Mariangela Gualtieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mariangela-gualtieri/ un blog di approfondimento culturale Sat, 22 Oct 2016 18:51:26 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=7.1 https://minimaetmoralia.it/wp-content/uploads/2025/07/cropped-cropped-309290503_464034925751050_1790831071097755281_n-32x32.jpg Mariangela Gualtieri Archivi - Minima et Moralia https://minimaetmoralia.it/tag/mariangela-gualtieri/ 32 32 Orli, fessure e fondali: la poesia di Mariangela Gualtieri https://minimaetmoralia.it/poesia/mariangela-gualtieri/ https://minimaetmoralia.it/poesia/mariangela-gualtieri/#comments Wed, 13 Aug 2014 11:16:46 +0000 https://minimaetmoralia.it/?p=22633 Fare poesia è un'azione di frontiera.

Fare poesia vuol dire scovare un pertugio fra la verità e l'immaginazione, sceglierlo, farlo proprio e star lì, senza fretta, a osservare.

Quando si parla di poesia si ha sempre a che fare con il concetto di limite, come se ci si affacciasse da un versante e poi da quello opposto, senza mai designare una direzione definitiva verso la quale volgere lo sguardo, senza mai capire il fuoco su cui concentrare tutta la forza.

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MariangelaGualtieri

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Fare poesia è un’azione di frontiera.

Fare poesia vuol dire scovare un pertugio fra la verità e l’immaginazione, sceglierlo, farlo proprio e star lì, senza fretta, a osservare.

Quando si parla di poesia si ha sempre a che fare con il concetto di limite, come se ci si affacciasse da un versante e poi da quello opposto, senza mai designare una direzione definitiva verso la quale volgere lo sguardo, senza mai capire il fuoco su cui concentrare tutta la forza.

I versi hanno la capacità di mediare fra le altitudini più disparate. Traghettano un frammento di cronaca quotidiana verso gli avamposti delle idee, dando vita alle più immaginifiche proliferazioni e consentendo una perfetta convivenza fra cielo e crosta terrestre, fra inconscio collettivo e dettagli di prosa giornaliera e fisiologica.

Mariangela Gualtieri, nella sua antologia dal titolo Senza polvere senza peso (Einaudi 2006), racconta e celebra con magistrale virtù proprio questa “terra di mezzo”.

In tale raccolta, concepita con distanza dal teatro, a differenza dell’altra, ispiratissima, Fuoco centrale (Einaudi 2003), nella quale è registrata una pronuncia più drammaturgica, la poetessa romagnola insiste con ricorrenza ritmata e battente su alcuni elementi caratterizzati dal medesimo respiro, che definirei tellurici. Topoi del suolo e del sottosuolo: limiti, baratri, confini, punte estreme, perimetri, buchi, muri, sponde e argini.

Se davvero una poetica, perché sia singolare e intensa, deve essere contraddistinta da puntualità, non solo in accezione metrica e compositiva ma soprattutto esistenziale e psicologica (essere puntuali verso il proprio io interiore), allora la voce della Gualtieri sarà emblema di tutto questo, in quanto capace di palesare coerenza e rigore verso se stessa, senza mai cedere a un automatismo distaccato e manierista ma abbandonandosi, lucida e vigile, alle risonanze più intime, quelle appunto in cui non è netto il confine fra incanto e sconfitta, fra infanzia e malinconia incurabile.

Leggendo Senza polvere senza peso si avrà a che fare con lo spazio nella sua veste più ampia e versatile: spazio declinato in varie figure, identificato con più forme, immaginato attraverso molteplici posizioni. Queste ultime forniscono a mio avviso una preziosa chiave di lettura dell’intera raccolta. Le posizioni, ossia la collocazione che si sceglie di occupare, i perimetri entro i quali si decide di vivere o di morire. Tutto in queste pagine è fissità o movimento: un marcato punto nello spazio, un corredo a questo punto o un camminamento verso questo punto.

