Maria Nadotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maria-nadotti/ un blog di approfondimento culturale Thu, 20 May 2021 15:01:36 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Maria Nadotti Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/maria-nadotti/ 32 32 The heel of a loaf https://minimaetmoralia.it/racconti/the-heel-of-loaf/ https://minimaetmoralia.it/racconti/the-heel-of-loaf/#comments Sat, 14 Jan 2017 07:00:02 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=33373 Pochi giorni fa ci ha lasciato John Berger, che abbiamo ricordato con questi due pezzi. Oggi pubblichiamo un racconto di Caterina Serra apparso su Riga 32 in un volume dedicato proprio all'intellettuale inglese, curato da Maria Nadotti.

Ho visto John Berger scendere da una moto. Con un paio di guanti di pelle, era d’estate.

Mi è venuto in mente uno dei suoi disegni. La schiena di un corpo stretto a un altro corpo, due teste sovrapposte che si toccano inclinate sullo stesso lato, a seguire la curva di una strada.
Due caschi, non due teste. Dovrei rivederlo per esserne sicura. Non ricordo quali tratti disegnassero una moto, o la strada, ma ricordo bene la fiducia di quell’inclinazione condivisa: due corpi immobili su due ruote veloci, fermi eppure intenti a correre via.

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JOHN BERGER

Pochi giorni fa ci ha lasciato John Berger, che abbiamo ricordato con questi due pezzi. Oggi pubblichiamo un racconto di Caterina Serra apparso su Riga 32 in un volume dedicato proprio all’intellettuale inglese, curato da Maria Nadotti.

Ho visto John Berger scendere da una moto. Con un paio di guanti di pelle, era d’estate.

Mi è venuto in mente uno dei suoi disegni. La schiena di un corpo stretto a un altro corpo, due teste sovrapposte che si toccano inclinate sullo stesso lato, a seguire la curva di una strada.
Due caschi, non due teste. Dovrei rivederlo per esserne sicura. Non ricordo quali tratti disegnassero una moto, o la strada, ma ricordo bene la fiducia di quell’inclinazione condivisa: due corpi immobili su due ruote veloci, fermi eppure intenti a correre via.

Come si dice? Qual è la parola esatta?

Per dire la parte finale di un pane, la parte tonda, o appuntita, fatta di crosta più che di mollica, più cotta e bruciacchiata, quel pezzetto che resta dopo avere tagliato a fette l’intero?
Mi è capitato di essere seduta accanto a John Berger quella sera, al tavolo lungo e affollato di una cena all’aperto di fine estate. Avevamo appena visto la Camera degli Sposi di Andrea Mantegna, nel Palazzo Ducale di Mantova, “la stanza più bella del mondo”. Dove tutto è dipinto, dove tutto, avrebbe detto John scrivendone qualche tempo dopo, è rappresentazione, superficie: tutto è rivelato e nascosto dalla pittura.

Ascoltavo John parlare di Mantegna, della sua ossessione per la prospettiva spaziale e del suo modo di osservare i corpi, così fedele alla loro posizione nello spazio, e accurato, quasi crudele, nel riprodurre la loro mutazione nel tempo.
Una specie di attenzione costante all’esserci, in un luogo e in un contesto precisi, ma anche all’essere, in un flusso temporale che segna, appesantisce, rigonfia o scarnifica i corpi.

Ci stavamo passando un secondo cestello di pane, e nel prenderne alcune fette, mi ero nuovamente soffermata a cercare quella che di solito nessuno afferra per prima, la fetta non fetta, l’estremità conica di un filone, una baguette, l’angolo ampio di un quarto di pagnotta. Era arrivato in tavola un tipo di pane di grano duro, con la mollica alveolata, e la superficie ben cotta, forse perfino cotta a legna. Non è difficile cogliere la differenza tra un pane industriale e uno artigianale, uno precotto, scongelato e scaldato, e uno impastato e cotto il giorno stesso, in un forno che ha il fuoco dentro.
Il colore, la consistenza, a volte il profumo, sono segnali. Anzi, sono segni, quelli del tempo impiegato per farlo, il tempo di un impasto fatto con le mani, alla fine di una notte con le luci accese, il tempo di una cottura lenta che annera fuori e secca dentro la forma quasi mai perfetta di un pane che ha avuto il tempo per lievitare.

The end of a loaf? Come si dice la fine del pane, ha un nome? The bottom of the bread? La coda, il culo, il fondo, la fine. Come possiamo chiamarla? Non ha un nome preciso? Forse non c’è una parola sola, dice John che intanto cerca in altri cestelli quel pezzo di pane che ha notato preferisco.
Non c’è un solo modo di definire le cose, aggiunge. La risposta può essere solo parziale, e temporanea. Eppure, mentre la conversazione torna a quella Camera che a starci dentro fa sentire parte di un dipinto, continuiamo a pensarci, e a lanciare come dadi parole che possano dare conto di quel piccolo pezzo di pane.

Cerchiamo, allora, ciascuno nella propria lingua le parole, ciascuno nella propria esperienza le storie che lo raccontano, il pane: rappresentazione, metafora e materia. Niente come il pane appartiene tanto alla Storia quanto alle storie di tutti, in tutto il mondo. Acqua e farina, finiamo per dire, due delle cose più innocue e semplici della terra, eppure così capaci di sconvolgere le sorti di interi paesi, di scatenare rivoluzioni e guerre. Da un pezzo di pane si potrebbe partire per raccontare infinite storie, e la Storia del mondo.

Una attenzione per le parole, dunque. Ma non per le parole giuste, esatte, mi rendo conto. Ma per ciò a cui rimandano, per la pluralità delle forme che suggeriscono, per le imprecisioni e le contraddizioni di cui sono portatrici, per l’impossibilità che rivelano di racchiudere in sé ciò che vediamo o proviamo. Una attenzione che permette di accorgersi che le cose, forse, amano nascondersi.

ll problema del narrare non consiste, come spesso si crede, nella difficoltà di “trovare le parole”, ma in quella di scegliere e disporre gli eventi, di consentire o istigare il loro tacito dialogo. Le parole creano un proprio spazio, lo spazio dell’esperienza, non quello dell’esistenza.

Le storie sono dappertutto, ha detto John Berger quella sera. Chi le racconta, le prende dalla vita, le prende e le porta, come un facchino, da una persona all’altra, da un posto all’altro. Credo volesse dire che bisogna andarci vicino, alle storie, e starci un po’ dentro, e accorgersi del loro bisogno di essere portate altrove. Metterci tutto il corpo, piedi orecchie occhi e mani. Una questione di ordine spaziale, certo, ma, di nuovo, anche temporale. In una specie di irriducibile ambiguità: uno spazio fermo, e un tempo che va via. Il nostro corpo in un luogo preciso, il nostro tempo che per quanto poco e finito, può essere abbastanza. Se si ha un certo attaccamento alla realtà.

Mantegna, come il botanico che raccoglie un esemplare di tutte le piante che incontra, dipinse sulle quattro pareti: albicocchi, aranci, limoni, peri, peschi, meli e melograni, cedri, platani, acanthus, pini. Mantegna che si impegna a comprendere la totalità di quel che il nostro mondo offre in un dato momento. Chi dorme in quella camera può chiudere gli occhi su una simile vista, riconciliato con l’infinita complessità degli strati e dei livelli del reale.

