Maria Callas Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maria-callas/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 14:16:32 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Maria Callas Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maria-callas/ 32 32 Hollywood sul Tevere https://minimaetmoralia.it/cinema/hollywood-sul-tevere/ https://minimaetmoralia.it/cinema/hollywood-sul-tevere/#comments Sat, 22 Oct 2016 08:15:39 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=32341 Giuseppe Sansonna è in libreria con Hollywood sul Tevere. Storie scellerate (minimum fax): pubblichiamo una galleria dei personaggi raccontati nel libro e vi segnaliamo che domani, domenica 23 ottobre, alle 17 l'autore presenta il libro alla Libreria Notebook all'Auditorium, all'interno della Festa del Cinema di Roma con Flavio Bucci, Gianluca Nicoletti e Francesco Zippel. (fonte immagine)

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cinecitta

Giuseppe Sansonna è in libreria con Hollywood sul Tevere. Storie scellerate (minimum fax): pubblichiamo una galleria dei personaggi raccontati nel libro e vi segnaliamo che domani, domenica 23 ottobre, alle 17 l’autore presenta il libro alla Libreria Notebook all’Auditorium, all’interno della Festa del Cinema di Roma con Flavio Bucci, Gianluca Nicoletti e Francesco Zippel. (fonte immagine)

Alighiero Noschese

Pier Paolo Pasolini e Maria Callas erano fra le vittime preferite di Alighiero Noschese. Li aveva sempre incarnati in coppia, in una Colchide immaginaria, set della P.P.P.neide.

La celebre soprano veniva trasformata nella avidissima e gretta Callade.

Si rivolgeva ad Aristassis, sosia grossolano di Onassis, sussurrandogli: “Vieni avanti cresino!”, parafrasi di un refrain dell’avanspettacolo. Pasolini, ribattezzato Pasoleo, appariva come un mago invasato, compiaciuto cineasta di film censurabili, pellicole da “Porcile”. Zeus, presentato come conservatore, decide di incenerirlo con un fulmine. Non lo uccide, ma riesce a riconvertirlo ad un’ esasperata eterosessualità. Nel finale dello sketch Pasoleo insegue eccitato Callade, velocizzato come in una comica del muto, saltellante, in piena satiriasi. Derisioni grossolane e conservatrici, di due figure fragili. Le loro morti tragiche, tra il 1975 e il 1977, contribuiranno a gettare ombre fosche sul celebre imitatore, minandone la popolarità.

Gian Maria Volonté

Per diventare Aldo Moro, Gian Maria Volontè si scrollò di dosso tutta la propria ruvida, virile consistenza. Preparandosi a girare “Todo modo”, si chiuse in moviola come un monaco, a sciorinare rituali, vezzi e cineserie (come le bollava Elio Petri) dello statista democristiano. Darà vita a un Moro ipermimetico, “così perfetto da sembrare Noschese”, come stigmatizzeranno alcuni critici.

Viso esangue, smarrimento rassegnato, smorfia amara della bocca, esasperatamente mellifluo, piagnucoloso, in eterna ricerca di assoluzione. Gelidamente comico. Due anni dopo il film, Moro troverà una morte tragica, assurgendo a Banquo eterno della cattiva coscienza italiana. Trascolorando in una figura di umana spiritualità: così lo reinterpreterà lo stesso Volontè, nel riparatorio “Il caso Moro”, diretto da Giuseppe Ferrara nel 1986.

Ugo Tognazzi

“Faccio il treno”, annuncia alle tre di notte Ugo Tognazzi con nasale quanto impropria solennità. Impiastrato di brillantina Linetti, baffetti sottili, completo chiaro, che ne evidenzia l’imbolsimento, si lancia in un tip tap estremo da locomotiva umana. Un vecchio numero con cui strappava applausi a scena aperta, sui palcoscenici sconnessi dell’avanspettacolo, in una gavetta spesa in lungo e in largo per le provincie della penisola. Lo replica sul set di “Io la conoscevo bene”: è perfetto per Baggini, vecchio comico di rivista, personaggio che Antonio Pietrangeli, gli ha cucito addosso. Imbucato ad una festa, in cerca di scritture, si lascia umiliare dalla ferocia della star Enrico Maria Salerno.Che lo costringe alla gogna di un ballo all’ultimo respiro, da foca ammaestrata. Ritto su un tavolino, per allietare un salotto affollato di cortigiani e aspiranti starlette.

Un frammento di dolce agra vita, che Tognazzi riesce a restituire in un cameo indelebile, pieno di fisiologica, affannata umanità.