“Se l’anima scende dal suo gradino la terra muore”. Sono i versi di Amelia Rosselli che non a caso la poetessa di Cesena mette ad epigrafe della sezione del libro intitolata Ai miei maestri immensi. Entrambe viscerali, scandagliano il circostante contemplandolo e esperendolo con approccio febbrile. Lo traducono allora nel verso perfetto, nella figura retorica, nell’esercizio di stile mai sterile e meccanico e lo fanno attraverso un bilanciamento esemplare fra il dentro e il fuori, fra l’istinto e la ragione.

Si tratta di parole, quelle della Rosselli e della Gualtieri, che descrivono mutamenti di stato, equilibri spaziali, come se la vita in fondo potesse essere racchiusa nell’immagine di una strada di paese, i cui sassi sono segnati dai reticoli bianchi di gesso di un gioco tradizionale, come una partita a quattro cantoni.

Gli schemi sono il segno del compromesso che ogni giorno accettiamo di sottoscrivere per la sopravvivenza: viviamo in un disegno di ordinate e ascisse fra i cui punti di congiunzione delle volte il tratto non è abbastanza deciso e lascia spazio a fessure, entro le quali si annidano visioni e misteri.

“Sponde arginanti che fanno lo schema” (Da Voci tempestate) si oppongono al fluire libero del pensiero, lo vincolano creando un intoppo. Non vi sarà allora altra soluzione che pregare affinché gli orchi passino, affinché gli scricchiolii cessino, affinché le ossa dure smettano di esser doloranti. Si cercherà sempre l’uscio, la via d’uscita da una casa eretta con muri troppo alti, stipata in pareti troppo ingombranti, che altro non sono poi che i cinque sensi, causa prima di patimenti e frustrazione, in quanto non basteranno mai e sempre faranno da ostacolo alla potenziale corsa sfrenata di occhi e anima.

“Qui c’è un muro di spade, una fossa, un roveto
una manovra simbolica che ci tiene nel guscio
una barriera un buco troppo vuoto
c’è un posto in cui si cade sempre
in questo spazio fra corpi”.

Ecco il trionfo dei suddetti temi, che sembrano essere i soli protagonisti della lirica: muro, fossa, guscio, barriera, buco, posto e spazio creano un’alternanza semantica interessante, fatta di concetti antitetici e al contempo limitrofi.

Si cade nell’interstizio fra i corpi, segno di una cronica incomunicabilità fra individui, ferita sanata soltanto dal sodalizio amoroso. In Acqua rotta si canta proprio questo frangente di armonia perfetta, lenzuolo senza increspature né pieghe, dove nessun millimetro pende fuori dall’armonica stesura del bene.

Torna dunque l’avverbio di luogo “qui”, esordio della precedente citazione, ad indicare un preciso fotogramma di esperienza, stavolta fatto di bellezza e proporzione (cfr. il sintagma “forma a forma”).

“Qui lei e lui si scambiano segni evoluti
della specie, accostano forma a forma
mettono tutti i respiri in un posto, insieme […]”

Il perimetro in questa occasione è identificabile con il posto giusto e se vogliamo anche con il principio ellenico di Kairòs, momento opportuno, attimo favorevole. Il talamo dei due amanti è identificato con una stoffa senza grinze, un lenzuolo che nonostante ospiti gli appassionati movimenti dell’amore (da lei invocati come segni evoluti della specie) riesce a mantenere compostezza e ordine, così come sottoposto a regola è il flusso dei respiri, avviluppati allo stesso modo dei corpi congiunti in un solo posto, comunione fisica e spirituale ben rappresentata dalla posizione logica di rilievo della parola “insieme”.

Latitudini e longitudini fatte di buchi, orli e limiti.

Si ha così la sensazione di incedere lungo il ciglio di un enorme baratro dove albergano oscurità terribili e tanto gravi da trascinare verso il basso tutti coloro che vi incappano. Lo stesso abisso nasconderà anche immensità di pensiero e percezione, ammalianti come il canto delle sirene omeriche, belle come dei minerali turchesi che brillano nella profondità marina.