Ciò che cambia tutto è l’attenzione. Un tipo di attenzione rivolta allo spazio intorno, alla periferia del proprio corpo, mentre le cose accadono, e un quadro di realtà si manifesta. Un desiderio si rivela. L’attenzione ha a che fare con un desiderio che si esprime. E viene colto.

Mi viene in mente un altro disegno. Il ritratto di Maria Muñoz, una danzatrice spagnola, nella posizione del “ponte”. Questo disegno è qui con me.
John, nel descriverlo, dice di averci messo giorni a riprodurre l’immagine che aveva nella testa, l’immagine di quel corpo che aveva passato ore ad osservare. Mentre Maria Muñoz cercava di mostrargli quella posizione preparatoria, a terra, in cui il peso del corpo è a mezz’aria tra il palmo della mano sinistra appoggiato sul pavimento e il piede destro anch’esso appiattito sul terreno. Tra quei due punti fissi, l’intero corpo è in attesa, concentrato. Nello spazio e nel tempo.
Un tempo che è momento e eternità insieme. L’intanto, non l’istante. Il frattempo, un tempo caro a John, un tempo che ha a che fare con la vita più che con la morte, o meglio, un tempo che appartiene sia ai vivi che ai morti. Tra un atto e l’altro, in between, un fatto e l’altro, in quel modo sospeso in cui, come dice Virginia Woolf, stanno spesso le cose importanti.

C’è un pruno sotto la mia finestra. Ogni tanto, mi fermo a guardarlo. Se non attira per la sua bellezza, lo fa per la fragranza, o per il suono che si infila tra i rami appesantiti da una maestosa fioritura. Non sono ancora riuscita a vedere che genere di uccelli ci vivano. Credo ci sia un merlo, ne riconosco il verso. Forse delle cinciallegre, due note ripetute, sempre le stesse. A volte, invece, l’intero albero risuona di notte. Cominciano a cantare a un certo punto, a un’ora precisa. Devono essere usignoli. Non so come ci riescano, ma lo fanno sempre alla stessa ora. Se resto sveglia, li sento smettere. C’è un’ora precisa, nella notte, in cui tacciono. Una specie di attesa. Di tempo tra due tempi, immobile. Se si muovono e cantano è in un arco di tempo. Che è il loro.

Ho scattato una foto a John Berger, quel giorno in cui l’ho visto scendere dalla sua Honda CBR 1100, una moto che si chiama merlo, Blackbird. Indossava un paio di guanti di pelle, era d’estate.

I motociclisti usano guanti di pelle leggera anche nei giorni più caldi d’estate per un motivo particolare. Ufficialmente i guanti servono a proteggere in caso di caduta e a isolare le mani sudate dalla gomma appicicaticcia delle manopole. La ragione più intima, tuttavia, è che riparano le mani dalle correnti di aria fresca che, per quanto estremamente gradevoli nel caldo, attenuano la sensibilità del tatto. I motociclisti usano i guanti per amor di precisione.

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Il rebus infinito degli animali: sul libro di John Berger https://minimaetmoralia.it/letteratura/animali-john-berger/ https://minimaetmoralia.it/letteratura/animali-john-berger/#respond Fri, 10 Jun 2016 13:00:29 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=31248 Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Li abbiamo incontrati, osservati, studiati. Ne abbiamo fatto il soggetto delle nostre prime rappresentazioni pittoriche, li abbiamo elevati a simboli, a metafore, li abbiamo considerati messaggeri, promesse, intermediari tra mondi diversi.

Li abbiamo addestrati al lavoro nei campi e li abbiamo usati per sintetizzare qualità e caratteri; li abbiamo idealizzati, demonizzati, li abbiamo imitati. Addomesticandoli – riducendoli a pet – li abbiamo fisicamente e culturalmente marginalizzati (da un lato cooptandoli nella famiglia, dall’altro spettacolarizzandoli – e a ricordarcelo sono ogni giorno le foto feline che il pianeta intero condivide sui social network facendo manutenzione ordinaria di questo addomesticamento).

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Questo pezzo è uscito sul Venerdì, che ringraziamo.

Li abbiamo incontrati, osservati, studiati. Ne abbiamo fatto il soggetto delle nostre prime rappresentazioni pittoriche, li abbiamo elevati a simboli, a metafore, li abbiamo considerati messaggeri, promesse, intermediari tra mondi diversi.

Li abbiamo addestrati al lavoro nei campi e li abbiamo usati per sintetizzare qualità e caratteri; li abbiamo idealizzati, demonizzati, li abbiamo imitati. Addomesticandoli – riducendoli a pet – li abbiamo fisicamente e culturalmente marginalizzati (da un lato cooptandoli nella famiglia, dall’altro spettacolarizzandoli – e a ricordarcelo sono ogni giorno le foto feline che il pianeta intero condivide sui social network facendo manutenzione ordinaria di questo addomesticamento).

Eppure, nonostante tutto, gli animali continuano a essere un rebus, lo specchio opaco che ci restituisce l’arcano irrisolvibile delle nostre esistenze. Una ragione di stupore e di inquietudine che trapela dai testi – scritti in un arco di tempo che va dal 1971 al 2009 – che compongono Perché guardiamo gli animali? Dodici inviti a riscoprire l’uomo attraverso le altre specie viventi (il Saggiatore, cura e traduzione di Maria Nadotti), un libro in cui John Berger, raccontando il parto di una vacca,un uccello di legno bianco o il teatro delle scimmie dello zoo di Basilea, analizzando il nostro modo di mangiare oppure disegnando ripetutamente un topo così da metterne a fuoco i movimenti più minuti e peculiari, si confronta con l’inesauribilità del mistero animale.

Collocato a metà del libro, un testo del 1984, C’era una volta, sembra costituirne l’endoscheletro e rivelarne il senso più profondo: prima e al di là di ogni tentativo di comprensione, gli animali sono narrazioni. C’era una volta – una lepre in fuga, un gattino bianco, due anatre in amore, una lucciola che brilla di notte su un cassettone – è il loro modo di venire al (nostro) mondo, e il racconto è il luogo nel quale li osserviamo esistere.

Se da millenni continuiamo a guardare gli animali, e se dalle grotte di Lascaux ai bestiari medievali ai romanzi che raccontano storie di balene bianche, cavalli selvaggi, serpenti, astori o cinghiali continuiamo ad avvertire il bisogno costante di metterli in scena, è perché percepiamo che nella vita animale c’è una sfida muta alla nostra capacità di comprensione delle cose: un segreto spalancato, nitidissimo e inconoscibile, che ci attrae e ci tormenta: un enigma senza fine che guardiamo, ci guarda negli occhi, e aspetta.

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Quando il giornalismo racconta la guerra https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-e-guerra/ https://minimaetmoralia.it/giornalismo/giornalismo-e-guerra/#comments Fri, 28 Nov 2014 16:30:44 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=24246 Questo pezzo è uscito su Pagina 99. (Fonte immagine)

«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

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«Non accettiamo più i lavori di giornalisti freelance che viaggino in luoghi dove noi non ci avventureremmo […] Se qualcuno si reca in Siria e al ritorno ci offre immagini o informazioni, non le useremo». Per Michèle Léridon, Global News Director dell’agenzia giornalistica France Press, uno dei colossi dell’informazione globale, l’uccisione e il rapimento di giornalisti in Siria e Iraq impongono di «riaffermare alcune regole di base» del giornalismo di guerra. E di ripensare l’equilibrio tra il dovere di informare, la necessità di garantire la sicurezza dei reporter, la preoccupazione per la dignità delle vittime. Affidata al sito della France Press il 17 settembre 2014, la presa di posizione di Léridon suona tardiva e un po’ tartufesca, ma rimane significativa. Perché proviene dall’interno di un’agenzia che per sua stessa natura alimenta la tendenza bulimica del sistema dell’informazione.