Tina Aumont

Sarebbe stata la Dirty perfetta di un film ipotetico, mai realizzato, da estrarre da “L’azzurro del cielo” di George Bataille. Torbida e pura, nella sua grazia demoniaca. Condannata da una bellezza lancinante, da bambina perennemente violata, da sé stessa e dalla vita. I lunghi guanti eleganti servivano spesso, sui set, a coprire le vene martirizzate. Pallida di cipria e di vizio, occhi liquidi, sempre pronti alla deriva, diventava sempre più vicina alla dimensione di un eros vampiresco, bruciante. Ingestibile da un cinema italiano che pretendeva maggiorate poppute, dal rassicurante retrogusto materno. Relegandola ad un apparire e sparire immediato, come accadeva nel Casanova felliniano.

Francesco Rosi, in Cadaveri eccellenti, le regala un cameo da prostituta scafata e sprezzante. Conservando il suo timbro roco, da mezzo soprano, venato di echi francesi. Perturbante, perfino per il granitico Lino Ventura.

Salvo Randone

“Sembra sbucare da un sentiero della Magna Grecia, con l’aria di chi ha visto tutto l’Ade. Ed è tornato,” diceva Piera Degli Esposti, descrivendo Salvo Randone. Accidia meditativa, dolce stoicismo, scettico senso di estraneità al mondo: un Enrico IV pieno di emozione fremente e delirio logico. Prandellianamente sospeso tra il patire ragionando e ragionare soffrendo, tra luce e ombra. Un dissidio che trapelava intero nella sua voce, contemporaneamente cupa e roboante.

Elio Petri gli affida il ruolo di Militina, ne La classe operaia va in paradiso. Impazzito dopo anni di catena di montaggio, recluso in manicomio, recita un monologo con echi alla Foucault, lasciando che la propria consistenza realistica debordi nel metafisico. Non ispira pena, ma perturba, come un incubo ricorrente.

Gualtiero Jacopetti

Con Addio Zio Tom, Gualtiero Jacopetti quattro anni prima di Pasolini, dà vita una Salò bizzarra e scanzonata, alleggerita da un fantasioso viaggio nel passato. Nel film, datato 1971 e realizzato con il fido Franco Prosperi, l’America schiavista e coloniale viene osservata trionfalmente dalla prospettiva dei persecutori. Gli schiavi sono mostrati come bestie fameliche, con le facce affondate nelle greppie, come polli affamati. Dando in pasto alla scopofilia dello spettatore il brivido sadico di sentirsi schiavista. Accarezzando l’inammissibile piacere dato dal disporre, a proprio piacimento, di corpi magnifici, maschili e femminili, appesi e inermi. La macchina da presa dei due autori indugia pesante sui corpi lucenti di neri ingabbiati, umiliati, violati, esposti. Nemmeno i neonati vengono risparmiati. Si gira ad Haiti: tutte le comparse sono gentilmente offerte da Papa Doc Duvalier, dittatore pittoresco quanto sanguinario.

Flavio Bucci

“Io, nel cinema, apparivo sempre in chiave critica. Sono stato tutto quello che non si doveva essere. Brutto, inquietante, pazzo, malvagio, incontrollabile”. Così Flavio Bucci, ultimo, bizzarro supersite di una stirpe mattatoriale, ama definire se stesso.

Ligabue televisivo a parte, è entrato nell’immaginario peninsulare, con una manciata di minuti, incastrati ne Il marchese del Grillo di Mario Monicelli. Uno strappo nel cielo di carta della tappezzeria ottocentesca di un film molto imbalsamato. Pieno di scene madri sordiane dalla trivialità romanesca vagamente corriva, e spesso troppo ovvia. Due passi più su dal duo Monnezza Bombolo. Il Padre Bastiano di Bucci è invece un’epifania, nel film: memorabile la sua derisione del forcaiolismo di massa e la sintesi sulla caducità dei poteri e sulle illusioni di progresso storico. Recitata sul patibolo, prima di essere decapitato, in una sequenza gore.

Carmelo Bene

Capricci è un film diretto e interpretato nel 1969 da Carmelo Bene, nel corso della sua breve, fiammeggiante parentesi cinematografica. La pellicola ha una fotografia sporca, che ne consolida l’immagine di antologia decomposta dei generi cinematografici. Carmelo Bene tritura polizieschi e spaghetti western, melò sentimentaloidi e adattamenti dei grandi classici, restituendo integra la propria nausea per i veleni nascosti nella rappresentazione. Una delle scene clou del film assurge a summa della sua poetica. Protagonisti, tre nonagenari e una ragazza discinta, in un deformato estratto dell’elisabettiano Arden of Feversham. Commentato in voice over dallo stesso Carmelo Bene, che legge un frammento di Roland Barthes, dedicato ai reportage gastronomici della rivista Elle.