Questo si evince dalle seguenti righe tratte da Voci tempestate, dove a dichiararsi sarà una sorta di Ofelia troppo eterea per sopravvivere da sola, conscia delle sue nocive debolezze al punto da anelare un salvataggio, un sicuro ancoraggio al suolo:

“Dal mio silenzio ti chiamo
a salvarmi col tuo magnetismo terrestre
a salvarmi a legarmi
quando il fondale mostra
i turchesi e mi chiama”.

“Che cosa ci vuole per scacciare
tutte le orchesse e le diavolesse
che da sotto terra
afferrano le nostre caviglie
con cinghie di ferro
e fanno di noi solo peso”

Da Acqua rotta

“Solo al presente non mento, ma tutto il resto
è covo di parole mucchio di foglie secche
collezione di niente ammucchiata sul fondo
a fare peso. Solo al presente so parlare d’amore”

La Gualtieri è riuscita a dar voce a quella confusione che si prova negli attimi di limbo dell’esistenza, quando si è disorientati dalle epifanie fugaci che si insinuano fra “menzogne, spinte e orologi”, foriere di ricordi antichi e sentimenti atavici.

Quasi fosse una profetessa eletta, l’autrice, in un climax che si innalza sempre fino a sfiorare apici cosmici, si prefigge di aprire tutte le serrature possibili e far luce sui passaggi più arcani e ostici.

Si viene a delineare nel corso della lettura una mappa di suggestioni e consapevolezze che sono frutto di esperienza e sacrificio: una lucidissima analisi del tempo e dello spazio colti da una prospettiva universale ma anche declinati nelle più intime necessità e estrapolati da diari di routine. È proprio quest’ultimo aspetto, ossia questa attitudine a coniugare le punte estreme, il cielo e la terra, che rende la scrittura della Gualtieri sublime, riecheggiando l’origine etimologica dell’aggettivo sublime, “sub-limen“, ovvero sotto la soglia.

L’autrice, ebbene, giunge fin sotto la soglia più alta ed empirea e lo fa però partendo dal fondo, che sia quest’ultimo oltretomba, buco pieno di luce, guscio silenzioso e primigenio oppure fondale dai turchesi scintillanti. La certezza è l’approdo allo spazio aperto, all’oltre la siepe: ci si posiziona lungo quel segmento atemporale in cui l’inizio combacia con la fine.

Da Voci tempestate

“Adesso fa notte – fa preghiera.
Apre le serrature del silenzio
fa apparire la mappa siderale
e ci inginocchia per quello spazio
immenso
fra qui e l’orlo
del cominciamento
quando le spine dorsali
stanno tutte tese.”

Ancora una volta un registro “spaziale”, ovvero scelte lessicali che si riferiscono a indicazioni di luogo: mappa siderale, spazio immenso, qui, orlo.

Ancora una volta siamo sul ciglio ma in questo caso non vi è timore di inciampare, non vi è l’angoscia di un sottosuolo mortifero. Ciò che si prova leggendo questi versi è un senso di conciliazione e ordine, di puntualità nei confronti del mondo e dell’eterno, quasi si giungesse a uno stato trascendentale e non corporeo, accostabile ad alcuni momenti platonici dalla cifra escatologica.

In questa fortunata corrispondenza con l’universo risaltano, nella pagina, la notte e la preghiera, vocaboli ben evidenziati nell’incipit anche grazie alla presenza del trattino centrale che pare impreziosirli ulteriormente.

Torna l’avverbio “qui”, non a caso accostato e opposto ad “orlo”, entrambi con posizione di rilievo in quanto, a mio avviso, scrigni del significato più autentico della composizione e della missione della scrittrice.

Ed è proprio qui, in questo terreno ibrido, che la poesia trova la sua ragione.