Che Léridon parli soprattutto di giornalisti freelance non deve sorprendere. C’è una ragione contingente: James Foley, il reporter statunitense sgozzato il 19 agosto 2014 da un militante dello Stato islamico, era un freelance, collaboratore abituale di France Press. E c’è una ragione strutturale: l’informazione è un settore capitalistico come gli altri, deve produrre profitti, occupare in modo parassitario sempre nuove “terre vergini”, sfruttarle e poi spostarsi altrove, costruire o rilanciare “califfi” sempre nuovi, più barbuti e sanguinari dei precedenti. I freelance soddisfano queste esigenze compulsive. Professionisti specializzati ma duttili, in forte competizione tra loro, flessibili/precari, affrontano quei rischi che i “protetti” non possono o non vogliono più assumersi. Valigia alla mano, mentre gli “inviati” si raccomandano con la segretaria di redazione sull’albergo in cui alloggiare, i freelance sono già sul campo. Nessuno li invia. Sul fronte di guerra, vanno per conto proprio.

È passato molto tempo infatti da quando le guerre erano dominio pressoché esclusivo di pochi inviati, ammirati dai lettori, coccolati dagli editori e spesso contesi a suon di denaro sonante: «Salpo oggi per Yokohama. Parto per Hearst. Avrei potuto andare per l’“Harper” o per il “Collier” oppure per il “New York Herald” – ma Hearst mi ha fatto l’offerta migliore». È il 7 gennaio 1904, Jack London scrive all’amico e poeta Cloudesley Johns. Quell’Hearst a cui si riferisce London – che l’anno precedente aveva pubblicato Il richiamo della foresta e Il popolo degli abissi, inchiesta esemplare nel quartiere operaio londinese di East End – non è altri che William Randolph Hearst, «magnate dell’editoria e della comunicazione americana nei primi anni del Novecento, che avrebbe fornito poi il modello per il megalomane Citizen Kane di Orson Wells», nota Cristiano Spila nell’introduzione a Jack London. Corrispondenze di guerra (Nova Delphi 2013). A ventotto anni Jack London è una firma riconosciuta. Il 7 gennaio 1904, accettando l’offerta del proprietario del “San Francisco Examiner”, si imbarca sul piroscafo ‘Siberia’ alla volta del Giappone, per poi raggiungere la Corea e seguire il conflitto tra Russia e Giappone. Più che per necessità economiche, parte per inseguire quell’intreccio inedito tra azione e scrittura, avventura e narrazione che solo la guerra può offrirgli. Come ricorda Clotilde Bertoni in Letteratura e giornalismo (Carocci 2009), tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento quell’intreccio avrebbe attratto sui fronti di guerra grandi nomi della letteratura, da Stephen Crane a John Steinbeck, da John Dos Passos a George Orwell, da André Malraux fino allo scrittore-reporter per antonomasia, Ernest Hemingway.

Nelle sue corrispondenze, Jack London lo ammette. È stato mosso da suggestioni letterarie e dal desiderio di un contatto con la realtà più incandescente, più vera: la guerra. «Mi ricordavo delle descrizioni di Stephen Crane sotto il fuoco a Cuba», scrive. «Avevo sentito – oddio, cos’è che non ho sentito! – di corrispondenti di ogni livello e condizione proprio nel bel mezzo di battaglie e schermaglie di ogni tipo, dove la vita era intensa e si vivevano momenti immortali». Cerca una vita intensa, momenti immortali e tragicamente esemplari, il conflitto e la violenza, Jack London. Ma rimane deluso: «sono venuto in guerra aspettando di provare fremiti. I miei soli fremiti sono stati quelli di indignazione e irritazione». È l’ammissione di una disillusione. Il crollo dell’ambiguo ideale romantico della “bellezza” della guerra, già demistificato cinquant’anni prima da Tolstoj con le storie poi raccolte ne I racconti di Sebastopoli (Garzanti 2014). Ma è anche un artificio letterario, di cui si sarebbe dimostrato maestro indiscusso proprio Hemingway. Quello di fluttuare tra autocompiacimento e autoironia, di enfatizzare e dissacrare allo stesso tempo la figura del reporter. Che diventa tanto più un “personaggio” credibile e vicino al lettore quanto più revoca la sua posizione di osservatore onnisciente, tanto più coraggioso quanto più ammette limiti, debolezze e passi falsi.

Nella sua prima corrispondenza, inviata il 3 febbraio 1904, Jack London riferisce di essere stato scambiato per una spia. Si trova a Nagasaki, dove aspetta di imbarcarsi per Chemulpo, in Corea. Scatta alcune foto ai facchini per strada. Finisce al comando militare giapponese. «Mi sono ritrovato in una selva di uniformi blu, tra spade e bottoni dorati […] All’inizio fu tutto molto comico – “ottimo”, ho pensato, “passare un po’ di tempo prima di partire col vaporetto”. Quando, però, sono stato portato in una stanza al piano superiore e le ore scorrevano, ho pensato che era una cosa seria».

L’artificio di giocare sul proprio status, di celebrarsi e allo stesso tempo denigrarsi, finirà con l’essere adottato da quasi tutti i corrispondenti di guerra consapevoli, mossi da ambizioni letterarie o dal desiderio di fare “giornalismo intenzionale” (la definizione è del polacco Kapuściński, ne Il cinico non è adatto a questo mestiere, nuova edizione e/o 2011, a cura di Maria Nadotti). Lo dimostra Michael Herr, l’autore di Dispacci (Bur 2008), un libro fondamentale, forse il più onesto, nell’ampia letteratura sulla guerra del Vietnam. «Potrei lasciarvi continuare a credere che eravamo tutti coraggiosi, spiritosi, affascinanti e vagamente tragici, che eravamo come un insuperabile commando di arditi, un formidabile squadrone, il Terribile Chi, amanti del pericolo», scrive Herr. «Potrei usare anch’io questa favola, ne verrebbe senz’altro un film più carino, ma tutto questo discorso su di noi, tanto come soggetti quanto come oggetti, va rivisto e corretto».

A quasi quarant’anni di distanza dalla pubblicazione di Dispacci, con l’emergere delle nuove guerre che coinvolgono i civili più che i soldati, accanto alla categoria dei reporter coraggiosi e arditi si è affermata e consolidata quella degli “empatici”: «Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. È una qualità che in psicologia viene chiamata “empatia”», scrive Kapuściński.

Ma l’ingresso sulla scena degli empatici non ha cambiato le cose. L’invito di Michael Herr a rinunciare alla “favola” del reporter di guerra, chiarendone e correggendone compiti, strumenti e obiettivi è rimasto inevaso. Tranne rare eccezioni – quella di Kapuściński appunto – vecchi cinici coraggiosi e nuovi empatici sono spesso due espressioni della stessa, vecchia patologia del giornalismo di guerra: il feticismo del conflitto. L’idea che la violenza – la violenza fisica, non quella storica, politica, economica, sociale, ideologica, culturale – sia l’unica lente per raccontare un paese in guerra. I cinici e coraggiosi ne sono attratti: pasteggiano parlando di sangue incrostato e tibie umane morsicate da cani randagi, osservano con perizia da chirurghi braccia amputate e gambe saltate per aria. Gli empatici la denunciano: per loro le vittime di guerra non sono numeri, ma persone. Nome, cognome, età, relazioni famigliari, vicende passate e sogni futuri interrotti. Spetta a loro, ricostruire la storia di una vita, restituirgli dignità, conferirgli quell’integrità che la violenza insensata della guerra ha spezzato.