Franco Citti 

“Franco Citti ha occhi neri di putto”: così Pier Paolo Pasolini definiva lo sguardo infantile e perforante, del suo Accattone. Morto a ottant’anni, chiudendo serenamente una vita scellerata il volto magnificamente scavato, da Edipo Re, la magrezza impudica, la zazzera ancora folta, ormai argentea e la barbetta ispida.

La gratitudine piena d’amore per il suo antico mentore era rimasta intatta. Come ai tempi in cui il suo regista lo portava in giro, costringendolo a trascinare la propria indolenza metafisica per set e festival. “Sei il mio Toshiro Mifune”gli confessava Pasolini, a cuore aperto. Si volevano bene, ma erano un mistero, l’uno per l’altro. “Pier Paolo, ovunque fossimo, a una certa ora della sera doveva sparì, doveva fa frigge le gomme”. Sgommando verso ignoti altrove, per lasciarsi inghiottire dalla notte. Fino all’ultima sera, ad Ostia. Il suo miglior attore è morto quarant’anni dopo, a un passo dall’Idroscalo, in una casetta di Fiumicino. Fiaccato dagli anni e dagli acciacchi, negli occhi ancora la stessa perversione innocente di quando era Accattone. Scrutando le traiettorie degli aerei in volo, smaniando di partire per Bangkok, per morire tra le braccia dell’ultimo amore thailandese.

Ciprì e Maresco

Nel 1998 esce al cinema “Totò che visse due volte”, secondo film di Daniele Ciprì e Franco Maresco. Incappa, sulle prime, in una censura totale, commutata successivamente in un divieto ai minori di diciott’anni. I due autori vengono anche assolti dall’accusa di vilipendio alla religione.

Il film attinge alla forsennata attività televisiva del duo palermitano, transitata dalla Rai Tre di Angelo Guglielmi sotto il nome di Cinico Tv.

Una sequela di frammenti, realizzati ingaggiando nelle periferie autenitici freak, ridotti all’immobilità frontale e bidimensionale. Dal linguaggio franto in rantoli dialettali, tendente alla progressiva afasia beckettiana.

“Totò che visse due volte” ha l’indubbio merito di lasciar esplodere sul grande schermo una fisiologia mafiosa ripugnante, non seducente. Lontana dalle delinquenze inevitabilmente eroiche, seriali e patinate dei tanti romanzi criminali, suburre e gomorre a venire.

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Au revoir, Fnac? https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/au-revoir-fnac/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/au-revoir-fnac/#respond Tue, 17 Apr 2012 09:06:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=7484 Michele Masneri, in un articolo uscito su «Studio», racconta la storia del marchio Fnac.

di Michele Masneri

Il 28 marzo, il direttore dei negozi parigini della Fnac veniva sequestrato per sette ore dai suoi dipendenti. Senza saperlo, questi avevano compiuto un atto assolutamente in linea con le origini dell'azienda, e con la storia del suo fondatore. Oggi la Fnac fa parte di Ppr (Pinault Printemps Redoute) insieme a marchi come Gucci e Yves Saint Laurent. A differenza di questi però Fnac è in crisi profonda da anni, e in attesa di trovare un compratore, Pinault ha deciso che oltre a un piano di 510 licenziamenti, si dovrà gradatamente trasformare in rivendita di elettrodomestici. Anche qui, si tratta di un ritorno alle origini.

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Michele Masneri, in un articolo uscito su «Studio», racconta la storia del marchio Fnac.

di Michele Masneri

Il 28 marzo, il direttore dei negozi parigini della Fnac veniva sequestrato per sette ore dai suoi dipendenti. Senza saperlo, questi avevano compiuto un atto assolutamente in linea con le origini dell’azienda, e con la storia del suo fondatore. Oggi la Fnac fa parte di Ppr (Pinault Printemps Redoute) insieme a marchi come Gucci e Yves Saint Laurent. A differenza di questi però Fnac è in crisi profonda da anni, e in attesa di trovare un compratore, Pinault ha deciso che oltre a un piano di 510 licenziamenti, si dovrà gradatamente trasformare in rivendita di elettrodomestici. Anche qui, si tratta di un ritorno alle origini.