Nell’intervallo fra l’hic et nunc e il cominciamento supremo si attua l’assoluto espressivo, ovvero la creazione poetica, la sola attività umana in grado di stravolgere i dettami del tempo e dello spazio, poiché, citando “La difesa della poesia” di Percy B. Shelley (Edizioni ETS p. 25), il poeta è colui che “non soltanto vede intensamente il presente qual è, e scopre le leggi secondo le quali le cose presenti devono essere ordinate; ma, altresì, contempla nel presente il futuro e i suoi pensieri sono i germi del fiore e del frutto del tempo avvenire”.

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Dal 6 al 10 agosto ricordarsi l’importanza di essere piccoli https://minimaetmoralia.it/musica/dal-6-al-10-agosto-ricordarsi-limportanza-di-essere-piccoli/ https://minimaetmoralia.it/musica/dal-6-al-10-agosto-ricordarsi-limportanza-di-essere-piccoli/#respond Mon, 06 Aug 2012 14:00:41 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=8932 di Azzurra D'Agostino

"Vola alta, parola, cresci in profondità."

M.Luzi

Quando si dice che la poesia non ha seguito. Quando ci si chiede se i testi per le canzoni sono o non sono poesia. Quando ci si lamenta che non ci sono più i cantautori di una volta. Quando si sostiene la politica del 'grande evento'. Quando si discute se meglio la città o meglio la provincia. Quando si soffre per i tagli alla cultura. Quando la cultura viene considerata intrattenimento, hobby, spreco. Queste e altre questioni su cui meditare sono affrontate in forma pratica all'interno di un piccolo festival che si svolge all'estrema periferia d'Italia, ovvero i piccoli borghi arroccati sulle cime degli Appennini. Per questo si chiama "L'importanza di essere piccoli", perché proprio nel piccolo, nel minuscolo, cerca di porre delle domande e, allo stesso tempo, di vivere un'esperienza che renda queste domande ricordo personale e materia viva di riflessione.

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di Azzurra D’Agostino

“Vola alta, parola, cresci in profondità.”

M.Luzi

Quando si dice che la poesia non ha seguito. Quando ci si chiede se i testi per le canzoni sono o non sono poesia. Quando ci si lamenta che non ci sono più i cantautori di una volta. Quando si sostiene la politica del ‘grande evento’. Quando si discute se meglio la città o meglio la provincia. Quando si soffre per i tagli alla cultura. Quando la cultura viene considerata intrattenimento, hobby, spreco. Queste e altre questioni su cui meditare sono affrontate in forma pratica all’interno di un piccolo festival che si svolge all’estrema periferia d’Italia, ovvero i piccoli borghi arroccati sulle cime degli Appennini. Per questo si chiama “L’importanza di essere piccoli”, perché proprio nel piccolo, nel minuscolo, cerca di porre delle domande e, allo stesso tempo, di vivere un’esperienza che renda queste domande ricordo personale e materia viva di riflessione.

La prima edizione, con Bobo Rondelli che ha duettato con Franco Loi, e con Emidio Clementi dei Massimo Volume che ha fatto un reading dal poeta Robert Lowell, e con Mariangela Gualtieri, i Virginiana Miller e tanti altri, è stata un piccolo miracolo. Non solo per il numero di persone, perché non è il numero la vera misura. Ma per il modo sia dell’ascolto che della realizzazione di tutto l’insieme. Signore e signori che hanno cucinato per tutti, ragazzi che si sono passati parola, poeti e musicisti che si sono conosciuti e ascoltati, piccoli scambi artistici, di relazioni, di generi, l’apertura verso linguaggi che la televisione e i canali ufficiali non propongono – e che invece, si scopre, al contrario di quanto vogliano farci credere, toccano le persone. Dunque si è deciso di andare avanti.

Quest’anno “vola alta parola, cresci in profondità”, è il verso di Mario Luzi scelto per la seconda edizione de “L’importanza di essere piccoli”, dove il seme del tarassaco che si sta per staccare è la metafora di una vita semplice ma carica di senso che vola alta nei campi e poi attecchisce nei prati crescendo in profondità.  Un’onda e una diffusione che con questo festival è anche della parola: quella lieve e abissale della poesia e della musica, caparbia nel mettere radici e lieve nel lasciarsi trasportare dal vento.