Per i cinici la violenza è un elemento inevitabile del mondo, per gli empatici una rottura dell’ordine naturale delle cose che può essere esorcizzata con la narrazione. Per entrambi, si dimostra un limite, una forma di miopia. Perché finiscono per vedere solo la violenza. Dimenticando che la guerra è storia e politica sedimentate. E scordando di interrogarsi sul voyeurismo predatorio di ogni forma di giornalismo, sul proprio ruolo, sulle proprie responsabilità. Michael Herr solleva interrogativi ancora urgenti e attuali, quando racconta le ragioni che lo condussero in Vietnam: «Ci andai con la convinzione, grossolana ma seria, che si deve essere capaci di guardare qualsiasi cosa, seria perché agii di conseguenza e partii, grossolana perché non sapevo, ci volle la guerra per insegnarmelo, che eri responsabile di tutto ciò che vedevi come di tutto ciò che facevi».

Sentieri di lettura

Anche per Oliviero Bergamini, autore di Specchi di guerra. Giornalismo e conflitti armati da Napoleone a oggi (Laterza 2009), il giornalista che ha inaugurato la storia dei corrispondenti di guerra è William H. Russell, inviato nel 1854 dal “Times” al seguito del corpo di spedizione inglese nella guerra di Crimea contro la Russia. La vita di Russell – nato a Dublino nel 1820, amico degli scrittori Charles Dickens e William Makepeace Thackeray – è stata raccontata da Alan Hankinson in Man of Wars: William Howard Russell of the Times of London (Heineman 1982), mentre le sue corrispondenze sono state raccolte da Nicholas Bentley in Russell’s Despatches from the Crimea 1854-1856 (Panther 1966).

Sulla storia del giornalismo di guerra, rimane utile I reporter di guerra: storia di un giornalismo difficile da Hemingway a Internet, di Mimmo Candito (Baldini e Castoldi 2002). Alle domande fondamentali – “A cosa servono i corrispondenti di guerra? Cosa ci si aspetta da loro? Chi crede ancora in loro?”  – cerca di rispondere invece Phillip Knightley nell’ormai classico The First Casualty: The War Correspondent as Hero and Myth-Maker from the Crimea to Iraq (versione aggiornata, Johns Hopkins University Press 2004).

Oltre agli studi storici e critici, è ampia la pubblicistica di giornalisti e scrittori su conflitti specifici. Sulla guerra in Vietnam, si può leggere Reporting Vietnam. American Journalism (due volumi, 1959/1969 e 1969/1975, a cura di Milton J. Bates, The Library of America 1998), l’ottimo Fire in the Lake. The Vietnamese and the Americans in Vietnam, della giornalista Frances Fitzgerald (Back Bay 1972), e il dossier su “Literature and the Vietnam War” apparso nell’estate del 2010 per la rivista “Dissent”.

Ci sono libri utili per comprendere anche i conflitti più recenti: sulla “guerra al terrorismo”, è fondamentale Le altissime torri. Come al-Qaeda giunse all’11 settembre, di Lawrence Wright (Adelphi 2007), insieme ad American Ground, di William Langewiesche (Adelphi 2003), autore che si è occupato della guerra irachena in Regole d’ingaggio (Adelphi 2007) e di nuovi e vecchi strumenti di guerra in Esecuzioni a distanza (Adelphi 2011). Finora, il testo più ambizioso e completo sul conflitto in Afghanistan è quello di Anand Gopal, No Good Men Among the Living: America, the Taliban and the War through Afghan Eyes (Metropolitan Books 2014), mentre tra i giornalisti “embedded” si distingue Sebastian Junger, autore di War (Sperling & Kupfer 2011).

Sul conflitto in corso in Siria, sono disponibili due libri recenti di giornaliste italiane, La guerra dentro, di Francesca Borri (Bompiani) e Come vuoi morire? Rapita nella Siria in guerra, di Susan Dabbous (Castelvecchi),  scritti con onestà e impegno ma entrambi troppo schiacciati sull’attualità. Per recuperare il senso della guerra come combinazione di storia e politica, c’è Robert Fisk e il suo Cronache mediorientali. Il grande inviato di guerra inglese racconta cent’anni di invasioni, tragedie e tradimenti (Il Saggiatore, nuova edizione 2009).

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Scrivere su uno smartphone. Dappertutto https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrivere-su-uno-smartphone/ https://minimaetmoralia.it/scrittura/scrivere-su-uno-smartphone/#comments Fri, 01 Aug 2014 10:31:16 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22588 L'ultimo numero di "Quaderni di didattica della scrittura" (n. 21-22/2014, Carocci editore), diretta da Cosimo Laneve con Chiara Gemma, celebra i dieci anni di vita della rivista interrogandosi sulla trasformazione della scrittura nell'era del digitale. Il numero, oltre al saggio di Alessandro Leogrande che qui riproponiamo, contiene interventi di Duccio Demetrio, Roberto Maragliano, Ruggero Eugeni, Giuliano Minichiello, Rosabel Roig Vila, e una lunga intervista a Laneve sulla storia dei "Quaderni".
Nell'ultimo anno mi è capitato almeno tre volte di scrivere in meno di un'ora un articolo sul mio iPhone. Una volta ero in treno, l'altra in una casa al mare, l'altra ancora in una stanza d'albergo. In tutti e tre i casi non avevo con me un computer portatile e ho pensato che avrei solo perso tempo a scrivere il pezzo a mano, per poi dettarlo al telefono, o a mettermi in giro alla ricerca di un internet point, all'interno del quale magari mi sarebbe stato difficile trovare la concentrazione per scrivere.

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L’ultimo numero di “Quaderni di didattica della scrittura” (n. 21-22/2014, Carocci editore), diretta da Cosimo Laneve con Chiara Gemma, celebra i dieci anni di vita della rivista interrogandosi sulla trasformazione della scrittura nell’era del digitale. Il numero, oltre al saggio di Alessandro Leogrande che qui riproponiamo, contiene interventi di Duccio Demetrio, Roberto Maragliano, Ruggero Eugeni, Giuliano Minichiello, Rosabel Roig Vila, e una lunga intervista a Laneve sulla storia dei “Quaderni”.  (Fonte immagine)

Nell’ultimo anno mi è capitato almeno tre volte di scrivere in meno di un’ora un articolo sul mio iPhone. Una volta ero in treno, l’altra in una casa al mare, l’altra ancora in una stanza d’albergo. In tutti e tre i casi non avevo con me un computer portatile e ho pensato che avrei solo perso tempo a scrivere il pezzo a mano, per poi dettarlo al telefono, o a mettermi in giro alla ricerca di un internet point, all’interno del quale magari mi sarebbe stato difficile trovare la concentrazione per scrivere.

Con l’app Write del mio iPhone me la sono cavata benissimo. Potevo in ogni istante calcolare il numero di battute del mio articolo, tagliare, aggiungere, fare le telefonate di cui avevo bisogno, controllare su internet i dati che mi servivano, dare un’occhiata alle ultime notizie, perfino ascoltare un po’ di musica mentre scrivevo le ultime battute del pezzo.

