta marcata anche sul piano formale, con un repentino cambio al diaristico per calarsi nel suo groviglio di nevrosi. La rappresentazione di un terrore oscuro e sconosciuto si alterna al racconto dello scontro tra pulsioni opposte che risuonano da un tempo sospeso. “Mi chiedo se queste paure in cui sento la vita fluire dal passato verso il futuro senza sobbalzi, in cui la percepisco avanzare con il solito, eterno, costante passo, incurante del vento, del sole e delle tempeste che la circondano, mi domando se queste intermittenze di calma non siano la verità, mentre le ombre che mi circondano, la paura che monta ora dopo ora, non siano altro che granelli di polvere che si sollevano al passo lungo della vita che cammina”.

Sarà sua figlia Rita, nel 2018, a riannodare in parte i fili di un’intricata vicenda famigliare, segnata da abbandoni forzati, perdite implacabili, ipocrisie e ricatti morali per intravedere attraverso il passato uno strumento per interpretare le proprie inquietudini e avviare così un’indagine di conoscenza del dolore. “Il fragore è una buona scusa al silenzio, mentre la giostra spaziale dei colori è l’autorizzazione ufficiale e condivisa a non guardare nessuno negli occhi”.

Il cardine della narrazione risiede nel peso della memoria in relazione a una vicenda famigliare che rappresenta il prisma attraverso cui interrogarsi sugli esiti imperscrutabili che il dramma può depositare nel tempo. “Mi chiedo, come Edelman: ma cosa è la memoria? È qualcosa che ha sostanza, materia?”, si interroga Maria, consapevole che quelle fulminee incursioni del passato sono porzioni di memoria collettiva.

Tra frequenti salti temporali e la trasposizione nelle generazioni successive di un cocente desiderio di libertà, La dinastia dei dolori intesse storie segnate dall’ineluttabile. La dimensione della maternità è funestata dal male, e determina la percezione di inadeguatezza aprendosi a una riflessione su un’idea di giustizia perennemente connessa all’assoggettamento e al castigo.

Ogni vicenda è caratterizzata da elementi comuni quali la ricerca di un autocontrollo per attuare continui esperimenti di finzione nell’esibizione della propria diligenza; l’occultamento del dolore; la necessità di un castigo da infliggersi anche attraverso un insano rapporto col cibo per espiare colpe di cui non si è pienamente consapevoli, derivanti dal giudizio altrui o dal senso di colpa per i propri fugaci moti di ribellione. L’affresco narrativo non si riduce a compiere una mimesi della realtà ma intende indagare con luce impietosa le tenebre della psiche.

La prosa di Loy identifica l’aspetto patologico e decadente del tempo vissuto dalle sue protagoniste, che richiama una costante riproduzione della tragedia, senza intravedere un reale antidoto alla brutalità del male rappresentato. Una corrispondenza che permette, con sguardo cinematografico, di soffermarsi sul livello di dettagli descritti minuziosamente.

Tra toni lucenti e cupi, Loy investe le immagini di una profonda valenza simbolica per rappresentare in tal modo i forti contrasti insiti in una società irrimediabilmente corrotta che si nutre di apparenza rivelandosi priva di compassione e in cui la debolezza assume i connotati di inadeguatezza. Distante da forme di lirismo e retorica, la narrazione si insinua nelle pieghe di un dolore condiviso attraverso la riproposizione di un dramma dall’impatto inalterato sia nelle pagine dedicate alla solitudine camuffata dal benessere del privilegio che nel quadro di miseria decorosa vicino all’esempio narrativo di Matilde Serao. “La presenza dell’Ingegnere spandeva sul mondo di Emma una luce impetuosa: la miseria del Portonaccio ne usciva ingigantita, la sporcizia diventava intollerabile, i piatti sbreccati una vergogna, il caldo soffocante si caricava di odori sgradevoli e lei avvertiva il proprio corpo ancora più indecente. La vergogna la ammutoliva”.

Una voce profondamente europea che rinnova in chiave contemporanea alcune delle suggestioni del primo Novecento letterario. La rappresentazione del distacco elitario e dell’isolamento dal contesto politico sociale allestita da Eduard von Keyserling risuona qui nella descrizione della privazione di spinte ideali in una prigione dorata che impone una ridefinizione relazionale e emotiva. Uno stato di quiete apparente riproposto anche nel delineare la condizione vissuta da Maria, consumata nel disagio psichico.

Una narrazione che si muove per dicotomie bene/male, virtù/peccato, libertà/prigionia per sviluppare quella che René Char definiva “la dinastia dei dolori assurdi”, destinata a rimanere perennemente sospesa in un quadro di tormento e sofferenza, nell’incapacità di assuefarsi al presente e di rintracciare una reale via di sopravvivenza. “Improvvisamente certe zone oscure, in cui palpita in agguato un male, si riempiono di luce, e allora vediamo che quel male non è altro che una ferita. Una semplice, comune ferita”.

L'articolo Nel fondo di un terrore remoto. “La dinastia dei dolori” di Margherita Loy proviene da Minima et Moralia.

]]>
https://minimaetmoralia.it/libri/nel-fondo-un-terrore-remoto-la-dinastia-dei-dolori-margherita-loy/feed/ 0