La storia della Fnac è soprattutto quella del suo fondatore, Max Theret, morto novantaseienne a Parigi nel 2009. Théret aveva fondato la “Fédération nationale d’achat des cadres”, Fnac appunto, nel 1954, come gruppo d’acquisto per i quadri del partito socialista, un Groupon per far risparmiare i compagni sul prezzo d’apparecchi fotografici e piccoli elettrodomestici. Théret era, infatti, appassionato di fotografia. Ma soprattutto, trotskista (fotografo trotskista, è un soggetto ottimo per Nanni Moretti). Soprannominato “Max La ménace”, Max la minaccia, nel 1934 conosce l’uomo che gli cambia la vita, Trotsky appunto, che in quegli anni vive in esilio nella foresta di Fontainebleau alle porte di Parigi. Théret diventa autista e guardia del corpo del vecchio eroe della rivoluzione bolscevica. Nel ’36 poi va in Spagna, a cercar la bella morte contro Franco, poi ci sarà la II guerra mondiale, dove sarà un finto riparatore di cavi elettrici e in realtà intercettatore di conversazioni telefoniche dei nemici e poi collaborazionisti di Vichy. Il suo generale, per ricompensarlo delle missioni sotto copertura, gli darà un posto al ministero della Posta e delle Telecomunicazioni, come responsabile degli approvvigionamenti. Qui Théret capisce di avere grandi doti anche di commerciante: nel ’54 quando apre la Fnac riesce a spuntare prezzi bassissimi acquistando grandi quantità di prodotti, grazie alle “economie di scala” – se allora si chiamavano già così. “Grazie agli sconti ottenuti, migliorammo i salari e in questo modo intendevamo aumentare il potere d’acquisto dei lavoratori” spiegherà il socio André Essel nella sua autobiografia “Je voulais changer le monde”. Gli sconti dal 15 al 40 per cento sui prezzi ottengono un successo clamoroso. Un giornale che tira 300.000 copie, “Contact”, stampato da Théret, fa battaglie d’opinione sulla necessità politica di tenere i prezzi bassi. Nel frattempo la Fnac diventa “agitateur culturel”: nel 1968 organizza il “festival della giovane canzone francese”.

I libri arrivano solo nel 1974: si vendono con sconti del 20 per cento (ma in alcuni casi anche dell’80 per cento); la nuova parola d’ordine è: “i libri sono fatti per i lettori o per le librerie?”. Maria Callas e Juliette Greco animano i Venerdì della Fnac. “Agitateur culturel” ma anche supermarket identitario: secondo il sociologo Vincent Chabault, “la Fnac ha avuto un ruolo massiccio nella fabbricazione e distribuzione di un gusto medio in Francia, come Wal-Mart in America. Ha allargato l’accesso alla cultura, ma ha ristretto l’offerta. Il 70% di ciò che si vende è tecnologia. Il resto è una verniciata di cultura”. Non solo dischi e libri, infatti, ma sempre più biglietti per mostre e concerti, e poi computer e informatica.

Nel 1981 la legge Lang sull’editoria vieta per sempre gli sconti forsennati. Théret e socio vendono tutto: allora la Fnac fattura 768 milioni di franchi e ha 2000 dipendenti; dieci anni dopo scenderanno a 500. Théret continua la sua vita à bout de souffle: coi soldi guadagnati diventa un grande sponsor di Mitterrand. Ma fare il rentier l’annoia: tenta l’avventura coi quotidiani: acquista France Soir nel 1982 e Le Matin nel 1985 (andranno male tutti e due). Nel 1982 l’ultima avventura, stavolta nella finanza, con un raid di Borsa che lo porta in carcere per due anni per insider trading. “Non il massimo, ma nemmeno la fine del mondo” dirà appena uscito, toccandosi le due pallottole ancora conficcate in una gamba, ricordo della guerra di Spagna. Nel frattempo la Fnac finiva nelle mani di Pinault, i dischi scomparivano causa iPod, le macchine fotografiche causa iPhone, e il glorioso marchio ribellista, surrealmente declinava accanto a scintillanti Gucci e Stella McCartney. (Nel frattempo c’era stato lo sbarco in Italia. Per chi non è stato adolescente nei primi anni Novanta: si andava a Parigi per tre cose, la Gare d’Orsay, il Beaubourg, e finalmente, l’abbandono al Fnac Forum sotto Les Halles, paradiso bianco di dischi e libri e tecnologie insieme, allora una cosa inimmaginabile in Italia. Quando la Fnac aprì a Milano, dieci anni dopo, ai più nostalgici sembrò già la fine di un mito, e la minaccia di una decadenza irreparabile).

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