Per la prima volta mi è capitato di pensare: può una tale esperienza (generata dalla necessità dello scrivere in fretta, ma anche dalla possibilità di farlo con un mezzo, l’iPhone, in cui la  funzione dello scrivere è solo una delle innumerevoli funzioni di cui contemporaneamente si può disporre)… può una tale esperienza, dicevo, cambiare il mio modo di scrivere? Può mutare il mio approccio alla scrittura?

Premesso che in questo caso specifico si sta parlando di articoli di giornale, e non di un saggio o di un intero libro, credo si possano ugualmente avanzare alcune riflessioni.

Una prima constatazione

Sono nato alla metà degli anni settanta. Ho iniziato a scrivere, per articoli via via più lunghi, poi per riviste e infine per i miei libri editi da vari editori, alla metà degli anni novanta. Non ho mai scritto alcunché con la penna su un foglio bianco, né con la macchina da scrivere. Tutto ciò che ho fatto in vita mia (a parte la lista della spesa, qualche messaggio di auguri e rarissime lettere d’amore) l’ho fatto al computer. L’unica  eccezione che mi concedo sono i block notes di appunti, in cui annoto brevi riflessioni, contatti, domande, elenchi delle cose da fare, che evidentemente sono funzionali allo scrivere qualcosa o allo svolgere un lavoro editoriale (come quello che ad esempio svolgo all’interno della rivista “Lo straniero”). Ma in questo caso non parlerei di “scrittura” vera e propria, bensì di attività propedeutiche o parallele a essa, per quanto essenziali…

Tutto ciò non fa di me quel che si dice un “nativo digitale” (quale potrebbe essere un ragazzo di vent’anni più giovane). Fa però di me (come per tutta la mia generazione) un individuo venuto al mondo nel pieno di una trasformazione epocale. Diciamo che quando ho iniziato a scrivere l’ho fatto su computer molto voluminosi e allo stesso tempo molto lenti. E ora, dopo circa vent’anni, mi capita di scrivere per lavoro anche su un iPhone (eccezione esotica, diciamo così, al fatto di scrivere almeno un paio di cartelle al giorno su un computer molto meno voluminoso e molto più veloce). Ma molto più veloce a fare cosa? Ecco, credo sia questa la domanda essenziale: molto più veloce di ieri a fare cosa? Non certo – credo – a favorire l’atto dello scrivere in sé, quanto a consentire un accesso pressoché illimitato a tutto ciò che posso trovare in rete, in qualsiasi lingua, e che sia variamente attendibile.

Diciamo che questo può essere molto utile (tornando all’esempio del lavoro giornalistico) per consultare immediatamente il titolo di un’opera, la data di nascita o di morte di qualcuno, il giorno esatto di un evento storico… Ma serve davvero a mutare l’approccio alla realtà quando questa richiede, pretende, invoca ancora un contatto fisico?

È questo il primo, evidente, paradosso che vorrei affrontare. Nello scrivere su un iPhone tale processo in cui siamo tutti immersi si è ulteriormente radicalizzato. Su uno smartphone di pochi centimetri quadrati hai praticamente tutto: computer, telefono, tastiera per scrivere, app per registrare video, app per registrare audio, app per scattare e correggere foto, app che ti permettono di chiamare gratis all’altro capo del mondo, app che ti permettono di tradurre frasi rudimentali da qualsiasi lingua, app che ti permettono di vedere la Cnn o Rainews 24 in diretta. In più, puoi farlo in qualsiasi luogo e in qualsiasi momento, anche all’estero utilizzando una rete wifi – a meno che tu non venga proprio abbandonato nel deserto.

Tutto ciò rende ovviamente molto più facile scrivere un articolo o anche, mettiamo, prendere appunti e raccogliere materiali per un lavoro di ricerca molto più ampio, cui dedicarsi in un secondo momento. Ma tornando alla domanda di prima: uno strumento straordinariamente utile può creare l’illusione che sia conveniente sostituire in toto ogni approccio fisico alla realtà?

Sì, può farlo. E proprio qui sta l’errore da evitare.

La lezione di Kapuscinski

Se faccio molta attenzione ai modi di interazione con la realtà è perché sono uno scrittore di non-fiction. Nei libri che ho scritto partendo da elementi di realtà (inchiesta sul campo, dati storici, carte giudiziarie…) ho provato a sviluppare in una dimensione meta-giornalistica dei tessuti narrativi in un cui il reportage divenisse altro da sé, approdando a una dimensione letteraria.

Per questo (ma, in fondo, il discorso vale anche per qualsiasi romanziere che costruisce il suo romanzo) ritengo che ci sia un momento della raccolta e un momento della scrittura. Un momento per la raccolta di materiali e informazioni, e un momento in cui ci si mette alla scrivania per scrivere. Non è detto che le due fasi siano cronologicamente separate, possono amalgamarsi, si può procedere a zig zag, fare la spola tra la propria scrivania e il vasto mondo. Ciò che è certo è che i due momenti non sono sovrapponibili: non si può essere allo stesso tempo (mentalmente e fisicamente) alla scrivania e in giro per il mondo. La scrittura verrà necessariamente dopo una fase di ricerca.

Pongo questa distinzione per meglio affrontare la domanda che ho provato a formulare. Come cambia, allora, il lavoro di ricerca con l’irruzione dell’era digitale? E come cambia, invece, il momento della scrittura (che è però necessaria conseguenza, almeno per me, di quel primo momento)?

È innanzitutto dell’approccio fisico alla realtà che vorrei parlare.

Una volta il grande reporter e scrittore polacco Ryszard Kapuscinski, sollecitato dalle domande di Maria Nadotti a un seminario per giornalisti organizzato dalla Comunità di Capodarco, ha provato a chiarire il suo punto di vista: “Il giornalismo sta attraversando una grande rivoluzione elettronica. Le nuove tecnologie facilitano enormemente il nostro lavoro, ma non ne prendono il posto. Tutti i problemi della nostra professione, le nostre qualità, la nostra manualità rimangono inalterati. Qualsiasi scoperta o miglioramento tecnico può certamente aiutarci, ma non può sostituirsi al nostro lavoro, alla nostra dedizione a esso, al nostro studio, al nostro esplorare e ricercare.”

Le considerazioni fatte da Kapuscinski in quel seminario sono poi state raccolte in bel volume edito dalla casa editrice e/o (R. Kapuscinski, Il cinico non è adatto a questo mestiere, a cura di M. Nadotti, e/o, Roma, 2002). Nel corso di quell’incontro, poi, il reporter ha aggiunto un passaggio che ritengo essenziale:

Per noi giornalisti che lavoriamo con le persone, che cerchiamo di comprendere le loro storie, che dobbiamo esplorare e investigare, l’esperienza personale è naturalmente fondamentale. La fonte principale della nostra conoscenza giornalistica sono “gli altri”. Gli altri sono coloro che ci dirigono, ci danno le loro opinioni, interpretano per noi il mondo che tentiamo di capire e descrivere.

Non c’è giornalismo possibile fuori dalla relazione con gli altri esseri umani. La relazione con gli altri è l’elemento imprescindibile del nostro lavoro. Nella nostra professione è indispensabile avere qualche nozione di psicologia, sapere come rivolgerci agli altri, come trattare con loro e comprenderli.