Francesco Guccini, Paolo Benvegnù, Perturbazione, Andrea Appino di Zen Circus, Vivian Lamarque, Franco Buffoni, Valentino Zeichen, Giuliano Scabia, Carlo Maver sono solo alcuni degli ospiti che dal 6 al 10 agosto soffieranno e diffonderanno poesia e musica in frazioni spesso trascurate dalle traiettorie turistiche usuali, ma che sono scorci di paesaggi bellissimi, nel fresco verde di castagneti secolari.

L’ingresso agli spettacoli del 6, 7, 8, 10 agosto è libero (prenotazione consigliata).

Per il seminario “camminante” di Giuliano Scabia (9 agosto) il costo di partecipazione, compreso di libro, è di 12 euro (prenotazione obbligatoria)

Per informazioni: www.sassiscritti.wordpress.com | sassiscritti@gmail.com

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Caino https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/caino/ https://minimaetmoralia.it/approfondimenti/caino/#comments Tue, 15 Feb 2011 07:48:55 +0000 http://www.minimaetmoralia.it/?p=3792 di Christian Raimo

Facciamo una cosa? Una moratoria? Un accordo per cui
gli spettacoli a teatro non si chiamano più “eventi dell’anno”?
Considera solo quest’anno, appunto: è già la seconda volta che ci casco:
rimasto seduto dodici ore per i Demoni di Stein,
e alla fine a mezzanotte l’applauso all’Auditorium era uscito
come lo sfiato di un pallone.

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di Christian Raimo

Facciamo una cosa? Una moratoria? Un accordo per cui
gli spettacoli a teatro non si chiamano più “eventi dell’anno”?
Considera solo quest’anno, appunto: è già la seconda volta che ci casco:
rimasto seduto dodici ore per i Demoni di Stein,
e alla fine a mezzanotte l’applauso all’Auditorium era uscito
come lo sfiato di un pallone.
E davvero vi assicuro non è un bene nemmeno per gli attori,
questa forma muscolare di richiesta d’attenzione:
certi minuti li vedi recitare come se fossero le ultime parole
che pronunciano sul palco, in vita loro.
Ieri Caino dei Valdoca, la seconda: mi ero preparato per l’evento:
un testo che Mariangela Gualtieri ha scritto e proclamava
da un angolo del palco quasi fosse dal cuore della Terra:
e per dei momenti precipitavo per davvero dentro il sogno insieme a lei:
i vortici di suoni, i movimenti alati degli attori,
il ritorno a un luogo in cui terra e aria non sono più distinte,
niente loci naturali, trasformazione è uguale a stasi: un posto in cui
non è già passato Dio, a separare animali e pietre.
Capitava però, senza accorgermi nemmeno:
un genio maligno nel cervello mi diceva:
ma questa vecchia china in caffettano non ti sembra Yoda di Star Wars?
E Danio Manfredini che fino al buio prima avevo creduto veramente
fosse Dio: il dio nuovo degli uomini mortali:
sopravvissuto agli angeli e ad Abele: la mia razza:
colui che grida per i colpevoli futuri prendendo in giro quell’altro Dio
disposto solo a dare lodi a chi è buono a sacrificar capretti
e non a chi sgrava dalla terra sterile i suoi frutti.
Ma poi, era un nulla, e capitava che per me Caino Danio
diventava un vecchio artritico inumano,
una figura salvaschermo che finge di essere egiziano:
sclerotico, appiattito, una delle Bangles che fa una versione buto
di Walk like an Egyptian. Un attore.
Che vuole assicurare se stesso
e i compresenti di quanto è straordinario
a essere reietto.
È questo l’uomo?, mi son detto.
Questo è il Caino maledetto
che ritrova una sua patria solamente
se fa del suo esilio una corona?
Ho applaudito e sono uscito.
Cercando una trattoria alla buona.

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