Credo che per fare del giornalismo si debba essere innanzi tutto degli uomini buoni, o delle donne buone: dei buoni esseri umani. Le persone cattive non possono essere dei bravi giornalisti. Se si è una buona persona si può tentare di capire gli altri, le loro intenzioni, la loro fede, i loro interessi, le loro difficoltà, le loro tragedie. E diventare immediatamente, fin dal primo momento, parte del loro destino. È una qualità che in psicologia viene chiamata “empatia”. Attraverso l’empatia si può capire il carattere del proprio interlocutore e condividere in maniera naturale e sincera il destino e i problemi degli altri.

[…] E senza l’aiuto degli altri non si può scrivere un reportage. Non si può scrivere una storia. Ogni reportage – anche se firmato solo da chi l’ha scritto – in realtà è il frutto del lavoro di molti. Il giornalista è l’estensore finale, ma il materiale è fornito da moltissimi individui. Ogni buon reportage è un lavoro collettivo, e senza uno spirito di collettività, di cooperazione, di buona volontà, di comprensione reciproca, scrivere è impossibile.

Nel reportage Shah-in-Shah (Feltrinelli, Milano, 2001), in cui narra gli eventi della rivoluzione iraniana del 1979, Kapuscinski rivela che – non conoscendo una parola di persiano, e dovendosi aggirare tra le maglie della censura e la repressione della polizia dello Shah – aveva elaborato un metodo infallibile per capire quando ci sarebbe stata, di lì a poco, una manifestazione oceanica. Osservava attentamente fin dal mattino se le serrande di alcuni negozi fossero abbassate o meno. Se lo erano, ci sarebbe stato uno di quei raduni che poi hanno abbattuto il regime.

Insomma, da una parte ci sono la capacità di fiutare la realtà e l’attenzione ai dettagli (anche quelli non verbali), dall’altra “gli altri”, e l’empatia nei loro confronti.

Credo anche io che senza “gli altri”, come li chiama Kapuscinski, senza quella lunga catena di individui, di cui  chi scrive è solo l’ultimo anello, difficilmente si potrebbe scrivere qualcosa. Allo stesso tempo credo che – per quanto siamo circondati da strumenti digitali che ci permettono di controllare una quantità sterminata di informazioni – la buona non-fiction si debba scrivere sempre con la suola delle scarpe. Andando nei posti, sentendo gli odori e gli umori, cogliendo l’aria del tempo o, più semplicemente, quella di un particolare luogo.

L’importanza di tale approccio fisico alla realtà rimane inalterato anche per il reporter nel XXI secolo. Perdendo tale approccio, la scrittura ne risente inevitabilmente.

Pertanto sono portato a pensare che l’universo digitale (gli smartphone e i tablet di cui disponiamo 24 ore su 24) siano degli utilissimi strumenti fino a quando rimangono degli strumenti. Nel momento in cui si fanno sistema, e ci risucchiano al loro interno, non è solo la scrittura che rischia di modificarsi. È il nostro rapporto con il mondo che tende ad anestetizzarsi.

So bene quale sia l’obiezione: il medium è sempre sistema, sostengono molti. Modifica sempre il fine per cui viene utilizzato. In parte, lo ammetto, è così. Io stesso credo di essere uno scrittore, un reporter, inevitabilmente “mutato” rispetto a uno scrittore o un reporter di sessanta o settanta anni fa. Non è che la colpa sia mia o loro, semplicemente è accaduto.

Ciononostante credo che la vera scrittura (quella che dimostra autonomia di ragionamento) nasca sempre dalla creazione di un diaframma tra sé e il mezzo adottato, tra sé e lo stesso mondo che – pur incontrato fisicamente – verrà narrato. E credo anche che tale diaframma, oltre a essere necessario, sia l’unica cosa che possa permettere a ogni autore di utilizzare gli strumenti digitali (quando se ne serve) come meri strumenti.

Ancora sulla realtà

Vorrei aggiungere una precisazione a quanto detto finora, per evitare di apparire troppo realista o naturalista, nel mio rivendicare la necessità di un approccio alla realtà, pur in epoca digitale.

Sempre più spesso, oggi in Italia, ci si oppone al minimalismo, alla letteratura per la letteratura, alla superficialità di giornali e televisioni, alla stessa mutazione digitale del mondo – tutte operazioni apparentemente sacrosante – brandendo la necessità di un vago realismo. Come se occuparsi di realtà, di quello che ci succede intorno, possa essere di per sé moralmente giusto. Detto in altri termini, ciò suggerisce l’idea che basti accendere una telecamera all’angolo tra due strade, senza porsi tutta una serie di riflessioni sullo sguardo, sulla relazione tra soggetto e oggetto dell’osservazione, sui modi del racconto, per cavare fuori una trasposizione del reale. Ma la questione è un po’ più complessa.

Tutta la filosofia e la sociologia del Novecento (o quasi) si basano sul presupposto che la Verità e la Realtà, con la V e la R maiuscola, non esistono. Che lo Sguardo Oggettivo non esiste. Che è possibile cogliere pezzi di realtà, e che è possibile farlo soggettivamente, solo da un punto di vista che si colloca all’interno della tela che si sta osservando, e non al di fuori. Ciò non vuol dire che bisogna darla vinta al relativismo e al solipsismo più assoluti. Ciò non vuol dire che sia possibile raccontare solo il proprio ombelico (o la propria famiglia, la propria casa, il proprio partner…). Vuol dire semplicemente che ricostruire, nel racconto, nell’osservazione, parti della tela che trascendano il proprio io (e la propria famiglia, la propria casa, la propria classe sociale…) è molto difficile. Ed è molto difficile farlo liberandosi dei propri pregiudizi, delle proprie credenze, mettendole in discussione, interagendo con loro criticamente. La realtà, detta così, è un contenitore che non spiega niente.

Mi aiuto con una citazione da Max Horkheimer. Alla metà degli anni trenta del secolo scorso, in un saggio intitolato Sulla metafisica bergsoniana del tempo, poi pubblicato nella raccolta Teoria critica (Einaudi, Torino 1974), il filosofo tedesco arrivò a lambire il punto che mi interessa mettere in luce. Da allora il mondo è radicalmente cambiato, ma su un piano strettamente filosofico i termini della questione mi paiono identici. Scriveva Horkheimer:

In Bergson si trova la frase: “(…) Il filosofo non ubbidisce né comanda: cerca di simpatizzare.” Questa formulazione contiene, involontariamente, un’esatta espressione della situazione sociale in cui la filosofia è venuta oggi a trovarsi. Ci pare che da questa attività intellettuale che è diventata impotente l’umanità non debba tanto attendersi un’indifferenziata simpatia con la realtà, quando piuttosto il riconoscimento delle sue contraddizioni. La simpatia col tutto è altrettanto vuota che quei concetti universali che sono giustamente criticati da Bergson.

Basta sostituire la parola “filosofia” con la parola “reportage” e la parola “filosofo” con la parole giornalista, scrittore, ricercatore per avere una prima definizione della posta in gioco. Per ripetere ancora una volta le parole di Horkheimer occorre fuggire da “un’indifferenziata simpatia con la realtà”, separare il grano dal loglio, individuando le linee di fratture. Come? Riconoscendo le contraddizioni. In altre parole, decidendo da che parte stare.

Non solo la realtà è varia e piena di contraddizioni, e bisogna decidere sovente da che parte stare. La realtà è spesso incomprensibile. Le motivazioni che spingono uomini e donne a fare alcune cose anziché altre a volte paiono inspiegabili, sono difficili da decifrare.

Prendiamo Pastorale americana o La macchia umana, due grandi romanzi di Philip Roth, entrambi editi da Einaudi. Sia in un libro che nell’altro, dopo quattrocento pagine e passa di romanzo, quando abbiamo concluso la lettura ancora non riusciamo a mettere a fuoco pienamente che cosa passi davvero per la testa dei personaggi principali. Roth ci porta ogni volta sull’orlo di un abisso, laddove le psicologie si frantumano in mille pezzi e in mille facce, e le relazioni tra uomini e donne, padri e figli, amici e nemici, si rovesciano e ricompongono in forme sempre nuove. Ogni volta che siamo sicuri di intravedere il fondo dell’abisso, si apre un nuovo strapiombo. E allora, in quei momenti, viene ancora una volta da chiedersi: che cosa è la realtà? Che cosa regola la vita di una società?

Dovessi dare un suggerimento a chi si accinge, per la prima volta, a scrivere qualcosa sarebbe quello di far proprio lo sguardo di Roth. Quanto alla scrittura, sarebbe impossibile imitarlo per la quasi totalità del genere umano, ma quanto allo sguardo no, possiamo provare a incamminarci – ogni volta – per lo stesso sentiero. E guardare a ogni storia umana, avendo in testa Pastorale americana o La macchia umana. Ogni vita umana è un abisso, chi può pretendere di saper raccontare il tutto?

Ancora sul digitale

Ora però mi chiedo se il ragionamento fatto sinora non nasconda un punto di vista fortemente soggettivo, o quanto meno fortemente collocato. Ho sì riflettuto sul rapporto tra realtà, mondo digitale e scrittura, ma l’ho fatto da una prospettiva decisamente legata alla mia generazione. Quella di chi è nato, lo ripeto ancora una volta, negli anni settanta del secolo scorso e ha attraversato negli anni della sua formazione il passaggio decisivo tra il mondo di prima e il mondo di dopo. Ma un sedicenne o un ventenne aspirante scrittore o reporter (quando magari non lo sia già, sia l’una che l’altra cosa) come risponderebbe al quesito su come il mondo digitale cambia la sua scrittura?

Non credo adotterebbe mai alcun riferimento al “passaggio d’epoca”, tanto per incominciare, per descrivere qualcosa che è avvenuto in concomitanza con la sua nascita, o con gli anni della sua scuola elementare.

Per coloro i quali la scrittura si è data immediatamente (anche) come scrittura digitale, per coloro i quali il rapporto con il mondo si è dato immediatamente (anche) come rapporto simbiotico con il mondo digitale, la prospettiva è radicalmente diversa. Credo che il nostro sedicenne o il nostro ventenne risponderebbero in maniera  molto diversa alle domande che mi pongo sul rapporto con la realtà e con il realismo.

Aggiungerebbe, credo, un ulteriore elemento di discussione molto concreto. Io, in fondo, pur servendomi di strumenti digitali scrivo ancora essenzialmente per giornali cartacei, e solo incidentalmente per qualche edizione on-line. Per inciso, lo ammetto, non sono su Twitter o su Facebook. Insomma, chi ha vent’anni meno di me farebbe fatica a non definirmi un conservatore.

Egli invece (oltre a far mediare costantemente ciò che scrive da Twitter o da Facebook) diverrà presto parte di un mondo editoriale in cui le edizioni on-line, e lo scrivere solo per l’on-line, sta sopravanzando lo scrivere per il cartaceo. Non che quest’ultimo stia scomparendo definitivamente: semplicemente si sta riducendo, ed è comunque interpretato come un’opzione secondaria da un sedicenne o un ventenne che inizia a mettere in fila i suoi pensieri o le sue esperienze.

Temo che la questione appena sollevata sia davvero enorme. E che sia necessario riflettervi a lungo nei prossimi anni. Per il momento, l’unico consiglio che sento di poter dare a un ventenne (che ha più o meno la stessa età di mio fratello più piccolo) è quello di continuare a leggere i romanzi di Philip Roth. E così quelli di Tolstoj o Dostoevskij. E così ascoltare la musica di Mozart, Bach o Bob Dylan. E così vedere i film più importanti della storia del cinema. Perché proprio lì, confrontandosi con quelle opere straordinarie, può accorgersi come l’attenzione al cambiamento dei tempi sia sempre andata di pari passo con il rispetto dell’enorme complessità della dimensione umana.

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Il volto dell’India https://minimaetmoralia.it/libri/india-marina-forti/ https://minimaetmoralia.it/libri/india-marina-forti/#respond Tue, 23 Apr 2013 14:57:26 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=14120 Questo pezzo è uscito su Lo straniero di marzo. (Fonte immagine)

C'è cattivo e buon giornalismo, dice il reporter polacco Kapuscinski a Maria Nadotti nella conversazione poi inclusa in Il cinico non è adatto a questo mestiere (edizione e/o). Il cattivo giornalismo è quello che si limita a descrivere i fenomeni, che si ferma alla superficie delle cose, che si accontenta di gettare uno sguardo approssimativo e che presume, così, di aver adempiuto al proprio dovere. Il buon giornalismo invece è quello che descrive per comprendere, quello che parte da una domanda, da un interrogativo, da un'ipotesi e non da una tesi di cui cerca solo conferma. Il buon giornalismo è quello che cerca risposte autentiche andando a scovare le storie, per poi tessere le voci raccolte in un mosaico che punta non solo all'informazione, ma alla riflessione.

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Questo pezzo è uscito su Lo straniero di marzo. (Fonte immagine)

C’è cattivo e buon giornalismo, dice il reporter polacco Kapuscinski a Maria Nadotti nella conversazione poi inclusa in Il cinico non è adatto a questo mestiere (edizione e/o). Il cattivo giornalismo è quello che si limita a descrivere i fenomeni, che si ferma alla superficie delle cose, che si accontenta di gettare uno sguardo approssimativo e che presume, così, di aver adempiuto al proprio dovere. Il buon giornalismo invece è quello che descrive per comprendere, quello che parte da una domanda, da un interrogativo, da un’ipotesi e non da una tesi di cui cerca solo conferma. Il buon giornalismo è quello che cerca risposte autentiche andando a scovare le storie, per poi tessere le voci raccolte in un mosaico che punta non solo all’informazione, ma alla riflessione.

Già autrice nel 2004 di La signora di Narmada. Le lotte degli sfollati ambientali nel Sud del mondo (Feltrinelli), con il suo secondo libro Marina Forti conferma di far parte a pieno titolo della sparuta compagine dei buoni giornalisti. La sua inchiesta nel Cuore di tenebra dell’India – recita così il titolo del volume pubblicato da Bruno Mondadori alla fine del 2012 – è il frutto di un “lento peregrinare” per le strade dell’India, negli stati del Chhattisgarh (creato nel 2000 per secessione dal Madhya Pradesh) e del Jharkhand (creato nel 2000 per secessione dal Bihar), entrambi parte di un’ampia regione montagnosa che costituisce la cosiddetta mineral belt, la fascia mineraria.

L’India possiede enormi risorse minerarie, ci ricorda Marina Forti: “è il secondo produttore mondiale di cromite e talco, il terzo produttore di carbone, il quarto produttore di ferro, un importante produttore di bauxite, e di molti altri minerali”. Gran parte di queste risorse sono racchiuse in una decina di stati, “più in particolare in una regione montagnosa che attraversa cinque stati centro-settentrionali”, tra cui, appunto, il Chhattisgarh e il Jharkhand visitati dall’autrice. Qui da decenni si combatte una guerra spesso violentissima, i cui protagonisti principali sono quattro. Innanzitutto ci sono lo stato indiano e le grandi aziende estrattive. Sui giacimenti minerari l’India ha costruito parte del suo sviluppo industriale ed economico fin dalla metà del Novecento, spiega l’autrice; non appena conquistata l’indipendenza, miniere, acciaierie e centrali termiche diventano per i dirigenti indiani la base della nascente industria nazionale, tanto che “carbone e acciaio furono dichiarati settori strategici” e le aziende nazionalizzate.

Oggi la politica dei settori energetici strategici è tramontata: dal 1993 il paese ha avviato una serie di liberalizzazioni che hanno aperto le porte ai capitali privati stranieri. E a dominare la scena sono nomi come l’angloindiana Vedanta, la sudcoreana Posco, nuovi astri come Arcelor-Mittal o Essar, insieme a vecchi nomi come Tata Iron and Steel. Ma le ragioni del conflitto rimangono le stesse, oggi come allora: la mappa dei giacimenti minerari coincide con quella delle popolazioni native, gli adivasi, il terzo protagonista della lotta nel cuore di tenebra dell’India.

Adivasi è un termine coniato negli anni Trenta del Novecento che significa “abitanti delle origini”, e fa riferimento a una minoranza consistente, molto diversificata al suo interno, che rappresenta l’8,6 per cento della popolazione. Tradotto in numeri, oltre 90 milioni di persone. Oltre a dover resistere a quello che il decano dell’antropologia sociale indiana, André Béteille, definisce come “il metodo hindi di assorbimento dei tribali”, gli adivasi hanno sempre dovuto resistere alle forze dello “sviluppo”. Uno sviluppo che si manifesta con processi di espropriazione delle terre, trasferimenti forzati, transazioni fraudolente, militarizzazione del territorio, diritti negati: nel 1947, con l’indipendenza, le cosiddette sheduled tribes (questo il nome burocratico degli adivasi) hanno conquistato pieni diritti costituzionali, ma “restano la parte più marginale e discriminata” di una società fortemente discriminatoria e gerarchizzata, “la parte più oppressa e sfruttata della popolazione indiana”. I dati lo confermano: secondo uno studio della Banca mondiale, pur essendo soltanto l’8 per cento della popolazione, gli adivasi rappresentano il 25 per cento di coloro che in India rientrano nel decile più povero. Inoltre, “l’88 per cento degli adivasi, l’88 per cento dei dalit (i fuori casta) e dei musulmani appartengono a quegli 836 milioni di indiani che non possono spendere più di 20 rupie al giorno”.

In queste cifre è racchiusa tutta la distanza che divide l’India rurale dall’immagine patinata promossa e diffusa dai media e dagli uffici del turismo. Da una parte c’è la Shining India degli shopping mall riempiti dalla nuova classe media di consumatori; un paese il cui Pil dal 2003 al 2010 è cresciuto in media dell’8,8 per cento annuo e che secondo Goldman Sachs nel 2050 sarà la terza economia mondiale dopo quelle cinese e statunitense. Dall’altra ci sono i milioni di persone – tra cui gli adivasi – che vengono escluse dallo “sviluppo” e che sono considerate un ostacolo alla sua definitiva affermazione, perché portatori di una visione primitiva e non produttivistica del rapporto con la terra. Gli adivasi “vivono sui maggiori giacimenti minerari, quindi bisogna cacciare via gli adivasi, punto: tutte le storie di crescita dal volto umano sono balle”, sintetizza Gladson Dungdung, direttore di un’organizzazione per i diritti umani, il Jharkhand Rights Movement.

Le promesse di inclusione sociale, di miglioramento delle condizioni di vita sono andate disilluse, denunciano i tanti attivisti incontrati da Marina Forti. Tra questi c’è Sujato Bhadra, che imputa al governo centrale il naufragio della promessa di giustizia sociale e che da ciò fa derivare il crescente “senso di alienazione verso lo stato”. Cresce l’alienazione, la distanza verso lo stato, la sfiducia nelle istituzioni governative. E in questo vuoto si inserisce il quarto protagonista della storia: i maoisti. Quelli che il primo ministro indiano Manmohan Singh nel 2006 ha definito la “più grande minaccia alla sicurezza interna” dell’India.

I ribelli di oggi, precisa Marina Forti, sono la reincarnazione di un movimento sorto oltre quarant’anni fa nelle campagne del Bengala occidentale, al culmine di un’epoca di grandi lotte per la redistribuzione delle terre. Un movimento fortemente represso negli anni Settanta, che torna a materializzarsi tra gli anni Ottanta e Novanta, e che nel 2004 reagisce alla precedente frammentazione interna dando vita al Partito comunista indiano (maoista), Cpi (maoist) nell’acronimo inglese, divenuto oggi il principale protagonista della ribellione armata. Da allora si assiste a un salto di qualità nella guerra per l’accesso alla terra: i maoisti non sono più i “Robin Hood itineranti” che erano negli anni Ottanta e Novanta, ricorrono sempre più spesso alla violenza e alla coercizione, impongono la propria presenza con le armi.

Lo stato a sua volta radicalizza lo scontro, esclude ogni ipotesi di negoziato politico e finisce per affidarsi a sanguinarie milizie irregolari come Salwa Judum (“caccia purificatrice” in lingua fondi) e a massicce operazioni militari come quella di Green Hunt che mobilita 60.000 uomini delle riserva centrale di polizia e dei corpi paramilitari. L’esito è drammatico e scontato: stupri, omicidi, distruzione di centinaia di villaggi, centinaia di migliaia di persone sfollate. A rimetterci sono gli abitanti della tribal-mineral belt, e soprattutto quanti non si arrendono alla logica delle armi: gli attivisti, i gandhiani, i sostenitori della soluzione politica e non militare al conflitto.

Himanshu Kumar, fondatore di un ashram incendiato nell’offensiva delle milizie della Salwa Judum, si batte “perché gli adivasi di questi villaggi abbiamo la chance di restare non violenti”. Ma non è facile: Soni Sori, 35 anni, cresciuta in una famiglia adivasi politicamente attiva, maestra in una scuola governativa per bambini, difende i diritti degli adivasi ma rifiuta qualsiasi arruolamento, Per la polizia, è comunque un nemico: arrestata a New Delhi dove era scappata, viene riconsegnata alla polizia del suo stato, il Chhattisgarh, per subire un processo. Quando arriva in tribunale, si scopre che è stata brutalmente picchiata, sottoposta a shock elettrici e stuprata con degli oggetti.

Per Marina Forti la storia di Soni Sori è l’esempio di come un’ampia regione dell’India rurale sia sotto una sorta di stato d’emergenza de facto. Per uscirne, spiega padre Stan Swami, anziano gesuita che ha creato uno spazio di attivismo sociale alle porte di Ranchi, capitale del Jharkhand, bisogna andare alla radice del problema: la mancanza di giustizia sociale. Per Sharat Singh, attivista sociale ed ecologo, bisogna recuperare la lezione del Mahatma Gandhi: quando lo sviluppo mina la vita delle persone, è ora di ridiscutere lo sviluppo.

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